Cerca nel blog

venerdì 20 dicembre 2019

Martriden - S/t EP

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Black, Hypocrisy, Immortal
Originari del Montana ma ora trasferitisi in Colorado, ecco una band che stranamente non suona metalcore o qualsiasi altra cosa alternativa tipica degli Stati Uniti. Quello dei Martriden (nome che trae origine dal folklore scandinavo ossia gli spiriti femminili maligni responsabili degli incubi) è un quartetto death metal, le cui sonorità sono fortemente ispirate ai suoni del nord Europa, al black contaminato dei norvegesi Enslaved, al death degli Hypocrisy, al prog degli Opeth e al movimento swedish in genere. Nonostante i nomi altisonanti, non ci troviamo però tra le mani un lavoro eccelso: forse la band ai tempi di questo debut EP, era ancora troppo acerba per dimostrare le sue effettive qualità. E cosi nei 25 minuti a disposizione, il quartetto di Denver ci propone quattro discrete tracce, in cui i nostri fanno conoscere la loro musica al mondo. L’iniziale “Blank Eye Stare” è un mix black-death, tipico scandinavo, con un break acustico centrale niente male e un discreto finale emozionante. Tutte le influenze dei nostri, dagli Emperor ai primi Katatonia, passando attraverso Immortal e My Dying Bride, convogliano inevitabilmente nel loro sound. Nel secondo brano, un mid-tempo ragionato e cadenzato, si percepiscono anche reminiscenze thrash, stile Nevermore, per un brano francamente un po’ insignificante. Con “In Death We Burn” emergono le influenze swedish death, così come pure nella conclusiva “Set a Fire in our Flesh”. Ottimi i suoni, bravi i musicisti, più che discreta è la personalità del vocalist, ma un senso di già sentito e scontato pervade le mie orecchie. Qualcosa di poco convincente caratterizza l’intero lavoro per cui alla fine fatico a venirne a capo. Dategli un ascolto e aiutatemi a capire. (Francesco Scarci)

(Siege of Amida Records - 2007)
Voto: 60

https://www.facebook.com/martriden

Tholus - Constant

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Techno Death, Carcass, Meshuggah
L’inizio di questo Cd mi ha subito riportato alla memoria gli inframmezzi inquietanti che introducono ogni brano di 'Necroticism' dei Carcass. Ma chi sono i Tholus? È la band del polistrumentista Dave Murray (Estradasphere, Deserts of Traun), qui accompagnato dai migliori musicisti della scena estrema statunitense (e si sente), con lo scopo di riportare ai fasti di un tempo, quel death iper-tecnico e fantasioso, che ben poco fu compreso negli anni novanta con Cynic e Atheist. Quel che è certo, è che non è semplice neppure un approccio così immediato a 'Constant', album che ruota attorno ad un concept alieno. La musica dei nostri è infatti parecchio ostica, e se pensate, che nella loro biografia, i Tholus descrivono il loro sound, come un improbabile incrocio tra il death metal di Death e Carcass e l’avantgarde-fusion di Frank Zappa e Chick Corea, capirete quanto la musica dei nostri sia assai complessa. Montagne di riffs intricatissimi vengono innalzati dai due axemen (ci sono poi altri due chitarristi, uno solista, l’altro acustico), giri di chitarra claustrofobici e ridondanti, richiamano palesemente il mood dei Meshuggah (ascoltatevi “Staring Black”, canzone pazzesca, la migliore del disco). Il drumming fantasioso ed imprevedibile traccia ritmiche allucinanti, ipnotiche e psichedeliche, le chitarre, nonostante la loro brutalità, esplorano territori sconosciuti al metal (jazz, fusion, musica etnica); le growling vocals (forse la vera pecca del lavoro) rappresentano forse l’unico legame con la musica metal, mentre i tre(!) bassi dipingono, in modo magnificente, desolati paesaggi marziani. I Tholus hanno mostrato classe sopraffina ad elevatissimi livelli, un vero peccato poi siano scomparsi nel nulla. Un unico consiglio va dato però, prima di avvicinarsi a questo disco: aprite la vostra mente, perchè questa musica non è di questo pianeta... Allucinanti! (Francesco Scarci)

(Goregorecords - 2007)
Voto: 76

https://tholus.bandcamp.com/releases

Scent of Flesh - Deform in Torture

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Brutal Death, Monstrosity, Cannibal Corpse
I finlandesi Scent of Flesh sono dei brutti ceffi, capaci da sempre, di unire all’estremismo sonoro tipico del loro brutal sound, con quel pizzico di melodia che non guasta e anzi ne migliora notevolmente la proposta. Ma si sa, in Finlandia le cose non capitano mai per caso e l’uscita di 'Deform in Torture' datata 2007, terza e ultima release del combo guidato da Matti Viisainen, non fa che avvalorare la mia tesi. Questo capitolo dopo l’EP 'Become Malignity' del novembre 2005, riconsegna una band in strepitosa forma, abile, quanto basta, nello spaccare qualsiasi caso gli capiti davanti. Mezz’ora (ci risiamo) e poco più di musica estrema, violenta, brutale e maligna, un concentrato dinamitardo, che raccoglie il sound dei precedenti lavori, amalgamandolo in modo sapiente ed intelligente. Le otto tracce contenute, sono accomunate dal desiderio di devastare il mondo: veloci crushing riffs pestano dal primo all’ultimo minuto sull’acceleratore non lasciando via di scampo; la batteria, martellante e precisa, che sfocia spesso in territori grind, segna il tempo che scorre, con il malvagio growling di Matti a vomitare tutta la sua rabbia. L’influenza della scuola americana c’è e la si percepisce interamente nella musica del quartetto finlandese: ottima tecnica individuale, unita a fantasia compositiva (merce assai rara nel brutal death). L’attitudine splatter/gore dei nostri è poi sempre ben radicata nei loro testi, così come accade per i maestri di sempre Cannibal Corpse. Proposta convincente, peccato solo che il quartetto di Imatra sia ai box ormai da 12 anni. (Francesco Scarci)

(Firebox Records - 2007)
Voto: 71

http://www.scentofflesh.com/

giovedì 19 dicembre 2019

Rose Funeral - Crucify, Kill, Rot

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Grind, Job for a Cowboy
Una pioggia minacciosa apre questo cd; poi una scarica di metallo incandescente invade le casse del mio stereo con il coro “Crucify, Kill, Rot” urlato a squarciagola dal vocalist. Inizia cosi il lavoro di questi sconosciuti Rose Funeral, autori di un sound caratterizzato dall’alternarsi di lentissimi e pesantissimi riffoni di chitarra, a brevi sfuriate death-grind. Diciamo subito che la parte predominante del cd sono proprio i breakdown che relegano in secondo piano tutto il resto, rendendo alla lunga (anzi dopo brevissimo tempo) il lavoro abbastanza noioso. La band di Cincinnati, influenzata da sonorità proprie di The Black Dahlia Murder, Job For A Cowboy, Arkangel e Prayer for Cleansing, non inventa nulla di nuovo, anzi, distrugge ciò che di buono è stato fatto fino ad ora da altri act statunitensi. La ritmica, violentissima, è interrotta troppo spesso dai già citati breaks; l’aria che si respira si fa asfissiante e tutto, alla fine, puzza di già sentito. Le doppie vocals, in screaming e growl, completano un quadro, visto fin troppe volte. Suggerito solo agli amanti di sonorità di questo tipo, gli altri si tengano bene alla larga. (Francesco Scarci)

