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domenica 5 giugno 2011

The Project Hate - Armageddon March Eternal

#PER CHI AMA: Cyber Death, Industrial, Black Symph
Cari ragazzi, prendete carta e penna e segnatevi questa release; andate dal vostro negoziante di fiducia e acquistate questo disco; fatte tutto ciò se siete logicamente alla ricerca d’emozioni forti e di musica estremamente originale. Eh sì, perchè i The Project Hate hanno dato alle stampe un lavoro veramente eclettico, interessante ed emozionante. Quello che andiamo ad ascoltare oggi è il quarto album della band svedese (escludendo il live “Killing Helsinki”), band capitanata dal polistrumentista Lord K. Philipson e dai suoi fidati compagni che arrivano da esperienze più o meno importanti nella scena death scandinava (Grave, 2 Ton Predator, Evergrey ed Entombed tanto per citarne alcuni). Ma veniamo ad “Armageddon March Eternal” vero crocevia di stili: il platter mischia infatti sonorità tipiche del death scandinavo (Entombed, Dismember e Grave) a momenti cyber death alla Fear Factory, giocando sull’eterno dualismo tra bene e male, qui contrapposti attraverso la musica, ma anche attraverso la voce eterea dell’angelica Jo e il profondo growling del luciferino Jörgen. Prodotto egregiamente da Dan Swano presso i suoi Square One Studios, il quarto sigillo della band nordica ospita tra i suoi solchi numerosi ospiti, da Gustaf Jorde dei Defleshed ad Anders Schults degli Unleashed. Il sound proposto dai nostri geniali ragazzi però non si ferma a quanto scritto sopra, va ben oltre: nei sessantasei minuti di musica, se ne sentono davvero di tutti i colori, anche grazie alle strutture altamente complicate dei lunghi brani. Se appunto, la matrice di fondo del disco resta un granitico death metal, su questo si vanno a insinuare, tra le trame chitarristiche, anche dei momenti di inaspettata atmosfera, così come pure campionamenti elettronici presi in prestito dall’industrial e dall’EBM. Curioso l’effetto che ne deriva, una miscela esplosiva di emozioni, una colata di lava metallica che investe l’ascoltatore: nelle note di “Armageddon March Eternal” possiamo udire echi derivanti dalla musica più progressiva e d’avanguardia (Opeth, The Provenance e Arcturus sono i primi nomi che mi vengono in mente), ma anche schegge di black sinfonico tanto caro ai Dimmu Borgir. Svariate le influenze che si celano dietro a quanto partorito dalle menti di questi ragazzi: probabilmente il difetto maggiore dell’album sta in alcune ritmiche brutal un po’ troppo scontate, per il resto considero questo nuovo cd, un eccellente lasciapassare per la via verso il successo, anzi per l’Armageddon... imprevedibili e disorientanti, che volete di più? (Francesco Scarci)

(Threeman Recordings)
Voto: 80

Hopeless - Elements

#PER CHI AMA: Suicidal Black Metal/Funeral Doom, Shining
“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente… Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Queste frasi, dal senso così tremendo e oscuro, sono scolpite sopra la porta dell’Inferno, che Dante si appresta a varcare ne “La Divina Commedia”. E facendo proprio un confronto con l’opera del poeta toscano, mettendoci all’ascolto di “Elements” degli spagnoli Hopeless (appunto “senza speranza”) e del loro catastrofico suicidal black metal, le sensazioni che emergono sono le medesime di quelle descritte nel più grande capolavoro della letteratura di tutti i tempi. L’aver scomodato Dante per la recensione di questo cd, non deve trarvi però in inganno, perché ahimè non ci troviamo al cospetto di una cosi maestosa opera d’arte, anche se la musica proposta dalla one man band di Malaga è molto buona, ma credo che ai più potrà risultare di difficile fruizione. Eh si, perché il sound mortifero proposto da Lvcciferian e dai suoi Hopeless, è un black ambient dalle pesantissime tinte depressive/suicide che emergono fin dall’iniziale “March 13th” e perdurano fino alla conclusiva title track (tralasciando l’ultima inutile cover, da “Il Padrino” “The Ghostfather“). A dispetto di una produzione non proprio all’altezza, la musica dell’act iberico sconvolge i nostri sensi con composizioni dal forte impatto emotivo, con ambientazioni nere come la pece, squarciate da dannate litanie angoscianti. La ritmica non è mai veloce, semmai assai ripetitiva; tuttavia la noia non finisce mai per intaccare il nostro ascolto, nonostante le lunghe durate (sugli 8-9 minuti) di alcune tracce. Non mi stancherò di ripetere che quello che abbiamo fra le mani è un cd di funeral black doom apocalittico, di faticherà a trovare molti consensi; tuttavia mi sento di poter consigliare l’ascolto di questo lavoro anche a chi non è cosi abituato a questo genere di sonorità, perché potrebbe risultarne piacevolmente sorpreso. Sia chiaro che “Elements” non è un disco da poter gustare in auto o in compagnia di amici, ma da assaporare chiusi nell’oscurità della propria camera, magari con un paio di candele accese. Sofferente, malato, sconfortante: devo ammetterlo, a me la musica degli Hopeless piace molto e vi invito a dargli un ascolto; avvicinatevi con cautela però! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 75

