Visualizzazione post con etichetta Doom. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Doom. Mostra tutti i post

giovedì 17 settembre 2026

Northern Subs - Night Creatures

#PER CHI AMA: Occult Progressive Rock
Dalle nebbie recondite della Tasmania emerge un'evocazione che non chiede il permesso per strisciare nell'inconscio: 'Night Creatures', il nuovo parto sonoro targato Northern Subs e sguinzagliato via Nosferatunes. La formazione australiana manda a benedire le definizioni stantie, forgiando un calderone allucinato e lisergico in cui l'occult rock più oscuro, si sposa a una profonda anima progressiva, dove il doom d'annata viene contaminato da deviazioni palesemente esoteriche, cadenze allucinogene e quelle pulsioni warlock-core nate per accompagnare sabba notturni. La produzione evita la trappola del patinato moderno e sceglie un approccio ruvido ma sapientemente bilanciato con chitarre che passano da colate di piombo e acido a fraseggi sognanti, sorrette da una sezione ritmica cangiante e da una voce teatrale, declamata ed emessa come una litania di maledizioni da un altare sconsacrato per raccontare storie di stregoneria, visioni notturne e declino spirituale. Il viaggio alchemico si apre con i quasi dieci minuti della maestosa suite "Doom Katrina", dove il doom si fa plumbeo ma rifiuta la staticità aprendosi a volute progressive, arpeggi ipnotici e fiammate di chitarre sature che impostano una tensione strisciante, per poi passare all'incedere sfrontato di "Lipstick Red", episodio in cui il ritmo accelera su trame occult-rock sferzanti spinte da un groove anni '70 e da un cantato graffiante che sa di fumo e zolfo. Con "Witches' Cauldron" si sprofonda di nuovo nell'abisso rituale lungo otto minuti guidati da un basso sordo e atmosfere desertiche con le chitarre, da metà brano in poi, che montano in un crescendo mefistofelico, spianando la strada alla maratona conclusiva di "Crash Land", altro capitolo da oltre nove minuti, in cui le trame strumentali si dilatano ipnotiche fino a dissolversi in un mare di feedback e gelida oscurità. Alla fine, i Northern Subs mettono a segno un colpo da maestro, convincendomi di più dei Green Carnation recensiti ieri. Per chiunque sia affamato di esoterismo sonoro, cangianti strutture progressive e vecchie messe nere in musica, si regali l'ascolto di 'Night Creatures'. (Francesco Scarci)

(Nosferatunes - 2026)
Voto: 74

lunedì 14 settembre 2026

Dymna Lotva - Vyraj

Ascolta "Dymna Lotva - Vyraj" su Spreaker.
#FOR FANS OF: Black/Doom
The Belarusian band Dymna Lotva was founded in 2015, and since then, they have undergone a very interesting evolution. Their first albums already showed great potential, combining doom, black, and atmospheric sounds in a compelling way. The palette was rich and intriguing, although a doom-infused pace and its elements played a quite prominent role. Beyond these influences, singer Katsiaryna was a fundamental element of Dymna Lotva thanks to her characteristic and powerful screams. This resource, alongside tasteful guitars and atmospheric arrangements, managed to create truly alluring works that captured the attention of a growing fanbase.

With their new opus, titled 'Vyraj', the band takes a major step forward. This new effort sounds more majestic and intense. The palette of influences is even richer, with a stronger black metal presence successfully coexisting with classic doom, Slavic folk touches, and an ethereal atmosphere. The album opener, "Zory", is an inspired and representative example of this more intense, cinematic approach. It begins with a doomier pace before a purely black metal fury erupts. The tempo and intensity increase severely, and Katsiaryna’s vocals sound as brutal as ever. However, this intensity is further enriched by her clean, ceremonial voices that reinforce a ritual essence, alongside simple yet effective keys that heighten the overall hypnotic atmosphere. The following track, "Veha", is another interesting piece. It also combines fast and slow sections within a more atmospheric composition, where the vocals play a captivating role through a variety of styles, ranging from aggressive shrieks to clean singing and whispers. Enigmatic keys and these varied vocals, combined with sombre melodies, create a strongly ritualistic track that perfectly defines the band's distinct approach.

Doom metal influences reign supreme once again in the third track, "The Boat of Despair", with its slower pace. Clean female and male vocals take center stage this time, forging a deeply melancholic and spiritual track that adds great diversity to the album. By this point, it becomes clear that the keyboard work plays an interesting role: it carries an electronic essence that provides a unique contrast, yet fits seamlessly into the compositions and the overall spirit of the record. The shifts in tempo, the tasteful guitar lines, and a well-crafted atmosphere result in a very diverse album where each track possesses its own identity. This variety allows every listener to find their own favorite track, which is always a hallmark of quality. In any case, I would like to highlight another excellent piece, "Usta Za Mianie", where the contrast between atmosphere, clean vocals, and aggressive sections is once again fused with unquestionable taste. The captivating melodies are sure to delight the listener, not to mention the majestic closer, "Return My Coffin Home", which perfectly summarizes all the strong points of 'Vyraj' and leaves a lasting impression.

