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sabato 30 maggio 2020

Darkane - Layers of Lies

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash
Nel 2005 ho avuto la fortuna di recensire uno dei dischi più attesi dell’anno: il comeback discografico degli svedesi Darkane. Dopo l’ultima brillante prova di 'Expanding the Senses', ero davvero curioso di tastare il polso della band scandinava. Un’intro stile Dimmu Borgir apre le danze di 'Layers of Lies', atto quarto del combo capitanato da Andreas Sydow. “Secondary Effects” esplose nelle mie orecchie con il suo incredibile e riconoscibile marchio di fabbrica “made in Sweden”. Si, erano tornati, e com’era lecito aspettarsi lo fecero con grande stile e personalità. Senza seguire una sorta di "commercializzazione", come successo in 'Figure Number Five' degli amici Soilwork, i Darkane continuando sulla scia dei precedenti lavori, sono tornati a picchiare e a farlo duramente. Hanno rabbia da vendere e la si può percepire nelle note di “Godforsaken Universe”, “Organic Canvas” e “The Creation Insane”, dove il five-piece scandinavo mostra tutto il proprio lato più thrashy, quello legato ai lavori passati 'Rusted Angel' ed 'Insanity'. Brani come “Vision of Degradation”, “Contaminated” e la stessa title track si muovono invece su coordinate stilistiche più vicine a 'Expanding the Senses'. La voce di Andreas, con quel suo modo di cantare arrabbiato vicino a Devin Townsend, è notevolmente migliorata e riesce a muoversi su una più ampia gamma vocale; le chitarre soliste s’intrecciano in interessanti trame melodiche mentre le ritmiche giocano su funambolici cambi di tempo, break e controbreak da brivido, sulla scia dei maestri Meshuggah. La title track, che si apre con un arpeggio per poi scoppiare in un grido di denuncia, è caratterizzata da momenti di velata malinconia e termina con un ottimo breve assolo. La già citata “Godforsaken Universe”, la mia traccia preferita, irrompe selvaggia con la sua ritmica violentissima (favoloso Peter Wildoer dietro le pelli) su cui si stagliano le urla di Mr. Sydow, per poi concludersi con i killer solos dei due axemen, Klas e Christopher. Se avete apprezzato 'Expanding the Senses' non potete non apprezzare il cui presente 'Layer of Lies', un disco intenso e solido firmato Darkane. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2005)
Voto: 80

https://www.facebook.com/darkane

The Aerium - Song for the Dead King

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Symph Metal/Gothic, Epica, Nightwish
Gli Aerium sono un quintetto proveniente dalla gelida Russia nato nel 2001 dalle ceneri di un progetto chiamato Version. Dopo la solita trafila di demo (di cui tre brani inclusi nel presente lavoro), i nostri hanno siglato nel 2004 un contratto con la greca Black Lotus Records registrando questo 'Song for the Dead King'. L’intento della band era di suonare un symphonic heavy/power metal (così cita la casa discografica, mah!) sulla scia dei ben più famosi colleghi Nightwish ed Epica. Il risultato? Beh, direi che lascia un po’ perplessi: la proposta, come spesso accade, non brilla certo di luce propria; la voce della bella Veronika Sevostjanova cerca di imitare quella della ben più preparata collega finlandese anche se il suo approccio sembra essere ancor più lirico e pomposo. La musica poi viaggia sempre sulla falsa riga di quella dei gruppi succitati, direi in modo più semplice e meno aggressivo, anche se tuttavia in alcuni momenti le strane melodie, forse derivanti dalla tradizione folkloristico-popolare russa, riescono a rendere il risultato un po’ più interessante. Nota dolente ahimè è la voce maschile che fortunatamente fa capolino assai di rado, con un gracchiato parecchio ridicolo. Accattivanti invece sono delle accelerazioni ritmiche che potrebbero conferire al prodotto della label greca anche un motivo d’ascolto o addirittura d’acquisto, su questo si rifletta un po' di più. Alla lunga però il risultato stanca; al termine dell’ascolto, la voce troppo operistica della cantante diventa infatti quasi intollerabile. Se siete dei fan di Nightwish e avete bisogno di compensare le vostre orecchie con qualcosa di nuovo sui generis, beh allora questi The Aerium potrebbero fare per voi, altrimenti lasciate perdere e continuate a gustarvi gli originali. (Francesco Scarci)


