domenica 18 ottobre 2026

Gormoth - Leaves and Antlers

#PER CHI AMA: Black/Ambient
Tra le nebbie fin troppo fitte e stantie di una foresta che invece di incantare finisce per sonnecchiare, 'Leaves and Antlers' si rivela l'ennesimo ed estenuante capitolo solitario firmato Gormoth. Dietro il progetto si cela il prolificissimo Adam, polistrumentista magiaro dal catalogo sconfinato ma spesso troppo privo di sfoltimento, che qui tenta di vestire i panni del cantastorie per portarci il suo ambient black metal al limite della contemplazione fiabesca. Guardando con troppa devozione al canovaccio già stritolato da realtà come Lustre, Eldamar e Saor, il disco soffre prima di tutto di una produzione dilettantesca e impastata: chitarre zanzarose annegate in un riverbero quasi fastidioso si fondono con arpeggi banali e tastierine dal sapore casalingo, mentre lo screaming, confinato nei bassifondi del mix, sembra più il lamento sommesso di chi si è smarrito in cantina che un rantolo disperato di reale trasporto emotivo. L'infinito soporifero ha inizio con "Sorrowful Autumn Trees", traccia che vorrebbe evocare la caduta delle foglie ma che si adagia subito su arpeggi telefonati e synth vetrosi che ripetono lo stesso identico ciclo fino allo sfinimento. La successiva "Fallen Leaves Cover the Antlers" prova ad alzare i ritmi, rispolverando un tremolo picking impolverato e una batteria ovattata da una drum machine economica, ma la struttura resta drammaticamente piatta e priva di mordente, rendendo le grida dello screaming solo un sottofondo stancante. L'apice dell'estenuante stasi arriva con "My Miraculous Winter Stag", pezzo che rallenta ulteriormente le battute, affidandosi a tastiere sognanti che vorrebbero dipingere paesaggi glaciali e incantati, ma che finiscono soltanto per restituirci un pezzo privo di qualsiasi mordente. Il supplizio si chiude infine con la lunghissima "October Landscape", ipnotico si fa per dire tramonto sonoro, dove le distorsioni sfumano nel nulla tra campionamenti d'ambiente riciclati e una contemplazione che sa soltanto di pigrizia compositiva. 'Leaves and Antlers' è la classica operina casalinga, che si dimentica un secondo dopo essere arrivati in fondo. Per chi cerca davvero atmosfere fiabesche, avvolgenti e profonde, il consiglio è di virare altrove e lasciare questo disco a prendere polvere nella ridondante discografia del suo creatore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

sabato 17 ottobre 2026

Hollow Bone – Onar

#PER CHI AMA: Psichedelia/Post Metal
Prosegue l'incessante esplorazione del sottosuolo da parte della nostrana Argonauta Records, discesa negli abissi più reconditi per portarci alla luce il secondo e inquietante manoscritto sonoro dei milanesi Hollow Bone. Il nome stesso della congrega evoca le formule rituali di Frank Fools Crow, celebre sciamano dei Lakota Sioux Teton, legato al mito dello "spazio vuoto" atto ad accogliere entità non umane. Intitolata 'Onar', dalla tremenda parola greca ὄναρ, l'illusione del sogno, quest'opera sprofonda nelle geometrie non euclidee di un sound sperimentale, dove le allucinazioni primordiali di Neurosis, Cult of Luna e Isis collidono con pulsioni psichedeliche ed echi ambient alieni. La registrazione, impressa in presa diretta con angosciosa nitidezza, cattura chitarre ritorte e dilatate, un basso che vibra dalle voragini della terra e ritmi ritualistici. L'allucinazione prende forma con "Amigdala", dove trame chitarristiche avvolgenti e crescendo abissali aprono la mente a paesaggi ciclopici e sognanti, spalancando i cancelli del sonno profondo. La successiva "Innocence" insinua una dinamica ipnotica che oscilla tra pause innaturalmente estese e improvvise deflagrazioni di distorsione cosmica, spianando la strada al collasso mentale simulato nella più compassata "Meltdown", traccia sferzata da frequenze sintetiche opprimenti e riff monolitici che sembrano sgretolare gli ultimi residui di sanità mentale. Con "Oceti", la band risveglia antichi spiriti tribali attraverso un basso pulsante e synth sacrileghi che evocano cerimoniali dimenticati, il tutto spruzzato di venature jazzy, mentre "Presence of Eagles" si erge verso vette di pura intensità catartica, spingendo le strutture post-metal al limite della trascendenza. Il tempo perde ogni significato lineare nelle spire di "Shasta", dove le atmosfere si fanno impalpabili e gelide, immobili come le cime delle montagne e quella che credo essere una voce femminile in sottofondo, funge in realtà da puro strumento di evocazione esoterica, in un rituale lisergico. In chiusura, la meditabonda "Wounded Knee" suggella il rito finale, attraverso arpeggi di introspezione abissale e chitarre dall'epicità funesta. 'Onar' non è un decisamente quello che definirei un semplice ascolto, ma è un grimorio sonoro destinato a chi osa avventurarsi in sonorità esperimentali, atmosferiche e soffocanti. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 70