Dymna Lotva has gained attention due to political reasons, but ‘Vyraj’ serves as a powerful reminder that the band’s talent alone is more than enough reason to give them a listen. This album is a remarkable and successful example of how to fuse different influences into a truly captivating body of work. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 88

sabato 12 settembre 2026

A Thousand Sufferings - Valley of a Sun

Ascolta "A Thousand Sufferings_Valley of a Sun" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Depressive Black/Doom
Prendere dei classici del folk, dell'hard rock o dell'alternative e sottoporli a un processo di lenta decomposizione è un'operazione perversa, ma è esattamente ciò che hanno fatto i belgi A Thousand Suffering in 'Valley of a Sun'. Il quartetto di Anversa firma un EP di cover che si trasforma in un vero e proprio rituale di autolesionismo sonoro, in cui la materia originale viene completamente prosciugata di ogni forma di vita e riplasmata secondo i canoni più plumbei, malati e soffocanti del depressive black doom. Le influenze di Shining, Urfaust e dei primissimi Forgotten Tomb, non sono un semplice richiamo, ma una condanna a morte: chitarre affogate nella distorsione, batterie che battono il tempo come un'esecuzione capitale e un cantato che alterna screaming disperati a growl cavernosi, pronti a trascinare l'ascoltatore nel buio pesto. Il massacro parte con "De Zotte Morgen", pezzo della tradizione cantautorale folk di Zjef Vanuytsel: il calore acustico dell'originale viene completamente cancellato, lasciando il posto a cinque lunghi minuti di marcia funebre e arpeggi maledetti in lingua madre che sembrano usciti direttamente dalla mente distorta di Kvarforth. Si passa poi agli oltre nove minuti di "Halo Of Flies", dove l'ossatura hard rock di Alice Cooper viene smontata pezzo per pezzo e ricomposta all'interno di un labirinto claustrofobico di riff pesantissimi, bruschi rallentamenti e improvvise folate di gelo metallico. L'oltraggio prosegue con "Jailbreak" dei Thin Lizzy: l'adrenalina stradale e scanzonata dei rocker irlandesi viene brutalmente sedata, ridotta a un groove catramoso e vischioso guidato da un basso sordo e da chitarre che sputano veleno. A mettere la parola fine a questo calvario ci pensa la reinterpretazione di "Stories" dei Therapy?, che cancella ogni residuo di alternative rock per trasformarsi in oltre sei minuti di angoscia pulsante, martellante, un depressive black che priva della minima luce in fondo al tunnel. 'Valley of a Sun' non è un semplice omaggio, ma un atto di profanazione riuscito alla perfezione. Un esperimento nerissimo e malato, caldamente raccomandato a chiunque cerchi nel depressive black metal non una semplice distrazione, ma un'autentica immersione nel nichilismo più puro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

