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sabato 13 luglio 2024

Copse - Old Belief | New Despair

#PER CHI AMA: Post Black
La nuova compilation degli inglesi Copse conterrà i due EP ufficiali della band. Quello su cui mi vorrei focalizzare io oggi è quello dello scorso anno, 'Old Belief | New Despair' e ai suoi tre brani inclusi. Per chi non conoscesse la band di Bristol, sappia che è un quintetto formatosi nel 2020, che arriva da una città famosa per lo più, per aver dato i natali a gente del calibro di Massive Attack e Portishead, ma anche ai thrasher Onslaught. La proposta dei Copse però non guarda né agli uni né agli altri, guardando invece al post black come punto di riferimento sonoro. L'ambientale intro "•" apre il disco, per poi lasciar posto alle ritmiche post black di "Old Belief" che mette immediatamente a fuoco la belligerante proposta dell'ensemble britannico. Gli elementi del genere ci sono tutti, messi anche al giusto posto, tra ritmiche infuocate, scream vocals, discrete melodie e parti più atmosferiche. E allora che manca? Probabilmente l'originalità, che questo genere ha perduto ahimè assai velocemente. Eppure, l'EP è piacevole con quelle sue chitarre in tremolo picking e le arrembanti ritmiche, cosi come le porzioni atmosferiche nella parte iniziale della lunga "New Despair" e quasi quindici minuti in cui i nostri spaziano da sonnacchiose partiture post rock con tanto di voce pulita, melodie soffuse in chiave Klimt 1918. Questo almeno fino al minuto 6.40, poi le voci tornano nella sua porzione scream, con la musica che si mantiene malinconica almeno per un altro minutino, prima del conclusivo assalto post black che tra accelerazioni e rallentamenti vari, ci terrà incollati nel suo ascolto, fino alla fine. Per chiudere, un commento provocatorio: ma anzichè una raccolta, non potevano rilasciare un vero full length? Forza ragazzi, stupiteci. (Francesco Scarci)

Inscribed - In Silent Oblivion

#PER CHI AMA: Techno Death
La Florida e le sue spiagge si confermano luogo dove le band death metal spuntano da sempre come funghi. Pensate a mostri sacri quali Atheist, Cynic, Death, Morbid Angel o Nocturnus, tanto per citarne alcuni. E ora anche gli Inscribed, originari di Miami e alfieri di un sound che coniuga, nelle sue tre song di questo EP di debutto intitolato 'In Silent Oblivion', i dettami di Atheist e Death, senza tralasciare qualche deriva dei Cynic. Si parte con la cavalcata death thrash di "Oracle of Chaos", che mette in mostra una bella linea di basso, qualche linea di chitarra sghemba e una discreta prova vocale del frontman Lucas Moore (che oltre a cantare, suona anche la batteria, come il buon vecchio Mike Browning nei Nocturnus). Quello che più mi ha colpito durante l'ascolto del dischetto, oltre alla notevole perizia tecnica, è la freschezza degli assoli, di stampo puramente classico in grado di deliziarci con ottime melodie. La seconda "Silent Oblivion" è arrembante, quasi caotica all'inizio, per poi diventare via via più cervellotica nei suoi giri di chitarra, evocando indissolubilmente Atheist e Cynic, e rendendo fin troppo palese che questo giovanissimo trio statunitense (non si arriva ai vent'anni), sia cresciuto a dosi di 'Unquestionable Presence', 'Focus' e 'Human'. Il tutto, soprattutto quest'ultima influenza, è confermato dalla conclusiva "Empress of Cold", che evoca non poco, i giochi di un giovane Steve Di Giorgio che debuttava nella band di Chuck Schuldiner e soci. Ancora notevoli gli assoli che si muovono a pari passo con un indiavolato basso e un riffing altrettanto nervoso e bellicoso. Insomma, un più che discreto debutto, ideale per chi ha ancora fame di sonorità death "made in Florida". (Francesco Scarci)

Skymning - Artificial Supernova

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Power/Death
Psicotici e furiosi preparatevi alle danze, a qualcosa di claustrofobico. Gli svedesi Skymning non risparmiano i classici riff death e thrash, anzi, li miscelano con parti elettroniche, a volte fastidiose, ma comunque sempre dosate di una certa melodia che le tiene unite al resto del discorso musicale eseguito dagli strumenti classici. Buona la voce, piuttosto arcigna tipica del death e di un certo black. Certi riff dissonanti hanno una buona funzione catalizzatrice d’angosce. A ben vedere, si possono notare anche degli influssi abbastanza moderni di grind, con spunti di chitarre alla Carcass. Una cosa che non posso approfondire con mio grande dispiacere, per mancanze di testi e di sufficienti spunti bibliografici, è il concept di fondo, che posso solo intuire, leggendo i titoli. Dal primo cd prodotto, i nostri, hanno mantenuto la componente power-black-death, infarcendola qui di parti più meccaniche e industriali (al limite dell'EBM). Veramente validi, spaziando in una vasta categoria di generi pronti ad abbracciare molti più ascoltatori, e ciò, non può che essere positivo per far girare il proprio verbo.

Bríi - Último Ancestral Comum

#PER CHI AMA: Atmospheric Black/Trance
Devo arrendermi e ammettere che la proposta sonora della one-man-band brasiliana Bríi, è palesemente sconcertante quanto affascinante. La commistione di generi esibita nella loro ricetta musicale è spiazzante e per molte orecchie, poco avvezze alla sperimentazione, risulterà persino incomprensibile. 'Último Ancestral Comum' è la loro più recente uscita e fin dal primo brano ci si imbatte in un meltin' pot tra musica trance, ambient e atmospheric black metal, dalle tinte psichedeliche e space oriented. La produzione a bassa fedeltà, differenzia questo disco dalle precedenti release, e potrebbe non aiutare la comprensione totale di questo artista, al secolo Caio Lemos (aka Serafim), che già opera in altre band del settore tra cui Bakt, Rasha, Vauruvã, Kaatayra, coniugando una forte spiritualità e una profonda vena allucinogena che si esprime tramite il verbo del black metal più teso e atmosferico. Si parte con "Viajante Universal", un brano emozionale e di ottimo impatto, di oltre 12 minuti, che mette subito in chiaro gli intenti sonori del musicista brasiliano, il quale lavora molto di fino per mixare i generi citati, che sono così distanti fra loro. Quando si aprono le violente chitarre, per l'ascoltatore si apre un buco nero nello spazio, da cui si viene inghiottiti per entrare in un cosmo cervellotico e super emotivo. Nella seguente "Alienígena Interior", il viaggio continua in maniera più aspra e assume un sound al confine con il suicide black metal, tra urla lancinanti e ritmiche dal tiro infuocato per placarsi nel mezzo e riesplodere in un tripudio di melodia e violenza, quasi fosse una lunga intro degli Ozric Tentacles all'ennesima potenza oscura. Dieci minuti di grande crossover sonoro di ottima fattura. Quindi non farà clamore, cadere in un brano come "Ecos da Imaginação", che è un puro esempio di come la musica trance possa essere ancora suonata in un contesto intelligente e inserita in una lisergica cascata di suoni metallici, scream e derive black, per traghettare il disco alla canzone conclusiva, "Cada Canto do Universo", che sfugge dal mostrare la componente metal, a favore di risvolti etnici, in un suono che potrei facilmente mettere in relazione, per assurdo, agli stilemi degli Enigma, togliendo il canto gregoriano e ampliando il calore del folk latino, ma senza mai rinunciare a quella vena malinconica, cosmica e ipnotica intrinseca, che è presente per tutta la durata dell'album. Molto bello l'artwork di copertina, come lo è sempre stato per le uscite di Brii. In conclusione, possiamo guardare questo disco come un riassunto delle varie sperimentazioni fatte da Brii, nei precedenti album, con uno standard elevato dei brani, una ricerca dell'intreccio sonoro atta a spiazzare l'ascoltatore, l'utilizzo dell'elettronica e la ricerca di nuove strade ritmiche da usare come base di partenza. Un artista particolare per una musica ricercata e intelligente, per un genere che ha possibilità creative infinite. (Bob Stoner)

