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domenica 9 dicembre 2018

Tarja - The Shadow Self

#PER CHI AMA: Symphonic Metal, Nightwish
Prevedibile ultrametal si(n)fonico ultratastieroso ("Love to Hate"), ultraserioso al punto da risultare ultraprossimo al comico (la scapigliatura pianistica dell'onanistica "Innocence" post in apertura) con sparute pennellate (o, più precisamente, interi sacchi di vernice) genericamente vintage (potete dilettarvi a individuare purple/rainbow-ismi nella cover di "Supremacy" dei Muse), virate mélo-celtiche con tanto di cornamuse e cumulonembi in lontananza ("The Living End"), reminescenze Nightwish ("The Undertaker") e un'archetipica modulazione tutta finlandese del concetto di ballata ("Diva", forse "Eagle Eye"). Completano il quadro, aderenze in pelle nera, un batterista di grido(lino), quello dei Red Hot Chili Peppers e i consueti gridolini da cristalleria in cocci che non mancheranno di solleticare le generose ghiandole lacrimali di flottiglie di vichinghi provvisti di mani grandi e cuore tenero. Ascoltatelo ad alto volume mentre vi esercitate per i mondiali di lancio del cellulare di Savonlinna. (Alberto Calorosi)

(Sheer Sound - 2016)
Voto: 65

http://tarjaturunen.com/home-tarja/

Sabaton - The Last Stand

#PER CHI AMA: Power Metal
La band svedese che sembra sempre tornata ieri sera dall'Iraq, mette in scena l'ennesima inappuntabile power-frittella alleato-oriented intrisa di enfatiche progressioni, scale veloci, cori eterosessuali e rassicuranti vocioni da trincea, ottimamente calati nella parte ("Rorke's Drift" and many more). Tanto per sollevare un po' di polverone nel battleground, occorre collocare, invero sapientemente, qualche epic-sbraganza in apertura ("Sparta") e no ("The Lost Battalion"), poi alternare sporadici mimetismi prog-metal ("Blood of Bannockburn" con tanto, l'avreste detto, di cornamuse) e AOR/ismi tattici d'oltreoceano ("Hill 3234") o d'oltrebaltico ("Last Dying Breath"). Riguardatevi su youtube il video della band di rock duro, duro, duro chiamata I Budini Molli, dopodiché divertitevi a sentire questo disco coi testi davanti mentre, per qualche ragione che preferite non spiegare a voi stessi, vi immaginate l'emorroico culo mimetico di Joakim Brodén morbidamente adagiato su un puff rosa a forma di labbra. (Alberto Calorosi)

(Nuclear Blast - 2016)
Voto: 65

https://www.sabaton.net/

Steel Panther - Lower the Bar

#PER CHI AMA: Glam Rock
Un cogitabondo approfondimento della introspettiva poetica pattumiera-glam già esaustivamente affrontata nei dischi precedenti. Immagini oniriche ("Then she tried to suck my balls at her wedding reception" cantato in "Poontang Boomerang") a tratti vertiginosamente fantasiose ("Steal a Saturn 5 and fuck an astronaut / zero G anal and weightless cumshots" in "Anything Goes"), ardite metonimie ("I got what you want baby / five and a half inches of love" in "I Got What You Want") e inestricabili litoti ("Don't have to be a fireman / to ride the pole" in "Walk of Shame"), colte citazioni musicali ("I got a 20 year old wife and she's eager to please / But she made me throw away my Dokken CD's" in "Wrong Side of the Tracks") ed una inaspettata apertura omofobo-fobica ("Is it a chick or is it a dude? / Doesn't really matter if she looks good nude" in "Now the Fun Starts"). Van Halen ("Anything Goes"), Joan Jett ("Poontang Boomerang"), shock rock, Poison. Nel quarto album gli Steel Panther riescono nella impresa quasi epica di mantenere fede al titolo del disco, cioè abbassare ulteriormente l'asticella. D'altronde "all the critics said / our debut record was our peak" ("That's When You Came In"). Se lo dicono loro... (Alberto Calorosi)

(Open E Records - 2017)
Voto: 55

https://www.facebook.com/steelpanther/

Logrind - Overcome

#PER CHI AMA: Post Grunge/Rock
In copertina, un pianeta dilaniato da ogni genere di umane angherie come metonimia del campionario di emozioni prese in considerazione nello sviluppo del disco. I suoni esordiscono squisitamente grunge-pop primi 90's (i Soul-Asylum-in-carrozza di "Waiting for Your Call"; i Rem-losing-ma-spazientiti di "If You Wanna Cry", ma soprattutto i Pearl Jam-di-Alive di "Alive", forse una sorta di quasi-sequel; oh, ma ve li ricordate i Train?) eppure mutano con impercettibile costanza nella direzione di un melodic antico/moderno ("Hey Guy") o un ultramelodic ancora più moderno/antico ("Stand Tall"), con incursioni arena pop ("Pray For You") e immancabile lentone reggiseno-oriented ("Between Us"). Canovaccio consolidato, professionalità e una produzione precisa e persino pignola. Come dite? Cercavate novità? C'è sempre Brian Eno. Ha fatto un disco nuovo anche l'altro giorno. Sempre che riusciate a reggerlo. (Alberto Calorosi)

(Areasonica Records/Believe Digital - 2016)
Voto: 60

https://logrind.bandcamp.com/releases

sabato 8 dicembre 2018

El Tubo Elastico - Impala

#PER CHI AMA: Psych Rock/Math/Jazz
Chi pensa al classico album di post-rock strumentale, avvicinandosi agli spagnoli El Tubo Elastico, si sbaglia di grosso. L'unica cosa vera è infatti l'essere privo di una guida vocale, cosa che da sempre non mi rende felice, però se vi affiderete anche voi alle cure di questi musicisti provenienti da Jerez de la Frontera, beh credo per una volta uno strappo alla regola si possa anche fare. Perchè questa mia transigenza? Ve lo spiego subito: 'Impala' è un album caleidoscopico che si muove tra mille colori e sensazioni, coniugando il psych rock con il math, il funk ed altre divagazioni jazz che esulano quasi dalle mie competenze, suggestioni esotiche e reminiscenze dal sapore pink floydiano. Ascoltando e riascoltando il cd, sarete certamente più bravi di me a indovinare a cosa o chi i nostri s'ispirano, mantenendo comunque intatta la loro enorme personalità. Il tutto è testimoniato dalla lunga e strepitosa opening track, "Ingrávido", una song che sublima tutto quanto scritto sin qui in quasi dieci minuti di musica, impreziosita anche da qualche tocco di synth. Più calda ed intimista la seconda song, "Antihéroe", con l'elegante epilogo tra chitarra acustica ed elettrica, mentre in sottofondo battono pulsazioni electro. Poi è un crescendo entusiasmante, tra saliscendi ritmici guidati dall'egregio lavoro delle chitarre e da un'elettronica che va divenendo sempre più preponderante. Non è un album semplice 'Impala', ma sia chiaro che potrà regalarvi enormi soddisfazioni, come quelle che si assaporano nelle più sofisticate "Turritopsis Nutricula" prima, dove compaiono delle spoken words, e nelle due parti di "El Acelerador de Picotas (Pt. I Ignición / Pt. II Colisión)" poi. Nella prima delle due song, ammetto di aver temuto si trattasse più di un esercizio di stile che altro, per mostrare l'eccellente livello qualitativo del combo iberico. La tecnica del quartetto è davvero pazzesca e l'inserimento di alcuni ospiti di spicco, sembra elevarne ulteriormente la caratura, in un quadro qui fortemente virato verso il jazz. Nei dodici minuti di "El Acelerador..." mi sembrano invece confluire sonorità latine che ricordano il buon Carlos Santana che vanno a miscelarsi nuovamente col jazz ed una buona dose di rock progressivo, guidato dal basso magnetico di Alfonso Romero (mostruoso in tutto l'album), peraltro responsabile insieme a Daniel Gonzáles - uno dei due chitarristi - delle ottime keys di quest'album. Il massiccio impianto ritmico dell'ensemble spagnolo si completa poi con l'estrosa performance alla batteria e percussioni di Carlos Cabrera e Vizen Rivas all'altra chitarra. "La Avispoteca" ci guida in anfratti musicali che odorano quasi di Medioriente con le strutture percussive ad assumere altre forme e colori assai sofisticati. Sembra di trovarsi nel bel mezzo di un souk arabo, dove tra la calca di gente che affolla strade e piazze, si trovano abili musicanti, che affascinano ed ipnotizzano con la loro musica. L'ultima tappa del nostro viaggio esotico è affidata a "Impala Formidable", un brano che raccoglie tecnica, idee e deliri vari di questi incredibili El Tubo Elastico. (Francesco Scarci)

