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sabato 15 maggio 2021

Ba'al - Ellipsism

#PER CHI AMA: Black/Sludge, Inter Arma
Gli inglesi Ba'al non sono una band come le altre. Il sound del loro debut 'Ellipsism' (quello sulla lunga distanza intendo, visti già due precedenti EP all'attivo) è un concentrato di black sludge malinconico, caratterizzato dalle lunghe durate dei suoi brani. Il quintetto di Sheffield ci attacca subito con l'acidità black di "Long Live", un brano impostato sin da subito su ritmi forsennati e vocals caustiche, che vede poi una lunga parte atmosferica a cavallo fra terzo e sesto minuto, in cui i nostri sembrano concederci la pausa ideale prima di attaccarci con una proposta questa volta più melmosa e strisciante, che ci presenta l'anima sludgy dell'ensemble britannico. La seconda "An Orchestra of Flies" riparte da qui, da ritmi più lenti e fangosi per accelerare paurosamente verso il secondo minuto con una ritmica serrata che va alternandosi con la vena sludge propinata dai cinque musicisti. Non una proposta semplice da digerire, lo metto subito in chiaro, però quello dei Ba'al è un suono sicuramente intrigante che negli oltre 60 minuti del disco, avrà diverse cose da mettere nero su bianco. Dalle angoscianti sonorità della seconda traccia ci spostiamo a "Jouska", previo un breve break strumentale (ne troveremo altri due nel corso dell'ascolto di 'Ellipsism'), una song dall'incipit oscuro e da un'andatura più ritmata, che comunque non rinuncia alle harsh vocals di Joe Stamps (il cantante degli Hecate Enthroned) e ad una buona dose di melodia che comunque caratterizza l'intero lavoro. Con "Tarred and Feathered" la band sembra affiancare alla componente black una buona dose di death metal nella corposità delle chitarre e in vocals che rimpallano tra urla blackish e vocals gutturali. La traccia è bella tesa e tende a sfociare nel corso delle sue spirali infernali in ambientazioni fumose. Con "Father, the Sea, the Moon" i nostri cambiano ancora i propri connotati con un approccio lento, profondo ma dotato di ottime orchestrazioni e di una serie di sorprese a livello chitarristico che mi disorientano e catturano. L'anima dei Ba'al rimane però quella di sempre, votata ad una oscurità intransigente che si muove tra rutilanti ritmiche e accelerazioni improvvise, stop'n go governate dallo screaming efferato del frontman inglese. In chiusura l'ultima sorpresa di 'Ellipsism',"Rosalia", la traccia più lunga del disco (oltre 12 minuti) che ci consegna l'anima struggente ed intimista dei Ba'al, in una evoluzione sonora che parte dal gentile arpeggio iniziale, per poi proseguire attraverso malinconiche linee di chitarra e decollare con sonorità prese in prestito dal post metal, da un suono pesante ma comunque emozionalmente convincente, in cui a brillare è la presenza della viola di Richard Spencer, che arricchisce di un ulteriore elemento la proposta sonora di questi interessantissimi Ba'al. (Francesco Scarci)