(Self/Flowing Downward - 2023/2024)
Voto: 74

https://flowingdownward.bandcamp.com/album/ltimo-ancestral-comum

Mercenary - Ever Black

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Groove Death
I Mercenary esordirono con 'First Breath', come una promettente band danese che proponeva un death metal ibrido, farcito da influenze di Machine Head, primi Fear Factory e anche un po' di Nevermore, per quanto riguarda le chitarre. Nonostante tutte le varie influenze, sono riusciti a mantenere un classico stile nordico (svedese in primis) anche nel secondo 'Ever Black', fatto di riff melodici, tristi e accattivanti, supportati da passaggi atmosferici e cori che sì imprimono facilmente nella memoria di chi li ascolta. Si tratta di cori epici (ascoltate la seconda track) efficacemente sdoppiati da due voci, una growl e l’altra più stilisticamente power, che rendono i brani caratteristici e originali, dotati di un’impronta maestosa. L’uso delle due voci, in questo caso è sapiente, non forzato né tanto meno artificiale, in grado di conferire un buon equilibrio. Buona anche la dose di riff e gli assoli alla fine sono ben fatti e quasi mai banali, in sintonia con ciò che dice la melodia del brano. Anche le tastiere sono qui usate in un modo equilibrato, senza appesantire il tutto con i tipici inutili strazi melodici: la loro posizione all’interno dei brani è pressoché perfetta. Non che questa band sia stata in grado di stravolgere gli equilibri della scena death nordica, ma sicuramente ha portato una ventata di freschezza e originalità.

(Hammerheart Records - 2002/2012)
Voto: 75

https://hammerheart.bandcamp.com/album/everblack

lunedì 8 luglio 2024

Manes - Slow Motion Death Sequence Remixed

#PER CHI AMA: Avantgarde
Abbiamo appena recensito il nuovo EP 'Pathei Mathos' e la Aftermath Music ci ha sorpreso con un altro regalo: il remix del precedente album 'Slow Motion Death Sequence', realizzato da una brillante serie di ospiti di alto livello. Così, uno degli album più geniali della discografia dei norvegesi Manes, insieme a 'Vilosophe', è stato riproposto in una versione che sembra un disco completamente nuovo. Le danze si aprono con "Endetidstegn", uno dei brani più significativi dell'album. Il remix eseguito dai nostrani Aborym non mostra grandi differenze rispetto all'originale; tuttavia si nota una maggiore pulizia dei suoni, riducendo l'eccessiva ridondanza dei campionamenti elettronici presenti nella versione originale. La seconda traccia, "Building the Ship of Theseus", è stata notevolmente modificata dagli And Then You Die, che enfatizzano la voce dell'eterea cantante presente nella versione precedente e introducono un cantante dallo stile più stralunato, seppur in un contesto che sembra aver perso la magia dell'originale. La complessa "Night Vision" è stata reinterpretata dai francesi Område in modo sicuramente libero e avanguardistico, ma presenta alcune ombre a livello vocale, con una performance ovattata e penalizzante. La seconda metà della traccia è stata completamente stravolta, con un susseguirsi di suoni cacofonici al limite dello sconclusionato, ma considerando gli interpreti coinvolti, era forse ciò che ci si poteva aspettare. "Endetidstegn" è stata nuovamente proposta da Jørgen Mayer in una forma più pop, ma con un'effettistica più secca e diretta, che nella seconda metà virano addirittura verso sonorità electro-dance. Prossima è "Scion", originariamente collocata in seconda posizione nell'album originale e reinterpretata dai finlandesi Throes of Dawn, che modificano immediatamente la parte vocale introducendo una voce femminile in una versione languida e quasi ambient, ma che colpisce per le linee di chitarra reminiscenti i Pink Floyd, presenti nella seconda metà. Tuttavia, la voce di Cernunnos nell'originale è un piacere per l'udito, dotata di una timbrica unica e riconoscibile, mentre nella nuova versione, la voce tende a perdersi. "Chemical Heritage", nelle mani di Fluffybunnyfeet, viene presentata in una nuova e più accelerata veste dance degli anni '80, che sinceramente non mi ha entusiasmato particolarmente, sebbene si possa apprezzarne il tentativo ambizioso. La malinconica "Last Resort" è stata reinterpretata dal musicista norvegese Kristoffer Oustad in una dilatata e minimalista veste dronica, privata della duplice componente vocale presente nella versione originale. Infine, l'ultima traccia "Poison Enough for Everyone" è stata riproposta dagli stessi Manes in una versione completamente diversa, arricchita da una forte componente elettronica (compresa una voce robotica) che accentua il lato psichedelico del brano, ma privandola della parte angosciante che costituiva l'essenza della traccia originale. In conclusione, consiglierei questo remix a chi è alla ricerca di sonorità originali provenienti da una delle band che hanno maggiormente influenzato il panorama musicale estremo. (Francesco Scarci, Silvia Parri)

(Aftermath Music - 2024)
Voto: 70

https://www.facebook.com/manes.no

Dimmu Borgir - Death Cult Armageddon

#FOR FANS OF: Symph Black Metal
I think that this a highly underrated album. Of course, the synthesizers we can do without, but the rhythm guitars are killer! The music just slays and the aura to the album is pretty eerie and evil. Silenoz varies in his vocals to his own style, then clean. He's got one of the most unique voices in black metal. I'd say this is an above par symphonic black metal release. Too many people dismissing this as garbage. I'd say the newer material isn't very good, but this one is unique in its own way. I enjoyed every moment of it. The sound variety was the greatest experience with it. Absolutely!

