domenica 14 giugno 2026

Vandalheart - Grey

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent
Sulla loro pagina bandcamp, gli americani Vandalheart sembrano essersi dimenticati dello scorrere del tempo. Hanno ancora in pre-order il precedente lavoro, datato 2020, 'L|O|W|', mentre non c'è traccia di questo nuovo 'Grey', uscito il 6 giugno in tutta la sua veemenza, su Spotify. Un ritorno quello della band del Michigan che sembra configurarsi più cupo e viscerale rispetto al passato, probabilmente segnato da un qualche evento drammatico che ha portato a un’estetica che ruota esplicitamente attorno al grigio come stato mentale prima ancor che cromatico. L'impianto ritmico poggia su un metalcore moderno con una forte componente emotiva, nei paraggi di un djent/post-hardcore dai contorni scuri. La vecchia identità del gruppo, che mostrava un approccio più orientato a math rock, shoegaze, emo e toni malinconici, sembra esser stato messo da parte, per puntare su un impatto più diretto, caratterizzato da melodie amare come la vita. Lo si evince dalle iniziali "Rot" e "Let Go", che tracciano immediatamente le coordinate del disco, prima di scivolare in un brano come "Time" che mostra invece una maggior propensione alla malinconia, all'urgenza emotiva, e a una vulnerabilità espressiva che sembra esser l'unica arma rimasta. Non sono un fan del genere, eppure 'Grey' l'ho apprezzato non poco, per una certa freschezza delle sue idee, sebbene il rischio di restare troppo legato a formule già note del metal moderno se la scrittura non spinge abbastanza oltre il sentiment, sia abbastanza forte. La tracklist si completa con altri brani più o meno interessanti: dall'accomodante "Rock Bottom" a "Pseudo", che vede una collaborazione con gli Oceans Ate Alaska, in quello che in realtà è il brano più caotico (anche se "Vacant" sfiora il deathcore con i suoi letali breakdown) e che forse meno ho apprezzato nel disco. Se "Hell" lascia intuire una scrittura tesa, dolorosa, costruita con un lessico emotivo talmente diretto da risultare quasi indiscreto, la conclusiva "Grey (Silence)", con le sue atmosfere opprimenti, funziona come il vero perno di questo immaginario pesante, una stanza vuota dove l'assenza di rumore, fa più male di uno schiaffo in pieno viso. (Francesco Scarci)

(Arson Theory - 2026)
Voto: 72

sabato 13 giugno 2026

Ersedu - Gore

Ascolta "Ersedu_Gore" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Death
Tra le cose più intriganti di questo 2026, c'è 'Gore', il nuovo EP concettuale degli ucraini Ersedu, un lavoro che prova a cercare uno spiraglio tra le maglie della nostra mente, per appollaiarsi tra le nostre inquietudini più profonde. Non parliamo di un'uscita come le altre. La band ha infatti concepito questo progetto come il primo tassello di una serie di lavori dedicata ai colori, inaugurando tale percorso con il rosso. Ma il rosso, tra queste note, smette di essere un semplice colore per trasformarsi in un simbolo totalizzante, un filo conduttore che unisce la violenza del sangue al calore della passione. Gli Ersedu si muovono su coordinate symphonic death e dark cinematic metal, una definizione che sulla carta rischia di suonare fredda, ma che qui si traduce in un'atmosfera oscura, quasi teatrale. L'ascolto è suddiviso in quattro capitoli ovviamente connessi tra loro. Si comincia dalla solennità marziale di "God of War", un’intro epic-orchestrale che stabilisce immediatamente le regole del gioco, per poi scivolare nella dimensione sinfonica di "Offering", dove la ritmica schiacciasassi e il growling del frontman, vengono stemperati dalle sensuali vocals di una gentil donzella, in un sound che per certi versi, mi ha evocato l'orchestralità dei Septicflesh. La tensione si fa ancor più funerea e serrata con "Reap Souls", dove a duettare nuovamente sono le voci dei due cantanti (ammetto tuttavia di non essere cosi sicuro che il growl non sia opera sempre della suddetta gentil donzella, visto che nè bandcamp nè il sito della band rivela la line-up del misterioso trio incappucciato) sopra un tappetto sinfonico, plumbeo e cinematico. Si arriva infine al contrasto più affascinante del lotto: "Eros". Inserire il desiderio e la carnalità dentro un impianto sonoro così cupo ed estremo è una scelta coraggiosa, in un pezzo che alla fine, ti lascia lì, con l'ultima nota che vibra nell'aria e una strana sensazione di nudità, consapevole che il rosso non è il colore della vita che continua, ma quello del sangue che sgorga da una ferita che ti ricorda che sei ancora vivo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