giovedì 13 maggio 2021

The Circle - Metamorphosis

#PER CHI AMA: Symph Black/Death, Ne Obliviscaris
Fermi tutti! No, questa non è una rapina, ma l'invito a focalizzare un attimo la vostra attenzione sul debut EP dei teutonici The Circle. Il duo di Hameln propone quattro tracce atte ad introdurci alla loro proposta musicale che volge lo sguardo all'analisi dell'emozioni più oscure, paura ("Angst"), disperazione ("Verzweiflung"), ira ("Zorn") e salvezza ("Erlösung"). 'Metamorphosis' è un lavoro prezioso che ci permette di conoscere al meglio questi musicisti e comprenderne le potenzialità fin dall'iniziale "Angst", in cui confluiscono suoni death sinfonici, uniti ad una certa vena progressiva. Sembra quasi di ascoltare gli ultimi Triptykon, senza la voce femminile mi raccomando, anzi qui sottolinerei la bravura del frontman Asim Searah, sia nel growling che nel pulito, uniti ad una vena malinconica tipica dei My Dying Bride. Le ambientazioni tastieristiche, la ritmica mid-tempo e le ottime melodie, fanno dell'opener una traccia affascinante, soprattutto nella componente solistica che chiude alla grande il pezzo. Ma il successivo non è da meno, statene certi anzi. In "Verzweiflung" sembra quasi che i nostri prendano una maggior coscienza di se stessi e si lancino in un sound melodico, al tempo stesso disarmonico, con una sfuriata black iniziale a cui fare da contraltare con splendide melodie in stile Children of Bodom, e con il cantato growl sempre compensato dalle ottime clean vocals. Un super break atmosferico spezza il brano in due parti dove nella seconda metà, sembra che i nostri guardino verso orizzonti di meshuggana memoria, il tutto comunque avvolto da una vena teatral-operistica che aumenta il fascino per un disco che ha il solo difetto di durare troppo poco (27 minuti per un EP non sarebbero nemmeno pochi ma visto che Metal Archives lo etichetta invece come full length, diventato troppo pochi). A parte questo, il dischetto prosegue su una eleganza di suoni davvero da leccarsi le dita anche con la terza "Zorn", dove l'utilizzo degli archi sembra quasi emulare i Ne Obliviscaris, forse l'influenza che alla fine potrebbe condensare in poche parole il sound dei The Circle. E francamente per il sottoscritto, fan numero uno della band australiana, nonchè quello che li ha spinti tra le braccia della Code666, questo non può che essere un enorme complimento per i nostri, per cui vedo peraltro ancora grossi margini di miglioramento. Alla fine, i pezzi sono fantastici, ben suonati, ben bilanciati tra ritmiche forsennate e melodie straripanti, con blast beat stemperati dalla forte vena orchestrale che potrebbe scomodare anche qualche paragone con i nostrani Fleshgod Apocalypse. Insomma, non ho certo messo nomi a caso in questa mia valutazione di 'Metamorphosis' e dire che a rapporto manca ancora il quarto capitolo, "Erlösung", un pezzo che miscela la robustezza del death melodico con splendide parti atmosferiche, un'alternanza ed ecletticità vocale davvero notevole da parte del cantante di origini pakistane, ed un gusto per la melodia invidiabile. 'Metamorphosis', il più classico dei buongiorno che si vede dal mattino. (Francesco Scarci)

Dumbsaint - Something That You Feel Will Find Its Own Form

#PER CHI AMA: Post Metal Strumentale
Riesumiamo i Dumbsaint e il loro debut 'Something that You Feel Will Find Its Own Form' semplicemente perchè fa parte della re-release series della Bird's Robe Records in occasione dei dieci anni di compleanno. L'album è uscito infatti nel 2012 e il nostro Mauro (per cui riproporrei la sua visione) ne parlava come un esempio di post metal (strumentale) cinematico ed estremamente affascinante. I nostri nascono nel 2009, e la loro peculiarità sta nel fatto che le loro esibizioni live siano caratterizzate dalla proiezione di filmati appositamente realizzati per fondersi al meglio con la propria musica, quasi come in un’installazione artistica multisensoriale. La paura che le note, qui deprivate del loro naturale elemento completante, non siano in grado di reggersi in piedi da sole, viene presto spazzata via dall’ascolto di questo solidissimo lavoro. Vale quindi la pena di dare un’occhiata al “pacchetto completo” sul canale youtube della band (per esempio il folgorante singolo “Inwaking”), per godere appieno dell’esperienza così come era stata pensata all’origine dai propri autori. La prima volta che ho ascoltato questo disco l’ho fatto in maniera piuttosto distratta, mettendolo nel lettore mentre sbrigavo altre faccende, e mi sono sorpreso a mollare quello che stavo facendo per seguire con attenzione quello che usciva dalle casse dello stereo, completamente rapito dalla complessità, la stratificazione, la potenza degli intrecci ritmici e armonici dei tre australiani. Una musica di questo tipo richiede assoluta perizia strumentale, e sotto questo profilo i Dumbsaint sono davvero bravi, in particolare mi preme sottolineare la prestazione monstre del batterista Nick Andrews, responsabile della varietà di ritmi e strutture che si susseguono senza sosta lungo tutto l’arco del disco. Stratificazione, si diceva: il post metal dei Dumbsaint sembra funzionare a più livelli di coscienza e riuscire sempre a trovare la strada per scardinare le nostre gabbie e i nostri scudi, e farsi strada prepotentemente con i suoi crescendo, le sue strutture irregolari ma sempre perfettamente - quasi matematicamente – compiute, la sua potenza, non viscerale ma controllata senza che questo suoni come un difetto, tenuta a bada e poi liberata improvvisamente. I rimandi a band più blasonate quali Isis e Pelican non mancano, ma quello che fanno i Dumbsaint è qualcosa di ancora diverso e persino più ardito. In più di un passaggio sembra di ascoltare i Tool di 'Lateralus' orfani dei magnetici vocalizzi di Maynard James Keenan, senza tuttavia che la sua assenza si faccia sentire più di tanto. Non so per voi, ma per me questo è un grosso complimento. (Mauro Catena)

