lunedì 28 settembre 2026

Gorod - The Ember Gone

Ascolta "Gorod - The Ember Gone" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Techno Death/Progressive
Quando i ciclopici ingranaggi dei Gorod si rimettono in moto, l'idraulica del techno death mondiale subisce un inevitabile picco di pressione: 'The Ember Gone', ottavo teorema sonoro della corazzata di Bordeaux, è un'architettura cibernetica di precisione millimetrica, dove la follia poliritmica incontra una produzione chirurgica, iper-dinamica e priva di smagliature. La collaudata macchina da guerra guidata dai vettori di chitarra Mathieu Pascal e Nicolas Alberny, macina equazioni impossibili, scortata dalle frequenze tentacolari del basso e dall'eclettico camaleontismo vocale di Julien Deyres, sviscerando un concept intimista sulla cenere della memoria, la disillusione e la corrosione emotiva. Il codice binario dell'album parte col corto circuito di "Signs", spiazzante scansione di sintetizzatori che esplode in un assalto nevrotico fatto di sweep a velocità luce, angolature spigolose e urla al plutonio, per poi passare alla matematica pura di "Devise", pezzo che trasforma ritmiche sincopate e incastri di chitarra affilati come laser in un groove micidiale. Con "Forgiveness" la band frena la corsa per inoltrarsi in labirinti complessi e drammatici, lasciando respirare divagazioni jazzate ed estensioni di tastiera che sfociano in una coda fortemente atmosferica, spianando la strada alla successiva "Regret", dove l'anima propriamente progressive spinge al massimo i pistoni sciorinando strappi staccati di matrice Leprous, fughe solistiche fuori controllo e una tensione costante da infarto sonoro. Dopo la magnifica oasi strumentale dalle venature blues di "Crimson", la violenza riprende quota con "Ignite", riprogrammata con assoli fluidi, ripartenze impreviste e ritmiche a incastro che stritolano l'ascoltatore, mentre la brevissima rampa di lancio di "Ember" calibra i sistemi prima della conclusiva "Remains", suite finale che sigilla il disco come un vero e proprio saggio di dinamismo in cui groove d'acciaio e velocissimi cambi di tempo chiudono l'opera trionfalmente. Giustamente acclamato dai radar della stampa specializzata, 'The Ember Gone' si posiziona come fermo immagine definitivo per i fanatici dei calcoli impossibili di Beyond Creation, Obscura e Between the Buried and Me, un monumento di tecnica cibernetica ed evolutiva che riconferma i Gorod al vertice assoluto della piramide estrema. (Francesco Scarci)

(Base Productions - 2026)
Voto: 75

sabato 26 settembre 2026

Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms

Ascolta "Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Avantgarde/Progressive
Sotto la guida visionaria di Slavomir Nietupski, i polacchi Jasmeno spalancano le porte di un teatro sonoro colossale con il loro terzo parto, 'Assemblage of Cinematic Idioms', un'esplosione di pomposità pirotecnica e magniloquenza senza freni, dove l'avantgarde metal più audace di "arcturiana" memoria viene travolto da partiture orchestrali maestose di stampo "therioniano" e da una produzione al titanio firmata da Jakub Mańkowski (Behemoth), capace di trasformare la musica in una vera e propria colonna sonora per la fine del mondo. L'opera recluta sacerdoti dell'estremo come Bartłomiej Krysiuk (Patriarkh), Marc Grewe (ex Morgoth), Snorre Ruch (Thorns, Satyricon) e Yusaf Parvez (Dødheimsgard) per dare corpo alle liriche della poetessa Izabela Turska-Kamrowska, tessendo un arazzo lussureggiante di alienazione, dubbi esistenziali e catarsi pura. Questa cavalcata wagneriana prende vita con la lunga suite "Synesthesia Imperialis", un'apertura di una regalità accecante che parte col sussurro di un pianoforte ed eleganti ricami elettronici prima di detonare in un magma di riff complessi, una voce che evoca gli Arcturus, sezioni d'archi imponenti e linee solistiche da urlo, lanciando poi la band nella spasmodica "A Code of Equivocation", traccia che mantiene altissima la tensione a colpi di ritmiche sincopate, sghembe dissonanze e continui stravolgimenti vocali tra pulito e sconfinamenti in territori estremi, prima di spegnersi in una seconda parte ricca di chiaroscuri ambientali. Con "His Rebirth", il disco tocca vette di pura d'operistica drammaticità, grazie alla prova istrionica e teatrale di Mr Krysiuk, spianando la strada a un finale in chitarra acustica dalle venature spagnoleggianti che lascia a bocca aperta. Da qui ci si tuffa nelle architetture rarefatte di "The Void", pezzo che gioca con dinamiche cinematiche degne dei Dimmu Borgir più pomposi, evolvendo in una song più ruffiana, ma ricca comunque di colpi di scena, tra assoli di pianoforte, voci incrociate e un deflagrante finale, sferzato da vocalizzi cibernetici. Flussi progressive che profumano di Orphaned Land, tornano a ruggire nella travolgente "The Provocation of Fate", gemma trascinata da virtuosismi di chitarra, sciorinati da un parterre di altri innumerevoli ospiti (se ne contano 15 in tutto il disco) e sorretta da un groove monstre, prima che la conclusiva "Seduced by Ambiguity" cali il sipario con un'elegia cupa, pomposa e dal respiro talmente vasto da lasciare senza fiato, sospesa tra visioni cinematiche alla Blade Runner, break atmosferici e una coda di assoli memorabile, che consolidano la release del combo polacco come una delle più interessanti dell'anno. Raffinati, sfrontati e senza un briciolo di paura, i Jasmeno con 'Assemblage of Cinematic Idioms' firmano un'opera monumentale in grado di catalizzare l'attenzione dei devoti seguaci di Arcturus, Devil Doll, Ihsahn e Ulver, e candidandosi a sorpresa assoluta dell'avanguardia metal europea. (Francesco Scarci)

