lunedì 4 maggio 2026

Vargrav - Dimension: Daemonium

#PER CHI AMA: Symph Black
Il buio non è solo assenza di luce. È una presenza densa, una stanza che si restringe intorno a te finché non senti il battito del cuore di qualcun altro. E quando ascolti i finlandesi Vargrav, hai questa strana percezione appiccicata addosso. Dimenticati i tempi delle foreste innevate e dei castelli assediati dell’epica high-fantasy dei dischi precedenti, il duo finlandese ha deciso di alzare lo sguardo. E ciò che ha visto lassù, tra galassie che sanguinano e cancelli dimensionali, non è rassicurante. 'Dimension: Daemonium' è il portale per un nuovo mondo, che si fa portavoce di un black sinfonico che, già durante l'ascolto di "Ablaze upon the Nocturnal Realms", è in grado di evocare un sound che combina i maestri del symph black, i Limbonic Art, e quelli dell'avantgarde, i Ved Buense Ende, diventando quindi essi stessi un nuovo punto di riferimento. V-KhaoZ e il leggendario Werwolf (ex Horna e Sargeist) hanno partorito un’opera che ha il coraggio di essere imponente. Le tastiere dominano tutto, non come un semplice tappeto sonoro, ma come una cattedrale costruita dentro una grotta umida. Se chiudete gli occhi durante l'ipnotica "Moonfrost Storms", sentire l’eco dei Dimmu Borgir di 'Enthrone Darkness Triumphant', ma con una sporcizia e una cattiveria che solo la scuola finlandese sa mantenere intatta, complice anche un Werwolf alla voce, che passa dal ringhio ortodosso a una sorta di parlato quasi febbrile, un sermone declamato da un pulpito che fluttua nel vuoto cosmico. E mentre i brani scorrono, pezzi come "Dragons of Nightmare", "The Gates of My Dimension" e "Starlight Chalice", ci ricordano come il cosmo sia un posto gelido, dove le stelle non illuminano, ma bruciano la pelle. Alla fine, "Unveil the Enslavement of Lunar Prophecies" è la ciliegina sulla torta di un lavoro denso, a tratti anche faticoso che, per chi non è abituato a queste profondità cosmiche, rischia di essere risucchiato in una dimensione dove la ragione smette di funzionare. Se portate ancora nel cuore i dischi che hanno cambiato il vostro modo di vedere il metallo nero trent'anni fa, fermatevi qui. Sedetevi. E lasciate che i demoni inizino a danzare sulle vostre teste. (Francesco Scarci)

(Werewolf Records - 2026)
Voto: 74

sabato 2 maggio 2026

Galibot – Catabase

Ascolta "Galibot - Catabase" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Non più di due mesi fa, su queste stesse pagine, mi ritrovavo a scavare tra i solchi di 'Euch’Mau Noir Bis', convinto di averne esaurito il fiato e la polvere. Eppure, in un giro di tempo così stretto da sembrare un’accelerazione del destino, i Galibot sono tornati. Non è fretta, la loro; è l'urgenza di chi ha ancora troppo nei polmoni per riuscire a stare zitto. Con 'Catabase', il quintetto del Nord della Francia non si limita a bissare il debutto, ma decide di portarci esattamente lì dove il titolo suggerisce: giù, in un rito di discesa verso l'oscurità. Qui, l'aria ha l'odore ferroso delle miniere di Lens, il silenzio pesante delle fonderie dismesse tra Hénin-Beaumont e quella dignità stanca dei galibot, i ragazzi che un tempo spingevano i carrelli nel cuore della terra. Qui, il suono ha smesso di essere una parete di fumo per diventare un’architettura di nervi e metallo. Le chitarre hanno una qualità melodica che sa di scuola svedese, penso ai Dissection ad esempio, ma è una melodia che non consola, bensì graffia. E poi c’è la voce di Diffamie, che avevo già precedentemente accostato alla nostra Cadaveria ai tempi dei primi Opera IX. Quando affiora il suo cantato pulito, come nel manifesto sonoro della sbilenca "Pénitent", di "Jeanlin" o ancora, della convincente e conclusiva "Mesektet", non senti un artificio tecnico, ma una ferita che si apre. Un grido che entra in un tunnel dove l'aria è finita da un pezzo, una cucitura emotiva che tiene insieme la rabbia cieca del post black e una vena malinconia più nuda. Il concept minerario non è un fondale di cartapesta. È un'identità. Cantare in francese, con quella densità che sembra uscita da un manoscritto di Zola smarrito tra le gallerie, è una scelta ricercata. 'Catabase' ci racconta come la modernità industriale sia stata costruita sul sacrificio di corpi che il sole non l'hanno visto mai, e lo fa senza retorica, con la forza di chi sa che il carbone, in fondo, non è altro che tempo compresso sotto un peso insopportabile. Mentre scorrono le tumultuose rasoiate inferte da brani come "Bleu Noir Rouge", la corrosiva "Voreux" o la veemente "Terril", mi rendo conto come questo disco alla fine parli di noi, della nostra incapacità di imparare dal passato e della bellezza che riusciamo a trovare solo quando abbiamo toccato il fondo del barile. I Galibot diciamocelo, non hanno un sound cosi originale da lasciarci senza fiato, ma ci insegnano tuttavia che scendere non significa perdersi, ma forse smettere di fingere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

