mercoledì 2 settembre 2026

Serpent Lord - The Once Forgotten Ways of Old

#FOR FANS OF: Pagan Black
For newcomers, Serpent Lord might seem like a new project as the debut album has recently seen the light of day, but this is far from the truth. This musical endeavour was created back in 2003 by the well-known musician Jake Superchi, who has been (and still is) in some relevant and highly interesting bands like Ceremonial Casting and Uada, to mention the most prominent ones. It is quite obvious that his involvement in these and other additional projects made it remarkably difficult to keep Serpent Lord active, and apart from a few minor releases, this project was laid to rest for many years.

Fortunately, Jake has found the time and inspiration for reviving Serpent Lord, not only for a demo or split, but this time for the release of its debut full-length, which is indeed a key moment in every project’s existence. 'The Once Forgotten Ways of Old' confirms the master lines that one could glimpse in the earlier works. Once again, this musician shares his devotion to extreme metal, and more specifically, to black metal with a notorious approach to the pagan black metal niche. This debut album consists of six pieces where aggression and powerful riffs play a major role. This is indeed a riff-oriented project where guitars create a myriad of tasteful riffs with a good degree of variety. In any case, the most inspired moments come when these riffs have a melodic touch that makes them particularly enjoyable. The album opener, "Aries Ram", is a fine example with a good display of excellent riffing and a variable pace where fast, mid, and slow-tempo sections are excellently combined. "The Once Forgotten Ways of Old" shows again that Serpent Lord creates rich pieces where highs and lows in the pace are a very well-used resource. Vocally, it is also one of the most varied tracks, where the listener will find a great combination of aggressive vocals with a sort of chorus of clear voices in the background, which works very well. On the other hand, some of the weirder voices used in the first part of the track are not so satisfying, in my opinion. But you know, I can’t be too harsh when you take risks: sometimes it works, sometimes it doesn’t.

The album doesn’t have a lot of additional arrangements, although some occasional acoustic guitars can be heard here and there. One relevant example is the album closer, "Forever on the Grounds of Battle", which is one of the highlights of this debut effort. It successfully combines some of the most aggressive sections, which contain remarkably fierce riffs and relentless drums, with mid-tempo melodic sections that I particularly enjoy. This composition flows naturally between speedy parts and slow ones, incredibly easily and naturally. The more solemn final part of this composition shows the true potential of this project to create long compositions with an interesting degree of majesty.

'The Once Forgotten Ways of Old' is a very good debut album by Serpent Lord. The riffing and the undeniable talent for creating enjoyable melodies should form the basis to build upon and create more unique pieces. Aggression must not be left behind, but it should be just one element surrounded by more ambitious riffs which could lead to creating truly epic compositions. (Alain González Artola)

(Eisenwald - 2026)
Score: 78

martedì 1 settembre 2026

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The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


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lunedì 31 agosto 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cipher System - Torn Between Realities
Calyss - Vessel of Theseus
Dymna Lotva - Vyraj

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Death8699

Cannibal Corpse - Violence Unimagined
Children of Bodom - Hate Crew Deathroll
Everdying - Departure

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Alain González Artola

Hecate Enthroned- The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried
Funebraum- Beckoning the Void of Eternal Silence
Deus Sabaoth - Distortion of Lies

venerdì 28 agosto 2026

Haggus - The Mincecore Manifesto

#PER CHI AMA: Goregrind
Otto brani per un quarto d'ora di musica... si può fare. "The Mincecore Manifesto" è la nuova deflagrazione sonora degli Haggus, trio originario di Oakland, California, e indiscutibile punto di riferimento del goregrind negli Stati Uniti. Diciamo subito che questa release non è proprio per tutti e la band non fa assolutamente nulla per nasconderlo. Chi conosce il trio capitanato da Hambone, sa che qui non si cerca la novità o il compromesso produttivo. Muovendosi infatti sulla linea tracciata originariamente dai maestri belgi Agathocles, gli Haggus prendono il "mincecore" e lo usano come una dichiarazione di intenti che è politica prima ancora che musicale. La produzione è orgogliosamente lo-fi, ruvida, immersa in un fango sonoro che unisce l'attitudine nichilista del punk/hardcore più oltranzista alla violenza quadrata del grindcore vecchia scuola. I brani durano quasi tutti meno di due minuti, piccoli ordigni costruiti su chitarre sature, sormontate da una performance vocale schizofrenica che si sposta continuamente tra un growl cavernoso, rigurgitato, e urla disumane. Ma l'intelligenza degli Haggus sta tutta nel non cadere nella trappola della pura velocità fine a se stessa. Nel flusso ininterrotto del disco, tra un campionamento parlato e una sfuriata (paurose a tal proposito la tritabudelle "Fucked Up Future", la schizoide "Welcome to the Mincecore Jungle" o la folle "Mincecore Provocateur"), spuntano anche alcune linee di chitarra più ruffiane ("Tyranny and Cruelty") o rallentamenti d'ispirazione sludge/death metal più asfissiante ("Mincecore Gratitude"), momenti in cui l'aria si fa pesante, creando il vuoto ideale prima di ripartire a rotta di collo con la conclusiva "Head Infection" che sancisce come la band voglia preservare un angolo di mondo dove non è possibile mentire, una barriera intransigente per chiunque veda ancora nella musica una forma di resistenza e non un semplice riempitivo per i propri silenzi. (Francesco Scarci)