Absent/Minded - Raum

#PER CHI AMA: Death/Doom/Sludge/Depressive
È il terzo album dei teutonici Absent/Minded che recensisco, mi sono perso solo il debut 'Pulsar', semplicemente perché non li conoscevo ancora. Da 'Earthone' in poi, è stata una progressione nel mio indice di gradimento, che mi ha portato ad apprezzare sempre con grande entusiasmo, le proposte dell'ensemble bavarese. Ora, ecco arrivare la loro nuova release, 'Raum', per capire se le mie attese saranno nuovamente confermate. Sei i pezzi per i nostri, che aprono le danze con le vocals sussurrate di "Deep Roots Aren't Reached by the Frost", accompagnate dal classico rifferama ultra distorto della band e quel growling corpulento che da sempre, caratterizza i quattro musicisti di Bamberg. Come già detto per il predecessore 'Alight', in riferimento all'album precedente, non scorgo sostanziali differenze in fatto di genere proposto, vedo semmai la conferma di una qualità che si assesta sempre a livelli standard assai elevati. C'è chi potrebbe storcere il naso e parlare di immobilismo artistico da parte della band, francamente me ne fotto, preferisco rilassarmi e assaporarmi il suono delle poderose chitarre di Uwe che ama creare ambientazioni death doom per poi piazzarci dentro dei riferimenti legati al mondo sludge/post metal. Ancora meglio la seconda traccia, "Treasure", lenta, disarmante, a tratti spoglia, ma non con quella valenza negativa che può avere il termine. Penso semmai alla desolante propagazione sonica dei Cult of Luna o alla malinconica disperazione degli svedesi Shining, che forse in questo pezzo, hanno più di un punto di contatto con i nostri. E forse proprio in questo risiede la vera novità degli Absent/Minded targati 2018, ossia una maggiore vicinanza al black depressivo. Insomma, mica male mi viene da dire, soprattutto perchè tutto l'album si assesta su livelli medio-alti e perchè i pezzi migliori sembrano concentrarsi poi nella parte centrale del cd, quindi la qualità va aumentando man mano che si avanza con l'ascolto. "Fore-ever" parte assai lentamente, la voce bisbigliata di Stevie sembra quasi cullarci nelle sue struggenti e delicate note, almeno fino a quando il riffing deflagra nella sua pienezza e contestualmente s'accresce sinuosamente anche il ritmo. Con "Shore" si parte invece già belli carichi con una ritmica potente per poi fare il percorso inverso, rallentare in interessanti parti atmosferiche e riprendere con la stessa ferocia di inizio brano. Ci sono le onde del mare a darmi un senso di rilassamento in "Yrtm", dove una sorta di guida spirituale declama i versi della poesia "Funeral Blues" di W.H. Auden. L'ultima song è la lunga "Alpha", nostalgica nei suoi giri di chitarra acustica, ma sempre roboante nelle growling vocals e nel suo mastodontico riffing. Gli Absent/Minded sono tornati e non posso che esserne lieto, perchè la prova è sempre di pregevole qualità. Mi sarei aspettato qualche ulteriore variazione al tema classico (ed è per questo che non li premierò più del dovuto) perchè questi ragazzi hanno il dovere di dare e osare di più. (Francesco Scarci)

(Self - 2018)
Voto: 75

https://aminded.bandcamp.com/

giovedì 6 dicembre 2018

Entropia - Vaccum

#PER CHI AMA: Blackgaze/Trance/Post, Deafheaven, Thy Catafalque, Lux Occulta
'Vacuum' si candida ad essere uno dei miei dischi preferiti del 2018. La band che l'ha concepito è formata dai polacchi Entropia, che mi avevano già colpito favorevolmente col loro debut album del 2013, 'Chimera' ed in seguito con 'Ufonat'. Perché tutto questo entusiasmo vi chiederete? Perchè a mio avviso la band di Oleśnica ha ereditato lo scettro degli Altar of Plagues, l'ha arricchito con le idee deliranti dei Thy Catafalque, rilasciando un lavoro mostruoso per sonorità, sperimentalismi vari ed espressività, che mi ha fatto letteralmente perdere la testa. Il quintetto in un'ora di musica ed in soli sei pezzi, ne combina davvero di tutti i colori: si parte dagli oltre 15 minuti di "Poison", una song ipnotica che miscela elementi psycho trance con il metal estremo, black, post e tanto altro. È semplicemente follia, quella che vado ricercando da tempo immemore, quella che riempie e centrifuga il cervello, che nei suoi magistrali loop elettronici, pop-algebrici, incorpora tutto ciò che un visionario malato di musica metal, vorrebbe sentire in una canzone. I quindici minuti più destabilizzanti della mia vita, ma si sa che la scuola polacca ha altre band antesignane nel genere e penso ai Lux Occulta e alle loro ultime divagazioni avanguardistiche. Ecco, gli Entropia ci hanno messo tanto del loro, della loro classe che già era emersa in passato et voilà, ecco questo meraviglioso gioiellino di musica ascrivibile al genere sperimentale, avantgarde estremista, o come diavolo volete, a me non interessa. Per me è importante che voi diate un ascolto, anzi due, tre o forse dieci, a 'Vacuum' e al drumming ossessivo di "Wisdom" e alle folgorazioni dettate da non so quali sostanze proibite che hanno portato questi cinque pazzi musicisti a scrivere musica di tale consistenza. Delizia per le mie orecchie, e sarà altrettanto per tutti coloro dotati di una mente aperta, apertissima, perchè il disco non è proprio semplicissimo da affrontare. Citavo "Wisdom", un brano che mette in loop per cinque minuti lo stesso giro di chitarra e synth, prima di esplodere in una tremebonda cavalcata post black che sembra trarre ispirazione però da qualche riff prog rock di anni '70. Il tutto senza utilizzo di una voce (uno screaming peraltro fantastico che fa capolino qua e là nel disco) che farà la sua comparsa solo sul finire del pezzo, quando l'ultima centrifugata ci avrà dato il colpo di grazia. Ecco a cosa somigliano gli Entropia, ad una lavatrice che nella sua centrifugazione più estrema, rilascia splendide note musicali. Come quelle che aprono "Astral", un viaggio sparati nell'iper spazio più profondo alla ricerca di una qualsiasi forma aliena con cui interagire. Certo, la musica degli Entropia potrebbe essere un pericoloso biglietto da visita per la specie umana, gli extraterrestri la considererebbero un'arma pericolosissima visto che la ritmica della song somiglia di più ad un cannone laser. E nemmeno la title track ci dà modo di mostrare l'attitudine pacifica del nostro pianeta, è un'altra arma di distruzione di massa, che rallenta i suoi beat a tal punto da ipnotizzarci di fronte alla ridondanza sonica profusa. Un loop di suoni ed immagini che entrano nella testa e non accennano a lasciarci. Io questo album l'ho consumato, ascoltato decine e decine di volte, le sue melodie ormai le sento sotto la mia pelle, la sua furia belluina risuona nella mia testa, le sue geniali trovate le inserirei in un'ipotetica enciclopedia della musica metal, per spiegare come possono convivere differenti forme musicali sotto lo stesso vessillo. Con "Hollow", i suoni si ammorbidiscono un po', rimanendo nei paraggi di uno space rock malinconico, dove le vocals sono cosi cariche di pathos da far venire la pelle d'oca, grazie soprattutto all'eccezionale lavoro di tastiere e synth che accompagnano la progressione blackgaze che si sviluppa nella sua seconda metà. Gli ultimi dieci minuti sono affidati alle melodie di "Endure" e alla sua debordante quanto arrembante ritmica che sancisce la fine di questo capolavoro di musica estrema, che voglio consigliare anche a chi di estremismi non ne vuol sapere, ma ritiene di avere la mente abbastanza "open" da poter affrontare questa sfida targata Entropia. Album dell'anno per il sottoscritto? Mi sa proprio di si. (Francesco Scarci)

(Arachnophobia Records - 2018)
Voto: 90

https://entropia.bandcamp.com/

Bane - Esoteric Formulae

 #FOR FANS OF: Black Metal, Dissection
Sharing the name of one of Batman's most impotent villains in recent - Christopher Nolan stylized - memory, Bane is your friendly neighborhood black metal band, not-so-recently transplanted into the permafrost of the Great White North to irk those Canucks who say 'ehh', but not enough to the point of lodging any actual complaint. With abundant similarities to Dark Fortress and early Dissection, Bane brings a swath of sounds, all mystified by dry ice and diet black metal in the form of catchy riffs, relentless melodies, and as many allusions to darkness and chaos as one can squeeze into an album. Throughout 'Esoteric Formulae' is a new Bane bringing a sound that continuously promises such chaos but, due to its rigid pacing, some bottlenecks in songwriting, an air of propriety over pummel, and very rehearsed cries into that certain chasm, the chaos is less pronounced as opposed to the stuffy professionalism and strong musicianship presented by these battle-hardened death/black metallers. A bit too preened and perfected to feel raw, intense, and cold, the echoes of loud guitar and swaths of vocals lose the coldness that is mentioned throughout the album in favor of a more hearty expression of metal's guitar power over a dark and evil atmosphere.

