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mercoledì 4 marzo 2026

Mossystone - S/t

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Non è passato nemmeno un mese dalla mia recensione dei Trimarkisia e lo stesso mastermind di quest'ultimi, Wilhelm Osoba, mi ha inviato l'esordio del suo nuovo progetto solista, i Mossystone, freschi di un EP omonimo. Il suono del polistrumentista dell'Occitania francese, è fedele all'estetica del black atmosferico più oscuro e si capisce sin dall'iniziale "Unfulfilled Desire", e questo probabilmente spiega anche il motivo per cui abbia voluto dare un altro nome alla sua creatura. La proposta infatti è decisamente più veloce rispetto a quella dei Trimarkisia, meno contaminata da reminiscenze di "katatonica" memoria, ma non per questo, meno interessante. Accanto alle ritmiche furibonde, sorrette da una batteria d'assalto, c'è da sottolineare la presenza di synth sinistri in lontananza che imbastiscono una di quelle atmosfere da casa infestata, mentre le vocals abbracciano il tipico screaming del black metal. "The Passenger" è solo all'apparenza meno impetuosa dell'opening track, forse perchè il martellamento ritmico è mitigato dal tremolo picking alla chitarra e laddove la malinconica melodia nella seconda metà del brano, diventa decisamente preponderante. L'ultima song, "Silence of the Void", chiude con otto minuti e mezzo di suoni che partono più compassati, melodici, affabili, che vanno lentamente dilatandosi verso qualcosa di più etereo, quasi blackgaze, prima di ritrovare dopo 140 secondi, il dinamismo delle due precedenti tracce, tra scorribande ritmiche, un tono più oscuro e selvaggio, che comunque non rinuncia a porzioni atmosferiche, come quella in acustico verso il sesto minuto del brano, che porterà a un finale che si spegne senza annunciarsi, con la nebbia a diradarsi verso un barlume di luce. Un altro buon lavoro per Monsieur Osoba, peraltro forte dii un artwork di copertina che riproduce un bellissimo dipinto ("Solitude") del pittore ottocentesco francese Jean-Baptiste Camille Corot. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68

martedì 3 marzo 2026

Chaos Over Cosmos - The Hypercosmic Paradox

Ascolta "Chaos Over Cosmos" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Progressive Death
Li avevo conosciuti per sbaglio nel 2019, più per curiosità che per altro. Negli ultimi giorni mi sono visto recapitare il loro nuovo album, 'The Hypercosmic Paradox'. Si tratta del progetto solista del chitarrista e compositore polacco Rafał Bowman, qui coadiuvato alla voce dal pachistano Taha Mohsin che rispondono al nome di Chaos Over Cosmos. Avevo etichettato la loro proposta come un prog melo death sci-fi, che faceva l'occhiolino agli svedesi Scar Symmetry. Oggi mi devo scostare un po' da quella definizione, visto che li associo maggiormente a sonorità tipicamente progressive, con lunghe fughe chitarristiche, tra tapping frenetici, scale alternate sparate a velocità assurde e un'abilità tecnica che cade in territori affini agli Obscura. Se la prima traccia, "Nostalgia for Something That Never Happened", è completamente strumentale e suona quasi come una dimostrazione della perizia tecnica del buon Rafał, ecco che la seconda "When the Void Laughs" vede l'inserimento delle growling vocals di Taha che tengono banco alla velocità ipersonica delle chitarre, al baluardo di un drumming, si programmato, ma comunque efficace, e all'inserimento di synth cosmici (soffermatevi a tal proposito al minuto 4.20) che regalano un certo dinamismo al brano, eliminando quella sensazione iniziale di pura esibizione tecnica del polistrumentista polacco. E cosi, il percepito durante l'ascolto del secondo pezzo, mi porta a pensare ai Ne Obliviscaris, pur mancando la componente di violino tipica degli australiani. Notevoli devo ammetterlo, anche se talvolta eccessivamente sbrodolanti, ma comunque la proposta potrebbe aprirsi a un pubblico più vasto. "Event Horizon Rebirth" riparte con il medesimo e ubriacante intreccio chitarristico, almeno fino a quando entra in scena il cantante. In tutta franchezza però, il fulcro del sound ruota attorno alle linee melodiche di Rafał, alla complessità dell'architettura ritmica imbastita e ultimo, ma certamente meno importante, ai funambolici solismi del musicista polacco, che regala un lunghissimo e superlativo assolo conclusivo. In un battibaleno, ci ritroviamo ad ascoltare "The Cosmo-Agony: Requiem", forse la traccia più ambiziosa del lotto, sicuramente la più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Anche qui si parte con le chitarre lanciate a velocità estreme, quasi a volerci stordire con quell'ipnotico refrain e quel massiccio carico di groove che s'irrobustisce strada facendo, di un drumming incessante, su cui troveranno posto i vocalizzi del frontman. Ma l'attitudine, l'abbiamo capito, è quella di imbrigliarvi in un tessuto sonoro fatto di riff ultra tecnici e melodici al tempo stesso, che avranno la capacità di proiettarvi nell'iperspazio, prima di quel morbido atterraggio in un pianeta di una galassia sconosciuta, affidato alla conclusiva e strumentale "The Fractal Mechanism". 'The Hypercosmic Paradox' alla fine, non è un ascolto semplice, certamente però potrà regalare forti emozioni legate alla scoperta di suoni e mondi a noi poco familiari. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 75

sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65

giovedì 26 febbraio 2026

Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture - Slambiteration

#PER CHI AMA: Deathcore/Slam Death
Facile ricordare un nome cosi chilometrico, no? Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture, che noi abbrevieremo subito a GORT, è una one man band belga, guidata da Robbie Smeyers, votata a un brutal death slam con forti venature deathcore. 'Slambiteration' è il loro EP del 2025, fatto uscire poco dopo il debutto su lunga distanza, 'The Coomer Chronicles'. Quattro nuovi pezzi quindi a prenderci clamorosamente a scudisciate sul volto. Non aspettatevi ritmi vertiginosi però, almeno non con l'iniziale "Bludgeoned with IKEA Furniture" il suo black humor e le sue chitarre ultra compresse, perfette per far esplodere i palm-mute sugli impianti tamarri da auto, grazie anche a un basso ribassato, una drum machine da urlo, breakdown ignoranti e vocals che si muovono tra il growl animalesco, pig squeal e urlacci vari, con un'estetica che guarda agli statunitensi Chelsea Grin. Si prosegue con lo slam super grooveggiante di "Silverback Slamdown" che spinge, al pari della successiva "Clubcard Decapitation", sul lato beatdown, con pattern a tratti quasi hip-hop, sotto strati ritmici distorsivi allucinanti e disturbanti, e poi quelle vocals da "porco" che rendono il tutto ancora più assurdo. A chiudere il disco ci pensa "Slambliterated Beyond Belief" che si muove tra stop'n go, breakdown tonanti che andranno a sincronizzarsi come un unico colpo fatto esplodere in gola. Devastanti. (Francesco Scarci)

(Skullcracker BE - 2025)
Voto: 67

mercoledì 25 febbraio 2026

Kowloon - Let's Sing! Let's Move Forward! / And Winter Turned Into Spring

#PER CHI AMA: Raw Black
Li avevo pescati per sbaglio lo scorso ottobre su Bandcamp, e li avevo recensiti più per curiosità che per meriti. I Kowloon infatti sono una band nord coreana che mi ha fatto subito simpatia pensando al loro cicciottello leader, non certo per le condizioni indecenti in cui vive la popolazione. Nel frattempo, la band deve averci preso gusto a registrare, visto che a novembre ha fatto uscire '노래하자! 전진하자!', una raccolta di tre pezzi dedicata alla madre patria, al compagno segretario generale, al Partito dei Lavoratori di Corea e alle amate madri in occasione della celebrazione della festa della mamma del 16 novembre. Ecco, regalare un compendio di musica black metal alla festa della mamma credo sia cosa alquanto originale, non so poi se sia stata cosa gradita. Se i primi due pezzi sono un inno al raw black di Windir ed Emperor, il terzo sembra invece una melodia popolare, con vocals pulite cantate rigorosamente in lingua madre, ma che ricorda un po' la sigla dei cartoni animati giapponesi dei primi anni '80. La band di Rason è tornata a mostrare anche recentemente i propri muscoli con altri due pezzi e un'altra dedica a Kim Jong-il, l'eterno segretario generale dell'amato Partito dei Lavoratori di Corea. E la proposta del terzetto sembra virare qui verso un black metal più atmosferico, sempre registrato grezzamente ma che almeno nel primo pezzo, sfodera uno strepitoso assolo, delicati arpeggi e un mid-tempo alquanto inatteso. Di tutt'altra pasta il secondo, con un black acuminato di scuola Mayhem, inviperito e selvaggio, grazie a uno screaming violento e a un sound malato ma alla fine, devo ammettere affascinante. E allora attendiamo con interesse una nuova release per confermare le doti o meno di questa abominevole creature nord coreana. (Francesco Scarci)

(Self - 2025/2026)
Voto: 65

lunedì 23 febbraio 2026

Sadael - Paralytic Thrall

Ascolta "Sadael - Paralytic Thrall" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Brutal Death
A me sembrava che i Sadael fossero una band votata al funeral doom, e invece quando ho fatto partire il disco inviatomi dalla Satanath Records, mi sono ritrovato di fronte a un attacco di robusto death metal. Che diavolo è successo a questo musicista armeno che distillava musica influenzata dal minimalismo dei Thergothon o dalle atmosfere più tragiche dei My Dying Bride? Che lo spostamento in Austria abbia in un qualche modo influenzato il sound dei nostri, o il banale cambio del logo significhi un totale cambiamento musicale? Chi può dirlo. Io so solo che la song iniziale di 'Paralytic Thrall' (ventunesimo album peraltro), mi ha preso a scarpate in faccia e nel culo. Ora distinguere dove siano posizionate entrambe potrebbe essere un quesito ardito ma non altrettanto interessante quanto capire cosa abbia portato il buon Sadael, col fido compagno Andrew Gossard (voce dei Putrefaction), a una svolta cosi radicale. Posso solo dire che "Into Absence" è puro death metal, al pari della successiva "Erasure", sebbene in alcuni momenti, si assista a un rallentamento quasi claustrofobico delle sue ritmiche (retaggio della vecchia creatura probabilmente). "Identity Dissolving" sfocia addirittura nello slam death metal con le voci tra il growl e il pig squeal e le ritmiche sparate a tutta birra. Ecco, non certo il mio genere preferito, per quanto qua e là (in "Leave the Weak Behind" ad esempio) gli assoli regalino momenti edificanti. Il resto però è puro death metal disturbante con una complessità strumentale non indifferente ma la cui brutalità fisica, lo va a rendere fin troppo caotico e furioso. Interessanti le melodie di "Screaming Earth" o l'asfissia emanata da un brano come "From Flesh to Void". Per il resto, allacciatevi le cinture, pronti a impattare con l'annientamento totale profuso da questo 'Paralytic Thrall'. (Francesco Scarci)