venerdì 3 giugno 2011

Astral Silence - Astral Journey

#PER CHIA AMA: Funeral Doom, Cosmic Black Metal
Ancora una volta Svizzera (come per i Mal Etre), ancora una volta viaggi spaziali come era successo per i compagni di scuderia Spuolus, ancora una volta una one man band, questa volta guidata da Quaoar. La proposta che oggi fa visita al mio stereo è il full lenght di debutto degli Astral Silence, che arriva a convincermi che il paese alpino non sia importante per il cioccolato o per alcune grandi band (Celtic Frost, Samael, Coroner), ma che ci sia realmente un fermento continuo nell’underground che cresce e spinge per farsi conoscere. Certo, c’è anche da dire che non tutte le ciambelle escono col buco, ma questo è un altro discorso che magari affronteremo nel corso della recensione. Partiamo col dire che “Astral Journey” è uno di quegli album di difficile approccio, ma devo ammettere che sono quelli che poi talvolta regalano anche le maggiori soddisfazioni. Si apre con la classica intro ambient (peccato che duri “solo” poco più di dieci minuti). Già messo a Ko dalla ipnotica, quanto mai inutile apertura, finalmente riecheggia nelle casse del mio stereo, la musica del factotum Quaoar e del suo cosmic black metal (definizione che sta prendendo sempre più piede ultimamente) che quasi istantaneamente, guida la mia mente verso il sound dei conterranei Darkspace. Vuoi per la definizione del genere, vuoi per i punti di contatto che accomunano le due band, ossia quella ripetitività di fondo che lacera le nostre menti, effettivamente le due band finiscono inevitabilmente per assomigliarsi. Non voglio bollare gli Astral Silence come dei meri cloni dei ben più famosi colleghi, però questo finisce per inficiare un po’ il mio voto. Ci prova “Hydra” a risollevare le sorti di un album che rischia di finire nel dimenticatoio dei cd perduti. Per carità nulla di innovativo o personale, però il suicidal black degli Astral Silence si lascia ascoltare piacevolmente, tuttavia senza impressionare o senza spingersi verso lidi sperimentali, in quanto il riffing non si sforza di cercare soluzioni alternative e finisce per continuare a riproporre lo stesso giro di chitarre per l’intero pezzo. Quello che finisce poi per il placare il mio desiderio sacrificale, sono quelle ambientazioni ricche di tensione, che comportano un totale senso di rassegnazione e abbandono a chi le ascolta: tutto ciò emerge alla grande nelle conclusive “Dysnomie” (il mio brano preferito) e “Oort”, dove si respira tra l’altro un fetido odore di morte. Il funeral doom, con il suo impietoso riffing, le vocals quasi sussurrate, le cupe tastiere, finisce per prendere il sopravvento, scaraventandoci in un intenso stato di terrore. Il respiro si fa più affannoso e la visione più distorta, man mano che l’incedere della song si fa più che mai minaccioso; l’impressione che mi rimane alla fine di questa bieca danza della morte è che la sua mano abbia afferrato la mia gola per condurmi insieme a lei negli inferi. Mi risveglio, sono sudato, realizzo che è stato solo un incubo, lo stereo ormai si è spento in automatico e il cd degli Astral Silence è terminato, ma quel senso di angoscia perdura ancora nel mio animo e chissà ancora per quanto durerà. Destabilizzanti! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 70