venerdì 1 maggio 2026

The Oneiric Tide - Endlings

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Stoner
C’è qualcosa di ironico, per non dire estremamente cinico, in una band il cui titolo del disco è 'Endlings', visto il momento storico che stiamo vivendo. Se non lo sapete, un "endling" è l’ultimo esemplare di una specie (verosimilmente la nostra), che si configura in quell’unico individuo rimasto a fissare il vuoto, consapevole che dopo di lui, non rimarrà nessuno a ricordare nemmeno come si faceva a respirare. Questo è il concetto che il quartetto, originario di Bisceglie, va a condensare in quello che credo sia il loro debut: preparatevi quindi a un bel pugno nello stomaco, fatto di una miscela di stoner, post hardcore e post metal, che sa di polvere, fumo e verità, di quelle scomode che preferiresti non sentire. La loro musica è un corpo vivo, niente suoni di plastica o produzioni leccate; qui il suono è ruvido, organico, con un basso che batte nelle costole come un cuore affaticato e chitarre che sanno esattamente quando affondare i denti e quando lasciarti lì, nudo, col tuo respiro. L'album, dopo una breve intro, attacca con "The Scent", e senti subito che l’aria si fa pesante e non solo per il growling del vocalist incombente, ma per quell'atmosfera asfissiante che circonda un suono che in realtà sarebbe sorretto da tinte progressive. Ma in quella tensione che incendia l'aria, si nasconde la metafora della guerra che, siamo onesti, non è proprio così lontana come ci piace raccontarci. Ma attenzione, questo non è un disco politico da quattro soldi, è un disco profondamente umano. Se pezzi come la tonante "Fight Back (The Pike)" e "Shell Shock" ci trascinano nel fango delle trincee a colpi di riff tesissimi che non chiedono certo il permesso, "Nexus" è invece quella mano tesa che ti aiuta a rialzarti, grazie a melodie vocali un po' più ruffiane (nella sola componente pulita, attenzione, visti poi i grugniti in seconda battuta), accompagnate da un'architettura sonora che strizza l'occhiolino al post-hardcore. Sia chiaro, non siamo davanti a chissà quale album, le imperfezioni e le derive soniche presenti sono talvolta un filino scontate. Nel frattempo, arriviamo alla title track e il cerchio sembra chiudersi, e stringere alla gola. C’è tutto dentro: la fretta di chi sente il tempo sgocciolare via e la malinconia di chi ha capito che, nonostante tutto, non abbiamo imparato un accidente dai nostri errori. È un urlo verso il passato e un monito per quello che verrà. Il tutto in una modalità post-qualcosa, all'insegna di atmosfere soffuse e tiepide chitarre in tremolo, che mi hanno evocato un che dei miei amici Sunpocrisy, soprattutto nel roboante crescendo del finale. E infine, arriva "Holotype", la chiusura. Breve, definitiva. L'ultimo battito, l'ultimo silenzio, quello che fa molto più rumore di un’esplosione. Specie se ti rendi conto che l'ultima voce rimasta è la tua. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

