giovedì 19 marzo 2026

Kerry Kaverga – Bestiae Somnium Noctis

#PER CHI AMA: Post Metal/Stoner
A volte il silenzio urla più forte di qualsiasi growl. Non serve un cantante per spiegare che il mondo stia letteralmente colando a picco, o che sotto la superficie di una città assolata come Alicante, si nascondano abissi che non vedono mai la luce. I Kerry Kaverga arrivano proprio da li, e con il loro debutto, 'Bestiae Somnium Noctis', hanno deciso di dar voce solo ai propri strumenti. Quarantaquattro minuti. Cinque tracce post metal per un viaggio strumentale che non ti prende per mano, ma ti spinge nel buio e ti sfida a trovare l'uscita. Nella proposta dei nostri si celano poi anche derive doom e stoner, ma quel suo retrogusto post-metal dilatato ricorda i momenti più ipnotici dei Neurosis o la pesantezza monolitica dei Bongripper. Non è musica da sottofondo: è un’esperienza che richiede tempo e soprattutto pazienza, visto che l'ascolto dell'opener, "Inexorabile Iter", potrebbe già anticipatamente portare a qualche sbadiglio di troppo per una certa ridondanza ritmica nel suo passo marziale che non ammette troppe deviazioni. Lo stesso dicasi dei quasi 13 minuti della successiva "Ritual", dove la struttura rituale dichiarata nel titolo, si traduce in una progressione lenta e ossessiva che uscirà dal suo pericoloso avvitamento su se stessa solo nel finale. "Circulus Clauditur" esordisce con toni più pacati e intimistici, tra un arpeggio e un leggero tocco di piatti, ma è palese che sia lì lì per esplodere, come un'eiaculazione liberatoria. Certo, quello che ne deriva dopo però, un blando sound stoner, è un po' come la classica sigaretta post-coitum, con un po' di noia che ti assale e il pensiero, ormai distante, dal sesso. Ecco quello che trovo non sia particolarmente brillante in quest'uscita, il fatto che il suono, che dapprima s'intrufola nelle orecchie, li alla fine non ci resti a lungo, e la voglia sia quella di skippare al brano successivo, "The Summon". La tribalità delle sue percussioni ci introduce al cuore del brano, qui un filo più post-rock oriented, ma il fatto che non ci sia una voce a condurre, forse ne penalizza l'esito finale, per quanto da metà in poi, il pezzo si confermi ben più vivace. In chiusura, ecco "Azathoth", un titolo che evoca la suprema caotica divinità lovecraftiana. Il suo caos si paleserà attraverso un più dritto ed efferato sound che ha tuttavia il difetto, di spaventare ben poco. Alla fine, il lavoro dei nostri è un disco ancora troppo in fase embrionale con idee troppo poco accativanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 58

mercoledì 18 marzo 2026

Georgeanne Kalweit - Tiny Space

#PER CHI AMA: Psych Folk Pop
'Tiny Space' è il primo album a nome proprio della cantante e pittrice statunitense Georgeanne Kalweit, che nel bel paese è ricordata peraltro come la voce dei Delta V. Oltre ad aver collaborato in altre molteplici collaborazioni, la cantautrice s'immerge in un ambiente sonoro dai toni moderati e intimistici, con una leggera e progressiva contaminazione proveniente dalla psichedelia e dall'elettronica, esponendo anche un certo amore per il pop a tinte alternative folk, ottenendo così degli apprezzabili risultati. Da destra a sinistra possiamo notare influenze e circostanze musicali condivise con alcuni autori tra cui P. J. Harvey, e un tratto marcato e ad ampio respiro internazionale, rivolto al pop di classe alla K. D. Lang, uniti ad una buona ricerca sonora che rimanda all'ipnotica e leggendaria psichedelia di fine anni '60, quella di "Sunday Morning" dei Velvet Underground, per intenderci, come accade nel brano di apertura "Tiny Space", dove è impossibile negarne l'evidenza. Anche nell' intro di "Heavenly Thoughts", la mente corre al ricordo di quegli anni, con una interpretazione vocale che non verrà disprezzata dagli estimatori della Nico più noir. Stilisticamente, si possono vedere anche le influenze intrinseche nel background della Kalweit, di certo un sound più lounge, anche se mi piace accostarla nei momenti più intimistici del disco, alla voce delle ultime uscite di Tanita Tikaram ("Egoverse"), che per il sottoscritto rimane un'artista molto sottovalutata. Altra cosa stilistica che si fa notare in quest'album, è il suo essere meravigliosamente ricoperto da una fragile nostalgia mattutina, anche nelle parti più allegre, vedi la splendida "Crystal Clear", che unisce quel sentore di musica sofisticata, contemporanea, che fa dilatare le pupille e che possiamo trovare nei lavori solisti di Bjorn Riis (Airbag), l'altra è che contiene tanta malinconia latente, che mi ha fatto correre con la mente al gioiellino pop datato 1985, che pochi ricorderanno, del gruppo britannico Everything But the Girl, dal titolo 'Love Not Money'. Il progredire del disco si sposta nelle ultime due tracce, "International Intrigue Time Zone" e "Bullet Holes", verso orizzonti divisi tra elettronica minimale, ambient sperimentale e synth wave che divergono ma non contrastano con il resto dell'opera e lasciano intravedere nuovi orizzonti artistici per la cantante statunitense. Alla fine, 'Tiny Space', risulta un ottimo lavoro che si fa apprezzare da varie angolature e che riporta le bandiere del pop rock e del folk contaminato ad un livello di qualità molto alto. È un album da ascoltare attentamente, perché i dettagli fanno la differenza. Una voce profonda ed entusiasmante, pop intelligente e psichedelico rock d'autore, le chitarre cristalline e una moderna, soffice, elettronica sperimentale. A voi tutti, un buon ascolto. (Bob Stoner)