Though the lineup featuring session guitarists, an aggressive drummer, and orchestral bookends may make Bane seem like a full-time group on paper, this album and the band's direction is very much dictated by Brainslav Panić, a twenty-eight year old musician from Serbia with a great grasp of the varying finishes of metal that may color an album cover and its various reminiscences. Variety plays out across the board from the more traditional sound of a song like “Reign in Chaos”, which takes a basic and accessible approach bordering on a familiar pop-punkish - think a slower and more accentuated aesthetic to Atreyu's “Ex's and Oh's” - verse in its lead riff, to embracing a sharp and purely evil sound in “Wretched Feast” and “Into Oblivion”. Where these latter two tracks hit the mark, aided by the input of guitarists Giulio Moschini from Hour of Penance and Amduscias from Temple of Baal, Bane's death metal side comes through as a more genuine and enjoyable approach than its lighter and theatrical black metal sound that seems more than a little lost in this wilder neck of the woods.

Employing the classic two-throated mask with high screams and low growls combining to form a mid-ranged hum, the onrushes of hatred in the vocals show themselves as far less drastic than Deicide or imperial as Behemoth, a drama that fails to capture anguish or even hint at the “chaos and confusion” so readily described in the lyrics. Rather, these dulcet invocations of a dark almighty show a larger bottleneck in Bane's formula that becomes as flat as a warm root beer sitting open in a cupholder during the third hour of a summer's road trip.

Fantastic at sinking hooks into an audience early on in each song, Brainslav seems to find trouble elaborating through these tracks with more than a cursory glance at evolution throughout each structure as opposed to eloping with the first bit of inspiration that comes to mind and marrying it to the flow of a three minute exploration of its curves. This makes for clear and obvious distinctions through the album between the traditional tones riffing through “Beneath the Black Earth” and “Reign in Chaos” compared to the shrill imperial intensity of “The Calling of the Eleven Angels” or the melodeath money track “Bringer of Pandimensional Disorder”. With Trivium intersecting with Dark Fortress in the latter, Behemoth opening the album, or NWOBHM taking the reigns to a trot, Bane is not so much building a bridge between death and black metal, but very clearly defining these distinctions without chaining all of these well-explored lands into a domain of Brainslav's chaos to round out these songs in anything more a singular series. This shoring up of borders by territory without unifying each country under a central system results in many disparate adventures but fails to draw together a cohesive direction or any experimental distractions from these one-dimensional songs espousing simply “chaos and confusion” for the “dark ones” with about as much personality and nuance as an interstellar Space Marine shouting “Blood for the Blood God” at every onslaught of orcs.

In spite of its varied song openings, Bane becomes bland as it overtly invokes its 'Esoteric Formulae' by bringing melodic riffs and a standard verse-chorus style buffeted by double bass and languishing with little variation. From this construction comes a structure bearing some striking similarities to Dark Fortress, Dimmu Borgir, and bits of later Nightside Glance, where melody supplants itself as the appealing focus of a band more apt to bathe in moonlight rather than ensconce itself in a cave as percussion blasts religion and tillable land away with a constant creep of impenetrable drumroll artillery. Still, shrillness makes little appearance. Bane's guitars have their tear but, with such wispy and airy delivery, fill the register with a hollow and localized Potemkin bustle that barely populates its soundscape enough to cause cavalcades when engulfed in flame. The side streets are empty, there is little more than the surface to observe, and it becomes a show of strength without the economy of ideas to back up such a faithful front.

Textural issues also plague this album's production. Too many times the snare snaps disappear behind the bassy mix, simply keeping time without finding places to accentuate that animosity so ready to rile an audience. Honza Kapák's drumming sparsely brings the blasting appeal that should show off the speed of the snare, erupting only at title moments throughout each song. This becomes a somewhat disappointing sound that echoes this absence of agency that accentuates the approach of bass behind melody but denies the rapidity and atonality of percussion so purposeful and unforgiving in the standard second wave style of black metal. A hollow hallow, as diametrically opposed to the desire of a band that seeks a professional mix, makes the sound of the underground and something as overproduced as the guitars in this album ruins the overall mix as much as each song's singular approach bottlenecks the release.

'Esoteric Formulae' leaves me feeling blocked by the Berlin Wall, observing through binoculars the failures of an entirely separate society, culture, and system on the other side with which there is no doubt that an even reconciliation will never occur. Constant descriptions of chaos come from an album so hell-bent on sticking to a single-minded prescribed plan that it gives off a feeling of many missing parts in this segregated series of songs, all in need of elaboration and fresh movements to stitch together a memory of this album. But each movement is only able to stick to its system lest they be cut from this path for the corruption it could bring to the integrity of a band that refuses to branch out with more expressive, unique, or devious deviations. The only collapse may come from within to bring about a new day as much as others may naysay such a stalwart and conclusive mindset, and the strength of this barricade ensures the impasse between both the mindsets of musician and its audience.

While Brainslav has his abilities and surely shows them while creating an album ready to reproduce in a live setting, it seems this leader is too willing to marry each idea to a single song without bringing in the plural partners necessary to create harems of harmony in these tracks, those that ensure the modernity and brilliance in blackened death metal that take a band from singularly seeing songs in a straight path to delicately balancing between fluid as well as fluctuation, showing the strength of each element in order to flourish and play with the improvisation that heavy metal is based in.

This is the main issue in 'Esoteric Formulae'. Here is an album rife with potential and proper production, but so brittle in substance and tightly laced that it would flow more elaborately if each song had its repetitive songwriting tropes boiled off and all of these great moments were incorporated into a bite sized snack EP rather than saddled with upholding a full-length meal so burdened by gristle that the first moments of each track are enough to understand the labor of the next three minutes of vicious chewing. Where are the solos in this album? Where are the drastic changes in pace, the nuanced steps that uplift these melodies, and drumming fills that move a song out of its comfortable one-riff verse-chorus cycle? Harmonies gorgeously come through in abundance with flying rejoinders to slice through the helix of guitars, but through the restrained drumming and songwriting that holds together “Beneath the Black Earth”, this is the only place where a solo attempts to make an appearance. Where it could have flown for a time, the segment's creativity is quashed by the flow of harmony rather than allowed a moment of unique expression and individuality. Another guitarist could have taken that place and made it his own. Instead Brainslav is showing slavish adherence to his own 'Esoteric Formulae' and quashing any agency, only allowing momentary space for friends where he would be better off enlisting longstanding allies for a fuller undertaking. Maybe I didn't get the memo, but I expect that somewhere in a bit of “chaos and confusion” there would result in a bit more scattering of multitudes than having each element in this wide berth of musicians and instruments wheel lockstep at every turn like an elite command crushing colonial contingents.

What makes a sharp difference between so many one-man bands against so many full groups is that the one-man situation tends to end up in a bottleneck. Here it shows that even in attempting variety, the bottleneck is in the songwriting department where Brainslav sticks against all odds to his verse-chorus formula, sparse on bridges and even sparser on deviations, while his session musicians show plenty of personality among the languishing and overly-thought flow of this album. Brainslav indulges his melodies well, I don't have to have heard all of his music to understand that as a major strength, but he needs fresh impulses to conduct his flows in order to generate the electricity necessary to power an audience to devotion.

Where Bane does hit the mark is in its unexpected and thankfully expansive places. “Burning the Remains” brings the classic second wave of black metal sound across well with a few death metal guitar crunches to drive the point home, finally bridging a bit of a gap between death and black styles, the vocals even inhaling the scent of a decomposing raven in order to accentuate the cracking knuckles of cold in the guitars, and finding brutality in its melodic melancholy. Such an astute show of force in this song dispels any thought that Bane simply didn't know what sound would make the day, but consciously attempted avoiding it for as long as possible in search of a streamline to keep each song in place. The by-the-numbers sounds in the lighter songs throughout the album make for potent and enjoyable listens totally out of this expected scope as “Burning the Remains” caps a run that made “Wretched Feast” and “Into Oblivion” stand so brutally far out.

The money track, “Bringer of Pandimensional Disorder” has an astounding lead riff. Brutalized by blast beating and harmonized to the hilt, this song cannot help but bring the most memorable moments in the album while so elegantly gliding towards the all-too-forgettable chorus that keeps repeating the title. Great at arranging his music but in need of fresher ideas, this song brings hope that Bane will continue to bring out the best in a riff even in spite of its lacking direction as a piece like this, even on its best footing, ends up in the hands of too many surface sounds rather than digging deeper below a hatred that even Bullet for my Valentine harmonizes about but never really grasps.

Finally getting downright crunchy in achievement of what had been lacking throughout the previous twenty-eight minutes, “Acosmic Forces of the Nightside” allows the guitars to flow from gritty riffing moments into melodies through a beautiful interplay, flirting with the arena style of NWOBHM, and showing that Brainslav can concoct an expansive sound with a bit of edge to it. There is hope on the horizon that Bane can be coaxed into this more varied, improvisational, and complex creativity rather than simply sitting on a single sound as though it will get up and bite the band's backside. If the rest of the album had this sort of approach, I would be much more receptive to 'Esoteric Formulae' due to its progressive propensities rather than relentless restrictions. Rather, things are the other way around and Bane is far too enamored with sticking to 'Formulae' without too many sprinklings of the 'Esoteric', ending up playing host to too many insipid bottlenecked moments that fail to make a memorable impact, sightseeing in the realm of accessibility without much exploration even there, in spite of its incessant invocations of dark deities.