(Black Lotus Records - 2004)
Voto: 56

https://vk.com/theaerium

Wojtek - Hymn for the Leftovers

#PER CHI AMA: Sludge/Hardcore, Converge
Formatisi solo un anno fa (era infatti maggio 2019 quando i cinque musicisti si ritrovavano in quel di Padova) ma con già due EP alle spalle, i Wojtek ci presentano l'ultimo e appena sfornato, 'Hymn for the Leftovers'. La band patavina, forte delle esperienze dei suoi singoli musicisti in altre corrosive realtà underground, rilascia cinque mefitiche tracce che si aprono con le urla dal profondo della brutale "Honestly", di certo un bel biglietto da visita in fatto di ferocia da parte della caustica band veneta. Detto delle urla iniziali e del lungo rumore in sottofondo che ci accompagna per quasi tre minuti, la band inizia a srotolare il proprio sound abrasivo con un riffing lutulento ma decisamente sporco, che chiama in causa i Converge in una loro versione a rallentatore, soprattutto quando i nostri mettono da parte il drumming e si affidano quasi completamente alle voci taglienti di Mattia Zambon e alle chitarre del duo formato da Riccardo Zulato e Morgan Zambon. Finalmente però sul finale, ecco un accenno di melodia, con la linea di chitarra che assume toni vagamente malinconici. Il basso di Simone Carraro apre poi la seconda "Curse", con il drumming di Enrico Babolin che va ad accostarsi da li a poco, e poi via via gli altri strumenti in una song dall'incedere lento e maligno, che sembra non promettere nulla di buono se non asprezze e spigolature sonore di un certo livello, non proprio cosi facili da assorbire, se non quando il quintetto italico ne agevola l'ascolto con una linea melodica in sottofondo, dai tratti comunque alquanto inquietanti. E proprio in questi frangenti che la proposta dei Wojtek (il cui moniker deriva dall'orso bruno siriano adottato dai soldati dell'artiglieria polacca durante la Seconda Guerra Mondiale) acquisisce maggiore accessibilità e fruibilità, altrimenti le cinque tracce diventerebbero un'insormontabile montagna da scalare. Anche quando parte "Crawling" infatti, l'inquietudine regna sovrana nel drumming schizoide del five-piece padovano poi, complici un paio di break ben assestati ed un rallentamento più ragionato, l'asperità insita nel sound dei Wojtek trova una maggior scorrevolezza in un sound altrimenti davvero ostile, come accade ad esempio nella parte centrale di questa stessa track, prima dell'ennesimo cambio di tempo a mitigarne la ferocia. Ancora il basso tonante di Simone e la sinistra ma nervosa batteria di Enrico ad aprire "Striving", un brano che si muove in territori mid-tempo, lenti ma questa volta pregni di groove a mostrarci un'altra faccia della band che, non vorrei dire un'eresia, in questa song mi ha evocato un che dei Cavalera Conspiracy. Più post-punk oriented invece la conclusiva "Empty Veins" che ci racconta da dove i nostri sono nati e cresciuti, accostando al punk anche la sua degenerazione hardcore. Lo screaming lacerante di Mattia lascia andare tutto il suo dissapore sopra una ritmica costantemente disagiata che trova anche modo di lanciarsi in una sgaloppata al limite del post-black, che si alterna con rallentamenti che spezzano intelligentemente la brutalità in cui i nostri spesso e volentieri rischiano di incorrere. Alla fine 'Hymn for the Leftovers' è un'uscita interessante, ma a mio ancora con la classica etichetta "Parental Advisory: Handle with Care", il rischio di farsi esplodere in mano questa bomba potrebbe rivelarsi letale. (Francesco Scarci)

(Violence in the Veins/Teschio Records - 2020)
Voto: 69

https://wojtek3522.bandcamp.com/album/hymn-for-the-leftovers

Quietus - Chaos is Order Yet Undeciphered

#PER CHI AMA: Post-hardcore/Math-rock/Screamo
La Francia è ormai la vera fucina della musica estrema europea, con buona pace degli antichi pregiudizi: oltre alle certezze rappresentate da Blut Aus Nord, Celeste, Gojira, Deathspell Omega e Alcest, la scena d’Oltralpe continua ad offrire al pubblico novità interessanti come le stravaganze sonore di Ni e Igorrr. Anche il comparto hardcore transalpino non manca mai di confermare la sua vitalità, ed è proprio in questo filone che dal 2017 sguazzano i Quietus, gruppo in realtà molto attento a non fornire punti di riferimento ben precisi e votato alla contaminazione di stili. In 'Chaos is Order Yet Undeciphered' possiamo apprezzare il concentrato di screamo, mathcore e sonorità post-un po’ di tutto di questi quattro ragazzi di Charleville-Mézières, un miscuglio che a parole potrebbe far sorgere qualche perplessità, tuttavia il titolo scelto per l’opera ben rappresenta il suo contenuto. “Modern Rome” ci presenta un tripudio di ritmiche nervose, tempi storti e distorsioni ombrose a cavallo tra i primi Celeste e i Botch, il tutto però ben bilanciato da quegli intermezzi malinconici che è possibile riscontrare in band come i Touché Amoré. Ciò che propongono i Quietus è infatti un caos organizzato, dove ogni destrutturazione e ogni brusco cambio di tempo o dinamica contribuisce a dipingere un quadro dalle tinte estremamente fosche che fa da sfondo ai testi incentrati sulla critica dei costumi moderni e la decadenza morale. Le trame convulse di pezzi come “Jonny Crevé” e “Intrication Quantique” non a caso evocano immagini di claustrofobici paesaggi urbani e un senso di alienazione, con le sezioni più melodiche ed introspettive strategicamente posizionate in modo da offrire una via di fuga dall’incubo e spunti di riflessione sui nostri stili di vita asfissianti. 'Chaos is Order Yet Undeciphered' risulta tagliente e diretto come solo un album screamo può esserlo, e, malgrado si avverta una certa ripetitività di soluzioni, scorre fluido dall’inizio alla fine coinvolgendo l’ascoltatore nei suoi labirinti sonori. Stiamo parlando di un disco di esordio e le potenzialità per emergere in patria e all’estero ci sono tutte. Quietus, avanti così. (Shadowsofthesun)