(Siege of Amida Records - 2007)
Voto: 50

https://www.facebook.com/rosefuneralmusic

mercoledì 18 dicembre 2019

Chthonic - Seediq Bale

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Symph Black, Cradle of Filth, Sad Legend
Quando si legge “Made in Taiwan”, si tende spesso a pensare a tutti gli oggetti tecnologici prodotti in quella piccola isola dell’Estremo Oriente, ma non solo. Io la ricordo pure come la patria dei Chthonic, band in giro dal 1995 e per cui vale la pena parlarvi di 'Seediq Bale', album numero quattro. I nostri propongono un black sinfonico selvaggio e assai melodico, che gode di un’ottima produzione, in grado di accrescere notevolmente la qualità delle orchestrazioni inserite. Quando uscì il disco, sinceramente non li conoscevo, e ricordo di essere rimasto favorevolmente impressionato dalla dinamicità del combo asiatico. La fonte d’ispirazione dei Chthonic di quegli anni era chiaramente il black vampiresco dei Cradle of Filth, ma devo ammettere che l’act orientale si dimostrava già abile nel creare soluzioni alternative alla band di Dani Filth e soci, con l’impiego di strumenti tradizionali asiatici, ad esempio l’er-hu, una sorta di violino a due corde, capace di donare un’aura funerea al proprio sound. La produzione bombastica conferisce poi, una certa potenza alla musica dei nostri; in alcuni frangenti il richiamo alle tradizioni del proprio paese è cosi forte, che le sonorità si avvicinano ad un mix tra i coreani Sad Legend e i giapponesi Tyrant. In alcuni brani si respirano atmosfere gotiche, in altri si captano quelle tipiche melodie orientali (ascoltate attentamente “Bloody Gaia Fulfilled”) sentite spesso nei film cinesi. Il cd è una cascata di emozioni, note selvagge che non lasciano scampo all’ascoltatore nel rifiatare un attimo, una scarica adrenalinica che ci accompagna lungo le nove tracce contenute. I chitarristi elaborano intricate linee di chitarra, mentre il vocalist Freddy, segue le orme di Dani, tra screaming e growling vocals. Da segnalare l’ottima performance operistica della singer femminile, Doris. A livello lirico 'Seediq Bale' narra la tragica storia di Manarudao che ha portato il suo popolo alla guerra d’indipendenza contro Cina e Giappone, un inno alla libertà che i nostri hanno raggiunto, dopo il distacco del loro paese, dalla legge marziale cinese. Nel cd sono inoltre contenuti diversi video, sia in studio che live. Grande band, che ho supportato da quel giorno in avanti lungo tutti i loro album, anche quelli più controversi, per cui mi sento di consigliare il cd a tutti gli amanti di sonorità sinfoniche siano esse estreme oppure no. (Francesco Scarci)

(Down Port Music - 2006)
Voto: 77

https://chthonic.tw/

Despised Icon - The Ills Of Modern Man

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Deathcore/Grindcore
I canadesi Despised Icon (band che vanta tra le proprie file membri dei Neuraxis), freschi peraltro di una nuova uscita, nel 2007 hanno rilasciato la loro terza release con tutte le intenzione di farci del male, ne ho le prove. 'The Ills of Modern Man' (titolo peraltro sempre attuale) si affacciò sul mercato dopo il tanto acclamato 'The Healing Process' e quindi con la difficoltà di superare qualitativamente quell’ottimo disco deathcore. Il six-piece canadese non si è perso d'animo, avendo tutte le carte in regola per poterci sorprendere con una proposta selvaggia e senza compromessi. Così, dopo aver messo il cd nel lettore, non ho più avuto dubbi: il sestetto è sempre pronto per saccheggiare il mondo intero. Dieci tracce brutali, con riffs taglienti come rasoi, stop’n go, cambi di tempo vertiginosi, iper blast-beat, growling vocals e urla animalesche, ritmiche impazzite che corrono a cavallo tra death e grindcore; il risultato? Un disco malato che trasuda rabbia da ogni suo solco. Prodotti egregiamente dal loro chitarrista Yannick St-Amand (Beneath the Massacre, Ion Dissonance e Neuraxis) e mixati ancor meglio da Andy Sneap (Megadeth, Opeth), i Despised Icon per un certo periodo (visto la successiva pausa di sette anni) si sono candidati ad essere i numeri uno nella scena estrema. Brutale, cattivo e fottutamente incazzato, ecco come suona 'The Ills of Modern Man'. Se avete bisogno di scariche di adrenalina pura, questo è il disco che fa per voi. (Francesco Scarci)

(Century Media - 2007)
Voto: 75

https://www.facebook.com/despisedicon

Calendula - Hiveminds - De Brevitate Vitae

#PER CHI AMA: Post Metal/Stoner
Li avevamo lasciati su queste stesse pagine in occasione dell'uscita di 'Aftermaths': era il lontano 2012. Ora i Calendula tornano sulla scena con un po' di novità in seno alla band. A quanto pare infatti, i nostri sembrano aver virato il tiro primordialmente black/crust/hardcore di quel disco, verso un sound più intimista. Questo è ciò che si evince dall'ascolto dei primi minuti di questa single track di oltre 25 minuti, che dà il nome al lavoro, ossia 'Hiveminds – De Brevitate Vitae'. Certo, il retaggio passato vive sempre nelle note di questi musicisti, palesandosi qua e là sottoforma di riff post-metal, atmosfere melmose in pieno stile sludge, schitarrate stoner, o più rade e sguaiate grida hardcore, senza tralasciare anche una certa vena psych che va a collidere con un più atmosferico post-rock. Insomma, l'avrete capito, saranno pure venticinque minuti di musica, ma quella dei Calendula è una proposta un po' atipica, che ha modo di strizzare l'occhiolino anche all'alternative, soprattutto in ambito vocale, con il frontman a testare nuove linee vocali che vanno ad affiancarsi anche a momenti di spoken words. La proposta della band è davvero interessante, stralunata quando al quattordicesimo minuto le chitarre sembrano in preda al delirium tremens o quando la band ricorda di essere transitata in passato in territori black, che al minuto sedicesimo diventano doom, in quella che resta comunque una nevrotica cavalcata corredata da molteplici stili musicali, e che al diciottesimo (sembra quasi una telecronaca di una partita di calcio) sembrano sforare anche nel math e poco dopo nuovamente nel black. Questo per dire che alla fine 'Hiveminds - De Brevitate Vitae' è un lavoro complesso che necessita di grande attenzione e pazienza per essere goduto appieno. Forse non vi piacerà subito, ma dategli più di un'opportunità e non ve ne pentirete affatto. (Francesco Scarci)

The Pit Tips

Francesco Scarci

Moanaa - Torche
Celtefog - Outlands
Vukari - Aevum

---
Alain González Artola

Fen - The Dead light
Obsequiae - The Palms of Sorrowed
Ofdrykkja - Gryningsvisor
 

---
Shadowsofthesun

Vanessa Van Basten - Ruins Sketches and Demos
Norma Jean - All Hail
The End Of Six Thousand Years - Perpetuum

Luna - S/t

#FOR FANS OF: Instrumental Death/Doom
This Ukrainian project has been around since 2013, and released their debut album 'Ashes to Ashes' in 2014. I became aware of their existence only early this year, and was intrigued by the mix of Doom and Death Metal elements. This album proves that they are still able to incorporate new sounds into their realm of sadness. Mastermind deMort has his way of delivering massive cuts of raw, uncompromising instrumental tracks. The opening track goes like a waltz of slowly decaying corpses on their way to eternal damnation. Dragged out into extreme porportions, there’s little room for variety. The drums are relentlessly bashing my eardrums, while the violin suite hangs in the background. It rises and falls in key like waves of the ocean washing over a deserted beach. An endless symphony of destruction and death lingers upon us for nearly twenty minutes, and the subtle alternations underway makes it worthwhile to listen to in full. Part two of the three-piece symphony is much lighter, focusing more on strings than anything else. It’s almost like a gleam of hope is protruding from the previous dark territory, but when an electric organ sound is introduced we are reminded that we’re still there. The organ continues to take up much of the soundscape during the section, and gives life to a number of different parts. The outro is played like a series of long chords accompanied by a number of short bursts of soft synth. The final installment is far heavier than the rest, and a simple sad melody plays with long guitar riffs. While this is by far the brightest tune on the album, the organ and the violin keeps it in the dark. There’s a small overture section about halfway through which serves as a end marker for the album. After a brief pause, there’s a bonus track which is more upbeat than the rest. What the rest of the album lacks in versatility, this track makes up for. There’s instances of double drums and experimental riffs for a brief while, before the sound returns to its point of origin: Slow, menacing guitar riffs draped over an organ skeleton. (Ole Grung)

