domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 1 agosto 2026

Leaves' Eyes – Song of Darkness

#PER CHI AMA: Symph/Gothic
Se avete presente la formula dei Leaves' Eyes, sapete già esattamente cosa aspettarvi prima ancora di far partire il dischetto. Con il nuovo EP, 'Song of Darkness', la creatura di Alexander Krull e soci, impacchetta l'ennesimo prodotto patinato, ruffiano e mestierante fino al midollo. Tutto è perfetto, tirato a lucido e suonato con una professionalità impeccabile che ammicca palesemente ai fan di Nightwish ed Epica. Ma dietro la facciata luccicante e orchestrale, c'è davvero poco altro se non la solita minestra riscaldata ad arte per fare numero nel catalogo. La produzione è pomposa, cinematografica e confezionata con il manuale del perfetto symphonic metal commerciale: il soprano di Elina Siirala fa il suo solito lavoro impeccabile sui registri alti, il growl burbero di Krull fa da contrappunto nei punti giusti, e sotto gira il classico muro di chitarre pompate dagli archi sintetici. La scaletta scivola via veloce sui soliti, collaudatissimi binari: si parte dalla title-track, costruita e indirizzata con il pilota automatico. Riff incalzanti, esplosioni orchestrali e un refrain ruffianissimo concepito a tavolino per piantarsi in testa al primo ascolto. "Hall of the Brave" offre la classica cavalcata, i cori possenti e i tastieroni maestosi per far felice il pubblico della prima ora, senza aggiungere un grammo di novità. "Until the Last Day" parte con una ritmica più serrata e sferzata priva di sbavature, dove il duetto "bella e la bestia" gioca la carta del già sentito in maniera quasi scolastica. "Roots Eternal" cerca il respiro solenne, tessendo trame sognanti ed evocative che valorizzano l'estensione di Elina, ma senza regalare reali brividi. Zero sorprese, zero rischi e un tasso di imprevedibilità pari a zero. 'Song of Darkness' è un'operazione di puro contorno: elegante, ultra-professionale e tirata a lucido per restare nella comfort zone. Un ascolto consigliato giusto ai completisti della band o a chi vuole la sua dose quotidiana di acuti sinfonici senza troppe pretese. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 70

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venerdì 31 luglio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

The Secrecy - Pins & Needles
Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds
The Eternal - Obscured Horizons

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Alain González Artola

Luna Pythonissam - Ausencia
Gravsapawn - Sword Hand Path
Angellore - Nocturnes

giovedì 30 luglio 2026

Oskaal - Drenched in Sin

#PER CHI AMA: Techno Death
'Drenched in Sin' segna il debutto discografico degli Oskaal, duo norvegese cresciuto tra le strade, non proprio caotiche, di Drammen. Con questo EP di sei tracce, la band scuote le fondamenta del proprio background per plasmare un lotto di canzoni brutale e viscerale. Il duo si muove con estrema disinvoltura su una sottile linea di confine che unisce la ferocia del death metal moderno, derive progressive, sfumature blackish e un groove devastante dalle tinte slam. L'ascolto si sviluppa come un blocco unico: una narrazione che non ammette pause, ma che sa perfettamente quando cambiare marcia. L'apertura è affidata a "Hymn", un pezzo che aggredisce subito l'ascoltatore con cambi di tempo fulminei e un growl cavernoso che definisce le coordinate del viaggio. A colpire fin da subito è il lavoro solista, davvero di primo livello. Con la successiva "Slaughter the Divine" le ritmiche si fanno ancora più schiaccianti; qui i tre assoli killer confermano una fluidità strutturale fatta apposta per scatenare il pogo in sede live. Sia chiaro: non siamo di fronte a nulla di miracolosamente originale, ma la qualità della proposta è indiscutibile. L'assalto frontale sembra arrestarsi con l'incipit dal vago sapore mediorientale di "Death", ma è solo un miraggio: il duo torna a pestare duro nel giro di pochi secondi. Un gran bel ricamo di chitarra apre invece "Refused", traccia dominata da una sezione ritmica chirurgica, dalle scudisciate dei blast-beat e dal growling possente del frontman, il tutto traghettato verso un finale al fulmicotone. Si passa poi a "Sin", il pezzo più lungo del lotto: un episodio più compassato che si affida a un rifferama solido e implacabile, anche se risulta forse il capitolo più prevedibile dell'EP. In chiusura, la monolitica "Necrosis" riassume l'intera palette espressiva del gruppo attraverso una violenza esecutiva opprimente. Un biglietto da visita decisamente interessante per tutti i cultori del brutal techno-death. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

martedì 28 luglio 2026

Dark Zodiac - Black Goddess

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: i Dark Zodiak non hanno alcuna intenzione di reinventare la ruota. Se cercate l'innovazione del secolo, avete decisamente sbagliato indirizzo. Ma se cercate una dose massiccia di violenza sonora, 'Black Goddess' è la mazzata sui denti che stavate aspettando. La solida realtà tedesca, guidata dalla carismatica e micidiale Simone Schwarz alla voce, torna con un nuovo lavoro autoprodotto che è un concentrato di pura devozione alla vecchia scuola thrash/death anni '80, pompato da una produzione moderna e mastodontica. Zero originalità, dunque, ma una discreta precisione chirurgica. L'album è un concept che ruota attorno alla figura della "Dea Nera", esplorando mitologie oscure, rivalsa spirituale e demoni interiori. Il motore immobile del disco è un guitar-work d'acciaio: riff granitici tipicamente thrash si fondono a rallentamenti pachidermici e una sufficiente sezione solistica, il tutto blindato da una sezione ritmica implacabile e dal growl cavernoso della Schwarz. La tracklist è una progressione micidiale concepita per non lasciare superstiti. Si parte con la title-track, un assalto frontale a base di doppia cassa incessante e riff quadrati che uniscono il thrash teutonico al death europeo più classico. Neanche il tempo di respirare e irrompe "Lost", che mantiene la tensione a livelli di guardia, con cambi di tempo repentini e un riffing serrato. È un lotto di pura aggressività che evoca schemi già sentiti cento volte, ma che funziona da Dio. A metà corsa, "Guardian of the Night" chiama clamorosamente in causa "Angel of Death" degli Slayer, per un pezzo che sembra strutturato appositamente per scatenare l'inferno nel moshpit. Da "Primal Force" mi sarei aspettato facesse onore al proprio titolo e invece no: inizio compassato, un'alternanza più o meno efficace con qualche scarica di energia primordiale e poco altro. Ci si avvia cosi stancamente alla fine con il sound grooveggiante di "Depth of Darkness", più mortifero e fangoso dei precedenti, prima di "Rising from the Ground", un altro pezzo che torna a fare il verso a Tom Araya e soci, che sicuramente lascia l'ascoltatore tramortito, ma che rimane privo di qualsiasivoglia briciolo di originalità. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77