(Holy Mountains Music - 2025)
Voto: 62

venerdì 20 febbraio 2026

Krsnī - Neige Éternelle

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
L'Uzbekistan non è solo terra di grande cultura ma da oggi diventa per il sottoscritto, anche la culla che ha dato i natali a questa one-man band di Tashkent, i Krsnī . E 'Neige Éternelle' è addirittura il quinto capitolo, dal 2022 a oggi, del mastermind Trizna, un lavoro di minimalista raw black metal atmosferico. Lo dimostrano le lunghe note strumentali dell'incipit "Passage", un brano glaciale e strumentale che sembra uscito dalla mente diabolica del buon vecchio Burzum. E la successiva "Marche d'Hiver" non cade troppo lontano dall'albero, con un sound che si conferma ipnotico e rarefatto al pari di quello di Varg Vikernes, con le chitarre in tremolo stratificato, un'atmosfera super lo-fi, un drumming tra blast-beat e mid-tempo ritualistico, e lo screaming efferato e lontano del polistrumentista uzbeko, un eco di un lamento smarrito in una tormenta di neve, a cantare stranamente in francese. Probabilmente, album del genere ne abbiamo recensiti a tonnellate, quindi mi viene un po' difficile trovare le parole giuste per descrivere in modo originale un tale lavoro. "Paysage Enneigé" prosegue nel suo cammino innevato con melodie più malinconiche e atmosfere più delicate, con la voce a nascondersi nel sottofondo della steppa infinita. Il disco potrebbe evocare tante immagini nelle vostre menti, paesaggi desolati e innevati in primis, lasciandovi addosso un senso di profondo disagio e inadeguatezza che troverà il suo acme nella conclusiva "Long Voyage". Questa si palesa come un claustrofobico viaggio senza ritorno lungo fiumi ghiacciati, foreste innevate in cui udire il cantato del frontman vicino all'ululato dei lupi, in totale contemplazione della natura nelle profondità di un silenzio eterno. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 64

Glassbone - Ruthless Savagery

#PER CHI AMA: Death/Hardcore
Secondo EP all'attivo per i parigini Glassbone, che tornano, dopo il lavoro del 2024, 'Deaf of Suffering'., con questo 'Ruthless Savagery'. Il genere proposto? Presto detto, un granitico e brutale slam death metal, sporcato di influenze hardcore. Un macigno monolitico e fangoso che sin dall'iniziale title track, ci schiaccia con i suoi suoni cingolati e la voce cavernosa del frontman che cerca in tutti i modi di spaventarci. L'hardcore in tutto questo dov'è? In qualche passaggio spigoloso, nei breakdown che evocano gli anni '90 e in una narrazione di violenza urbana e degrado morale. A seguire la ritmica serratissima ma a tratti anche asfissiante, della più ignorante "Dryin' Up of Their Blood". Il massacro prosegue sulle note di "Apostasy Imperium" e un death metal accademico, che francamente, in pochi si ricorderanno da qui a qualche mese, non fosse altro per quel tagliente assolo che dopo un minuto, fa la sua comparsa. Poi, poco altro a dire il vero. Anche "E.K.F.I.V." non è nulla di che, se non pura dimostrazione che si può ancora pestare come fabbri ma niente di più, perchè queste note non arrivano là dove dovrebbero arrivare, sebbene il quintetto sfoderi un altro bell'assolo anche in questo brano. Troppo poco però per toccare le mie corde. E anche il featuring dei nostrani Fulci in "Testimony of Death" mi lascia indifferente, sebbene la carneficina venga servita nel migliore dei modi. Forse il brano che maggiormente ho preferito è la conclusiva "Driven by Sinister", martellante e spettrale al tempo stesso, ma che fondamentalmente non inventa nulla, se non cercare il colpo del definitivo ko. (Francesco Scarci)

