venerdì 20 febbraio 2026

Krsnī - Neige Éternelle

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
L'Uzbekistan non è solo terra di grande cultura ma da oggi diventa per il sottoscritto, anche la culla che ha dato i natali a questa one-man band di Tashkent, i Krsnī . E 'Neige Éternelle' è addirittura il quinto capitolo, dal 2022 a oggi, del mastermind Trizna, un lavoro di minimalista raw black metal atmosferico. Lo dimostrano le lunghe note strumentali dell'incipit "Passage", un brano glaciale e strumentale che sembra uscito dalla mente diabolica del buon vecchio Burzum. E la successiva "Marche d'Hiver" non cade troppo lontano dall'albero, con un sound che si conferma ipnotico e rarefatto al pari di quello di Varg Vikernes, con le chitarre in tremolo stratificato, un'atmosfera super lo-fi, un drumming tra blast-beat e mid-tempo ritualistico, e lo screaming efferato e lontano del polistrumentista uzbeko, un eco di un lamento smarrito in una tormenta di neve, a cantare stranamente in francese. Probabilmente, album del genere ne abbiamo recensiti a tonnellate, quindi mi viene un po' difficile trovare le parole giuste per descrivere in modo originale un tale lavoro. "Paysage Enneigé" prosegue nel suo cammino innevato con melodie più malinconiche e atmosfere più delicate, con la voce a nascondersi nel sottofondo della steppa infinita. Il disco potrebbe evocare tante immagini nelle vostre menti, paesaggi desolati e innevati in primis, lasciandovi addosso un senso di profondo disagio e inadeguatezza che troverà il suo acme nella conclusiva "Long Voyage". Questa si palesa come un claustrofobico viaggio senza ritorno lungo fiumi ghiacciati, foreste innevate in cui udire il cantato del frontman vicino all'ululato dei lupi, in totale contemplazione della natura nelle profondità di un silenzio eterno. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 64

Glassbone - Ruthless Savagery

#PER CHI AMA: Death/Hardcore
Secondo EP all'attivo per i parigini Glassbone, che tornano, dopo il lavoro del 2024, 'Deaf of Suffering'., con questo 'Ruthless Savagery'. Il genere proposto? Presto detto, un granitico e brutale slam death metal, sporcato di influenze hardcore. Un macigno monolitico e fangoso che sin dall'iniziale title track, ci schiaccia con i suoi suoni cingolati e la voce cavernosa del frontman che cerca in tutti i modi di spaventarci. L'hardcore in tutto questo dov'è? In qualche passaggio spigoloso, nei breakdown che evocano gli anni '90 e in una narrazione di violenza urbana e degrado morale. A seguire la ritmica serratissima ma a tratti anche asfissiante, della più ignorante "Dryin' Up of Their Blood". Il massacro prosegue sulle note di "Apostasy Imperium" e un death metal accademico, che francamente, in pochi si ricorderanno da qui a qualche mese, non fosse altro per quel tagliente assolo che dopo un minuto, fa la sua comparsa. Poi, poco altro a dire il vero. Anche "E.K.F.I.V." non è nulla di che, se non pura dimostrazione che si può ancora pestare come fabbri ma niente di più, perchè queste note non arrivano là dove dovrebbero arrivare, sebbene il quintetto sfoderi un altro bell'assolo anche in questo brano. Troppo poco però per toccare le mie corde. E anche il featuring dei nostrani Fulci in "Testimony of Death" mi lascia indifferente, sebbene la carneficina venga servita nel migliore dei modi. Forse il brano che maggiormente ho preferito è la conclusiva "Driven by Sinister", martellante e spettrale al tempo stesso, ma che fondamentalmente non inventa nulla, se non cercare il colpo del definitivo ko. (Francesco Scarci)

