venerdì 14 agosto 2026

Paradogmata - Necrosian Tastings

#PER CHI AMA: Epic/Black/Death 
Nera, imprevedibile ed eclettica: è la nuova pelle dei norvegesi Paradogmata. Con l'EP 'Necrosian Tastings', la formazione di Trondheim inaugura una nuova era. Merito degli innesti alla chitarra di Øystein Granamo Iversen (ex The Embraced) e alla batteria di Kim Sætre (ex Ad Inferos), che affiancano gli altri membri della band in un lotto di brani pensato come aperitivo in vista del full-length atteso per il 2027. Ad aprire le danze ci pensa "Kråkevisa (Kneippversjon)", spiazzante rilettura di un celebre brano popolare norvegese. La band lo spoglia del suo abito folk e lo getta tra le fiamme di un black metal nordico ruvido e affilato, guidato da ritmiche serrate e da uno screaming lacerante. Il primo pensiero mi ha portato direttamente ai Windir. Epico, oserei dire. La successiva "Leave the Crippled Behind" non spariglia certo le carte: qui accanto al black, c'è una puntina di melo-death spruzzato da un thrash più tirato, interrotti solo da un'atmosferica parentesi centrale. Con "Maladieu", il quintetto ci avvolge con uno spaventoso muro chitarristico che non rinuncia a giri melodici e a growling oscuri. A chiudere arriva la seconda anima di "Kråkevisa (Folkesangversjon)": un ribaltamento totale dell'opener, dove l'aggressività cede il passo ad atmosfere evocative, impreziosite dal violino e dall'Hardanger fiddle dell'ospite Ingvild "Sareeta" Strønen Johannesen. Insomma, alla fine uno spritz, patatine e olive, e il nuovo EP dei Paradogmata è servito. (Francesco Scarci)

(Hymns for the End of Times - 2026)
Voto: 68

giovedì 13 agosto 2026

The Crown of Yamhad - What Ghosts Reveal

#PER CHI AMA: Gothic/Doom
Premetto subito una cosa: 'What Ghosts Reveal' non è un disco da ascoltare se cercate scariche d'adrenalina o ritmi forsennati. La proposta della formazione berlinese The Crown of Yamhad infatti si configura come una vera e propria nenia echeggiante e cadenzata, un ninnananna oscura e ipnotica che chiede all'ascoltatore di rallentare i battiti e farsi cullare senza fretta. Ma se vi lascerete inghiottire da questo flusso, l'EP potrebbe regalare un certo fascino, sospeso tra il gothic e atmosfere mediorientali. Il quartetto infatti, riprende la lezione dei maestri degli anni '90, penso ai Theatre of Tragedy o ai The 3rd and the Mortal, e vi innesta una trama folk, caratterizzata dalle pennellate di violino di Sarah Poidomani che s'intrecciano col liuto arabo di Muhammad Shehadeh. Tra riff di chitarra granitici, bassi rotondi (a cura di Finna Björnsdottir, anche voce eterea dell'opera) e un drumming programmato con cura, i nostri bilanciano la pesantezza del doom con delicatezze acustiche, trasformando il dolore della perdita in un'epopea di struggimento. Il viaggio si sviluppa come una lunga e lenta preghiera: la title-track apre le danze con un crescendo drammatico, guidato dall'intersezione tra chitarre e violino, mentre il canto lirico trascina in un senso di totale abbandono. "Keeper of the Flame" è un po' più pesante e atmosferica con la voce di Finna in primo piano, accompagnata qui dalle tastiere, in un flusso sonico che evoca i fasti di un tempo ormai andati. In "Before It Blooms", il gruppo sembra rallentare ulteriormente, privilegiando atmosfere elegiache e malinconiche (merito del violino), dove il tempo sembra quasi fermarsi. E qui la band corre il rischio (calcolato?) di rendere l'ascolto un po' troppo monolitico e ripetitivo. "Renascence" prova a giocarsi la carta della melodia facile, ariosa e catartica, ma ancora una volta si sprofonda in un sound troppo inflazionato (almeno in passato) che ha il solo effetto di farmi sbadigliare. Ci pensa allora "The Progeny of Evil", una rilettura aggiornata di un brano del 2020, a fondere l'oscurità delle chitarre a trame orchestrali e mediorientali, e salvare la band in corner. Lontano dai riflettori del mainstream e immerso nello spirito più puro dell'underground, 'What Ghosts Reveal' prova ad essere un ascolto intimista e magnetico, una nenia malinconica, caldamente consigliata agli amanti del gothic e del symphonic doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 64