Mal Etre - Torment

#PER CHI AMA: Ritual Black Metal, Funeral Doom
Come riporta il booklet del cd, questa è una raccolta di tracce di un viaggio personale, che riflette momenti di isolamento e crisi personale dell’individuo, Nocturnalpriest, che si cela dietro il nome di Mal Etre. La one man band svizzera finalmente, dopo 4 demo rilasciati a partire dal 2007, fa uscire per l’attivissima Kunsthauch, questo cd di sette pezzi che fa del suo titolo, il proprio inno… il tormento, si. Ora capisco per quale motivo viene spiegato il perché della nascita dei brani, poiché fin dall’iniziale “Vie Impure”, non posso esimermi dal constatare che proprio questo sentimento, cosi straziante e lacerante, costituisce la base delle sonorità di questo oscuro lavoro, anche se spesso ci si abbandoni in selvaggi tripudi alla malvagità. Dopo l’adattamento al corrosivo sound della lunga opening track, mi lascio cullare dalle soavi note di “Forest”, prima di immergermi nell’angosciante trip creato dalla tenebrosa “My Funeral”, macigno ipnotico di funeral doom miscelato ad ambientazioni che mi hanno riportato alla mente gli ahimè disciolti Decoryah, forse prima fonte di ispirazione dell’act alpino, insieme allo shoegaze moderno dei maestri Alcest. Nulla di cosi immediato, il sound dei Mal Etre è un qualcosa in grado di spingerci fino all’orlo del precipizio e probabilmente anche qualcosa in più. Gocce di pioggia a metà brano sottolineano quel senso di malinconia (per non dire cupa disperazione) che attanaglia l’intero cd; la pioggia lascia poi il posto a linee di chitarra contraddistinte da un uso estremamente basso dell’accordatura, in compagnia di urla disumane in sottofondo e apocalittiche visioni da fine del mondo. Il senso di sofferenza prende il sopravvento anche con la successiva “Unblessed Beings”, dove l’artefice di questi suoni finisce per compiangersi sin dai primi tocchi arpeggiati di chitarra. Poi quando sopraggiungono i cori, l’influenza del combo finlandese sopraccitato si fa più forte, e la musica del nostro eroe finisce per mescolarsi con un riffing epico di chiara matrice Burzum, per un finale da brividi. Evocativo, malato, contemplativo, questi sono solo alcuni degli elementi che emergono dall’ascolto di questo “Torment” che è in grado di regalarci ancora altri momenti di mistero con “Sad Day” e di solenne black metal con “Son Ame Saigne”. Peccato solo che la produzione non sia delle migliori, sono convinto che con altri suoni si sarebbe potuto apprezzare maggiormente i dettagli di questo seminale opera. Tormentati! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 75

giovedì 2 giugno 2011

Kamlath - Stronger than Frost

#PER CHI AMA: Dark Gothic Doom, Moonspell, My Insanity, Evereve
A volte mi domando come possano nascere le collaborazioni tra artisti cosi lontani o semisconosciuti tra loro, un’amicizia, un gioco tra etichette o cosa? Quindi mi chiedo come e cosa possa aver accomunato Max Konstantinov e Peter Shallmin, entrambi provenienti dalla Siberia con lo svedesone Mike Wead (Mercyful Fate/King Diamond, Candlemass), Dennis Leeflang (Within Temptation, Epica) e infine addirittura con l’italianissimo Marco Benevento, singer dei The Foreshadowing? Insomma il connubio tra Russia, Svezia, Olanda e Italia ha partorito i Kamlath e il genere Siberian Metal (in quanto il concept ruota intorno alla tradizione della comunità siberiana, ma qui se la potevano anche risparmiare), tra l’altro sotto l’apporto grafico di un altro membro della scena internazionale, Seth Siro Anton, dei greci Septic Flesh. Il risultato a conti fatti non è affatto male, se siete però dei fan del vocalist dei nostrani The Foreshadowing, in quanto se, come me, non apprezzate la timbrica del buon Marco, avrete grosse difficoltà a digerire la proposta del combo, ma cercherò di analizzare il tutto con estremo raziocinio. La proposta è certamente accostabile ad un gothic dark doom che viaggia sempre su linee di chitarra compassate e atmosferiche, con le vocals che raramente travalicano il cantato pulito. La musica si lascia piacevolmente ascoltare sin dall’iniziale “Isgher”, dove immediatamente è Marco ad assurgere a ruolo di assoluto protagonista grazie alle sue melodie vocali, su un sound mai troppo graffiante. I suoni, forse un po’ troppo glaciali, sono riscaldati ben presto dal chitarrismo solista di Mike Wead che regala sprazzi di grande classe. La seconda “Seven Thousand Winters” apre quasi con piglio black metal, con una ritmica selvaggia, per poi prontamente assestarsi su un mid-tempo melodico, ma ripartire, nello sviluppo del brano, ancora più furiosa. La voce ammaliante di Marco è sovrana (e lo sarà per tutta la durata del cd) e domina su un tappeto ritmico rutilante, creato dalla batteria incalzante di Dennis. Con la terza “Thy Revelation” tocchiamo l’apice compositivo di questo inaspettato “Stronger than Frost”, con una song struggente che si conclude con un assolo meraviglioso. La tecnica di certo non manca al quintetto internazionale e i nostri non esitano di certo a palesarla. La title track ha più le sembianze di un pezzo dei Moonspell, mentre la successiva “One Tired Wise” si rivela meno sostenuta e con un mood notevolmente malinconico, che si riproporrà anche nella splendida conclusiva “From Siberian Deeps”. A suggellare il lavoro dei nostri ci pensa poi un’ottima produzione nei romani Temple of Noise Studio a conferire una maggiore italianità a questa release. Un unico appunto vorrei fare: limitate la performance vocale di Marco che rischia di sovraccaricare e rendere noioso l’ascolto del cd. Oscuri! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 75

