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lunedì 17 settembre 2018

Tangled Thoughts of Leaving - No Tether

#PER CHI AMA: Post Metal Sperimentale
Per chi non li conoscesse (il sottoscritto ad esempio), i Tangled Thoughts of Leaving sono un quartetto australiano che si diletta nell'esplorazione del post metal, sporcato da doom/jazz e sonorità progressive, il tutto rigorosamente strumentale. 'No Tether' è il loro terzo album (ci sono parecchi EP all'attivo però), fuori in co-produzione tra Bird's Robe Records e la Dunk! Records. Un lavoro di oltre 56 minuti che sin dalle battute iniziali si conferma ostico da digerire musicalmente: "Sublunar" è infatti un'intro rumoristica che introduce al paesaggio sonoro affrescato da "The Alarmist", la prima perla di questo cd. Una traccia che delinea il carattere stralunato della compagine originaria di Perth abile nel miscelare una song dai forti connotati post con rallentamenti caratteristici della musica del destino, in un incedere melmoso ed imprevedibile dotato di una profondità di suoni che riempie le orecchie e satura il cervello. E con un riverbero assai prolungato si arriva a "Cavern Ritual", densa nel suo lentissimo avanzare, con suoni che accelerano il battito cardiaco, scatenando ansie e paure, generando angoscia ed un profondo senso di intorpidimento degli arti in quello che potrebbe essere tranquillamente un funeral doom dalle tinte progressive. Soggiogato dalle tinte fosche della terza traccia, trovo finalmente ristoro nella lunga "Signal Erosion", quasi tredici minuti di sonorità droniche che si fondono con psicotici giri di chitarra e delicati tocchi di tastiere. La ritmica però preme per trovare un suo spazio, si concede degli strappi post-hardcore ma dovete pensare comunque ad una pluristratificazione sonica su cui si muovono indipendenti questi generi, con l'aggiunta di meravigliose fughe jazz (con tanto di trombe e tromboni all'opera), momenti ambient e rallentamenti doom sul finire, in quello che potrebbe essere un incubo ad occhi aperti. Posso ammettere che qui una voce non era strettamente necessaria tale la complessità generata da questi quattro incredibili musicisti. Vi basti chiudere gli occhi e provare (dico provare) a farvi guidare dalle visioni oniriche immaginate da questi impavidi australiani. Stravolti da una massiva portata musicale, si arriva a "Inner Dissonance" e immaginarla come musica di sottofondo in un qualche jazz club, non sarebbe certo un'eresia. I suoni tornano a farsi minacciosi con "Binary Collapse", dove una ritmica tonante si fa accompagnare dal piano in un'ispirata cavalcata metal che viene interrotta da un break post rock che allenta per un po' la tensione dirompente degli esordi, ma spinge tuttavia per poi riesplodere nel corso del brano e far breccia nella seconda metà tra le invasate melodie di tromba e pianoforte in un poderoso climax che sale di livello, di potenza, di intensità, di tutto per un finale frastornante da applausi. Per ultima la title track: dodici minuti affidati a spettrali rumori, cacofoniche melodie, landscapes dronici, tumultuose ritmiche e una dose massiccia di creatività che mi spingono inevitabilmente a saperne di più di questi imprevedibili Tangled Thoughts of Leaving (tanto da indurmi a comprare i precedenti lavori), una bella scoperta davvero. Una jam session a tutti gli effetti. (Francesco Scarci)

(Bird's Robe Records/Dunk! Records - 2018)
Voto: 85

https://music.tangledthoughtsofleaving.com/album/no-tether

martedì 11 settembre 2018

Niet - Dangerfield

#PER CHI AMA: Post Punk/Noise, Shellac
Fare musica noise punk in due persone non deve essere faccenda cosi semplice. Ci provano i Niet (il cui moniker è un omaggio ai NoMeansNo), ensemble proveniente dalla provincia di Ferrara che con armi e bagagli in mano (una chitarra e una batteria), ci sparano addosso questo EP di cinque pezzi, intitolato 'Dangerfield'. L'approccio all'opener "All Work And No Play" non è quanto di più semplice mi aspettassi: la musica ha un'espressione alquanto minimalista (anche a livello vocale), si sente che manca di qualcosa. Complice anche una registrazione lo-fi, mi lascio comunque investire dalla carica energica di questi due ragazzi. La matrice musicale del duo è sicuramente punk-hardcore - penso ad una versione più corrotta dei Melvins - su cui poi i nostri ci innestano ridondanze noise/math. Quella della ripetitività dei suoni (caratteristica di Shellac e Jesus Lizard, altre due importanti influenze della band di Portomaggiore) emerge anche nella seconda "Sinking", canzone ruvida, schizoide e snervante quanto basta per spingermi a premere sul tasto skip, per evitare di accumulare una fastidiosa rabbia interiore. Questo è infatti l'effetto che subisco nell'ascoltare le scorribande noise punk dei Niet, è musica che necessiterebbe infatti di una bella valvola di sfogo, magari un bel pogo durante uno dei devastanti concerti del duo emiliano. Nel frattempo, il disco prosegue tra deliri post punk con "MDZhb" e tribaleggianti divagazioni math (la title track) che tuttavia stentano a decollare, come se deprivate di quel quid che invece ha reso magiche le proposte delle altre band citate sopra. A chiudere ci pensa "KEXP", forse il pezzo meglio riuscito del disco, in cui la componente vocale sembra più fluida, al pari delle linee di chitarra, per lo meno più fruibili. C'è ancora tanto lavoro da fare per poter almeno avvicinarsi ai mostri sacri e dare una maggiore fruibilità ad un disco desisamente ostico, e in cui la cattiveria non è messa al giusto servizio della musica. (Francesco Scarci)