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giovedì 30 aprile 2026

Witchtrap - Witching Black

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Black
Mamma li turchi Witchtrap e il loro unico disco 'Witching Black'! Si comincia con una gradevole intro orientaleggiante ("Convent of Misery I"), che si va ad allacciare direttamente al sensazionale muro di chitarre di "Asura". Il suono è, secondo me, quello tipico della scena metal turca. L'avevo già notato sul debut album dei Cenotaph, 'Voluptously Minced'. Segnalo poi alcuni riff thrash che mi ricordano l'epoca di Venom e Bathory ma quel suo gusto orientale dona un fascino speciale a questa canzone. "Witchcraft" è più sul genere Goatlord nel loro album 'Reflections of the Solstice', solo con delle vocals black molto più aggressive. "Dreams from Hell" presenta alcuni riff a metà strada fra i vecchi mid-tempo heavy thrash e ancora i Venom; questa canzone però è anche lenta e malinconica, molto heavy metal inspired con vocals lamentose, mi ha ricordato addirittura certe band dell'America meridionale, tipo Songe d'Enfer, ma senza tastiere, o Miasthenia. 'Witching black' è nello stile dei primi Sodom. "Dark Desire" è un pezzo da headbanging sfrenato. "Witchtrap" è una canzone lenta con riff martellanti in puro stile Sodom. Il solo punto debole è il suono della batteria, che è un po' strano, specie in "The Return of the Primewitch". Davvero una sorprendente, peccato solo se ne siano perse le tracce.

(Hammer Müzik - 2002)
Voto: 68

mercoledì 29 aprile 2026

Destruction - All Hell Breaks Loose

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Thrash Metal
Tra le band thrash tedesche che negli anni ottanta cambiarono in qualche modo volto al metal europeo, che stava per essere travolto su tutta la linea da quello americano con gruppi incredibili come Anthrax, Metallica, Exodus, Dark Angel, ci sono senza alcun dubbio i Destruction. In Europa non erano molte le band che suonavano a livelli mondiali questo genere, ma Destruction, Kreator e Sodom erano sufficientemente devastanti per contrastare quasi alla pari i colossi americani. Se i Kreator hanno, a un certo punto, deposto le armi (per poi riprendersi con gli ultimi lavori piuttosto energici), i Destruction, di resa non ne hanno mai voluto sentir parlare, e hanno continuato, anche in questo datato 'All Hell Breaks Loose' con l'uso di chitarre distorte e veloci, confermando a tutti gli effetti che il thrash metal aveva ancora molto da dire. E avvalendosi poi di una produzione migliore rispetto a quella di un tempo, i teutonici, dal lato musicale, non hanno modificato il proprio credo e il risultato, seppur non eccellente, è sempre stato comunque di notevole e ben misurata fattura. La voce di Schmier poi è migliorata nel tempo, dando l'impressione che il cantato sia addirittura più melodico e meno aggressivo. Gli anni trascorrono e qualcosa doveva pur cambiare per rimanere comunque cazzuti ma senza ripetere le stesse cose già fatte in passato. Il tema dei testi, quello non è cambiato: titoli come "Butcher Strikes Again" e "Total Desaster 2000" sono la conferma di un'incredibile coerenza germanica.

(Nuclear Blast/M-Theory Audio - 2000/2025)
Voto: 70

martedì 28 aprile 2026

Reinfection - They Die for Nothing

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Grind/Death
Rieccoci all'obitorio. Il grugnito atroce di un antropofago duetta con una voce isterica al vetriolo. Rammentate l'accoppiata Kevin Sharp - Danny Lilker in 'Extreme Conditions...'? L'ombra degli indimenticabili Brutal Truth si allunga su tutte le canzoni del cd di questa band polacca, all'esordio con questo 'They Die for Nothing'. Per intenderci: musicalmente siamo a metà strada fra il death e il grind più schizzato. I testi invece sono di stretta osservanza brutal. Basterà citare un paio di titoli, "A Morgue Filled with Rotting Corpses" e "An Institute of Bloody Anatomy", per immaginarne i contenuti. Sorge spontaneo a questo punto un interrogativo: se troppi gruppi propongono le stesse formule, non c'è il rischio che il mercato si saturi di prodotti pressoché indistinguibili gli uni dagli altri, molti dei quali fatalmente destinati a rimanere invenduti? È da sempre cosi e poi, ammettiamolo, il brutal death da un bel po' ha un disperato bisogno di nuova linfa, di un originale apporto creativo che lo preservi dall'inaridimento. Tornando a 'They Die for Nothing', va detto che si tratta di un album violentissimo, soffocante e ben registrato. Non dà un attimo di respiro, e scombinerà non poche delle vostre sinapsi. Peccato che le sue dieci canzoni si assomiglino un po' tutte.

(Ablated Records/Deformeathing Production - 1999/2018)
Voto: 66

lunedì 27 aprile 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Splendidula - Absentia
Ultha - A Light So Dim
Green Carnation - A Dark Poem, Part II: Sanguis

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Alain González Artola

Astral Valley - Midnight Sun
Bloedmaan - Vampyric War in Blood
Déhà - Ashes as Rain II

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Death8699

Dark Tranquillity - The Gallery
Ophthalamia - Dominion
The Pat Catalano Project - Paper Crowns