Addiction Crew - Lethal

#PER CHI AMA: Crossover, Nu Metal
Recensire questo “Lethal” mi mette un po‘ a disagio. Perché è un disco dai molti pregi, che tuttavia mi lascia una grande perplessità. Gli Addiction Crew sono un ensemble italiano e rilasciano questo ellepì a tre anni di distanza dalla loro precedente produzione. Credo che “Lethal” si ispiri al crossover nu-metal dei primi 2000, con qualche contaminazione elettronica (carino l’effetto spada laser di guerre stellare all’inizio di “Target”), ma che poi tutti ruoti intorno al desiderio di fondere questo genere con la voce della cantante Marta Innocenti. Risultato: dodici tracce piacevoli all’ascolto (easy-listening?) dalle sonorità spesso compresse, come se volessero lasciare il posto alla melodica voce della singer. Desiderio di scalare le classifiche con delle canzoni orecchiabili? Se anche fosse, non ci sarebbe nulla di male. Non mancano le componenti forti, le linee di chitarra violente e una batteria sempre presente e incalzante. Ascoltate con attenzione“ Target”, “Along The Way”, e “Surrounded”, sono le migliori del mazzo. Prese singolarmente, le song sono un’alchimia ben riuscita tra aggressività, pulizia dei suoni, melodia. Nel loro insieme, però, scorrono via come sabbia tra le dita, lasciando una sensazione di vuoto. Mancano quei picchi, quel qualcosa in più che rimane nell’orecchio e nella mente dell’ascoltatore. Il lavoro col bilancino da farmacista per equilibrare il tutto ha creato un qualcosa di sfuggente e vagamente asettico. (Alberto Merlotti)

(Aural music)
Voto 65

Worstenemy - Under Ashes of Wicked

#PER CHI AMA: Brutal Death, Avulsed, Cannibal Corpse
Non riesco proprio a capire se sono io in questo periodo ad avere l’orecchio troppo esigente o se siano realmente le band che affollano il panorama musicale ad avere ben poco da dire. Un peccato, perché chi passa tra le mie grinfie, non ha vita facile. Ma andiamo con ordine: i Worstenemy sono una band nostrana (di origini sarde ma residenza bolognese) che da una decina d'anni abbondante solca le scene e da quanto ho capito, continua in modo imperterrito e con una coerenza invidiabile (quasi degna di Cannibal Corpse o AC/DC) a proporre un death metal di efferata brutalità. L’EP di 6 pezzi che ho in mano attacca l’ascoltatore fin da subito con la sua irruente veemenza, tenendoci incollati allo stereo grazie al suono compatto che ne esce dalle casse. Le vocals, tra il growl e lo screaming vetriolico, vomitano tutta la rabbia del combo italico, mentre le asce si alternano tra sfuriate death e rallentamenti grooveggianti al limite del doom. Niente di che, nulla di entusiasmante giunge ahimè alle mie orecchie, solo un disco utile per la mia cervicale (per allenarmi con un po’ di sano headbanging) o per la classica pogata scaccia pensieri in compagnia degli amici. Fortunatamente qualche sprazzo interessante è avvisabile tra le note del quartetto sardo, quando i nostri si cimentano in oscure ambientazioni (sentire la parte centrale di “Nogoth”) degne dei migliori Avulsed o in sfuriate al limite della schizofrenia come nella successiva “Burning my Flesh”. Probabilmente la vera sfiga della band è quella di essere nata in Italia: se solo fossero cresciuti in Florida, qualche chance di sfondare l’avrebbero anche avuta nel corso di questi anni… L’importante è non perdersi d’animo (Francesco Scarci)

(Raptures Asylum Productions)
Voto: 60

Am Tuat - Inmotion

#PER CHI AMA: Death Doom
Dall’Olanda ecco arrivare un nuovo terzetto dedito ad un death doom assai ritmato che mi ha fatto ripensare alle vecchie glorie del passato della terra dei tulipani, Sad Whispering, Castle e Beyond Belief. Stiamo parlando di formazioni che offrivano il tipico sound rallentato, malinconico, corredato da vocioni brutali, qualche clean vocals e qua e là arieggi melodici, ma erano i primi anni ‘90. A distanza di quasi vent’anni, salgono alla ribalta gli Am Tuat che, prendendo spunto dalla tradizione fiamminga, rilasciano questo “Inmotion”, che probabilmente potrebbe fare la gioia di chi si ciba di dischi all’insegna della brutalità accompagnata da aperture melodiche, plumbee atmosfere invernali, inquietanti sussurri nel buio e drammatici arpeggi. Tanta carne al fuoco che potrebbe far ben sperare per il futuro, mentre per il presente, quello che abbiamo fra le mani, è ancora un prodotto abbastanza acerbo che poco, anzi nulla ha da dire a chi come me, ama questo genere di sonorità. Troppi, veramente troppi sono gli album che escono ogni giorno in questo ambito e molto elevata è la qualità delle band che affollano il mercato, soprattutto grazie alle band provenienti da Russia o Ucraina. E gli Am Tuat, per quanto si sforzino di trasmettere qualche apocalittica sensazione, passando attraverso atmosferiche ambientazioni e pachidermiche cavalcate, non hanno ancora quelle idee geniali o di classe capaci di permeare la loro musica, in quanto ancora intrappolati in sonorità death metal che appiattiscono il sound della band. Peccato, perché qualche sprazzo interessante ci sarebbe anche, troppo poco a dire il vero, per ritenere sufficiente questo album di debutto. Sarà sicuramente per la prossima volta… (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music)
Voto: 55

