venerdì 28 agosto 2026

Haggus - The Mincecore Manifesto

#PER CHI AMA: Goregrind
Otto brani per un quarto d'ora di musica... si può fare. "The Mincecore Manifesto" è la nuova deflagrazione sonora degli Haggus, trio originario di Oakland, California, e indiscutibile punto di riferimento del goregrind negli Stati Uniti. Diciamo subito che questa release non è proprio per tutti e la band non fa assolutamente nulla per nasconderlo. Chi conosce il trio capitanato da Hambone, sa che qui non si cerca la novità o il compromesso produttivo. Muovendosi infatti sulla linea tracciata originariamente dai maestri belgi Agathocles, gli Haggus prendono il "mincecore" e lo usano come una dichiarazione di intenti che è politica prima ancora che musicale. La produzione è orgogliosamente lo-fi, ruvida, immersa in un fango sonoro che unisce l'attitudine nichilista del punk/hardcore più oltranzista alla violenza quadrata del grindcore vecchia scuola. I brani durano quasi tutti meno di due minuti, piccoli ordigni costruiti su chitarre sature, sormontate da una performance vocale schizofrenica che si sposta continuamente tra un growl cavernoso, rigurgitato, e urla disumane. Ma l'intelligenza degli Haggus sta tutta nel non cadere nella trappola della pura velocità fine a se stessa. Nel flusso ininterrotto del disco, tra un campionamento parlato e una sfuriata (paurose a tal proposito la tritabudelle "Fucked Up Future", la schizoide "Welcome to the Mincecore Jungle" o la folle "Mincecore Provocateur"), spuntano anche alcune linee di chitarra più ruffiane ("Tyranny and Cruelty") o rallentamenti d'ispirazione sludge/death metal più asfissiante ("Mincecore Gratitude"), momenti in cui l'aria si fa pesante, creando il vuoto ideale prima di ripartire a rotta di collo con la conclusiva "Head Infection" che sancisce come la band voglia preservare un angolo di mondo dove non è possibile mentire, una barriera intransigente per chiunque veda ancora nella musica una forma di resistenza e non un semplice riempitivo per i propri silenzi. (Francesco Scarci)

(Tankcrimes - 2026)
Voto: 65

giovedì 27 agosto 2026

Conflux - In the Wake of Saturn

#PER CHI AMA: Death/Math
Sulla carta, il debutto dei Conflux aveva tutte le credenziali per essere un colpo maestro. Riuniti Chase Fraser e Tommy McKinnon con un manipolo di veterani della scena estrema (gente passata da Decrepit Birth, Augury e Derelict) e aggiunta una manciata di ospiti, il piatto servito è un techno death di chiara ispirazione anni '90. Il risultato finale di 'In the Wake of Saturn', tuttavia, lascia un sapore amaro: l'ennesima dimostrazione di forza muscolare e virtuosismo che rischia di trasformarsi in una sterile prova di tecnica. Se non fosse per le linee di chitarra solista, autentico faro nella notte e ancora di salvezza del disco, l'esito complessivo farebbe fatica a emergere dal calderone dei soliti esercizi di stile. La produzione è nitida e tridimensionale, la batteria di McKinnon viaggia a frequenze chirurgiche e la girandola di voci prova a dare varietà a un concept incentrato su rinascita, paura e superamento del desiderio terreno. Eppure, il senso di già sentito è costantemente dietro l'angolo. La scaletta non fa che evidenziare questo limite, costantemente bilanciato (e salvato) dagli assoli e dai ricami chitarristici. "The Antidote" parte con il pilota automatico tra blast beat travolgenti, riff spietati e i soliti cambi di tempo fulminei che vorrebbero creare tensione, ma finiscono per risultare accademici. "Devoid of True Form" ed "Ethereal Executioner" insistono su ritmiche sparate a mille dalle influenze quasi mathcore, con una progressione che appare prevedibile, riscattata solo da stacchi solisti di pregevole fattura. Potrei fare un copia-incolla per i pezzi successivi e il risultato non cambierebbe: proprio per questo non comprendo come la critica ne abbia lodato la precisione chirurgica. Per me 'In the Wake of Saturn' rimane un lavoro che fatica a trovare un'anima vera e propria. Un ascolto che potrà certo stuzzicare i fanatici del techno death più spinto, ma che, in tutta franchezza, non ha smosso i miei sensi nemmeno per un secondo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