(Tangled Records - 2026)
Voto: 82

giovedì 24 settembre 2026

Morgue – Herald the Dawn

Ascolta "Morgue – Herald the Dawn" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Brutal Death
A ventinove anni dalla fondazione, i veterani di Alès non hanno la minima intenzione di fare prigionieri o ingraziarsi le nuove leve: 'Herald the Dawn', sesto sigillo targato Morgue, è una colata di cemento armato che sotterra qualsiasi illusione di modernità. La storica formazione transalpina torna a rivendicare il proprio posto nell'underground più marcio, riallacciandosi alla propria matrice brutal death/grindcore di fine anni '90, sferrando un attacco monolitico che chiama in causa i giganti della carneficina d'oltreoceano, da Suffocation, Massacre e Cryptopsy, fino alle deviazioni più "ignoranti" di Malignancy e Pig Destroyer. Niente fronzoli, niente tecnicismi stucchevoli o grosse concessioni alla melodia: la produzione sceglie una resa sonora polverosa, viscerale e volutamente priva di patina, dove chitarre dalla distorsione satura e affilata, lavorano in coppia con un basso sordo che fa tremare le fondamenta, sorretti da una batteria chirurgica che sciorina blast-beat incessanti e da un growl cavernoso, catramoso e deliberatamente sgradevole. Liricamente, il disco è un viaggio senza ritorno tra violenza esplicita, decomposizione, orrore gore e desolazione, andando a comporre un manifesto d'odio sonoro che picchia duro e sempre nello stesso punto, senza concedere un solo secondo di tregua o respiro. 'Herald the Dawn', dall'iniziale "Vortex of Darkness", passando da altri episodi rilevanti come la dissonante "The Abyss I Know", la veemente "To the Bitter End" (che sfoggia peraltro un assolo ubriacante), la roboante title track, fino a chiudere con la pestilenziale "The Deserted Garden of Eden", è un blocco di granito scuro, primordiale ed esecutivamente spietato, un ascolto imperdibile per tutti i cultori del brutal death metal intransigente, che cercano nella musica estrema un impatto frontale, puzza di chiuso e purissima violenza d'altri tempi. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 66