Questo “Inmotion” mi ha dato da fare, nel bene e nel male. Gli olandesi “Am Tuat” muovono i primi passi nel 2003 e da lì incominciano a sviluppare la loro musica. Dopo due demo, nel 2009 danno alle stampe sopracitato album. Potrebbe essere catalogato nel genere “progressive death metal”, ma si percepiscono molte influenze musicali diverse. Ci trovo i “My Dying Bride” e qualche influenze thrash metal. La formazione attuale vede: Bauke Valstar (chitarra e voce), Nick Pel (chitarra), Arno Rensik (basso) e Sander Bosscher (batteria e voce). Al primo ascolto sono rimasto colpito da sensazioni contrastanti, quelli seguenti, a essere sincero, hanno originato lo stesso effetto. Si dice che l’importante sia colpire l’ascoltatore, creare in lui emozioni: in questo ci sono riusciti. Vi è mai capitato di percepire qualcosa come interessante ma, al tempo stesso, come gravemente sfregiata? Qualcosa che poteva essere notevole ma, rimasta incompiuta, ci offende in poco lo sguardo? Sì? Questo è quel che ho provato ed eccone le cause. Il growl utilizzato è ben oltre il mio limite di sopportazione, molto pesante, totalmente anonimo e appiattisce tutte le tracce. Queste perdono la loro singolarità e si confondono. Tutto ciò è accentuato da un’esecuzione che mi appare svogliata. Gli accordi, quando dovrebbero essere potenti, non lo sono quanto dovrebbero, le parti tirate appaiano troppo piatte quasi amorfe, persino troppo lente. Francamente li trovo più a loro agio nelle fasi più tranquille. Qui gli accordi risultano ben eseguiti, molto più melodici e le contaminazioni danno origine a un qualcosa di più rilassante ma più apprezzabile. Tra le track segnalo volentieri la strumentale “Ahead of Sadness”, che considero veramente piacevole (manca infatti il pernicioso growl). Vorrei spendere due parole sull’elefantiaca “A Cry... The Sound of a Tragedy”: 18 minuti! Ragazzi miei, io apprezzo l’impegno ma, insomma, si arriva alla fine annaspando. Non credo che tali fatiche siano nelle loro corde, almeno per ora. Le altre canzoni rimangono nell’anonimato del percepito ma subito rimosso. Nel complesso il lavoro risulta troppo annacquato: 66 minuti sono troppi, arrivarci in fondo è difficile. Vale il discorso fatto prima, per un avere un buon risultato con queste durate, occorre una certa maturità, che ancora non dimostrano di possedere. Da apprezzare il loro coraggio e la capacità compositiva non banale che si percepisce dal lavoro. Da piccolo la maestra diceva che, in certe cose, avevo le capacità ma non mi impegnavo a dovere. I miei allora si inviperivano da matti: “Se hai le doti usale!” (seguiva gragnuola di scopaccioni). Ecco lo stesso vale per questi olandesi. Potrebbero fare degli ottimi lavori al posto di dischi sì sufficienti, ma che lasciano un senso di amarezza per ciò che avrebbero potuto essere e non sono. (Alberto Merlotti)

(My Kingdom Music)
Voto: 65

domenica 29 maggio 2011

Aborym - With No Human Intervention

#PER CHI AMA: Black Industrial, Carpathian Forest, Dodheimsgard
“With No Human Intervention” non è semplicemente il terzo album per gli Aborym, ma un altro marchio a fuoco nella musica estrema contemporanea, un ulteriore affermazione di indiscutibile superiorità della formazione capitolina. Seguo gli Aborym fin dal loro debutto “Kali-Yuga Bizarre”' e sebbene gli esordi della band fossero più che promettenti non avrei mai immaginato di farmi coinvolgere in maniera così appassionata dalla loro musica. “Fire Walk with Us!”, il secondo capitolo, mi turbò letteralmente quando lo ascoltai per la prima volta e mi fece aprire gli occhi su quanto l'arte degli Aborym fosse innovativa, disturbante ed annichilente. Per il sottoscritto quell'opera rimane un capolavoro, un album avvolto nella malvagità più autentica, un vettore di energia distruttiva impossibile da convogliare e troppo sfuggente per essere carpita in tutti i suoi impulsi. “With No Human Intervention” lancia lo stesso messaggio spietato del suo predecessore, un messaggio di dissolutezza, odio e violenza di cui gli Aborym rappresentano ormai gli unici efficaci portavoce e che in questa occasione viene condiviso assieme ai numerosi ospiti dell'album: Bård "Faust" Eithun (ex-membro di Thorns ed Emperor), R. Nattefrost dei Carpathian Forest, Sasrof dei Diabolicum, Irrumator di Anaal Nathrakh e Matt Jerman di Void/OCD. Brani come “WNUI” e “U.V. Impaler” sono la prova di una vena creativa inesauribile e di un intuito geniale, sono scariche elettriche inebrianti che attraverseranno il vostro corpo galvanizzandolo e lasciandolo in preda alle convulsioni. I pezzi sorprendono per la loro bestialità e le litanie di Attila non erano mai state così isteriche e contorte prima d'ora! I ritmi frenetici ed esasperati sostenuti dalla drum-machine ricordano molto da vicino il black metal industriale che vide i Mysticum come precursori del genere, ma gli Aborym possiedono un suono estremamente più complesso rispetto alla seminale formazione norvegese e il loro uso così impavido e folle dell'elettronica rende sterile qualsiasi tentativo di paragone. “Does Not Compute” e “Chernobyl Generation” sono schegge impazzite di tecnologia, bagliori fluorescenti che corrodono e dilaniano l'anima, mentre i dieci minuti di “The Triumph” riesplorano l'eclettismo del debutto, spaziando dalla melodia del black metal più cadenzato fino ad un'apnea di orgiastica electro. In questo terzo sigillo l'odore insopportabile di sangue e morte che si respirava in “Fire Walk with Us!” ha lasciato il posto a quello più asettico delle macchine, tra le profetiche visioni di un mondo in cui sono le fabbriche a dominare e ad ergersi minacciose sulle nostre tombe. Queste sono le visioni evocate da “With No Human Intervention”, un'opera costruita per celebrare la vostra fine, per divorarvi ed annientarvi... (Roberto Alba)