domenica 6 settembre 2026

Okay You Win - End of Days

#PER CHI AMA: Desert Rock
I londinesi Okay You Win, al debutto sulla lunga distanza dopo l'uscita del disco dal vivo nel 2023, 'Live from the Pit', si muovono agevolmente in quelle che possiamo definire le frontiere psichedeliche dello stoner rock, lande dove il combo britannico stende la sua trama rumorosa, tra echi di Kal-El e Kayleth, mostrando interesse in deserti caldi e polverosi, ma soprattutto verso le atmosfere sconosciute di infinite galassie cosmiche e viaggi in terre aliene ed allucinogene. Il suono è ben bilanciato e incline ad una forma più europea dello stoner, e in certi punti si percepisce anche una certa vicinanza con alcune scelte compositive dei mai dimenticati 35007, quelli della prima ora per intenderci. Il classico parametro di resa per una band del genere è soddisfatto sotto tutti i profili, il sound è rumoroso ma cristallino, capitanato da una voce carismatica, ipnotica e liquida. I muscoli tra le note si sentono, anche se prevale sempre quel senso di dissoluzione cosmica che fa apparire i brani e la band provenienti da una stratosfera estranea alle coordinate terrestri. È con questa attitudine che una canzone come "Beat Me Down", con un basso distorto dal richiamo eterno nello stile della celebre "Roadhouse Blues", e uno start vocale che è a metà strada tra Ian Astbury e l'intramontabile Ozzy, mette a nudo il loro suono in una lunga corsa dai chiaroscuri ritmici che si alternano tra divagazioni doom e allucinate cavalcate lisergiche, sulla scia dei Cloud Catcher. Gli Okay You Win calano l'asso con "The Greatest Lie", dove i suoni si fluidificano e si dilatano ulteriormente per una litania esplosiva alla ricerca del mantra perfetto, classica, potente e illuminata song dal passo lento e liturgico con un'apertura molto interessante, ricavata dagli ascolti ripetuti di Orange Goblin e se vogliamo anche dalle intuizioni hard del buon vecchio Glenn Hughes. Una nota di merito particolare devo spenderla per la performance vocale di "This Damned Place", che risulta molto ispirata, cupa ed evocativa, carica di vortici oscuri e spettri neri, un brano lungo e variegato sulla via del doom che mi colpisce in modo particolare per la sua profondità emozionale. Il disco ha molte sfaccettature e anche l'ipervelocità di "Red Flag", che rispolvera i fasti migliori dei Soundgarden più selvaggi, vi farà saltare sulla sedia mostrando le capacità di musicisti dalle eccellenti qualità tecniche. Gli Okay You Win sono una band che sa esattamente cosa fare e come farlo, che si inserisce in un genere preciso, per rinvigorirlo e rigenerarlo, senza la pretesa di poterlo reinventare, suonandolo con passione e devozione per ricordare quanto l'heavy psichedelia non sia una moda passeggera ma un credo ferreo. 'End of Days' è un disco bello intrigante, tutto da gustare ad alto volume fino alla conclusiva "Own It", splendida e lunghissima deflagrazione cosmica cantata e suonata in maniera a dir poco perfetta! L'ascolto di questo disco è d'obbligo! (Bob Stoner)

(Blues Funeral Recordings - 2026)
Voto: 70

mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70

giovedì 13 agosto 2026

The Crown of Yamhad - What Ghosts Reveal

#PER CHI AMA: Gothic/Doom
Premetto subito una cosa: 'What Ghosts Reveal' non è un disco da ascoltare se cercate scariche d'adrenalina o ritmi forsennati. La proposta della formazione berlinese The Crown of Yamhad infatti si configura come una vera e propria nenia echeggiante e cadenzata, un ninnananna oscura e ipnotica che chiede all'ascoltatore di rallentare i battiti e farsi cullare senza fretta. Ma se vi lascerete inghiottire da questo flusso, l'EP potrebbe regalare un certo fascino, sospeso tra il gothic e atmosfere mediorientali. Il quartetto infatti, riprende la lezione dei maestri degli anni '90, penso ai Theatre of Tragedy o ai The 3rd and the Mortal, e vi innesta una trama folk, caratterizzata dalle pennellate di violino di Sarah Poidomani che s'intrecciano col liuto arabo di Muhammad Shehadeh. Tra riff di chitarra granitici, bassi rotondi (a cura di Finna Björnsdottir, anche voce eterea dell'opera) e un drumming programmato con cura, i nostri bilanciano la pesantezza del doom con delicatezze acustiche, trasformando il dolore della perdita in un'epopea di struggimento. Il viaggio si sviluppa come una lunga e lenta preghiera: la title-track apre le danze con un crescendo drammatico, guidato dall'intersezione tra chitarre e violino, mentre il canto lirico trascina in un senso di totale abbandono. "Keeper of the Flame" è un po' più pesante e atmosferica con la voce di Finna in primo piano, accompagnata qui dalle tastiere, in un flusso sonico che evoca i fasti di un tempo ormai andati. In "Before It Blooms", il gruppo sembra rallentare ulteriormente, privilegiando atmosfere elegiache e malinconiche (merito del violino), dove il tempo sembra quasi fermarsi. E qui la band corre il rischio (calcolato?) di rendere l'ascolto un po' troppo monolitico e ripetitivo. "Renascence" prova a giocarsi la carta della melodia facile, ariosa e catartica, ma ancora una volta si sprofonda in un sound troppo inflazionato (almeno in passato) che ha il solo effetto di farmi sbadigliare. Ci pensa allora "The Progeny of Evil", una rilettura aggiornata di un brano del 2020, a fondere l'oscurità delle chitarre a trame orchestrali e mediorientali, e salvare la band in corner. Lontano dai riflettori del mainstream e immerso nello spirito più puro dell'underground, 'What Ghosts Reveal' prova ad essere un ascolto intimista e magnetico, una nenia malinconica, caldamente consigliata agli amanti del gothic e del symphonic doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 64