(Nos Records - 2026)
Voto: 70

martedì 17 marzo 2026

Raging Void – Degenerator

#PER CHI AMA: Death/Thrash
A volte, il nome di una band è già metà del discorso. I Raging Void arrivano da Krems con un biglietto da visita che non lascia spazio a troppi malintesi: un vuoto rabbioso. Non è la solita posa nichilista da manuale; è più la sensazione di chi guarda il mondo andare a rotoli e decide che l’unico modo onesto per commentare lo sfacelo, sia alzare il volume degli amplificatori fino a far tremare i muri. Niente parti atmosferiche, niente orchestrazioni, nessuna pretesa di scalare le classifiche. Solo un manipolo di uomini che pestano duro su chitarra, basso e batteria. Il loro EP di debutto, 'Degenerator', è un assalto death/thrash che sa di officina, di sudore e di quella polvere che si accumula nei club underground dove la birra costa poco e la musica picchia forte. Quattro pezzi autoprodotti, dotati di un sound aspro e diretto, con le chitarre thrash ronzanti come nei vecchi anni '80, nel solco di vecchi classiconi come Sodom, Destruction e Kreator. Le prime due tracce, "Blinded Knight" e la title track sono due schiaffoni sul muso, mentre "Raging Void" parte più mid-tempo oriented per poi accelerare con improvvisi inserti death più brutali, con anche la voce che passa da un approccio urlato a più growl. La conclusiva "Black Absolute" porta in sé il significato del titolo, il nero assoluto. Cinque minuti di sonorità più oscure, con spazio per variazioni dinamiche che vanno oltre la semplice aggressione continua. Alla fine però non aspettatevi miracoli o rivoluzioni stilistiche. È musica che non chiede di riflettere troppo, ma di sentire. Sentire il peso, la spinta e quel vuoto che, per una volta, non è silenzioso, ma fa un gran baccano. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65

lunedì 16 marzo 2026

Blackbraid - Nocturnal Womb

Ascolta "Blackbraid_Nocturnal Womb" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Se amate il black metal che sa di muschio e spiriti ancestrali, questo EP non è un'opzione, diventa quasi un testamento. Stiamo parlando dei Blackbraid, che bene han fatto parlare di loro begli ultimi anni e che ritornano con un nuovo EP, 'Nocturnal Womb'. Il progetto solista di Sgah'gahsowáh propone tre tracce per venti minuti di musica: due nuovi inni feroci più una versione acustica strumentale di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil" (song inclusa nel loro primo capitolo), in edizione in vinile 10" in due differenti colori. La proposta del mastermind nativo americano è il classico, dirompente e affannato attacco post black che arriva dalle profondità selvagge dei Monti Adirondack e si palesa con chitarre in tremolo picking, affilate come il vento glaciale che taglia la faccia tra gli alberi, con un senso di natura che non accoglie ma osserva con indifferenza, quasi con ostilità. È cosi che ci investe "Nocturnal Womb", la traccia d'apertura, con una tensione che va lentamente salendo fino a un cataclisma di blast beat, per finire poi in un maestoso finale evocante i Bathory più epici. In "Celestial Bloodlust", il factotum statunitense colpisce con furia devastante, diretta e senza troppi compromessi. A chiudere, ecco la chitarra acustica di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil", in una versione totalmente trasformata dall'originale, che vede un inno feroce trasmutato in una preghiera solitaria dalle forti tinte folk che verosimilmente richiama le radici animiste del progetto. Alla fine 'Nocturnal Womb' non è un riempitivo, ma un rito di venti minuti che profuma di terra bagnata, sangue antico e legna arsa. (Francesco Scarci)