(Tankcrimes - 2026)
Voto: 65

giovedì 27 agosto 2026

Conflux - In the Wake of Saturn

#PER CHI AMA: Death/Math
Sulla carta, il debutto dei Conflux aveva tutte le credenziali per essere un colpo maestro. Riuniti Chase Fraser e Tommy McKinnon con un manipolo di veterani della scena estrema (gente passata da Decrepit Birth, Augury e Derelict) e aggiunta una manciata di ospiti, il piatto servito è un techno death di chiara ispirazione anni '90. Il risultato finale di 'In the Wake of Saturn', tuttavia, lascia un sapore amaro: l'ennesima dimostrazione di forza muscolare e virtuosismo che rischia di trasformarsi in una sterile prova di tecnica. Se non fosse per le linee di chitarra solista, autentico faro nella notte e ancora di salvezza del disco, l'esito complessivo farebbe fatica a emergere dal calderone dei soliti esercizi di stile. La produzione è nitida e tridimensionale, la batteria di McKinnon viaggia a frequenze chirurgiche e la girandola di voci prova a dare varietà a un concept incentrato su rinascita, paura e superamento del desiderio terreno. Eppure, il senso di già sentito è costantemente dietro l'angolo. La scaletta non fa che evidenziare questo limite, costantemente bilanciato (e salvato) dagli assoli e dai ricami chitarristici. "The Antidote" parte con il pilota automatico tra blast beat travolgenti, riff spietati e i soliti cambi di tempo fulminei che vorrebbero creare tensione, ma finiscono per risultare accademici. "Devoid of True Form" ed "Ethereal Executioner" insistono su ritmiche sparate a mille dalle influenze quasi mathcore, con una progressione che appare prevedibile, riscattata solo da stacchi solisti di pregevole fattura. Potrei fare un copia-incolla per i pezzi successivi e il risultato non cambierebbe: proprio per questo non comprendo come la critica ne abbia lodato la precisione chirurgica. Per me 'In the Wake of Saturn' rimane un lavoro che fatica a trovare un'anima vera e propria. Un ascolto che potrà certo stuzzicare i fanatici del techno death più spinto, ma che, in tutta franchezza, non ha smosso i miei sensi nemmeno per un secondo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

mercoledì 26 agosto 2026

Niveous – Cult of the Void Star

#PER CHI AMA: Black Metal
Prendete il manuale di istruzioni del black metal, spuntate tutte le caselle della lista e avrete 'Cult of the Void Star', il debut su lunga distanza degli statunitensi Niveous, un concentrato di black metal senza troppi fronzoli nè pretese. Fuori per la Hypnotic Dirge Records, il lavoro consta di sei pezzi sparati a velocità folle, screaming al vetriolo, chitarre di stampo scandinavo e liriche che parlano di male cosmico, mitologia e mondi boreali. Sorprese? Zero. Innovazioni? Nemmeno a pagarle. Eppure, per chi si nutre esclusivamente di pane e misantropia, questo lavoro fa esattamente quello che deve fare, senza troppi orpelli digitali o derive ammiccanti. Il disco si muove attraverso collaudatissimi binari che vanno dalla lacerante opener "Harbinger of the Void Star" fino alla conclusiva "Boreal Stronghold", passando attraverso blast-beat spietati, chitarre zanzarose, voci alla Attila Csihar (soprattutto in "Servants of the Monolith") e una rabbia glaciale che mettono subito in chiaro il tasso di prevedibilità (e violenza) dell'opera. In mezzo, poco altro per farmi esaltare di fronte a questo lavoro: musica sparata a mille, qualche rallentamento doom, un coro epico con tanto di accelerazione finale in "Frostborne Resistance" di tutto rispetto, andando cosi a ergersi come miglior brano del lotto. Poi, in tutta franchezza, poco altro per farmi gridare al miracolo. 'Cult of the Void Star' è un lavoro rigido e senza compromessi. Se nel 2026 avete ancora voglia di ascoltare per la millesima volta la stessa formula senza chiedervi il perché, fatevi sotto: trovate esattamente quello che state cercando. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 55

lunedì 24 agosto 2026

Gloam - In Spite of Never Ending

#PER CHI AMA: Shoegaze
C'è un momento preciso, quando si ascolta lo shoegaze, in cui il peso delle chitarre cessa di essere semplice rumore e diventa un abbraccio. È esattamente ciò che accade con 'In Spite of Never Ending', l'EP con cui gli australiani Gloam spingono l'acceleratore su quel territorio sfocato e magnetico in cui il distorsore incontra la melodia. Il quartetto di Perth si muove con grazia e violenza nel solco di act come Fleshwater, Nothing e Hum, piazzandosi al centro di un post-shoegaze moderno che non ha paura di pestare duro sul pedale dell'effetto. Fin dall'iniziale "Tunnel to Our Bliss", le chitarre innalzano muri di suono densi, saturi e avvolgenti. Il brano è guidato da una linea vocale calda e malinconica, capace di trasformarsi in un vero e proprio passaggio sonoro verso una forma di cupa beatitudine. La successiva "Never Ending" non si discosta dalle coordinate tracciate in apertura; appare forse un filo più timida, ma il rifferama rimane compatto e pesante, bilanciato da un'impronta melodica che rende il tutto decisamente accessibile. Sia chiaro, non siamo di fronte a chissà quale rivoluzione musicale, ma le qualità al gruppo non mancano di certo. Lo dimostra anche "Smothered, Not Seen", che parte sottovoce con un leggero arpeggio per poi accompagnarci verso lo shoegaze più classico, ipnotico e d'atmosfera. A chiudere il cerchio ci pensa la "In Spite of", un crescendo dinamico da manuale che accumula tensione, nota su nota, fino a spalancarsi in un finale catartico e purificatore. (Francesco Scarci)

(Last Rite Records - 2026)
Voto: 70

sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67