martedì 11 maggio 2021

Черностоп - В небесах

#PER CHI AMA: Melodic Black
Spesso le band provenienti dalla Russia non si pongono il problema di proporre un moniker in cirillico cosi come pure i titoli degli album. Che fatica venire a capo o ricordarsi il nome di una band, quindi molto spesso cadono nel dimenticatoio o addirittura non ritrovo più un cd nel marasma infinito di titoli che popolano la mia collezione. È il caso ad esempio di questi Черностоп, che tradotto in inglese starebbe per Blackfoot, mentre 'В небесах' (il cui significato è "Nel Cielo") rappresenta il secondo album per la one-man-band originaria di Chelyabinsk. La proposta del mastermind di oggi ci porta nei paraggi di un black melodico, senza particolari velleità che attacca con "Для нас", una song che sembra miscelare pulsioni punk abbinate appunto al verbo della fiamma nera, il tutto proposto in una chiave melodica per nulla da buttare. Non siamo certo al cospetto di una proposta originale però, devo ammettere che nonostante il mio scetticismo iniziale, c'è qualcosa di questo lavoro che non mi dispiace. A partire proprio da quelle chitarre colme di melodia che danno un'anima a "Небеса дадут дождя", che rischierebbe di essere altrimenti tremendamente piatta o comunque scontata. Non male la porzione strumentale di "Ночь", nelle sue epiche fughe, peccato che i vocalismi esasperati del frontman non diano la giusta rilevanza ad un lavoro che suona ancora un po' acerbo ma che mostra comunque qualche idea interessante. Se la ritmica di "Зло на сердцах" è di una banalità infinita, non posso dire altrettanto della seconda folklorica chitarra che poggia sopra e che regala ottime intuizioni sonore. Peccato poi quella voce disgraziata faccia scemare tutto il mio interesse. "Дом" attacca in modo frenetico, furibondo per trovare giusto dei rallentamenti che ne alterino il ritmo e destino maggiore interesse, ma questa song sembra incompiuta e inconcludente. "Семь былин" è un'altra cavalcata death black dal piglio melodico, che evidenzia lacune tecniche ed un uso indecente di vocals e percussioni, da farmi skippare anzi tempo all'ultimo brano, la title track. Intro acustica, voce demoniaca, l'aggiunta degli altri strumenti in un pezzo lento e oscuro che poco o nulla a che fare con i precedenti brani e che ci mostra una dimensione diversa dei Черностоп, soprattutto nell'assolo conclusivo che chiude i battenti di questo difficile 'В небесах'. (Francesco Scarci)

