lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

domenica 5 aprile 2026

Mek Na Ver – Noctivaga

#PER CHIAMA: Black Metal
C’è un tipo di freddo che non ha niente a che vedere con il meteo. È quel brivido che senti quando la porta di casa non è più un confine sicuro, forse a causa di una presenza che abita i nostri spazi. È cosi che i Mek Na Ver si palesano, senza bussare, con la loro intro "Silenzio d'Incanto e Fiele", opener di 'Noctivaga', il loro secondo atto, che segna il ritorno della band romana dopo ben sedici anni da 'Heresy'. E il quartetto, guidato dalle vocals di Serena (accompagnata peraltro da membri legati a nomi storici come Opera IX e Aborym), non si accontenta di suonare black metal, allestisce un altare di synth e ossidiana su cui sacrificare ogni rassicurante certezza solare. "Strix - Elegia Lunae" è il primo diabolico afflato in cui l'architettura ritmica black è sorretta dai magici synth di Emanuele Telli (Opera IX) che rendono i riff ancora più affilati. "Strige - Altar of Unspoken Vows" esalta le qualità della guest Elisabetta Marchetti al microfono, con un cantato caldo e pulito, mentre il black atmosferico fluttua nell'etere evocando misteriose entità come Saor o Drudkh. Non conoscevo i Mek Na Ver prima di oggi eppure il loro sound suona già familiare nella mia testa. E "Strigae – Canticum Nihilitatis (Il Canto del Nulla)" continua ad ammaliarmi con il suo black venato di sano folklore mediterraneo, fatto di melodie solenni e atmosfere vibranti. Se "Strigoi - In Nihilum" vanta un misterioso break centrale atmosferico con la voce di Serena in primo piano, "Ascensio Astrae (tra le Stelle)" vede la comparsa di un altro ospite, Federico Sanna alla voce, abile nel passare tra clean vocals e screaming efferati, in un brano che riesce a essere contemporaneamente densissimo e trasparente. In coda, "Sabbat – Vespera Ultima" è il pezzo più lungo del lotto, un black sinfonico che è la dissoluzione finale di un rito che spegne l'ultima candela per un disco che non ha paura di guardare nell'oscurità e, cosa ancora più rara, non ha paura di lasciarsi guardare da essa. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 73

sabato 4 aprile 2026

Space Traffic – On the Other Side

#PER CHI AMA: Psych Space Rock
Gli Space Traffic non sono stati troppo fortunati nel beccarmi due volte su due a recensire i loro lavori, ma la manovalanza nel Pozzo langue e quindi tocca a me prendere tutto in mano. E cosi, eccomi di nuovo, a distanza di cinque anni da 'Numbness', a parlarvi di questa band valdostana, le cui coordinate stilistiche sono sospese in quel vuoto pneumatico, dove il rock smette di essere rumore e diventa piuttosto esplorazione spaziale. 'On the Other Side' poi, non è solo il titolo sulla copertina, è l'istruzione per l'uso, per spingerci attraverso una porta simbolica (l'introduttiva "Open the Doors") che ci permette di viaggiare attraverso dieci nuovi brani inediti, in un ritmo circolare che ci ricondurrà al punto di partenza, con una consapevolezza diversa, quella di chi ha vissuto l'esperienza di respirare atmosfere psych/space-rock sulla scia di vecchi classici, i Pink Floyd e Hawkwind in testa, ma anche di tutta quella spinta rock anni '70 che si traduce in pezzi in cui il groove delle chitarre, peraltro accordate a 432 Hz, si deposita come polvere stellare sui microfoni ("Lady Bubblegum"). Il vocalist nel frattempo si lancia talvolta in acuti un po' troppo anche per le sue qualità canore ("Fake Memories" o la conclusiva "Back from the Other Side"), mentre il terzetto nostrano continua a sfornare pezzi, senza mai spezzare la musicalità di fondo del disco. Non è il mio genere preferito sia chiaro, ma se siete amanti di space rock, atmosfere psichedeliche in salsa blues ("Looking Forward"), atmosfere dilatate che sanno di jam cosmica di doorsiana memoria ("A Deeper Dream" e la già citata "Back from the Other Side"), 'On the Other Side' potrebbe essere la vostra prossima fermata. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 2 aprile 2026

Empire de Mu – The Lotus Legacy

#PER CHI AMA: Orchestral Brutal Death
A Montréal, si sa, il freddo non scherza, ma quello uscito dagli studi degli Empire de Mu, è invece un calore di tipo diverso: un incendio che fonde il marmo dei teatri d'opera con la cenere del brutal death. Se pensavate che il connubio tra lirismo e la violenza del death metal fosse già stato esplorato a sufficienza, 'The Lotus Legacy' è qui per dirci, con una certa dose di arroganza, che ci sbagliavamo di grosso. Eccomi alle prese quindi con un disco, il secondo per i canadesi, di undici pezzi che promette fuochi d'artificio. Se l'intro non fa altro che prepararci all'arrivo di una buona dose di melodia, "Arthefac" ci prende invece a schiaffoni sul muso, proponendo un brutal death frenetico cantato da una voce lirica, si avete letto bene. Potete pertanto immaginare come questo connubio strida non poco: chitarra e batteria lavorano in uno stato di assalto permanente, sebbene qualche interludio ci conceda il lusso di prender fiato, mentre il vero centro gravitazionale ruota attorno alla performance vocale di Arianne Fleury, che passa dal canto lirico più puro che spesso mi spinge a cambiar brano, a un cantato più graffiante (come quello di "Les Volontaires"). "Naga" è devastante musicalmente, ma poi la voce di Arianne prova ad addolcire la pillola, con non qualche difficoltà evidente. Eh si, perchè i due universi, lirico e death metal, alla fine non s'incastrano alla perfezione come invece accade per altre entità analoghe (penso ai Fleshgod Apocalypse). I nostri fanno un gran casino, è innegabile, nonostante alcuni pezzi offrano parti decisamente più atmosferiche che sanno quasi di improvvisazione ("Inukshuk"), mentre "Yakushima" evochi spettri dei Morbid Angel. Quel che conta è che alla fine, personalmente, la proposta del quintetto non mi conquista affatto, anzi mi infastidisce pure. Sicuramente, è un disco da ascoltare senza troppi pregiudizi, altrimenti il rischio di fermarsi al secondo pezzo è davvero elevato. (Francesco Scarci)

