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| #PER CHI AMA: Prog/Gothic |
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità , ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)
(Season of Mist - 2026)
Voto: 72



















