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sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70

lunedì 17 agosto 2026

Culloden - Tales of the Tyne

#PER CHI AMA: Speed Metal
Ci sono voluti ben sedici anni dalla loro fondazione per vedere finalmente dare alla luce il loro primo full-length. I britannici Culloden portano nel nome stesso il peso della storia: un richiamo esplicito alla sanguinosa e celebre battaglia del 1746 che ha segnato le sorti delle Highlands. Un retaggio epico e battagliero che emerge nitido fin dalle primissime note dell'album. Con 'Tales of the Tyne', la band di South Shields firma un manifesto d'amore per la New Wave of British Heavy Metal, attingendo a piene mani dalla lezione d'acciaio di colossi come Saxon, Iron Maiden e Raven. Registrato agli In Heart Studios, il disco sfoggia un suono piuttosto grezzo: la sezione ritmica guidata da Michael Lee alle pelli e da Andrew Halliday al basso (e alla voce, ruvida e perfettamente inquadrata nello stile heavy/power d'oltremanica) fa da scudo alle chitarre affilate di David Thompson. Il concept è un viaggio nel folklore, nella storia medievale e nelle leggende del fiume Tyne. La battaglia sonica si articola attraverso una tracklist serratissima. "Seven Months (Intro)": è qui che risuona subito il richiamo alle armi e agli echi di quel 1746. Poco più di due minuti atmosferici, cupi e solenni che impostano la tensione e preparano l'ascoltatore alle ostilità imminenti. Si parte quindi alla carica con "The Siege" e una serie di riff speed metal che rievocano l'assedio di Newcastle, mentre le vocals, forse troppo nelle retrovie, ringhiano che è un piacere. La storia prosegue con "Harrying of the North", una bella cavalcata epica, tra cambi di tempo e intrecci chitarristici che narrano eventi passati del folklore celtico. Qui, la voce prova a riemergere rabbiosa, l'impianto ritmico rimane solido, è però la registrazione a far vacillare la qualità della proposta, che finisce in un crescendo strumentale, dove ecco puntuale, un bel duello di chitarre,  a chiudere alla grande quello che sarà il mio pezzo preferito del lotto. Un bel basso apre "Hammer of the Poor", un pezzo dalla ritmica quadrata, con le vocals che urlano furiose; in sottofondo un accenno di musica folklorica, come quella che sentirete nell'interludio successivo, "Bonny at Morn (Interlude)", perfetta prima di tuffarsi di nuovo nella mischia degli ultimi tre brani, dove ad aspettarci ci sarà un heavy metal puro e diretto fatto di riff granitici, cambi di tempo e una riedizione di un vecchio pezzo, "Witchpricker (Re-Recorded)", che condensa quasi sei minuti di furia, chitarre affilate di "maideniana" memoria. Lontani dalle mode del momento e immersi nell'underground più genuino, con 'Tales of the Tyne', i Culloden sfornano una prova solida e passionale. Un album fortemente consigliato a chiunque si nutra di heavy metal classico, storie di battaglie e puro spirito britannico. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

venerdì 14 agosto 2026

Paradogmata - Necrosian Tastings

#PER CHI AMA: Epic/Black/Death 
Nera, imprevedibile ed eclettica: è la nuova pelle dei norvegesi Paradogmata. Con l'EP 'Necrosian Tastings', la formazione di Trondheim inaugura una nuova era. Merito degli innesti alla chitarra di Øystein Granamo Iversen (ex The Embraced) e alla batteria di Kim Sætre (ex Ad Inferos), che affiancano gli altri membri della band in un lotto di brani pensato come aperitivo in vista del full-length atteso per il 2027. Ad aprire le danze ci pensa "Kråkevisa (Kneippversjon)", spiazzante rilettura di un celebre brano popolare norvegese. La band lo spoglia del suo abito folk e lo getta tra le fiamme di un black metal nordico ruvido e affilato, guidato da ritmiche serrate e da uno screaming lacerante. Il primo pensiero mi ha portato direttamente ai Windir. Epico, oserei dire. La successiva "Leave the Crippled Behind" non spariglia certo le carte: qui accanto al black, c'è una puntina di melo-death spruzzato da un thrash più tirato, interrotti solo da un'atmosferica parentesi centrale. Con "Maladieu", il quintetto ci avvolge con uno spaventoso muro chitarristico che non rinuncia a giri melodici e a growling oscuri. A chiudere arriva la seconda anima di "Kråkevisa (Folkesangversjon)": un ribaltamento totale dell'opener, dove l'aggressività cede il passo ad atmosfere evocative, impreziosite dal violino e dall'Hardanger fiddle dell'ospite Ingvild "Sareeta" Strønen Johannesen. Insomma, alla fine uno spritz, patatine e olive, e il nuovo EP dei Paradogmata è servito. (Francesco Scarci)