(Iron Fortress Records - 2026)
Voto: 60

Predatory Void - Atoned in Metamorphosis

#PER CHI AMA: Sludge/Black/Hardcore
Pur non essendo un fan della band originaria di Gent, volevo dare il mio contributo, parlandovi di questo lavoro, visto che se ne parla un po' ovunque. Pubblicato il 6 febbraio 2026 sotto la solida guida della Pelagic Records, 'Atoned in Metamorphosis' rappresenta l'atteso ritorno della super-band belga Predatory Void, nata dall'estro di Lennart Bossu (Amenra, Oathbreaker). Non avevo ascoltato il debut 'Seven Keys to the Discomfort of Being', devo ammetterlo, che esplorava un black sludge viscerale. Questo nuovo EP sembra invece spostare il proprio baricentro verso un approccio più educato ma non per questo, meno violento, influenzato tanto dal post-hardcore quanto dalla dissonanza del black metal moderno. Se da un lato ero andato un po' in confusione con le litaniche e ingannevoli vocals dell'introduttiva "Make Me Whole", dall'altro la furibonda linea ritmica post-black della successiva "New Moon", appiana un po' tutte le mie titubanze, lanciandoci addosso sonorità estremiste e dissonanti, con le vocals di Lina R che rappresentano il vero fulcro emotivo del disco, passando da urla disumane, lamenti vari, clean vocals e quant'altro (leggasi spoken words), mentre la musica, acida come un lago vulcanico, si dipana tra accelerazioni improvvise, cambi di tempo, parti atmosferiche e deliri vari, a cavallo tra black, hardcore e sludge. Non è da meno la successiva "Peeling Cycle", con il suo andazzo sludge doom, breakato da parti più furibonde e disperate. A chiudere l'EP ci pensa "Contemplation in Time" e quella sua linea di chitarra in tremolo picking che squarcia il cielo, in totale simbiosi con i vocalizzi striduli e scorticanti della frontwoman, che mi lascia quella sensazione addosso di quando ti togli il cerotto con un bel colpo secco. Ci sono anche parti più delicate, a consegnarci alla fine un lavoro caoticamente melodico. Insomma, non quella che definirei una tranquilla passeggiata. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records - 2026)
Voto: 72

The Eternal - Celestial

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Ho amato 'Skinwalker' nel 2024, ma temevo di dover aspettare molto più tempo per sentir ancora parlare della band australiano-finlandese dei The Eternal. E invece, eccoci qui con un EP, 'Celestial', nuovo di zecca, con ben cinque pezzi inediti (anche se uno in realtà, è una intro di poco più di un minuto) e una riedizione di "Everlasting" che compariva sul loro secondo disco del 2005, 'Sleep of Reason'. La band torna quindi a solcare le acque profonde del gothic/dark atmosferico, consolidando una certa maturità compositiva e quell'intensità emotiva che mi ha saputo conquistare in passato. Bando alle ciance e andiamo ad analizzare i nuovi pezzi: liquidata bruscamente l'introduttiva e orchestrale "Absence of Light", ci immergiamo nelle contemplative melodie di "Celestial Veil" e di un gothic doom che evoca immediatamente i Katatonia dell'era 'Discouraged Ones'. Gli ingredienti sono quelli classici: atmosfera malinconica sorretta da ottime linee di chitarra e dalla voce intensa di Mark Kelson, e un finale, bello robusto a livello ritmico, e con un assolo da spettinarci. "It All Ends" sorprende per le sue aperture sintetiche e un approccio ultra grooveggiante che mi ha evocato i Paradise Lost di 'Host' e andando, via via, irrobustendo il proprio sound verso sonorità alla Swallow the Sun. "Bleeding into Light" prosegue su binari affini, con quel senso di malinconia opprimente, vero trademark della band. "Casting Down Shadows" apre con una tribalità quasi mediorientale, per poi spingersi in territori meno battuti, prendendo in prestito le ipnotiche atmosfere degli Amorphis, con la voce di Mark sempre esemplare nelle sue tonalità pulite. Brano notevole, che potenzialmente apre le porte a nuovi sviluppi futuri. La conclusiva "Everlasting MMXXVI" è una riedizione, un filo più ammiccante e pulita, della vecchia versione, niente di trascendentalmente diverso, ma comunque utile per dimostrare come i nostri abbiano le carte in regola per seguire la nuova direzione della bussola. Solidi e credibili. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 75