venerdì 17 luglio 2026

Pseudobiblion - Index I

#PER CHI AMA: Death/Doom/Horror
Il debutto discografico del progetto italiano Pseudobiblion, intitolato 'Index I', vorrebbe imporsi come un compendio di spessore nel panorama estremo underground, fondendo death old school e cupo horror-doom metal d'inizio anni '90. La band, formata da membri di band storiche come Nihili Locus, Dvm Spiro e Manhunt, dichiara esplicitamente influenze legate ad alcuni capisaldi scandinavi e d'oltreoceano come Grotesque, Nihilist, i primissimi Dark Tranquillity, Death (mah! - ndr), Sodom e Autopsy. Superate le tenebre dell'oscura intro "The Upper Berth", i nostri esibiscono, in "The Oval Portrai", chitarre taglienti e una sezione ritmica tellurica, arricchite da una performance vocale che si assesta su un growl animalesco, che non lascia però il segno. Meglio invece la successiva "Memory", che con le sue atmosfere orrorifiche, le vocals decadenti in sottofondo e le chitarre spigolose, profuma di un metal d'altri tempi che pensavo dimenticato. Le chitarre si muovono lungo binari affini anche nella successiva "Green Tea", con i vocalizzi del frontman che evocano i Nihili Locus, al pari delle melodie che costituiscono l'architettura di un pezzo più convincente dei precedenti. "The Judge's House" è un brano decisamente più monolitico e doom oriented, un classico back in time che tuttavia continua a non regalare chissà quali emozioni al sottoscritto. "Markheim", il brano più intrigante del lotto, complice un finale a dir poco sinistro, prova a portare a compimento un disco sicuramente old fashion per sonorità, tematiche (che attingono all'antico 'Index Librorum Prohibitorum', inserendo frammenti letterari inalterati della letteratura horror e gotica classica) e attitudine, un lavoro indicato per coloro a cui forse manca la conoscenza della storia di questo genere. Francamente, per chi come me mastica questi suoni fin da 40 anni, meglio andarsi a prendere gli originali. (Francesco Scarci)

(Club Inferno Entertainment - 2026)
Voto: 62

venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

martedì 7 luglio 2026

Mylingen - Det Inre Mörkret

#PER CHI AMA: Death/Doom
Quando ho ascoltato 'Det Inre Mörkret', secondo capitolo degli svedesi Mylingen, la prima sensazione è stata di aver scoperchiato qualcosa che era rimasto troppo a lungo nascosto sotto la superficie. Questo duo scandinavo si muove in quella terra di nessuno, dove il blackened death metal perde la sua componente più sguaiata per sposare la freddezza del progressive e il passo rallentato, quasi funereo, del death-doom. La produzione avvolgente sembra offrire un calore antico e un suono organico dove le chitarre non cercano la violenza gratuita ma preferiscono lavorare per sottrazione, alternando riff taglienti a momenti in cui lo spazio si dilata a dismisura. È una musica che respira, anche quando l'aria si fa vischiosa e pesante. La scelta di mantenere i testi rigorosamente in lingua madre non fa poi che aumentare questa sensazione protettiva. Il disco si compone di otto pezzi, che aprono con "Vansinne" che impatta subito con i suoi oltre sette minuti di progressioni progressive e sfuriate blackened death, seguita dall'incedere più compatto e aspro di "Utan Mening" in cui, il growling del frontman si fa più corrosivo. "I Mörkret" mostra un lato inedito del duo di Söderköping, più ricco di groove nella prima metà e più saturnino nel proseguio. La tensione emotiva rallenta, facendosi più opprimente nella successiva "Tomheten", comunque sempre abbondante sul versante melodico. Si riparte poi con le melodie cosmico-stralunate di "Den Oönskade", forse vera hit del disco, lasciando a "Fallna Änglar" il compito di ridefinire l'equilibrio tra aggressività e melodia prima della chiusura formale del lotto, affidata agli ultimi due brani, "Norr" e "Till Slut", che confermano la vena death atmosferica dell'act svedese. Alla fine 'Det Inre Mörkret' è un viaggio intimo, un blocco monolitico pensato per chi ha ancora la pazienza di sedersi al buio e ascoltare la propria ombra senza la fretta di dover accendere la luce. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

