lunedì 26 ottobre 2026

Blodtår - Monark

#FOR FANS OF: Viking Black
The Swedish project Blodtår was founded in Stockholm back in 2019 by the Swedish musician Carl. His personal vision of the project was reinforced by the inclusion of the talented drummer H. Alarcon, initially as a studio member, although he became a permanent component later on. As we have seen in other interesting projects in Sweden or Norway, Blodtår successfully combines the anger and fury of black metal with a highly enjoyable influence of Scandinavian folklore and traditional music. The band’s music incorporates a captivating sense of Nordic melancholy and mysticism that enriches its compositions. Nature and history are obviously elements that inspire Blodtår, although both musically and visually the band’s essence is heavily influenced by artists like John Bauer or Theodor Kittelsen, among others. Lyrically, the band incorporates very personal themes like personal tragedies, mental issues, and spirituality that enrich its music, making it deeper and more unique.

After a very interesting debut effort entitled 'Det Förtegna Förflutna', which I highly enjoyed, Blodtår has returned with the always crucial sophomore album, an effort destined either to place the band among the most prominent projects of the scene or leave it as a one-hit wonder. Fortunately, the new opus 'Monark' contains all the elements that made the debut interesting, but with an even more inspired and refined result. This eight-piece album lasts no more than thirty-six minutes, but it is a remarkably enjoyable opus that represents perfectly what makes Scandinavian black metal so addictive. The mixture of fury, majestic melodies, and an undeniable folk-infused touch creates compositions that are unique pieces capable of pleasing the listener. The aforementioned melancholic touch is already felt in the initial chords of the self-titled opening track. The most acoustic sections truly breathe this trademark Nordic gloom, which is combined with speedy sections, cutting riffs, and enraged vocals that work perfectly well together. The iconic guitar melodies that capture the true essence of Scandinavian folklore are the icing on the cake. "Paradis" is another highlight of this album. From the very first notes, you can already feel that this melody will stick in your head, just as memorable songs manage to achieve. Once again, the aggressive vocals are a top-notch element that create a winning combo alongside the tasteful guitar lines. "Det Slutar I Lågor" is a track that introduces a truly iconic element: the Viking-style choir with powerful clean male vocals that really make the listener want to plunder a town. The composition goes way beyond that with hectic changes in pace and intensity, combining some of the most aggressive sections with genuinely majestic ones. The brief calm moments that can also be found here are a mere yet interesting prelude to the storm.

"Monark", the title track, is, on the other hand, a song that focuses on the aforementioned melancholy and drama. Even if you don’t understand the lyrics, you can feel the pain and the intensity of the feelings that the agonized vocals try to express. In any case, as happens with other compositions, the ups and downs in the pace, with a great contrast between different sections, are an effective resource used here as well. Blodtår successfully creates enriching pieces where, regardless of the core feel of each track, well-crafted musicianship is a must.

'Monark' is for sure a great album and a milestone in Blodtår’s career. The band has created a concise yet rich and inspired album that contains many highly enjoyable elements. The ingredients that make Scandinavian black metal unique can be found throughout this excellent album, and the result will certainly delight an increasing number of fans. Highly recommended. (Alain González Artola)