(Solitude Productions - 2019)
Score: 80

https://lunametal.bandcamp.com/

Ad Nemori - Akrateia

#PER CHI AMA: Atmospheric Death/Black
Dalla Baviera ecco giungere il full length di debutto degli Ad Nemori, intitolato 'Akrateia', lavoro che arriva a tre anni di distanza dall'EP 'Pyre'. Il cd include nove tracce di death melodico che con la delicatezza del pianoforte dell'introduttiva 'Miasma', si fa poi largo con le successive e più dirompenti tracce. Che i nostri abbiano uno spirito guerrafondaio appare chiaro sin dalla tellurica apertura di 'Tellurian Doom', un pezzo che prendendoci a calci nei fondelli, mette in luce le qualità compositive dei nostri, nel coniugare un sound potente con frangenti più atmosferici e decisamente melodici, che per sei minuti avranno di che solleticarvi i sensi, soprattutto quando sembra far capolino una melodia orientale in un notevole break acustico. Con "Above the Tide", la proposta del sestetto di Monaco sembra quasi incupirsi, concedendo ampio sfogo al growling possente di Raphael, accompagnato sempre dalle eccelse linee di chitarra confezionate dal duo formato da Stephen e Oliver, che qui sembrano concedersi anche lo sfizio di una sgroppata black, mitigata poi dalle keys di Milos, vero mattatore nell'erigere splendide ambientazioni. Vocals pulite compaiono invece nell'antemico intro di "Kenosis", una traccia di quasi dieci minuti che mette in scena una versione più edulcorata degli Ad Nemori, almeno in termini di potenza, qui assopita a favore di un sound più mellifluo, almeno nella prima metà. Poi è un suono dinamico a venir fuori, quasi a strizzare l'occhiolino agli Insomnium e a tutta la frangia melo death nord europea. "Obey Thy Sovereign" mostra tempi dispari a livello di drumming, ma la sua attitudine ha un che del symph black, il che dimostra anche una certa capacità di spaziare da parte del combo teutonico. Interessante sottolineare come tendenzialmente le seconde parti di tutte le song presentino una parte decisamente più atmosferica, qui anche con annesso un ottimo assolo di chitarra. L'incipit di "Diverging From The Black" mi ha evocato invece lo spettro degli Amorphis, e ditemi se anche voi non ne avete percezione. Lo svolgersi della song poi non riflette proprio i canoni dei gods finlandesi in quanto gli Ad Nemori sembrano qui un po' più caotici, errori di gioventù mi verrebbe da dire. "Guidance" è un intermezzo musicale dal forte sapore etnico che prepara a "The Stars My Destination", oltre otto minuti di sonorità frenetiche, al contempo epiche, a cavallo tra black (lasciatemi dire che qui la batteria non mi piace granchè) e un death doom dai tratti sinfonici. "Enkrateia" chiude l'album là come lo aveva aperto, ossia con soavi e malinconici tocchi di pianoforte che sanciscono la buona prova dei sei musicisti tedeschi. (Francesco Scarci)

Stormwarrior – Norsemen

#FOR FANS OF: Heavy/Power
When I first heard “Iron Prayers” back on 2002, I was blown away by Stormwarrior’s unapologetic resemblance to Walls of Jericho era Helloween. They even went as far as to have Kai Hansen produce and guest on their debut album. I was instantly a fan. The follow up to their debut was absolute perfection and one of my all time favorite albums. The band has changed over the years but one thing that has not changed, their approach to classic speed metal. It’s been almost six years since their last release, Thunder and Steele, so the time was right for the return of Stormwarrior. With the release of their sixth full length opus, Norsemen, they are back with a vengeance. It’s amazing how this band can stay true to their form without sounding dated or stale.

Keeping with Stormwarrior tradition, they begin with “To The Shores Where We Belong,” an intro that only builds you up to the burst of speed and energy you would expect from these Teutonic masters. “Norsemen (We Are)” bursts from your speakers with the fury of a marauding viking horde! A speedy epic number that sets the mood for what will be fifty minutes of head banging , horns up speed metal. Starting with speed and fury the song is classic Stormwarrior; including their signature melodic, anthemic choruses that you will find yourself signing along to by the time it rolls around for the second time. “Storms of the North” keeps it going with one of their most catchy choruses yet. The riffs are epic and the solos are godly.

“Freeborn” changed the pace a bit having that galloping tempo, crunching riffs, and melodic dual leads. Being one of the teasers released before the album, it’s just metal as fuck from beginning to end. They have this atmosphere that make any song they create sound epic. “Odin’s Fire,” “Sword Dane,” and “Blade on Blade” are classic Stormwarrior. These songs could have been on Northern Rage. “Shield Wall” starts off with some dual lead melodies over some epic keyboard effects then bursts into some great dual lead work for the intro that leads into the verse. It actually comes off as quite catchy. What this song does is prepare us for the epic masterpiece that is “Sword of Valhalla.” Clocking in at just over eleven minutes, this is an absolute beast of a song. This is everything heavy metal should be in one song; speed, epic riffs, melodic epic choruses, and godly soloing.

Once again, Stormwarrior proves to the world that staying true to your formula can pay off. This album is pure Stormwarrior from beginning to end. Their signature sound is is pure metal; nothing more, nothing less. I’ve never heard an album by this band that I did not like. Twenty-one years after their formation and seventeen years since the release of their blistering debut, Stormwarrior stands out as one of the best and most consistent bands in metal. Prove me wrong….I dare you!! (theelitistmetalhead)

(Massacre Records - 2019)
Score: 95

https://www.facebook.com/STORMWARRIOR.Official

martedì 17 dicembre 2019

Black Messiah - Oath of a Warrior

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Epic Black
Un temporale lontano accompagnato da ariose tastiere apre 'Oath of a Warrior', album di debutto dei tedeschi Black Messiah. Segue “A New Messiah” che ci mostra subito la sostanza di questi sei vichinghi tedeschi, il cui sound è inquadrabile in un viking symphonic black vicino alle produzioni dei connazionali Mephistopheles, ma anche con rimandi allo swedish death degli Ablaze My Sorrow, il tutto rigorosamente cantato in lingua madre e in inglese. L’album non è affatto male, anche se come al solito, io non sopporto il cantato in tedesco, che poco si adatta, per la sua ruvidità, alla musica in genere. Le chitarre imbastiscono trame che prendono a piene mani dalla musica classica: è sufficiente, infatti, ascoltare la terza traccia “Blutsbruder”, caratterizzata da un riffing violentissimo su cui s’inseriscono ottime melodie, per udire forti reminiscenze “Wagneriane”. Il pezzo finisce con l’utilizzo di strumenti non del tutto convenzionali (mi sembra un liuto), che mi catapultano con la mente sulle spiagge bianche della Grecia. Si prosegue e il registro è più o meno sempre lo stesso: motivi vichinghi d’altri tempi, con la musica che passa da momenti di estrema epicità ad altri in cui è il black sinfonico a dominare. I brani risultano ben strutturati, vari e assai melodici, capaci di alternare le tipiche cavalcate epic a momenti di più saggia atmosfera. Le vocals poi, non sono ne esageratamente growl, neppure pulite a dire il vero, ma ben bilanciate nella loro estensione. Questo album non è sicuramente un must, tuttavia l’ho trovato assai interessante e complesso nella sua concezione. Direi che un ascolto è il minimo che si possa fare per essere proiettati in una dimensione lontana dove le spade erano levate per celebrare la vittoria. (Francesco Scarci)

