venerdì 3 luglio 2026

Endseeker - Coffin Born

#PER CHI AMA: Swedish Death
C’è un momento preciso della vita in cui capisci che una storia è arrivata alla fine. Gli Endseeker hanno scelto giugno 2026 per posare gli strumenti, e lo hanno fatto consegnando ai fan un EP, l'ultimo testamento intitolato 'Coffin Born'. La band di Amburgo ha trascorso l'intera esistenza respirando la polvere del death metal svedese più crudo, quello dei primi Entombed e Dismember. E ispirandosi a questi modelli, la produzione non poteva che mantenere un profilo analogico, sporco e arrogante, peraltro anche nei toni, urlando posizioni politiche chiare, volte a un antifascismo viscerale. L’apertura affidata a "Enemies of Peace" è un assalto che puzza di hardcore e crust punk, un pezzo che riprende gli esordi delle due band di cui sopra e alla fine, ci travolge con le sue chitarre ringhianti ribassate e quelle vocals perennemente incazzate. Non c'è un filo di novità, è un semplice tuffo indietro nel tempo, per ricordare che la musica estrema, quando ha qualcosa da dire, sa ancora far paura. Subito dopo, "No After. No Before." aggiunge giusto quel pizzico di groove che mi costringe a muovere la testa. La title-track è introdotta da una sirena d'allarme che sembra preannunciare un crollo imminente, poi largo a una ritmica pesante, pur mantenendosi su un mid-tempo; il tutto serve a preparare il terreno per il passo oppressivo e schiacciante della successiva "Life Breeds Death", una mannaia dal cielo. Poi, quando pensi di aver capito la traiettoria del disco, arriva la bizzarria finale: una cover dissacrante di "True Survivor" di David Hasselhoff, dove il growl di Lenny s'incastra con la voce pulita di Chris Harms dei Lord Of The Lost. Insomma, alla fine per essere ricordati davvero, bisogna avere il coraggio di consumarsi prima che sia il tempo a decidere la nostra usura. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2026)
Voto: 70

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

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martedì 30 giugno 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cemetery Skyline - Nordic Gothic (Deluxe Edition)
The Holeaum - Ensis
Junius - Sotera

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Death8699

Emperor - In The Nightside Eclipse
Sarkrista - Summoners of the Serpents Wrath
Trivax - The Great Satan

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Alain González Artola

A Forest of Stars - Stack Overflow In Corpse Pile
Dust in Mind - Hcno
Cnoc An Tursa - A Cry For The Slain

lunedì 29 giugno 2026

Abrasive Trees – Light Remaining

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Post-Punk
Ci ho messo un po’ di tempo per assimilare il nuovo lavoro degli Abrasive Trees, non tanto perché la loro sia musica di difficile comprensione, ma perché lo stupore e la meraviglia che mi hanno investito dopo il suo ascolto sono stati davvero intensi. La scoperta di 'Light Remaining' (forse un gioco di parole che richiama il celebre 'Remain in Light' dei Talking Heads) ha, per un ascoltatore attento, la capacità di far ripercorrere la memoria avanti e indietro tra decenni di musica alternativa e underground, nota dopo nota, innescando quasi una gara mentale per individuare quali band del passato possano aver influenzato questo o quel brano. Mettendo subito da parte anche la più banale ipotesi di plagio, per questo quartetto inglese non posso che spendere parole estremamente positive: si tratta della loro miglior produzione fino ad oggi, con un sound ricercatissimo, ipnotico e spettrale, senza mai risultare eccessivamente cupo. Al suo interno si cela una vena di malinconia sognante e, soprattutto, emerge un’impronta mistica, delicata e profonda, davvero degna di nota. Volendo riassumere velocemente il loro sound, potremmo immaginarlo come una fusione tra il potere allucinogeno delle parti più morbide e intense di "Wrist of Kings" degli Isis e, in una versione meno tetra, il modo di intendere il post-hardcore dei francesi Year of No Light, il tutto amalgamato con il post-rock estatico dei Bark Psychosis di 'Hex'. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la capacità della band di attingere da riferimenti concreti come il post-punk dei The Chameleons o gli intrecci chitarristici che richiamano il periodo neo-psichedelico degli Echo & The Bunnymen, per poi costruire nuovi paesaggi sonori, in parte affini anche agli ultimi lavori degli storici The Danse Society (pur orientati maggiormente verso il prog rock). Prendiamo ad esempio "Flickering Flame", un brano spaventosamente bello, che unisce un’ipnotica psichedelia minimale a un senso di chiusura, quasi affine a una marcia funebre, come quella percepibile in "Decades" degli inarrivabili Joy Division, qui però trasfigurata in un mantra liquido dalle tinte post-rock. "Carved Skull", così come l’inizio di "Tao to Earth", richiama fortemente i The Church, ma la band riesce a fondere queste influenze con una concezione chitarristica che rilegge la psichedelia in chiave anni ’60: espansa, dilatata, con sfumature quasi doom, sicuramente ipnotiche e cerebrali. Ascoltate il lungo brano strumentale "I Didn’t Mean to Hurt You", che supera i dieci minuti: chiudete gli occhi ed entrate in uno stato di trance, trasportati da echi cinematografici dal sapore orientaleggiante disseminati lungo la traccia. Intorno al quarto minuto, una rullata improvvisa e un cambio di tempo, accompagnati da un arpeggio di chitarra fortemente evocativo, vi faranno sobbalzare, come se foste tornati a metà anni Ottanta davanti a un nuovo pezzo dei Fields of the Nephilim o dei The Mission, con un finale pseudo-elettronico che richiama i Section 25: pura delizia per gli appassionati di quel periodo. È davvero una sensazione straordinaria lasciarsi travolgere dal suono di questo disco, prodotto in modo sobrio e naturale, capace di mettere a nudo tutta la sensibilità dei musicisti. Il modo in cui riescono a intrecciare il post-punk degli anni ’80 con il post-rock e il post-hardcore più recenti risulta estremamente fluido e coerente, conferendo all’album un fascino senza tempo. Un disco prezioso, dal contenuto sonoro criptico. Ascolto caldamente consigliato. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 85