(Narcoleptica Productions - 2020)
Voto: 62

https://narcolepticaprod.bandcamp.com/album/--19

Cold Cell - The Greater Evil

#PER CHI AMA: Black/Doom, Blut Aus Nord
Li avevo recensiti nel 2017 ai tempi di 'Those' quando erano parte del roster Czar of Bullets. Torna oggi il sestetto di Basilea dei Cold Cell, freschi di un nuovo contratto con la Les Acteurs de l'Ombre Productions, e un album, 'The Greater Evil', più freddo che mai. Sono sette le tracce che compongono questa quarta ambiziosa opera del combo elvetico, per un album che si apre con le inquietanti e litaniche vocals di "Scapegoat Season", che dopo un delicato avvio, cede il passo ad un black teso, a tratti atmosferico, e nel finale, votato completamente al post black, in una song che vede come guest alla voce Frederyk Rotter (Zatokrev e Crown). Ecco come si presentano i Cold Cell con 'The Greater Evil', un disco cupo, ipnotico, malvagio, stralunato, come l'acustica discordante in apertura di "Those", che riprende il titolo dell'album precedente e ci trascina in un vortice di suoni tribali e foschi che evocano gli ultimi Schammasch, chissà se è complice la presenza dietro le pelli del batterista Azrael, membro degli stessi. È il turno di "Open Wound", un pezzo non originalissimo ma che comunque induce un certo senso di angoscia, amplificato dalle brillanti vocals disperate di S e da un'effettistica in sottofondo che crea una sensazione di inquietudine. Il disco è tuttavia interessante e ha ancora una serie consistente di cartucce da sparare: dalle vertiginose e incandescenti ritmiche di "Arnoured in Pride" alle disperate e criptiche sonorità di “Greatest of all Species”, un pezzo che mostra più di un richiamo ai Primordial come intensità ed emozionalità, un mid-tempo ragionato e al contempo un po' fuori dagli schemi nella linea melodica che ne guida il pattern ritmico. Con "Back into the Ocean", ci si muove tra black, doom e influenze avanguardistiche, soprattutto esplicate nell'uso di clean vocals evocative che s'incrociano, in un splendido e atmosferico sottofondo percussivo, con la componente più straziante del bravo frontman. A chiudere, ecco "No Escape" che si dipana attraverso un lungo incipit tra glaciali paesaggi desolati e prosegue con furibonde accelerazioni black che chiamano in causa anche i Blut Aus Nord e Akhlys, in un lavoro alla fine riuscitissimo e consigliatissimo, che chiude allo stesso modo di come aveva iniziato. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2021)
Voto: 75

https://ladlo.bandcamp.com/album/the-greater-evil

domenica 9 maggio 2021

Tony Tears - The Atlantean Afterlife (...Living Beyond)