(Code 666)
Voto: 85

Steny Lda - Steny Lda

#PER CHI AMA: Sludge, Post Metal, Isis
L’attivissima etichetta Slow Burn Records ha dato alle stampe lo scorso dicembre al full lenght di debutto dei russi Steny Lda (il cui significato è “Muri di Ghiaccio”). La proposta dell’act sovietico (non mi è dato di sapere il numero e il nome dei membri della band), è in linea con le proposte della sub label della Solitude Productions, ossia un post metal/sludge che a parte le ultime due tracce, è da considerarsi un disco meramente strumentale e proprio qui risiede il punto debole di un disco che avrebbe potuto meritare un voto molto più alto se solo una giusta voce avesse completato l’opera. Questo si evince dalla necessità di completare qualcosa di estremamente strutturato, insomma come la vedreste voi se gli Isis avessero suonato esclusivamente senza il cantato caldo e selvaggio del buon Aaron Turner? Io non molto bene, in quanto le vocals a mio avviso costituiscono un vero e proprio strumento a disposizione della band, per conferire maggiore personalità o dinamismo ad un disco. E questo “Steny Lda”, per quanto sia un cd che a me piace, trova la sua pecca nella mancanza di quelle vocals che avrebbero potuto donare una maggiore dinamicità ad un disco che è tuttavia in grado di offrire buoni spunti a livello musicale. E dire che gli ingredienti per fare il botto ci sono tutti: ritmiche in pieno stile sludge (ottima “O-M-G”) si avvicendano con atmosfere più soffuse, tipiche del post rock, quasi a voler tributare i Mogway (ascoltate “0-5-7”), con i loro passaggi delicati e a tratti ripetitivi, quasi una sorta di ninna nanna che ci spinge verso una dimensione più onirica. Ma è poi la componente elettrica a riemergere più preponderante come nella successiva “H-M-T”, che a parte riproporre le urla già trovate in “O-M-G”, viaggia sui binari del post metal melodico sospinto da una forte vena malinconica. Le fastidiose urla del vocalist tornano anche in “C-O-W” (quanto mi piacerebbe conoscere il significato di questi simboli e numeri), mentre la settima “C-W-B” mostra un sound più vicino a Mastodon e Baroness, con delle ritmiche grooveggianti dal forte flavour sudista. Ma ancora una volta è il piglio post rock depressivo a riemergere con finalmente un cantato “normale” (tuttavia da rivedere in quanto poco espressivo), cosi come pure nell’ultima “1-0” che chiude un disco che per quanto possa risultare interessante, mi lascia comunque con l’amaro in bocca, per tutte quelle potenzialità ahimè inespresse. Rimango in attesa di un come back discografico per prendere una posizione più definita per ciò che concerne questi Steny Lda. Nel frattempo godiamoci questo debutto, che “del domani non v’è certezza” (Francesco Scarci)