(Nordvis Produktion - 2026)
Score: 85

venerdì 23 ottobre 2026

Les Chants de Nihil - Graines

#PER CHI AMA: Symph Black
I Les Chants de Nihil tornano a far sentire la propria voce con 'Graines', un lavoro intriso di quell'approccio avanguardistico, decadente e visceralmente poetico che da sempre contraddistingue la formazione transalpina. Il combo bretone continua a muoversi lungo quel sottile confine dove rabbia primordiale, trame melodiche dal retrogusto tragico e fascinazioni teatrali collidono. La produzione, curata nei minimi dettagli, lascia che ogni strumento emerga con nitidezza pur salvaguardando un'aura sporca e soffocante: le chitarre intessono intrecci dissonanti mentre la sezione ritmica varia da assalti feroci a cadenze ipnotiche e marziali. A coronare il tutto interviene una prova vocale poliedrica, abile nell'alternare uno screaming lacerante a declamazioni teatrali, cori solenni e passaggi recitati in lingua madre che accentuano il respiro narrativo dei testi. I brani si sviluppano attraverso strutture articolate e mai sbrigative. La cervellotica e violenta "Ignares" chiarisce subito le regole del gioco con un'aggressione frontale che concede tregua solo a digressioni atmosferiche, cambi di tempo imprevedibili e fendenti dissonanti che tentano di ipnotizzare l'ascoltatore, anche se con risultati alterni. Si passa poi a "Saigner", singolo apripista che mette a nudo l'impatto spietato del quartetto. In tutta onestà, avevo apprezzato maggiormente la band in occasione del precedente 'Le Tyran et l'Esthète' di cinque anni fa: non che questo nuovo capitolo non sia valido, sia chiaro, ma in alcuni frangenti affiora una leggera forzatura stilistica, con i nostri intenti a spingere sull'acceleratore a tutti i costi. La successiva "Garnies", per quanto più compassata nei tempi, risulta altrettanto brutale grazie a un basso che non fa prigionieri e a un sound via via più corrosivo. "Regains" viaggia su coordinate analoghe, partendo sorniona prima di esplodere in caustiche scorribande guidate da una sezione ritmica davvero muscolosa; eppure, pur sfoggiando un bridge più melodico, il pezzo non riesce a far scattare appieno la scintilla. La vera svolta arriva nella seconda metà del platter con il concept in quattro parti intitolato per l'appunto 'Graines', capace di risollevare nettamente le sorti del disco e spostare l'ago della bilancia verso un giudizio molto più positivo. Le aperture corali di "Graines I : L'imprégnation" rendono la proposta più atmosferica e dinamica, spianando la strada al soffio pianistico di novanta secondi di "Graines II : Le Temps Suspendu". È la prima pietra per la meditabonda "Graines III : L'étincelle Primale", autentico vertice dell'album e mio brano preferito in assoluto: un episodio eclettico, drammatico e lontano dagli schemi classici della band, dove le voci pulite s'innestano su sonorità poetiche e finalmente ispirate che deliziano il palato per quasi dieci minuti. La conclusiva "Graines IV : Pour un Ailleurs" chiude infine con veemenza che è ben distante dalle bordate dei primi brani, mostrando una band e un'opera finalmente ricca di sfaccettature. 'Graines' è un disco forse imperfetto e talvolta un po' ostinato nella prima parte, ma capace di regalare momenti di assoluta classe che faranno la gioia di tutti gli amanti del black metal francese più eccentrico e decadente. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 73

mercoledì 21 ottobre 2026

Sacreligious - Brutality Incarnated

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Certi dischi nascono con il solo scopo di riempire le scaffalature dei collezionisti più compulsivi, e 'Brutality Incarnated', debutto sulla lunga distanza dei svedesi Sacreligious, sembra appartenere a pieno titolo a questa categoria. L'album si presenta come il classico minestrone riscaldato di death metal, thrash, black e hardcore, assemblato saccheggiando, senza troppi complimenti, il repertorio di icone come Slayer, Malevolent Creation e Bolt Thrower. La produzione sceglie la via di una patina volutamente sgranata e finto-organica, affogando il suono in distorsioni monolitiche, in cui chitarre sature, un basso profondo e una batteria che si limita a fare il compitino tra blast-beat scolastici e breakdown quadrati, fanno da passerella al solito, stancante growl abrasivo e gutturale. La perizia tecnica dei musicisti non si discute e le esecuzioni sono formalmente impeccabili, ma dietro questo sfoggio di muscoli si nasconde un deserto cosmico di idee. L'ascolto parte con i soliti clichè in "Thy End", traccia che sciorina plettrate veloci e ritmiche serrate viste e riviste un milione di volte, spianando la strada alle cadenze di "Vile", ennesimo polpettone basato su stop-and-go e tensioni dissonanti del tutto prive di mordente. La title track prova a fare la voce grossa flirtando con dinamiche thrash/death pensate a tavolino per scatenare il moshpit, ma il risultato finale ha il sapore di un pilota automatico inserito a inizio sessione. Con "Occasion for War" la band continua a sciorinare la solita minestra di riff marziali e battute serrate, seguita dai 120 secondi di "Hellscape", una scoppiettante ma del tutto irrilevante scarica hardcore/grind che vorrebbe sembrare nevrotica e finisce solo per risultare fine a se stessa. Potrei continuare ma sarebbe una valutazione pesantemente penalizzante per la compagine scandinava. Alla fine ci troviamo di fronte all'ennesimo prodotto da catena di montaggio che si limita a eseguire con precisione chirurgica la lezione dei padri fondatori, un ascolto riservato esclusivamente a chi accontenta la propria sete di metallo con la sola perizia esecutiva, lasciando che l'originalità resti un concetto del tutto sconosciuto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