I don't really have anything against this release, just an overabundance of the synthesizers (as previously mentioned). The guitars are pretty killer. I like the riffs. They are heavy and melodic, too! Not to mention wholly original! Silenoz really makes his voice fit in with the music quite well! There isn't a song on here that I disliked! I liked them all! Some of the tempos fast, some just mild. I'd say the variety spices up this release. It's not just continuous blast beating riffs/drums. It varies a lot. They just diversify. And the evil female voice just hits home on here. I would have to say this whole album is underrated.

The production quality is quite good. You can hear all the riffs and synthesizers not to mention vocals, too! I think the vocals and guitars saved this release. The music is entirely their own, it's so different from what I'm used to hearing from this band. Wholly killer release! I liked the melodic guitars too! The riffs are all original and spellbinding! I am into this album all the way. Critics can say what they want, this is a solid release! They really dig deep in the sound here, the rhythms I like the most and the fact that there aren't much lead guitar activity is good. I liked this from beginning to end.

If you don't have this album, I'd venture to say, check it out! It's really diverse and original! I liked the whole hour plus of music, totally killer! I'm giving this an "78" because it deserves it. It's one of their better releases, I don't care what anyone says. It's not their best, no, but it still is original and packs a punch! It's also not chronic blast beating guitar/drums. It's balanced. They toyed around with sound, here. I would say that this is one of my favorite releases from the band, in that it's so diverse. I would urge you to buy the album because that's what I did. It really captures the listener! Own it! (Death8699)


(Nuclear Blast - 2003)
Score: 78

https://www.facebook.com/dimmuborgir

Nostalghia - Echoes from the Moonriver

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Quante volte parlando di musica ci si sente dire che non si sente più niente di buono, che tutto è stereotipato e costruito a tavolino? Sicuramente, condivido il fatto che siano tempi duri per il rock, ma quando ci si imbatte in una band come i Nostalghia, mi viene spontanea la risposta da dare a chi non crede più alla creatività nel mondo del rock, e in questo caso più specifico, del metal estremo. Cercate nell'underground più profondo e libero, e vedrete che di musica bella e fantasiosa, sarete in grado di scovarla. 'Echoes from the Moonriver' è il penultimo album di questa one-man-band messicana, un piccolo gioiello di atmospheric black metal, dalle tinte fosche, con intromissioni di arie eteree di matrice folk, dai tratti medievali e cinematografici. Un capolavoro di peculiarità con solo quattro brani lunghissimi, che a volte evocano l'epica di 'Bergtatt' degli Ulver di un tempo, a volte l'epica degli Agalloch e la sospensione degli Alcest, alternando lo screaming a voci melodiche e una costruzione musicale di ampia visione, sempre in equilibrio tra un sound ritmico, aspro e violento, legato allo stile del suicide black metal degli esordi, e risvolti pieni di rimandi gotici, ambient folk, suonati e pensati con maestria dal talentuoso Alex Becerra, che unisce alle sue composizioni le rivisitazioni di testi poetici, che tra i vari citati, include Alejandro H. Monarres e Arthur Rimbaud. L'album scorre veloce con la sua indole da concept album, assemblato come una lunga colonna sonora e una attraente foga ritmica, un po' sul modus operandi di 'Aesthetica' dei Liturgy. Inoltre è attraversato, a tratti, da riflessi raccolti dal miglior post rock. Una nota speciale è da spendere poi per il gusto con cui questo musicista messicano si contraddistingue per l'artwork di copertina a gradazione altamente artistica, senza dimenticare i titoli che con "Our Mariage with Eternity" mi ha letteralmente mandato in estasi. Metteteci dentro l'apporto magistrale di clarinetto e sassofono di Valeria Dávil, per un tocco classico che sorprende sui brani "Misery of Mine" e "Sur le Long Fleuve Noir", track che supera i 17 minuti per un concetto di potenza, tecnica e qualità compositiva che si esalta minuto dopo minuto. Un artista tout court, che non deve passare inosservato. Ascoltate mille volte la svolta jazz, che appare nel suddetto brano, e il dialogo del sax con la base di sottofondo, che arriva a confondere l'ascoltatore che non riesce più a distinguere le influenze medievali e progressive da quelle jazz. Quanta avanguardia si nasconde tra queste incontrollabili note? Siamo di fronte a un'ottima concezione di musica estrema, se vogliamo in parte paragonabile all'estro compositivo di Ishahn, ma estraneo al mainstream e ai compromessi. Un album splendido, capace di colpire al cuore e alle orecchie dell'ascoltatore, per la sua freschezza compositiva oltre che per la sua capacità di ridare all'atmospheric black metal un significato profondo e di riguardo. Distribuito dalla etichetta italiana Flowing Downward, 'Echoes from the Moonriver' è da ascoltare, riascoltare e gustare ripetutamente, prima di passare al nuovo capitolo uscito da poco, dal titolo 'Phaneron'. (Bob Stoner)

martedì 2 luglio 2024

Manes - Pathei Mathos

#PER CHI AMA: Avantgarde
C'erano una volta i Manes, quelli del mitico 'Under Ein Blodraud Maane', fautori di un black metal estremo sperimentale, che forse mai si era sentito prima del 1999. Poi vennero altri album ancor più stravaganti, di cui lo splendido 'Vilosophe', rimane probabilmente la pietra miliare della band norvegese, guidata fin dagli esordi da Tor-Helge Skei (aka Cernunnus). Poi è successo un gran casino, fatto di molteplici scioglimenti, compilation, direzioni avantgarde-jazzistiche intraprese, creazioni di band parallele (i Manii) e io, francamente, non ci ho capito più nulla. Oggi i Manes ritornano con un EP nuovo di zecca, 'Pathei Mathos', che presenta quattro brani e rivela una band ulteriormente trasformata nella sua pelle. Questa volta, l'act di Trondheim si avventura nella creazione di pezzi dal tono morbido, atmosferico e quasi psichedelico, con la voce di Marita Hellem che s'inserisce in una cornice ambientale che evoca i primi The Third and the Mortal, arricchita però qui da una sofisticata componente elettronica che impreziosisce gli arrangiamenti e il pathos dei brani. Dalle note seducenti di "Submerged" (il primo singolo estratto) si passa a "Fallen", ancora più coinvolgente, creando una sensazione di fluttuare in uno spazio-tempo senza confini definiti, in un'atmosfera estremamente onirica e dilatata che lascia un senso di torpore lisergico. Gli intrecci di synth all'inizio di "A Vessel for Change" non fanno altro che disorientare, rendendo l'ascolto di "Pathei Mathos" un'esperienza magica e inaspettata, sostenuta da una performance vocale eterea sempre impeccabile, che si fonde ancor meglio con la struttura sonora impartita nella seconda metà del brano. Ultima perla affidata a "End of the River" e a un suono che si fa qui angosciante, vibrante, emozionante, potente, vario, oscuro, malinconico, e forse potrei continuare a lungo per descrivere le contrastanti sensazioni che un lavoro come questo, potrebbero indurre anche nelle vostre anime dannate. (Francesco Scarci)