(Hymns for the End of Times - 2026)
Voto: 68

giovedì 13 agosto 2026

The Crown of Yamhad - What Ghosts Reveal

#PER CHI AMA: Gothic/Doom
Premetto subito una cosa: 'What Ghosts Reveal' non è un disco da ascoltare se cercate scariche d'adrenalina o ritmi forsennati. La proposta della formazione berlinese The Crown of Yamhad infatti si configura come una vera e propria nenia echeggiante e cadenzata, un ninnananna oscura e ipnotica che chiede all'ascoltatore di rallentare i battiti e farsi cullare senza fretta. Ma se vi lascerete inghiottire da questo flusso, l'EP potrebbe regalare un certo fascino, sospeso tra il gothic e atmosfere mediorientali. Il quartetto infatti, riprende la lezione dei maestri degli anni '90, penso ai Theatre of Tragedy o ai The 3rd and the Mortal, e vi innesta una trama folk, caratterizzata dalle pennellate di violino di Sarah Poidomani che s'intrecciano col liuto arabo di Muhammad Shehadeh. Tra riff di chitarra granitici, bassi rotondi (a cura di Finna Björnsdottir, anche voce eterea dell'opera) e un drumming programmato con cura, i nostri bilanciano la pesantezza del doom con delicatezze acustiche, trasformando il dolore della perdita in un'epopea di struggimento. Il viaggio si sviluppa come una lunga e lenta preghiera: la title-track apre le danze con un crescendo drammatico, guidato dall'intersezione tra chitarre e violino, mentre il canto lirico trascina in un senso di totale abbandono. "Keeper of the Flame" è un po' più pesante e atmosferica con la voce di Finna in primo piano, accompagnata qui dalle tastiere, in un flusso sonico che evoca i fasti di un tempo ormai andati. In "Before It Blooms", il gruppo sembra rallentare ulteriormente, privilegiando atmosfere elegiache e malinconiche (merito del violino), dove il tempo sembra quasi fermarsi. E qui la band corre il rischio (calcolato?) di rendere l'ascolto un po' troppo monolitico e ripetitivo. "Renascence" prova a giocarsi la carta della melodia facile, ariosa e catartica, ma ancora una volta si sprofonda in un sound troppo inflazionato (almeno in passato) che ha il solo effetto di farmi sbadigliare. Ci pensa allora "The Progeny of Evil", una rilettura aggiornata di un brano del 2020, a fondere l'oscurità delle chitarre a trame orchestrali e mediorientali, e salvare la band in corner. Lontano dai riflettori del mainstream e immerso nello spirito più puro dell'underground, 'What Ghosts Reveal' prova ad essere un ascolto intimista e magnetico, una nenia malinconica, caldamente consigliata agli amanti del gothic e del symphonic doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 64