giovedì 15 ottobre 2026

Methane - Demolate

#PER CHI AMA: Thrash/Crossover
I nerboruti svedesi Methane scaricano sulle nostre teste 'Demolate', terzo assalto a 33 giri che puzza di sudore, birra stantia e quel feroce crossover anni Novanta proposto dai vari Pantera, Sacred Reich, Machine Head e Pro-Pain. La resa sonora è volutamente grezza e priva di fronzoli digitali: il basso sporco del cantante pesta sui timpani assieme alle chitarre sature e chiodate della coppia d'asce, mentre la batteria spinge a tavoletta sotto un cantato sguaiato e incazzato di pura estrazione hardcore. L'incursione si apre con le mazzate di "360° of Destruction", traccia che ci investe a colpi di riff affilati e cadenze serrate pronte a mietere vittime nel moshpit. "Alcoholocaust" non concede tregua, stritolando i padiglioni con un groove d'acciaio e strappi selvaggi ideati per radere al suolo le prime file sotto al palco. L'inizio ingannevole di "Research Chemicals" puzza di paranoia prima di esplodere in una corsa pazza e allucinata, spianando la strada all'impatto frontale della title track, un concentrato di pura adrenalina thrash metal dal gancio immediato. I quattro secondi dell'incursione "Karen" sono un vaffanculo al vetriolo che prepara il terreno per l'ossessiva "Get in the Coffin", macigno sorretto da ritmiche spietate e chitarre pesantissime. Con "King of Fallout" si torna a pestare i piedi su ritmi quadrati e cori sguaiati da urlare a squarciagola dal vivo, prima che l'orgia si chiuda con la bestemmia punk-thrash di "I Fuck for Beer", inno becero, dissacrante e privo di qualsivoglia velleità intellettuale. Tirando le somme: zero novità sul fronte occidentale, ma 'Demolate' è una scarica di violenza d'altri tempi consigliata a chiunque goda ancora col metallo rovente. (Francesco Scarci)

(Fireflash Records - 2026)
Voto: 64

mercoledì 14 ottobre 2026

Brymir – What We Leave Behind

#PER CHI AMA: Melo Death
Ascoltate il canto del nord, ascoltate il ruggito che sale dalla terra dei mille laghi! Giunti al quinto sigillo della loro saga, gli eroici Brymir brandiscono 'What We Leave Behind', maestoso seguito dell'antico 'Voices in the Sky', forgiando nell'acciaio un melo death dalle tinte sinfoniche che profuma delle mitiche gesta di Wintersun, Ensiferum e dei leggendari Children of Bodom. Dai magici magli di Joona Björkroth scaturiscono riff acuti e taglienti come lame di ghiaccio, mentre il basso di Jarkko Niemi scuote le fondamenta del Sampo e la batteria martellante di Patrik Fält scatena la tempesta. Sopra questo oceano d'orchestre e tuoni, s'erge il growling feroce di Viktor Gullichsen, a cantare del destino degli uomini, del tempo che tutto divora, di guerre e di un domani cupo che attende la stirpe mortale. Il viaggio di sangue e magia ha inizio con "Slaying Star (Intro)", solenne incantesimo d'archi che spalanca le porte del cielo, prima che una arrembante ritmica travolga ogni cosa con "Sleipnir", cavalcata furiosa tra chitarre veloci e cori che invocano gli antichi Dei. La bufera infuria in "Tempestbound" (song per cui è stato anche estratto un video), dove battiti di martello e splendide melodie di chitarra mostrano la saggezza dei bardi scandinavi, spianando la strada alla title track, un turbine synth/sinfonico, in cui la rabbia del cantato si fonde ad un inseguimento di assoli d'incanto e di fuoco, mentre le vocals si sdoppiano tra il pulito dei cori e il graffiato del frontman. Si sprofonda poi nell'abisso con "True Darkness", dove oscure ombre di matrice black (con annessi ammiccamenti ai Dimmu Borgir) e ritmiche di granito avvolgono l'ascoltatore, fino a quando il breve respiro etereo e strumentale di "Moment of Silence", dona una tregua di pura poesia prima dell'ennesima battaglia. L'inno dei guerrieri risuona presto infatti in "Buried Legion", pezzo di pura tempesta, sorretto da riff quadrati e grida viscerali, mentre un altro breve preludio, "Thy Self the Highest Love", prepara l'anima all'ultimo grande scontro. Qui si erge "The Roaring King", un mid-tempo di suoni e cori epici che ruggisce tra spazi orchestrali, seguito dagli oltre sette minuti di "Broken Dawn", una summa di lacrime, tecnica e passione, dove la musica dei nostri s'innalza verso le stelle, spaziando tra melodici strali di chitarra, blast-beat, ritmi più compassati, assoli spettacolari e un cantato sempre evocativo. E quando la tensione sembra esser terminata e l'eroe aver posato la spada, ecco lo sfacciato incantesimo: "How Much Is the Fish?", folle rissa in metallo che stravolge la vecchia danza techno dei teutonici Scooter tra le risate dei bardi attorno al fuoco. 'What We Leave Behind' si consacra come un dono prezioso per chiunque brami il death melodico più arrembante e le grandi sinfonie del Nord. (Francesco Scarci)