martedì 20 ottobre 2026

Psychotic Outsider - Armageddon

#PER CHI AMA: Groove Death/Hardcore
Quando gli Psychotic Outsider decidono di allineare i pianeti tra Irlanda e Polonia per dare alla luce 'Armageddon', non lo fanno per sottigliezze o sfumature: l'obiettivo è piallare tutto con una palla di demolizione sonora che impasta groove metal di peso massimo, sventrate death e la carnalità sfrontata dell'hardcore. L'ombra imponente di giganti quali Machine Head, Decapitated e Lamb of God aleggia evidente su un missaggio tirato a lucido che trasforma le chitarre di Piotr Michalik in lame da macelleria, mentre la campata di basso di Wiktor Klukowski e le martellate sismiche di Krystian "Kruszon" Mistarz mettono la moquette a una gabbia d'acciaio su cui il growl animalesco del frontman Darragh Jennings scarica rabbia pura. La partenza è affidata all'oppressiva "The End is Nigh", traccia che impone subito un'atmosfera claustrofobica tra riff serrati, un cantato viscerale e una coda al limite del doom che implora a gran voce un bel solo chitarristico a spaccare la tensione. La successiva "Crushed by a Black Horse" inserisce la marcia alta con groove sismici e break continui, confermandosi un macigno granitico dove, lo ribadisco a costo di sembrare pedante, l'innesto di una linea solista avrebbe spezzato la monotonia ritmica di fondo. Se "Vilify The Weak" tira dritta per la sua strada ostentando il muscolo più becero e hardcore della band, il singolo apripista "Welcome Oblivion" alza il coefficiente drammatico virando su un riffing death mid-tempo imbrattato di pece sludge. La furia s'inasprisce ulteriormente tra i cambi di tempo chirurgici di "Death by a Thousand Cuts" e l'introduzione a battito cardiaco di "White Phosphorous", brano sorretto da un basso stritolante e da ritmiche al limite del soffocamento. Il nodo cruciale del disco emerge però con chiarezza e si trascina inesorabile fino alla conclusiva title-track: una monoliticità di fondo granitica e quasi cieca. Gli Psychotic Outsider picchiano come fabbri ferrai e scatenano ritmiche spezzacollo senza concedere un secondo di respiro, ma la totale assenza di dinamica, combinata all'ostinato rifiuto di piazzare qualche assolo illuminante nei punti giusti, finisce per appiattire una proposta che alla lunga rischia di girare a vuoto. 'Armageddon' resta comunque un massacro consigliatissimo ai cultori di Bolt Thrower e sonorità prive di fronzoli, ideale per chiunque chieda al metallo estremo solo impatto sordo, groove monolitico e pura catarsi muscolare. (Francesco Scarci)