(Urgence Disk/Wrong Hole Records/La Plaque Tournante/Itawak/I Dischi Del Minollo/Sleepy Dog Records - 2020)
Voto: 72

https://quietus.bandcamp.com/

Antipope - Apostle Of Infinite Triumph

#PER CHI AMA: Black/Heavy/Industrial
Siamo arrivati addirittura al quinto album di questi finlandesi Antipope per renderci conto della loro esistenza, questo a significare ancora una volta che là fuori c'è uno sconfinato mondo di cui noi conosciamo verosimilmente un 10%. E finalmente eccomi, faccia a faccia con questo quartetto originario di Oulu, una cittadina in cui ho speso alcuni giorni e in cui, a parte bere e suonare, non c'è altro da fare. Qui nascono le velleità di questo ennesimo combo finnico, che propone in 'Apostle Of Infinite Triumph', un'interessante commistione tra un black metal assai tecnico, heavy metal e una spruzzatina di industrial, cosa che deve aver catturato per forza l'attenzione della Fertile Crescent Productions. "Harbinger of Dawn" è la prova di questo stravagante mix che, a parte un attacco prog black, si assesta poi su un industrial ricco in fatto di groove grazie a delle chitarre che ammiccano al melo death finlandese, mentre il growling del frontman vuole farsi amico il cantante dei Rammstein. Con "Natural Born Heretic" ci si lancia invece in un violento turbinio ritmico, tanto frastagliato a livello di drumming quanto più lineare a livello delle chitarre che ricalcano i dettami dell'heavy metal ma anche quelli più etnici degli Amorphis, in una song completata poi da arrangiamenti orchestrali che ne aumentano la complessità compositiva. Anche la voce stessa di Mikko Myllykangas qui assume sembianze differente, tra voci pulite, roche ed effettate. Devo ammettere che la proposta dell'ensemble non mi è assolutamente indifferente, anzi più vado avanti nell'ascolto e più mi faccio coinvolgere da un sound fresco e potente, ma anche a tratti ammorbante. È il caso di "Intoxicating Darkness", più oscura e venata di una certa aura gothic-doom, che ci regala un'ulteriore versione degli Antipope, il cui moniker (cosi come pure l'obbrobrioso artwork del cd), lasciatemi dire, non calza proprio a pennello con la proposta musicale della band. A parte queste raffinatezze, la song prosegue nel suo incedere atmosferico e darkeggiante, scomodando anche i Fields of the Nephilim nel suo ventaglio di influenze, segno che non ci siano evidenti confini, e questo è un bene, nella musica dei nostri. La title track prosegue nel sottolineare le qualità della compagine nordica, con una sezione ritmica corposa (merito del drumming) ed un cantato che qui prende completamente le distanze da estremismi sonori, essendo molto più vicino a gente stile Running Wild o Crematory. La song risulta comunque assolutamente piacevole anche nella sua porzione solistica che a questo punto, avvicina maggiormente la band all'heavy metal piuttosto che a quel black prog imbastito nelle note iniziali, il che mi disorienta un attimo, soprattutto nell'ottica di dove collocare esattamente un'uscita come questa e soprattutto a chi consigliarla. Pertanto, meglio andare avanti e capire cosa le restanti tracce hanno da dirci. "Red Goddess" parte in sordina, ma poi si affida ad una roboante cavalcata per ricondurci in territori viranti verso il death gothic. La song non entusiasma come le precedenti, fatta eccezione per la coda solistica e l'arrembante attacco black che chiude il pezzo. "Venereal Ritual for Dispersion and Reintegration of the Soul" è più ubriacante per quel giro riff in apertura, anche se il blast beat affidato alla batteria ci riporta ancora una volta in territori più estremi. Ma la capacità del combo scandinavo sta nell'alternare generi cosi distonici tra loro in pochi secondi e quindi black, gothic, dark, thrash, folk, heavy e industrial si fondono tutti insieme in un crogiulo di generi e suoni. "Serpent of Old" ha ancora voglia di ubriacarci con delle chitarre frenetiche anche se l'effetto sorpresa sembra vada affievolirsi e la song perda un po' in interesse, sebbene a livello tecnico, la band confermi le sue eccelse qualità, soprattutto quando l'axeman sciorina l'ultimo interessante assolo. L'ultima traccia è affidata alla più lunga composizione del lotto, "0=2" che supera abbondantemente i sette minuti, con un sound più compassato e stanco, un mid-tempo che segna l'evidente calo dei nostri sulla lunga distanza. Peccato, ma fisiologicamente ci stava, forse era meglio collocarla a metà strada, giusto per concederci il tempo di rifiatare. Pur non essendo una song brillantissima, complice anche un finale estremamente atmosferico, non intacca assolutamente la mia valutazione di un disco, 'Apostle Of Infinite Triumph', che correrà il rischio di piacere a tanti, trovando ahimè anche una frangia che attaccherà la band per eccessivo "paraculismo", di cui francamente me ne fregherei alla grande. (Francesco Scarci)

(Fertile Crescent Productions - 2020)
Voto: 74

https://antipope.bandcamp.com/album/apostle-of-infinite-joy

The Pit Tips

Francesco Scarci

Exgenesis - Solve Et Coagula
Degraey - Reveries
Together to the Stars - As We Wither

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Shadowsofthesun

...And Oceans - Cosmic World Mother
Dead Can Dance - Anastasis
Enslaved - Monumension
 
