giovedì 16 aprile 2026

Indesiderium - The Nocturnal Seance Of Lucifer

#PER CHI AMA: Black Metal
Ho appurato che per trovare il cuore nero del black metal, non sempre si debba guardare verso le foreste scandinave, ma si possa anche puntare gli occhi al cemento rovente di Los Angeles. Gli Indesiderium non sono qui per fare troppa accademia, sono qui per dimostrare che quel fuoco, se alimentato con la giusta dose di odio, può ancora bruciare tutto quello che incontra. 'The Nocturnal Seance of Lucifer', il loro terzo atto, non è certo una seduta spiritica per nostalgici, è un bombardamento a tappeto eseguito con una lucidità chirurgica che non lascia superstiti. Questo è dimostrato immediatamente dalla seconda "Merciless Extermination" (la prima è una banalissima intro con tanto di gracchiare di qualche corvaccio). Poi largo a una tempesta di riff tremolanti che non conosce sosta. Le chitarre non disegnano paesaggi, ma incidono profonde ferite nella pelle: ogni accordo è un colpo di rasoio, ogni linea melodica un lamento blasfemo che s'incastra in progressioni rapide e compatte. Niente di assolutamente originale però, un lamento come decine di migliaia ne abbiamo sentiti dai primi anni novanta a oggi, un omaggio vibrante e ferocissimo alla scuola svedese che ha fatto della melodia tagliente la propria bandiera, ma riscritta qui con una cattiveria tutta americana che puzza di nichilismo e polvere da sparo. Preparatevi dunque a un assalto all'arma bianca, dove la batteria di Warhead lavora come un rullo compressore industrializzato. Non c'è troppo spazio per il respiro, se non in quei brevi frammenti ambient che caratterizzano il disco. A suggellare il tutto, la voce di Atrum Lorde, un grido abrasivo, puro odio esistenziale, crudo e intransigente. I brani poi corrono veloci, evocando i Marduk o i primi Dark Funeral, tra serrata cavalcate (penso a "Apocalyptic Funeral March") che ahimé finiscono per assomigliarsi un po' tutte. Evviva la coerenza, pure troppa in effetti. Qui non si gioca con l’estetica; qui si continua una linea di sangue. E lo si fa con una ferocia che vi ricorderà perché, un tempo, questa musica faceva davvero paura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 60

martedì 14 aprile 2026

Clouds Taste Satanic – Berlin 2023

#PER CHI AMA: Stoner/Space Rock strumentale
Cosa dire di un nuovo disco dal vivo, dopo 'Birmingham 2024' dello scorso anno, dei Clouds Taste Satanic? Registrato ai Big Snuff Studios di Berlino nel 2023, viene sparato in faccia al pubblico senza sovra incisioni o altre diavolerie che potrebbero renderlo ancora più appetitoso, e andando a scoprire che è proprio in questo frangente, in questa scelta, che la band americana si contraddistingue dalle altre, che la sua identità è così legata al rock abrasivo, old fashion, suonato e sudato in maniera reale, che dal vivo non ha proprio bisogno di aggiustamenti di alcun tipo. L'equilibrio è altissimo, l'aria è pesante ed avvolgente, tutto suona come deve e si lascia ascoltare con una fluidità e una forma di catarsi cosmica, che guida il nostro udito verso visioni di galassie lisergiche, infinite e stellate. L'album si apre con "Second Sight", tratta dall'album omonimo ed è una lunghissima suite (21 min. circa) che, capitanata da chitarre pirotecniche, esplora parecchie influenze e modi di intendere lo stoner nella lunga storia di questo modo di fare rock psichedelico. Di seguito è il turno di "Sun Death Ritual", altro lungo brano tratto dall'album 'Tales of Demonic Possession', che ci dilata la visuale con venature space rock e fughe verso un tipo di doom che soddisferebbe chiunque, con le iperattive chitarre a macinare riff di scuola Tony Iommi e assoli a gogo, ipnotici e surreali, al pari di un'allucinazione, con una perizia tecnica di pregevole qualità. La produzione di questo live è ottima e non fa rimpiangere o abbassare la potenza della band newyorkese nei lavori fatti in studio, al contrario, la stima aumenta nei confronti dei nostri. Subito dopo si ha la nuova conferma con il terzo brano, "Spirits of the Green Desert", sempre tratto da 'Tales of Demonic Possession', un pezzo più corto e immediato per un sicuro effetto acido. Chiude il set live "Beast from the Sea", cupa e progressiva, anch'essa super ipnotica, mostrandosi peraltro come un'ottima colonna sonora per il soggetto marino descritto nel titolo del brano. I Clouds Taste Satanic si dimostrano istrionici, sapienti conoscitori e paladini fieri di un genere che hanno saputo portare avanti e in alto, in tutti questi anni di carriera, con grande professionalità e originalità, e scoprirli in sede live sempre così in forma, non può che farci sentire ancora più felici. Per chi ama l'heavy psichedelico e lo stoner d'estrazione a stelle e strisce, desertico, sofisticato e ipnotico, suonato in maniera polverosa e visionaria, oltre al fatto che le copertine di tutti i loro lavori sono splendide, possiamo dire che questo disco sarà sicuramente, lo scrigno d'oro per il vostro palato fino di cultori dello stoner rock. Una prova monumentale e chitarre spettacolari per un disco dal vivo da ascoltare a tutto volume! (Bob Stoner)