martedì 11 agosto 2026

Messalina – Golden Wounds

#PER CHI AMA: Post Grunge/Alternative
Se il post-grunge ha spesso la fama di essere un genere fermo al passato, i Messalina arrivano da Nizza per smentire quest'affermazione. Il quartetto francese debutta con questo 'Golden Wounds', un lavoro di sei pezzi che prende la rabbia introversa e i riffoni tipici del versante più oscuro dell'alt-rock e li annega in un mare di struggente malinconia. Immaginate quindi di partire dalla ruvidezza dei Deftones, spolverarla di sonorità darkwave e adagiarla su dilatazioni post-rock e rare sporadiche pesantezze stoner. Il risultato è un disco dall'incedere notturno, dove ogni canzone sembra la colonna sonora di un rimpianto. Tra sintetizzatori avvolgenti, chitarre sature e una voce capace di passare da sussurri eterei a urla viscerali, il dischetto trasforma il dolore emotivo in una vera e propria esperienza estetica. Per certi versi i Messalina mi hanno evocato gli svedesi Lingua, band che ho adorato ai loro esordi e che poi si sono un po' persi per strada. La scaletta si sviluppa comunque con una fluidità disarmante: si parte con la suadente title-track, un'apertura decadente dove chitarre e cupi synth aprono subito le porte a quel senso di struggimento che non vi abbandonerà più per tutto il disco e dove a mettersi in luce è la performance vocale del frontman. Segue "No Color" che alza subito il tiro, tra suoni moderni, pulsazioni elettroniche, strofe al limite del rap (e questo mi è piaciuto meno) ed esplosioni chitarristiche e vocali, in una vena che mi ha richiamato i Nirvana in acido degli esordi. Con "Cold As Before" si torna a percorrere strade più malinconiche, tra saliscendi intimistici e progressioni più aggressive, per un viaggio che profuma di foglie secche e pioggia sui vetri. Con "Narrow Chase" il quartetto continua a utilizzare ammiccanti e ipnotiche sfumature electro-pop per buona parte del brano, prima di esplodere in un finale più roboante. "A Cross" mette definitivamente i muscoli in bella mostra, con un riffing stoner bello dritto, bilanciato da linee vocali forse un po' troppo ruffiane per i miei gusti, sebbene in certi momenti la voce viri verso lidi più disperati. La chiusura è affidata a "Born Again" (che vede peraltro il featuring di Raven van Dorst dei DOOL), per una traccia atmosferica, profonda e ipnotica che lascia un magone alla gola una volta spento lo stereo. Per chi ama sonorità alternative/post-grunge, con quel tocco di struggimento in più capace di stringervi il cuore, questo potrebbe essere l'ascolto giusto. (Francesco Scarci)