sabato 20 giugno 2026

Chullachaqui - Epiphanic Perdition

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Epiphanic Perdition' è il primo album dei Chullachaqui, side‑project sludge/post‑metal di Matt Cooper (voce e basso dei Vulgaris). Non è un ascolto facile, e a essere del tutto onesti, mi sa tanto che non voglia nemmeno esserlo. Cooper, che alcuni di voi già conoscono per il lavoro con il suo main project, qui si spoglia di ogni velleità strutturale per dedicarsi a un rituale fatto di fango, ripetizioni e geometrie dilatate. La sensazione, fin dall'iniziale "Yakruna", è quella di entrare in una stanza dove l'aria è densa, quasi irrespirabile, con le chitarre che mostrano quel suono stoner e fuzzy, talmente grasso da poterlo quasi toccare. Il problema è tuttavia che nei suoi oltre sette minuti, la traccia non mostri alcuna variazione al tema di fondo; percussioni e chitarre viaggiano a braccetto in un loop sciamanico che sembra promettere una pace che, in realtà, non arriverà mai. Il fulcro emotivo di questo viaggio è però la trilogia intitolata "Futility": la prima parte, "Unstoppable Force", mostra come unica differenza con la traccia d'apertura, la presenza di una voce gracchiante, poi ancora una ridondanza dronica, una tensione filosofica ancor prima che sonora, per un'altalena di suoni che persiste anche nella successiva "Immovable Object", ma anche qui prevale la noia per una stasi sonora che sembra farsi più cupa e desolante, complici peraltro i 15 minuti del brano. Il cerchio si chiude con "Death Becomes You", 40 secondi acidi come un limone andato a male e che era meglio buttare nella spazzatura. C’è spazio ancora per la melmosa "The Serpent", un pezzo doom (con voce black) che rallenta ulteriormente il passo, prima che "Oblivion" (traccia del 2023), chiuda il lavoro con gli ultimi 14 minuti e passa di un black sghembo quanto inutile, per un album troppo monolitico che non trova sicuramente il mio favore. Se cercate la melodia che vi salvi la giornata, un guizzo di genio, o qualcosa di accattivante, beh sappiate che questo decisamente non è il vostro posto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

martedì 16 giugno 2026

Blüdwyrm - The Blissful Sleep of Ignorance

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
C’è un momento preciso, di solito già al termine del primo minuto di un disco doom, in cui capisci se chi suona sta semplicemente replicando una formula o se sta cercando di saturare la stanza con gas nervino per impedirci di respirare. Quando parte la traccia d’apertura, "Preacher of my Own Demise', dell'EP di debutto degli inglesi Blüdwyrm, la sensazione non è quella di venire travolti da un’ondata di fango primordiale, piuttosto quella di sfogliare un catalogo di cliché sludge/doom già ampiamente codificati trent’anni fa da gente come Electric Wizard o primi Cathedral. Il problema principale di 'The Blissful Sleep of Ignorance' non sta nella perizia tecnica dei musicisti, che sanno perfettamente dove mettere le mani, né in una produzione volutamente sporca, registrata ai Poole Gateway Studios. Il vero limite è che ogni singolo riff, ogni passaggio di batteria e ogni linea vocale del frontman sembrano calcolati a tavolino per rientrare nei canoni di un genere che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di maggior personalità e non di semplici restauratori. Si avverte una totale mancanza di quell'imprevedibilità che rende il metal estremo una materia viva; tutto scorre esattamente come ti aspetti, con una pesantezza prevedibile che, traccia dopo traccia, si trasforma in noia. Persino il singolo "The Vultures", che nelle intenzioni dovrebbe mordere e mostrare il lato più dinamico del trio di Bournemouth, si trascina senza una reale zampata, finendo per suonare come una b-side sbiadita dei Cathedral di 'Forest of Equilibrium'. C’è un momento preciso poi, durante i sei minuti abbondanti della conclusiva "Pesticides", in cui la dilatazione psichedelica e le stratificazioni di chitarra di Alex Jones dovrebbero creare un’atmosfera claustrofobica e spettrale, e invece l'unica cosa che si percepisce è il peso di un minutaggio tirato troppo per le lunghe. Alla fine, non basta abbassare l’accordatura della chitarra, saturare le frequenze e gridare con voce stanca per trasmettere un disagio autentico, serve una scintilla che questo lavoro purtroppo non possiede, preferendo adagiarsi in un sonno fin troppo protetto dalle proprie influenze. (Francesco Scarci)

(Road to Masochist Records - 2026)
Voto: 50

sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)