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Alain González Artola


Vader - Solitude in Madness
Winterfylleth - The Reckoning Dawn
Beleriand - Far Over Wood and Mountain Tall

venerdì 29 maggio 2020

Yune - Agog

#PER CHI AMA: Indie Rock
Debut album in casa Yune (la Dea del Caos nel videogioco giapponese Fire Emblem, chissà se sia questo il riferimento), ensemble danese dedito ad un indie alternative rock. Questo almeno quanto si evince dalla opening track di 'Agog', intitolata "Ørkensangen", song melliflua che ci dice di metterci rilassati e farci cullare dalle atmosfere gentili che permeano la track. Soft è la ritmica, affidata ai docili tocchi di basso e flebile chitarra, accompagnati qui da synth e archi, ma soprattutto soft la voce calda del suo frontman, Tobias Sachse. Che il basso sia lo strumento portante dei nostri ce lo conferma anche la successiva "Odd One Out" (primo single, il cui video è stato girato in Marocco), un'esperienza meditativa in cui immergersi ampiamente e lasciarsi trasportare dal morbido refrain dei nostri, in una sorta di rivisitazione dei Radiohead più cerebrali. Cool. "Low" (il secondo singolo) guarda a sonorità decisamente più pop rock primi anni '90 (Talk Talk), sicuramente intimiste, in cui fermarsi a riflettere sul significato delle cose e degli eventi. Sicuramente non un ascolto complicato, complicato è semmai relazionarsi con i pensieri che da esso scaturiscono. Lo stesso dicasi per "Part 2", che con le sue dissonanze soniche sembra acquisire più un valore onirico e trascendentale. Non è un ascolto facile quello di 'Agog' e non tanto per il fatto che la musica qui contenuta sia difficile da ascoltare, è più per una questione meramente emotiva, le song smuovono infatti emozioni mai positive, sussulti, incanalano malinconie, evidenziano ombre nell'anima e nella mente, palesano fragilità interiori ("Maple") grazie ad un sound cosi melancolico che guarda allo shoegaze, alla psichedelia, all'elettronica, in un crescendo di intensità man mano che si procede nel suo ascolto, con il disco che sembra direttamente pulsare nei nostri petti al ritmo del cuore. In "Running Down The Hourglass" abbiamo il primo cambio di frequenze, con un sound meno decadente e più votato alla positività, forse per questo l'ho apprezzato meno, perchè meno in linea con gli altri brani del cd. Molto meglio infatti "Unna", in cui il mood nostalgico degli esordi trova punti di contatto con il post rock, crescendo sul finire in intensità elettrica, quasi una novità per i nostri. Le peculiari personalità dei cinque musicisti (un dottore, un idraulico, uno psichico, un comunista e un cane) si ricompongono e fondono ancora nel flusso ipnotico delle rimanenti tracce, la sexy "Copy of You", la pulsante "Gold" ed infine, nella più instabile e sperimentale "Far Gone", che sancisce le interessanti qualità di questi cinque ragazzi di Copenaghen, da tener assolutamente sott'occhio in ottica futura. (Francesco Scarci)

(Crunchy Frog Recordings - 2020)
Voto: 73

https://yune.bandcamp.com/album/agog-pre-order

domenica 24 maggio 2020

Esoctrilihum - Eternity of Shaog

#FOR FANS OF: Experimental Black Metal
Esoctrilihum is one of those obscure solo-projects where it is hard to find any information. We even don´t know when it was created, though the debut album was released only in 2017, so we can assume that it is a rather new project. Anyway, these last three years have been more than enough for this interesting solo project, created by Asthâghul, to release the impressive amount of five albums. Some may think that this amount isn´t that outstanding speaking about a one man band, especially if we take into account that the musician behind this project, seems to be sorely focused on this band, but Esoctrilihum’s has nothing to do with those simplistic and quite repetitive black metal projects. Moreover, I can safely say that this project´s music has a respectable amount of complexity and hours of work as the songs are long, varied and contain full of different details. In the debut album entitled ‘Mystic Echo from a Funeral Dimension’, Esoctrilihum played an occult black metal with strong atmospheric influences, where the compositions were convoluted and demanding. I personally enjoyed that album quite a lot and I tried to follow his next works. The subsequent albums showed a more experimental and even more complex side of this project, though this interest to experiment was already present in its first release. At any rate, the following works sounded more and more bizarre at times. Because of this and though I always respected Asthâghul`s very personal musical vision, I found the following albums as quite difficult works to enjoy.

When I read that Esoctrilihum was back with a new album entitled ‘Eternity of Shaog’, I was obviously curious to see what this new project could offer this time. As expected, this band´s music is not the easiest one to be digested and requires some adequate listenings to be fully understood. In any case, ‘Eternity of Shaog’ shows an interesting mixture of this already trademark experimentation and bizarre instinct, with some atmospheric and even epic touches, which irremediably remind me the debut album. For example, the second track entitled "Exh-Enî Söph (1st Passage: Exiled from Sanity)", successfully mixes those guitar riffs, which have a slight tendency to be experimental and the bizarre vocals, with some majestic keys and acoustic guitars. The mastermind manages to do it in a way, that it lets the song sounds majestic, yet unique in its nature. As it has been traditional with Esoctrilihum, the song is rich and varied in its structure, it continuously changes its pace and textures as it progresses during its almost nine minutes length. The subsequent track "Thritônh (2nd Passage: The Colour of Death)", shows a more aggressive face of the project and also a more prominent experimentation. It includes some intricated riffs and again the acoustic-esque guitars, which this time sound more experimental and tenebrous. As an addition, it includes a violin, a classic instrument that in Asthâghul’s hands even increases this feeling of experimentation and chaotic outlandishness. What I particularly found interesting in these tracks, and in general in the whole album listening experience, is how Esoctrilihum combines the complexity and extravagance with the atmospheric and even beauteous melodies, without breaking this basic nexus which every composition should have. As I already mentioned, Asthâghul integrates in a very interesting way the keys and the classic instruments like the piano or the violin, with the former one giving the stronger atmospheric touch, and the classic one playing in a more experimental way. The interesting use of these instruments fits perfectly well with the occult and chaotic spirit of Escotrilihum’s songs. Another highlight of the album is the track "Namhera (7th Passage: Blasphemy of Ephereàs)", with a super powerful pace and excellent guitars. But the strongest aspects of this song are the vocals performance and the key arrangements. The vocals have an interesting combination of aggressive vocals and enigmatic cleans voices, which sound in the background. On the other hand, the keys are even bombastic this time, making this song be the most epic one of this album.

