venerdì 12 giugno 2026

Aeonus - Омикрон Эридана

#PER CHI AMA: Cosmic Black Metal
A volte capita di guardare fuori dalla finestra, nel cuore di una notte qualunque, e sentire che le luci della città non sono altro che piccoli spilli conficcati in un lenzuolo troppo scuro. Cerchi qualcosa che non ti consoli ma che sia comunque capace di dare una forma, una dignità geometrica a quel vuoto che porti dentro. Desideri un suono che non abbia paura di essere immenso, freddo, persino crudele, ma che in qualche modo sappia esattamente in quale angolo della tua anima andare a riflettersi. È proprio in questa frattura che si colloca 'Омикрон Эридана', il nuovo capitolo degli Aeonus, creatura solitaria del musicista russo Mordorkonan. Qui troverete un'aria rarefatta che sa tuttavia di cenere stellare e di inverni che non hanno mai visto la luce. Siamo nei territori di un cosmic atmospheric black metal che non teme di concedersi lunghe deviazioni progressive; un viaggio lungo, monolitico e profondamente immersivo che, sebbene non pretenda di rivoluzionare il genere, riesce a mantenersi costantemente in orbita. Quattro pezzi dalle durate importanti (dai 9 ai 21 minuti), e dai titoli emblematici, in cui le chitarre creano una tessitura ampia, stratificata, più vicina a una colonna sonora per il collasso di una galassia che non alla classica lama affilata della scuola norvegese, mentre le parti vocali, quando emergono, si muovono su un registro disumano e aspro, perfettamente integrato in quest'estetica della catastrofe. Brani come "F0III" aprono immediatamente una voragine di energia scura, una dissoluzione che percepisci come un'esperienza fisica ancor prima che metafisica. Subito dopo, i 19 minuti di "K0.5V" spingono sulla distruzione materiale, riducendo mondi in cenere e configurandosi forse come l'episodio più devastante dell'intero lotto, sebbene un più etero e grandioso finale. "DA4" sembra trovare un perfetto punto d'equilibrio tra la grandiosità e il senso di annichilimento, attraverso un black atmosferico solido e collaudato. È infine con i 21 minuti di "M4.5Ve", che il disco trova il suo vero centro gravitazionale, un viaggio verso il silenzio assoluto, un deserto di pianeti morti dove la band indulge in una ridondanza sonica, smarrendo un briciolo di tensione pur di farci assaporare la totale assenza di gravità. 'Омикron Эридана' è un album davvero interessante che si limita a mostrarci come il vuoto non sia un'assenza di vita, ma lo spazio esatto che lasciamo alle cose che non siamo mai riusciti a dimenticare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 11 giugno 2026

Kokomo - Whip

#PER CHI AMA: Post Metal
Sette anni. Sette anni di silenzio, fatto salvo per quel live al Kulturkirche Liebfrauen del 2021, per tornare con un nuovo disco, 'Whip'. I Kokomo, band originaria di Duisburg, ci ha messo tanto per acquisire una nuova consapevolezza e tornare a proporre il loro sound, fatto di corrosivo post metal. La rabbia dilaniante dell'iniziale "A Torinói Ló" ci regala sei minuti di una densità spaventosa che, paradossalmente, evocano l'immagine di un qualcosa di bloccato, una pietra pesante che si rifiuta di rotolare. Quelle voci urlate, strozzate e caustiche in sottofondo non fanno che aumentare un senso di disagio, che aleggia in realtà lungo tutti i 38 minuti del disco. Il tremolo picking di "1758 Times of Weird Sadness" prova a toglierci di dosso quel peso, quel senso di non essere nel posto giusto al momento giusto, ma con un titolo del genere, cosa ci possiamo aspettare, se non addirittura una sorta di allargamento del disagio già sperimentato nell'opening track. La band enfatizza infatti quel sound scaraventandocelo addosso in una forma ancor più tagliente, che sfiora addirittura il black metal. Le nubi provano a scomparire nel finale, e in effetti "Thigh Kick Knockout Fake" sembra restituirci una fiducia che sembrava persa completamente, in un pezzo dal taglio più contemplativo e rilassato, al pari della successiva "5am", sebbene la seconda metà, dove una voce femminile si accosta al corrosivo cantato del frontman, lanci presagi oscuri all'orizzonte. Subito dopo, "The Lonesome Foghorn Blows" evoca una moltitudine di emozioni: solitudine, rabbia, abbandono, e inadeguatezza mi lasciano li a provare a dare una forma esatta al mio di dolore. In chiusura, "Trümmer Deluxe" sancisce come le nostre difese siano definitivamente crollate e che l'unica cosa da fare sia guardarsi allo specchio e smetterla di mentire. 'Whip' alla fine è un album emotivamente impegnativo, un regalo per chi sa che sette anni passati su sei canzoni non sono pigrizia, ma il tempo necessario per dare una forma esatta al proprio dolore. (Francesco Scarci)

(Dunk!Records - 2026)
Voto: 75

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” Kårstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)