Fomulaic in substance and barely esoteric in aesthetic, Bane seems to be living far too in kind with one of its homonyms. Bane finds its esoteric aesthetic hampered by too many power metal moments dulling its blade and making more theater out of its sacrificial show than conjuring the forthright notions of the reclusive ritual for which black metal is better known. Even in its darkest hour, 'Esoteric Formulae' is far too accustomed to the rays of the Sun, burning off its thin atmosphere as well as its poisonous potency. Luckily, there are no egregious moments of cringe on this album but it also seems like that sort of zealous venture out on a limb wouldn't have ever entered the members' minds going into the album either. Brainslav could do well to find ways to express himself with more variety between each hook and chorus so as to avoid pigeonholing each track into a single tone and direction. Though the album employs variety in its approaches, it doesn't take them much farther than these basic beginnings, which comes across as though a flat trajectory results from each song's blast off and ends up without atmosphere or compelling reasons to stick around after the first thrust of melodies is exhausted. Surely there is more on the cutting room floor than made it into this release because this album can't help but feel like it is missing many pieces. (Five_Nails)

(Black Market Metal Label - 2018)
Score: 75

https://baneband.bandcamp.com/album/esoteric-formulae

lunedì 3 dicembre 2018

Moonfrost - III

#PER CHI AMA: Black/Death, Celtic Frost
Ci hanno impiegato ben sei lunghi anni gli svizzeri Moonfrost per tornare sulle scene, con il seguito discografico di quel 'Starfall', che non aveva pienamente convinto gli addetti ai lavori, per quel suo sound che integrava influenze provenienti dal black scandinavo di anni '90 con il cosmic black metal dei connazionali Darkspace. Oggi, il quartetto di Solothurn torna con questo nuovo 'III' un numero che sta ad indicare il loro terzo full length, in oltre dieci anni di carriera. Il sound di questo  lavoro sembra però virare verso altri lidi, se lo compariamo alle performance passate del combo elvetico. Interessante senza ombra di dubbio, l'approccio stilistico di "Too Drugged to Dream", cosi intenso ed elegante a livello ritmico, ma ancora sgraziato a livello vocale. Parlare di black metal qui però mi sembra quasi una forzatura, potremo infatti citare gli Enslaved come influenza principale, anche se le chitarre cosi oscure, sembra vogliano evocare lo spettro dei Celtic Frost. Più ritmata la seconda song, "Frontier Spirit", una traccia che evidenzia la dissonanza a livello chitarristico quale marchio di fabbrica dell'act svizzero che palesa tuttavia un certo desiderio ad abbandonarsi a sfuriate dal sapore post black. Con "Transitions" le cose cambiano ulteriormente e ciò che mi preme sottolineare qui, è invece la performance a livello solistico in un squarcio chitarristico da applausi. La song prosegue poi in quel suo sporco lavoro, in grado di bilanciare egregiamente estremismi sonori (decidete un po' voi se death o black) con suoni commutati da influenze dall'orientamento progressive, che rendono il lavoro di sicuro interesse, ma ancora un pochino difficile in fase digestiva. Forse il classico rimedio della nonna, un po' di bicarbonato per intenderi, potrebbe tornarvi utile per assimilare al meglio la musica dei Moonfrost, ma tranquilli perchè il quartetto viene incontro alle nostre esigenze e confeziona una quarta traccia, "Obsidian", più abbordabile e magnetica, almeno nella sua prima lunga metà; la seconda parte, più dirompente, mostra una certa versatilità di fondo dei nostri nello sperimentare suoni che danno largo spazio al basso, in frangenti dal sapore post punk che chiamano in causa gli An Autumn for Crippled Children. Ecco cosa intendevo per virata stilistica all'inizio di questa recensione: i Moonfrost non sono rimasti con le mani in mano in questi sei anni e hanno sperimentato a tutto tondo cosa il proprio sound aveva da offrire per risultare più interessante. Detto che anche le successive "Doors of Perception" e l'ispirata "Beyond Death" confermano questo trend, vorrei aggiungere che quello dei Moonfrost sembra un cantiere ancora aperto, in cui l'ensemble svizzero sta lavorando alacremente per trovare una propria identità ben definita. Non posso che essere lieto di questa mutazione in seno alla band, che mostra anche nelle conclusive e atmosferiche "Halcyon" e nella rockeggiante "Thorns for a Dying Day", la loro volontà di inseguire qualcosa di originale e al passo con i tempi. La strada imboccata è di sicuro quella giusta, e lo sprono che posso dare io è di smussare quelle spigolature nel sound che rendono la proposta dei Moonfrost ancora a tratti ostica da affrontare. Partirei col ridurre la componente vocale dando maggior spazio alla musica atmosferica che a più riprese nel corso di 'III' sembra emergere. Migliorerei anche la pulizia a livello dei suoni e la loro coesione, per il resto rimango dell'idea che questi ragazzi del nord della Svizzera, hanno tutte carte in regola per poter emergere dalla massa. Per ora il mio è un voto un po' al ribasso uno stimolo a fare molto meglio in futuro, senza dover necessariamente attendere un altro lustro per ascoltare una nuova release targata Moonfrost. (Francesco Scarci)

sabato 1 dicembre 2018

Kevlar Bikini - Rants, Riffage and Rousing Rhythms

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
Era da un po' che non ascoltavo del buon punk/hardcore e devo dire che l'ultima fatica dei croati Kevlar Bikini è arrivata a puntino. Nati come quartetto a Zagabria nel 2010, i Kevlar Bikini hanno prodotto un paio di buoni album e dopo essersi ristretti in un trio, hanno da poco pubblicato 'Rants, Riffage and Rousing Rhythms' grazie al legame con la Geenger Records. Il packaging non smentisce lo stile perpetrato dalla band, un jewel case con una grafica in stile collage che vede un ninja che stende a calci un avversario mentre un occhio gigante fa da sfondo e vigila sul combattimento. Ci troviamo di fronte a dieci brani brevi ed intensi, appunto una raccolta di sproloqui, riff e ritmi trascinanti, dove i primi sono caratterizzati dal cantato forsennato del vocalist che si fa gonfiare le vene del collo fino a farsele esplodere come in "Clerofashionistas". L'intro sommessa ed oscura lascia piano piano il posto al palm muting di chitarra che cresce fino all'esplosione ritmica, con un susseguirsi di riff rabbiosi e corposi che non hanno niente a che fare con lo stile minimalista e scarno di molte band del genere. Un brano che scorre in un attimo e lascia posto a "Nailbiter Blues" che per poche battute ci inganna spacciandosi per un pezzo black metal, ma l'illusione dura poco e si va nella direzione prestabilita, relegando questo omaggio a brevi break disseminati nei quasi quattro minuti di canzone. Lo stile dei Kevlar Bikini convince sempre di più, grazie anche agli arrangiamenti ben fatti e alle influenze noise/metal dei nostri. I pattern furiosi di batteria macinano battute su battute, mentre la timbrica del cantante assomiglia sempre di più a carta vetrata dalla grana grossa e urticante. L'esperienza dei nostri amici croati si fa sentire in ogni passaggio, break e allungo, mescolando sapientemente le loro idee e fregandosene delle influenze che si portano dietro come un cantastorie errante. Il miglior brano è sicuramente "Homo Rattus" che unisce desert/psychedelic/grunge rock in un'atmosfera da film western, dove il sole acceca e la sabbia si infila in ogni orifizio accessibile. La chitarra gioca su una melodia briosa alla maniera di Josh Homme, per poi allungarsi verso power cord onirici, poi il tutto si mescola e si rincorre, dando luogo ad una traccia quasi interamente strumentale lontana dall' hardcore/punk ascoltato fino ad ora. L'entrata del sax però spiazza tutto, esibendosi in un assolo al fulmicotone, semplice ma non toglie che sia un tocco da maestri. Tutto si chiude com'era iniziato, lasciandoci soddisfatti e allo stesso tempo stupiti davanti a cotanta bravura. Non sappiamo se tre è meglio di quattro, ma i Kevlar Bikini sono cresciuti alla grande e sono pronti per far parlare di sè. (Michele Montanari)