In conclusion, Esoctrilihum managed a particularly interesting balance between its black metal roots and its experimental and bizarre tendency, forging an album which navigates between both sides and successfully reaches an equilibrium. This is by no means an easy album and it requires patience and careful listenings in order to enjoy this weird musical proposal. If the listener can do it, the album will be a very interesting musical experience for the most demanding fans of this occult and extreme form of metal. (Alain González Artola)


Smokemaster - S/t

#PER CHI AMA: Psych Rock
Gli Smokemaster arrivano dalla Germania, più precisamente da Colonia, con l’evidente missione di rendere felici tutti gli amanti del rock psichedelico e delle sonorità valvolari. Diciamolo subito: la passione per questo genere sembra davvero intramontabile, malgrado sia impossibile negare che il filone, sfruttato da un’infinità di formazioni provenienti da ogni parte del globo, abbia ormai esaurito la sua capacità di offrire materiale innovativo o, quantomeno, che non guardi costantemente al passato. Questi cinque ragazzi teutonici ne sono evidentemente coscienti e hanno costruito ciò che si rivela senza mezze misure un disco per nostalgici: si passa dal pezzo strumentale in stile My Sleeping Karma (per altro connazionali) “Solar Flares”, che ci stuzzica con le sue suggestioni kraut-rock, allo stoner-blues scuola Orange Goblin di “Trippin’ Blues”, mentre la lunga “Ear of the Universe” pesca a piene mani dall’hard-rock anni settanta, con tanto di organo hammond d’ordinanza e persino un’armonica ad enfatizzare il gusto retrò. Il lato B dell’album ripercorre grosso modo l’andazzo del precedente con l’aggiunta dell’escursione country di “Sunrise in the Canyon”; a spiccare sono però “Astronaut of Love”, brano mosso dal pulsante giro di basso e genuinamente stoner-rock, e “Astral Traveller”, divertente cavalcata psichedelica dalle intriganti ritmiche di batteria, infiniti solo di chitarra e liquidi effetti elettronici che si disperdono nell’etere. 'Smokemaster' è un ascolto piacevole e un ottimo compagno tanto per eventuali trip verso l’ignoto quanto per le lunghe e non sempre facili giornate che stanno caratterizzando il periodo del suo rilascio. È però un disco che si mantiene ostinatamente nella sicura ombra di opere del passato e rivolto ad una platea ben precisa, mentre per lasciare il segno occorrerebbe qualcosa di più. (Shadowsofthesun)

(Tonzonen Records - 2020)
Voto: 61

https://smokemaster.bandcamp.com/

VV. AA. - Solar Flare Records

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Noise
Un'altra compilation nelle mie mani questo mese, devo essere stato davvero cattivo negli ultimi tempi. Autori del misfatto questa volta i francesi della Solar Flar Records (supportata dalla Atypeek Music), che raccolgono qui 10 band del loro roster per testimoniare quanto portato avanti sin qui dall'etichetta e quanto dovrebbe prospettarsi roseo il futuro. Il cd si apre con il caustico refrain noise/post-hardcore degli statunitensi Pigs e della loro "Give It", estratta dall'album del 2012, 'You Ruin Everything'. Questo per dire che le tracce non sono proprio recentissime. I nostri torneranno più avanti con una più ritmata e convincente "The Life in Pink". Dei Sofy Major credo abbiamo abbondantemente parlato su queste stesse pagine, mentre non abbiamo mai avuto l'opportunità di saggiare il sound melmoso, schizzato e super fuzzato dei francesi Pord che, con "Staring Into Space", ci riportano al 2014: interessanti ma difficili da digerire senza un bel malox a supporto. Continuiamo col super ribassato sound dei Watertank e della loro "Pro Cooks", una combinazione di doom, noise e post-hc con voci molto (troppo) ruffiane, che mal si conciliano con i miei gusti, confermato anche dalla seconda "DCVR". Ancora chitarre sporche, voci abrasive e atmosfere psichedelicamente distorte con i Bardus, ma potete capire come sia difficile fare valutazioni sulla base di un pezzo, niente male comunque. Gli American Heritage fanno un punk hardcore inverinato che nelle due schegge a disposizione mostrano la verve abrasiva della band. I Fashion Week, per quanto fautori di un sound a tratti intrigante, alla fine non mi fanno proprio impazzire con il loro post grunge di scuola Smashing Pumpkins. Più strani i The Great Sabatini, con un punk noise hardcore all'inizio fastidioso, molto più interessante invece nelle linee più sludge della loro proposta. Ultima menzione per i Carne e "1000 Beers", estratta da 'Ville Morgue' (2013) che mette in mostra un post-hardcore dissonante che sembra ricongiungersi virtualmente al black destrutturato dei compaesani Deathspell Omega. In chiusura gli Stuntman e il loro devastante e irriverente hardcore, la forma più brutale di questo concentrato nerboruto di suoni tremendamente sporchi. (Francesco Scarci)