venerdì 26 giugno 2026

Residuo – Qui non Passa

#PER CHI AMA: Experimental Music
Album radicale sul fronte della sperimentazione per Tommaso Sampaolesi, già con ITDJ e .cora. Sedici brani minuscoli (il più lungo dura 2.02 minuti), per un minimalismo efferato, ottenuti storpiando, processando con effettistica pesante, e castigando il solo suono di un'unica chitarra acustica, resa quasi un'insieme di rumori rubati agli esperimenti di elettronica e della ambient/drone music. Un filo conduttore di disagio sonoro che in sostanza non delude chi saprà apprezzarlo, perché comunque c'è una buona vena di ricerca sonica, e anche il fatto che quasi tutti i brani siano recitati in una forma spoken word molto intima che non guasta proprio, mentre le poche parti cantate hanno qualcosa che ricorda vagamente il Manuel Agnelli dei bei tempi andati. Il disco è velocissimo e non combina strutture riconducibili ad una forma canzone vera e propria, e forse è molto intrigante per questo. Destrutturato alla massima estensione, se ci si lascia travolgere senza pregiudizi, il trasporto verso una lucida follia è garantito. A volte si ha l'impressione di trovarsi l'inizio di un brano dei Primus, come accade nel brano "La Stanza Tiene", ma è solo un'impressione e solo un inizio, un frammento di un'urgenza creativa in totale solitudine che deve emergere, bella o brutta che sia non ha importanza, perché comunque ha una sua esistenza e motivazione artistica. L'aut aut di Sampaoli è servito freddo, anzi congelato e minimale, scarno e ampiamente psichedelico, frammentario, coraggioso e incurante dell'ascoltatore, nessun altro strumento per una parentesi sonora fatta per evadere da tutto. Non fermatevi alle apparenze, è una bella prova di arte musicale astratta, improvvisa ed imprevedibile, prendere o lasciare. Consigliato l'ascolto a chi non si ritrova tra i puritani della musica di qualunque genere essa sia. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 70

mercoledì 24 giugno 2026

Grabunhold - Frostheim

#FOR FANS OF: Black Metal
Grabunhold is a perfect example of the most iconic characteristics of the German black metal scene. As with other noteworthy projects such as Mavorim, this German trio combines fierce black metal with a subtle melodic touch that defines its musical identity. Their excellent debut album, 'Heldentod', offered listeners a highly enjoyable dose of black metal, successfully striking a balance between rawness and melody.

After this remarkably solid debut, Grabunhold has meticulously crafted a sophomore album, which is always a crucial moment in any band’s career: the point where you either confirm the potential shown in your debut or risk becoming a “one good album” band. Once again supported by the prestigious label Iron Bonehead Productions, these Tolkien enthusiasts blend the epic tales of the legendary English writer with their beloved black metal sound, guiding listeners on a dark journey through the lands of Mordor.

Those who discovered the band through their debut will find 'Frostheim' a very familiar listen. The defining aspects of Grabunhold are clearly present in this new opus: classic black metal with a raw production approach, enriched by a distinctive melodic essence in the guitar work throughout the album. In terms of pacing, this effort is largely driven by fast and intense sections, although it also includes notably engaging mid-tempo compositions such as the excellent "Schreckenszauber."

As already seen in 'Heldentod', Grabunhold is also capable of crafting longer tracks that offer a glimpse into the band’s still untapped potential. The album closer, "Eärnus Verderben," is the longest composition and arguably the most compelling. It masterfully blends fast, mid-paced, and slower sections, with particularly tasteful guitar lines. Its extended duration allows for a broader range of riffs and structural variation, making it a standout track. As I have mentioned before, the band would benefit from exploring this approach more often.

The remaining tracks follow a more consistent pattern, with shorter durations and a more straightforward, energetic pace. That said, these compositions still feature excellent guitar work and sufficient tempo variation to keep them engaging. The album opener (and second-longest track), "Der Tod wohnt in Cam Dum," deserves special mention for its acoustic intro and powerful melodic riffing. Acoustic elements also appear in another captivating track, "Reris blauer Schatten," where they serve as an atmospheric bridge between sections, working very effectively. This use of acoustic textures, along with the band’s ability to develop longer compositions, represents a valuable asset that could elevate Grabunhold’s songwriting further.

Overall, 'Frostheim' stands as a very solid successor to Grabunhold’s debut album. The band once again delivers strong black metal compositions where rawness and melody are effectively combined. On the downside, there is a sense that the band still has untapped potential. As noted, further exploration of acoustic and atmospheric elements, along with a greater focus on longer and more dynamic compositions, could help Grabunhold reach a new level and avoid repeating the same formula. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2026)
Score: 75