(Einheit Produktionen - 2005)
Voto: 70

https://www.facebook.com/BlackMessiah666/

Blood Ritual - Black Grimoire

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black/Death, Dissection, Nile
Con le orecchie ancora crivellate dai colpi dei Summon metto su l'ultimo platter dei Blood Ritual, ormai datato 2005, sapendo già di dovermi sorbire l’ennesimo scontato massacro death/black. Una montagna di pesanti riff schiacciasassi, con forti echi di derivazione Nile, mi investono già dal primo lunghissimo pezzo (otto minuti di malvagità allo stato puro che trasuda dai solchi di questo “Invocation of Satan”), pezzo che mi stupisce non tanto per la cattiveria, ma per l’uso di chitarre soliste melodiche che mi hanno immediatamente richiamato i Dissection di 'The Somberlain'. Devo ammettere che il mio scetticismo iniziale sia stato presto spazzato via dalla prima traccia, che mi ha permesso di ricredermi sulla qualità dei nostri death metallers statunitensi. Anche i successivi brani si mantengono sulla stessa linea: ritmiche iper-tecniche e opprimenti, registrate su toni di chitarra bassissimi, contrapposte a momenti un po’ più atmosferici, vocals agonizzanti e soprattutto ottimi assoli. Quello che non mi piace granché di quest’album, è il suono della batteria, troppo stile “pentola” nella prima track e troppo ovattata nelle successive; il tutto probabilmente a causa degli studi di registrazione, i famigerati The Autopsy Room che hanno ospitato i 3 Inches of Blood e Drawn & Quartered, band dedite ad un sound abbastanza marciulento. Credo che ciò penalizzi non poco la proposta dei nostri, che se invece, adeguatamente prodotti e limate un po’ d’imperfezioni di troppo, potrebbero aprire la loro proposta ad un pubblico più ampio. Il cd è disponibile anche in un deluxe digipack con tre bonus tracks incluse. Vi segnalo che l’orrida cover è stata concepita da Rex Church degli Acheron. Peccato per alcune “grezzate”, altrimenti quest’album avrebbe meritato di più; ad ogni modo, tutti gli amanti di Dissection, Aborted e Nile diano pure un ascolto a questo oscuro 'Black Grimoire', laddove le porte dell’inferno si spalancano. (Francesco Scarci)

Summon - Fallen

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash/Death, Slayer
Una delle mode più trendy è stata per lungo tempo quella di emulare la durata di 'Reign in Blood', una trentina di minuti di musica e poco più. Gli americani Summon, la cui fondazione risale ai primi anni ’90, non ne sono rimasti immuni e nel 2005 hanno pensato bene di far uscire 'Fallen', classico lavoro death thrash, trito e ritrito decine di volte. Per carità, bravi i Summon a scatenare il putiferio sonoro con questo sesto lavoro in studio, proponendo però qualcosa di estremamente scontato, caratterizzato da tutti i clichè del genere: death thrash ad alta intensità, ottimamente prodotto negli Hellion Studios (quelli dei Cephalic Carnage per capirci), pregevoli assoli (di memoria “slayeriana” appunto, periodo 'Hell Awaits'), ritmiche martellanti e chitarre corrosive, ottime vocals e una bella copertina, opera di Joe Petagno (Motorhead). Le prime 5000 copie di 'Fallen' includevano poi un bonus DVD con l’intero album ri-registrato in Dolby Digital Surround Sound Mix oltre a 3 bonus video clips. Una sufficienza la voglio comunque dare ai Summon, per lo meno per la preparazione tecnica, per la costanza, l’onestà e l’impegno profuso in tutti questi anni. Però alla fine sappiate che questo è un album consigliato solo a chi ama sonorità death/black/thrash alla Slayer, Behemoth e Angel Corpse, e niente di più. (Francesco Scarci)

(Moribund Records - 2005)
Voto: 60

https://www.facebook.com/SUMMON-115792518441039/

lunedì 16 dicembre 2019

Ovunque - C'era una Volta Ovunque

#PER CHI AMA: Experimental Alternative Rock
Era il primo ottobre 2018 quando uscì 'C'era una Volta Ovunque', opera prima degli eugubini (e fatevi una cultura, sono gli abitanti di Gubbio no) Ovunque. Quello che mi ha stupito della band è la forza, anche a distanza di un anno, di spingere il loro lavoro e allora eccomi qui a parlarvi di questo disco strumentale di otto tracce che abbraccia rock alternativo, psichedelia e sperimentalismi vari. L'album si apre con il riffone di chitarra di "Ragno", una song che mi ha evocato per certi versi i vicentini Eterea Post Bong Band, la band che mi sentirei di affiancare maggiormente ai nostri per ciò che concerne le influenze comuni. "Spigoli" ci dà una versione più psichedelica del duo formato da Federico Gioacchino Uccellani (chitarra) e Jacopo Baldinelli (batteria), proponendo un sound che affonda le proprie radici nella musica seventies, sebbene i violenti e distorti riffoni qua e là nel brano, sembrino dire altro. "La Bestia" è un pezzo oscuro dal flavour blues rock, ipnotico quanto basta nel riproporre in loop lo stesso giro di chitarra per i primi 60 secondi, per poi imbestialirsi nella sua ruvida componente ritmica che ci regala comunque qualche delizioso gioco di corde. "Maledetta" è sicuramente il pezzo più lungo del cd, oltre sette minuti di musica, il cui incipit mi ricorda qualche delirante e nevrotica melodia di basso dei Primus. Anche qui il ridondante riproporre lo stesso giro di chitarra ha la disturbante funzione di deviare la mente dell'ascoltatore in architetture ritmiche svincolate da schemi precostituiti, il che tradotto significa che dovrete aspettarvi tutto e il contrario di tutto in snervanti e fuorvianti linee ritmiche. Era lecito no attendersi qualcosa del genere, considerate le mie premesse relative agli sperimentalismi o ancor prima allo status eugobino dei nostri. Scherzo ovviamente, ma è inevitabile che sia divertente, al contempo complicato, ascoltare le prodezze sonore di questo psicotico duo, che ha ancora tempo di ubriacarci e farci perdere i sensi con la follia monolitica di "18 Soffi" o quella più hard rock oriented di "Un Luogo Asciutto", ove la chitarra sembra il verso di un'anatra nello stagno. E visto che si parla di animali, ecco arrivare "Gnu 2" e ancora una volta gli strumenti sembrano emulare versi di bestie (anche se non so se lo gnu faccia esattamente quanto proposto dalla 6-corde in questo pezzo), per poi affidarsi ad una seconda parte decisamente più stentorea. A chiudereil disco "Io Non Porto Cappelli Blu", l'ultimo baluardo che ci separa dal delirium tremens e che ci dice che gli Ovunque sono una realtà da seguire con curiosità ed interesse, ma a cui mi sento di suggerire di completare il quadro ritmico con un basso e qualche altro strumento alternativo per poter davvero competere ad armi pari con i mostri sacri internazionali. (Francesco Scarci)

Timelost - Don't Remember Me For This

#PER CHI AMA: Shoegaze/Post-Punk/Dark Wave
Da Philadelphia ecco approdare al debutto i Timelost, collaborazione tra Shane Handal e Grzesiek Czapla, che con il loro 'Don't Remember Me For This', potranno solleticare i palati più affamati di post-punk/shoegaze, due generi molto spesso a braccetto tra loro, al contempo affiancati anche da una componente dark wave. Undici tracce che si aprono con "Timelost", una song che oltre a fissarsi per il chorus inneggiante il titolo, è impreziosita da ottime linee di chitarra e sicuramente una bella carica energetica. Se "Lysergic Days" non mi ha preso molto per il suo litanico vociare, con "Nausea Curtains" il duo statunitense propone un sound più ritmato che sembra evocare spettri passati. Tuttavia, il sound dei Timelost continua a non affascinarmi cosi come avrei sperato. Ci prova la title track con il suo incedere dapprima leggerino, e poi finalmente sognante, per cui sollevo finalmente lo sguardo per scrutare sullo schermo del cd il numero del brano. Eccolo lo shoegaze che stavo attendendo, con quelle preziosi linee di chitarra a creare melodie celestiali, mentre la voce rimane in sottofondo. I nostri ci prendono gusto e sfoderano un altro gioiellino con la malinconica "The River Broke Us", che esalta la performance del duo soprattutto quando si alzano i giri del motore e quelle splendide chitarre riverberate saturano i miei neuroni cerebrali. È un'escalation visto che la band riesce a mettere in fila uno dietro l'altro ottimi pezzi che pongono in primo piano lo shoegaze, l'ambito in cui i nostri sembrano trovarsi più a proprio agio. Non mancano però gli episodi in cui i nostri vanno a combinare post-punk con il grunge e penso alla breve "Heart Garbage" o alla più esplosiva "It Only Hurt Once", ma lasciatemi dire che i nostri rendono sopra la media laddove è lo shoegaze a guidare le cose, come nella conclusiva "I Know Cemeteries", song che rappresenta la summa di questo 'Don't Remember Me For This'. (Francesco Scarci)