martedì 11 agosto 2026

Messalina – Golden Wounds

#PER CHI AMA: Post Grunge/Alternative
Se il post-grunge ha spesso la fama di essere un genere fermo al passato, i Messalina arrivano da Nizza per smentire quest'affermazione. Il quartetto francese debutta con questo 'Golden Wounds', un lavoro di sei pezzi che prende la rabbia introversa e i riffoni tipici del versante più oscuro dell'alt-rock e li annega in un mare di struggente malinconia. Immaginate quindi di partire dalla ruvidezza dei Deftones, spolverarla di sonorità darkwave e adagiarla su dilatazioni post-rock e rare sporadiche pesantezze stoner. Il risultato è un disco dall'incedere notturno, dove ogni canzone sembra la colonna sonora di un rimpianto. Tra sintetizzatori avvolgenti, chitarre sature e una voce capace di passare da sussurri eterei a urla viscerali, il dischetto trasforma il dolore emotivo in una vera e propria esperienza estetica. Per certi versi i Messalina mi hanno evocato gli svedesi Lingua, band che ho adorato ai loro esordi e che poi si sono un po' persi per strada. La scaletta si sviluppa comunque con una fluidità disarmante: si parte con la suadente title-track, un'apertura decadente dove chitarre e cupi synth aprono subito le porte a quel senso di struggimento che non vi abbandonerà più per tutto il disco e dove a mettersi in luce è la performance vocale del frontman. Segue "No Color" che alza subito il tiro, tra suoni moderni, pulsazioni elettroniche, strofe al limite del rap (e questo mi è piaciuto meno) ed esplosioni chitarristiche e vocali, in una vena che mi ha richiamato i Nirvana in acido degli esordi. Con "Cold As Before" si torna a percorrere strade più malinconiche, tra saliscendi intimistici e progressioni più aggressive, per un viaggio che profuma di foglie secche e pioggia sui vetri. Con "Narrow Chase" il quartetto continua a utilizzare ammiccanti e ipnotiche sfumature electro-pop per buona parte del brano, prima di esplodere in un finale più roboante. "A Cross" mette definitivamente i muscoli in bella mostra, con un riffing stoner bello dritto, bilanciato da linee vocali forse un po' troppo ruffiane per i miei gusti, sebbene in certi momenti la voce viri verso lidi più disperati. La chiusura è affidata a "Born Again" (che vede peraltro il featuring di Raven van Dorst dei DOOL), per una traccia atmosferica, profonda e ipnotica che lascia un magone alla gola una volta spento lo stereo. Per chi ama sonorità alternative/post-grunge, con quel tocco di struggimento in più capace di stringervi il cuore, questo potrebbe essere l'ascolto giusto. (Francesco Scarci)

(Nova Lux Productions - 2026)
Voto: 70

martedì 4 agosto 2026

Finsmoonth - Chrysalis of Astral Tears

#PER CHI AMA: Post Black
Amo dragare l'underground metallico e oggi, la mia ricerca mi ha portato a incontrare 'Chrysalis of Astral Tears', secondo album degli indonesiani Finsmoonth, band devota a un post-black, che trae linfa sia dalla seconda ondata del black metal che dal post-rock atmosferico. Certo, quello in cui mi imbatto primariamente nell'opener "An Endless Depth", è il muro di chitarre creato da Irwin Dwi Ryanto e Ade Zulkifli, che intrecciano trame armoniche taglienti, sorrette dai blast-beat di Micco Rullyanto e dal growl lacerante di Tino Guruh Putra (che troveremo nello stesso brano anche in forma pulita, direi scuola Alcest). L'album si sviluppa come un diario intimo diviso in sei capitoli di una coesione straordinaria: l'opener sembra fungere da asse emotivo dell'opera, combinando arpeggi malinconici a improvvise esplosioni ritmiche che catturano l'essenza della disperazione. "Foliage of the Wings" incalza con riff serrati e dinamitardi blast-beat, entrambi tipicamente accostabili alla tradizione black svedese, alternati a intermezzi acustici capaci di espandere l'orizzonte sonoro della traccia. "Dimming Palette" parte con un interludio ambient per poi infiammarsi in sfuriate primordiali che trovano il punto di rottura in un cantato epico in coda alla song. "Luminous Unveiling" continua affine alle precedenti, con un dualismo vocale che vede la guest Isa Bellum (voce dei tedeschi Sigils of Ruin, che tornerà peraltro anche nella traccia di chiusura, "Presomnal") a creare un isterico contrappunto post-punk (scuola Amesoeurs) con lo screaming abrasivo di Putra. "Embers at Ethereal Dawn" continua con il suo efferato tremolo picking chitarristico in grado di evocare scenari spogli e desolati di pura sofferenza. Insomma, quello dei Finsmoonth è alla fine un lavoro che mi sento di suggerire a chi cerca nel metal estremo una certa sensibilità emotiva. (Francesco Scarci)