#PER CHI AMA: Occult/Doom/Esoteric Rock
Difficilmente riuscirò a recensire un nuovo lavoro dei Tony Tears che, per quanto di nicchia possa essere ritenuta la band di Anthony Tears Polidori, è da considerarsi un vero e proprio oggetto di culto nel panorama musicale europeo, un nome speciale, la cui fama nei circoli del doom esoterico è cresciuta costantemente nel tempo. Alla stregua di mostri sacri quali Paul Chain, The Black o Antonius Rex, e a seguito di una quantità enorme di uscite discografiche che da vent'anni a questa parte, dopo essersi messo in proprio sganciandosi dai altri progetti autorevoli tra cui gli ottimi Abysmal Grief, Mr. Polidori è da annoverarsi tra i personaggi più influenti nel panorama occult rock di matrice squisitamente italiana. Tuttavia le influenze che lo hanno generato sono da ricercare in band progressive internazionali degli anni '70 e nell'heavy classico di primi anni '80, il tutto rivisto con gli occhi della cultura esoterica, dell'horror in bianco e nero dei film con Barbara Steele, del doom nello stile Pentagram/Saint Vitus ed in una costante ricerca poetica, espressa tramite testi ermetici, sinistri e iniziatici, che affondando le loro trame nella cultura occulta, tra diavoli e demoni. Il nuovo 'The Atlantean Afterlife (...Living Beyond)' è però diverso dal suo predecessore, per stile ed evoluzione sonora: la prima parte cantata in lingua madre è la più interessante con soventi escursioni in territori non propriamente metal anzi, al suo interno troviamo divagazioni che affondano in sonorità acustiche ed esotiche del medioriente (come se fosse la soundtrack di un film), psichedelia ipnotica, cenni di kraut-rock ed elettronica vintage unita ad un'inusuale attitudine doom del compositore ligure, che emerge nelle ultime quattro tracce cantate invece in inglese, dai connotati più standard grazie a chitarre e ritmiche heavy, ad un sapore più maligno nel canto, che nella prima parte si mostra più in una forma poetica, tra Jacula e il Ballo delle Castagne (... al falso profeta la lingua sarà recisa – estratta da "Il Ritorno del Globo Alato"). Devo ammettere che il disco non sia di facile approccio, richiedendo infatti un ascolto multiplo per assaporarne le molteplici sfaccettature sonore. Magari con il libretto dei testi in mano sarebbe più facile capirne le dinamiche, le narrazioni di una antica profezia ed una nuova era atlantidea, il ritorno del culto ancestrale attraverso antiche divinità egizie. I brani in italiano emozionano di più e sono più variegati, fino a "Il Cantico delle Piramidi", che funge da spartiacque, un pezzo delizioso dalla chiara indole etnico/psichedelica mediorientale, dove si destreggia la ben nota vocalist Sandra Silver, una presenza, la sua, che aumenta ulteriormente la qualità della proposta, in quanto a teatralità e drammaticità. La parte inglese possiamo definirla più dura e rock, con perle solistiche che escono dalla musica facendosi notare positivamente, per cura del suono e bellezza melodica. Gradualmente la compagine composta dal vocalist David Krieg, Artorias al basso e Lawrence Butleather alla batteria, torna in territori più consoni al doom occult metal, vicino alle gesta di un ispirato Paul Chain ma caratterizzato dal tipico, raffinato e complesso stile dei Tony Tears. L'unico rammarico risiede nel constatare che la produzione poteva avere più tono ed in certi punti, la ricerca del suono vintage non esalta tutte le sue particolarità. Nel precedente disco le cose erano diverse, più dinamiche ed immediate, mentre questo nuovo lavoro richiede più attenzione ed un ascolto più coinvolto. Particolarità che non consiste in una mancanza o caduta, al contrario, a mio avviso porta l'ascoltatore in una dimensione particolarmente ipnotica e una salutare concentrazione di ascolto. Ma il nuovo album offre anche altre sorprese come l'intro psych della già citata "Il Ritorno del Globo Alato", dalle sfumature velate d'avanguardia, in odor di Canterbury sound. Analogamente, la splendida apertura de "Il Messaggero della Rosa Rossa" ricorda certe atmosfere dark dei mitici Virgin Prunes, per poi assumere una piega cosmica e poetica, alternando cadenze doom e caratteristiche tribali - pagane assai affascinanti. In definitiva 'The Atlantean Afterlife (...Living Beyond)' è un disco dalle mille anime, complesso e variegato in puro stile Tony Tears, raffinato ed oscuro doom metal dal tocco melodico, catacombale e cosmico. Un viaggio all'interno di una scena underground tutta da scoprire e riscoprire, magari partendo da questo crepuscolare, profetico ultimo interessante lavoro della storica band genovese. (Bob Stoner)

sabato 8 maggio 2021

Yawning Man – Live At Maximum Festival (reissue)