We Lost the Sea - Triumph & Disaster

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale
Era addirittura dal 2013 che non recensivo qualcosa degli australiani We Lost the Sea. Da allora le cose sono cambiate parecchio: in primis la band è diventata completamente strumentale e quelle che erano le divagazioni post-hardcore dell'epoca, hanno lasciato ora il posto ad un post-rock cinematico che sento più influenzato dallo stoner piuttosto che da correnti più estreme. Alla fine quel che ne esce è 'Triumph & Disaster', il quarto lavoro dell'ensemble di Sydney, che ci narra la personale visione post-apocalittica di un mondo ormai al collasso, attraverso gli occhi di una mamma e suo figlio, in quello che è il loro ultimo giorno sulla Terra. Non certo rassicurante concordo, ma la musica funge da narrazione alla distruzione e alla tragedia incombenti. E "Towers" non poteva che essere la migliore song ad aprire le danze, attraverso i suoi controversi 15 minuti in chiaroscuro, che descrivono adeguatamente le emozioni che emergono da quel susseguirsi di eventi catastrofici che sanciscono la fine dell'umanità. Il tutto è fatto con un'alternanza certosina tra pesanti parti ritmate, frangenti ambient e fragorose ritmiche rallentate, che suonano come una marcia funebre a celebrazione del morto, in questo caso il nostro bistrattato pianeta. "A Beautiful Collapse" parte più in sordina, anche se quelle note cosi morbide suonano come un avvertimento, il classico monito per un'umanità ormai destinata a soccombere. Il muro ritmico risulta stratificato tra tre chitarre, basso, batteria e tastiere ad investirci quindi con una maggior veemenza. "Dust" è un breve intermezzo che si affida per lo più ad una chitarra acustica e a quella che mi pare essere una tromba che mi evoca un che dei nostrani At the Soundawn. Con "Parting Ways" ci si appresta ad affrontare un'altra bella maratona di oltre 12 minuti, che si apre sempre con quella raffinatezza ed eleganza che contraddistingue il sestetto australiano, con un ritmo che va via aumentando, fosse quasi il battito del cuore che assiste impietrito allo scatafascio generale. Interessante ma sembra quasi monca, una voce qui avrebbe rimediato a quel senso di vuoto che talora affiora dall'ascolto del brano. "Distant Shores" è ancora un esempio di malinconici suoni acustici dal flavour quasi country che ci introducono alla terza sfacchinata di oggi, i quasi 15 minuti di "The Last Sun", che rappresentano l'episodio più violento del disco, almeno nel suo incipit, visto che poi a prendere il sopravvento è una lunga parte acustica che si protrarrà ben oltre la metà del brano. Anche qui, con una voce a supporto, lasciatemi dire, che il risultato sarebbe stato di ben altra caratura. E finalmente la voce arriva con la conclusiva "Mother's Hymn", la voce di un angelo peraltro, che di nome fa Louise Nutting, che nella sua splendida ma tragica performance, viene accompagnata da chitarra, batteria e tromba in un inno maestoso che esalta finalmente le gesta dei We Lost the Sea, a cui caldamente consiglio di di ricorrere ad un maggior uso della voce celestiale della bravissima Louise, a quel punto vedremo sicuramente voti molto più alti. (Francesco Scarci)

Midnight Odyssey - Biolume Part1 - In Tartarean Chains

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
Black metal´s realm has been expanding during recent years, showing once again that this genre has become a magnificent cradle for more and more subgenres, which have risen from its dark core. Atmospheric black metal is undoubtedly one of the most prolific ones, both in quantity and more importantly, in quality. Among the most common topics like nature, paganism or darkness, space has become one of the trendiest ones. There are more and more bands which find a very appropriate source of inspiration in the dark vastness of the space. This theme seems to be a great one to create a particularly hypnotic form of atmospheric black metal. Among these bands, there is a one-man project which has especially shone, Midnight Odyssey. This solo project, created in 2007 by Tony Parker, known as Dis Pater, takes inspiration from the aforementioned concept, but also with lyrics dealing with the matter of death, rebirth or nature, caught the attention of some fans even in its earliest demos. This positive first impression was reinforced with the subsequent first and second albums. Dis Pater has shown an enormous talent to create a particularly absorbing form of atmospheric black metal, releasing always quality stuff, but also creating very long albums with a generous duration up to two hours. This aspect could scare off some people as it is obvious that you must have some patience to listen to the full thing. Nevertheless, the quality is in general terms quite high, and though at times some songs can sound disperse, to listen to these works is an experience worth of your time.

Having reached a cult status among fans, Midnight Odyssey is back with a third instalment, which comes four years after its acclaimed sophomore album. The creature is entitled ‘Biolume Part1 - In Tartarean Chains’ and it seems to be the first part of, I guess, a duology or maybe a trilogy. Stylistically this new album doesn´t mark a departure from the previous works as its more like a logic development in the natural search of perfectioning this sound. I am sure that almost no one will complain about this lack of rupture from the project´s trademark sound. Once again Midnight Odyssey offers an atmospheric black metal full of ambience and grandeur, with those well-known cinematic keyboards with its surround sound, making the listener feel immersed in an astral journey. It´s difficult to highlight a sole track as they all conform an immersive soundtrack, but "Biolume" is indeed one of those tracks which irremediable capture out attention making us feel flying in the unattainable sky. Dis Pater has a natural talent to create beautiful key melodies, but Midnight Odyssey´s music is not only good because of the keys, the compositions are well balanced between the most aggressive parts and the majestic mid-tempos. All the tracks contain also good executed riffs. As an album ‘Biolume Part 1 - In Tartarean Chains’ sounds like the most focused and accomplished album that Midnight Odyssey has ever recorded. The album lasts, as mentioned, more than one hour, but the tracks don´t contain an unnecessary tightening. The combination of mid-tempo, slow and slightly faster sections with the ever present keys sound better balanced than in any other release. And I sincerely I can´t imagine any fan of this genre which can´t fall in love with immense tracks like "A Storm Before A Fiery Dawn", which doesn´t have a single useless second. This song like many others, sounds as mighty and regal as this genre could demand. As a vocalist, Dis Pater is also a great talent, as his shrieks are powerful and remarkably consistent. As a great addition to the vocal performance, I can´t leave without praising his excellent clean vocals, sounding sometimes like a single dramatic voice or like an epic choir. The excellent album opener "Hidden in Tartarus" is a nice example. These excellent clean vocals have a chance of shining in several tracks of this album, but they have their own especial room in the delicate composition "Pillars In the Sky", a purely ambient track which closes the album in the most solemn way.

