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| #PER CHI AMA: Neofolk |
Non sono mai stato un devoto degli Xasthur. Posso riconoscere alla creatura di Scott Conner dei meriti, ma in tutta franchezza continuano a non fare per me, nemmeno in questa nuova parabola evolutiva, intitolata 'Open to Misinterpretation', uscita negli ultimi giorni. L'opera si muove in un territorio freddo e desolato dove l'inconfondibile marchio di fabbrica del neofolk acustico s'intreccia a echi molto sommersi di depressive black e a atmosfere lo-fi stridenti, sorretto peraltro da una produzione volutamente spoglia, grezza ed essenziale che mette a nudo l'ossatura chitarristica. L'apertura affidata ai rintocchi stanchi di "Running from Silence" fissa subito le coordinate del disagio con arpeggi acustici dissonanti che trasudano una claustrofobia soffocante, mentre la successiva "Put You Out of Your Misery" allunga il passo su ritmiche ipnotiche, lasciando che il doloroso intreccio delle sei corde racconti una storia di miseria interiore senza via di fuga. Con "Mantras of Delusion" l'ossessione chitarristica del musicista californiano ribadisce il consueto malessere, anche se a questo punto del percorso la prevedibilità del modulo finisce per generare più noia che reale inquietudine. La dolente "Impersonating the Impostors" insiste su un incedere lento e tormentato, in cui ogni stacco acustico vorrebbe amplificare il dramma, ma il susseguirsi di queste note scarne e monocromatiche, finisce solo per conciliare un inevitabile sbadiglio, che mi porta direttamente alla traccia conclusiva, "Death Can Heal", elegia solenne che accompagna l'ascoltatore verso una liberatoria sensazione di gelo finale. 'Open to Misinterpretation' resta un ascolto consigliato esclusivamente ai fedelissimi della band e ai cultori del neofolk più ostico, minimale e disperato, disposti a perdersi per l'ennesima volta nell'abisso di un animo che continua a ripetere ossessivamente il proprio lamento senza mai trovare pace. (Francesco Scarci)
(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 63
