lunedì 16 febbraio 2026

Viamaer - In Lumine Lunae

Ascolta "Viamaer_In_Lumine_Lunae" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze
L’esordio sulla lunga distanza della one-man band polacca Viamaer, intitolato 'In Lumine Lunae', si staglia nel panorama estremo come un’opera di raffinato blackaze, capace di richiamare l’attitudine sonora di band come Alcest o Deafheaven. Inserendosi in questo solco, la creatura di Krystian Jurkiewicz si presenta come un'opera alquanto matura, intima e stratificata. L'incipit, affidato a "In Excitatione Terrae", convince subito con le sue melodie malinconiche in cui le dinamiche emozionali, guidate anche da vocals tipicamente shoegaze, vanno a collidere con l'estremismo sonoro del post-black. Risultato? Subito pollice alzato, per quanto siano palesi le derive sonore di alcestiana memoria. La coerenza stilistica del mastermind di Varsavia si conferma anche nella seguente traccia, quella che dà il titolo al disco. Grandi atmosfere, ottimi fraseggi di chitarra che si muovono prettamente nella direzione di crepuscolari melodie shoegaze. "Dimensio Mortis" non va troppo lontano rispetto a questa dimensione onirica, con le vocals che sono tipicamente quelle pulite eteree dello shoegaze e solo raramente, sfociano in un grim carico di tormento. Da sottolineare le sapienti linee di chitarra a metà brano, a creare un ulteriore coinvolgimento emotivo con l'ascoltatore. Al giro di boa, il polistrumentista polacco sforna un convincente pezzo strumentale, "Ultra Insaniam", ideale per farci mettere in ordine i pensieri. Da qui, possiamo ripartire con "Liberum Arbitrium" per capire un pochino di più un progetto, in cui l'artista volutamente mostra le proprie debolezze, le ossessioni, i ricordi e sogni, attraverso la sua lingua madre, il polacco, il solo strumento con cui riesca a esprimere i tormenti della sua anima. Tutto molto bene, ma il rischio di esser vittima del proprio fardello emotivo, si fa più alto nelle ultime tracce, dove per evitare di far pesare eccessivamente la componente shoegaze, la band si espone con più ruvide accelerate post-black, in stile Deafheaven. È il caso di "Haec Vox", che rompe quel sound che rischiava di diventare un filo troppo noioso. Con le conclusive "Magna Paranoia" e "Smaragdus Somnium" (stravagante comunque la scelta di adottare i titoli in latino, a detta dell'artista per dare una dimensione che il linguaggio di oggi giorno non riesce a dare), i Viamaer persistono nella proporre una ricetta sonora ormai consolidata, tra forti echi shoegaze, evocativi passaggi orchestrali, un profondo tocco di malinconia contemplativa e qualche vocalizzo black. Il tutto, a suggellare un debutto introspettivo ma comunque interessante, ideale per chi ama sonorità riflessive. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