In conclusion, Midnight Odyssey has released with ‘Biolume Part 1 - In Tartarean Chains’,
probably the most focused and refined work to date. It can hardly beat the majesty of tracks like "From a Frozen Wasteland" from the previous album, but the whole album sounds as ethereal and grandiose as you could imagine, while it is simultaneously restrained in the duration of its tracks and it has never lost the focus on composing balanced songs. (Alain González Artola)

domenica 15 dicembre 2019

Raventale – Morphine Dead Gardens

#FOR FANS OF: Funeral Doom
An Ukrainian band which I have come to adore, these have been mostly focused around the genres of black and doom metal so far. To my delight, they announced their decision to make a Funeral Doom record earlier this year. That word is like honey to me, so I spammed their bandcamp site for something to listen to. In September the links worked, and I was finally able to enjoy the full album. And what an album it is. Where Red Moon Architect excels as to include intricate melodies into their works, Raventale proves with this release that they are just as able. The album kicks off with a deep, saturated growl, together with a slow, throbbing guitar based melody. The vocals are clear, and follows the melody nicely. The overall sound is enchanting, with it’s constant guitar tremolo piercing my ears. There’s no room to breathe during the barrage of growls and drums. After near ten minutes, a small crack appears in the scenery, and the mood lightens a bit. I’m surprised as I look at the time, since I feel I only just sat down with this record. A proof of Astaroth’s masterful songwriting. It takes quite an effort and skill to write music like this, both in terms of lenght and heaviness, but I am overwhelmed by the quality of this release. “Lorn And Deserted” brings back some of my most cherished memories from Colosseum’s legendary Funeral Doom trilogy. Masterful symphonic orchestrations of a journey into darkness and futility. The synth’s piano sound is perfectly matching the guitar, and the deep guttoral vocals serves as an underlining of it all. A recurring movement makes this track in particular stand out as the most memorable one from the album. During the remainer of 'Morphine Dead Gardens', we are treated with epic long riffs, great drumming sections, even more stellar growls and of course, all in a varied sort of way. It’s hard to say exactly what is so good about this album: is it all the miniscule moments where they play around with varied tempo, changes in vocal styles or which intruments gets the spotlight? I’m not sure, I’m just grateful that someone has made such a fantastic album for my listening pleasure. The closing track opens like a lamenting epilogue, with long guitar notes scattered across a backdrop of drums and synth. As it moves foreard, it slowly transforms into another being. A huge creature, roaring with its giant mouth. It is like a mammoth that moves steadily in the direction it pleases. It seems that nothing can stop it on its destructive path through the remainder of the album. I am left with a sense of bittersweet joy; I am awe struck by the experience, and saddened by the fact that it is over. Sure, Funeral Doom is not an easy genre to appreciate, and a lot of artists doesn’t make a good enough effort to keep me interested over the course of an entire album. This is not the case with 'Morphine Dead Gardens', as it it full of all the little surprises and differences that makes the genre something unique. From the spoken words section of “This Forsaken Place”, via the Osmium level riffs on “Morphine Gardens” to the slowly roaring machine in “As An Empty Shell”, everything seems in its right place. A well polished experience, with an amazing sound fidelity. (Ole Grung)

James Murray & Francis M Gri - Remote Redux

#PER CHI AMA: Electro/Ambient
Devo ammettere che è sorprendente come il concetto del MA filosofico della tradizione buddista giapponese sia stato messo in musica da quest'unione musicale a distanza tra Milano e Londra. Sorprendente è anche la qualità e la ricerca sonora con cui brano dopo brano, prende forma il significato, di vuoto pieno di senso, un qualcosa di emotivamente enorme ed irraggiungibile, un qualcosa di rarefatto che appaga e riempie l'anima. In queste cinque tracce più una versione estesa della splendida "Toma", James Murray & Francis M GRI ci permettono di fluttuare, di perlustrare e aprirci a viaggi interiori in un cosmo incantato, lasciandoci dissolvere in una rigenerazione sciamanica, oltre ogni confine, oltre ogni paura. Tutto questo viene espresso musicalmente attraverso il sound di un ambient puro e tradizionale, con la cura ossessiva dei particolari, piccoli interventi di chitarre e piano su tappeti di synth infiniti, tanta sensibilità e l'assenza totale del ritmo a sottolineare la potenza positiva del vuoto. Il risultato dell'intero ascolto del disco è 'Remote Redux', una lunga colonna sonora, omogenea e compatta, che segue una logica mirata ad ipnotizzare l'ascoltatore e liberarne l'emotività, a volte anche con suoni siderali, ghiacciati, immobili, statici ma nel contesto stesso, pieni di uno splendore quasi divino. I synth suonano tecnologici ma caldissimi, esprimendo sempre questa sensazione costante di vuoto. Non siamo di fronte al solito disco preconfezionato di musica ambient digitale, finta ed asettica, il calore dell'uomo e la sua ricerca interiore s'intravedono tra le note che esprimono una suggestione compositiva di notevole rispetto, tanta la capacità ed una scrittura musicale che non annoia (quasi) mai, sebbene i brani abbiano una durata impegnativa che in un caso arrivano a sfiorare i tredici minuti. Le tracce "Ma" e "Toma" sono al di sopra delle righe e bisogna ammettere che anche stavolta la Ultimae Records ci ha regalato un ottimo album (disponibile anche in formato digitale a 24bit) composto da due musicisti di classe, permettendoci ancora una volta di sognare e riflettere alla luce di un suono astrale, senza tempo ed infinito. Album da ascoltare senza remore, un piccolo gioiellino. (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2019)
Voto: 76

https://ultimae.bandcamp.com/album/remote-redux-2

7am - Benefit for Iggy´s Shirt

#FOR FANS OF: Punk/Garage Rock
'Benefit for Iggy's Shirt' is the 2019 release from Slovenian alternative rockers 7am - lead by Anabel on vocals and bass, Mico on guitar and vocals and Devor on drums. 7am are punk rockers at heart who play their instruments and wear their influences on their sleeves, delivering a sound reminiscent of Northern England's indie rock scene of the early 2000's with hints of Weezer and with a taste of The Ramones thrown in for good measure. Fronted by Anabel on lead vocals and bass it differentiates 7am from the male dominated vocalists of the genre making their sound fresh. Singles "Ugly Life" and "Everytime" kick off proceedings and immediately deliver a sound you can get excited about. In the midst of dull generic sounding rock pop it's great to find something authentic you can stomp your feet to. Single "I Can't Believe" transitions nicely into power rock pop whilst enjoying every sound the guitar can create. Tracks "At Least I Tried" and "Nevermore" see 7am showing their more minimal side with the sound feeling more intentional. 7am capture their raw live sound on this record mixing messy aggressive guitars, head bobbing base lines and sweet vocals with depth that set their sound apart from music in the alternative rock genre - delivering an enjoyable record from start to finish. (Stuart Barber)

giovedì 12 dicembre 2019

Außenseiter - S/t

#PER CHI AMA: Blackgaze
Dalla regione dell'Appalachia ecco arrivare gli Außenseiter (non certo un moniker tipicamente statunitense) con il loro EP omonimo, che parrebbe narrare proprio di quelle regioni montane cosi misteriosamente affascinanti. Lo dimostra subito l'opening track "Appalachia", attraverso il suo aspro blackgaze, le vocals disperate del suo frontman e le melodie scoscese propinate nei primi quattro minuti dell'EP. "Endless Fog" prosegue sulla falsariga con un sound decisamente raw che vive di uncinate accelerazioni in tremolo picking, urla disumane e qualche raro chorus che emerge dalla coltre di nebbia che impera nell'album. "Blind Existence" conferma lo status casalingo a livello produttivo puranche il genere che abbracciano questi sinistri Außenseiter in questo 4-track che con qualche miglioria a livello di pulizia di suoni, potrebbero anche risultare pienamente interessanti. Per ora, la proposta della band, confermata anche dalla conclusiva strumentale "Throw Me Into the Water", e alla stregua di quanto anche recentemente proposto dai Wounds of Recollection, rimane piuttosto acerba e necessitante di una certa sgrezzata a 360 gradi. Le potenzialità ci sono ma non possono nemmeno essere espresse in questo modo, vanno assolutamente convogliate nella giusta direzione. (Francesco Scarci)

mercoledì 11 dicembre 2019

Everdying - Black Acid Soul

#PER CHI AMA: Death/Black, primi In Flames, Dissection
Interessante la proposta di questi Everdying, duo dell'Illinois che si propone di combinare il sound dei primi In Flames con God Dethroned, Naglfar e Hypocrisy, senza dimenticare l'apporto di Opeth e Dissection, niente male no, almeno sulla carta. Ecco beh, io tutte queste influenze in un colpo solo non le ho sentite a dire il vero. Ascoltando l'opener di questo 'Black Acid Soul', "The Air You Breathe", ho percepito sicuramente i Dissection per quella melodia tagliente delle chitarre e lo screaming della voce, poco altro però. Le cose cambiano radicalmente con la title track, dove gli echi dei primi In Flames s'incontrano davvero con le band citate, però la sensazione è quella di ascoltare una band diversa da quella sentita nella traccia d'apertura. Francamente il risultato ha quasi del miracoloso sconquassando le mie orecchie con una buona dose di genuinità e ottime melodie, soprattuttto nella parte conclusiva del brano. Il terzo episodio dell'EP, "The Dead Heart", è interamente suonato dal polistrumentista e mastermind di questo progetto, ossia Johnny Dove. Le carte in tavola cambiano ancora e questa volta mi sembra di aver a che fare con i Rammstein, ma che diavolo combina Mr. Dove? Niente paura, perchè l'approccio industrial viene interrotto da un estremismo sonoro dirompente che perdura ahimè per pochi secondi, generando ancor più confusione nel sottoscritto. In definitiva, 'Black Acid Soul' è un esperimento piuttosto eterogeneo che per quanto possa risultare ai più ancora piuttosto acerbo, ha in serbo importanti buoni spunti e una discreta dose di originalità. Da tenere assolutamente sotto traccia. (Francesco Scarci)