(Via Nocturna - 2026)
Voto: 64

lunedì 19 ottobre 2026

Les Bâtards Du Roi – Ici Meurt Ma Joie

#PER CHI AMA: Medieval Black
Con il loro nuovo EP intitolato 'Ici Meurt Ma Joie', i transalpini Les Bâtards du Roi affiliano le lame per consegnarci un epico assalto di black metal melodico, venato di oscure suggestioni medievali, che richiamano la solennità tragica di connazionali quali Véhémence o Darkenhöld. La produzione curata da Ben Lesous bilancia, ad arte, la nitidezza moderna con la sporcizia viscerale: la batteria di Daemonicus pesta con blast-beat chirurgici ed echi dinamici, mentre le chitarre tessono intrecci affilati sorretti dal basso pulsante di Barron, bilanciando le urla laceranti di Regicide e il canto pulito solenne di Æni. L'immaginario lirico del disco declina un tragico nichilismo storico e cavalleresco, permeato dal declino e dalla perdita di speranza tipicamente medievale. Il brano d'apertura, nonchè title-track, apre le danze imponendo fin da subito un ritmo serrato guidato da riff affilati come baionette e screaming vocals, capace di evocare visioni di battaglie insanguinate e desolazione senza alcuna via di fuga. Nella successiva "Et la Nuit s'Êternise", il gruppo arricchisce la propria tavolozza sonora grazie alla guest star Agathe "Diffamie" Boulanger (Galibot) al microfono, integrando cosi atmosfere più malinconiche e teatrali che si sposano perfettamente con la struttura mutevole delle chitarre. A chiudere l'EP troviamo poi "Où Pourri la Lumière", un episodio più cupo, in cui la sezione ritmica va accelerando implacabilmente, intrecciando tremolo picking serrati a linee vocali abrasive (ad altre più epiche) che suggellano il completamento della discesa nelle tenebre. L'uscita dimostra una buona maturità compositiva e una precisione esecutiva priva di sbavature, peccato solo una durata esigua che si assesta a poco più di 13 minuti, per un packaging peraltro molto elegante. Un ascolto imprescindibile per chiunque nutra il proprio spirito con le sonorità intransigenti del metal nero francese di stampo epico-medievale. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

domenica 18 ottobre 2026

Gormoth - Leaves and Antlers

#PER CHI AMA: Black/Ambient
Tra le nebbie fin troppo fitte e stantie di una foresta che invece di incantare finisce per sonnecchiare, 'Leaves and Antlers' si rivela l'ennesimo ed estenuante capitolo solitario firmato Gormoth. Dietro il progetto si cela il prolificissimo Adam, polistrumentista magiaro dal catalogo sconfinato ma spesso troppo privo di sfoltimento, che qui tenta di vestire i panni del cantastorie per portarci il suo ambient black metal al limite della contemplazione fiabesca. Guardando con troppa devozione al canovaccio già stritolato da realtà come Lustre, Eldamar e Saor, il disco soffre prima di tutto di una produzione dilettantesca e impastata: chitarre zanzarose annegate in un riverbero quasi fastidioso si fondono con arpeggi banali e tastierine dal sapore casalingo, mentre lo screaming, confinato nei bassifondi del mix, sembra più il lamento sommesso di chi si è smarrito in cantina che un rantolo disperato di reale trasporto emotivo. L'infinito soporifero ha inizio con "Sorrowful Autumn Trees", traccia che vorrebbe evocare la caduta delle foglie ma che si adagia subito su arpeggi telefonati e synth vetrosi che ripetono lo stesso identico ciclo fino allo sfinimento. La successiva "Fallen Leaves Cover the Antlers" prova ad alzare i ritmi, rispolverando un tremolo picking impolverato e una batteria ovattata da una drum machine economica, ma la struttura resta drammaticamente piatta e priva di mordente, rendendo le grida dello screaming solo un sottofondo stancante. L'apice dell'estenuante stasi arriva con "My Miraculous Winter Stag", pezzo che rallenta ulteriormente le battute, affidandosi a tastiere sognanti che vorrebbero dipingere paesaggi glaciali e incantati, ma che finiscono soltanto per restituirci un pezzo privo di qualsiasi mordente. Il supplizio si chiude infine con la lunghissima "October Landscape", ipnotico si fa per dire tramonto sonoro, dove le distorsioni sfumano nel nulla tra campionamenti d'ambiente riciclati e una contemplazione che sa soltanto di pigrizia compositiva. 'Leaves and Antlers' è la classica operina casalinga, che si dimentica un secondo dopo essere arrivati in fondo. Per chi cerca davvero atmosfere fiabesche, avvolgenti e profonde, il consiglio è di virare altrove e lasciare questo disco a prendere polvere nella ridondante discografia del suo creatore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