(Kinda Like Music - 2026)
Voto: 72

domenica 12 aprile 2026

Sulphuria - L'Odore Del Sangue

#PER CHI AMA: Occult Black
Accostate la mano a una parete di cemento in una sala prove di provincia: è fredda, trasuda umidità e vibra di un ronzio sordo che non se ne va mai. Ecco, i Sulphuria suonano esattamente così: apparsi all'improvviso tra la nebbia, portano con sé 'L’Odore Del Sangue', un debutto che arriva dopo ben quattro demo usciti tra il 1994 e il 1998 e che mastica black con la fame di chi non mangia da giorni. Dimenticate la chirurgia estetica dei suoni digitali, qui la produzione è sporca, carnale, quasi fastidiosa per quanto è vera. È una colata di pece che riprende il filo interrotto dell'occultismo italiano più viscerale, quello dei Mortuary Drape e dei primi Necromass, aggiungendo poi l'orrore come forma di purificazione spirituale, una catarsi che gratta via il superfluo fino a farti sentire l'osso. Quello del duo di Macerata è un assalto primordiale, fatto di chitarre sature di zolfo, guidate da uno screaming strozzato in gola e che si snoda attraverso sei pezzi (il primo è un'intro). "Mille Volti di Te" mette subito in chiaro la direzione stilistica dei nostri con un black asciutto ma comunque dotato di una certa vena melodica che lo rende facilmente ascoltabile. Nessuna bolgia sonora, semmai il disco suona più come un'invocazione rituale che trova a mio avviso, il suo apice in "Blu", il mio pezzo preferito, forse per qualche analogia con i Necromass di 'Abyss Calls Life' e con la successiva e salmodiante, "La Stanza di Dzyan". Niente di trascendentale, eppure godibile, soprattutto nella seconda metà, dove l'esoterismo diviene più palpabile nelle atmosfere create dalla chitarra acustica e da ambientazioni sinistre. La title track, pur sparata a una velocità più vertiginosa, vanta alcuni momenti degni per essere la colonna sonora di un film horror, considerando soprattutto la performance vocale del frontman italico. Il sipario cala con "La Stanza del Satiro", chiudendo il cerchio in modo coerente. Lo ammetto: all'inizio li avevo un po' snobbati. Mi sembravano l'ennesima operazione nostalgia. E invece mi sono dovuto ricredere. C'è una verve genuina in questo disco, un mix di dissonanze e atmosfere occulte che, oltre a farti venire un pizzico di magone per il black metal degli anni '90, dimostra che questi due sanno il fatto loro. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 70