sabato 16 maggio 2026

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

mercoledì 6 maggio 2026

Splendidula - Absentia

#PER CHI AMA: Post Black/Doom
Ci sono assenze che non si possono spiegare e i belgi Splendidula lo sanno bene: hanno capito che per sopravvivere alla perdita, quella che gli ha strappato il compagno di viaggio e bassista Peter Chromiak, non servono discorsi troppo filosofici, ma un posto dove poter urlare tutto il proprio dolore. 'Absentia', il loro quarto album, non è stato scritto per scalare le classifiche, ma per inviare una lettera a un indirizzo che non esiste più. Non c’è un modo soft per entrare in questo disco. Ti investe subito con la title track e un suono enorme e terribilmente vuoto allo stesso tempo. Le chitarre di Guy Van Campenhout costruiscono architetture post-metal che sembrano reggere il peso del mondo, per poi cedere di schianto ad esplosioni doom. E in mezzo a questo caos, c’è la voce di Kristien Cools: limpida e fragile, supportata nell'opening track da Tim Yatras (Austere, Germ) e nella seconda traccia, "Echoes of Quiet Remain", addirittura da Aaron Stainthorpe (ex frontman dei My Dying Bride). La musica dei nostri si arricchisce di ulteriori sfumature: dalle accelerazioni post-black della già citata title track, alla solennità della seconda traccia, un pugno nello stomaco emotivo. Il disco prosegue su questi binari emozionali, proponendo pezzi dal titolo in fiammingo che esprimono a parole, ancora quel dolore che dilania la band: dalla furibonda "Kilte" (il freddo) alla più riflessiva "Donkerte" (l'oscurità). Con i fatti poi, la musica ci trascina in un isolamento che brucia, non promette pace, nè redenzione, ma sembra semmai spingerci ad affrontare i nostri demoni. "Let It Come to an End" chiude il cerchio, con un pezzo vibrante e forse con quella consapevolezza acquisita che il dolore non svanisce mai del tutto, ma rimane un qualcosa con cui imparare a camminare, un passo dopo l'altro, nel buio. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 78

martedì 14 aprile 2026

Clouds Taste Satanic – Berlin 2023

#PER CHI AMA: Stoner/Space Rock strumentale
Cosa dire di un nuovo disco dal vivo, dopo 'Birmingham 2024' dello scorso anno, dei Clouds Taste Satanic? Registrato ai Big Snuff Studios di Berlino nel 2023, viene sparato in faccia al pubblico senza sovra incisioni o altre diavolerie che potrebbero renderlo ancora più appetitoso, e andando a scoprire che è proprio in questo frangente, in questa scelta, che la band americana si contraddistingue dalle altre, che la sua identità è così legata al rock abrasivo, old fashion, suonato e sudato in maniera reale, che dal vivo non ha proprio bisogno di aggiustamenti di alcun tipo. L'equilibrio è altissimo, l'aria è pesante ed avvolgente, tutto suona come deve e si lascia ascoltare con una fluidità e una forma di catarsi cosmica, che guida il nostro udito verso visioni di galassie lisergiche, infinite e stellate. L'album si apre con "Second Sight", tratta dall'album omonimo ed è una lunghissima suite (21 min. circa) che, capitanata da chitarre pirotecniche, esplora parecchie influenze e modi di intendere lo stoner nella lunga storia di questo modo di fare rock psichedelico. Di seguito è il turno di "Sun Death Ritual", altro lungo brano tratto dall'album 'Tales of Demonic Possession', che ci dilata la visuale con venature space rock e fughe verso un tipo di doom che soddisferebbe chiunque, con le iperattive chitarre a macinare riff di scuola Tony Iommi e assoli a gogo, ipnotici e surreali, al pari di un'allucinazione, con una perizia tecnica di pregevole qualità. La produzione di questo live è ottima e non fa rimpiangere o abbassare la potenza della band newyorkese nei lavori fatti in studio, al contrario, la stima aumenta nei confronti dei nostri. Subito dopo si ha la nuova conferma con il terzo brano, "Spirits of the Green Desert", sempre tratto da 'Tales of Demonic Possession', un pezzo più corto e immediato per un sicuro effetto acido. Chiude il set live "Beast from the Sea", cupa e progressiva, anch'essa super ipnotica, mostrandosi peraltro come un'ottima colonna sonora per il soggetto marino descritto nel titolo del brano. I Clouds Taste Satanic si dimostrano istrionici, sapienti conoscitori e paladini fieri di un genere che hanno saputo portare avanti e in alto, in tutti questi anni di carriera, con grande professionalità e originalità, e scoprirli in sede live sempre così in forma, non può che farci sentire ancora più felici. Per chi ama l'heavy psichedelico e lo stoner d'estrazione a stelle e strisce, desertico, sofisticato e ipnotico, suonato in maniera polverosa e visionaria, oltre al fatto che le copertine di tutti i loro lavori sono splendide, possiamo dire che questo disco sarà sicuramente, lo scrigno d'oro per il vostro palato fino di cultori dello stoner rock. Una prova monumentale e chitarre spettacolari per un disco dal vivo da ascoltare a tutto volume! (Bob Stoner)