(Voice of the Soul Studios - 2019)
Voto: 68

https://everdying.bandcamp.com/album/black-acid-soul

Raven Legacy - Sol Invictus

#PER CHI AMA: Symph Black/Death
I Raven Legacy sono un progetto capitanato da Wassim Amdouni (in arte Invictus) e Hugo Spezzacatene, originariamente nato in Tunisia nel 2003 col moniker Lord of Terror e poi trasferitosi in quel di Roma nel 2016. 'Sol Invictus' è il risultato di questa collaborazione, un EP di debutto contenente sei pezzi che si aprono con "Cleaving the Bones of Your God", un brano che caratterizza immediatamente le peculiarità del combo capitolino, ossia un death/black metal dotato di pesanti elementi sinfonico-orchestrali. L'assalto è a dir poco spaventoso con velocità iper tirate, un'alternanza tra screaming e growling vocals, ed una forte dose di tastiere. Un bel chorus contraddistingue invece la seconda song, "The Infernal Herald", che mostra dapprima una ritmica detonante per poi assestarsi su velocità più pacate, comunque davvero affascinanti, che avvicinano la band ai nostrani Ade. "As I'm Born in Hell" è un brano meno ricercato che mantiene comunque intatta la sua valenza sinfonica, ma che mette semmai in evidenza (finalmente) un bell'assolo di matrice classica, susseguito da un attacco ritmico davvero invasato. Si prosegue con lo strisciante black sinfonico di "The Abyssal Portrait", un altro esempio di come si possano combinare elementi di musica estrema con ottime orchestrazioni, il tutto ovviamente supportato da una produzione potente e cristallina che ne esalta il risultato finale. Queste in breve le caratteristiche dei nostri che anche nei conclusivi pezzi si adoperano per intrattenere i fan con tutte le armi in loro possesso. Se proprio devo trovare il pelo nell'uovo, direi che c'è una certa mancanza a livello solistico che rischia di appesantire la proposta dei nostri e indurre qualche sbadiglio di troppo già a livello della quarta song. E allora visto che le potenzialità tecnico-strumentali ci sono, vediamo per lo meno di sfruttarle fino in fondo. (Francesco Scarci)

Lesath - Like the Wind

#PER CHI AMA: Depressive Black
Quanto mi affascinano le band il cui moniker si rifà al nome di stelle: Lesath è infatti una stella azzurra della costellazione dello Scorpione che ha da poco intrapreso il percorso per diventare una supergigante. Non so quali siano le ragioni che hanno portato alla scelta di tale nome, fatto sta che la one-man-band di oggi ci propone un EP di due tracce (banalmente "I" e "II") intitolato 'Like the Wind'. La prima song si manifesta sottoforma di un black depressive che vive del contrasto tra chitarra acustica ed una ritmica mid-tempo su cui si affaccia la voce sussurrata del mastermind di questo progetto. Niente di stravolgente, se non l'emozionalità dirompente che scaturisce dalle tiepide note di questi primi minuti. Interessante proposta, che necessiterebbe di qualcosa di più stimolante per decollare. Eccomi accontentato visto che "II" è una devastante traccia black con tanto di chitarre e screaming ringhianti, che vanta tuttavia ottime melodie e avvincenti cambi di tempo. Rimango curioso di ascoltare un disco completo di questi Lesath per capire esattamente dove vogliano andare a parare con la loro musica, vista la discrepanza contenutistica di codesto 'Like the Wind', che non mi aiuta di certo a valutare in toto la proposta musicale del polistrumentista misterioso che si cela dietro a questo moniker stellare. (Francesco Scarci)

I Maiali - Cvlto

#PER CHI AMA: Noise/Post-Hardcore
Devo ammetterlo: il nome della band mi aveva fatto pensare ad uno di quei gruppi punk più interessati a scandalizzare che a confezionare un’opera in grado di stupire e rivolgersi ad un pubblico eterogeneo. Fortunatamente I Maiali, formazione romana attiva dal 2016, hanno infranto i miei pregiudizi con 'CVLTO', il loro debut album partorito quest’anno dopo un lungo travaglio, vuoi perché questa creatura luciferina è stata concepita là dove scorrono lo Stige e il Flegetonte, vuoi perché i ragazzi hanno preferito prendersi tutto il tempo necessario per lasciar maturare le loro idee. Se la seconda ipotesi è quella giusta, possiamo affermare che è valsa la pena aspettare.

Prodotto da Phil Liar (Monolith Recording Studio), masterizzato presso gli studi americani di Mistery House Sound e pubblicato per Overdub Recordings, 'CVLTO' si compone di dieci tracce roventi come i gironi infernali che evoca fin dall’introduttiva “Ave”, con la quale questo sulfureo concentrato di post-hardcore e noise-rock, inizia subito a scorrere nelle viscere dell’incauto ascoltatore come un filtro che abbia il potere di mettere a nudo i demoni nascosti in tutti noi. Gli ingredienti di questa pozione malefica? Versare copiosamente nel calderone le percussioni incazzate di Angelo Del Rosso, aggiungere le linee nevrotiche del basso di Matteo Grigioni e i taglienti riff della chitarra di Daniele Ticconi e non dimenticare la fondamentale formula magica recitata, urlata e bestemmiata da un mefistofelico Francesco Foschini.

Man mano che i brani si susseguono come una raffica di pugni nello stomaco, ci si rende conto che a colpire non è soltanto la furia sonora (qualità che fortunatamente non manca nel panorama noise e hardcore nostrano), quanto la personalità del quartetto nel destreggiarsi tra reminiscenze di quel rock graffiante e al tempo stesso accessibile che ha fatto le fortune di Marlene Kuntz e Il Teatro Degli Orrori, mantenendo i piedi sempre ben piantati nell’underground e gli occhi puntati verso gente come Nerorgasmo e Negazione. Il risultato è un sound compatto, moderno e dinamico, che si mantiene sempre accattivante, nonostante la rabbia selvaggia sprigionata in “Carne”, le atmosfere cupe di “Abbandono” e la schizofrenia di “Danza come Manson”.

“Adora il cvlto, adora il cvlto” grida ossessivamente il cantante nell’irresistibile title-track, perfetta sintesi dei contenuti di un disco zeppo di riferimenti a rituali poco ortodossi che garantiranno alla band le consuete accuse di oscure venerazioni. Ma qual è il culto oggetto di tanto fervore? E che c’entra il maiale, sbattuto in copertina nell’inquietante artwork del maestro Coito Negato?

