lunedì 25 maggio 2026

Artillery - Made in Hell

#PER CHI AMA: Thrash Metal
Il tempo non cancella nulla, si limita a stratificarsi sopra le cose, come la polvere sugli scaffali. Te ne stai a guardare un’uscita discografica e pensi quanti inverni sono passati da quando certe formule sembravano l'unica risposta possibile al rumore del mondo. Con gli Artillery dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di ben 44 anni: era il 1982 infatti, quando il quintetto di Taastrup si formava. Da allora, la band danese ha macinato parecchi chilometri e riff senza cercare troppe rivoluzioni, evitando anche quella patetica rincorsa alla giovinezza che spesso rende i veterani una caricatura di se stessi. Se ne escono cosi con questo EP, 'Made in Hell', un dischetto che mette insieme due canzoni nuove di zecca, una rilettura del passato ("Into the Universe", estratto dal mitico 'Fear of Tomorrow') e un pezzo registrato dal vivo ("The Almighty"). Diamo un ascolto ai primi due, la vera novità quest'oggi: la title track apre con echi che mi hanno riportato a 'Master of Puppets', muovendosi sui binari di un thrash metal dotato di un suono secco, frontale, e che non ha bisogno di troppi trucchi per farsi spazio nel petto di chi ascolta. I nuovi membri, il cantante Martin Steene, il chitarrista René Loua e il batterista Frederik Kjelstrup Hansen, mantengono intatta quella precisione chirurgica che da sempre è il marchio di fabbrica degli Artillery. Analogamente, "Ghost in the Machine" fa il suo, proponendo un suono che sembra virare in territori quasi più oscuri, un ponte gettato tra ciò che è stato e ciò che forse sarà, che ha il pregio di mantenere comunque intatto il DNA dei nostri. "Into the Universe" è uno degli inni per eccellenza della band, un brano che ho amato alla follia fin dal primo ascolto, per quella capacità di intersecare linee di chitarra e basso, seppellendo in sottofondo la batteria. "The Almighty", registrata a Roskilde nel 2024, anch'esso presente nel debut dei danesi, è una dimostrazione di quanto anche dal vivo, i cinque musicisti nordici siano davvero potenti. Alla fine, questo EP è dedicato a chi sa che il passato non è un posto in cui tornare, ma una radice profonda da cui continuare a trarre linfa. (Francesco Scarci)

(Mighty Music - 2026)
Voto: 70

domenica 24 maggio 2026

Death Dies - Maledicti in Aeternvm

#FOR FANS OF: Black/Dungeon Synth
Founded in 1995 by Demian De Saba and Samael Von Martin, Death Dies was created as a more visceral and aggressive counterpart of the legendary band Evol, which fused black metal with dungeon synth. Both musicians wanted to create a fiercer band where aggression could play an absolutely dominant role. After the dissolution of Evol, they could concentrate exclusively on this newer project and started to release albums at a more constant pace. As often happens with similar projects, frequent line-up changes alongside the musicians' various side-projects led to a subsequent decrease in the number of albums that Death Dies released.

Fortunately for the project’s future perspective, the band seems to have found its stability now. Following their 2023 release, Death Dies is back with a new opus entitled 'Maledicti in Aeternvm', a short yet engaging release that keeps the project’s core sound intact. Death Dies plays a straightforward form of black metal, speedy, aggressive, and pulling no punches. As you can imagine, fast and short tracks are highly common throughout the whole record. The album opener, "Il Bosco Siamo Noi", is a fine example of this: a short, vivid, and ferocious track which still leaves room for a melodic touch in certain riffs, a feature that I truly appreciate as it enriches the song. Another characteristic I find satisfying are the occasional atmospheric touches that the band introduces as a background ambience, adding an additional layer to the composition and therefore heightening it. This is a quite common resource that the band uses in different tracks like "Asmodevs" or the excellent "Carmina Trivmphalia", among others.

Pace-wise this record is, as aforementioned, mainly fast. Tempo changes are not remarkably abundant, although the listener will find them here and there. Quick songs like ‘Trivia Soteria’ still feature some tempo variations while keeping up with the speedy tone. This is a welcome change and an effort that benefits the final result. "La Casa de Diaol" is perhaps the most distinct track thanks to its mid-tempo nature and backing vocals, which create a calmer and more solemn composition that I consider highly enjoyable. This successful approach is also used in the heavier track "Patavinorvm Tyrannys", where the band effectively combines the widespread speedy brutality with a mid-tempo majesty, creating what is probably the best track of this album.

'Maledicti in Aeternvm' is certainly a compelling album for those who enjoy honest, straightforward black metal. The atmospheric touches already present throughout the record, along with a greater variety in the pacing of the songs, are elements the band should take into consideration and continue to explore in order to move forward and craft something truly distinctive. Even so, this album already feels like a solid step in that direction, as I have genuinely enjoyed it. (Alain González Artola)

(My Kingdom Music - 2026)
Score: 75

venerdì 22 maggio 2026

Vertige – Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!

