sabato 16 maggio 2026

Mauser - Casualties of War

#PER CHI AMA: Thrash/Death
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità, ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)

(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 14 maggio 2026

Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part

#PER CHI AMA: Epic Black
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70

martedì 12 maggio 2026

Hexcastle - The Hexcastle

#PER CHI AMA: Raw Black/Dungeon Synth
Il tempo è un giudice severo si sa, ma talvolta anche distratto, uno che lascia cadere tra le crepe della memoria alcuni lavori che meriterebbero un pizzico di attenzione in più. Quando nel 2022 Lucifero Errantis Bellator, artefice solitario dietro al progetto messicano Hexcastle, consegnò al mondo queste nove tracce, lo fece nel silenzio quasi assoluto, quello di una manciata di musicassette. Eppure, c’è un motivo se nel 2026, la Flowing Downward ha pensato di ridare visibilità, con un bel vinile, a questo fantasma. Ascoltare 'The Hexcastle' è infatti come varcare la soglia di una castello in rovina, infestato di spettri. E non è solo l'organo di "Funeral Mist" a darci questa sensazione ma tutto un insieme in cui non c’è nulla di moderno, nulla di patinato. Il suono è lo-fi e lo si evince immediatamente quando "The Hex Castle" si palesa nel mio stereo, per una scelta estetica deliberata, una nebbia che avvolge le chitarre per proteggerle dalla luce del sole. Un nichilismo che guarda dritto negli occhi la seconda ondata black norvegese, con una sensibilità, tuttavia, diversa, più densa, quasi rituale. Non solo black però, visto che Bellator ha pensato di arricchire la propria proposta anche con pezzi dungeon synth ("Ancient Shadow", "The Fallen" e qualche altro momento di ambient neoclassica che non è un semplice riempitivo), cosi da completare il raw black più feroce (penso all'assalto frontale di "Profane Ritual" o la più controllata "Chaotic Boreal Paganism") del polistrumentista messicano. Questo disco non è solo musica, è un luogo dove rifugiarsi quando il mondo fuori diventa troppo luminoso e superficiale per essere sopportato. È la prova che alcune storie, per quanto oscure e nascoste, trovano sempre il modo di tornare a galla, perché il vuoto che colmano, è lo stesso che portiamo dentro noi stessi. (Francesco Scarci)

(Canti Eretici/Flowing Downward - 2022/2026)
Voto: 66

domenica 10 maggio 2026

Dewichor - No Tomorrow

#PER CHI AMA: Epic Black
La Russia si conferma luogo che mastica il black metal e lo sputa fuori sotto forma di melodia disperata. Non è la raffinatezza barocca di certe produzioni nordeuropee, né il rumore bianco e indistinto di chi cerca di nascondere la mancanza di idee dietro un muro di distorsione lo-fi. Con i Dewichor, e con il loro esordio 'No Tomorrow', la sensazione è quella di trovarsi davanti a un incendio che divampa in una foresta ghiacciata, in cui l’aria che respiri taglia i polmoni. L’album, uscito sotto l'egida della Satanath Records, non perde tempo a spiegarsi. Tolta la strumentale e introduttiva "Hell Unchained", capisci poi che qui non si scherza. Le chitarre da "The Great Divide" iniziano a correre su tremolo infiniti, palesando il contrasto tra le accelerazioni rabbiose e rallentamenti marziali, intrecciandosi poi in armonie che sanno di epica antica. È un black metal melodico quello del quintetto di Novosibirsk, ma con quel cuore slavo che trasforma i riff in una condanna a morte. Non ci sono troppi fronzoli moderni, nemmeno tastiere invadenti che cercano di addolcire la pillola. C’è solo la consapevolezza che il domani, come suggerisce il titolo, è un concetto che non ci appartiene più. La voce non è un canto, è un ululato che arriva da lontano, va a fondersi con le asce fino a diventare un unico elemento atmosferico, quasi naturale, come il vento che soffia tra le rovine. L'unico problema è che pezzi come "Requiem", "Face the Hellfire" o "Heresy" suonano un po' troppo scontati e derivativi, un sound già sentito dozzine di volte. Solo "Barbed Wire" e "The Light of the Dead World" sembrano voler prenderne le distanze, cercare un filo di sperimentazione avanguardistica, proponendo l'utilizzo di un sax in un'atmosfera oscura, quasi da lounge bar. E queste si, diamine se mi piacciono. Per il resto 'No Tomorrow' è sicuramente un onesto lavoro di black metal, confermato anche dalla conclusiva e glaciale "Frostfall", perfetto per quei momenti in cui il silenzio fuori è troppo forte e hai bisogno di qualcosa che urli al posto tuo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 67