(Geenger Records - 2018)
Voto: 80

https://kevlarbikini.bandcamp.com/

Istina - Revelation of Unknown

#PER CHI AMA: Depressive Black, Burzum, Xasthur
Nel 2014, mi ero preso carico di recensire il debut album dei russi Istina, un disco quel 'Познание тьмой', che conteneva un black furioso frammisto a parti atmosferiche. Ebbene, a distanza di quattro anni da quel lavoro, mi ritrovo fra le mani il nuovo cd del gruppo di Krasnoyarsk, 'Revelation of Unknown', cosi come tradotto dal cirillico in inglese dalla band stessa. Ben dodici pezzi per 70 minuti di musica fatta di sonorità mortifere che proseguono quanto iniziato con il loro debut. Tutto è molto palese sin dall'introduttiva "At the Peak of Madness", una scheggia di tre minuti e mezzo di black ferale che scarica parte della sua nera energia distruttiva in un breve atmosferico break centrale. E quando parte "Decayed Threads", il registro non sembra mutare troppo: il treno ritmico riprende alla grande tra blast-beat e ritmiche ribassate, ma dopo un minuto ecco lo stop a smorzare gli animi per almeno 30 sec di reminiscenze burzumiane. Poi la veemenza dei nostri riparte verso sconosciute mete lontane, ove fare sporadicamente pause, emananti forti sensori tastieristici cari al buon vecchio Conte Grishnackh. Il black degli Istina, come già scritto in passato, paga un grosso dazio alle prime release di Burzum, palesando anche qualche ulteriore influenza di scuola Xasthur. Inevitabile che un lavoro di questo tipo non possa aprirsi a grandi palcoscenici, il sound è troppo oscuro e parecchio incazzato, lo screaming ferale di N., uno dei due musicisti dell'ensemble russo - l'altro è M., non agevola l'ascolto ai profani del genere, quindi il mio consiglio è indirizzato a chi simili sonorità, le mastica già da tempo. E se "Alien One" è un litanico e doomeggiante pezzo, ipnotico quanto basta per indurci a paranoici pensieri, con la brevissima e drammatica "Awakening", la band prova ad introdurci ad ancor più insalubri anfratti della psiche umana. "Solitude" è un pezzo lento, su cui s'inseriscono le vocals ululanti del cantante, e in cui il depressive black si mostra in tutta la sua stentorea decadenza, tra ammiccamenti a Shining (quelli svedesi, mi raccomando) e ambientazioni da incubo. Non è un lavoro semplice da digerire, lo scrivevo quattro anni fa, lo confermo oggi. Gli Istina sono portatori di tenebrose ed orrorifiche ambientazioni (le strumentali "Contemplation of Mysteries" e "Perfect Shining of Darkness" nesono un esempio), ma anche di violente scariche che sembrano addirittura provenire dal punk, come quanto si sente nell'arrembante title track, una song che sembra però risentire di un certo caotico sound primordiale nelle sue linee di chitarra, il che la rende assai più ostica da assimilare. Ancor più spaventosa in fatto di violenza emanata, "Losing Control", dove i nostri sembrano davvero perdere il controllo della loro diabolica proposta, con sonorità glaciali, a tratti al limite del brutal death. Turbato emotivamente da simili sonorità, mi avvio all'ascolto delle ultime tracce: "Stopping Time" mette il freno alla violenza sin qui dissipata dall'act russo, con una proposta più controllata, all'insegna di un black doom ritmato e angosciante. Gli oltre dieci minuti di "The Return" e i lugubri minuti rimanenti affidati a "Ruins of Innermost", condensano un po' tutto quanto sentito sin qui in questo 'Revelation of Unknown', un lavoro fottutamente malvagio, riservato solo a pochi intimi fruitori di sonorità dannate. (Francesco Scarci)

giovedì 29 novembre 2018

Marilyn Manson - Heaven Upside Down

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Ventennalmente in sospeso nell'iperuranio del vorrei(essereunmusicista)-ma-non-posso (perchénon-hounbricioloditalento), il reverendo Manzotin Manson continua a fluttuare lì attorno come un fantasma abitudinario, tra un Alicecoooperino poltergeist shock rock ("Tatooeed in Reverse" significherebbe non avere rimorsi, nelle fumose parole di Manzotin medesimo), ditonelculosi doppelganger old-school cyberpanchettini (la discreta "Saturnalia"), fatue evanescenze new wave ("Blood Honey") barra David Bowie ("Heaven Upside Down") e, per tutto il resto del disco, un ectoplasmatico consesso glam oltretombale stile Nine Inch Dolls ("Say10" è senz'altro un titolo carino) cantato con la timbrica e la perizia di uno che ha appena finito di vomitarsi sulle scarpe. Il satanismo dei testi ha lo spessore di un monologo di Bargnocla e gli insistenti autobiografismi sono persino peggio (l'importanza del ruolo dell'artista: "I write songs to fight and to fuck", "Je$u$ Cri$i$"; la complessità matematica del cosmo: "One, two, three, four, five, six, seven, eight, nine, ten / revelations come in twelve", "Revelation #12"). "Threats of Romance" macina improvvidamente i riff di "Gypsy" (Uriah Heep) e "Whole Lotta Love" (dei Led Zeppelin). È l'unico motivo per cui varrebbe la pena ascoltarsela. (Alberto Calorosi)

(Loma Vista - 2017)
Voto: 50

http://www.marilynmanson.com/

One Day as a Lion - S/t

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Rapcore, Rage Against the Machine
Il lungamente atteso e velocemente dimenticato extended play dei One Day as a Lion mette in scena l'unica e ultima furibonda espressione successiva alla fuoriuscita dai R-A-T-M del lirismo acuminato e formidabilmente incursivo di Zack de la Rocha. L'insensatezza oscena delle guerre sante, tristemente attuali, ovviamente sconfessate dai profeti Cristo e Maometto nella fucilante "Wild International" diventa ahimè generica invettiva anticlericale (“Your God is a homeless assassin”, come non essere d'accordo?) nella prosaica "Last Letter". "If You Fear Dying" racconta il ruolo necessariamente e fieramente militante dell'autore, quello stesso ruolo che condusse allo sciagurato discioglimento dei Rage Against the Machine. E poi la brutale violenza di strada ("Ocean View") che assurge a espressione di un'inevitabile apocalisse moderna ("One Day as a Lion"). Se "Wild International", in apertura, riporta vagamente alla memoria il R-A-T-M sound che ricordavate, asciugatevi le lacrimucce, il dissonante prosieguo drum n' drone, squisitamente lo-fi, confusamente collocabile tra certo gangsta-noise ("If You Fear Dying") e i Jane's Addiction impallinati in un driveby ("Last Letter"), riuscirà, per motivi opposti, a fare esattamente ciò che fece il primo album degli Audioslave: confondervi. Il motto “meglio un giorno da leoni che una vita da pecora”, erroneamente attribuito a Benito Mussolini e recentemente ritwittato da Adolf Trump, fu commentato da Gramsci con queste parole: “la fortuna [di questo motto è] particolarmente grande in chi è proprio e irrimediabilmente pecora”. Chissà se Gramsci è mai stato tra le letture di Zack D-L-R. (Alberto Calorosi)

All My Sins - Pra Sila - Vukov Totem

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal/Pagan
Since the '90s, the Slavic countries have been a great source where to find black metal bands with a very particular sound. In countries like Russia, Ukraine or Poland, there is always a good chance to find ensembles whose quality and originality are beyond any doubt. Apart from the obvious technical skills of the involved musicians, in those countries there is another factor which I personally consider remarkably important. The Slavic culture, more precisely the ancient traditions with their huge respect for their history, is still very strong in those lands, and maybe black metal bands have taken those traditions, legends and customs as part of their core sound. This is a great aspect as bringing those influences to the black metal sound makes those bands more original.

All My Sins, a project who comes from Serbia, is another fine example of the aforementioned blend of influences. The band was founded in 2000 by Vladimir Uzelac, who has taken part in several other projects, and by Vladimir Morar. It hasn´t been a very active project if you take into account that they have released two demos and one EP only in almost 18 years. Fortunately, the wait is over and finally the band has managed to release their full album entitled 'Pra Sila - Vukov Totem'. I invite you to take a look to their amazing promo picks and you will realize how important is for them to portray their view of the Slavic culture and mysticism. Even though the imaginary is important for these guys, the music is always the main thing. 'Pra Sila - Vukov Totem' is a debut, where the mixture of powerful riffs, shrieks and Serbian mysticism, works perfectly well.

Just to be clear, this is not a folk metal album but a quite guitar driven black metal work, with some tweaks and arrangements which give to the work a mystic and epic touch. The album begins with a quite straightforward track entitled “Vukov Totem”, having some excellent riffs and a great level of aggression. Excellently executed shrieks, powerful riffs and speedy drums are a constant in 'Pra Sila - Vukov Totem', but as the album progresses the songs include more arrangements, like in the second song “Zov iz Magle”, where we can listen to some choirs in the background with a distinctive Slavic touch. They give an undoubtedly epic touch to the composition and they appear more times through the album, usually mixing those vocals with the keys, creating an ethereal atmosphere, like it happens in “Vetrovo Kolo”. The mixture between fast and aggressive sections with those arrangements is very well done and nothing sounds out of place. The album has an impressive ending with a long track entitled “Konačna Ravnodnevica” which seems to be divided in two parts. The first half is a long song, one of the heaviest with a hammering pace from the beginning to the end, while the second half is a calmer track with a more atmospheric approach. This is probably my favourite track because even being calmer, it is a very intense composition, with very emotional and touching melodies which stick to your head. Undoubtedly, a truly remarkable end to the album.