(Kinda Like Music - 2026)
Voto: 72

sabato 11 aprile 2026

Goatpsalm - Beneath

#PER CHI AMA: Funeral/Doom
A dieci anni esatti dall'uscita del magistrale 'Downstream', la band russa torna a farsi sentire con un full length che raccoglie brani scritti in questo lungo lasso temporale, ovvero tra il 2017 e 2025. La nuova opera è un colossale lavoro che raccoglie le varie identità sonore intraprese nella carriera di questa band, gli stili toccati, le atmosfere espresse album dopo album, racchiuse in queste nuove cinque tracce. I Goatpsalm suonano in maniera originale una musica carica di un'emotività sinistra, usando linguaggi diversificati tratti da generi che trasudano oscurità da tutti i pori, utilizzando il verbo dell'industrial, del noise, del funeral doom, della psichedelia virata al dark, il tutto con un tocco di rarefatto folk d'ambiente suonato, concedetemi il paragone, con l'intensità e la classe acustica, gotica e sofisticata, alla maniera di band che con il metal non hanno nulla a che vedere, come gli And Also the Trees. Il risultato è complesso: si parte con una mini intro etno-ambient per poi raggelare il terreno con "Heart of Damballah Wedo", che ricorda le sperimentazioni dei francesi Spherical Unit Provided o Supuration. Doom metal dai tratti glaciali e siderali quindi, combinati con suoni sintetici e futuristici per uno spazio siderale infinito. Il mood affonda con "Split Soil" dove il funeral doom diventa più oppressivo e pesante, attraente generatore di nere (e mere) allucinazioni fatte di un sound che sa di infinita capitolazione, una vera e propria maestosa, decadente discesa agli inferi. "Kalbas Whispers of Death" cambia scenari, avvalendosi di percussioni etniche per un suono scarno che arde di profumi sciamanici; quanto meno inaspettato a questo punto del disco, ma diventa uno spartiacque riflessivo ed ipnotico per rarefarsi nel finale, e scegliere la via della sfumatura in nero che anticipa l'arrivo di "Exequires", il brano simbolo, a mio parere, di questo album. Una traccia che affronta i chiaroscuri del funeral doom senza compromessi, un suono che scivola tra il sotterraneo funereo degli Esoteric e i Thergothon. Quindi scream, growl e una cadenza ridotta della ritmica fino al minuto 3:43, dove tutto progressivamente si ferma, come se stessimo cadendo in un vuoto assoluto, nota dopo nota in sintonia con il doom più cerebrale e d'avanguardia, fatto di rumori d'ambiente e versi di animali, che portano ad un senso di immobilità concreto che si manifesta nel lunghissimo finale, laddove una voce ribassata di tono e una velocità rallentata, ci accompagnano in un viaggio attraverso lande desolate e nebbiose, in assenza di ritmo con a capo un suono vicino al rumore bianco, per una visione sonora spettrale. Finisce così un disco deliziosamente sinistro, difficile da ascoltare ma assai attraente, un lavoro che profuma di decadenza e composizioni plumbee, per una band che riconferma la propria altissima qualità. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