venerdì 8 maggio 2026

Rejuvenation – The Pinnacle of Violence

#PER CHI AMA: Techno Death
C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui i Rejuvenation hanno deciso di bussare alla porta di questo 2026, un anno che sembra già soffocarci sotto il peso di troppa informazione, troppa musica e troppa guerra. 'The Pinnacle of Violence' vuole essere un’anatomia lucida della nostra fine, eseguita con la precisione chirurgica di chi è cresciuto a pane e techno death, anche se non mi lascerei troppo ingannare dalla quella dicitura. Certo, c’è la scuola europea, c'è quel rigore algido che ha reso grandi gli Obscura o i Cognizance, ma qui batte un cuore diverso. Le chitarre, di Bozhko Bozhkov e di Vladimir Voloshchuk, non corrono per il gusto di arrivare prime, ma per tessere una tela in cui l'ascoltatore rimane, inevitabilmente, impigliato. È un organismo coeso, un respiro unico dove il basso di Nedislav Miladinov e i pattern di Nikola Ognyanov creano un pavimento solido, su cui il growl di Teodor Bakardjiev esala puro tormento. Il disco si apre con "Timeshift Pt. II: Abyss", e il titolo non è un caso. È un salto verso gli abissi, un maelstrom di suoni iper tecnici che ci stordisce sin dalla prima nota. "The Forest Calls" si muove su coordinate simili, ma quando il basso e la chitarra si mettono a tracciare saette pulsanti e note graffianti, sembra di assistere a un dialogo tra due parti della stessa anima: una che implora e l'altra che condanna. "Mortality Inevitable" funge da ponte tra la prima e la seconda dell'EP, che sfrutta la veemenza della title track per confermare un concentrato di ferocia e melodia che lascia senza fiato. Un altro breve pezzo e poi è il momento della chiusura, affidata a "Shades of Perception", un altro brano tirato, old-school, che ha però il pregio di sfoggiare un'ottima e più progressiva sezione solista. Alla fine, 'The Pinnacle of Violence' è un disco che non chiede di essere capito, ma di essere subìto. C’è un’eleganza brutale nel modo in cui tutto crolla, eppure, per un istante, sembra quasi che valga la pena restare a guardare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65


mercoledì 6 maggio 2026

Splendidula - Absentia

#PER CHI AMA: Post Black/Doom
Ci sono assenze che non si possono spiegare e i belgi Splendidula lo sanno bene: hanno capito che per sopravvivere alla perdita, quella che gli ha strappato il compagno di viaggio e bassista Peter Chromiak, non servono discorsi troppo filosofici, ma un posto dove poter urlare tutto il proprio dolore. 'Absentia', il loro quarto album, non è stato scritto per scalare le classifiche, ma per inviare una lettera a un indirizzo che non esiste più. Non c’è un modo soft per entrare in questo disco. Ti investe subito con la title track e un suono enorme e terribilmente vuoto allo stesso tempo. Le chitarre di Guy Van Campenhout costruiscono architetture post-metal che sembrano reggere il peso del mondo, per poi cedere di schianto ad esplosioni doom. E in mezzo a questo caos, c’è la voce di Kristien Cools: limpida e fragile, supportata nell'opening track da Tim Yatras (Austere, Germ) e nella seconda traccia, "Echoes of Quiet Remain", addirittura da Aaron Stainthorpe (ex frontman dei My Dying Bride). La musica dei nostri si arricchisce di ulteriori sfumature: dalle accelerazioni post-black della già citata title track, alla solennità della seconda traccia, un pugno nello stomaco emotivo. Il disco prosegue su questi binari emozionali, proponendo pezzi dal titolo in fiammingo che esprimono a parole, ancora quel dolore che dilania la band: dalla furibonda "Kilte" (il freddo) alla più riflessiva "Donkerte" (l'oscurità). Con i fatti poi, la musica ci trascina in un isolamento che brucia, non promette pace, nè redenzione, ma sembra semmai spingerci ad affrontare i nostri demoni. "Let It Come to an End" chiude il cerchio, con un pezzo vibrante e forse con quella consapevolezza acquisita che il dolore non svanisce mai del tutto, ma rimane un qualcosa con cui imparare a camminare, un passo dopo l'altro, nel buio. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 78

martedì 5 maggio 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75