mercoledì 23 settembre 2026

Gast - Förbannelser

#PER CHI AMA: Black/Crust
Dopo oltre un migliaio di ascolti accumulati negli ultimi mesi, tocca ammetterlo con schiettezza:la media del panorama estremo sta scivolando pericolosamente verso una desolante piattezza, una catena di montaggio priva di guizzi in cui purtroppo vanno a schiantarsi anche i svedesi Gast. Uscito per Horror Pain Gore Death Productions, il loro nuovo 'Förbannelser' vorrebbe essere un nero manifesto capace di ibridare il black svedese (con vaghi rimandi a nomi del calibro di Marduk, Grá, Necrophobic e Profanatica) a marcate sfumature crust, anarcho-punk e deathrock, ma si rivela l'ennesimo saggio di maniera in cui la band attinge a piene mani da stilemi stracotti per confezionare un lavoro grezzo ed essenziale, dove chitarre abrasive, batterie ripetitive e uno screaming acido canteranno verosimilmente di nichilismo e misantropia (non ho i testi a disposizione), con il solo problema che sembra di aver già sentito tutto, meglio e altrove. L'assalto si trascina lungo binari decisamente prevedibili fin dall'opener "Köttet", che apre le danze con un riffing ruvido e cadenzato nel tentativo di trascinare l'ascoltatore in un'atmosfera soffocante ma con un tasso di originalità pari a zero, per poi passare alle cadenze di "Hyllning Till Slutet", pezzo che alza leggermente i bpm inserendo stacchi d-beat d'ispirazione punk privi di reali spunti innovativi. Con la successiva "Girighetens Näste" la formazione continua con la medesima tiritera, con derive black'n roll, spianando infine la strada alla conclusiva "Mardrömslik", un episodio che condensa l'essenza dell'opera tra un mid-tempo insulso, un crescendo furioso e una coda strumentale grezza che si dissolve nel vuoto senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. Senza infamia e senza lode, 'Förbannelser' è un album schietto e coerente con la propria nicchia ma tragicamente tutt'altro che memorabile, un ascolto da consigliare con grandissima riserva e zero entusiasmi giusto ai completisti più accaniti del black-crust più intransigente, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente tirare dritto. (Francesco Scarci)

(Horror Pain Gore Death Productions - 2026)
Voto: 55

lunedì 21 settembre 2026

Throneum - Love Is the Law But Death Is the Frame

#PER CHI AMA: Black/Death
I trent'anni di attività non hanno scalfito di un millimetro l'attitudine iconoclasta dei Throneum: con 'Love Is the Law But Death Is the Frame' (in uscita a ottobre via Godz Ov War Productions), lo storico combo di Bytom torna a sputare veleno e caos primordiale. Il trio polacco si conferma un baluardo del black/death più marcio e incontaminato, muovendosi nel solco tracciato da leggende della deviazione sonica come Possession, Sadistik Exekution e Necrovore. Nessuna concessione al moderno o al patinato: la produzione è un bagno di polvere, ruggine e frequenze sature dove chitarre caotiche e un basso sordo scortano una batteria selvaggia, mentre la voce di The Great Exegete si conferma uno screaming acido e sguaiato che declama inni a occultismo, morte e nichilismo senza speranza. L'assalto prende il via con le chitarre velenose e la sezione ritmica martellante di "In the Garden", una mazzata frontale che dichiara guerra aperta a qualsiasi leziosità. La successiva "The True Story" abbassa lievemente i bpm per concentrarsi su un riffing monolitico e opprimente; qui la band piazza la prima vera sorpresa, affiancando al frontman la voce allucinata e alienante dell'ospite Christiane Thomaßen (che tornerà con tutt'altro piglio nell'ultima traccia), capace di stamparsi a fuoco sopra un muro di suono roccioso e dissonante. Se l'incipit di "And Love Is the Law" profuma di Morbid Angel della prima ora, a spiazzare davvero è la sezione centrale, dove il pezzo deraglia in digressioni del tutto estranee al metal, lasciando intravedere l'embrione di un'evoluzione sonora inaspettata. Un'atmosfera spettrale e bizzarra che si ripresenta anche tra le pieghe di "The Fallen Ones", con echi che richiamano persino i nostrani Laetitia in Holocaust, confermando la voglia di spingersi oltre i propri confini storici. Il sigillo finale è affidato agli oltre dieci minuti di "Eve-Salome-Judith-Rehab", suite dalle fascinazioni medio-orientali che certifica questa misteriosa fase di ricerca. 'Love Is the Law But Death Is the Frame' è l'ennesimo capitolo dinamitardo dei Throneum: un disco sporco, viscerale e sfacciato che mantiene intatto il loro spirito intransigente, lasciando però intravedere affascinanti (ma ancora primordiali) crepe nel loro granitico muro di violenza. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 68