(Solar Flare Records/Atypeek Music - 2020)
Voto: S.V.

https://www.facebook.com/solarflarerecords

venerdì 22 maggio 2020

Meanwhile Project Ltd - Marseille

#PER CHI AMA: Alternative/Indie Rock
Sono passati alcuni anni dal precedente album del duo tedesco, molti live set ed esperienze umane che hanno portato i Meanwhile Project Ltd ad una maturazione più che compiuta, una sorta di rinascita artistica con numerosi spunti musicali presi in prestito da molteplici fonti sonore, tante idee per composizioni creative e colorate. Tanta è la qualità espressa in questa manciata di canzoni dai mille volti, raccolte assieme da un unico comune denominatore, l'indie rock in tutte le sue forme. A dire il vero, dentro questa scatola musicale ci troviamo di tutto, dall'alt country di "Marseille", che dona il titolo anche all'album, all'indie rock alla Deus del singolo "Selina", sorretto da atmosfere acide e luccicanti, e un sound imprevedibile e suggestivo, ai confini temporali con gli anni '70, capitanato da una malinconica marcetta di memoria doorsiana, e ancora che dire della splendida "Idols Shaking Hands". Lo spettacolo continua con "Insect Boy" che rincorre le romantiche e tempestose teorie canore del miglior Neil Young mixate ad una vena psichedelica astratta in puro stile Mercury Rev (incredibile la somiglianza vocale con Donahue e Young in questo brano). "Lost on Demand" ed "Emigrant" toccano il lato sentimentale ove sale in cattedra una certa ammirazione per il folk, complesso e raffinato, del miglior Nick Drake, con quell'arrangiamento fiabesco che esalta il lavoro in sottofondo fatto dagli ospiti/amici della Subway Jazz Orchestra che da questo punto del disco diventano veramente indispensabili al sound dei nostri. Il sax sospeso di "Tired Boy" e l'ombra del dark jazz di "Golden Sunrise" esaltano il suono e lo espandono in profondità ed espressività portandolo fuori dal tempo, costruendo una forma canzone originalissima e poco accostabile ad altre realtà. "Seventyheight" è un cortocircuito notturno che con le sue arie, ricorda le atmosfere rarefatte, delle composizioni dei Fleet Foxes, mentre la conclusiva "Ghost With a Toy" ci avvia alla fine del viaggio, rimarcando quel tocco di malinconia eterea che avvolge l'intero album. La premiata ditta Marcus Adam & Marcell Birreck ha sfornato un gioiellino tutto da ascoltare, valorizzato da un suono avvolgente, raffinato, un disco ragionato e ispirato, suonato, cantato e composto con grande maestria. Un grande disco di indie rock e finalmente, possiamo dire che il pop è diventato adulto. Ottimo lavoro! (Bob Stoner)

Daven - Frontiers

#PER CHI AMA: Prog Death
Premesso che è meglio sorvolare sulla banalità di un artwork di questo tipo, vi confermo che è molto meglio concentrarsi sulla musica della one-man-band statunitense. 'Frontiers' è il titolo dell'ultimo arrivato in casa Daven, un'artista che può vantare nella sua discografia ben sette EP, tra cui quello di oggi. Il genere proposto dal mastermind di Columbia in Missouri, è un colorito e particolare black death che si apre sulle note soffuse dei synth di "Hostile Life" che fungono un po' da intro apripista ad una traccia ben più complessa e strutturata, che ha il merito di svelarsi in modo sinistro. Dopo i synth d'apertura, ecco infatti un riff compatto e marziale, sul cui sfondo si alternano differenti spoken words che sembrano preparare il terreno all'arrivo di un sound che si rivelerà ben calibrato e ritmato, ove il cantato mostri finalmente la sua anima growl. Il pezzo si muove poi su un mid-tempo costruito da un rifferama di scuola meshuggahiana con in background leggiadre keys che costruiscono interessanti trame atmosferiche. Il risultato è alla fine piacevole, ma non ne dubitavo da uno che suonare in band (tra ex e attuali, ne vanta ben 12) ne fa verosimilmente lo scopo di vita. La seconda "Ship of Destiny"si muove invece tra un viking black e il death, non mostrando chissà quale grande inventiva ma suonando in realtà in modo semplice e pulito, con una buona vena melodica che dal break acustico di metà brano in poi, e pur mettendo in luce i punti deboli del musicista americano, ne evidenzia anche i punti di forza. "RD/RN" sembra un brano uscito da una qualche band prog rock anni '70, il che mi lascia alquanto spiazzato visto che sembra completamente scollegato da quanto ascoltato sin qui. Anche a livello vocale si assiste ad una vera trasmutazione del vocalist che qui canta un po' stile Alice Cooper. E arriviamo alla title track, una song che esibisce le influenze folk rock dello stato da cui proviene Mr. Daven, e in cui il duetto chitarra acustica e pianoforte, hanno un forte impatto strumentale. Poi il chitarrone elettrico, scuola Devin Townsend, viene in supporto, tessendo una buona trama chitarristica progressive, il tutto rigorosamente in chiave strumentale che non mi svela alla fine granchè di questo artista nord americano, avendomi mostrato in quattro tracce, quattro anime quasi del tutto differenti. Da tenere comunque monitorato, per capire dove Daven andrà a parare nell'immediato futuro. (Francesco Scarci)