In conclusion, 'Pra Sila - Vukov Totem' is an excellent debut by All My Sins. They have created a very solid work of black metal, plenty of aggression, but with some arrangements here and there, which enrich the album. The closing track shows how good this band can be when they slow done a little bit creating songs with a stronger atmospheric touch. Personally, I would be more than happy if they explore this formula a little bit more in a near future. (Alain González Artola)

Subtrees - Polluted Roots

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Grunge/Noise, Alice in Chains
Una Bologna violenta, inquinata fino alle radici esistenziali, un mostro che si aggira tra i portici alla ricerca di vittime per vomitargli addosso il mal di vivere. i Subtrees sono quattro sopravvissuti all'olocausto musicale degli anni '90 si ritrovano a condividere una sala prove nel sottosuolo bolognese, mescolando la loro rabbia in un mix di grunge e noise rock struggente e diretto. Sette sono i brani contenuti in 'Polluted Roots' atti a colpire chi ascolta attraverso i suoni ruvidi e spontanei di "Syngamy", perfetta intro che ipnotizza inizialmente con la ripetitività dei riff di chitarra che crescono fino all'esplosione distorta e all'urlo rauco che travolgono l'ascoltatore. Nel crescendo dell'album si passa a "Everything's Beautiful Nothing Hurt", una ballata scanzonata che s'insinua nei nostri neuroni che scaricano scosse ritmiche ai muscoli delle gambe e delle braccia per farci vacillare in una danza scomposta. Nota di merito per la perfetta scelta dei suoni che rappresentano un inno al grunge di Seattle con qualche sfumatura alternative, per non parlare poi del timbro vocale del vocalist che, nonostante la giovane età, risulta roco e avvolgente quanto basta. Un dono di natura probabilmente aiutato da centinaia di bionde e litri di nocino. Finito il warm up, il quartetto bolognese ingrana la quarta e ci allieta con brani più graffianti e carichi, come "Conversation #1" e "Conversation #2", una doppietta che alza il tiro, allontanando i nostri dagli arrangiamenti simil-pop dei primi brani ed iniziando la discesa nelle oscure profondità dell'io interiore. Il gioco si fa interessante, i riff di chitarra sono aspri, decomposti e ricostruiti in una forma noise, che insieme alla sezione ritmica nervosa ed irrequieta, accompagna la deflagrazione sonora. Gli stop & go tornano sempre utili per spezzare la frenesia ed inserire passaggi simil doom che distendono i nervi e preparano all'attacco successivo. Immancabile l'assolo struggente e sporco che avvinghia come una lingua di fuoco e ci incatena ancora di più ai voleri dei Subtrees. Affrontiamo "Motorbike", presunto tributo all'art cover che raffigura una vecchia Honda Goldwing degli anni '80, un cosiddetto cancello per la pesantezza, ma dal fascino indiscutibile come il brano che rappresenta. In bilico tra il grunge alla Alice in Chains ed il desert rock più mistico, la traccia inizia lieve e dissonante come un motore non perfettamente carburato e pian piano si scalda fino ad assumere la sua forma struggente. Le progressioni allungano il malessere e, ormai riversi a bocconi, arriviamo alla tanto agognata parola fine. Un progetto fuori dal tempo, che guarda indietro per trovare la propria identità e dare risposta alle domande di un'esistenza corrotta da chi è venuto prima di noi. Eredità pesante o no, il rischio di rimanere vittime è alto, troppo. (Michele Montanari)

(I Dischi del Minollo/ Vollmer Industries - 2018)
Voto: 75

https://subtrees.bandcamp.com/album/polluted-roots

The Pit Tips

Francesco Scarci

Ingrina - Etter Lys
Abstract Void - Back to Reality
Windfaerer - Alma

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Alain González Artola

Ancient Blood - Mysterious Death Domains
Bloodshed Walhalla - Ragnarok
Utstøtt - Járnviðr

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Shadowsofthesun

Daughters - You Won't Get What You Want
The Ocean - Phanerozoic I: Palaeozoic
Morne - To The Night Unknown

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Dominik

Panzer Squad - Ruins
Nattsvargr - Night of the Crimson Thirst
Survival Instinct - I am the Night

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Five_Nails

Birnam Wood - Wicked Worlds
Tristania - Beyond the Veil
Soul Dissolution - Stardust

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Alejandro Morgoth Valenzuela

Oathbreaker - Rheia
Battle Beast - Steel
Helheim - landawarijaR

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Stefano Torregrossa

Whourkr - 4247 Snare Drums
Clutch - Book of Bad Decisions

Laconic Zero - Sun to Death

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Alberto Calorosi

Arabrot - Who Do You Love
Therapy? - Cleaver
Bruno Bellissimo - Ghetto Falsetto

martedì 27 novembre 2018

Ingrina - Etter Lys

#PER CHI AMA: Post Metal, Milanku
Ero preoccupato del fatto che 'Etter Lys' fosse un album strumentale (cosi riporta nei tag bandcamp) vicino a derive post-metal e post-hardcore; vista una durata che sfiora di sei secondi l'ora, la paura di annoiarsi, devo ammetterlo, era forte. Fortuna mia che questi oscuri Ingrina siano dei burloni, visto che già dall'opener, "Black Hole", il vocalist della band si abbandona a degli urlacci che supportano egregiamente un sound potente e carismatico, forte di una componente ritmica costituita da ben due batterie e tre chitarre. Le fondamenta di certo sono quelle del post-metal e la scelta di una cosi possente armata di musicisti, sembra evocare anche la formazione dei Cult of Luna. Fatto sta che il suono dei transalpini è godurioso, è raccomandabile peraltro di beneficiarne in cuffia, per assaporare tutte le sfaccettature di siffatta musica che tende a privilegiare la componente strumentale, tenendo ben presente l'importanza di avere una voce in seno alla band. I brani partono spesso in sordina, "Fluent" lo testimonia, ma poi crescono in intensità e ardore attraverso pluri-stratificazioni soniche deflagranti, urla disperate ma anche straordinarie aperture post-rock che smorzano una ferocia che ogni tanto sembra uscire dai binari del post e virare verso forme musicali più estreme. Niente paura perchè i nostri hanno una notevole padronanza del genere che propongono, quasi ineccepibile (lascio uno spiraglio di beneficio del dubbio) oltre ad un grande gusto per melodie in grado di generare una certa emotività di carattere malinconico. "Coil" è il terzo pezzo del disco e qui la monoliticità post-metal sembra cedere il posto ad un carattere più arioso ed etereo, in una sorta di post-rock e shoegaze, caratterizzati da ottime percussioni, vocals decisamente più diradate e giri di chitarra che sublimano in epiche fughe strumentali e rallentamenti atmosferici. Ragazzi, un pezzone dove tutto è straordinariamente bilanciato, potenza e melodia, rabbia e atmosfera, vocals e chitarre. Diverse sono le similitudini anche in "Resilience", piccola gemma strumentale incastonata in questo 'Etter Lys', mentre "Leeway" sembra strizzare l'occhiolino, in modo intermittente, un po' ai Cult of Luna e ai Rosetta, in un altro pezzone che mostra arrangiamenti da urlo, eccellenti partiture strumentali e momenti di grande atmosfera in grado più volte di indurmi brividi lungo la schiena. Si arriva ai quasi sedici minuti della suite "Surrender" e gli Ingrina mettono in mostra le loro capacità dronico ambientali in un pezzo che fa della sperimentazione il proprio punto di forza. L'andamento è lento, cantava qualche tempo fa un noto cantante italiano, e l'incedere della song emula proprio quell'ondivago avanzare, attraverso l'eccellente commistione di percussioni e chitarre che regalano sprazzi di grande classe musicale, che per certi versi, connette i nostri ad un'altra grande ex band della scuderia Tokyo Jupiter Records, i canadesi Milanku. Fatto sta, che a me questo disco piace, parecchio, lo trovo affascinante, creativo, intenso, regala grandi speranze per la vitalità del genere, un po' spentosi nell'ultimo periodo. L'ultima fatica è affidata a "Jailers", roboante nel suo incipit, cosi spettrale e magnetica nei rimanenti minuti che collocano questo 'Etter Lys' nella mia personale top three dell'anno in ambito post. Un piccolo capolavoro? Beh, manca davvero poco. (Francesco Scarci)

(Tokyo Jupiter Records - 2018)
Voto: 85

https://ingrina.bandcamp.com/album/etter-lys

lunedì 26 novembre 2018

Forteresse - Thèmes Pour la Rébellion

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
Leaving behind the classic Norwegian or Swedish black metal scenes, there are some other quite strong scenes, which have risen in different parts of the world. Some nice examples are the Ukrainian or the Polish ones, among others. One of those which has been highly praised by fans over the world is the one of Quebec, in Canada. As many of you surely know, in Quebec, in contrast to the rest of the country, they speak in French and the nationalism is quite strong. In fact, they have held several referendums, where the pro-independence parties were very close to win, though the result was to stay in Canada. Here, black metal has been deeply influenced by this political movement and many of its bands show a quite political approach in their lyrics. Among them, we can find one of the most notorious acts, the Forteresse. The band was formed in 2006 and quite shortly after its inception, they released an acclaimed debut entitled 'Métal Noir Québécois', where their political views were pretty clear. This album is considered a classic effort in the scene and helped Forteresse to carve a respected status among the fans. Musically speaking, Forteresse plays a quite guitar driven form of atmospheric black metal, relentlessly fast but with a strong atmosphere, especially in the old albums where the production was rawer.