(Nova Lux Productions - 2026)
Voto: 70

domenica 9 agosto 2026

Snorlax – Toxic Current

#PER CHI AMA: Grind/Death
Prendete una buona dose di nichilismo anti-capitalista, frullatelo con la sana violenza cieca del grindcore australiano e avrete 'Toxic Current', la terza fatica in studio degli Snorlax. Dietro questo moniker, da mostriciattolo dei Pokémon, si nasconde in realtà il polistrumentista Brendan Auld, che per l'occasione ha deciso di sterzare bruscamente la propria proposta rispetto al passato. Addentrandoci nell'ascolto del disco, quello che emerge immediatamente è come il sound risulti un devastante attacco chirurgico, sebbene poi a livello di pura innovazione, il disco non regali assolutamente nulla di originale, ahimè una vera e propria costante degli ultimi tempi. E allora, non resta altro che farsi investire dalle turbolenze ritmiche del mastermind di Brisbane, fatte di chitarre abrasive ("Eclipse"), blast-beat a pioggia, sghembi rallentamenti ("De-Evolution" o nella pseudo-suite "Manifestation", il pezzo meglio riuscito del lotto) e un dualismo vocale tra scream laceranti e growl viscerali. I pezzi si configurano alla fine come schegge impazzite, viaggiando su binari ultra-collaudati, fondendo dissonanze chitarristiche e accelerazioni grindcore da manuale. Roba già sentita in trent'anni di metal estremo, ma sicuramente sputata fuori con una rabbia genuina. In "Merchants Of Opulence" riemergono le radici death metal del progetto attraverso rallentamenti marcescenti, funzionali per fare da battistrada alla dissacrante "Puppet Fuck", cover (riuscita, ma pur sempre una cover di 68 secondi) degli storici grinders Agents of Abhorrence. C'è anche modo di prendersi una pausa riflessiva con "1984", prima delle mortifere "Insignificance" e "Fia Della Palette" che ci traghettano a un'altra cover, "Pigs", all'insegna di un crust primordiale, ultimo sigillo di un disco davvero intransigente, che farà felici i cultori della musica estrema. A patto, ovviamente, che non vi aspettiate di sentire qualcosa che non sia già stato inventato e suonato decine di volte prima d'ora. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 65

venerdì 7 agosto 2026

Blackbriar - Our Long Cursed Sleep

#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic Metal
L'EP 'Our Long Cursed Sleep' dei Blackbriar, venduto come un'estensione oscura delle "pagine perdute" del precedente 'A Thousand Little Deaths', ci conferma una grande verità sulla band olandese: sanno esattamente come accattivarsi il pubblico. Navigando furbescamente nel mare sicuro del gothic/symphonic metal, i Blackbriar sfoderano un campionario di soluzioni ruffiane e melodie di facile presa, ricalcando pedissequamente i cliché di mostri sacri come Within Temptation e Nightwish. Forti della classica produzione patinata, il disco si snoda attraverso chitarre e sezione ritmica che si limitano a fare da impalcatura robusta ma totalmente inoffensiva a una proposta accompagnata poi da orchestrazioni opulente e studiate a tavolino, finalizzate ad estorcere il brivido facile. Al centro della scena giganteggia Zora Cock con la sua eterea voce, innegabilmente affascinante, ma che gioca così tanto la carta della vulnerabilità drammatica da risultare a tratti stucchevole. La tracklist è un manuale su come compiacere i fan senza rischiare nulla: "A Long Cursed Sleep" è l'esca perfetta. Melodie malinconiche e un crescendo sinfonico costruito per farvi canticchiare il ritornello al primo ascolto. In "Apollo Never Stopped Chasing Daphne" il sound si conferma altrettanto sognante, per quanto una robusta sezione ritmica nella seconda metà, provi a dare l'impressione di maggiore spinta sull'acceleratore, ma in realtà è un trucco scenico per dar respiro a una narrazione epica ideale in sede live. "Betwixt and Between" è la classica ballata sognante e sospesa, che forza la mano sul lato tragico per strappare a tutti i costi l'emozione. A chiudere, ecco "A Thousand Anemones", una sorta di compendio di quanto fatto dalla band sin qui. Un'alternanza di sfarzi melodici e blande partiture grooveggianti che mettono il fiocco a un pacco regalo fatto per non scontentare nessuno. In sintesi, 'Our Long Cursed Sleep' è un disco solidamente paraculo. Raggiunge esattamente il suo scopo e farà la gioia degli irriducibili del symphonic metal, ma lo fa offrendo un ascolto calcolato, lezioso e privo di veri guizzi di spontaneità. Un ottimo prodotto da vetrina, ma nulla di più. (Francesco Scarci)