Dead Prophet - Sounds of Enlightenment

#PER CHI AMA: Death/Grind
Ep di debutto per questa non troppo giovane band: formatisi infatti nel 2011 a Nowy Sącz in Polonia, dopo tre anni di attività, i Dead Prophet si prendono una pausa di altri 36 mesi fino al 2017, quando il trio ritorna in sella e si mette a registrare questo 'Sounds of Enlightenment'. Cinque pezzi di una ferocia inaudita che confermano come la terra di Behemoth, Vader e Antigama, sia luogo ideale dove sprigionare la furia di un terremoto. Fatta eccezione per l'intro, il lavoro è infatti uno schizofrenico dipinto di suoni techno death/grind che s'innescano da "Unexpected Suffering" e arrivano alla conclusiva "Mutilated Waltz", danzando sull'ubriancante vortice di un brutal death senza compromessi, con chitarre sparate alla velocità della luce e una voce caustica dietro al microfono. I nostri non solo divampano la loro energia con sfuriate death grind, ma si confermano abili giocolieri quando tirano il freno a mano per il classico testa coda e il rallentamento è li, dietro l'angolo, pronto subitamente a ripartire. Interessante la terza "Renunciacion of God" che a livello atmosferico (ridotto al lumicino sia chiaro) mi ha evocato i Nocturnus di 'Thresholds', mentre le ritmiche successivamente fanno l'occhiolino ai Morbid Angel più incazzati. E la gragnola di colpi prosegue anche sotto il martellare senza tregua di "Flakka", a confermare le qualità disumane del drummer polacco. Insomma 'Sounds of Enlightenment' è un biglietto da visita interessante per chi ama vedere il proprio naso grondare dai pugni ficcanti di band extreme death. (Francesco Scarci)



domenica 17 maggio 2020

Sole Perfundi - Car ils Seront Comme de la Cendre

#PER CHI AMA: Black, Burzum
La scena estrema francese continua a fare incetta di nuove promesse. Gli ultimi arrivati sono i Sole Perfundi, one-man-band di Tolosa, capitanata però da quel M.S che qui nel Pozzo si è già fatto vedere con l'altra sua creatura, gli Heir. La proposta della band di quest'oggi è all'insegna di un black caustico dai comunque forti connotati atmosferici, forti di un utilizzo spettrale delle tastiere in sottofondo. La voce del frontman, che pare provenire dalle viscere dell'Inferno, completano il quadro di una song che fa di un unico riff glaciale il suo punto di forza. Questa ridondanza ritmica finisce per stordire, quasi terrorizzare l'ascoltatore, soprattutto laddove il sound rallenta quasi a fermarsi in un enigmatico, rarefatto e dilatato momento di delirio corale, in cui oltre a stralunati arpeggi di chitarra, si presentano salmodianti cori esoterici. Questa era "Sol Justitiæ", l'opening track, mentre la seconda "Sole Perfundi" riprende con un black mid-tempo dalle tinte burzumiane, periodo 'Hvis Lyset Tar Oss'. Ancora un unico riff, su cui si agganciano semplici ma efficacissimi tocchi di tastiera, ed uno screaming crudo che si colloca alla perfezione in questo paesaggio di sconfinata desolazione, dove potersi perdere con la propria anima condannata alla dannazione eterna. L'ultimo scroscio post-punk sigilla alla grande un lavoro ancora interlocutorio, ma che se sviluppato intelligentemente, potrà regalare interessanti prospettive future. (Francesco Scarci)

Jake Howsam Lowe - Oh Earth

#PER CHI AMA: Math/Djent strumentale
Dura ahimè solo una quindicina di minuti l'EP dell'australiano Jake Howsam Lowe, chitarrista dei The Helix Nebula e live-session dei Plini. Il musicista di Sydney è un funambolo della chitarra e la title track di questo 'Oh Earth', posta in apertura, me lo conferma, soprattutto perchè per una volta tanto riesco a concentrarmi molto di più sulla musica che sull'assenza di un vocalist. E quindi mi lascio trasportare dai giochi matematici diretti dalla magica chitarra di Jake che si lancia anche in furiose ritmiche che guardiano sia a Between the Buried and Me che ai Fallujah. Il gioco prosegue anche nella seconda brevissima "Breath", in cui il mastermind incanala tutta la sua energia in un caleidoscopico e ubriacante lavoro ritmico, lanciato davvero a tutta velocità, non una velocità fine a se stessa, nemmeno uno sterile esercizio di stile, ma con un tentativo volto a trasmettere delle emozioni attraverso un flusso quasi isterico di note che trova pace nella quiete solitaria del basso fluttuante (opera del jazzista australiano Callum Eggins) di "Another World". Una pausa per tornare più roboanti e isterici che mai in "Caverns", dove fa la sua comparsa un altro ospite alla chitarra, Stephen Taranto dei The Helix Nebula. E allora immaginate quanto ascoltato sinora sia sdoppiato in un duplice gioco di chitarre, una sorta di guardia e ladri tra due eroi dell'ascia, tra salite e ripide discese che sfociano nell'ultima "Refuge". Qui la terza e la quarta ospitata, carramba, con I Built The Sky
 responsabile del primo assolo e Jake Willson del secondo inebriante solo che chiude con eleganza un lavoro che funge da invitante antipasto per una release più lunga e strutturata. (Francesco Scarci)