mercoledì 25 marzo 2026

Cave Dweller – Showing Teeth

#PER CHI AMA: Black/Sludge/Folk
Il menestrello oscuro del Massachusetts è tornato con un disco che conferma la sua geniale originalità. Perseguendo le strade del suo stile unico e profumato di odori intensi, di natura ostica e selvaggia, fonde una forte componente spirituale con alternative country, post doom e black metal minimale dai rintocchi rituali. Apre le danze la lunga "The Savage Face of Tekoa", progressiva corsa che passa da un leggero folk recitato ad un sound figlio dei Melvins e dei Cathedral più criptici, con una ritmica pesantissima forte di un riff marmoreo ad elevata capacità di assimilazione per l'ascoltatore (una vera goduria per le orecchie), per finire in un doom atmosferico dal riff ciclico e ipnotico, che chiude con una coda figlia di un sound ridotto all'osso ma decisamente d'estrazione grunge. Le tracce sono di media molto lunghe e in sette formano un disco che nella sua totalità supera i 40 minuti, mentre il sound nella sua complessità, risulta tanto e deliziosamente sotterraneo, ipnotico, cavernoso e rude, ma estremamente attraente e, pur non lasciando mai il legame con quel senso di natura primordiale, per certi aspetti, è anche circondato da un certo tipo di feeling avanguardistico evoluto, scarnificato, visionario e secco come un ramo d'autunno privo di foglie. "Appalachian Alchemy" è letteralmente disarmante per il suo letale bagliore verso l'infinito, deflagrante, con al suo interno, un ponte folk, flauto e chitarra cristallina, a creare un'immagine surreale di via di fuga verso un cosmo violento ma protettivo. La ricerca sonora di Adam R. Bryant, ex membro della band post-black metal americana Pando, con all'attivo un sacco di altri progetti, si avvale di innumerevoli rumori e suoni di sottofondo, che rendono le sue opere particolarmente interessanti, sporche ed evocative, veri e propri campi di battaglia mentali per l'equilibrio umano. Come nei nove minuti di "Sunrise Offering (The Valley as an Altar)", dove una rumorosa ritmica in lontananza crea un mood sonoro soffocante, dalle evidenti sfumature esoteric black, sviluppandosi poi in pura rumoristica d'ambiente, sperimentale a dir poco, inquietante, con una chiusura mistica governata da percussioni rituali prese in prestito dalla world music più tribale. "Amanita Bisporigera" è il nome di un fungo del nord America, chiamato anche l'angelo distruttore, estremamente letale per l'uomo, ma anche il titolo dell'allucinata traccia più corta dell'album, che al suo interno al minuto 1:30, si avvale di un breve stacco inaspettato che riporta in vita la forza d'impatto delle prime note gelide di "Bela Lugosi's Dead", per poi aprirsi ad un esperimento cacofonico con un organo in sottofondo, altrettanto inaspettato, che gela il sangue, dando un nuovo significato mistico all'occult metal. Il finale è affidato al brano dal titolo "Panacea", dove Cave Dweller, torna ad esplorare le terre sconfinate dell'alternative country più buio e intimo, con un recitato dai canoni teatrali, pieno di effetti e doppie voci, rumori pesanti, rarefatti, e dal sapore quasi industrial/drone, a fotografare una foresta di ferro e acciaio, per un effetto cinematografico raggelante e tanto suggestivo, dal significato inequivocabile, dove solo la simbiosi con la natura può essere la cura di tutti i mali dell'essere umano. 'Showing Teeth' alla fine è un viaggio sonoro che conferma una figura artistica che disarciona i generi musicali più estremi, scomponendoli e filtrandoli con una sensibilità ignota ad altri artisti, un'enfasi folk apocalittica che rende questo musicista underground unico nel suo genere. Splendido album. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

giovedì 19 marzo 2026

Kerry Kaverga – Bestiae Somnium Noctis

#PER CHI AMA: Post Metal/Stoner
A volte il silenzio urla più forte di qualsiasi growl. Non serve un cantante per spiegare che il mondo stia letteralmente colando a picco, o che sotto la superficie di una città assolata come Alicante, si nascondano abissi che non vedono mai la luce. I Kerry Kaverga arrivano proprio da li, e con il loro debutto, 'Bestiae Somnium Noctis', hanno deciso di dar voce solo ai propri strumenti. Quarantaquattro minuti. Cinque tracce post metal per un viaggio strumentale che non ti prende per mano, ma ti spinge nel buio e ti sfida a trovare l'uscita. Nella proposta dei nostri si celano poi anche derive doom e stoner, ma quel suo retrogusto post-metal dilatato ricorda i momenti più ipnotici dei Neurosis o la pesantezza monolitica dei Bongripper. Non è musica da sottofondo: è un’esperienza che richiede tempo e soprattutto pazienza, visto che l'ascolto dell'opener, "Inexorabile Iter", potrebbe già anticipatamente portare a qualche sbadiglio di troppo per una certa ridondanza ritmica nel suo passo marziale che non ammette troppe deviazioni. Lo stesso dicasi dei quasi 13 minuti della successiva "Ritual", dove la struttura rituale dichiarata nel titolo, si traduce in una progressione lenta e ossessiva che uscirà dal suo pericoloso avvitamento su se stessa solo nel finale. "Circulus Clauditur" esordisce con toni più pacati e intimistici, tra un arpeggio e un leggero tocco di piatti, ma è palese che sia lì lì per esplodere, come un'eiaculazione liberatoria. Certo, quello che ne deriva dopo però, un blando sound stoner, è un po' come la classica sigaretta post-coitum, con un po' di noia che ti assale e il pensiero, ormai distante, dal sesso. Ecco quello che trovo non sia particolarmente brillante in quest'uscita, il fatto che il suono, che dapprima s'intrufola nelle orecchie, li alla fine non ci resti a lungo, e la voglia sia quella di skippare al brano successivo, "The Summon". La tribalità delle sue percussioni ci introduce al cuore del brano, qui un filo più post-rock oriented, ma il fatto che non ci sia una voce a condurre, forse ne penalizza l'esito finale, per quanto da metà in poi, il pezzo si confermi ben più vivace. In chiusura, ecco "Azathoth", un titolo che evoca la suprema caotica divinità lovecraftiana. Il suo caos si paleserà attraverso un più dritto ed efferato sound che ha tuttavia il difetto, di spaventare ben poco. Alla fine, il lavoro dei nostri è un disco ancora troppo in fase embrionale con idee troppo poco accativanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 58

mercoledì 4 marzo 2026

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68