sabato 19 settembre 2026

Cipher System - Torn Between Realities

Ascolta "Cipher System - Torn Between Realities" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Quindici anni di silenzio discografico avrebbero steso chiunque, ma per i Cipher System il tempo sembra essersi letteralmente fermato, o meglio, pare essere servito a ricaricare le batterie al titanio per mettere a segno un ritorno davvero col botto. 'Torn Between Realities' non è una semplice operazione nostalgia, ma la dimostrazione lampante di una band in uno stato di forma semplicemente stellare, pronta a riprendersi lo scettro del melodic death svedese con una grinta travolgente e una freschezza invidiabile. Questo EP brilla come il perfetto biglietto da visita per saggiare il terreno prima del nuovo, auspichiamo, atteso full-length, aggiornando la gloriosa lezione dello Skövde/Göteborg sound (tra In Flames, Soilwork e Mors Principium Est) con dosi massicce di industrial futuristico e la solita, devastante prova vocale di Christian Älvestam (ex-Scar Symmetry), il tutto valorizzato da un missaggio a firma Thomas "Plec" Johansson che fa letteralmente tremare le casse per potenza, nitidezza e brillantezza d'insieme. Il massacro sonoro prende il via con l'adrenalina pura di "Endveiler", un'apertura d'assalto guidata da riff affilatissimi, cadenze thrash scatenate e un ritornello melodico da brividi, che mette subito in chiaro le intenzioni della formazione. Si passa poi passare all'articolata "For Reasons Unknown", pezzo che spinge su strutture più ampie dove synth avvolgenti e chitarre sferzanti s'intrecciano in un abbraccio moderno e ricchissimo di atmosfera e parti sinfoniche; i richiami agli Scar Symmetry sono evidenti, ma sapete una cosa? Chissenefrega. Con "With Each Passing Moment", i nostri propongono addirittura una super ballad, mentre con la successiva "Answer To My Pain" si esplorano territori progressive, combinandoli con linee armoniche scandinave di rara bellezza, ma al contempo spianando la strada a toni malinconici, dove Älvestam compie un vero e proprio miracolo vocale, alternando uno screaming felino a linee pulite dal pathos pazzesco per la vera top hit del disco. Il picco di energia si manifesta però con "Ravaging Dawn", traccia rocciosa che sfoggia bei riff, un cantato sempre spettacolare, grandi aperture atmosferiche, complice uno sfavillante synth, e una coda solistica di chitarra da applausi a scena aperta, prima che la breve e sintetica elegante elegia strumentale, "Nox Elegy", faccia calare il sipario, come un congedo cinematografico perfetto. 'Torn Between Realities' è un EP elettrizzante, ispiratissimo e suonato con una fame devastante, che fa capire quanto i Cipher System siano più carichi che mai e ci ricordino che il death metal melodico, quando è fatto con questo cuore e questa classe, non ha rivali al mondo. (Francesco Scarci)

(At Dawn Records - 2026)
Voto: 78

giovedì 17 settembre 2026

Northern Subs - Night Creatures

#PER CHI AMA: Occult Progressive Rock
Dalle nebbie recondite della Tasmania emerge un'evocazione che non chiede il permesso per strisciare nell'inconscio: 'Night Creatures', il nuovo parto sonoro targato Northern Subs e sguinzagliato via Nosferatunes. La formazione australiana manda a benedire le definizioni stantie, forgiando un calderone allucinato e lisergico in cui l'occult rock più oscuro, si sposa a una profonda anima progressiva, dove il doom d'annata viene contaminato da deviazioni palesemente esoteriche, cadenze allucinogene e quelle pulsioni warlock-core nate per accompagnare sabba notturni. La produzione evita la trappola del patinato moderno e sceglie un approccio ruvido ma sapientemente bilanciato con chitarre che passano da colate di piombo e acido a fraseggi sognanti, sorrette da una sezione ritmica cangiante e da una voce teatrale, declamata ed emessa come una litania di maledizioni da un altare sconsacrato per raccontare storie di stregoneria, visioni notturne e declino spirituale. Il viaggio alchemico si apre con i quasi dieci minuti della maestosa suite "Doom Katrina", dove il doom si fa plumbeo ma rifiuta la staticità aprendosi a volute progressive, arpeggi ipnotici e fiammate di chitarre sature che impostano una tensione strisciante, per poi passare all'incedere sfrontato di "Lipstick Red", episodio in cui il ritmo accelera su trame occult-rock sferzanti spinte da un groove anni '70 e da un cantato graffiante che sa di fumo e zolfo. Con "Witches' Cauldron" si sprofonda di nuovo nell'abisso rituale lungo otto minuti guidati da un basso sordo e atmosfere desertiche con le chitarre, da metà brano in poi, che montano in un crescendo mefistofelico, spianando la strada alla maratona conclusiva di "Crash Land", altro capitolo da oltre nove minuti, in cui le trame strumentali si dilatano ipnotiche fino a dissolversi in un mare di feedback e gelida oscurità. Alla fine, i Northern Subs mettono a segno un colpo da maestro, convincendomi di più dei Green Carnation recensiti ieri. Per chiunque sia affamato di esoterismo sonoro, cangianti strutture progressive e vecchie messe nere in musica, si regali l'ascolto di 'Night Creatures'. (Francesco Scarci)

(Nosferatunes - 2026)
Voto: 74

mercoledì 16 settembre 2026

Green Carnation - A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex

#PER CHI AMA: Prog/Gothic
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità, ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)

(Season of Mist - 2026)
Voto: 72