(Iron Fortress Records - 2026)
Voto: 60

Predatory Void - Atoned in Metamorphosis

#PER CHI AMA: Sludge/Black/Hardcore
Pur non essendo un fan della band originaria di Gent, volevo dare il mio contributo, parlandovi di questo lavoro, visto che se ne parla un po' ovunque. Pubblicato il 6 febbraio 2026 sotto la solida guida della Pelagic Records, 'Atoned in Metamorphosis' rappresenta l'atteso ritorno della super-band belga Predatory Void, nata dall'estro di Lennart Bossu (Amenra, Oathbreaker). Non avevo ascoltato il debut 'Seven Keys to the Discomfort of Being', devo ammetterlo, che esplorava un black sludge viscerale. Questo nuovo EP sembra invece spostare il proprio baricentro verso un approccio più educato ma non per questo, meno violento, influenzato tanto dal post-hardcore quanto dalla dissonanza del black metal moderno. Se da un lato ero andato un po' in confusione con le litaniche e ingannevoli vocals dell'introduttiva "Make Me Whole", dall'altro la furibonda linea ritmica post-black della successiva "New Moon", appiana un po' tutte le mie titubanze, lanciandoci addosso sonorità estremiste e dissonanti, con le vocals di Lina R che rappresentano il vero fulcro emotivo del disco, passando da urla disumane, lamenti vari, clean vocals e quant'altro (leggasi spoken words), mentre la musica, acida come un lago vulcanico, si dipana tra accelerazioni improvvise, cambi di tempo, parti atmosferiche e deliri vari, a cavallo tra black, hardcore e sludge. Non è da meno la successiva "Peeling Cycle", con il suo andazzo sludge doom, breakato da parti più furibonde e disperate. A chiudere l'EP ci pensa "Contemplation in Time" e quella sua linea di chitarra in tremolo picking che squarcia il cielo, in totale simbiosi con i vocalizzi striduli e scorticanti della frontwoman, che mi lascia quella sensazione addosso di quando ti togli il cerotto con un bel colpo secco. Ci sono anche parti più delicate, a consegnarci alla fine un lavoro caoticamente melodico. Insomma, non quella che definirei una tranquilla passeggiata. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records - 2026)
Voto: 72

The Eternal - Celestial

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Ho amato 'Skinwalker' nel 2024, ma temevo di dover aspettare molto più tempo per sentir ancora parlare della band australiano-finlandese dei The Eternal. E invece, eccoci qui con un EP, 'Celestial', nuovo di zecca, con ben cinque pezzi inediti (anche se uno in realtà, è una intro di poco più di un minuto) e una riedizione di "Everlasting" che compariva sul loro secondo disco del 2005, 'Sleep of Reason'. La band torna quindi a solcare le acque profonde del gothic/dark atmosferico, consolidando una certa maturità compositiva e quell'intensità emotiva che mi ha saputo conquistare in passato. Bando alle ciance e andiamo ad analizzare i nuovi pezzi: liquidata bruscamente l'introduttiva e orchestrale "Absence of Light", ci immergiamo nelle contemplative melodie di "Celestial Veil" e di un gothic doom che evoca immediatamente i Katatonia dell'era 'Discouraged Ones'. Gli ingredienti sono quelli classici: atmosfera malinconica sorretta da ottime linee di chitarra e dalla voce intensa di Mark Kelson, e un finale, bello robusto a livello ritmico, e con un assolo da spettinarci. "It All Ends" sorprende per le sue aperture sintetiche e un approccio ultra grooveggiante che mi ha evocato i Paradise Lost di 'Host' e andando, via via, irrobustendo il proprio sound verso sonorità alla Swallow the Sun. "Bleeding into Light" prosegue su binari affini, con quel senso di malinconia opprimente, vero trademark della band. "Casting Down Shadows" apre con una tribalità quasi mediorientale, per poi spingersi in territori meno battuti, prendendo in prestito le ipnotiche atmosfere degli Amorphis, con la voce di Mark sempre esemplare nelle sue tonalità pulite. Brano notevole, che potenzialmente apre le porte a nuovi sviluppi futuri. La conclusiva "Everlasting MMXXVI" è una riedizione, un filo più ammiccante e pulita, della vecchia versione, niente di trascendentalmente diverso, ma comunque utile per dimostrare come i nostri abbiano le carte in regola per seguire la nuova direzione della bussola. Solidi e credibili. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 75