(Aftermath Music - 2024)
Voto: 76

https://manes.no/

lunedì 1 luglio 2024

Weregoat - Cunting Darkness

#PER CHI AMA: Black/Death
Della serie "più cattivi non si può", ecco arrivare gli statunitensi Weregoat con un nuovo brevissimo EP, dedito a un sanguinario black death thrash super old school, di quelli che ti prendono e catapultano indietro nel tempo di oltre 30 anni. La band di Portland, propone in questo 'Cunting Darkness', quattro nuove tracce che vanno ad arricchire una cospicua discografia fatta di EP, split, live e un solo full length. Rispetto al passato, mi sembra ci siano pochissime variazioni al tema: "Throttled by Demonic Force" parte tranquilla e malvagia, come se un demone si stesse impossessando dell'anima del suo ospite, in una sorta di cerimoniale satanico che esploderà in una convulsa porzione ritmica, tra acuminate linee di chitarra, vocals che vivono in bilico tra il growl e lo screaming, poi spazio a ottimi assoli che per certi versi mi hanno evocato anche un che dell'improvvisazione dei Nocturnus. Certo, scordatevi lo sci-fi della band floridiana, perchè a livello ritmico ci troviamo piuttosto di fronte a grandinate black death che andavano di moda a fine anni '80, primi '90 e quel coro "total war, total war" nella title track, non fanno altro che confermare l'obsolescenza della proposta dei nostri, tra caotiche parti ritmiche, assoli sghembi, voci infernali e ambientazioni da ultimo girone dantesco (basti ascoltare "Venerate Orgy for the Lord of Impurity" per avere una chiara idea della situazione). E la conclusiva "Cries of Possession", un delirante pezzo death che chiama in causa anche i Morbid Angel, i primissimi Sepultura e soci vari di quella prima ondata di band death metal, chiude in modo animalesco una release che farà certamente la gioia dei fans di vecchia data di questo genere di sonorità. (Francesco Scarci)

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venerdì 28 giugno 2024

Ildjarn - Forest Poetry

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: True Black
 Definire primitivi, grezzi e marci gli Ildjarn, potrebbe non rendere l'idea di quale creatura ci troviamo ad ascoltare. Una one-man-band, quella norvegese, che ha visto apparire tra le sue fila in vari momenti, personaggi alquanto discutibili della scena norvegese: penso a Ihsahn che prestò la sua voce per il demo del 1993 e Samoth, che di tanto in tanto dava una mano in vari modi. Gli Ildjarn sono forse, tra i più puri figli della scena norvegese dei primi anni novanta: strumenti suonati con tecnica approssimativa, una produzione praticamente inesistente. Più feroce delle band più feroci di oggi cosi come del passato, più grezzi dei Darkthrone e con un sound che lungo queste 22 tracce, si racchiude in queste poche parole: batteria martellante, chitarre ultra-distorte e vocals corrosive. Ideali termini di paragone a questa band possono essere i Darkthrone di 'Under a Funeral Moon' e i Graveland più macabri del demo 'In The Glare of Burning Churches'. In 52 minuti le 22 tracce che si susseguono suonano tutte molto simili, mal suonate, prive di qualsiasi approccio musicale, registrate uno schifo, e a dir poco ripetitive, ma chi se ne importa, questa è l'essenza del pure true black norvegese!

(Norse League Productions/Season of Mist Underground Activists - 1996/2021)
Voto: 66

https://ildjarn.bandcamp.com/album/forest-poetry

Trom - Evil

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine  
#PER CHI AMA: Occult Dark/Deathrock
Monumentalmente macabri e plumbei questi svizzeri Trom. Sicuramente non definibili black metal, almeno non musicalmente. Una band che, per quello che so, ha prodotto solo questo cd dal vivo nel lontano '96, un demo l'anno seguente, per poi ritornare nell'altra dimensione da cui era piovuta (e riapparire solo nel 2023 con 'Liber Mud'). Alcuni membri sono poco più tardi riapparsi in un progetto gothic/dark chiamato Undead Product, con cui hanno realizzato un 7", per poi sparire nuovamente nel nulla. Ma torniamo all'ascolto di questo lavoro che è accompagnato da un'aria pesante, mortalmente pesante, come le malsane esalazioni di un pozzo. Spesso durante l'ascolto, avrete la sensazione di vedere qualcosa apparire davanti a voi, perché questa non è musica ma magia, magia nera (in stile Urfaust per intenderci). Il cantato è di una bellezza che ipnotizza, una voce profonda e imponente, ma anche minacciosa e lugubre. Le liriche sono in francese, con peraltro parti in latino e tedesco; una soltanto è in inglese. Un lavoro che, seppur registrato dal vivo quasi trent'anni fa, gode di un buon suono, anzi forse proprio questo contribuisce a creare un'atmosfera più pesante, sembra quasi di vederli suonare avvolti in una densa nebbia. Come già detto, non siamo al cospetto di un cd black, ma direi piuttosto di occult dark death rock. Ascoltate e meditate.

(Shivadarshana Records - 1996)
Voto: 74

http://numa.chez.com/trom/

martedì 25 giugno 2024

Regnvm Animale - Farsot​/​Vanmakt

#PER CHI AMA: Crust/Black
Seguiamo gli svedesi Regnvm Animale dal 2015, e da allora, abbiamo recensito quasi tutta la loro discografia. Lo scorso autunno è uscito questo nuovo lavoro, un EP di soli due pezzi che prende il nome proprio dai titoli in esso contenuti. La band di Stoccolma prosegue con la propria mistura di crust black punk, che da sempre fa le fortune del quartetto scandinavo. "Farsot" apre con delle spoken word e un sound inizialmente mid-tempo. Ci impiegano però 56 secondi a far divampare l'incendio con le classiche ritmiche abrasive, accompagnate da un cantato caustico, marchio di fabbrica del vocalist Jens. La song si muove su queste coordinate, alternando porzioni più meditabonde con sfuriate punk black, con tanto di basso a guidare la linea melodica dei nostri, senza rinunciare peraltro al tremolo picking, essenziale per la buona riuscita della release. I Regnvm Animale dimostrano di avere una potenza espressiva sicura e quando ne hanno l'occasione spingono con tutta la loro forza fino al secondo pezzo, "Vanmakt". Anche qui il canovaccio è similare: inizio tranquillo, con giro arpeggiato di chitarra e batteria che spinge sotto, e addirittura una duplice porzione vocale, pulita e screaming, che espande gli orizzonti musicali dei quattro vichinghi. Il brano ha un taglio più malinconico e sembra attingere, nella sua evoluzione, anche a qualche suggestione dei Solstafir, soprattutto nell'aspetto solistico. Chissà cosa ci riserverà il futuro, ma so per certo che ora sono più che mai curioso di ascoltare un nuovo album più lungo e strutturato. (Francesco Scarci)