venerdì 12 giugno 2026

Aeonus - Омикрон Эридана

#PER CHI AMA: Cosmic Black Metal
A volte capita di guardare fuori dalla finestra, nel cuore di una notte qualunque, e sentire che le luci della città non sono altro che piccoli spilli conficcati in un lenzuolo troppo scuro. Cerchi qualcosa che non ti consoli ma che sia comunque capace di dare una forma, una dignità geometrica a quel vuoto che porti dentro. Desideri un suono che non abbia paura di essere immenso, freddo, persino crudele, ma che in qualche modo sappia esattamente in quale angolo della tua anima andare a riflettersi. È proprio in questa frattura che si colloca 'Омикрон Эридана', il nuovo capitolo degli Aeonus, creatura solitaria del musicista russo Mordorkonan. Qui troverete un'aria rarefatta che sa tuttavia di cenere stellare e di inverni che non hanno mai visto la luce. Siamo nei territori di un cosmic atmospheric black metal che non teme di concedersi lunghe deviazioni progressive; un viaggio lungo, monolitico e profondamente immersivo che, sebbene non pretenda di rivoluzionare il genere, riesce a mantenersi costantemente in orbita. Quattro pezzi dalle durate importanti (dai 9 ai 21 minuti), e dai titoli emblematici, in cui le chitarre creano una tessitura ampia, stratificata, più vicina a una colonna sonora per il collasso di una galassia che non alla classica lama affilata della scuola norvegese, mentre le parti vocali, quando emergono, si muovono su un registro disumano e aspro, perfettamente integrato in quest'estetica della catastrofe. Brani come "F0III" aprono immediatamente una voragine di energia scura, una dissoluzione che percepisci come un'esperienza fisica ancor prima che metafisica. Subito dopo, i 19 minuti di "K0.5V" spingono sulla distruzione materiale, riducendo mondi in cenere e configurandosi forse come l'episodio più devastante dell'intero lotto, sebbene un più etero e grandioso finale. "DA4" sembra trovare un perfetto punto d'equilibrio tra la grandiosità e il senso di annichilimento, attraverso un black atmosferico solido e collaudato. È infine con i 21 minuti di "M4.5Ve", che il disco trova il suo vero centro gravitazionale, un viaggio verso il silenzio assoluto, un deserto di pianeti morti dove la band indulge in una ridondanza sonica, smarrendo un briciolo di tensione pur di farci assaporare la totale assenza di gravità. 'Омикron Эридана' è un album davvero interessante che si limita a mostrarci come il vuoto non sia un'assenza di vita, ma lo spazio esatto che lasciamo alle cose che non siamo mai riusciti a dimenticare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 11 giugno 2026

Kokomo - Whip

#PER CHI AMA: Post Metal
Sette anni. Sette anni di silenzio, fatto salvo per quel live al Kulturkirche Liebfrauen del 2021, per tornare con un nuovo disco, 'Whip'. I Kokomo, band originaria di Duisburg, ci ha messo tanto per acquisire una nuova consapevolezza e tornare a proporre il loro sound, fatto di corrosivo post metal. La rabbia dilaniante dell'iniziale "A Torinói Ló" ci regala sei minuti di una densità spaventosa che, paradossalmente, evocano l'immagine di un qualcosa di bloccato, una pietra pesante che si rifiuta di rotolare. Quelle voci urlate, strozzate e caustiche in sottofondo non fanno che aumentare un senso di disagio, che aleggia in realtà lungo tutti i 38 minuti del disco. Il tremolo picking di "1758 Times of Weird Sadness" prova a toglierci di dosso quel peso, quel senso di non essere nel posto giusto al momento giusto, ma con un titolo del genere, cosa ci possiamo aspettare, se non addirittura una sorta di allargamento del disagio già sperimentato nell'opening track. La band enfatizza infatti quel sound scaraventandocelo addosso in una forma ancor più tagliente, che sfiora addirittura il black metal. Le nubi provano a scomparire nel finale, e in effetti "Thigh Kick Knockout Fake" sembra restituirci una fiducia che sembrava persa completamente, in un pezzo dal taglio più contemplativo e rilassato, al pari della successiva "5am", sebbene la seconda metà, dove una voce femminile si accosta al corrosivo cantato del frontman, lanci presagi oscuri all'orizzonte. Subito dopo, "The Lonesome Foghorn Blows" evoca una moltitudine di emozioni: solitudine, rabbia, abbandono, e inadeguatezza mi lasciano li a provare a dare una forma esatta al mio di dolore. In chiusura, "Trümmer Deluxe" sancisce come le nostre difese siano definitivamente crollate e che l'unica cosa da fare sia guardarsi allo specchio e smetterla di mentire. 'Whip' alla fine è un album emotivamente impegnativo, un regalo per chi sa che sette anni passati su sei canzoni non sono pigrizia, ma il tempo necessario per dare una forma esatta al proprio dolore. (Francesco Scarci)

(Dunk!Records - 2026)
Voto: 75

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” Kårstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78