venerdì 13 febbraio 2026

The Ruins of Beverast – Tempelschlaf

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
I The Ruins of Beverast sono da sempre uno dei progetti più affidabili e particolari della scena black metal, grazie a una discografia incorruttibile frutto di un'evoluzione sonora costante, capace di bilanciare la devozione all'ortodossia, con una flessibilità sperimentale rara. Li ho amati ai tempi del ritualistico 'Blood Vaults - The Blazing Gospel of Heinrich Kramer', al pari del più atmosferico 'Exuvia'; ora la band di Alexander von Meilenwald torna ora con questo obliquo e psichedelico 'Tempelschlaf', un album difficile da immagazzinare cerebralmente al primo ascolto, ma che alla fine sarà comunque in grado di conquistarvi. Mi ci sono voluti infatti almeno tre ascolti per cristallizzare nella mia testa le nuove melodie sghembe del mastermind teutonico. Ma ora non riesco a togliermi dalla testa il cantato litanico e pulito dell'opener, cosi come i suoi lisergici passaggi che lasciano saltuariamente il passo ad un caos controllato. Quello che non manca sicuramente nella seconda "Day of the Poacher", affiancata da harsh vocals, e in cui la linea ritmica scalpita come un destriero indomito per la prima metà, prima di trovare un cambio d'abito in una seconda frazione che è tutto un programma. D'altro canto, la band tedesca ci ha da sempre abituati a una certa imprevedibilità di fondo. E infatti, la terza "Cathedral of Bleeding Statues" torna a muoversi in territori più soffusi, quasi gothic/shoegaze, complice l'utilizzo anche di vocals pulite che si contrappongo a un cantato più efferato, laddove le chitarre tornano a macinare ritmiche più incandescenti. L'alternanza tra pezzi più meditabondi ad altri più aggressivi, si conferma con l'irruenza ritmica di "Alpha Fluids", più black/thrash oriented con quei suoi blast beat martellanti, sebbene non rinunci a qualche trovata estetica che sembra portare il polistrumentista verso sonorità alla Ved Buens Ende. La robusta inerzia ritmica prosegue anche in "Babel, You Scarlet Queen!", un pezzo che comunque riserverà qualche simpatica trovata nel suo interno, tra cui un gradevolissimo bridge a metà brano. Interessante poi l'apertura elettro-acustica di "Last Theatre of the Sea", cosi come quel suo devastante break e controbreak tra il secondo e il quinto minuto, che ci porterà ad un'esplosiva salita sino alle soglie di "The Carrion Cocoon". Questa, con i suoi oltre 13 minuti, si configura come una suite monumentale, tra ipnotiche atmosfere sospese, accelerazioni potenti e repentine, e angoscianti discese verso gli abissi, in uno dei brani più appaganti della one-man band germanica. Un altro capolavoro per i The Ruins of Beverast, ma per l'ennesima volta, non ne rimango certo stupito. (Francesco Scarci)

(Van Records - 2026)
Voto: 80

mercoledì 11 febbraio 2026

Humanity Zero - Cursed Be the Gift of Life

Ascolta "Humanity_Zero_s_Suffocating_Funeral_Doom_Monolith" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Funeral/Doom/Death
Continuiamo in scia ai Tempestuous Fall, con un altro lavoro di funeral doom, ossia 'Cursed Be the Gift of Life', sesto full-length dei greci Humanity Zero, un monolite che punta tutto su lentezza, oppressione e un senso di condanna cosmica. A dispetto della release della one man band australiana, il duo ellenico si presenta però con del materiale più sinistro, punitivo e pesante (complici probabilmente le liriche, orientate a una visione ferocemente misantropica e anti-consolatoria) che li rendono di più difficile digestione. Quattro lunghi estenuanti pezzi (più un inutile outro rumoristico), costruiti su riff pachidermici e tombali come gli accordi che restano sospesi come la nebbia nella nostra Pianura Padana già con la title track inziale, a porsi come un bel biglietto da visita. Non troverete nessun appiglio, ma preparatevi a una discesa negli inferi, accompagnati da un tono sommesso e soffocante, che trova modo di alzare lo sguardo nei rari casi di accelerazione che qua e là irrompono nei quasi 12 minuti dell'opening track. Non si cambia certo canovaccio neppure con la successiva "Forgiveness Devoured", una traccia all'insegna del nichilismo totale, accompagnato da opprimenti sonorità doom, con vocals catacombali e un rifferama lento e agonizzante come la morte che, per almeno i primi quattro minuti, vi peserà sul torace come il cinghiale di una famosa pubblicità. Poi, assistiamo a un tentativo di uscire dalle tenebre, ma con quell'organo dirompente al quinto minuto, la sola direzione da intraprendere, è quella per il cimitero. "Heresy Rising" conferma l'asfissiante densità ritmica, con un sound che evoca i primissimi Anathema; ma qui le chitarre al terzo minuto si fanno più graffianti e il suono si fa più death metal, giusto un paio di minuti però, prima di sprofondare nuovamente negli abissi del funeral, al pari della successiva "Maledictio Amara", che ci impiega quasi due minuti prima di prendere il via, e rimanere comunque impantanata in un'atmosfera similare dall'inizio alla fine. Dura eh concluderne l'ascolto, ve lo posso garantire. Alla fine, quello degli Humanity Zero è un disco che farà felici i soli fan di Shape of Despair ed Evoken, gli altri si tengano alla larga. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 63