#PER CHI AMA: Post Black
Pubblicato il 6 aprile, a soli tre giorni di distanza da un altro suo lavoro altrettanto viscerale ('Chute-Libre'), 'Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!' è un titolo che morde. "Prendete gli avanzi, non bisogna sprecare!". Sembra quasi un invito rivolto a chi ci ha consumati, un gesto beffardo di chi, invece di elemosinare pietà, ti sbatte in faccia i propri scarti e ti sfida a farne qualcosa. È un black metal atmosferico che trasuda nelle sue note, una solitudine tutta umana. Sotto lo pseudonimo di Vertige, ecco riemergere Brouillard, la poliedrica artista francese (vero nome Marie) che abbiamo già incontrato in passato. Solo tre pezzi in questo EP, tre movimenti che scavano dentro l'anima, espandendosi come una macchia d'inchiostro su un foglio bianco. Si parte con "Écharpé", una ferita aperta che non cerca di rimarginarsi, ma si limita a presentarsi nella sua totale nudità black lo-fi, con suoni compassati, grim vocals paragonabili alla carta vetrata che striscia sulla carrozzeria di un'automobile e, le immancabili, atmosfere angoscianti. Poi arriva "Réchappé", e qui il ritmo sembra cambiare: è la cronaca di una sopravvivenza faticosa, costruita nota dopo nota, su un'iniziale malinconica chitarra acustica, che cederà poi il passo a una più lacerante linea di chitarra elettrica, tra vocals eteree in sottofondo e lo screaming della polistrumentista in primo piano, tra momenti più lenti ad accelerazioni più disperate. Infine, gli otto minuti abbondanti di "Vengeance". Un altro minuto di suoni delicati e poi il martellante post black di Marie a gridare vendetta. Questa è musica che sembra fatta per essere scoperta per caso, in un pomeriggio piovoso, quando si è troppo stanchi per fingere che tutto vada bene. È un invito a raccogliere i pezzi, anche se sono rotti, anche se sono "avanzi". Perché in quegli scarti, in quello che gli altri hanno scartato, si nasconde la versione più vera di noi stessi, quella che non ha più paura di restare nell'ombra. (Francesco Scarci)

(Transcendance - 2026)
Voto: 64

mercoledì 20 maggio 2026

Taxology - A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology

#PER CHI AMA: Instrumental Psichedelia
'A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology' è la porta d'ingresso per il visionario mondo dei Taxology. Il disco segna il debutto su lunga distanza del duo di polistrumentisti originario di Taranto, attraverso un corposo viaggio di ben 15 brani, che è però assai distante dalle sponde del metal che solitamente frequentiamo. Quello che ci apprestiamo ad ascoltare infatti, sembra più qualcosa ideale per quei pomeriggi in cui la mente, stanca del solito rumore quotidiano, comincia a cercare un ordine diverso nelle cose, una logica che non sia quella dei doveri o delle scadenze, ma qualcosa di più profondo, quasi sotterraneo. Vi guardate intorno con la necessità di perdere ogni punto di riferimento tradizionale, per scivolare in un luogo dove le regole della fisica e della logica comune, sembrano sospese. Ecco cosa ci si para davanti, una raccolta di brani e intermezzi scientifici, da consumare distrattamente, magari con un bel cocktail in una mano e una canna (anzi Cannabis sativa), nell'altra. Cerchiamo di essere precisi visto che i titoli dei brani riprendono la nomenclatura botanica. "Azadirachta Excelsa", "Mandragora Caulescens" e "Aceranthus Sagittatus" sembrano estratti direttamente dalle pagine ingiallite di un vecchio manuale di medicina medievale o di botanica occulta, mentre il sound ci conduce attraverso atmosfere soffuse, ipnotiche e cinematiche, il tutto rigorosamente in veste strumentale. L'ascolto sottolinea inoltre come la proposta dei due artisti tarantini, misceli sonorità vintage con suoni più contemporanei, anche se a prevalere è sicuramente la prima. La psichedelia si fonde con pulsioni funk, break atmosferici e frammenti orchestrali. Beh, tutto molto bello ma dopo un po', se l'ascolto si fa più attento, per il sottoscritto diventa un filo noioso. Rimane il diktat iniziale allora, ossia di un ascolto distratto, per meglio assaporare le atmosfere caleidoscopiche messe in scena dai due autori in una sorta di jam session botanica. Se dovessi pensare a delle band con tratti similari, il primo nome che mi viene in mente è quello degli Eterea Post Bong Band, anche se quest'ultimi sono decisamente più vivaci dei Taxology. È un debutto eccentrico, coraggioso, perfetto per quelle serate in cui la solitudine smette di pesare e diventa lo spazio ideale per prenderci cura del nostro piccolo bonsai. (Francesco Scarci)

(NOS Records - 2026)
Voto: 68

lunedì 18 maggio 2026

Design - Faithless

Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)

(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75

sabato 16 maggio 2026

Mauser - Casualties of War

#PER CHI AMA: Thrash/Death
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità, ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)

(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 14 maggio 2026

Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part

#PER CHI AMA: Epic Black
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70