Anyway, the band evolved slightly through their career and more than ten years after its creation, the current line-up, formed by the two founders and other two musicians, decided to release a new opus, the fifth record in their history, to make clear that Forteresse is stronger than ever. A jubilee is always important and I assume that the members wanted to do their best. 'Thèmes Pour la Rébellion' is the title of the new beast and I can promise that it doesn´t disappoint. Comparing the new album with the oldest ones, the first big difference is the production. It is clearly louder, cleaner and more powerful. It abandons the classic raw but atmospheric sound, for a heavier one. This might disappoint some old fans, but in my opinion the band still manages to create songs, which are very strong though they keep an atmospheric touch. What has no changed is the energy and speed of their compositions. Fiel, who is no longer in the band, smashes the drums with a relentless pace. The compositions breathe energy and fury. As both the album´s artwork and the songs demonstrate, this album is a perfect inspiration for a, this time only musical, rebellion. After a short intro, the second track “Spectre de la Rébellion” makes clear that this work will take no prisoners. But probably, the highlight of the album, and also my favourite track, is the next one, “Là Où Nous Allons”. What a beast of a song, believe me. Since the initial riff the track oozes strength and fierceness. The guitars are excellent, the riffs are hypnotic yet powerful, while Athros screams with all his fury. As I have already mentioned the cd is quite guitar driven, more than ever I would say, and I can´t recall a moment where the keys are audible, if they are used. Arrangements wise, what I like are the choirs they used a few times, like in “Vespérales”. Those voices give an epic touch to their compositions and I wish they could use them more oftenly.

In conclusion, Forteresse has expanded its musical boundaries releasing in 2016 (but re-edited in 2018) their most poignant and furious album so far. The atmospheric nature of the compositions is still there, though it’s partially buried by the relentless fury and speed of the new tracks. At the end, it is a great album and from the beginning to the end, the tracks will be able to capture and mantain your attention, mainly thanks to the awesome work with the guitars. (Alain González Artola)

Tritonica - Disforia

#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
I Tritonica sono un power trio formato da chitarra/basso/batteria che hanno debuttato l'anno scorso a Roma con un EP e quest'anno ha pubblicato questo 'Disforia', full length prodotto da Dischi Bervisti. Il digisleeve cartonato a due ante è caratterizzato da un artwork astratto con spruzzi di colore potenti, dove i colori blu e rosso predominano. Se in psichiatria la disforia è l'alterazione dell'umore con una predominante inclinazione verso la depressione, i Tritonica esprimono tale concetto attraverso undici brani in bilico tra post-hardcore, alternative ed influenze grunge/stoner. Nel loro percorso attraverso la psiche umana, la band romana sprigiona ansia e terrore con la opening track "al-Ghazālī", dove le granitiche distorsioni e le dissonanze ad irritare i nostri neuroni, la fanno da padrone. Un brano veloce e rude, che urla contro il progresso e l'industria tramite ritmiche affannate e discontinue che si dilatano nell'intermezzo psichedelico. Se la parte strumentale richiama i Bachi da Pietra, il cantato in italiano confonde le idee, assomigliando prima a Cristiano Godano, diventando poi più rabbioso e incontrollato per enunciare un testo impegnato e accusatorio. "Alchimia del Fato" si sintonizza su frequenze diverse, ballando a lungo intorno al falò della vita alla ricerca del proprio io su un tappeto di funghi allucinogeni che cresce e monta verso il riff distorto che ne chiude il viaggio dopo circa sette minuti. Lo schema appena visto continua anche con "Jimi" che dopo un incipit soave e lisergico, si lancia in una progressione hard blues con pattern improcrastinabili e riff di chitarra e basso dall'impatto devastante in pure stile desert rock. Vari stop and go si susseguono lasciando spazio ai fraseggi di basso inizialmente quieti e leggeri che trasmutano in maniera oscura verso il finale. 'Disforia' è un concept album complesso a livello lirico, strumentalmente là dove serve, che si rilassa poi per dare spazi di riflessione alla mente che vive battaglie intestine di continuo. Solo alla fine, si arriva all'accettazione della pazzia che ci circonda e "Mimonesis" lo fa senza l'uso di parole, con continui sbalzi di decibel in una lunga e struggente sessione di jam che sembra morire ogni volta, ma invece riprende sbattendo la coda come un pesce che vuole aver salva la vita. A tutti i costi, perché è l'istinto di sopravvivenza a guidarci. (Michele Montanari)

(Dischi Bervisti - 2018)
Voto: 75

https://tritonica.bandcamp.com/album/disforia

giovedì 22 novembre 2018

Runeshard - Dreaming Spire

#PER CHI AMA: Orchestral Dungeon Metal, Bal Sagoth
Chi si ricorda dei Bal Sagoth alzi la mano: bravi, è una black metal band inglese, capitanata da Lord Byron, concentrata su temi prettamente fantasy che trattano di civiltà barbare nate "prima di Atlantide", re-guerrieri, necromanti e sacerdoti di terrificanti divinità legate all'immaginario orrorifico di H.P. Lovecraft. Perchè questa mia introduzione? Perchè l'ensemble di oggi sembra essere posseduto da quello spirito chtuliano che caratterizzava Lord Byron e soci nei loro lavori. 'Dreaming Spire' è il debutto assoluto dei Runeshard, anche se Bálint Kemény, uno dei due membri, milita anche in Astur, Elanor e Ignotus Enthropya. L'EP consta di tre pezzi più "The Coronation", una bella intro suonata con l'organetto. Ma è dalla seconda song, la title track, che le cose divengono palesi e la vicinanza stilistica con gli albionici, quasi plagio. I pomposi synth sembrano infatti provenire da uno dei fatati lavori dei Bal Sagoth, penso in particolare a 'Battle Magic' e alle sinfonie magniloquenti in esso contenute. Analogamente, la traccia dei Runeshard srotola quasi sei minuti di sonorità epico-sinfoniche, il cui tema sembra strettamente collegato con draghi e castelli incantati, cosi come certificato anche dall'artwork di copertina. La musica pertanto qui, come nelle successive "Crimson Gates" e "Atlantean Sword", si muove su riffoni heavy - no, non posso dire black - montagne di dungeon synth ed orchestrazioni trionfali, suoni da menestrello e vocalizzi che si alternano tra un growl graffiato e calde voci pulite, in 17 minuti votati a battaglie insanguinate per salvare la nostra principessa dal perfido incantesimo di un mago o presunto tale. Che la saga dei Runeshard abbia pertanto inizio, spero solo che, a differenza dei Bal Sagoth, i nostri possano trovare più variazioni al tema, che alla lunga rischia di stancare notevolmente. Intanto, fiato alle trombe e godetevi questo 'Dreaming Spire'. (Francesco Scarci)

mercoledì 21 novembre 2018

Avast - Mother Culture

#PER CHI AMA: Post Black/Shoegaze, Deafheaven
Sono passati quasi due da quando recensii il primo album dei norvegesi Avast. Era infatti il 25 dicembre del 2016 quando pubblicammo, sulle pagine del Pozzo, la recensione dell'EP omonimo della band. Due pezzi che mi avevano colpito per quella loro selvaggia ed inquieta emotività di fondo. Oggi, i ragazzi di Stavanger tornano con un nuovo capitolo, 'Mother Culture', che tocca temi scottanti e d'attualità come quelli dei cambiamenti climatici, che cosi da vicino ci stanno coinvolgendo, dagli incendi della California alle concomitanti furibonde nevicate della East Coast, arrivando alle devastanti calamità che da poco hanno colpito anche il nostro paese. Su questi temi e il rapporto natura-uomo, ecco insinuarsi la musica degli Avast, attraverso sei pezzi di un blackgaze che risponde con forza e convinzione alla proposta degli statunitensi Deafheaven. Tutto questo è assai palese sin dall'opener, la title track, che si prende la grande responsabilità di aprire l'album. Signori chapeaù. La song è debordante, una maligna cavalcata post black (e con qualche ricamo hardcore), che nei suoi attimi di quiete, cede ovviamente il passo ad aperture eteree degne del miglior post rock d'autore e ad atmosfere che ricordano da vicino quelle degli Alcest. Un pezzone insomma, che trova conferma nell'esplosività di "Birth of Man", passando però prima attraverso le ispirate note strumentali della suadente e splendida "The Myth". La terza traccia conferma tutto l'ardore palesatosi nell'opening track, forse qui ancor maggiore; ci pensano però i break acustici a spezzarne la furia e stemperarne gli animi. E le chitarre tremolanti del duo formato da Ørjan e Tron, abbinate al drumming furente di Stian ed ai vocalizzi al vetriolo di Hans (peraltro anche bassista), rendono 'Mother Culture' un disco davvero degno di nota. "The World Belongs to Man" ha un piglio decisamente più orientato verso il post metal: affascinanti le linee melodiche, le ferali urla del frontman, cosi come le sfacciatissime accelerazioni post black di metà brano e il malinconico tremolo picking nella seconda parte del pezzo, in una salita emotivamente incandescente che avvicina i nostri ai miei preferiti di sempre, i nostrani Sunpocrisy. Arriviamo nel frattempo a "An Earnest Desire", song dalla quale i nostri hanno estratto il loro notevole video in bianco e nero, un viaggio dall'alto su desolate spiaggie, accompagnato dalle splendide sonorità blackgaze del quartetto norvegese. Ahimè, siamo già all'ultimo pezzo e "Man Belongs to the World" sancisce quel doppio filo che vede l'uomo legato alla natura e viceversa, in un'ultima galoppata, decisamente più ritmata delle precedenti, dove l'essere più controllati non significa per forza essere meno convincenti. Forse il pezzo perde un po' in fatto di imprevedibilità, ma il bel break acustico a metà brano, mette d'accordo tutti sulla qualità eccelsa degli Avast (anche in termini di produzione) e non fa altro che aumentare il mio desiderio di ascoltare quanto prima una nuova gelida proposta musicale dei quattro scandinavi. Nel frattempo, vi suggerisco di procedere in ordine, ascoltare il debut EP, e poi consumare questo 'Mother Culture' nel vostro lettore preferito, non ve ne pentirete di certo. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records/Karisma Rec - 2018)
Voto: 80