sabato 17 ottobre 2026

Hollow Bone – Onar

#PER CHI AMA: Psichedelia/Post Metal
Prosegue l'incessante esplorazione del sottosuolo da parte della nostrana Argonauta Records, discesa negli abissi più reconditi per portarci alla luce il secondo e inquietante manoscritto sonoro dei milanesi Hollow Bone. Il nome stesso della congrega evoca le formule rituali di Frank Fools Crow, celebre sciamano dei Lakota Sioux Teton, legato al mito dello "spazio vuoto" atto ad accogliere entità non umane. Intitolata 'Onar', dalla tremenda parola greca ὄναρ, l'illusione del sogno, quest'opera sprofonda nelle geometrie non euclidee di un sound sperimentale, dove le allucinazioni primordiali di Neurosis, Cult of Luna e Isis collidono con pulsioni psichedeliche ed echi ambient alieni. La registrazione, impressa in presa diretta con angosciosa nitidezza, cattura chitarre ritorte e dilatate, un basso che vibra dalle voragini della terra e ritmi ritualistici. L'allucinazione prende forma con "Amigdala", dove trame chitarristiche avvolgenti e crescendo abissali aprono la mente a paesaggi ciclopici e sognanti, spalancando i cancelli del sonno profondo. La successiva "Innocence" insinua una dinamica ipnotica che oscilla tra pause innaturalmente estese e improvvise deflagrazioni di distorsione cosmica, spianando la strada al collasso mentale simulato nella più compassata "Meltdown", traccia sferzata da frequenze sintetiche opprimenti e riff monolitici che sembrano sgretolare gli ultimi residui di sanità mentale. Con "Oceti", la band risveglia antichi spiriti tribali attraverso un basso pulsante e synth sacrileghi che evocano cerimoniali dimenticati, il tutto spruzzato di venature jazzy, mentre "Presence of Eagles" si erge verso vette di pura intensità catartica, spingendo le strutture post-metal al limite della trascendenza. Il tempo perde ogni significato lineare nelle spire di "Shasta", dove le atmosfere si fanno impalpabili e gelide, immobili come le cime delle montagne e quella che credo essere una voce femminile in sottofondo, funge in realtà da puro strumento di evocazione esoterica, in un rituale lisergico. In chiusura, la meditabonda "Wounded Knee" suggella il rito finale, attraverso arpeggi di introspezione abissale e chitarre dall'epicità funesta. 'Onar' non è un decisamente quello che definirei un semplice ascolto, ma è un grimorio sonoro destinato a chi osa avventurarsi in sonorità esperimentali, atmosferiche e soffocanti. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 70

giovedì 15 ottobre 2026

Methane - Demolate

#PER CHI AMA: Thrash/Crossover
I nerboruti svedesi Methane scaricano sulle nostre teste 'Demolate', terzo assalto a 33 giri che puzza di sudore, birra stantia e quel feroce crossover anni Novanta proposto dai vari Pantera, Sacred Reich, Machine Head e Pro-Pain. La resa sonora è volutamente grezza e priva di fronzoli digitali: il basso sporco del cantante pesta sui timpani assieme alle chitarre sature e chiodate della coppia d'asce, mentre la batteria spinge a tavoletta sotto un cantato sguaiato e incazzato di pura estrazione hardcore. L'incursione si apre con le mazzate di "360° of Destruction", traccia che ci investe a colpi di riff affilati e cadenze serrate pronte a mietere vittime nel moshpit. "Alcoholocaust" non concede tregua, stritolando i padiglioni con un groove d'acciaio e strappi selvaggi ideati per radere al suolo le prime file sotto al palco. L'inizio ingannevole di "Research Chemicals" puzza di paranoia prima di esplodere in una corsa pazza e allucinata, spianando la strada all'impatto frontale della title track, un concentrato di pura adrenalina thrash metal dal gancio immediato. I quattro secondi dell'incursione "Karen" sono un vaffanculo al vetriolo che prepara il terreno per l'ossessiva "Get in the Coffin", macigno sorretto da ritmiche spietate e chitarre pesantissime. Con "King of Fallout" si torna a pestare i piedi su ritmi quadrati e cori sguaiati da urlare a squarciagola dal vivo, prima che l'orgia si chiuda con la bestemmia punk-thrash di "I Fuck for Beer", inno becero, dissacrante e privo di qualsivoglia velleità intellettuale. Tirando le somme: zero novità sul fronte occidentale, ma 'Demolate' è una scarica di violenza d'altri tempi consigliata a chiunque goda ancora col metallo rovente. (Francesco Scarci)

(Fireflash Records - 2026)
Voto: 64