(Deutsche Bulvan Bolag - 2023)
Voto: 70

https://regnvmanimale.bandcamp.com/album/farsot-vanmakt

Shy, Low - Babylonica

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale
Devo ammettere che l'anno scorso me li sono persi per strada e oggi devo rimediare alla mia mancanza, raccontandovi un paio di cosette dell'EP 'Babylonica' degli Shy, Low, che sembra essere in realtà un prolungamento del loro ultimo full length, 'Snake Behind the Sun'. Intanto, per chi non conoscesse la band statunitense, si prepari ad abbracciare un post rock strumentale che abbina una doppia anima, una sognante e una seconda più esplosiva, insomma un qualcosa si adatta perfettamente al mio spirito. E "The Salix", apertura del dischetto, mette subito in chiaro questa duplice personalità della band di Richmond, tra parti riflessive, sofisticate e sinuose, che evolvono in vampate di pura energia, in un'altalena emozionale coinvolgente per gli amanti di queste sonorità. Vi consiglio di far partire questo lavoro sul vostro stereo e di incamminarvi senza una destinazione precisa, purché sia immersi nella natura, lasciando da parte pensieri e paure. Quest'ultime forse emergeranno nelle oscure note della seconda e ambientale "33°24_06.0_N 84°14_48.7_W", più che altro quando vi renderete conto che seguendo quelle coordinate, vi ritroverete in un campo da football americano da qualche parte in Georgia (a quanto pare, alcuni pensano che queste coordinate portino a Parigi, curioso!). In chiusura, "Instinctual Estrangement" mostra il lato più muscoloso della band della Virginia, con dei chitarroni profondi all'insegna del post metal, un basso predominante che disegna paesaggi apocalittici e le ritmiche, che sembrano sassate lanciate contro le finestre. Insomma, un buon modo per fare conoscenza degli Shy, Low, qualora non li conosceste ancora, una band dalla personalità intrigante. (Francesco Scarci)
 
(Pelagic Records - 2023)
Voto: 70

https://shylowmusic.bandcamp.com/album/babylonica-ep 

The Pit Tips

Francesco Scarci

Alcest - Les Chants de l'Aurore
Aetheria Conscientia - The Blossoming
Arka'n Asrafokor - The Truth

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Alain González Artola

Fellwarden - Legend
Isenordal - Requiem for Eir​ê​nê
Drown in Sulphur - Dark Secrets Of The Soul

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Death8699

Deicide - Legion
Malevolent Creation - Retribution
Sepultura - Beneath The Remains 

Korozy - From Cradle To the Grave

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine  
#PER CHI AMA: Symph Black/Folk
Con la loro terza e ultima release ufficiale prima dello scioglimento, i bulgari Korozy sfornarono un album degno di appartenere a tutti i black metallers. Otto tracce di black metal infarcito di parti folk che richiamavano la tradizione bulgara, mai banali o sdolcinate, sempre in linea con le sfuriate dei nostri quattro eroi. Orchestrazioni sempre presenti e massicce che apportano un tocco di malinconia al tutto. Degne di nota sono la opening track che dà pure il titolo al disco, ”From Cradle to the Grave”, che vede la partecipazione di una voce femminile personificata da una vera operista bulgara (una voce come poche nel genere), e “Keeper of the Cemetary”. Ascoltatela bene e provate a sentire la tristezza emanata dalla voce pulita, supportata qui da un giro di basso semplice ma efficace. Questa song figura anche nella remix version nata dalle mani di ZZ MINEFF & R.O.B.T.F e devo dire che fa proprio una bella figura (e se lo dico io, dovete credermi). I testi sono ragionati e per niente scontati come del resto la produzione agli Acoustic Version Studios, cosi compatta, e che mette in risalto e dà forza a tutti gli strumenti. Una bella realtà per la Bulgaria e per la scena black in genere. Ascoltate per credere.

(О.Ч.З. Records - 2000)
Voto: 75

https://www.facebook.com/Korozy

domenica 23 giugno 2024

Tlön - Through Nebulous Scars

#PER CHI AMA: Avantgarde Black
C'è un tocco perverso nelle note di questo 'Through Nebulous Scars', atto primo degli scozzesi Tlön. Continua il nostro rastrellamento nell'underground boschivo, che quest'oggi ci porta a esplorare il nuovo delirante progetto di due membri degli Ashenspire, e già da qui dovremmo intuire il deragliamento musicale che ci attenderà in questo EP di debutto. Tre pezzi per oltre 20 minuti di musica estrema, un post black avanguardista che strizza l'occhiolino alla band madre di B.B. e G.C., senza poi contare che tra le fila della band, ci sono anche due membri degli Sluagh, e il macello è presto fatto. Che aspettarsi quindi? Ritmiche sbalestrate sin dall'iniziale "Shattered Mirrors", prese in prestito da un post black sinistro, che tuttavia mette in scena un drumming veemente, serrato, a tratti schizoide, che ben si amalgama in un generale contesto spigoloso, corredato da grim vocals e intricati giri di chitarra che ahimè non sfociano mai in pungenti assoli. Il delirio prosegue nella successiva "Where Sanity Crumbles", meno isterica della precedente, ma non per questo meno stralunata, complici inusitate linee melodiche e una densità musicale che sembra mai scemare, anche laddove le ritmiche rallentano pericolosamente, anzi. Qui, i giri di chitarra assumono i connotati di assoli, che sfociano in territori jazzistici, parecchio ostici da assimilare, ma che dimostrano la voglia dei Tlön di non suonare banali e non confondersi nell'esagerata accozzaglia di band che popola oggi la scena estrema. Quindi, provate anche voi a lasciarvi andare, a vincere i timori dettati inizialmente da una proposta sicuramente fuori dai canoni sonori e farvi guidare verso quel pianeta immaginario, Tlön appunto, narrato dallo scrittore argentino J. L. Borges nel 1940. Forse scoprirete un nuovo mondo, ma nel frattempo, lasciatevi sedurre dalle insane, cupe e minacciose atmosfere della title track, che chiude con un concentrato di cacofoniche chitarre black psichedeliche da mandarvi diritti al manicomio. Insomma, 'Through Nebulous Scars' è un interessante dischetto, da maneggiare assolutamente con estrema cautela. (Francesco Scarci)