(SlowBurn Records)
Voto: 70

Terra Tenebrosa - The Tunnels

#PER CHI AMA: Sludge, Ambient, Noise, Neurosis, Cult of Luna
Mistico, intrigante, seminale, tribale, pachidermico, disturbante, enigmatico… ecco riassunto in poche inequivocabili parole quanto racchiuso nelle sette tracce di questo unico “The Tunnels”, album degli svedesi Terra Tenebrosa, band che nasce da ex menti malate dei Breach. Il risultato è palese fin dall’iniziale “The Teranbos Prayer”: attacco affidato ad una ipnotica batteria dall’incedere tribale, e poi ecco che una malsana atmosfere rende reali i peggiori dei nostri incubi, quasi la colonna sonora ideale per lo spettrale film “Donnie Darko”. Rimango basito di fronte a questi suoni, costantemente accompagnati da una voce aliena. Non ho ancora superato quella sensazione di pura angoscia inflittami dalla opening track, che vengo aggredito dal basso malefico di “Probing the Abyss”, e dal quel suo incedere ossessivo, che ancora una volta mi spinge a rifugiarmi come un bambino spaventato, raggomitolato in un angolo della sua cameretta. “The Tunnels” ha un effetto devastante sulla psiche di chi lo ascolta, slatentizzare tutte le nostre paure e indurci a rifugiarci all’interno di noi stessi. Mi appresto ad affrontare i dieci minuti di “The Mourning Stars”, ma sono solo con la mia assenza di fiato, neppure abbia percorso i 42km della maratona. Fortunatamente, la song parte piano, delicata, ma sono consapevole che dietro le ante di quell’armadio, che tanto mi spaventava da piccolo, si celi realmente un mostro diabolico, forse il cuculo (the Cuckoo), la figura a cui i Terra Tenebrosa fanno riferimento all’interno di questo album. Il brano non nasconde l’amore dei nostri nei confronti dei Neurosis, per quelle tipiche lisergiche atmosfere e sonorità che hanno reso grande la band californiana. I suoni apocalittici s’ingrossano man mano che la musica fluisce nel suo importunante avanzare, con le vocals quasi indecifrabili che fanno da sfondo a cotanta follia. Un rigurgito black metal si scatena nell’incipit demoniaco di “The Arc of Descent” anche se poi nella sua parte centrale sono, al solito, le claustrofobiche ambientazioni a farla da padrone. Il viaggio all’interno dei nostri incubi più reconditi prosegue con la strumentale e ripetitiva “Guiding the Mist/Terraforming”. “Through the Eyes of the Maninkari” è l’ennesimo tributo dei nostri al sound dei pionieri del genere: doom, sludge, industrial, ambient e noise si fondono alla perfezione in questo catalettico lavoro, fino alla conclusiva title track, degna conclusione di questo cd sprigionante emozioni centrifuganti. Se non volete, che il vostro viaggio si interrompi qui, sappiate che la versione in vinile racchiude la bonus track "Breaking Open the Head" per altri 15 minuti di delirante passione. Sia chiaro, l’album non sarà di facile assimilazione per chiunque si voglia avvicinare, senza avere un po’ di dimestichezza col genere, il rischio è di restare bruciati. Per chi è avvezzo a simili sonorità, l’ascolto è d’obbligo. Immaginari. (Francesco Scarci)

(Trust No One Recordings)
Voto: 85

Raven Woods - Enfeebling the Throne

#PER CHI AMA: Black Death, Behemoth, Melechesh
Chissà qual’era l’intento della Code 666 quando ha arruolato nel proprio rooster i turchi Raven Woods? Trovare i nuovi Behemoth o forse proporre qualcosa di brutale e al contempo “sporcato” da melodie di mesopotamica derivazione (vedi Melechesh)? Non saprei dire, quel che è certo è che la proposta musicale del five-pieces anatolico è un death black che si rifà senza ombra di dubbio alle due band sopra menzionate, anche se i nostri tendono decisamente a privilegiare la proposta di Nergal e soci. Il genere quindi è già ben delineato nelle vostre menti, veniamo pure al risultato: dopo l’intro si viene subito travolti dalla title track e da “Breathless Solace” che confermano immediatamente che quello che ho fra le mani è un prodotto di metal estremo e brutale, caratterizzano da un riffing tonante e fragoroso (complice un’ottima produzione) che esalta tutti gli strumenti, in particolar modo la batteria di Semih che si rivelerà nel corso del disco, fantasiosa, a tratti sincopata, ma costantemente devastante (spaventosa in “Ecstasy Through Carnage”). Certo, lo spettro dei Behemoth continua ad aleggiare sui nostri, prevalentemente a livello delle ritmiche, sempre tirate e sempre a cavallo tra death e black, e dove la melodia è relegata a pura spettatrice. Tra un passaggio orientaleggiante (si ascolti il meraviglioso bridge di “Torture Palace”, la mia song preferita o “Upheaven-Subterranean”) e un outro acustico, i nostri riescono a sfoderare brillanti prove anche in chiave chitarristica, dove i solos confezionati dal duo Cihan/Emre, si riveleranno alla fine assolutamente azzeccati. Non posso non citare anche la prova egregia alla voce di Kaan, che si diletta alternandosi tra lo screaming black e il gorgoglio death, bravo. Insomma, fondamentalmente a me questo disco piace, anche se talvolta potrà balzarvi all’orecchio qualcosa di un po’ troppo derivativo o peggio, piattino. Quel che è certo è, che ancora una volta la Code 666 ha piazzato un colpo vincente con una semisconosciuta band dalle grandi potenzialità, stiamo a vedere in futuro che accade, ma sono certo che sentiremo ancora parlare dei Raven Woods e non per forza questa volta, confinati nell’underground più estremo. (Francesco Scarci)