(Wolf Mountain Productions - 2026)
Voto: 72

sabato 14 marzo 2026

Acid Blast – Doomsday

#PER CHI AMA: Thrash/Crossover
A volte la musica non arriva dai luoghi più scontati della Terra, ed è proprio quello il suo bello. Arriva da dove la terra scotta, da angoli di mondo come Pereira, in Colombia, dove il rumore non è un esercizio di stile, ma una necessità biologica. È lì che sono nati gli Acid Blast nel 2024, e ascoltare il loro EP d’esordio, 'Doomsday', all'insegna del thrash metal, è un po’ come prendere un pugno in faccia mentre cercavi di goderti il panorama: doloroso. C’è qualcosa tuttavia di profondamente onesto in questo lavoro. Non c'è trucco, non c'è inganno e nemmeno quella perfezione digitale che oggi rende tutto abbastanza artificioso. Le chitarre di Robin Martínez e Juan Ruiz grattano infatti come carta vetrata, il basso di Sebastian Marin rimbomba nello stomaco alla maniera dei vecchi Over Kill, mentre la batteria di Michael Tabares corre a testa bassa, senza mai voltarsi indietro. E poi c’è la voce di David Arango: stridula, sporca, autentica. È la voce di chi ha qualcosa da dire e sa che il tempo a disposizione è assai poco e visti i testi sembra qualcosa anche di scomodo. Le influenze poi, pescano a piene mani dai Sacred Reich, i già citati Over Kill, gli Anthrax e i Nuclear Assault, con i quattro brani che si dipanano tra ritmiche furiose e assoli incisivi, eco proprio di quegli anni in cui il genere è nato. "Doomsday", "Economic Hitman", "State Terror" e "Big Pharma" corrono forti e furiose tra liriche di una certa portanza politica, accelerazioni e deflagrazioni violente, in un mix di energico thrash/crossover che non ambisce a chissà quali palcoscenici, perchè vuole rimanere autentico. E forse la forza del quintetto colombiano sta proprio qui: non aver inventato la ruota certo, ma essersi iscritti a una tradizione gloriosa, quella colombiana dei Masacre, con l'umiltà e la sfrontatezza di chi non ha paura di nessuno. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 66

mercoledì 11 marzo 2026

Hegeroth - Soaked in Rot

#PER CHI AMA: Black/Death
C'è un tipo di marciume che non ha nulla a che fare con la sporcizia fisica. È quel senso di decomposizione morale, di pensiero masticato e sputato, che si respira quando le istituzioni e i dogmi diventano troppo pesanti per lasciarci camminare lungo la rettitudine. Gli Hegeroth, band originaria di Katowice, masticano questa materia oramai da 16 anni, e con 'Soaked in Rot' sembrano aver deciso che non è più il momento di sussurrare tra le ombre del symphonic black metal degli esordi. Ora preferiscono urlare. Il nuovo album del duo polacco è un blocco di metallo puro: produzione secca, quasi scarnificata con le chitarre che tagliano l'aria come rasoi e la batteria tiene il tempo quasi con ritmo militaresco. Non troverete troppi artifizi tipici di certe produzioni atmosferiche, qui tutto è sotto una luce cruda, impietosa, violenta. Brani come "You May Call Me A Witch" o "The Act of Lust" non sono solo canzoni, sono dichiarazioni d'intento. Ci potrete trovare certo, influenze derivanti dagli Emperor, ma sporcate da un'urgenza blackened death che evoca anche Behemoth e Morbid Angel, cosa che avevo già sottolineato nella precedente recensione. Quando Chors (il nuovo vocalist proveniente dagli Eclipse) urla, non sta solo seguendo una metrica, sembra stia vomitando fuori l'ipocrisia di un mondo che chiama santo ciò che è solo un macello. "BÅ‚ogosÅ‚awieni Åšlepi" è un esempio di come gli Hegeroth possano pescare anche da altre realtà musicali per innescare il loro sound belligerante: tra echi alla Master's Hammer, dissonanze alla Deathspell Omega o martellanti ritmiche di basso e batteria alla Altar of Plagues, i nostri non fanno sconti a nessuno. E il disco continua a muoversi lungo binari similari, dove la concessione alla melodia non rappresenta certo uno dei punti di forza della band: sarà inevitabile sbattere il muso contro il cingolato sonoro espresso dalle chitarre in "The Nails" o respirare la furiosa epicità del tremolo picking di "Hypocrisy Demands Blood". Ogni brano è un racconto a sé, in cui il mondo diventa un luogo di putrefazione in cui la ribellione contro il “santo macello” ("ÅšwiÄ™te Szlachtowanie") diventa un semplice atto catartico. Più tecnica invece "The Degrees" mentre "The Swing", ha quel ruolo di concedere la classica pausa prima del gran finale affidato alla più riflessiva, per cosi dire, "Gdybym IstniaÅ‚". Chiaro, se cercate la rivoluzione copernicana del black metal, forse dovete guardare altrove, perché qui non troverete innovazione, modernità o quant'altro, semmai un disco feroce, onesto, senza troppi fronzoli, spinto da quella necessità insomma, di ripulirsi dal fango del mondo per immergersi in un marciume per lo meno più sincero. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 69

