mercoledì 4 marzo 2026

Mossystone - S/t

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Non è passato nemmeno un mese dalla mia recensione dei Trimarkisia e lo stesso mastermind di quest'ultimi, Wilhelm Osoba, mi ha inviato l'esordio del suo nuovo progetto solista, i Mossystone, freschi di un EP omonimo. Il suono del polistrumentista dell'Occitania francese, è fedele all'estetica del black atmosferico più oscuro e si capisce sin dall'iniziale "Unfulfilled Desire", e questo probabilmente spiega anche il motivo per cui abbia voluto dare un altro nome alla sua creatura. La proposta infatti è decisamente più veloce rispetto a quella dei Trimarkisia, meno contaminata da reminiscenze di "katatonica" memoria, ma non per questo, meno interessante. Accanto alle ritmiche furibonde, sorrette da una batteria d'assalto, c'è da sottolineare la presenza di synth sinistri in lontananza che imbastiscono una di quelle atmosfere da casa infestata, mentre le vocals abbracciano il tipico screaming del black metal. "The Passenger" è solo all'apparenza meno impetuosa dell'opening track, forse perchè il martellamento ritmico è mitigato dal tremolo picking alla chitarra e laddove la malinconica melodia nella seconda metà del brano, diventa decisamente preponderante. L'ultima song, "Silence of the Void", chiude con otto minuti e mezzo di suoni che partono più compassati, melodici, affabili, che vanno lentamente dilatandosi verso qualcosa di più etereo, quasi blackgaze, prima di ritrovare dopo 140 secondi, il dinamismo delle due precedenti tracce, tra scorribande ritmiche, un tono più oscuro e selvaggio, che comunque non rinuncia a porzioni atmosferiche, come quella in acustico verso il sesto minuto del brano, che porterà a un finale che si spegne senza annunciarsi, con la nebbia a diradarsi verso un barlume di luce. Un altro buon lavoro per Monsieur Osoba, peraltro forte dii un artwork di copertina che riproduce un bellissimo dipinto ("Solitude") del pittore ottocentesco francese Jean-Baptiste Camille Corot. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68

martedì 3 marzo 2026

Chaos Over Cosmos - The Hypercosmic Paradox

Ascolta "Chaos Over Cosmos" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Progressive Death
Li avevo conosciuti per sbaglio nel 2019, più per curiosità che per altro. Negli ultimi giorni mi sono visto recapitare il loro nuovo album, 'The Hypercosmic Paradox'. Si tratta del progetto solista del chitarrista e compositore polacco Rafał Bowman, qui coadiuvato alla voce dal pachistano Taha Mohsin che rispondono al nome di Chaos Over Cosmos. Avevo etichettato la loro proposta come un prog melo death sci-fi, che faceva l'occhiolino agli svedesi Scar Symmetry. Oggi mi devo scostare un po' da quella definizione, visto che li associo maggiormente a sonorità tipicamente progressive, con lunghe fughe chitarristiche, tra tapping frenetici, scale alternate sparate a velocità assurde e un'abilità tecnica che cade in territori affini agli Obscura. Se la prima traccia, "Nostalgia for Something That Never Happened", è completamente strumentale e suona quasi come una dimostrazione della perizia tecnica del buon Rafał, ecco che la seconda "When the Void Laughs" vede l'inserimento delle growling vocals di Taha che tengono banco alla velocità ipersonica delle chitarre, al baluardo di un drumming, si programmato, ma comunque efficace, e all'inserimento di synth cosmici (soffermatevi a tal proposito al minuto 4.20) che regalano un certo dinamismo al brano, eliminando quella sensazione iniziale di pura esibizione tecnica del polistrumentista polacco. E cosi, il percepito durante l'ascolto del secondo pezzo, mi porta a pensare ai Ne Obliviscaris, pur mancando la componente di violino tipica degli australiani. Notevoli devo ammetterlo, anche se talvolta eccessivamente sbrodolanti, ma comunque la proposta potrebbe aprirsi a un pubblico più vasto. "Event Horizon Rebirth" riparte con il medesimo e ubriacante intreccio chitarristico, almeno fino a quando entra in scena il cantante. In tutta franchezza però, il fulcro del sound ruota attorno alle linee melodiche di Rafał, alla complessità dell'architettura ritmica imbastita e ultimo, ma certamente meno importante, ai funambolici solismi del musicista polacco, che regala un lunghissimo e superlativo assolo conclusivo. In un battibaleno, ci ritroviamo ad ascoltare "The Cosmo-Agony: Requiem", forse la traccia più ambiziosa del lotto, sicuramente la più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Anche qui si parte con le chitarre lanciate a velocità estreme, quasi a volerci stordire con quell'ipnotico refrain e quel massiccio carico di groove che s'irrobustisce strada facendo, di un drumming incessante, su cui troveranno posto i vocalizzi del frontman. Ma l'attitudine, l'abbiamo capito, è quella di imbrigliarvi in un tessuto sonoro fatto di riff ultra tecnici e melodici al tempo stesso, che avranno la capacità di proiettarvi nell'iperspazio, prima di quel morbido atterraggio in un pianeta di una galassia sconosciuta, affidato alla conclusiva e strumentale "The Fractal Mechanism". 'The Hypercosmic Paradox' alla fine, non è un ascolto semplice, certamente però potrà regalare forti emozioni legate alla scoperta di suoni e mondi a noi poco familiari. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 75

domenica 1 marzo 2026

Are you ready to dive into the depths of music and share your passion with the world? The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