https://avastband.bandcamp.com/

martedì 20 novembre 2018

From Ashes Reborn - Existence Exiled

#PER CHI AMA: Swedish Death, Amon Amarth, primi In Flames
Formatisi appena nel 2017, i From Ashes Reborn arrivano velocemente alla release del primo album, questo perchè i nostri non sono certo degli sprovveduti, avendo la formazione, per 4/5, militato in precedenza nei deathsters Badoc. Dalle ceneri di quella band, ecco quindi risorgere il quintetto che vede l'aggiunta in line-up di Ronni, il nuovo vocalist. Il risultato è 'Existence Exiled' e le otto song in esso contenute. Le danze si aprono con le melodie sognanti dell'intro "The Onerous Truth" che in poco più di un minuto consegna a "Fight for the Light" il compito di aprire ufficialmente le danze, in modo più efficace. Presto detto, la band inizia a macinare montagne di riff fumanti, strizzando l'occhiolino al melo death di matrice scandinava. Non mancano pertanto i riffoni roboanti, i break acustici, le growling vocals e le immancabili linee di chitarra un po' folkish che guardano ai primi In Flames ma anche agli Amon Amarth. Ce n'è per tutti i gusti, basta solo accomodarsi e prestare un po' di attenzione alla proposta dei nostri musicisti teutonici e provare a non farsi schiacciare dalla loro furia vibrante, soprattutto quella contenuta in "Follow the Rising", un brano energico (pure troppo a livello di drumming) e ficcante, che soffre il solo problema di voler imbastire la linea ritmica con un po' troppe cose correndo il rischio di sovrassaturare il sound. Questo torna fortunatamente ad essere più intellegibile nella sua esaltante sezione solistica, davvero da urlo. "The Essence of Emptiness" apre un po' nel modo dei vecchi album di Anders Friden e soci, con un bell'arpeggio su cui poi si poggiano un riffing corposo e la bella voce in growl di Ronni, in una song incisiva dall'inizio alla fine. Si può dire altrettanto della breve schiacciasassi "Infected", incazzata e roboante nel suo incedere sempre comunque pregno di melodie che rendono per lo meno il disco piacevole da ascoltare, soprattutto a livello di solismi, sempre davvero ineccepibili e coinvolgenti. Un po' più tradizionale ed incentrata su un mid-tempo invece la title track, con nessuno spunto davvero degno di nota, se non i vivaci virtuosismi alla sei corde che davvero donano parecchio brio al pezzo. Il bombardamento prosegue in "Homicidal Rampage", un altro buon brano che necessita ancora di uno snellimento a livello ritmico per risultare più centrato; qui da sottolineare un riffing più marcescente che si fa ad altri classici spinti al versante death metal, mentre la coppia di asce prosegue il proprio dibattimento in fatto di supporto ritmico+assolo. Demoliti da quest'altra carneficina, arriviamo all'ultima "The Splendid Path", gli ultimi tre minuti e mezzo strumentali che chiudono con eleganza 'Existence Exiled', un disco interessante che abbisogna, come dicevo, di un maggiore alleggerimento a livello sonoro per evitare quell'effetto caos che talvolta si respira durante l'ascolto del disco. Per il resto, direi che siamo sulla strada giusta. Un'ultima cosa, dimenticavo: la produzione di 'Existence Exiled' è stata a cura di Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak, Sun of the Sleepless) nei Klangschmiede Studio, mica l'ultimo degli sfigati, pertanto non sottovaluterei fossi in voi questo lavoro. (Francesco Scarci)

Petrolio - L+ES

#PER CHI AMA: Experimental/Noise/Ambient
Petrolio: non esiste monicker migliore per il progetto avviato nel 2015 da Enrico Cerrato (già con gli Infection Code, Moksa e Gabbia Inferno), una miscela in precario equilibrio tra ossessioni industriali alla Godflesh ed esplosioni harsh noise in grado di proiettarci in un mondo oscuro ed estraniante. Descrivere le emozioni che ci trasmette l’ultima fatica, dal titolo 'L+ES' (letteralmente “Le Esistenze”), nata in collaborazione con altri sei artisti del panorama sperimentale (Aidan, Sigillum S, Arbeit, Mai Mai Mai, Fabrizio Modenese Palumbo e Nàresh Ran, ognuno dei quali contribuisce a due delle dodici tracce dell’album), rappresenta una vera e propria sfida, in quanto la potenza di questa marea nera è tale da costringerci ad una continua lotta per non essere sopraffatti. Questo viaggio negli abissi sonori che rappresentano le nostre vite alienate comincia con “Ne Tuez Pas Les Anges” (ft. Aidan), una lenta marcia tra desolanti effetti ambient, tastiere grondanti tristezza e ritmiche meccaniche, efficace preludio alla definitiva immersione nel tunnel industrial-noise di “La Maladie Connue” (ft. Sigillum S), inesorabile come un male fisico. In “Scindere 2 Animes” (ft. Arbeit) la tensione è portata agli estremi da un crescendo di austere note di piano e rumori indistinti che a sorpresa si evolvono in una diafana melodia piena di malinconia, forse presagio di un pronto ritorno a galla sulla spinta della batteria saturata e degli scroscianti synth di “Fish Fet” (ft. Mai Mai Mai). Petrolio ci rivela l’inganno facendoci nuovamente sprofondare con la maestosa estridente “L’Eterno non è per Sempre” (ft. Fabrizio Modenese Palumbo), un pezzo che potrebbe tranquillamente far parte della colonna sonora di un film di Lynch e che ci avvia alla parte più disturbante dell’album: “Ceralacca e Seta” (ft. Nàresh Ran) è una finestra aperta sull’abisso di una nevrosi da cui sgorgano disperati farfugliamenti, seguono il caos rumoristico e i feedback maligni di “Heilig Van Blut” (ft. Aidan) e la martellante “Peregrinos De Almas” (ft. Sigillum S). Stiamo per toccare il fondo, la quiete della superficie è solo un vago ricordo evocato dai miraggi sonori di “Wood and the Leaf Rite” (ft. Arbeit): ciò che resta di noi, ormai schiacciato da un peso opprimente, si ritrova a vagare nei sepolcrali bassifondi di “Cut The Moon” (ft. Mai Mai Mai) e “Ojos, Eyes and l’Ecoute” (ft. Fabrizio Modenese Palumbo), alla ricerca di una qualche fonte di luce che si può solo intravedere in mezzo alla pioggia battente di effetti ambientali e percussioni ossessive. Il pachidermico groove di “Vuoto a Perdere” (ft. NàreshRan) ci riporta ad una realtà ancora più tetra dell’incubo: è l’allucinante grido finale che esplode nella cacofonia della nostra quotidianità quando la sopportazione giunge al limite (“è come se qualcuno mi spingesse o mi tirasse giù”), la voce dell’Es (forse richiamato nel titolo) che erutta spazzando via ogni repressione e tentativo di controllo conducendoci alla pazzia. In questo suo lavoro (la cui edizione fisica vedrà le tracce separate su due supporti, dalla 1 alla 6 su vinile e dalla 7 alla 12 su cassetta), Petrolio arricchisce il suo nero fluido col contributo di ogni ospite, dosandolo ed amalgamandolo come un alchimista, fino ad ottenere un vero e proprio elisir del disagio esistenziale: 'L+ES' non è certo l’album da ascoltare durante una bella giornata di sole in compagnia, bensì una prova da affrontare in solitudine, che vi sbatterà in faccia ogni vostro malessere a cui solo i più forti riusciranno a sopravvivere. (Shadowsofthesun)

(Audiotrauma – 2018)
Voto: 90

https://petrolio.bandcamp.com/releases