martedì 10 marzo 2026

Cadavrul – Necrotic Savagery

#PER CHI AMA: Death Old School
Sembra che si siano persi per strada i rumeni Cadavrul visto che il precedente e unico album, 'Enter the Morgue', risaliva addirittura al 2013. Forti ora del supporto dell'etichetta Loud Rage Music, il quartetto di Costanza torna con il proprio death metal old school, ben radicato come sonorità, nei primi anni '90. Quindi è già chiaro cosa c'è da aspettarsi da questo lavoro: dieci pezzi morbosi di death nudo e crudo che dall'intro iniziale alla conclusiva "Fuck Fashion", vi segherà in due con un suono brutale, privo peraltro di qualunque orpello estetico o melodico, fatto salvo per qualche assolo interessante. Poi non c'è molto altro da dire: se siete amanti dello stile secco e ferale alla Cannibal Corpse, con growling vocals al limite del catacombale, rallentamenti doomeggianti ("Circle Pit (B.Y.H.)" o "Marș Funebru"), e violente liriche necrofagiche (d'altro canto, l'artwork è piuttosto esplicito), beh il lavoro potrebbe fare al caso vostro. Non certo al mio, devo ammetterlo. Questi suoni li ascoltavo trent'anni fa quando mi avvicinai ai primi Carcass, ai Vader (ma quest'ultimi sono già decisamente più melodici) o ai già citati Cannibal Corpse; quindi se proprio volessi riprendere in mano il genere, beh andrei ad ascoltarmi gli originali e lascerei da parte tutte queste band che popolano inutilmente l'underground con suoni troppo scontati. Se potessi invece salvare un brano, ecco che la mia scelta cadrebbe su "Fuck Fashion", peraltro bonus track del disco, per quel suo zozzo death'n'roll psicotico e malato. Per il resto, non c'è nulla di cosi interessante per cui dedicare l'ascolto a questi Cadavrul. (Francesco Scarci)

(Loud Rage Music - 2026)
Voto: 50

lunedì 9 marzo 2026

Mactätus - Blot

BACK IN TIME:
#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
It is well known that Norway had one of the mightiest black metal scenes during the magical 90s, when countless great (and not so great) bands emerged. Among these bands, a few became absolute icons of the genre, while others remained overshadowed by them despite their respectable quality. Mactätus was one of those projects, particularly thanks to its first two excellent albums. I personally discovered the band through its second effort, 'Provenance of Cruelty', an outstanding work of classic black metal with a generous use of keyboards that made it sound remarkably majestic.

Nevertheless, I want to focus on the band’s first opus, 'Blot', which - like the aforementioned second album - has seen the light of day once again thanks to a reissue by Aeternitas Tenebrarum Musicae Fundamentum. I always support these reissues because they give listeners another chance to get an album at a reasonable price while bringing exposure to lesser-known projects like this one. 'Blot' is a very solid debut by Mactätus and a perfect showcase of how black metal sounded in the second half of the 90s. The production is somewhat raw and old-school, but never too noisy: both vocals and instruments are clearly audible and well balanced. There is also a fine interplay between guitars and keyboards, each having room to shine without overshadowing the other.

Compared to the second effort, this debut presents a few more purely raw moments - as often happens with first albums. Tracks like "Knust Kristendom" display the band’s fiercest side, full of unfiltered fury and raspy riffs. On the other hand, you’ll find truly solemn pieces such as "Sorgvinter", where the keys really shine through their fantastic melodies. Back then, terms like symphonic or atmospheric weren’t used so often, but Mactätus could easily fit into both categories in tracks like this one. "Et Kald Rike" is probably my favorite piece on the album, with its exquisite riffs and hypnotic, addictive keyboard lines forming an unbeatable combination. "Vandring" also shows how the band successfully combines its rawest and most atmospheric sides in a smooth, dynamic composition.

Such a solid album deserves a worthy closer, and "Hat og Kulde" certainly delivers. Hate Rodvitnesson’s work on keys and vocals is fantastic throughout; his screams, as on the rest of the album, are powerful and perfectly suited to the music. The addition of varied keyboard textures, flute-like melodies, and acoustic guitar lines creates a truly beautiful composition that leaves the listener with the best possible impression.