Forelunar - Sonorous Colours of Dolour

#PER CHI AMA: Post-Black
Che rabbia quando gli album interessanti rimangono relegati a semplice disco digitale, l'impressione è che scivolino nel dimenticatoio assai più velocemente. Questo è quanto accade a 'Sonorous Colours of Dolour', disco di debutto della one-man-band iraniana Forelunar, il cui mastermind è anche mente di altri progetti altrettanto interessanti del sottobosco, quali Erancnoir, Etheraldine ed Forestionist, tanto per citare i principali. La proposta dei Forelunar è per il sottoscritto un toccasana quando sento la necessità di immergermi in sonorità decadenti, malinconiche ma che comunque mantengono intatto lo spirito battagliero del post-black senza rinunciare però alla poesia e al romanticismo che un genere cosi estremo avrebbe comunque da offrire. A dir poco splendide le melodie dell'iniziale "Epicede" che si muove tra accelerazioni black e un molto più ampio e variegato paesaggio atmosferico, quasi dilaniante da un punto di vista emotivo per le sue melodie cosi fortemente autunnali. Questo album lo vorrei in un formato fisico, lo vorrei toccare, annusare, stringerlo nei momenti di difficoltà, captare quali siano i messaggi che il bravo Harpag Karnik vuole trasmetterci attraverso ogni sua singola nota, come quelle elegiache poste nell'incipit di "Ardour" giust'appunto prima che divampi quel tornado ritmico che sembra spazzare via tutte le nubi che offuscano la mente. Lo screaming indecifrabile dà voce solo alla nostre coscienze narrando tutto quello che si muove dentro a noi stessi e che emerge e si infrange nelle note di questa song favolosa, presagio di un altro uragano all'orizzonte, "Dolour". Qui il fragore irrompe fin da subito con quella ritmica che ha le sembianze di una nuvolaglia che avanza veloce insieme al vento, chitarre, blast beat e soffici tastiere che ne ammortizzano il vigore fino ad un improvviso break di pianoforte che, diavolo, trovo inebriante nella sua semplicità espressiva e ci sorregge fino alla conclusiva "Sanguine". L'incipit questa volta affidato allo scroscio dell'acqua, sa molto di quiete dopo la tempesta, ma alla fine mi rendo conto che quest'ultimo pezzo ha un flavour burzumiano, quello della recente èra ambient, che porta a chiudere questo brillante 'Sonorous Colours of Dolour', che auspico sia in grado di trovare chi possa produrlo in formato fisico al più presto. Sarebbe un delitto infatti lasciar cadere nell'oblio un simile gioiello. (Francesco Scarci)

sabato 16 maggio 2020

VV. AA. - 2003-2020

#PER CHI AMA: Garage Rock/Punk
Lo dichiaro immediatamente, non amo le compilation dove sono inserite più band, uno strumento utile solo per le etichette per fare propaganda al proprio roster, noioso per chi come il sottoscritto, deve ascoltare alla rinfusa brani scelti a rappresentare in modo totalmente casuale e poco approfondito, le varie band incluse. Fatte la dovuta premesse, dirò anche che non è assolutamente mia intenzione fare un track by track, non ne avrebbe alcun senso considerato poi che molte delle 28 band incluse in questa carrellata infinita, sono già state recensite su queste stesse pagine con i rispettivi album. La Go Down Records per celebrare i 17 anni di vita (non poteva aspettare i 20, mi domando) ha pensato bene di rilasciare questo lavoro, che si apre col blues rock mellifluo degli Alice Tambourine Lover e con la delicata ugola della sua frontwoman. Poi a ruota, il garage rock degli Ananda Mida con un estratto da 'Cathodnatius', il surf rock dei Diplomatics e il desert rock dei Fatso Jetson. Il comun denominatore lo vedete pure voi, è solo uno, il rock appunto, in ogni sua forma e manifestazione, un genere di cui la Go Down Records ne è assoluta alfiere. E allora nella giostra di questa raccolta non potevano mancare le divagazioni prog jazz de Glincolti o il più robusto stoner degli Humulus. C'è un quantitativo esagerato di musica, tutti pezzi assai brevi per un'ideale abbuffata di musica di facile presa, rock'n roll, di che altro stiamo parlando altrimenti. E allora ecco l'acid rock dei Mother Island, freschi di un nuovo album in uscita (cosi come l'hard rock dei Beesus), il punk-rock dei The Morlocks, per divertirsi in leggerezza in poco meno di tre minuti, la psichedelia dei Vibravoid, o lo sludge dei Jahbulong e ancora, per identificare un mio pezzo preferito, "Raul" dei Maya Mountains, probabilmente la band, più delle altre, in grado di differenziarsi dal marasma sonoro qui contenuto, per un ascolto però alla fine, comunque distratto. Inutile dare un voto ad un simile prodotto, ne avrebbe francamente molto poco senso. Non posso far altro che augurarvi un buon ascolto. (Francesco Scarci)