Dusk - Bunker

Ascolta "Dusk_Bunker" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Industrial
C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che il freddo più siderale, quello che ti entra nelle ossa e ti toglie il respiro, non arrivi dalle foreste innevate della Scandinavia, ma dai sobborghi di San José, in Costa Rica. I Dusk sono un’anomalia geografica, l'avevamo già scritto, ma dopo dieci anni di ricerca sonora, con 'Bunker' smettono di essere un esperimento per diventare una certezza, quella che avevo appreso di recente, con la recensione di 'Repoka'. E lo fanno con un sesto album che non chiede permesso a nessuno (in un periodo come questo poi, chi lo fa?), si limita a esistere, denso e inamovibile come una colata di cemento armato. Ascoltare questo disco si rivelerà un’esperienza psico-fisica di un certo livello, ve lo garantisco. Non sono canzoni quelle qui contenute, sono stadi di una discesa verso gli abissi della propria anima. La scelta di chiamare i brani semplicemente "Bunker I-VI" poi, toglie immediatamente ogni distrazione narrativa; non ci sono titoli evocativi a cui aggrapparsi, c’è solo la progressione numerica di chi si chiude dentro e tira il chiavistello. È un album di trenta minuti scarsi, ma sembrano ore passate sotto terra, dove l’elettronica non è un abbellimento, ma l’ossatura stessa di un mostro meccanico. Le chitarre e i blast beat ci sono, certo, ma restano spesso intrappolati sotto strati di synth che ricordano le visioni distopiche di Perturbator o il caos ragionato dei Blut Aus Nord. La voce? Non aspettatevi il classico vocalist che vi urla in faccia. Qui lo screaming è un eco lontano, un graffio sulle pareti del rifugio, un suono tra mille suoni. È come se la band volesse ricordarci che in un mondo post-apocalittico, l'individuo scompare: resta solo l'ambiente, l'atmosfera e il rumore della sopravvivenza. E poi c’è il gran finale. Reinterpretare "Dunkelheit" di Burzum è una mossa coraggiosa, se non fosse che i Dusk la rendono necessaria. Prendono un inno bucolico e meditativo e lo trascinano in fabbrica, lo sporcano di olio industriale e lo passano sotto una pressa idraulica. È il cerchio che si chiude. E restituisce una musica per chi ha bisogno di isolarsi o per chi cerca uno spazio vuoto dentro il rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto. 74

martedì 10 marzo 2026

Cadavrul – Necrotic Savagery

#PER CHI AMA: Death Old School
Sembra che si siano persi per strada i rumeni Cadavrul visto che il precedente e unico album, 'Enter the Morgue', risaliva addirittura al 2013. Forti ora del supporto dell'etichetta Loud Rage Music, il quartetto di Costanza torna con il proprio death metal old school, ben radicato come sonorità, nei primi anni '90. Quindi è già chiaro cosa c'è da aspettarsi da questo lavoro: dieci pezzi morbosi di death nudo e crudo che dall'intro iniziale alla conclusiva "Fuck Fashion", vi segherà in due con un suono brutale, privo peraltro di qualunque orpello estetico o melodico, fatto salvo per qualche assolo interessante. Poi non c'è molto altro da dire: se siete amanti dello stile secco e ferale alla Cannibal Corpse, con growling vocals al limite del catacombale, rallentamenti doomeggianti ("Circle Pit (B.Y.H.)" o "Marș Funebru"), e violente liriche necrofagiche (d'altro canto, l'artwork è piuttosto esplicito), beh il lavoro potrebbe fare al caso vostro. Non certo al mio, devo ammetterlo. Questi suoni li ascoltavo trent'anni fa quando mi avvicinai ai primi Carcass, ai Vader (ma quest'ultimi sono già decisamente più melodici) o ai già citati Cannibal Corpse; quindi se proprio volessi riprendere in mano il genere, beh andrei ad ascoltarmi gli originali e lascerei da parte tutte queste band che popolano inutilmente l'underground con suoni troppo scontati. Se potessi invece salvare un brano, ecco che la mia scelta cadrebbe su "Fuck Fashion", peraltro bonus track del disco, per quel suo zozzo death'n'roll psicotico e malato. Per il resto, non c'è nulla di cosi interessante per cui dedicare l'ascolto a questi Cadavrul. (Francesco Scarci)

(Loud Rage Music - 2026)
Voto: 50