(Napalm Records - 2026)
Voto: 78

martedì 13 ottobre 2026

Dawn of Demise - Feed My Absurdity

#PER CHI AMA: Brutal Death
Ci sono band che passano una carriera intera a inseguire l'avanguardia e altre che, semplicemente, preferiscono barricarsi nel proprio bunker di certezza scolpita nel granito: i danesi Dawn of Demise appartengono senza dubbio a questa seconda categoria, e 'Feed My Absurdity' ne è la riprova più granitica e testarda. La ricetta dei nostri non cambia di un millimetro, radicata com'è nella solita venerazione per la lezione dei soliti pesi massimi, Suffocation, Dying Fetus, Severe Torture e qualche puzza di zolfo in stile Morbid Angel, il tutto valorizzato da una produzione tirata a lucido, chirurgica e spessa come un muro di mattoni. Le chitarre sono rasoi sintonizzati su frequenze bassissime, la batteria picchia con una precisione quasi clinica e il cantato sfoggia quel cavernoso, viscerale growl d'ordinanza che sviscera l'infinita assurdità del degrado umano. La maestria esecutiva dei quattro è indubbia, e la riprova sta in un lavoro chitarristico tirato a lucido: gli assoli sciorinati lungo la scaletta sono autentiche perle di tecnica e gusto brutal, veri lampi di classe che emergono da un mare di metallo incandescente. L'apertura, affidata alla title track, mette subito in chiaro le cose a colpi di riff quadrati e controllo ritmico totale, spianando la strada alle accelerazioni a base di blast-beat di "Ominous". Il motore continua a girare a pieni d'olio con il sound monolitico di "The Essence of Extirpation" e il plettraggio ossessivo di "Reviving Demise", per poi piazzare il gancio con gli stop-and-go cupi e cadenzati di "The Immoral". La seconda metà del disco non sposta di una virgola l'inerzia del massacro. Intendiamoci bene, da navigato macellaio del genere non posso che alzare il cappello di fronte a una prova strumentale così impeccabile e a soli di chitarra di questo livello. Tuttavia, una volta spenti gli amplificatori, la sensazione di dejà-vu è semplicemente soffocante: in fatto di personalità e idee nuove qui dentro c'è il deserto assoluto. Alla fine, 'Feed My Absurdity' è un disco brutale, suonato con una perizia tecnica invidiabile se cercate la solita scossa d'adrenalina, ma se da un album pretendete anche solo un minimo briciolo d'originalità, vi conviene bussare a un altro portone. (Francesco Scarci)