venerdì 21 giugno 2024

Guderrha - Demo 2024

#PER CHI AMA: Death Old School
Attenzione, attenzione perché i Guderrha non sono certo gli ultimi arrivati. Non fatevi ingannare dal fatto che questo sia il loro primo demo, visto che tra le fila della band italica, si celano membri di Glacial Fear (Gianluca Molè), Bretus (Simone Matarese) e Necrospell (Luciano Summaria). Il genere proposto poi è un bel death metal marcescente, quasi come se la Calabria fosse una ormai diventata una fucina di band estreme (penso agli Zora, agli stessi Glacial Fear, gli Antipathic o gli Unscriptural). Solo due i brani per questa demo tape, si avete letto bene, una bella cassetta come andava di moda negli anni '80. E diamo un ascolto ora ai due pezzi, "Entangled in Hate" e "Seven Winters": il primo apre con un bel riffing di matrice nord europea, e con questa definizione, ingloberei il rifferama chirurgico dei primi Carcass che abbraccia gli stilemi classici di un must svedese, 'Left Hand Path' degli Entombed. E cosi le due anime di queste mitiche band, si muovono a braccetto, infilzandoci con il loro putrescente death old school dotato di chitarre super ribassate, coadiuvate da un apporto vocale terrifico e da una prestazione strumentale di buon livello. Peccato solo manchi un assolo degno di questo nome perché avrebbe inferto il più classico dei colpi mortali. Più devastante invece la seconda traccia che mi pare suoni più marcatamente scandinava nel suo piglio dirompente e anche nell'apporto vocale, con il suo growling di Luciano che ogni tanto sfocia in urlacci evocanti il buon Lars Goran Petrov. I cambi di tempo non mancano, la porzione grooveggiante pure (comunque presente anche nel primo brano), e anche una certa creatività a livello del drumming riesce ad emergere dalle note di questo pezzo. Quello che avrei voluto ascoltare sarebbe stata la tipica rasoiata solistica che avevo amato in un altro album mostruoso come 'Clandestine' e che qui avrebbe dato quel tocco di classe in più per farmi urlare al miracolo. Ecco, se i Guderrha volessero seguire quelle orme nordiche, beh, troverebbero tutto il mio appoggio incondizionato. (Francesco Scarci)

Akvan - Savushun

#PER CHI AMA: Black/Folk
Li avevamo già incontrati qualche anno fa in occasione del loro EP 'City of Blood'. Nel frattempo, la one-man band iraniana ha continuato a produrre musica con uno split, un singolo e questo nuovo EP che conferma quanto di buono avevamo avuto modo di sentire tre anni fa, ossia un raw black contaminato da sonorità etniche mediorientali. Niente di nuovo all'orizzonte penserete voi, visti gli innumerevoli interpreti che popolano la scena con una proposta similare da parecchio tempo (e penso in primis ai Melechesh) e in effetti potreste avere tutte le ragioni del mondo. Tuttavia, nella sua ancestrale sinfonia musicale, il buon Dominus Vizaresa, lo trovo sempre più affascinante di tante altre band, forse perché ogni volta si fa portavoce di una storia nuova che deriva questa volta, cosi come il titolo, 'Savushun', da una novella di una scrittrice iraniana, Simin Daneshvar. Il racconto si incentra sulla storia di una famiglia iraniana che ha vissuto a Shiraz, sotto l'occupazione anglo-russa durante la Seconda Guerra Mondiale. A parte la componente lirica sempre peculiare, Vizaresa insiste poi con questi quattro nuovi pezzi (di cui uno strumentale) a tracciare un primitivo black folklorico che, attraverso le iniziali e ispirate "Aryan Fire" e "Execute by Guillotine", regalano un pizzico di speranza a chi come me crede ancora che ci sia da dire qualcosa di nuovo in ambito estremo. Chiaro che ci siano ancora ampi margini di miglioramento, soprattutto a livello sonoro, però un pezzo come l'evocativa chiusura affidata a "سووشون", cosi carica di mistero, fascino ed esotismo, rende ancor più curioso l'ascolto di una simile release, sebbene mantenga tutti i sacri crismi del black metal, tra chitarre glaciali, vocals gracchianti, ma anche notevoli melodie che evocano immagini di quello che poteva essere l'impero persiamo. Epico. (Francesco Scarci)

martedì 18 giugno 2024

Houle - Ciel Cendre et Misère Noire

#PER CHI AMA: Epic Black
Li avevo particolarmente apprezzati in occasione del loro EP omonimo del 2022, tornano oggi gli Houle con il loro debut album su lunga distanza. 'Ciel Cendre et Misère Noire' è il titolo di questa nuova opera del quintetto parigino, che aveva peraltro ben figurato, con il loro dischetto improntato su di un black melodico dal taglio scandinavo. Questi nuovi otto pezzi confermano quindi quanto di buono avevo scorto nel ribollente sound dei nostri. Le danze si aprono con una breve ma inutile intro; largo poi alle spigolose ma melodiche chitarre de "La Danse du Rocher", un brano che si muove tra scorribande al fulmicotone e parti più atmosferiche, in cui la voce della brava Adèle Adsa (aka Adsagsona), passano contestualmente da uno screaming efferato a un cantato più evocativo e pulito. Il giochino dell'alternanza furia pirotecnica/parti compassate consta di tre giri con il medesimo canovaccio, ove si possono percepire i molteplici stati d'animo che la band vuole trasmettere. "Mère Nocturne" ripropone invece quelle epiche linee di chitarra che già mi avevano colpito ai tempi dell'EP, sia a livello ritmico che solistico. Il brano scorre via veloce anche con la classica alternanza vocale fino alla più crepuscolare "Sur les Braises du Foyer". Questa propone un black mid-tempo, almeno nei suoi primi due minuti, ma poi si lancia in un più ferino attacco iconoclasta che sembra ammiccare tra l'altro, a un che dei primi Cradle of Filth, vuoi per una certa animosità vampiresca che per certe ambientazioni dal taglio gotico. Il risultato è buono, ma devo ammettere che qualitativamente parlando, avevo maggiormente apprezzato l'EP di debutto, forse per una maggior freschezza di idee. Le stesse che ci vengono in aiuto in "Derrière l'Horizon", brano incisivo, solido e dotato di buone melodie che ancora mi richiamano però 'Cruelty and the Beast' di Dani Filth e soci. Non che sia un male anzi, visto che per me quello rimane il top album della band inglese, solo che permane la sensazione che i vecchi brani mostrassero un pizzico di originalità in più. Un breve break strumentale evocante i suoni del mare (e ancora torna in auge ciò che la band definisce "Marine" black metal) e arriva il momento di "Sel, Sang et Gerçures" e quel suo pulsante basso in apertura da cui ripartire con una turbolenta ritmica nera come il carbone in supporto allo screaming efferato della frontwoman. Interessante in questo pezzo la parte corale che anticipa un bridge che chiama in causa l'epicità nordica dei Windir e da cui si dipana per un paio minuti, prima di afflosciarsi nelle note conclusive del pezzo, in un lungo arpeggio di chiusura che ci accompagna delicatamente a "Née des Embruns". Qui ad attenderci il suono delle onde del mare (e il garrito dei gabbiani), su cui si accoderà un lungo e malinconico giro di chitarra acustica (chi ha citato gli Shining?) che sembra presagire un'ultima violenta ondata black che esplode puntuale in una sorta di fuoco d'artificio vero e proprio, arricchito però da melodie folkloriche e parti più veementi, che confermano definitivamente la bontà dell'ensemble transalpino. (Francesco Scarci)
 