In conclusion, Mactätus’ debut album 'Blot' is an excellent example of the black metal scene’s strength during the 90s. It delivers a rich dose of symphonic and atmospheric black metal, where fierceness and majesty coexist in perfect - and dark - harmony. (Alain González Artola)

(Embassy Productions/ATMF - 1997/2026)
Score: 85

venerdì 6 marzo 2026

Our Oceans - Right Here, Right Now

Ascolta "Our Oceans - Right Here, Right Now" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Alternative/Prog/Post Rock
Siamo franchi, quando senti il nome di Tymon Kruidenier, la mente corre subito ai labirinti cerebrali degli Exivious. Ti aspetti incastri matematici, roba da far fumare il cervello a chiunque. Invece, con 'Right Here, Right Now', il nuovo disco uscito proprio oggi, il power trio olandese ha deciso di fare una cosa che nel mondo prog è quasi rivoluzionaria: aprire le finestre e lasciar entrare la luce. Non è un cambiamento da poco. Il singolo apripista del disco, "Abloom" (fioritura), era il primo tentativo di provare a far fiorire un qualcosa che probabilmente spunta dal fango e cerca il sole. Dimenticate quindi quei muri sonori impenetrabili o quella complessità tipica dei nostri che a volte sembrava fine a se stessa; qui le chitarre preferiscono fluttuare, creare atmosfera, quasi a voler disegnare degli spazi ampi dove la voce di Tymon può finalmente distendersi. È un suono arioso, stratificato, prodotto con una cura quasi maniacale, ma che non risulta mai fredda. Il tutto si evince anche dall'iniziale "Golden Rain", che abbraccia un progressive post rock squisitamente moderno, luminoso e dal taglio quasi cantautorale. Un marchio di fabbrica che potrete assaporare anche nelle successive "Lost in Blue", nella più elettro-criptica "Leave Me Be" o in "Just Like You", dove i nostri sembrano addirittura andare oltre, con una delicatezza inattesa, grazie a note vellutate su cui la voce del frontman va a poggiare, alla ricerca di una progressione musicale che a volte tarda fin troppo ad arrivare. "Untamed" prova a riprendere la rincorsa con una vena più hard rock oriented, giusto per calmierare le eccessive smancerie del disco e sembra anche riuscirci, sebbene perda un po' di quella verve che invece mi aveva catturato nell'opener. Se la jazzy "Drifting In The Drops" è trainata da un groove ritmico eccezionale, "If Only..." si addentra coraggiosamente in territori da iper ballad, forte di un delicato e azzeccatissimo duetto con la guest Evvie, ricordandomi peraltro per le sue atmosfere, "Verona" dei Muse. A chiudere il disco, ecco la già citata "Abloom", un epilogo grandioso e vibrante che sigilla alla grande il disco. Ecco, se state cercando blast beat o riff che vi prendono a schiaffi, lasciate perdere. Ma se siete fan di Leprous o Karnivool, e avete voglia di qualcosa in grado di evolvere ascolto dopo ascolto, allora dategli una chance. È un disco complesso, per chi ama le sfumature e non ha paura di una melodia che ti resta appiccicata addosso. (Francesco Scarci)

(Long Branch Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 4 marzo 2026

Mossystone - S/t

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Non è passato nemmeno un mese dalla mia recensione dei Trimarkisia e lo stesso mastermind di quest'ultimi, Wilhelm Osoba, mi ha inviato l'esordio del suo nuovo progetto solista, i Mossystone, freschi di un EP omonimo. Il suono del polistrumentista dell'Occitania francese, è fedele all'estetica del black atmosferico più oscuro e si capisce sin dall'iniziale "Unfulfilled Desire", e questo probabilmente spiega anche il motivo per cui abbia voluto dare un altro nome alla sua creatura. La proposta infatti è decisamente più veloce rispetto a quella dei Trimarkisia, meno contaminata da reminiscenze di "katatonica" memoria, ma non per questo, meno interessante. Accanto alle ritmiche furibonde, sorrette da una batteria d'assalto, c'è da sottolineare la presenza di synth sinistri in lontananza che imbastiscono una di quelle atmosfere da casa infestata, mentre le vocals abbracciano il tipico screaming del black metal. "The Passenger" è solo all'apparenza meno impetuosa dell'opening track, forse perchè il martellamento ritmico è mitigato dal tremolo picking alla chitarra e laddove la malinconica melodia nella seconda metà del brano, diventa decisamente preponderante. L'ultima song, "Silence of the Void", chiude con otto minuti e mezzo di suoni che partono più compassati, melodici, affabili, che vanno lentamente dilatandosi verso qualcosa di più etereo, quasi blackgaze, prima di ritrovare dopo 140 secondi, il dinamismo delle due precedenti tracce, tra scorribande ritmiche, un tono più oscuro e selvaggio, che comunque non rinuncia a porzioni atmosferiche, come quella in acustico verso il sesto minuto del brano, che porterà a un finale che si spegne senza annunciarsi, con la nebbia a diradarsi verso un barlume di luce. Un altro buon lavoro per Monsieur Osoba, peraltro forte dii un artwork di copertina che riproduce un bellissimo dipinto ("Solitude") del pittore ottocentesco francese Jean-Baptiste Camille Corot. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68