(Unique Leader Records - 2026)
Voto: 62

lunedì 12 ottobre 2026

Miss May I – No Place for Me

#PER CHI AMA: Metalcore
Arrivare al nono disco mantenendo la stessa identica ricetta dei primi anni duemila è un'impresa che richiede una dose incrollabile di mestiere e una sfacciata faccia di bronzo: con 'No Place for Me', gli storici metalcorer dell'Ohio, Miss May I, si ripresentano come una macchina da guerra sonora tirata a lucido, pompata a dismisura e sintonizzata sulle frequenze nostalgiche di As I Lay Dying, Killswitch Engage e Memphis May Fire. La formula è quella solita, scolpita nella pietra da vent'anni: il basso di Ryan Neff e la batteria al silicone di Jerod Boyd erigono un muro d'aria su cui si scontrano lo screaming furioso di Levi Benton e i soliti, immancabili ritornelli in voce pulita alati e melodici, mentre le liriche scavano nel solito calderone fatto di ansia, alienazione e crolli emotivi. A livello di brani non ci troviamo di certo di fronte all'invenzione dell'acqua calda, ma la dose di groove che la band riesce a sprigionare dalle casse è indiscutibile. L'apertura affidata a "Sanctuary" tira subito fuori i canini con riff serrati e un breakdown spacca-ossa che va ad incastrarsi in un refrain corale pensato appositamente per far cantare i festival, spianando la strada alla furia cieca di "Portrait of Pain", una mazzata guidata da chitarre affilate come rasoi e rullate a rotta di collo. Le cose si fanno un filo più dinamiche quando "Hand Me a Halo" sceglie di flirtare con ammiccamenti nu-metal e pulsioni industriali ricche di un groove gommoso e trascinante, per poi cedere il passo alla tensione drammatica e carica di pathos di "Pray for Silence". La band torna a premere sul pedale dell'acceleratore con "Death Threat", pezzo che scatena riff sferzanti e un basso pulsante che profumano di Gothenburg-sound alla At The Gates e primissimi In Flames, mentre "Die on the Vine" gioca sul classico contrasto tra la violenza bruta delle strofe e un gancio melodico da mandare a memoria al primo ascolto. Il disco scivola via su un'altra dose di brani energici e ruffiani, non spostando di un millimetro i confini del genere, e credo non pretenda di farlo. Sicuramente è sorretto da una bella dose di energia, da una carica e da un groove così ben confezionati che è impossibile non muovere la testa a tempo. Un acquisto divertente per i fan sfegatati del gruppo e per i nostalgici del metalcore dorato dei primi Duemila; tutti gli altri possono tranquillamente tirare dritto e andarsi a riascoltare i classici dell'epoca. (Francesco Scarci)

(Solid State Records)
Voto: 68

domenica 11 ottobre 2026

Tungsten – Ashes

#PER CHI AMA: Power/Industrial/Hard Rock
Quando al timone c'è un veterano del calibro di Anders Johansson, uno che ha pestato le pelli per Yngwie Malmsteen e HammerFall, sai già che non si scherza in fatto di mestiere, ma con 'Ashes' i suoi Tungsten confermano che la voglia di divertirsi senza troppe pippe mentali è ancora al massimo storico. Arrivati al traguardo del quinto disco, gli svedesi perfezionano quella loro ricetta sfacciata che mescola power metal di chiarissima marca scandinava, tamarrate sintetiche da discoteca e riff ribassati che sembrano usciti da un generatore automatizzato di hit. Il sound è tirato a lucido da una produzione specchiata, chirurgica, dove chitarre affilate e batterie sbozzate al millimetro fanno da binario a un tappeto di tastiere invade-pista e all'estensione teatrale del cantante Mike Andersson, intento a declamare storie di folklore nordico, apocalissi imminenti e resurrezioni personali. Il luna park parte subito forte con "Joker", pezzo che spara in faccia riff granitici accoppiati a tastierine talmente giocose da risultare irresistibili, spalancando le porte a un ritornello che s'appiccica al cervello al primo ascolto. Se "Bite My Tongue" alza i giri del motore tra basi synth da rave e duetti vocali aggressivi, la vera sorpresa la piazza "Fuego Del Sol", che va a pescare imprevedibili aromi mediorientali raccordati a una sezione ritmica rocciosa e a un coro arioso da cantare a squarciagola. Il pop-metal di "Supernova" prepara il terreno alla geniale "Happy", brano che gioca tutto su uno stridente e sinistro contrasto tra un'atmosfera apparentemente scanzonata e una pesantezza marziale scandita da assoli che finiscono dritti sul pezzo. La band cambia di nuovo abito con le venature oscure e industrialoidi di "Ted The Exorcist", dimostrando che sotto le luci al neon c'è anche della sostanza, per poi piazzare il pezzo da novanta in "The North Will Rise": qui entra in scena Tony Kakko dei Sonata Arctica per un'esplosione di power sinfonico velocissimo e pomposo che farà impazzire i puristi del genere. Verso il finale ci pensa l'epicità folk-metal di "For Thee" a scaldare gli animi prima che la conclusiva "The Forge" cali il sipario incrociando riff profondi, echi industriali e spruzzi d'orchestra che accompagnano l'ascoltatore verso la fine della corsa. 'Ashes' non è un disco che vuole reinventare la ruota o prendersi troppo sul serio, ed è proprio questo il suo più grande punto di forza: un lavoro brillante, elettrizzante e zeppo di ganci melodici indirizzato a chiunque adori la caciara moderna di Battle Beast, Beast in Black e Amaranthe, senza avere paura di ammetterlo. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 72

venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74