lunedì 16 febbraio 2026

Viamaer - In Lumine Lunae

Ascolta "Viamaer_In_Lumine_Lunae" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze
L’esordio sulla lunga distanza della one-man band polacca Viamaer, intitolato 'In Lumine Lunae', si staglia nel panorama estremo come un’opera di raffinato blackaze, capace di richiamare l’attitudine sonora di band come Alcest o Deafheaven. Inserendosi in questo solco, la creatura di Krystian Jurkiewicz si presenta come un'opera alquanto matura, intima e stratificata. L'incipit, affidato a "In Excitatione Terrae", convince subito con le sue melodie malinconiche in cui le dinamiche emozionali, guidate anche da vocals tipicamente shoegaze, vanno a collidere con l'estremismo sonoro del post-black. Risultato? Subito pollice alzato, per quanto siano palesi le derive sonore di alcestiana memoria. La coerenza stilistica del mastermind di Varsavia si conferma anche nella seguente traccia, quella che dà il titolo al disco. Grandi atmosfere, ottimi fraseggi di chitarra che si muovono prettamente nella direzione di crepuscolari melodie shoegaze. "Dimensio Mortis" non va troppo lontano rispetto a questa dimensione onirica, con le vocals che sono tipicamente quelle pulite eteree dello shoegaze e solo raramente, sfociano in un grim carico di tormento. Da sottolineare le sapienti linee di chitarra a metà brano, a creare un ulteriore coinvolgimento emotivo con l'ascoltatore. Al giro di boa, il polistrumentista polacco sforna un convincente pezzo strumentale, "Ultra Insaniam", ideale per farci mettere in ordine i pensieri. Da qui, possiamo ripartire con "Liberum Arbitrium" per capire un pochino di più un progetto, in cui l'artista volutamente mostra le proprie debolezze, le ossessioni, i ricordi e sogni, attraverso la sua lingua madre, il polacco, il solo strumento con cui riesca a esprimere i tormenti della sua anima. Tutto molto bene, ma il rischio di esser vittima del proprio fardello emotivo, si fa più alto nelle ultime tracce, dove per evitare di far pesare eccessivamente la componente shoegaze, la band si espone con più ruvide accelerate post-black, in stile Deafheaven. È il caso di "Haec Vox", che rompe quel sound che rischiava di diventare un filo troppo noioso. Con le conclusive "Magna Paranoia" e "Smaragdus Somnium" (stravagante comunque la scelta di adottare i titoli in latino, a detta dell'artista per dare una dimensione che il linguaggio di oggi giorno non riesce a dare), i Viamaer persistono nella proporre una ricetta sonora ormai consolidata, tra forti echi shoegaze, evocativi passaggi orchestrali, un profondo tocco di malinconia contemplativa e qualche vocalizzo black. Il tutto, a suggellare un debutto introspettivo ma comunque interessante, ideale per chi ama sonorità riflessive. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

venerdì 13 febbraio 2026

The Ruins of Beverast – Tempelschlaf

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
I The Ruins of Beverast sono da sempre uno dei progetti più affidabili e particolari della scena black metal, grazie a una discografia incorruttibile frutto di un'evoluzione sonora costante, capace di bilanciare la devozione all'ortodossia, con una flessibilità sperimentale rara. Li ho amati ai tempi del ritualistico 'Blood Vaults - The Blazing Gospel of Heinrich Kramer', al pari del più atmosferico 'Exuvia'; ora la band di Alexander von Meilenwald torna ora con questo obliquo e psichedelico 'Tempelschlaf', un album difficile da immagazzinare cerebralmente al primo ascolto, ma che alla fine sarà comunque in grado di conquistarvi. Mi ci sono voluti infatti almeno tre ascolti per cristallizzare nella mia testa le nuove melodie sghembe del mastermind teutonico. Ma ora non riesco a togliermi dalla testa il cantato litanico e pulito dell'opener, cosi come i suoi lisergici passaggi che lasciano saltuariamente il passo ad un caos controllato. Quello che non manca sicuramente nella seconda "Day of the Poacher", affiancata da harsh vocals, e in cui la linea ritmica scalpita come un destriero indomito per la prima metà, prima di trovare un cambio d'abito in una seconda frazione che è tutto un programma. D'altro canto, la band tedesca ci ha da sempre abituati a una certa imprevedibilità di fondo. E infatti, la terza "Cathedral of Bleeding Statues" torna a muoversi in territori più soffusi, quasi gothic/shoegaze, complice l'utilizzo anche di vocals pulite che si contrappongo a un cantato più efferato, laddove le chitarre tornano a macinare ritmiche più incandescenti. L'alternanza tra pezzi più meditabondi ad altri più aggressivi, si conferma con l'irruenza ritmica di "Alpha Fluids", più black/thrash oriented con quei suoi blast beat martellanti, sebbene non rinunci a qualche trovata estetica che sembra portare il polistrumentista verso sonorità alla Ved Buens Ende. La robusta inerzia ritmica prosegue anche in "Babel, You Scarlet Queen!", un pezzo che comunque riserverà qualche simpatica trovata nel suo interno, tra cui un gradevolissimo bridge a metà brano. Interessante poi l'apertura elettro-acustica di "Last Theatre of the Sea", cosi come quel suo devastante break e controbreak tra il secondo e il quinto minuto, che ci porterà ad un'esplosiva salita sino alle soglie di "The Carrion Cocoon". Questa, con i suoi oltre 13 minuti, si configura come una suite monumentale, tra ipnotiche atmosfere sospese, accelerazioni potenti e repentine, e angoscianti discese verso gli abissi, in uno dei brani più appaganti della one-man band germanica. Un altro capolavoro per i The Ruins of Beverast, ma per l'ennesima volta, non ne rimango certo stupito. (Francesco Scarci)