sabato 11 aprile 2026

Goatpsalm - Beneath

#PER CHI AMA: Funeral/Doom
A dieci anni esatti dall'uscita del magistrale 'Downstream', la band russa torna a farsi sentire con un full length che raccoglie brani scritti in questo lungo lasso temporale, ovvero tra il 2017 e 2025. La nuova opera è un colossale lavoro che raccoglie le varie identità sonore intraprese nella carriera di questa band, gli stili toccati, le atmosfere espresse album dopo album, racchiuse in queste nuove cinque tracce. I Goatpsalm suonano in maniera originale una musica carica di un'emotività sinistra, usando linguaggi diversificati tratti da generi che trasudano oscurità da tutti i pori, utilizzando il verbo dell'industrial, del noise, del funeral doom, della psichedelia virata al dark, il tutto con un tocco di rarefatto folk d'ambiente suonato, concedetemi il paragone, con l'intensità e la classe acustica, gotica e sofisticata, alla maniera di band che con il metal non hanno nulla a che vedere, come gli And Also the Trees. Il risultato è complesso: si parte con una mini intro etno-ambient per poi raggelare il terreno con "Heart of Damballah Wedo", che ricorda le sperimentazioni dei francesi Spherical Unit Provided o Supuration. Doom metal dai tratti glaciali e siderali quindi, combinati con suoni sintetici e futuristici per uno spazio siderale infinito. Il mood affonda con "Split Soil" dove il funeral doom diventa più oppressivo e pesante, attraente generatore di nere (e mere) allucinazioni fatte di un sound che sa di infinita capitolazione, una vera e propria maestosa, decadente discesa agli inferi. "Kalbas Whispers of Death" cambia scenari, avvalendosi di percussioni etniche per un suono scarno che arde di profumi sciamanici; quanto meno inaspettato a questo punto del disco, ma diventa uno spartiacque riflessivo ed ipnotico per rarefarsi nel finale, e scegliere la via della sfumatura in nero che anticipa l'arrivo di "Exequires", il brano simbolo, a mio parere, di questo album. Una traccia che affronta i chiaroscuri del funeral doom senza compromessi, un suono che scivola tra il sotterraneo funereo degli Esoteric e i Thergothon. Quindi scream, growl e una cadenza ridotta della ritmica fino al minuto 3:43, dove tutto progressivamente si ferma, come se stessimo cadendo in un vuoto assoluto, nota dopo nota in sintonia con il doom più cerebrale e d'avanguardia, fatto di rumori d'ambiente e versi di animali, che portano ad un senso di immobilità concreto che si manifesta nel lunghissimo finale, laddove una voce ribassata di tono e una velocità rallentata, ci accompagnano in un viaggio attraverso lande desolate e nebbiose, in assenza di ritmo con a capo un suono vicino al rumore bianco, per una visione sonora spettrale. Finisce così un disco deliziosamente sinistro, difficile da ascoltare ma assai attraente, un lavoro che profuma di decadenza e composizioni plumbee, per una band che riconferma la propria altissima qualità. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

giovedì 9 aprile 2026

Pale Heaven – Jaws of Eternity

#PER CHI AMA: Melo Death/Deathcore
Non ho trovato troppe informazioni relative a questi Pale Heaven, band originaria dell'Ontario, dedita a un melo death, sporcato di influenze black/deathcore. 'Jaws of Eternity' dovrebbe essere il loro debut album stando a Spotify (stranamente non compaiono nemmeno su Metal Archives), un disco in cui le chitarre s'intrecciano come sciabole a duello, sostenute da un basso fluido che non si limita a marcare il tempo ma a dettarlo, mentre la voce del frontman urla tutta la propria disperazione, in un growl possente, a tratti soffocato. Dopo l'intro, esplode furiosa "Jaws of Eternity", la traccia che dà il titolo al disco, con chitarre sparate a tutta velocità, tra melodie cinematiche, intermezzi atmosferici e vocalizzi a tratti indemoniati. Spettacolare la crescita ritmica, le melodie che vanno gonfiandosi nel finale e le intemperanze deathcore in qualche breakdown che dirompe nel corso del brano. Poi un arpeggio ad aprire "Still We Wander", e poi ancora le chitarre si rincorrono e si frantumano in distorsioni improvvise, mentre la voce sembra quasi sussurrare nel buio. La musica dei quattro musicisti di Toronto va veloce al dunque, ti prende e ti porta esattamente dove essi vogliono portarti, insinuandosi sotto pelle con le loro melodie e gli assoli accattivanti, senza che tu nemmeno te ne accorga. Forse per questo mi hanno entusiasmato al primo ascolto, li ho trovati immediatamente gradevoli, uno di quei dischi che ti si appiccica addosso e non riesci più a togliertelo dalla pelle. E non vi spaventi nemmeno un pezzo come "Torchbearer", forse più ostico dei precedenti, ma comunque super dinamico e devastante. "Abyssal Waters" prova a farci sprofondare nelle viscere degli oceani, complice quel vocione animalesco del cantante, in realtà il pezzo è un bell'esempio di melodie ariose tra ritmiche serrate e rallentamenti soffocanti, ancora nel segno del deathcore più progressivo e melodico. Mi piacciono questi canadesi, lo ribadisco, non hanno troppa paura di suonare come già sentiti o addirittura scontati, io ci sento il cuore nella loro proposta, un connubio di melodie facili da assimilare ("Equinox" e la conclusiva "Winds of the Tempest" sono altre due eccellenti conferme), tonanti ritmiche e quanto di più fresco si possa sentire in una bella e fresca giornata di primavera. Bravi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 8 aprile 2026