Nulla in 'CVLTO' è stato scelto per caso o al solo scopo di scatenare le ire dei paladini di presunte radici nazionali: il rapporto morboso e al tempo stesso contradditorio tra l’uomo e la simpatica bestia, quotidianamente servita sulle nostre tavole malgrado sia il simbolo per eccellenza di impurità, sporcizia e istinti animaleschi, sembra una metafora di una triste consuetudine della nostra società, ossia l’ostentazione fanatica di valori e principi puntualmente rinnegati e sacrificati sull’altare delle nostre ambizioni e dei nostri bassi istinti. Ed è forse proprio questo l’unico culto che onoriamo fanaticamente: l’ipocrisia. (Shadowsofthesun)


(Overdub Recordings - 2019)

domenica 1 dicembre 2019

Ketoret - Departure

#PER CHI AMA: Post Metal/Blackgaze
'Departure' non è altro che una prova per vedere di che pasta sono fatti gli israeliani Ketoret, pasta buona direi io. La band di Gerusalemme propone infatti tre tracce per 26 minuti di musica all'insegna di un post-metal riflessivo, impreziosito da certe venature blackgaze. Questo è almeno quanto ho potuto assaporare dall'ascolto dell'opening track "Ivy", una song che si dipana tra melodie solenni e decadenti assai simili ad una colonna sonora degna di un colossal, che solo sul finire prende le sembianze di un post-black (con tanto di screaming vocals) davvero ispirato, che non fa che aumentare la mia curiosità per questa compagine. Con mia sorpresa, l'incipit di "Box" è molto più pacato, con voci pulite che sembrano condurci in mondi alternativi (musicalmente parlando); poi sprazzi di ferocia, ma sono ancora le sonorità alternative a prevalere, prima che nuovamente la band si conceda ad un finale suggestivo all'insegna di un blackgaze sognante, che mi fa ben sperare per il futuro. E visto che ci siamo, diamo un ascolto anche all'ultima traccia, gli undici minuti di "Departure in a Heartbeat" che partono dai sussurri del vocalist che evolvono a grida di dolore su di un atmosferico tappeto di melodie soffuse che va via via crescendo fino all'esplosione di un pathos disarmante che mi lascia senza parole e per cui auspico, che quanto prima qualcuno si accorga di questi affascinanti Ketoret. (Francesco Scarci)

Isor - S/t

#PER CHI AMA: Instrumental Black
Gli Isor sono una misteriosa creatura proveniente dalla Germania, verosimilmente una one-man-band, la cui città d'origine mi rimane sconosciuta. Non so nemmeno se questo sia un EP d'esordio o cos'altro, visto che le informazioni sul web sono praticamente assenti oppure rimandano ad una omonima band inglese. E allora lasciamo spazio alla musica contenuta in questo 5-track omonimo che apre con l'intro sinistra di "Abgleiten" e prosegue con le melodie accattivanti (disturbanti, ridondanti e qualsiasi altra cosa che termini in -anti) di "Kein Zurück": una serie di impulsi sonori in grado di penetrare pericolosamente le nostre menti come se un trapano si avvicinasse alla fronte e li iniziasse a bucare per far fluire internamente i suoni ingannevoli di questa song, che a me ha affascinato per lo più per il suo carattere disperato e disperante. Mi aspettavo un cantato almeno nella terza traccia, "Einsamkeit", ma ancora non v'è traccia di una voce, e qui ancora peggio, dato che ci troviamo al cospetto di una stralunata song noise ambient. E allora ci si riprova con "Leibes Hass", ma il suo carattere cerimonialistico-tibetano, mi lascia presagire l'ascolto di suoni meditativi per tutti i suoi sette minuti. In realtà la song evolve la propria musicalità in melodie soffuse (sempre rigorosamente strumentali) che ci conducono fino alla conclusiva "Geist", l'ultimo atto di questo complicato 'Isor'. (Francesco Scarci)

Pènitence Onirique - Vestige

#PER CHI AMA: Symph Black
Della serie a volte ritornano nel Pozzo dei Dannati, ecco arrivare il tanto atteso comeback discografico dei francesi Pènitence Onirique, intitolato 'Vestige'. Detto che l'uomo fotografato in copertina somiglia a Jeff Bridges nei panni del Grande Lebowski, del combo della Valle della Loira avevo parlato già molto positivamente in occasione del loro debutto. Sempre supportati dalla Les Acteurs de l'Ombre Productions, la band transalpina sembra qui far addirittura meglio rispetto al passato, senza peraltro stravolgere di una virgola il proprio sound. Sempre di black sinfonico infatti stiamo parlando, un black però di alta qualità che dall'infima e malefica "Le Corps Gelé de Lyse" si giunge alla conclusiva ed epica title track. Detto che l'opener ci dice dell'attuale eccellente stato di forma dell'act di Chartres, "La Cité des Larmes" sottolinea ancora una volta la bravura con cui i nostri riescono a produrre un black metal elaborato, dinamico, atmosferico ma soprattutto estremamente convincente. Il tutto sostenuto da ottime trame ritmiche accompagnate da una grande performance vocale del nuovo arrivato Ebrietas e da un sontuoso lavoro alle tastiere che, per quanto non invasive, contribuiscono ad elevare la qualità dell'opera, che ancora una volta partendo dai vecchi insegnamenti dei Limbonic Art, li fa propri, e anzi li arricchisce di una propria personalità che si esprime appunto attraverso i pezzi già menzionati, ma soprattutto attraverso l'inquieta spettralità di "Les Sirènes Misérables", e di un suono che trasuda spaventosi incubi ad occhi aperti, in particolare nella sua debordante seconda parte. A calmare i tormenti dell'anima, ci pensa fortunatamente la strumentale "Hespéros" che ci regala quasi 180 secondi di delicate melodie mortali, prima che la pura devastazione prenda il sopravvento nelle rimanenti tracce del disco. Si perchè con "Extase Exquise" e a seguire con quello che è stato il singolo apripista, "Souveraineté Suprême", ma anche con la devastante title track, c'è solo da prepararsi al peggio, visto che il quintetto non scherza assolutamente. Ci attendono infatti gli ultimi 20 minuti di melodie malinconiche, blast beat furenti, screaming vocals e splendide atmosfere, che fanno di questo 'Vestige' finalmente un lavoro black di interessanti prospettive. (Francesco Scarci)
 
(LADLO Productions - 2019)
Voto: 77

https://ladlo.bandcamp.com/album/vestige

Atom Made Earth - Severance

#PER CHI AMA: Psych Rock
Davvero interessante la proposta dei marchigiani Atom Made Earth, band comparsa da queste parti in occasione del precedente album 'Morning Glory'. Il gruppo, dopo gli ottimi responsi ottenuti con quel lavoro, torna con questo nuovo 'Severance' e otto brani nuovi di zecca, calibrati tra lo shoegaze dell'opener "First of a Second Split" ed un sound che ammicca in modo inequivocabile alla psichedelia dei Pink Floyd, così come avevamo avuto modo di sottolineare in precedenza. E nella stessa opening track balzano all'occhio, nella porzione solista, le influenze seventies della compagine italica, nelle cui tracce si ritrova peraltro un'elevata dose di malinconia. "Childhood Song" è un breve intermezzo strumentale che ci introduce a "Youth" attraverso atmosfere morbide e suadenti di un post-rock comunque dai connotati decisamente nostalgici che mi hanno evocato nel cantato anthemico, gli americani *Shels. In questo meraviglioso fluido sonoro, altri generi musicali invadono la musica dei nostri, dall'elettronica, quasi perennemente in background, al kraut prog-rock, che fanno della lunga "Youth", il mio pezzo preferito. "From Earth With Hurt" è un'altra piccola perla, in cui i nostri giocano con una girandola di colori a pastello e calde emozioni messe in musica, che si fanno però più scure nella seconda metà del brano. "Native" ha una forte componente etnico tribale nelle sue note, quasi un rito di iniziazione dei nativi d'America attorno al fuoco per un tributo alla Madre Terra. "El Roi" è invece il brano di cui avrei fatto volentieri a meno, troppo vintage per i miei gusti e a mio avviso troppo scollegato dai pezzi ascoltati sino ad ora, anche se la seconda parte va riprendendosi coi suoi frequenti rimandi ai Pink Floyd. Per fortuna con "In the Glow" si rientra nei binari del post rock qui ancora pervaso da un certo shoegaze. La title track chiude col suo ambient minimalista un disco affascinante che conferma le eccellenti doti tecnico-artistiche di una band, il cui nome è da imprimere nel proprio taccuino. (Francesco Scarci)