(LADLO Productions - 2024)
Voto: 75
 

lunedì 17 giugno 2024

Giant Fragments - Reborn

#PER CHI AMA: Djent/Metalcore
Della serie non tutte le polo escono con il buco, ci soffermiamo oggi su una band francese che secondo me non ce l'ha fatta, almeno non per ora. Si perché il sound proposto dai parigini Giant Fragments prova a coniugare, in questo 'Reborn', EP di quattro pezzi, un po' di metalcore, djient, swedish death, progressive metal e chi più ne ha, più ne metta. E alla fine il risultato è una poltiglia di suoni che non convincono più di tanto il sottoscritto. "Visions" ha la matrice ritmica tipica del djent con chitarroni iper ritmati e polifonici, a cui aggiungere poi voci growl, pulite e femminili, tra schitarrate melodiche, fraseggi progressivi e gorgoglii al limite del brutal death, il che sembra anche tutto molto figo, ma francamente non ha molta presa sul qui presente. Molto più pacata la successiva "The Grey Light" anche se, a tratti, il drumming si lascia andare a funamboliche rullate, mentre le asce fanno il loro onesto lavoro e poco altro. Mi sarei aspettato degli assoli più coraggiosi, ma non è certo questo il caso, cosi come pure opaca è la prova della cantante. "I'll Build A Bridge" mostra un ipnotico fronte di chitarre, poi largo a ritmiche sparatissime e vocals ancora in bilico tra growl e pulito/ruffiano, e un quantitativo esorbitante di cambi di tempo che alla fine non mi fa entrare nella testa i super articolati giri di chitarra dei nostri. E alla fine quello che magari volevano fosse uno dei punti di forza del disco, finisce quasi per ostacolarne la buona riuscita. In chiusura la title track parte inizialmente timida, per poi lentamente aumentare il numero di giri tra parti atmosferiche, in cui ancora una volta a mettersi in cattiva luce è la porzione pulita delle vocals, e altre un filo più tirate. Per ora è un mero sei politico. Vedremo in futuro che combinano. (Francesco Scarci)
 
(Self - 2023)
Voto: 60
 

domenica 16 giugno 2024

Maldoror - In Saturn Mystique

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine  
#PER CHI AMA: Symph Black
'In Saturn Mystique' è il secondo album per la band torinese. Per chi non li conoscesse, i Maldoror hanno esordito con 'Ars Magika' nel’98 per l’Alkaid Records, che li ha da subito fatti conoscere e apprezzare per un’originalità e freschezza di suoni invidiabile. Il loro sound è da inquadrare in un black sinfonico, cupo, teatrale e occulto, con brani molto spesso suonati a velocità sostenute. Rispetto al debut album, troviamo qui delle differenze che si rendono evidenti sin dalle prime battute e si possono riassumere in una registrazione nel complesso più potente e nitida, e le tastiere che, pur riprendendo le atmosfere oscure e misteriose del passato, vengono impreziosite da suoni prettamente elettronici e astrali. Molti dicono che in Italia i gruppi non abbiano fantasia o siano succubi di sonorità estere, beh, con i Maldoror (e quello che ne è stato dopo, nelle sue molteplici reincarnazioni, Textbook Of Modern Karate o Thee Maldoror Kollective) questo rischio non si corre minimamente. Io penso che il loro punto di forza risieda nell’uso coinvolgente e prezioso delle tastiere, unito a un riffing di chitarra melodico e frenetico e a uno screaming pazzesco, che li caratterizza e li rende riconoscibili. Brani top: "E.O.N. Mysterium", "Osiris Elettro Mantrum" e i sedici minuti di "Quinto Arcano".
 
(Northern Darkness Records/Rude Awakening Records - 2000/2017)
Voto: 80
 

martedì 11 giugno 2024

Voraath - Vol 1: The Hymn of the Hunters

#PER CHI AMA: Death Metal
E finalmente arrivò il giorno. È infatti dal 2021 che sto attendendo l'uscita di questo album, quando sentii per la prima volta su bandcamp, "Siren Head", singolo apripista degli statunitensi Voraath, quintetto del North Carolina che vede nelle sue fila noti personaggi dell'underground estremo americano. Si era creato un certo hype attorno a questa band, che vede come punti di riferimento nel proprio sound, band quali Morbid Angel (la chitarra di Daniel Presnell degli Xael, talvolta sfiora il plagio con quella dei godz di Tampa), e Nocturnus, pionieri del death sci-fi. Potete pertanto immaginare, per chi come me, cresciuto avendo questi punti di riferimento, godere di una miscellanea di questi suoni, resi bombastici dall'inserimento di alcuni sofisticati trick atmosferici, mistici arpeggi ("Waypoint Orion"), funambolici pattern ritmici che si mescolano con arrangiamenti tribali ("Terminus Rift"), suggestive aperture orchestrali, e ancora, numerosi riff stratificati, vocals eteree che si contrappongo a un dualismo vocale che spazia dal growling allo screaming più efferato, e una componente melodica da spavento, sia nelle parti atmosferiche che nei brillanti assoli esibiti dal quintetto di Asheville. Il disco per me è una bomba, ma questo era già chiaro dai tre singoli rilasciati in questi infiniti tre anni passati ad aspettare per poter godere dell'ascolto di questa miracolosa band. Brani come "Dreadborn", che fonde il black sinfonico del Dimmu Borgir, con gli estetismi cibernetici dei The Kovenant, il death orchestrale dei Fleshgod Apocalypse e i virtuosismi intimistici dei Cynic, rendono l'acquisto di questo mirabolante disco una certezza. E dire che non abbiamo ancora ascoltato i pezzi da novanta. Ma presto siamo accontentati: ecco arrivare infatti la rutilante "The Barrens", un inno sublime che celebra Morbid Angel e Septicflesh simultaneamente, tra ipnotiche ritmiche orientaleggianti e vorticose accelerazioni, un break da urlooooooooo (forse sarebbero servite più o) da cui esplodono delle chitarre policrome da puro orgasmo, che elevano questo brano al top del disco e per me uno dei migliori degli ultimi dieci anni. Il distopico concept lirico prosegue con la tiratissima e lugubre atmosfera di "Judas Blood and Vultures", un altro esempio di come si possa fare musica estrema oggi arricchendola con la giusta dose di melodia, in grado di suscitare sensazioni quasi uniche, che forse non sentivo dai tempi del debutto dei Ne Obliviscaris, un'altra band che ha comunque qualche punto di contatto con i Voraath. La devastazione prosegue con l'ultimo dei singoli rilasciati dalla band, "The Leviathans Keep", un altro pezzone che chiama in causa Mike Browning e i suoi epici Nocturnus (peraltro freschi di un nuovo disco nella loro nuova veste AD), ma a differenza dei veterani della Florida, qui compaiono anche le clean vocals. Il disco non concede tregua e anche le malinconiche note di "Dirge Colony" ci regalano altri epici momenti; forse i fan più incalliti del death, si infastidiranno per la minima presenza delle voci femminili che ben si amalgamano in un tessuto ritmico comunque mortifero e spaventoso, ma invito tutti a superare i propri limiti, abbattere le barriere mentali e lasciarvi coinvolgere da un'opera finalmente originale di una band audace, pronta a candidarsi come la vera rivelazione del 2024. Ad avvalorare questa mia opinione, arrivano in supporto gli ultimi tre pezzi: la dinamitarda e scrosciante "The God-Killer Saga", vera killer song sparata a velocità disumane, ma parecchio sorprendente nella sua seconda parte; l'horrorifica ma ispiratissima "Sirenhead", con la voce della gentil donzella a spezzare la brutalità del pezzo e infine, "Pyrrhic" che con le sue melodie criptiche conclude un'opera destinata a diventare un punto di riferimento per le future generazioni. Una pietra miliare? A voi l'ardua sentenza. (Francesco Scarci)