(Van Records - 2026)
Voto: 80

mercoledì 11 febbraio 2026

Humanity Zero - Cursed Be the Gift of Life

Ascolta "Humanity_Zero_s_Suffocating_Funeral_Doom_Monolith" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Funeral/Doom/Death
Continuiamo in scia ai Tempestuous Fall, con un altro lavoro di funeral doom, ossia 'Cursed Be the Gift of Life', sesto full-length dei greci Humanity Zero, un monolite che punta tutto su lentezza, oppressione e un senso di condanna cosmica. A dispetto della release della one man band australiana, il duo ellenico si presenta però con del materiale più sinistro, punitivo e pesante (complici probabilmente le liriche, orientate a una visione ferocemente misantropica e anti-consolatoria) che li rendono di più difficile digestione. Quattro lunghi estenuanti pezzi (più un inutile outro rumoristico), costruiti su riff pachidermici e tombali come gli accordi che restano sospesi come la nebbia nella nostra Pianura Padana già con la title track inziale, a porsi come un bel biglietto da visita. Non troverete nessun appiglio, ma preparatevi a una discesa negli inferi, accompagnati da un tono sommesso e soffocante, che trova modo di alzare lo sguardo nei rari casi di accelerazione che qua e là irrompono nei quasi 12 minuti dell'opening track. Non si cambia certo canovaccio neppure con la successiva "Forgiveness Devoured", una traccia all'insegna del nichilismo totale, accompagnato da opprimenti sonorità doom, con vocals catacombali e un rifferama lento e agonizzante come la morte che, per almeno i primi quattro minuti, vi peserà sul torace come il cinghiale di una famosa pubblicità. Poi, assistiamo a un tentativo di uscire dalle tenebre, ma con quell'organo dirompente al quinto minuto, la sola direzione da intraprendere, è quella per il cimitero. "Heresy Rising" conferma l'asfissiante densità ritmica, con un sound che evoca i primissimi Anathema; ma qui le chitarre al terzo minuto si fanno più graffianti e il suono si fa più death metal, giusto un paio di minuti però, prima di sprofondare nuovamente negli abissi del funeral, al pari della successiva "Maledictio Amara", che ci impiega quasi due minuti prima di prendere il via, e rimanere comunque impantanata in un'atmosfera similare dall'inizio alla fine. Dura eh concluderne l'ascolto, ve lo posso garantire. Alla fine, quello degli Humanity Zero è un disco che farà felici i soli fan di Shape of Despair ed Evoken, gli altri si tengano alla larga. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 63

venerdì 6 febbraio 2026

Cyclone - Known Unto God

#PER CHI AMA: Thrash/Speed
Trentasei anni di silenzio discografico rappresentano un vero e proprio abisso temporale, ma per i belgi Cyclone, pionieri del thrash metal europeo dal 1981, il tempo sembra essersi fermato nell'energia travolgente di 'Brutal Destruction', il loro capolavoro underground che uscì addirittura 40 anni fa. Con il nuovo EP 'Known Unto God', la band guidata dall'inconfondibile voce di Guido Gevels (in stile vocalist dei Forbidden) torna a farsi sentire con una forza che si pone esattamente tra la brutalità teutonica e la precisione tecnica della Bay Area (che evoca spettri di Exodus, Sacred Reich e i già menzionati Forbidden), senza rinunciare a un richiamo alla muscolosa anima NWOBHM. La produzione si distingue per un sound potente e autentico: le chitarre sono affilate come lame, mentre la sezione ritmica mantiene quel groove incessante che da sempre contraddistingue il sound del quintetto fiammingo, schivando abilmente le insidie di una modernità eccessivamente sintetica. L'EP si apre con "Eliminate", un brano selvaggio che trasmette immediatamente l'energia della rinnovata line-up che solo recentemente ha trovato una sua stabilità. In seconda posizione nella scaletta, ecco la title-track, un pezzo dal ritmo cadenzato e massiccio, in cui la parte solista è semplicemente da urlo come quello di Guido a chiudere il brano. Con "I Fear Myself", la band accelera nuovamente, con un sound semplice e lineare, ma sempre efficace. Chiaro, non stiamo scoprendo l'acqua calda, ma è innegabile che l'energia sprigionata dai nostri diventi virale dopo pochi secondi. Postilla per un altro bell'assolo di scuola heavy rock in chiusura del brano. "Nothing Is Real" si configura come un omaggio energico alle radici anni '80, con una costruzione musicale dinamica e travolgente, ma forse eccessivamente accademica. La chiusura è invece affidata a "The Truth Lies", l'ultimo schiaffone, in puro stile thrash metal, a segnare il ritorno trionfale di una band che non ha perso un grammo della propria identità negli ultimi 45 anni. (Francesco Scarci)