(Disaster Records - 2026)
Voto: 71

domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77

mercoledì 15 luglio 2026

The Medea Project - Akkadian Artefacts

#PER CHI AMA: Drone/Ambient/Experimental
Più che un seguito diretto del secondo full-length 'Kharon', questo 'Akkadian Artefacts' dei The Medea Project si configura come un EP di cinque tracce interamente destrutturato, ripensato e remixato da Lucifer X, mente della formazione industrial/noise St. Lucifer. Per chi non conoscesse la formazione britannica, è giusto sapere che sono solitamente dediti a un gothic/sludge, di cui però non troverete assolutamente traccia in questi pezzi. Durante l'ascolto del lavoro vi si pareranno infatti davanti sonorità elettro dark ambient. Se "Babylon (The Fall of Akkadia)" sembra rievocare la vecchia "Babylon" presente in 'Sisyphus', qui riletta in chiave ambient-synth, "Ghosts in the Shell" trascina l'ascoltatore in uno stato onirico profondamente disturbato, con i vocalizzi incastonati in un loop ipnotico che rallenta i battiti cardiaci e ci costringe a fluttuare in un limbo sottile che separa il sonno cosciente dall'incubo. "Cave Dweller" vede l'elettronica farsi più dura e materica, e a dir poco complicata da digerire, almeno per il sottoscritto. Industrial e synth finiscono infatti per sposarsi con la disperazione della componente vocale del brano. Per quanto riguarda "The Drone Song (Desertion)", è difficile non immaginare la direzione che possa prendere: un vero e proprio vuoto pneumatico creato dalla componente dronica che annulla ogni punto di riferimento spaziale e temporale, lasciando che la dilatazione sonora culli l'ascoltatore in un senso di totale smarrimento. A chiudere questo lavoro delirante, ecco "Redacted", l'ultimo atto in salsa "ulveriana" che comporta l'inevitabile dissolvenza della luce, lasciando che i silenzi pesino quanto le note.

(BDB Studios - 2026)
Voto: 66

lunedì 13 luglio 2026

Lumen ad Mortem - A Grave Ascent

#PER CHI AMA: Symph Black
Rilasciato da qualche settimana, 'A Grave Ascent' segna il ritorno dei Lumen Ad Mortem, quartetto originario di Adelaide. A tre anni di distanza dal debutto 'Upon the Edge of Darkness', la band perfeziona la propria formula sonora: chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i dischi dei primi anni '90, quelli nati tra le nebbie nordeuropee di Emperor o Limbonic Art, ritroverà qui la stessa fiera e implacabile devozione alla causa. Ma c’è un elemento nuovo, una spigolosità fiera che appartiene solo a chi è abituato agli spazi sconfinati, desolati e indomiti dell'Australia Meridionale. Non è un album registrato per compiacere l'algoritmo di una piattaforma streaming; è un rituale catartico e ferale che parla di morte, perdita e di una fredda, inesorabile vendetta terrena. Il disco si snoda attraverso sette movimenti che non lasciano vie d'uscita. Tutto ha inizio con i synth solenni di "What Was Lost", un'intro che evoca una foresta spettrale avvolta dalla nebbia un attimo prima della tempesta, e prepara il terreno per l'impatto devastante di "The Departed". Qui, il drumming chirurgico di Rory Amoy e lo screaming abrasivo di Gregor Pikl, colpiscono dritti allo stomaco, interrotti solo da aperture atmosferiche di una bellezza dolorosa. Ma è con "I Never Ceded" che il disco svela la sua vera natura di inno alla resistenza spirituale: una marzialità di fondo unita a un groove coinvolgente e riff epici in sottofondo, che amplificano un senso di rivalsa che chiunque sia caduto almeno una volta nella vita, sa riconoscere immediatamente. La seconda metà del disco continua a ruggire che è un piacere, dalla roboante "Ghost Gums", che vanta un intermezzo spettrale che crea una sensazione di smarrimento e isolamento assoluto che si dissolve poi nel crescendo della title-track, una song in cui i suoi passaggi cinematici sposano l'epica intransigente di un qualche disco black nato nelle lande svedesi. La gelida e compassata "A Stone Shall Come to Rest" prepara la strada per il finale, gli oltre dieci minuti della suite conclusiva "And What is Yet to Lose" , un brano che si muove tra intermezzi ambient, la ferocia delle grim vocals di Gregor e l'abrasività delle chitarre che si spengono in una dissolvenza desolata, a offrire il testamento spirituale di una band che sa come trasformare il dolore in maestosità. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 72