lunedì 9 febbraio 2026

Tempestuous Fall - The Descent of Mortals Past

#FOR FANS OF: Funeral Doom
The Australian metal scene has many interesting projects and some gifted artists who spend years developing projects that reflect their musical vision. Toni Parker, better known by his moniker Dis Pater, is one of those masterminds who has shown immense talent in creating albums with a captivating atmosphere. The particular case of his project Midnight Odyssey is noteworthy, with its mammoth albums being a demanding yet fascinating offering of atmospheric black metal.

With one of his other projects, Tempestuous Falls, Dis Pater leaves the realms of black metal and navigates to the slower, yet equally dark and atmospheric waters of funeral doom. Although the genre is different, the talents and resources of Dis Pater are still recognizable. His love for creating strongly ambient-inspired compositions is absolutely present in this project, and the new opus 'The Descent of Mortals Past' is undoubtedly a celebration of his musical vision. The memorable painting created by Jacob van Swanneburgh, which serves as the album cover, is a beautiful entrance to the musical journey of this album. This album is for sure one of the most stunning funeral doom albums I have ever listened to. The sound is a bit lighter and easier to digest than the majority of the albums we can find in this genre. Still, the slowness of the compositions sticks perfectly well to the main concept of funeral doom. But what makes this album special is the generous and well-used arrangements that Dis Pater adds to the songs, creating exquisite melodies that enrich the compositions. Just listen to the album opener "Theseus-Encased in the Stones of Hades," which is a breathtaking beauty. The introduction with these keys and the gorgeous violins is simply marvelous and leaves me speechless every time I listen to it. The keys will accompany the fierce vocals and the harmonic guitar lines through a song that will certainly allure the listener.

Another particularity of this album is the common use of clean vocals by Dis Pater, which is not a novelty if you have listened to Midnight Odyssey beforehand. The main use of this approach in a genre like funeral doom can raise some eyebrows, especially because it is quite dominant, but somehow the clean vocals work in these songs and add an epic touch to the compositions, for example in the solemn track "Heracles – Dark is the Home of the Underworld". To be honest, I prefer the use of growls, but Dis Pater makes the use of these vocals work, and this is something I truly respect. In this track, as happens throughout the entire album, the listener will experience another great use of the keys and wisely placed arrangements that make it another captivating composition. The always touching violins return in the album closer "Aeneas-Guide Me Home", which is the longest track of this album and a worthy farewell. The riffing in this track is perhaps the best, as the riffs create hypnotic melodies that, combined with the use of the violin, form an absolutely winning combo and a delight for our ears.

'The Descent of Mortals Past' is definitely a sublime work by Tempestuous Fall. Dis Pater takes the funeral doom fundamentals and enriches them with his atmospheric excellence. The result is, as said, a beautiful work with tons of ravishing melodies that should be savored slowly and intensely by the listener. (Alain González Artola)

(I, Voidhanger Records - 2025)
Score: 90