(M-Theory Audio - 2026)
Voto: 74

Trimarkisia - The Light Keeper

#PER CHI AMA: Black/Death/Doom
Con 'The Light Keeper', la one man band francese dei Trimarkisia si riappropria dell'oscurità più pura, consegnandoci un'opera che affonda le radici nel black/death/doom melodico, memore della lezione dei primi Katatonia. Un primo vagito che ci fa già ben sperare per il futuro del mastermind originario dell'Occitania. Il disco si presenta subito in palla con la title-track e le sue melodie accattivanti, che richiamano Jonas Renkse e soci, ai tempi di 'Brave Murder Day'. Le chitarre non disdegnano aperture atmosferiche di rara bellezza, tra il sinistro e il malinconico, mentre le vocals si muovono più su un growl oscuro, senza tuttavia rinunciare a qualche urlaccio qua e là. Ma è con la seconda "Last Days of Rain" che la band mi conquista definitivamente, sebbene qualche momento un po' troppo ancorato alla vecchia scuola doom. Il dischetto (dura quasi 29 minuti) è comunque un bel biglietto da visita per il factotum transalpino e anche le due restanti tracce, "Aven" e "When the Sun No Longer Rises", si confermano qualitativamente sullo stesso piano delle precedenti. Forse c'è ancora qualcosina su cui lavorare e da levigare, ma è innegabile come la qualità della melodia, la pesantezza ritmica, e anche una certa fluidità musicale, risuonino a meraviglia in questo EP di debutto. Spettacolare, a tal proposito, il bridge di "Aven" con le sue coinvolgenti melodie tastieristiche che ci accompagneranno fino alla fine di quello che sarà anche il mio pezzo preferito. L'ultimo brano è forse un filo più scolastico; ecco, avrei osato un po' di più, alla ricerca di un nuovo filone melodico dedito al black/death/doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 74

mercoledì 4 febbraio 2026

Anal Trump - Fuckin' Bitch

#PER CHI AMA: Grind/Punk
Non sono mai stato un grande fan del grind/punk/hardcore tuttavia, pur di dare visibilità a questa band e soprattutto a quello che c'è dietro (il supporto al progetto di difesa degli immigrati e del Centro nazionale per la legge sull'immigrazione negli Stati Uniti, grazie ai siti https://www.nilc.org/ e https://www.immigrantdefenseproject.org/), eccomi pronto a immolarmi nell'ascolto di 'Fukin' Bitch', solo per una giusta causa. E chi meglio dei Trump stessi, non gli originali sia chiaro, ma una "famiglia" formata da Travis, Justin e Rob, originari di San Diego, a combattere le mistificazioni del presidente americano? Con un EP di 10 pezzi, gli Anal Trump si candidano sicuramente al disco più corto al mondo: ben 74 secondi!! Si, avete letto bene. Si tratta di schegge impazzite di protesta che vanno dal secondo di durata ai 15, con un sound che premia l'estremismo sonoro, sorretto da testi non proprio comprensibilissimi, a meno che non vi leggiate le liriche sulla pagina bandcamp. Per certi versi, mi sono venuti in mente i famigerati Lawnmower Deth (ai tempi di 'Billy') che popolavano i miei incubi notturni una trentina di anni fa, anche se quelli erano decisamente più scanzonati di questi Anal Trump, che trovo davvero incazzati per i fatti provocati dall'ICE e da una politica di deportazione statunitense davvero scellerata. Musica e propaganda politica non possono coesistere? Al punk non gliene è mai fottuto niente. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65

lunedì 2 febbraio 2026

Galibot - Euch’Mau Noir Bis

Ascolta "Galibot - Euch’Mau Noir Bis" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Cerchiamo di fare chiarezza sul motivo per cui i francesi Galibot abbiano sostanzialmente pubblicato due album quasi identici a un anno di distanza l'uno dall'altro. Nel 2024 hanno rilasciato in maniera autoprodotta 'Euch'Mau Noir', un lavoro di sei tracce; tra qualche settimana è previsto l'arrivo di 'Euch'Mau Noir Bis'. Di fatto, si tratta dello stesso album, seppur con alcune differenze: una nuova copertina, un sound migliorato, due tracce aggiuntive (che incrementano la durata di appena tre minuti, peraltro già presenti nel demo del 2022, 'Wallers-Arenberg', ma stavolta riscritte e riregistrate) e, soprattutto, il supporto della Les Acteurs de l'Ombre Productions. Con un concept impegnativo che affronta il tema dell'utilizzo dei bambini (i cosiddetti galibot) nelle miniere di carbone francesi, la band si presenta con un sound ferale all'insegna di un black metal crudo e privo di concessioni melodiche. Superata l'intro iniziale, l'album esplode con "Cheval de Fosse", una traccia feroce caratterizzata da riff velocissimi e un cantato oscuro, espresso in uno screaming malefico. Sebbene non manchi una vena melodica tipica dello stile LADLO Productions, il disco appare marcatamente derivativo, con una sensazione di déjà-vu che accompagna l'ascolto dal primo all'ultimo secondo. Tuttavia, alcuni accorgimenti mirano a rendere il lavoro più variegato. Si notano passaggi leggermente più mid-tempo o l'inclusione di voci femminili spettrali, sia in scream che in pulito, grazie alla notevole performance di Diffamie nel finale di "Barbara". Questo brano fa riferimento a Santa Barbara, protettrice dei minatori, e al romanzo 'Germinale' di Émile Zola. "Courrières", di contro, è cosi scolastico che potrebbe facilmente essere inserito in uno dei tanti album pubblicati dalla label francese negli ultimi anni. Nonostante ciò, sarebbe ingiusto relegare la band originaria di Wallers-Arenberg nel calderone degli sprovveduti. Brani come la stessa "Barbara" e "Les Nords", emergono per intensità e qualità: esplosioni di violenza post-black accostate a un cantato che richiama gli esordi di Cadaveria negli Opera IX. Qui l'attenzione si sposta su un black metal più affilato e meno teatrale, con chitarre taglienti che strizzano l'occhio alla scuola svedese e una batteria in ultra blast beat, che evoca la potenza di una contraerea piuttosto che delle semplici percussioni. Per questa ragione, il lavoro non merita una bocciatura: s'intravedono infatti solide potenzialità di crescita nelle future produzioni del quintetto francese. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 66