---------------------------------------------

Sei interessato a scrivere recensioni, e far parte dello staff del Pozzo dei Dannati?

sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65

giovedì 26 febbraio 2026

Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture - Slambiteration

#PER CHI AMA: Deathcore/Slam Death
Facile ricordare un nome cosi chilometrico, no? Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture, che noi abbrevieremo subito a GORT, è una one man band belga, guidata da Robbie Smeyers, votata a un brutal death slam con forti venature deathcore. 'Slambiteration' è il loro EP del 2025, fatto uscire poco dopo il debutto su lunga distanza, 'The Coomer Chronicles'. Quattro nuovi pezzi quindi a prenderci clamorosamente a scudisciate sul volto. Non aspettatevi ritmi vertiginosi però, almeno non con l'iniziale "Bludgeoned with IKEA Furniture" il suo black humor e le sue chitarre ultra compresse, perfette per far esplodere i palm-mute sugli impianti tamarri da auto, grazie anche a un basso ribassato, una drum machine da urlo, breakdown ignoranti e vocals che si muovono tra il growl animalesco, pig squeal e urlacci vari, con un'estetica che guarda agli statunitensi Chelsea Grin. Si prosegue con lo slam super grooveggiante di "Silverback Slamdown" che spinge, al pari della successiva "Clubcard Decapitation", sul lato beatdown, con pattern a tratti quasi hip-hop, sotto strati ritmici distorsivi allucinanti e disturbanti, e poi quelle vocals da "porco" che rendono il tutto ancora più assurdo. A chiudere il disco ci pensa "Slambliterated Beyond Belief" che si muove tra stop'n go, breakdown tonanti che andranno a sincronizzarsi come un unico colpo fatto esplodere in gola. Devastanti. (Francesco Scarci)

(Skullcracker BE - 2025)
Voto: 67

mercoledì 25 febbraio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

The Ruins of Beverast – Tempelschlaf
Abstract Illusion - The Sleeping City
De l'Abîme Naît l'Aube - Rituel: Initiation

---
Alain González Artola

One of Nine - Dawn Of The Iron Shadow
Rå - Rå
Bianca - Bianca

---
Death8699

Abigor - Totschläger, a Saintslayer's Songbook
Be'lakor - Coherence
Ghoul - We Came for the Dead!!

Kowloon - Let's Sing! Let's Move Forward! / And Winter Turned Into Spring

#PER CHI AMA: Raw Black
Li avevo pescati per sbaglio lo scorso ottobre su Bandcamp, e li avevo recensiti più per curiosità che per meriti. I Kowloon infatti sono una band nord coreana che mi ha fatto subito simpatia pensando al loro cicciottello leader, non certo per le condizioni indecenti in cui vive la popolazione. Nel frattempo, la band deve averci preso gusto a registrare, visto che a novembre ha fatto uscire '노래하자! 전진하자!', una raccolta di tre pezzi dedicata alla madre patria, al compagno segretario generale, al Partito dei Lavoratori di Corea e alle amate madri in occasione della celebrazione della festa della mamma del 16 novembre. Ecco, regalare un compendio di musica black metal alla festa della mamma credo sia cosa alquanto originale, non so poi se sia stata cosa gradita. Se i primi due pezzi sono un inno al raw black di Windir ed Emperor, il terzo sembra invece una melodia popolare, con vocals pulite cantate rigorosamente in lingua madre, ma che ricorda un po' la sigla dei cartoni animati giapponesi dei primi anni '80. La band di Rason è tornata a mostrare anche recentemente i propri muscoli con altri due pezzi e un'altra dedica a Kim Jong-il, l'eterno segretario generale dell'amato Partito dei Lavoratori di Corea. E la proposta del terzetto sembra virare qui verso un black metal più atmosferico, sempre registrato grezzamente ma che almeno nel primo pezzo, sfodera uno strepitoso assolo, delicati arpeggi e un mid-tempo alquanto inatteso. Di tutt'altra pasta il secondo, con un black acuminato di scuola Mayhem, inviperito e selvaggio, grazie a uno screaming violento e a un sound malato ma alla fine, devo ammettere affascinante. E allora attendiamo con interesse una nuova release per confermare le doti o meno di questa abominevole creature nord coreana. (Francesco Scarci)

(Self - 2025/2026)
Voto: 65