mercoledì 26 agosto 2026

Niveous – Cult of the Void Star

#PER CHI AMA: Black Metal
Prendete il manuale di istruzioni del black metal, spuntate tutte le caselle della lista e avrete 'Cult of the Void Star', il debut su lunga distanza degli statunitensi Niveous, un concentrato di black metal senza troppi fronzoli nè pretese. Fuori per la Hypnotic Dirge Records, il lavoro consta di sei pezzi sparati a velocità folle, screaming al vetriolo, chitarre di stampo scandinavo e liriche che parlano di male cosmico, mitologia e mondi boreali. Sorprese? Zero. Innovazioni? Nemmeno a pagarle. Eppure, per chi si nutre esclusivamente di pane e misantropia, questo lavoro fa esattamente quello che deve fare, senza troppi orpelli digitali o derive ammiccanti. Il disco si muove attraverso collaudatissimi binari che vanno dalla lacerante opener "Harbinger of the Void Star" fino alla conclusiva "Boreal Stronghold", passando attraverso blast-beat spietati, chitarre zanzarose, voci alla Attila Csihar (soprattutto in "Servants of the Monolith") e una rabbia glaciale che mettono subito in chiaro il tasso di prevedibilità (e violenza) dell'opera. In mezzo, poco altro per farmi esaltare di fronte a questo lavoro: musica sparata a mille, qualche rallentamento doom, un coro epico con tanto di accelerazione finale in "Frostborne Resistance" di tutto rispetto, andando cosi a ergersi come miglior brano del lotto. Poi, in tutta franchezza, poco altro per farmi gridare al miracolo. 'Cult of the Void Star' è un lavoro rigido e senza compromessi. Se nel 2026 avete ancora voglia di ascoltare per la millesima volta la stessa formula senza chiedervi il perché, fatevi sotto: trovate esattamente quello che state cercando. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 55

lunedì 24 agosto 2026

Gloam - In Spite of Never Ending

#PER CHI AMA: Shoegaze
C'è un momento preciso, quando si ascolta lo shoegaze, in cui il peso delle chitarre cessa di essere semplice rumore e diventa un abbraccio. È esattamente ciò che accade con 'In Spite of Never Ending', l'EP con cui gli australiani Gloam spingono l'acceleratore su quel territorio sfocato e magnetico in cui il distorsore incontra la melodia. Il quartetto di Perth si muove con grazia e violenza nel solco di act come Fleshwater, Nothing e Hum, piazzandosi al centro di un post-shoegaze moderno che non ha paura di pestare duro sul pedale dell'effetto. Fin dall'iniziale "Tunnel to Our Bliss", le chitarre innalzano muri di suono densi, saturi e avvolgenti. Il brano è guidato da una linea vocale calda e malinconica, capace di trasformarsi in un vero e proprio passaggio sonoro verso una forma di cupa beatitudine. La successiva "Never Ending" non si discosta dalle coordinate tracciate in apertura; appare forse un filo più timida, ma il rifferama rimane compatto e pesante, bilanciato da un'impronta melodica che rende il tutto decisamente accessibile. Sia chiaro, non siamo di fronte a chissà quale rivoluzione musicale, ma le qualità al gruppo non mancano di certo. Lo dimostra anche "Smothered, Not Seen", che parte sottovoce con un leggero arpeggio per poi accompagnarci verso lo shoegaze più classico, ipnotico e d'atmosfera. A chiudere il cerchio ci pensa la "In Spite of", un crescendo dinamico da manuale che accumula tensione, nota su nota, fino a spalancarsi in un finale catartico e purificatore. (Francesco Scarci)