#PER CHI AMA: Psych Rock
«Gli Yawning Man erano la desert band più assurda di tutti i tempi. Ti bastava essere lassù, nel deserto, con tutti gli altri a divertirti. Ed apparivano loro, sul loro furgone, tiravano fuori la loro roba e la montavano proprio nell'ora in cui il sole calava, attivavano i generatori [...] Era tutto molto alterato, confuso, era tutto molto mistico. La gente stava lì a sballarsi, e loro continuavano a suonare per ore. Oh, sono la più grande band che abbia mai visto» Firmato Brant Bjork (2002). Mario Lalli è uno di quei musicisti la cui influenza sulla scena che ha contribuito a creare, è di gran lunga più grande del successo o della riconoscibilità della sua figura verso il grande pubblico. E se oggi più o meno tutti sanno chi sia Josh Homme, e molti altri conoscono John Garcia, Brant Bjork e Nick Olivieri, quello di Mario Lalli è rimasto un nome di culto. Un culto fedele e devoto, certo, ma che mai ha nemmeno sfiorato la popolarità degli altri alfieri del cosiddetto “Desert rock”. E se la sua creatura degli anni '90, i Fatso Jetson, ha raccolto consensi sfruttando l’onda lunga del successo di Kyuss e QOTSA, la storia degli Yawning Man rimane ancora parzialmente non scritta, complice il fatto che, pur avendo praticamente inventato il genere negli anni '80, la loro prima registrazione ufficiale è datata 2005. E ora la Go Down Records ci offre questa reissue di una loro esibizione live in Italia del 2013, che ben fotografa il loro rock, rigorosamente strumentale, tonante ed ipnotico, caratterizzato da lunghe cavalcate desert-psych in cui il basso di Lalli la fa da padrone, magnificamente supportato dal potente drumming di Alfredo Hernandez e dalla chitarra di Gary Arce. Il suono del trio si caratterizza per un bilanciamento quasi paritetico dei ruoli, senza che nessuno alla fine risulti preponderante, e risulta evidente come una proposta del genere, che oggi non stupisce più di tanto, possa aver smosso (ed espanso) le coscienze di chiunque abbia assistito ad un loro show nel deserto negli anni '80. La dimensione live è sicuramente quella ideale per apprezzare gli Yawning Man in tutto il loro spessore, e in questo il disco centra sicuramente l’obiettivo. Rimane il fatto che un concerto del genere, spogliato della sua dimensione esperienziale, risulta inevitabilmente monco, ma questa è un’altra storia. (Mauro Catena)

mercoledì 5 maggio 2021

Postcoïtum - News from Nowhere

#PER CHI AMA: IDM/Electro/Industrial
La Francia cresce su tutti i versanti, non solo nel black stralunato e sperimentale ma quello stesso sperimentalismo viene messo a servizio delle sonorità elettro acustiche dei Postcoïtum, quasi da sembrare improvvisate. Il progetto di oggi include due musicisti, Damien Ravnich e Bertrand Wolff, che già si sono messi in luce in passato per una proposta electro/noise, grazie ad un paio di album di sicuro affascinanti, ma non certo semplici da approcciare. Tornano oggi con un terzo lavoro, il quarto se includiamo anche l'EP di debutto 'Animal Triste', che colpisce per la cupezza delle atmosfere sintetiche che si aprono con "Desire and Need", che veicola il messaggio della band attraverso una tribalità musicale che miscela IDM, ritmiche trip hop, indie e suoni cinematici, il tutto proposto in chiave interamente strumentale, lanciato con un loop infernale nella nostra mente. I suoni ingannevoli del duo marsigliese entrano come un bug informatico nelle nostre orecchie, sradicando ad uno ad uno i neuroni che costituiscono il nervo acustico. Una dopo l'altra, le song incluse in 'News From Nowhere', si srotolano in fughe danzerecce ("Calipolis") in cui si farà fatica a rimanere inermi. Ma la band è abile anche nel plasmare e maneggiare sonorità ambient rock ("Araschnia Levana"), dove sembrano palesarsi influenze stile colonna sonora, provenienti dalla sfera dei Vangelis. Il manierismo elettronico dei Postcoïtum si palesa più forte e disturbato che mai in "Rojava", definitivamente la mia traccia preferita del disco, con la cupezza e le distorsioni dei suoi synth, spezzati da quell'approccio psych rock, che si ritrova nel finale e che gioca nuovamente su una ridondanza sonica al limite del lisergico. Ma questo sembra essere il verbo dei due francesi anche nella successiva ed evocativa "La Bestia", che imballa i sensi con altri quattro minuti abbondanti di sonorità elettroniche deviate e contaminate che ci accompagneranno fino alla conclusiva "In Paradisum" che per note degli stessi - io vi professo la mia ignoranza - riprende la Messa da Requiem 48 di Gabriel Faur, per un ultimo atto all'insegna di sonorità new age, ideali per un rilassamento yoga. Insomma, quello dei Postcoïtumnon non è certo un album per tutti, di sicuro per chi ha voglia di sperimentare qualcosa di differente dal solito, anche solo per allontanare la mente dal caos di tutti i giorni. (Francesco Scarci)