(Blackbriar Music VOF - 2026)
Voto: 63

mercoledì 5 agosto 2026

Vorax - Volcano Shock

#PER CHI AMA: Death Old School
Prendete i Bolt Thrower, gli Asphyx e il groove pre-masticato del Max Cavalera d'annata. Frullate il tutto e otterrete 'Volcano Shock', l'album di debutto degli svizzeri Vorax. Sulla carta, una dichiarazione d'amore al death old school; nei fatti, un monumentale manifesto di scarsa originalità che sfocia, dopo qualche traccia, in una noia letale. Completamente autoprodotto, il disco si vanta di rigettare i moderni trucchi digitali in favore di un suono crudo e analogico. Il risultato? Un muro sonoro roccioso e prevedibile, dove la sezione ritmica procede con un passo cadenzato e un growl cavernoso che non si sposta di un millimetro dai binari del già sentito. Persino il concept lirico, che abbandona lo splatter per concentrarsi sull'estinzione preistorica e la furia degli elementi, finisce per naufragare nello stesso piattume della musica. L'opening track, "Magma Ocean", prova a stabilire le coordinate stilistiche con riff palesemente devoti ai Bolt Thrower, ma l'effetto nostalgia svanisce in fretta, nonostante una sezione solistica volta a inseguire un briciolo di originalità nei suoi guizzi psichedelici. La successiva "Devouring Raw Flesh" prova ad alzare il livello di brutalità per scatenare un pogo infernale, ma trasmette solo un senso di stanchezza primitiva. Quando si arriva alla title-track, ci si rende conto che il cosiddetto riffing senza fronzoli è in realtà un loop infinito che mima un terremoto già sentito mille volte. La seconda parte del disco è un vero e proprio test di resistenza per l'ascoltatore. "Burning Lava" propone un groove ossessivo che non aggiunge nulla a quanto appena sentito, mentre "Hunter Killer" sceglie la via dell'aggressione quadrata e priva di melodia, risultando solo sterile. Nemmeno la più ritmata e ricercata "Flight of the Pteranodon" riesce a sollevare le sorti di un lavoro che sembra aver esaurito le sue idee dopo una manciata di brani. Il singolo "Reign Supreme" saccheggia, senza troppi complimenti, il groove tribale di scuola Sepultura con stop-and-go scolastici, prima che la conclusiva "The Great Dying" provi a scimmiottare il doom/death degli Asphyx, con tempi rallentati che sembrano non finire mai. Se è vero che parte della critica ne ha lodato l'autorità esecutiva, è impossibile ignorare l'assoluta mancanza di identità di questo progetto. 'Volcano Shock' è il classico disco-fotocopia che non lascia traccia: un'esperienza d'ascolto talmente derivativa e cosi priva di idee da generare quella fastidiosa sensazione di dejà-vu che vi costringerà, ben presto, a spegnere lo stereo e a prendervi un buon libro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

martedì 4 agosto 2026

Finsmoonth - Chrysalis of Astral Tears

#PER CHI AMA: Post Black
Amo dragare l'underground metallico e oggi, la mia ricerca mi ha portato a incontrare 'Chrysalis of Astral Tears', secondo album degli indonesiani Finsmoonth, band devota a un post-black, che trae linfa sia dalla seconda ondata del black metal che dal post-rock atmosferico. Certo, quello in cui mi imbatto primariamente nell'opener "An Endless Depth", è il muro di chitarre creato da Irwin Dwi Ryanto e Ade Zulkifli, che intrecciano trame armoniche taglienti, sorrette dai blast-beat di Micco Rullyanto e dal growl lacerante di Tino Guruh Putra (che troveremo nello stesso brano anche in forma pulita, direi scuola Alcest). L'album si sviluppa come un diario intimo diviso in sei capitoli di una coesione straordinaria: l'opener sembra fungere da asse emotivo dell'opera, combinando arpeggi malinconici a improvvise esplosioni ritmiche che catturano l'essenza della disperazione. "Foliage of the Wings" incalza con riff serrati e dinamitardi blast-beat, entrambi tipicamente accostabili alla tradizione black svedese, alternati a intermezzi acustici capaci di espandere l'orizzonte sonoro della traccia. "Dimming Palette" parte con un interludio ambient per poi infiammarsi in sfuriate primordiali che trovano il punto di rottura in un cantato epico in coda alla song. "Luminous Unveiling" continua affine alle precedenti, con un dualismo vocale che vede la guest Isa Bellum (voce dei tedeschi Sigils of Ruin, che tornerà peraltro anche nella traccia di chiusura, "Presomnal") a creare un isterico contrappunto post-punk (scuola Amesoeurs) con lo screaming abrasivo di Putra. "Embers at Ethereal Dawn" continua con il suo efferato tremolo picking chitarristico in grado di evocare scenari spogli e desolati di pura sofferenza. Insomma, quello dei Finsmoonth è alla fine un lavoro che mi sento di suggerire a chi cerca nel metal estremo una certa sensibilità emotiva. (Francesco Scarci)