(M&O Music - 2026)
Voto: 55

mercoledì 1 aprile 2026

Golgata - Själabod

#PER CHI AMA: Black Melodico
C'è un modo di intendere il black metal che non passa certo attraverso foreste incantate o eterei riverberi. È un modo che sa di acciaio freddo, di precisione chirurgica e di una rabbia che non urla al vento, ma ti guarda dritta negli occhi. Gli svedesi Golgata appartengono a questa stirpe. Con il loro quarto lavoro, 'Själabod', il duo scandinavo mette sul tavolo otto inni che sono lame affilate, forgiate in quel ghiaccio melodico che ha reso immortali nomi come Dissection e Sarcasm, ma con un'urgenza tutta contemporanea che non concede sconti. Dal 2016 a oggi, questo progetto ha provato a limare ogni spigolo inutile, arrivando a una formula che è pura aggressione controllata. Pertanto non aspettatevi troppi spazi atmosferici qui, c'è solo il fuoco che arde nel gelo. Le chitarre si rincorrono infatti in vortici di tremolo picking e assoli che tagliano l'aria come rasoi, con la sezione ritmica che si limita a picchiare con blast beat tempestosi. La voce poi è un ringhio che sembra uscire da una gola consumata dal sale. È cosi che i due musicisti mi hanno investito con i loro pezzi, la dolorosa "Sorg", la più melodica "Villebråd", un concentrato di black/thrash con tanto di voci pulite, di quella che mi sembra una gentil donzella e che tornerà più volte nel corso del disco. Poi la title track, un incrocio di epicità e ferocia che si assesterà su un mid-tempo più in stile norvegese che svedese, non fosse altro per quelle chitarre in sottofondo che corrono come cavalli liberi nella steppa. "Sändebud" è un pezzo che tende a farci sprofondare in anfratti doom, mentre "Dödsdans" sfoggia un bel coro centrale dalle tinte folk-medievali. Con "Sakrament" si torna a sonorità più spedite e forgiate nel ghiaccio, al pari delle successive "Änkedok" (un pezzo semistrumentale tiratissimo, in cui compaiono le spoken words di una donna) e "Skymning" (forte delle sue female vocals), che chiudono l'assalto frontale lanciato dai Golgata. Un disco onesto, un disco plasmato nel ghiaccio, un disco per chi ama il black melodico svedese. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65


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lunedì 30 marzo 2026

Nefastis - Shadows at the Light of Dawn

#FOR FANS OF: Melo Death/Thrash
The Italian band Nefastis, founded in 2008, has not been especially active, given that their debut release did not emerge until 2014. That album was self-released, so the attention around it, was quite limited. Fortunately for the band, things have evolved positively since then, as their sophomore album, entitled 'Shadows at the Light of Dawn,' has been released by the label Rockshots Records, which always helps to increase the exposure of the music.

Personally, I hadn’t listened to the band before, so this new opus took me by surprise. Nefastis plays a mixture of death/thrash metal generously enriched with great melodies, courtesy of an extensive use of orchestrations composed by several members and the guest musicians who take part in this album. I was expecting some good melodic lines by the guitars, which the listener will obviously find, but the epic touch that the aforementioned arrangements add to the compositions gives the songs a whole new level of majesty. Unsurprisingly, the production here is excellent, clean, and powerful, which is essential to create expertly crafted songs. The compositions are remarkably powerful and dynamic; the band changes the pace and intensity effortlessly, creating transitions in speediness and heaviness that sound smooth and natural. The proper album opener "Shadow Spell" is a fine example of all the mentioned characteristics. A great piano with a vivid symphonic feeling is the perfect partner for Simone’s powerful raspy vocals and the exquisite guitar lines created by him and Andrea. The ups and downs are constant in the composition, which will delight the listener for sure. "Seduced by the Beauty of the Darkness" is an even more intense and heavier track, with faster sections and a more prominent role by the guitars, which again sound faultless. If you like great riffing work with plenty of melody and fierceness, this album has lots of them to offer you. Just check "Tears of the Past," and I am sure you will enjoy it a lot. "Stardust" is another highlight of the album with its remarkably intense changes of pace and dynamism, combined with yet another exquisite dose of melodic and symphonic arrangements that make it another standout track.

At the end, ‘Shadows at the Light of Dawn’ is precisely what this project needed to create in this sophomore album. It has all the necessary elements to gain some attention in the scene. The compositions are well-crafted with a great display of tasty melodies, intensity and variety, essential elements for creating memorable musical pieces. For those who complain about the lack of heaviness in many symphonic/melodic infused albums, Nefastis has created an alternative that might satisfy you. (Alain González Artola)

(Rockshots Records - 2026)
Score: 82

venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75