(Code 666)
Vo
to: 70

Alpthraum - Cacophonies from Six Nightmares

#PER CHI AMA: Black Ambient Funeral Doom
Ci sono generi, nel metal, che sfociano in importanti esperimenti sonori e le influenze sono talmente varie che spesso si fatica a ricavarne l’origine. Generi che esaltano e distruggono allo stesso tempo, che instillano una malinconia sottocutanea a tratti demistificata. Musica di nicchia, senza dubbio. Gli Alpthraum sono una di queste band. Impossibili da definire. È musica nera che più nera non si può. Dopo attenti ascolti mi sono ritrovato a riflettere sulla natura viscerale dei sentimenti che stanno alla genesi di un disco come questo, e, allo stesso tempo, ho cercato di comprendere le fondamenta che sottostanno a un genere tanto ricercato. Fondamentalmente “Cacophonies from Six Nightmares” dovrebbe (usiamo il condizionale) essere un album black metal. Almeno, da un calcolo quantitativo, le atmosfere tipicamente black risultano le più consistenti nel corso delle sei tracce. Un sound alla “Wolven Ancestry” tanto per intenderci, primitivo e animale. Non solo. L’uso artificioso di lunghissime pause e il pesante ricorso ad elementi ambient, formano un disco di rara complessità, e mi rendo conto che per i non addetti ai lavori può essere una sfida riuscire ad arrivare fino alla fine dell’ascolto in una sola volta. Il maggior punto a favore, che rimane però anche quello più problematico, resta il sapiente dosaggio di violento black ad un’atmospheric-doom (è davvero difficile rinchiuderlo in un’etichetta generica) che richiama alla lontana il sound dei Void of Silence. La sesta traccia dell’album (il sesto degli ultimi incubi cui allude il titolo) si dimostra una performance di sei minuti (che sia un caso?) in cui non compaiono chitarre o batteria. È l’inquietante soliloquio di una creatura indefinita, alternato a suoni e rumori che coinvolgono l’ascoltatore in un’atmosfera inconcepibile per la mente umana, quasi una nenia sacrale. Caos e silenzio. Caos e silenzio. Caos e silenzio. I lettori accaniti di Lovecraft, come lo è il sottoscritto, potranno trovare in quest’opera musicale il perfetto sottofondo per gli orrori dell’altrove, anche se, rimanendo in campo doom, gli Antichi rimangono patrimonio storico dei Thergothon. Sconsigliato a chi è affetto da tendenze suicide. (Damiano Benato)

(Kunsthauch)
Voto: 70

Samael - Lux Mundi

#PER CHI AMA: Celtic Frost, Rammstein, Laibach
Annunciato già da tempo come un ritorno alle vecchie sonorità di “Passage” ed “Eternal”, l’ultimo lavoro in studio dei Samael rivela senz’altro la volontà di riaccostarsi ad un sound che verso la seconda metà degli anni ’90 aveva portato la band svizzera a ricevere larghi consensi nel sottobosco del metal estremo. E’ ora lecito interrogarsi se questi intenti nostalgici bastino a ripercorre i fasti del passato, ma i dubbi si sciolgono abbastanza rapidamente, senza necessità di superare i primi quattro brani del disco. In “Lux Mundi” ritroviamo le medesime atmosfere apocalittiche degli album citati poc’anzi, le stesse ritmiche meccaniche ed un incedere marziale stilisticamente inconfondibile che si pone a metà strada tra black e industrial metal, tuttavia è la forza dei singoli brani a risultare quasi impalpabile. Non si può dire che nell’economia delle canzoni manchino il dinamismo e la capacità di concepire architetture musicali complesse, d'altronde siamo sempre al cospetto di un quartetto di musicisti più che navigati. Ciò che in realtà fatica ad emergere è l’energia, quello straordinario vigore sprigionato da vecchi cavalli di battaglia quali “Shining Kingdom”, “Liquid Soul Dimension”, “Year Zero” e “The Cross” (solo per citarne alcuni). Tralasciando l’interlocutorio “Above”, va aggiunto che i Samael avevano comunque raggiunto uno splendido equilibrio in album come “Reign of Light” e “Solar Soul”, entrambi contraddistinti da un approccio più innovativo, elettronico e commercialmente appetibile, per cui risulta incomprensibile o perlomeno deludente una virata verso schemi già ampiamente esplorati e sui quali risulta evidentemente difficile recuperare una rinnovata ispirazione. Nonostante l’ascolto più minuzioso dell’album faccia emergere un paio di episodi riusciti come “For a Thousand Years” e “In the Deep”, “Lux Mundi” non regge comunque il confronto con il passato e rassomiglia tanto ad una raccolta di b-side che non trova una dignitosa collocazione all’interno di una discografia che fino ad oggi aveva toccato livelli qualitativi eccellenti. (Roberto Alba)

(Nuclear Blast)
Voto: 60