(Last Rite Records - 2026)
Voto: 70

sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

venerdì 21 agosto 2026

Horns of Abomination - S/t

#PER CHI AMA: Black/Death
Abbiamo superato la metà del 2026. Il mondo musicale corre dietro a produzioni laccate, intelligenze artificiali e suoni iper-definiti, e poi spuntano i canadesi Horns of Abomination con un disco che sembra registrato su una cassetta, consumata dentro un bunker antiatomico nel 1993. Rilasciato tramite la solita, per queste sonorità, Sentient Ruin Laboratories, il lavoro del progetto war/black/death metal è un'orgia di violenza cieca, sorda e ottusa, un assalto frontale così cavernicolo da far sorgere spontanea una domanda: ha davvero ancora senso d'esistere un demo-CD del genere nel 2026? Probabilmente no, ed è proprio per questo che i puristi dell'estremismo più marcio finiranno per amarlo. Il suono è una poltiglia viscerale, ruvida e volutamente polverosa: chitarre che grattano come lamette arrugginite, una batteria acustica che spara blast-beat senza grazia né dinamica, e una serie di animaleschi vocalizzi che si muovono unicamente tra il rantolo cavernoso e uno strillo alieno. La scaletta si commenta da sola, un massacro ritmico senza soluzione di continuità dalla title-track per concludere con "Black Blood Offering", in uno stupro sonico senza precedenti. 'Horns of Abomination' è un relitto bellico, un disco ignorante e anacronistico fino al midollo. Un ascolto raccomandato esclusivamente a quei pochi integralisti del dissonant war metal e del black/death che nel 2026 hanno ancora voglia di farsi sfondare i padiglioni auricolari da una registrazione che suona come una motosega dentro un fusto di latta. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories - 2026)
Voto: 60

mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70

lunedì 17 agosto 2026

Culloden - Tales of the Tyne

#PER CHI AMA: Speed Metal
Ci sono voluti ben sedici anni dalla loro fondazione per vedere finalmente dare alla luce il loro primo full-length. I britannici Culloden portano nel nome stesso il peso della storia: un richiamo esplicito alla sanguinosa e celebre battaglia del 1746 che ha segnato le sorti delle Highlands. Un retaggio epico e battagliero che emerge nitido fin dalle primissime note dell'album. Con 'Tales of the Tyne', la band di South Shields firma un manifesto d'amore per la New Wave of British Heavy Metal, attingendo a piene mani dalla lezione d'acciaio di colossi come Saxon, Iron Maiden e Raven. Registrato agli In Heart Studios, il disco sfoggia un suono piuttosto grezzo: la sezione ritmica guidata da Michael Lee alle pelli e da Andrew Halliday al basso (e alla voce, ruvida e perfettamente inquadrata nello stile heavy/power d'oltremanica) fa da scudo alle chitarre affilate di David Thompson. Il concept è un viaggio nel folklore, nella storia medievale e nelle leggende del fiume Tyne. La battaglia sonica si articola attraverso una tracklist serratissima. "Seven Months (Intro)": è qui che risuona subito il richiamo alle armi e agli echi di quel 1746. Poco più di due minuti atmosferici, cupi e solenni che impostano la tensione e preparano l'ascoltatore alle ostilità imminenti. Si parte quindi alla carica con "The Siege" e una serie di riff speed metal che rievocano l'assedio di Newcastle, mentre le vocals, forse troppo nelle retrovie, ringhiano che è un piacere. La storia prosegue con "Harrying of the North", una bella cavalcata epica, tra cambi di tempo e intrecci chitarristici che narrano eventi passati del folklore celtico. Qui, la voce prova a riemergere rabbiosa, l'impianto ritmico rimane solido, è però la registrazione a far vacillare la qualità della proposta, che finisce in un crescendo strumentale, dove ecco puntuale, un bel duello di chitarre,  a chiudere alla grande quello che sarà il mio pezzo preferito del lotto. Un bel basso apre "Hammer of the Poor", un pezzo dalla ritmica quadrata, con le vocals che urlano furiose; in sottofondo un accenno di musica folklorica, come quella che sentirete nell'interludio successivo, "Bonny at Morn (Interlude)", perfetta prima di tuffarsi di nuovo nella mischia degli ultimi tre brani, dove ad aspettarci ci sarà un heavy metal puro e diretto fatto di riff granitici, cambi di tempo e una riedizione di un vecchio pezzo, "Witchpricker (Re-Recorded)", che condensa quasi sei minuti di furia, chitarre affilate di "maideniana" memoria. Lontani dalle mode del momento e immersi nell'underground più genuino, con 'Tales of the Tyne', i Culloden sfornano una prova solida e passionale. Un album fortemente consigliato a chiunque si nutra di heavy metal classico, storie di battaglie e puro spirito britannico. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68