Zapovit – Ira Borystheni

#PER CHI AMA: Raw Black Metal
Gli Zapovit ("lascito" in ucraino) non hanno scelto di essere una band black metal nel senso ricreativo del termine; sono diventati un grido di libertà perché il silenzio, a Huliaipole, non era più un'opzione. Nati nel 2024 tra le macerie della regione di Zaporizhzhia, Vladislav e Stanislav hanno trasformato il loro progetto in una trincea sonora. 'Ira Borystheni' (L'ira del Dnepr), il fiume che ha visto passare secoli di sangue e rinascite, è un EP che vibra di un'urgenza, la cui musica è una creatura ibrida che mastica black metal e lo sputa fuori mescolato a improvvise, dolorosissime aperture acustiche. La produzione ruvida e casalinga non è un limite tecnico ma una testimonianza. È il suono di chi sta suonando nello scantinato di casa mentre la storia gli crolla intorno, e ogni nota sembra dire "siamo ancora qui, siamo vivi". Sono solo tre i pezzi contenuti, con la title track ad aprire il lavoro tra furenti accelerazioni black accompagnate da timide melodie di sottofondo e parti acustiche folkloriche, che fungono da richiamo ancestrale per un popolo che rifiuta di essere cancellato dalle mappe. "Berestechko" prosegue con la sua furia estrema, tra disperate grim vocals e glaciali linee di chitarra. C'è poco di innovativo in questa proposta, sia chiaro, non è black metal arricchito di orpelli, anzi, è un black metal inteso come atto di sopravvivenza e memoria collettiva, avvalorato anche dalla conclusiva "Ruina", un grido di battaglia verso l'intruso, un inno alla protezione della patria attraverso il sangue e il dolore di coloro che stanno combattendo per l'Ucraina. Onore a voi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 62

lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

domenica 5 aprile 2026

Mek Na Ver – Noctivaga

#PER CHIAMA: Black Metal
C’è un tipo di freddo che non ha niente a che vedere con il meteo. È quel brivido che senti quando la porta di casa non è più un confine sicuro, forse a causa di una presenza che abita i nostri spazi. È cosi che i Mek Na Ver si palesano, senza bussare, con la loro intro "Silenzio d'Incanto e Fiele", opener di 'Noctivaga', il loro secondo atto, che segna il ritorno della band romana dopo ben sedici anni da 'Heresy'. E il quartetto, guidato dalle vocals di Serena (accompagnata peraltro da membri legati a nomi storici come Opera IX e Aborym), non si accontenta di suonare black metal, allestisce un altare di synth e ossidiana su cui sacrificare ogni rassicurante certezza solare. "Strix - Elegia Lunae" è il primo diabolico afflato in cui l'architettura ritmica black è sorretta dai magici synth di Emanuele Telli (Opera IX) che rendono i riff ancora più affilati. "Strige - Altar of Unspoken Vows" esalta le qualità della guest Elisabetta Marchetti al microfono, con un cantato caldo e pulito, mentre il black atmosferico fluttua nell'etere evocando misteriose entità come Saor o Drudkh. Non conoscevo i Mek Na Ver prima di oggi eppure il loro sound suona già familiare nella mia testa. E "Strigae – Canticum Nihilitatis (Il Canto del Nulla)" continua ad ammaliarmi con il suo black venato di sano folklore mediterraneo, fatto di melodie solenni e atmosfere vibranti. Se "Strigoi - In Nihilum" vanta un misterioso break centrale atmosferico con la voce di Serena in primo piano, "Ascensio Astrae (tra le Stelle)" vede la comparsa di un altro ospite, Federico Sanna alla voce, abile nel passare tra clean vocals e screaming efferati, in un brano che riesce a essere contemporaneamente densissimo e trasparente. In coda, "Sabbat – Vespera Ultima" è il pezzo più lungo del lotto, un black sinfonico che è la dissoluzione finale di un rito che spegne l'ultima candela per un disco che non ha paura di guardare nell'oscurità e, cosa ancora più rara, non ha paura di lasciarsi guardare da essa. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 73