martedì 3 marzo 2026

Chaos Over Cosmos - The Hypercosmic Paradox

Ascolta "Chaos Over Cosmos" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Progressive Death
Li avevo conosciuti per sbaglio nel 2019, più per curiosità che per altro. Negli ultimi giorni mi sono visto recapitare il loro nuovo album, 'The Hypercosmic Paradox'. Si tratta del progetto solista del chitarrista e compositore polacco RafaÅ‚ Bowman, qui coadiuvato alla voce dal pachistano Taha Mohsin che rispondono al nome di Chaos Over Cosmos. Avevo etichettato la loro proposta come un prog melo death sci-fi, che faceva l'occhiolino agli svedesi Scar Symmetry. Oggi mi devo scostare un po' da quella definizione, visto che li associo maggiormente a sonorità tipicamente progressive, con lunghe fughe chitarristiche, tra tapping frenetici, scale alternate sparate a velocità assurde e un'abilità tecnica che cade in territori affini agli Obscura. Se la prima traccia, "Nostalgia for Something That Never Happened", è completamente strumentale e suona quasi come una dimostrazione della perizia tecnica del buon RafaÅ‚, ecco che la seconda "When the Void Laughs" vede l'inserimento delle growling vocals di Taha che tengono banco alla velocità ipersonica delle chitarre, al baluardo di un drumming, si programmato, ma comunque efficace, e all'inserimento di synth cosmici (soffermatevi a tal proposito al minuto 4.20) che regalano un certo dinamismo al brano, eliminando quella sensazione iniziale di pura esibizione tecnica del polistrumentista polacco. E cosi, il percepito durante l'ascolto del secondo pezzo, mi porta a pensare ai Ne Obliviscaris, pur mancando la componente di violino tipica degli australiani. Notevoli devo ammetterlo, anche se talvolta eccessivamente sbrodolanti, ma comunque la proposta potrebbe aprirsi a un pubblico più vasto. "Event Horizon Rebirth" riparte con il medesimo e ubriacante intreccio chitarristico, almeno fino a quando entra in scena il cantante. In tutta franchezza però, il fulcro del sound ruota attorno alle linee melodiche di RafaÅ‚, alla complessità dell'architettura ritmica imbastita e ultimo, ma certamente meno importante, ai funambolici solismi del musicista polacco, che regala un lunghissimo e superlativo assolo conclusivo. In un battibaleno, ci ritroviamo ad ascoltare "The Cosmo-Agony: Requiem", forse la traccia più ambiziosa del lotto, sicuramente la più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Anche qui si parte con le chitarre lanciate a velocità estreme, quasi a volerci stordire con quell'ipnotico refrain e quel massiccio carico di groove che s'irrobustisce strada facendo, di un drumming incessante, su cui troveranno posto i vocalizzi del frontman. Ma l'attitudine, l'abbiamo capito, è quella di imbrigliarvi in un tessuto sonoro fatto di riff ultra tecnici e melodici al tempo stesso, che avranno la capacità di proiettarvi nell'iperspazio, prima di quel morbido atterraggio in un pianeta di una galassia sconosciuta, affidato alla conclusiva e strumentale "The Fractal Mechanism". 'The Hypercosmic Paradox' alla fine, non è un ascolto semplice, certamente però potrà regalare forti emozioni legate alla scoperta di suoni e mondi a noi poco familiari. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 75

domenica 1 marzo 2026

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sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65