(Daath Records/Atypeek Music - 2021)
Voto: 70

https://daath.bandcamp.com/album/news-from-nowhere

martedì 4 maggio 2021

Emperor - Anthems to the Welkin At Dusk

BACK IN TIME:
http://www.secret-face.com/
#FOR FANS OF: Symph Black
Good intro to the album with a clean, but dark track. It segues into the brilliant and blisteringly hyper-fast next 7 tracks. It is diverse, however, but all over the place in tempos. The one thing they could've taken off are some of the synthesizer contributions. Though this is their genre so of course of the music needs some variations. They're quite prevalent in diversity, insane riffing galore. And the vocals alongside the riffs make it even more brutal. This was their concept though back then just immersion in the black metal community. I like a lot of what they've come up with here so no complaints in that respect!

I would have to say that the earlier recordings gave more raw essence to the sounds of the music. It's like Dimmu Borgrir's 'Stormblast' which is wholly raw or early Darkthrone. Some people dig that kind of sound, I think it worked with Kriegsmaschine's 'Altered State of Divinity'. But rarely (to me) where there actual album that sound doggone awesome raw. I think once Emperor got more established, their recording quality got better and more polished. As this holds true with any black metal bands (with exceptions, of course). I did enjoy the guitar riffs on this LP, it was quite original and brutal riffing just mind-blowing.

Production quality as I stated was raw and the atmosphere was evil as hell. I don't think that they wanted anything other than that. Except for the intro of course. They really have had it in store to the listener. Just raw symphonic black metal all the way through. It was quite entertaining hearing this one. That is, to then follow-up to 'IX Equilibrium'. But this is a great predecessor just the riffs and sound quality are a step-up on that one than this one. But as I say, they're just establishing their sound and experimenting with riffs and overall music. They really got a hold of evil and stayed with it till the end of the album.

I went ahead and bought this album, but it's only for people who value extreme music especially black metal. I used to be apposed to a lot of black metal because it's depressing but it actually gives me a boost hearing something like this. I like the energy and extreme sounds that they dish out. I would have to say this is one of Emperor's better albums though still active maybe they'll surprise us in 2021 and come out with something new. I'm sure the sound quality will be much better than the old but the intensity willl probably still be there. I'm also sure that more bands were influenced by this one than select few others. Hear this one! (Death8699)

(Candlelight Records - 1997)
Score: 84

https://www.facebook.com/emperorofficial

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Carnation - Where Death Lies

#FOR FANS OF: Brutal Death
Follow-up from 'Chapel of Abhorrence' and not a bad one to say the least! The music is "B" average in my humble opinion. I just thought that I'd write about the first release to pave way into developing verbiage on their next album here, 'Where Death Lies'. So, songwriting wise they're pretty keen on ingenuity and unique riff-writing. It no longer sounds like Corpsegrinder on vocals, it's sounds more like Alex via Krisiun. But in any case, all of this was worth a listen to or more! I'm happy to say all 9 tracks were good given their reputation on the first one with writing good songs. I think the diversity is here, too.

I like the overall sound to this album, the quality at least. And everything seems to fit well. It isn't all fast it's got the aggression to it, but then again has it's mild pieces as well. But overall, good death metal. Good in the sense of diversifying. I like that about this, it makes it so much more interesting as a listener and fan of their music. I can say that the name of the band is a little atypical for death metal, but ok I get it. So yes, 'Where Death Lies' was actually referred to me by a fellow friend and I pretty much liked it upon my first listen to this. I think their songwriting or riff-writing is all unique. And good leads to say the least.

Production quality was awesome be it that all of the music and vocals were mixed in properly. This album was about long enough (40 minutes) but I would've liked more. That in a sense is alright. I didn't take off points for that fact. But yeah, Carnation has some guitar work that is pretty innovative. The brutality factor is there as well! But about as good as the first release. I'm convinced that listening to it more and more makes me like it even more and more. They have such a way of writing the riffs that are damn cool and interesting. Hearing all of this makes me want to refer others to this album, ABSOLUTELY.