(Disaster Records - 2026)
Voto: 71

lunedì 3 agosto 2026

Death by Love - 444

Ascolta "Death By Love_444" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Electro Goth/Darkwave
Probabilmente Il Pozzo dei Dannati non è il posto più indicato per recensire un progetto come Death by Love, guidato dal producer e polistrumentista americano Peter Guellard e dalla vocalist polacca Inga Habiba. La componente electro-dance, che predomina per quasi tre quarti dell'album, imbriglia la musica del duo, che pure trae stimoli da molteplici tendenze: harsh, industrial, electro-goth e persino loop presi dal folk mediorientale, inseriti per rendere il tutto più sofisticato ed etnico. L'intero lavoro suona decisamente retrò: le composizioni sfoderano poche idee davvero nuove in ambito elettronico e l'originalità non è al massimo della sua forma. Ciononostante, nel suo complesso il disco risulta lineare e piacevole, sorretto da un grande lavoro di produzione pensato per metterne in risalto la natura dance-oriented. Quindi, per quanto io possa esprimere un buon giudizio sulla qualità complessiva del prodotto, sono episodi come il singolo "Strong Inside" a rappresentare l'arma migliore da sfoderare su un ipotetico indie dancefloor. Di contro, non posso chiudere gli occhi di fronte alla disarmante, per quanto efficace, staticità creativa del duo, che per l'intero album si limita a inanellare una sequenza di soluzioni sonore più o meno derivate da altre realtà ed epoche che hanno fatto la storia del genere (Siouxsie and the Banshees, Diva Destruction, Hanzel und Gretyl, tra le altre). Tutto è fin troppo perfetto e nulla risulta davvero inaspettato, se si escludono i tre brani conclusivi, stilisticamente staccati dal resto. Fa eccezione anche un brano esemplare come "God", pezzo privo di sbavature in bilico tra Boy Harsher e Hocico, darkwave e industrial anni 2000: un mid-tempo dal grande impatto elettronico con un riff sintetico alla Depeche Mode e la voce, solo in questo caso affidata a Guellard, filtrata da un effetto rigoroso che oscilla tra Dave Gahan e Gary Numan. La voce di Inga, in tutti gli altri brani, si mantiene accattivante e sensuale. Il progetto risulta assolutamente funzionale sotto l'aspetto dell'orecchiabilità e per la sua anima più dance, che fonde synth rock e darkwave. Forse, per le nuove generazioni di oscuri ballerini, '444' potrebbe persino diventare un cult: l'album è stato sicuramente ideato con questa intenzione e ne sfoggia fiero la propensione. "Lost and Found" è la traccia che preferisco, perché mostra una costruzione più profonda e amplia la prospettiva sonora della band. Infine, come già accennato, c'è il trittico finale: "Temros" e "Ziro", che si muovono su coordinate ethereal ed etniche alla Dead Can Dance, e la conclusiva "Sellenno (reprise)", chiaramente di scuola Kirlian Camera. Per concludere, i Death by Love hanno costruito un album sulle ceneri di composizioni immortali, sfruttandone atmosfere e strutture e ottimizzandone il suono in maniera intelligente, gestendo il tutto con maestria e astuzia. Insomma, chi saprà porsi all'ascolto a cuore aperto non potrà che apprezzare gli intenti, le dinamiche, le potenzialità e le doti sonore e vocali emerse in questa raccolta. Andando oltre i riferimenti d'epoca e l'effetto nostalgia, con i riascolti il disco si rivela appieno, affrancato da qualsiasi stereotipo invadente. (Bob Stoner)

(Distortion Promotion - 2026)
Voto: 65