venerdì 30 gennaio 2026

Order Of The Ebon Hand - XI: Justice

#PER CHI AMA: Hellenic Black Metal
Da Atene, ecco tornare gli Order Of The Ebon Hand con un nuovo lavoro, il quarto, intitolato 'XI: Justice'. Con undici tracce e settanta minuti di durata, l'album è una bestia alquanto differente da quanto la band aveva partorito in passato, per un viaggio lungo quanto il concetto stesso di giustizia, inteso non come tribunale terreno ma come equilibrio cosmico tra mondi e piani spirituali. Un black metal, quello del quartetto greco, che affonda le proprie radici nella tradizione ellenica anni '90, che richiama i fasti di Rotting Christ, Necromantia e Varathron, senza tuttavia dimenticarsi nemmeno la lezione dei primi Bathory. Con una produzione che bilancia magistralmente modernità ad attitudine raw, il disco si dipana in brani in cui le chitarre alternano tremolo picking rabbiosi a riff melodici carichi di una certa epicità, mentre le tastiere s'inseriscono con eleganza in sezioni ritmiche più pesanti, con l'intento di creare atmosfere oscure che ne amplificano la componente rituale. Insomma, gli ingredienti per far bene sembrano esserci tutti per offrire un black canonico dotato di una vena ritualistica. La batteria spazia tra blast beat furenti, mid-tempo ipnotici e rallentamenti doom-oriented (ascoltatevi "Gorgon", che vede peraltro alcuni passaggi in greco che amplificano la solennità del messaggio): il tutto è già conclamato nella lunga "Eryn", il brano che segue l'intro. A completare il tutto ci sono le vocals di Merkaal nel loro screaming acido, sebbene non rinunci a inserti puliti o spoken words ritualistiche. Devo ammettere di non esser mai stato un grande fan dei nostri, eppure l'ascolto di questa nuova fatica, mi ha fatto ricredere sulle qualità dell'ensemble. Se avevo trovato di grande interesse "Eryn", "Charybdis" suona un filo troppo canonica per i miei gusti, al pari della successiva "Glasyalabolas", che sfoggia tuttavia un notevole intermezzo atmosferico con tanto di vocals pulite ritualistiche. "Vine" è un altro brano che si abbatte come l'oceano in tempesta sulla battigia, ma che ci fa prender fiato con un altro break centrale. Più scolastiche "Amaymon" e "Justice I: The Sword", ma non per questo, meno efficaci. L'ultima hit la identificherei in "Anteriad", per una parte di chitarra davvero epica e un crescendo esplosivo notevolissimo. Da citare per ultima la parte acustica/solistica di "Justice II: The Scale", una chicca che rende giustizia a un signor album. Con un paio di pezzi in meno, forse staremo parlando davvero di un grande disco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 75

lunedì 26 gennaio 2026

Viserion - Fire and Blood

#PER CHI AMA: Black Metal
Emergono direttamente da un Kali Yuga in fiamme questi estremisti sonori statunitensi chiamati Viserion. 'Fire and Blood' è il loro nuovo vagito dopo l'EP di debutto del 2020, l'album del 2021 e uno split del 2023. La proposta sonora puzza tuttavia di vecchio e stagnante, pur proponendo un incendiario black-death. Il loro nuovo lavoro s'inserisce infatti nelle pieghe di quel filone dove l’aggressività nuda cruda del black incontra la perizia tecnica del death, richiamando l’oscurità dei primi Behemoth. Sgomberando subito ogni dubbio sul risultato ottenuto, diciamo che quanto sentirete in questo EP è già stato proposto in ogni tipo di salsa: le classiche chitarre affilate immerse in un mare di pece, sostenute da una sezione ritmica che non concede respiro e da una prova vocale efferata grazie ai suoi scream laceranti. Quante volte avrete ormai letto di lavori di questo tipo? Io ne ho scritti a palate, e per quanto le tematiche siano profondamente radicate nell’immaginario dark-fantasy de Il Trono di Spade, il risultato alla fine sarà di una noia mortale, sin dall'opening track, nonché anche traccia che dà anche il titolo al dischetto. L’apertura mostra subito la pasta di cui è fatto il quartetto di New York, tra ritmiche serrate e blast beat che trascinano l’ascoltatore in una fucina sonora di nichilismo puro. E con i successivi pezzi il risultato non cambia di una virgola, anzi la band sembra ulteriormente accelerare, senza mai però impressionare realmente, fatto salvo per la glaciale "Blackfyre" o la più melodica "Harrenhal". Alla fine quel che conta è che il disco rimane nella testa giusto il tempo di un ascolto, perché la voglia di riascoltare questo lavoro si rivelerà alquanto improbabile. Un suggerimento? Lasciate perdere va. (Francesco Scarci)

(Terminus Hate City - 2026)
Voto: 48