(Exitus Stratagem Records - 2024)
Voto: 90

https://www.facebook.com/Voraath

Assimilator - Expelled into Suffering

#PER CHI AMA: Brutal Death/Thrash
Non so se voi ne sentiste la necessità, ma per quanto mi riguarda, scontrarmi con il mondo degli Assimilator, non era proprio nelle mie corde quest'oggi. La proposta del quartetto statunitense riflette una cultura, quella del brutal death, che trova ormai terreno fertile prettamente oltreoceano e che credo, abbia ormai esaurito tutte le cartucce a sua disposizione. Per quanto mi riguarda, infatti, questo genere di sonorità è ormai sorpassato e obsoleto, anche se sono certo che il mio collega Death8699 e tutti i fan del genere, avrebbero da che ridire a riguardo. Però, sfido chiunque a dire che quanto contenuto in 'Expelled into Suffering' sia qualcosa di originale e mai sentito. Per me è un lento e inesorabile maciullamento trita ossa che va dal mid-tempo (a tratti furente) dell'iniziale title track, corredata da vocals gorgoglianti e chitarroni old fashion, a una più scolastica seconda traccia, "Nocturnal Forge", che non sposta di una virgola quanto ascoltato in ambito death/thrash negli ultimi 30 anni. Certo, se vi mancano i riff stile 'Human' dei Death, in questo disco ne potreste anche trovare, cosi come quegli assalti thrash di scuola Exodus o sfrucugliamenti vari influenzati dai Suffocation. Non mancano le sfuriate isteriche nella più ossessiva e angosciante "Changeling", forte di un buon assolo conclusivo o ancora, i blast beat sparati a velocità warp, nella conclusiva "I Am", che chiude questo breve capitolo della discografia degli Assimilator, che di certo oggi non trovano un nuovo fan nel loro stuolo di supporter. (Francesco Scarci)

(Horror Pain Gore Death Productions - 2024)
Voto: 60

https://hpgd.bandcamp.com/album/expelled-into-suffering


Black Edifice - The Miasmic Trance

#PER CHI AMA: Epic Black Old School
Passati quasi in sordina sul finire del 2023, la one-man band norvegese dei Black Edifice, ha visto il suo debutto per la Iron Bonehead Productions. Un EP, questo 'The Miasmic Trance', atto a testimoniare la proposta di questo baldo musicista nordico, tal The Archfiend, membro peraltro di altre quattro sconosciutissime band. Il dischetto si compone di sei tracce, in realtà quattro se escludiamo intro e outro. I contenuti sono parecchio old fashioned, con quello sguardo al passato che punta dritto ai primi lavori dei Bathory, dove coesisteva un'anima putrescente black, ma dove si intravedevano pure le epiche potenzialità di Quorthon e compagni. E cosi, l'ascolto di "Creeping Mists of the Nethertomb" mi ha catapultato indietro nel tempo di oltre 30 anni, facendomi pensare a lavori come 'Under the Sign of the Black Mark' o 'Blood Fire Death' dei godz svedesi. Forti di una registrazione old school, e alfieri di un black mid-tempo dalle tinte cupe e sinistre, The Archfiend ogni tanto si lancia anche in scorribande più ferali (la prima metà della title track), offrendo un ascolto che mostra peculiarità intriganti; e dire che all'inizio non ci avrei scommesso nemmeno un euro. Ma è forte l'aura folklorica che avvolge l'EP, e le note iniziali di "Into Perennial Gloom" lo testimoniano, tra chitarre zanzarose, uno screaming mai fuori posto, delle pompose proto-orchestrazioni che conferiscono un certo valore a questa release che rischiava di cadere nel dimenticatoio più totale. Spazio infine addirittura a una parvenza di assolo nella seconda metà, a rendere il tutto ancora più credibile. Niente male. Certo, non un disco per tutti, viste le sonorità malefiche che permeano un lavoro che in alcuni tratti (le chitarre di "Citadel of the Doomsayer, Swathed in Dusk ") mi hanno evocato un che degli Isengard più epici di 'Vinterskugge', ma qui senza clean vocals. Quindi, amanti della fiamma nera fatevi sotto e date una chance al buon The Archfiend, potreste rimanere piacevolmente sorpresi. (Francesco Scarci)

Temple of the Beast - Geminian Arcana

#FOR FANS OF: Black/Death
Texas-based solo-project Temple of the Beast is a young entity created only two years ago by the quite active musician Alexander Macias, known as Blackthorn in this current project. All his projects have been closely related to the extreme metal scene, and Temple of the Beast is not an exception. It is quite remarkable that with only a demo and a single the project has captured the attention of a well-known label as Iron Bonehead Productions, which for sure made me feel curious about how good its music could be.
 
'Geminian Arcana' is the first effort by Temple of the Beast, which is an EP consisting of five songs. The style is unmistakably a combination of death and black elements, with a quite sinister sound. The production has a clear old-school touch, with a murky sound, particularly in the guitars. In any case, all the instruments are audible, which is always a good point. The vocals undoubtedly follow the classical patterns of the death metal genre. The sound is, truly cavernous and furious, which fits perfectly with the overall sound of this EP. Regarding the production, the compositions have a clear old school feeling, and they go quite straight to the bone. You won’t find here pompous structures or excessive technical stuff, but pure and uncompromised fury. The first track, "Temple I: Through the Trees", opens the EP with a sinister intro followed by the aforementioned combination of death/black metal. The pace is changing, with fast and relentless sections adequately combined with mid-tempo ones, where the riffing is particularly enjoying. The balance in the ups and downs shifts progressive towards an increasing speed until the fourth track, entitled "Temple IV: The Key & The Gate (Sitra Achra)", where speedy sections reign with almost no opposition. As a welcome contrast comes the closer track, where Temple of the Beast shows its calmer yet truly dark face. This is by far the slowest composition which ends in the same way as the EP begins, which an eerie ambience section.
 
'Geminian Arcana' is a solid beginning for Temple of the Beast. The compositions are well-accomplished and have an always enjoyable old-school touch. Apart from that, the project doesn’t offer anything particularly outstanding, and for this reason, I consider that Blackthorn should push a bit further the current boundaries of the project, if he wants to offer a truly worthy full-length debut. (Alain González Artola)
 
(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 70