If you've got a listen to on Spotify, I think it's enough to make you want the CD itself. Even if you don't, you can still take a listen and draw your own conclusion about the quality of this release. If not, that's alright. But at least you'd given it a chance. If you've liked it, maybe if you collect CD's you'd want this alongside your collection. I had to get the CD because I though similar of what I thought about the first album. And that was the quality of the riffs and recording. I've much become a fan of this band and I'm looking forward to future releases by them to add to their utmost sense of quality in songwriting. Check it out! (Death8699)


lunedì 3 maggio 2021

Kavrila – Rituals III

#PER CHI AMA: Sludge/Hardcore/Noise
La band di Amburgo chiude il suo cerchio magico con l'uscita della terza opera di una personale trilogia intitolata 'Rituals', I, II e III. A mio parere i tre EP dovrebbero essere ascoltati insieme ed in sequenza temporale, anche se devo ammettere che questo terzo disco è quello più intenso, il meglio riuscito. A stento si riesce a classificare la loro musica e con immenso piacere d'ascolto mi affaccio al loro universo sonoro, un condensato di vari stili che spesso in rete viene imbrigliato, frettolosamente, tra le fila del genere sludge. Nel fantasioso uso delle chitarre che amalgama influenze punk, hard rock e new wave, vi troviamo anche i concetti compositivi dei primi Unwound e un sostrato hardcore alla Coalesce molto evidente. Assieme alle interessanti chitarre e ad un'incalzante presenza ritmica che si trova a suo agio, tra timbriche e costruzioni fantasiose, vicine allo stile dei Fugazi, troviamo un cantato notevole, assai aggressivo ed ossessivo, un attacco sonico di tutto rispetto che mostra una particolare vena d'originalità, devota a certe ruvide cadenze di Helmettiana memoria. Il periodo di riferimento verso la band americana è quello di 'Born Annoying' per quanto riguarda la componente noise, mentre per la tensione contenuta nei brani, il paragone va tra le note di band nervose sullo stile degli RFT, con un'urgenza espressiva drammatica simile ai Treponem Pale di 'Aggravation' nelle parto slow-mid tempo con una predilizione per gli aspetti più nevrotici di certo post punk alla Gang of Four del primo periodo, non di poco conto. Se teniamo conto che il suono non è volutamente così pesante come si usa di solito nello sludge (scelta di produzione vincente sotto tutti i punti di vista), che i brani sono comunque una mazzata nello stomaco dal primo all'ultimo minuto, che vantano una grossa orecchiabilità unita ad un nervosismo latente ed una tendenza al depressivo di moderna scuola black, alla Psychonaut 4, i quattro pezzi di questo 'Rituals III' risultano un collage al fulmicotone di emozioni estreme impressionante. La tensione e l'urgenza espressiva si fanno sentire alla grande, con tutta la potenza necessaria, con un estremismo sonoro controllato e mirato, che rende la band teutonica degna di una credibilità enorme. Un mix sonico che esplora i sentimenti umani dell'angoscia e della rabbia, che difficilmente con una parola si riesce a descrivere. Forse, il modo più giusto per capire il combo tedesco, è quello di osservare le splendide grigie copertine dei loro album, accompagnati dalla loro musica sparata ad alto volume e rigorosamente in solitudine, perchè, per amare opere così introspettive ed estreme, è richiesta un'attenzione particolare. Non siamo di fronte al solito disco sludgecore, hardcore o quant'altro, per ascoltare questo EP serve molta attenzione e un'anima molto ricettiva, il solo inizio, l'evoluzione della composizione ed il grido ripetuto nel finale di "Elysium", il brano che chiude il disco, basta per far capire cosa si nasconde dietro la musica di questo interessante ed originale quartetto. Ascolto consigliato, album splendido. (Bob Stoner)

(Narshardaa Records - 2021)
Voto: 78

https://kavrila.bandcamp.com/album/rituals-iii