sabato 11 luglio 2026

The Eternal - Obscured Horizons

 #PER CHI AMA: Gothic/Dark
Da grande fan dei The Eternal, dopo aver recensito il precedente 'Celestial', non vedevo l'ora di stringere tra le mani una loro nuova release. Desiderio esaudito, e pure con largo anticipo: 'Obscured Horizons' vedrà la luce ufficialmente solo tra più di due mesi. Il quartetto finnico-australiano si ripresenta al pubblico con nove tracce destinate a cementare ulteriormente il loro inconfondibile marchio gothic-dark. Il sipario si alza su "Lament for the Hollow", primo singolo estratto. Un pezzo che ribadisce un concetto chiaro: la proposta dei The Eternal è guidata, ieri come oggi, dalle melodie e dal carisma vocale del frontman Mark Nelson (già voce di Alternative4 e Cryptal Darkness). Supportato da una solida architettura orchestrale, da una produzione cristallina che valorizza ogni singolo strumento e da una tecnica sopraffina, il brano si impone come il perfetto biglietto da visita del disco. Ottimo anche l'impatto di "Existing To Expire", secondo estratto, che viaggia su una dinamica trascinante: chitarre in evidenza, voce suadente e quel tocco perennemente malinconico che è ormai il trademark della band. Il viaggio prosegue con "Colours Fade": attitudine da ballad, vocals strappa mutande, melodie azzeccatissime e un paio di assoli da brivido. Al contrario, "Harmony Breaks" irrompe con tutt'altro piglio, rivelandosi però ruffiana tanto quanto la precedente. La differenza sta in un sound a tratti più robusto, che gioca di contrasto con la melensaggine di alcuni passaggi. Nulla da eccepire sul piano tecnico, gli assoli rimangono magistrali, ma questo loro essere un filo troppo paraculi, rischia di infastidire alla lunga. Un'impressione confermata dalla successiva "I’ve Seen The Dream": incipit marcatamente pinkfloydiano e arrangiamenti fin troppo gentili. Ci pensa "Liminality" a scuotere le cose: qui esplodono le chitarre più pesanti del lotto e, finalmente, una ringhiata vocale che spezza l'intorpidimento dei brani precedenti. Grazie a questo precario equilibrio tra un gothic preponderante e un progressive mai ingombrante, la traccia si conquista la palma di mia preferita del disco. Era ora. Da qui in avanti si cambia marcia: la title track sfoggia una pesantezza elegante e teatrale, mentre l'oscura "Yesterday's Gone" osa soluzioni più sperimentali, rievocando a livello ritmico certe intuizioni alla Devin Townsend. La chiusura è affidata ad "Awaken", un pezzo intimista ma ricco di sfumature prog nel comparto solistico. In conclusione, 'Obscured Horizons' decreta l'ennesimo, ben riuscito ritorno discografico firmato The Eternal. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 74

venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

domenica 5 luglio 2026

Pontecorvo - Scheletri

#PER CHI AMA: Noise/Punk
Il terzo capitolo dei Pontecorvo, intitolato 'Scheletri', s'inserisce nell'underground italiano con un approccio tagliente che coniuga noise rock, punk, garage e sfumature stoner. Questo album è profondamente segnato dalla tragica perdita del bassista Alessandro Milani, riflettendo un'urgenza espressiva che permea l'intera opera. Realizzato e prodotto da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago, l'album presenta arrangiamenti fieramente viscerali e diretti. La chitarra e la voce abrasiva di Fili, al pari di Luca, la batteria potente e precisa di Fra, e le linee di basso suonate da Ste e Laura creano un sound compatto, privo di eccessi digitali. A livello tematico, 'Scheletri' esplora con disillusione e intensità emotiva il dolore della perdita, la memoria e la resilienza necessaria per andare avanti. I testi in italiano si trasformano poi in uno specchio lucido del disagio esistenziale. L'approccio spigoloso è evidente fin dall'inizio con "Un Altro Sbaglio", che colpisce con il suo punk ruvido e intenso. Seguono la title track e il singolo "Troppe Parole", pezzi trainanti che denunciano in modo rapido l’ipocrisia delle frasi fatte in occasione di un lutto. La tensione prosegue nella più dinamica "Cenere", per poi addentrarsi nella malinconia di "mAle". Qui, il suono raggiunge una potente fusione tra urgenza noise e pesantezza stoner, accompagnati da ritmi punk. Ulteriori brani arricchiscono l'album, dalla grooveggiante "Porter" alla conclusiva "Tramonto", che con i suoi quasi sei minuti di riflessione, offre la degna chiusura per 'Scheletri'. Un lavoro questo, nudo e crudo, pensato quasi esclusivamente per chi apprezza un rock genuino e intransigente, privo di qualsiasi compromesso. (Francesco Scarci)

(Argo Dog Sound/I Dischi del Minollo/Porco Rosso Records - 2026)
Voto: 68

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” KÃ¥rstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75