lunedì 10 settembre 2018

Antisoph - S/t

#PER CHI AMA: Avantgarde/Progressive, Ved Buens Ende, Ulver
Con alle spalle una serie di esperienze in molteplici band (Kerbenok e Vnrest) e una passata storia col moniker Orb, giungono a noi i tedeschi Antisoph con questo primo lavoro targato Geisterasche Organisation. Il cd consta di sette tracce che sin dall'opener "Karmaghoul", lascia intuire che non ci troviamo al cospetto di una band estrema propriamente convenzionale. Questo perchè a fronte di un'irrequieta tempesta musicale di stampo black, poi a comparire sono vocals che mi evocano Ved Buens Ende, Ulver o addirittura Voivod. La musica degli Antisoph è a tratti devastante con sfuriate in blast beat o schitarrate in tremolo picking, ma quello che entusiasma sono quei vocalizzi puliti che ricordano per l'appunto Carl-Michael Eide, frontman delle due band norvegesi citate sopra e membro (o ex-) di un quantitativo esorbitante di realtà quali Aura Noir, Satyricon, Dodheimsgard, Fleurety, tanto per fare qualche nome. E forse proprio a qualcuna di queste imprevedibili realtà musicali norvegesi che il nostro terzetto di Schleswig-Holstein prova a guardare, mischiando le carte, e tra sparate estreme, ci piazzano mirabolanti trovate progressive, come i bravi Enslaved insegnano. Basti ascoltare l'assolo finale dell'opening track per trarre questa banalissima conclusione oppure trovare piacevole conferma in altri pezzi: "Hypnoroom" suggerisce qualcosa degli Ulver dei tempi di 'Blood Inside', concimandolo con un black'n roll furioso e psicotico con tanto di cavalcata sincopata a livello ritmico. Una corsa che lascia senza fiato tra ritmiche dissonanti e riff di scuola "vektoriana". "Distant Scream" è un notevole esempio di estremismo progressivo, non posso etichettare come black o death perchè qui di voci scream o growl non c'è traccia, però le sventagliate ritmiche sono portentose e fanno molto più male di realtà ben più estreme dei tre teutonici che qui si dilettano non poco con rincorse paurose al limite del parossismo, smorzate da inattese divagazioni jazzate che mettono in luce una notevole preparazione tecnica e una capacità mostruosa a livello compositivo. Nulla è scontato in questo cd anzi, il rischio di incorrere nell'eccesso di voler sorprendere ad ogni costo l'ascoltatore, ne penalizza addirittura l'ascolto vista una scarsa orecchiabilità per brani al limite del geniale. Il disco mi piace, soprattutto nei frangenti più estremi e penso alla cavalcata post black negli ultimi minuti della terza traccia; talvolta però non è cosi semplice digerire la scarsa linearità musicale dell'ensemble e la voce che emula anche i Vulture Industries nelle tonalità più alte, sembra andare leggermente in difficoltà. Tuttavia insisto, l'album è notevole oltrechè ostico, ma se riuscirete a prendere le giuste precauzioni anche voi non potrete non apprezzare le tortuose e urticanti ritmiche di "Death" e quel suo break centrale che ammicca anche agli ultimi Opeth e al contempo si concede un'altra sfuriata black nel suo epilogo. "Teleport Maze" dà un'altra dimostrazione di spiccata personalità con suoni e voci che chiamano in causa a caso Opeth, Arcturus, Cynic, ma anche il math di Between the Buried and Me o dei Follow the White Rabbit, in una assalto sonoro difficile da gestire perchè cosi frastornante e deviante. Con "Ghostking", il trio prova a rallentare un po' le velocità disumane a cui ci ha abituato sin qui, ma come sempre con questa band dovete aspettarvi sempre di tutto di più, e quindi via ad orpelli blues rock di chitarra, un break progressivo, un bell'assolo, per quello che in definitiva sembra essere il momento più pacato del disco. A chiudere ecco l'acustica delicata di "Rejoice" che rappresenta in questo caso, la meritata quiete dopo una spaventosa tempesta. (Francesco Scarci)

(Geisterasche Organisation - 2018)
Voto: 80

https://antisoph.bandcamp.com/

domenica 9 settembre 2018

Marla and David Celia – Daydreamers

#PER CHI AMA: Psych/Folk Rock
Come da buona prefazione, il titolo di questo disco ('Daydreamers') ci indica la chiave di lettura della musica contenuta in esso. Fare i conti con un album creato da due giovani talentuosi cantautori come Marla Green e David Celia, è un vero piacere ed il gioco diviene facile e credibile, immergendosi nelle atmosfere soffici e cristalline dei loro brani, attraversando il loro modo delicato di vedere l'alternative country ed il folk americano. La musica del duo di Toronto, si muove tra leggerissime arie di chitarre acustiche e pacati ritmi di batteria e basso, tutte intente a supportare le voci ispirate dei due blasonati artisti, che si muovono in duetti dal canto rilassato, con il tono di chi ha trovato nella natura del Canada l'habitat perfetto. L'accostamento a June Carter e Johnny Cash è quasi d'obbligo in brani come l'ottima "Lover of Mine" oppure "Heart Like A Dove", anche se l'atmosfera non è infuocata come nella famosa "Jackson", ma da luci che si abbassano al calar del tramonto. Fantastica la voce di Marla nel brano che dona il titolo all'album, dove il ricordo di Dolly Parton è ancora vivido riarrangiato in una veste hippie alla Joni Mitchell. Molto bella e professionale poi la produzione del disco, che ha suoni colorati e profondi, palpabili e vivi, umani, troppo umani, bellissimi, nello stile folk di Sharon Krauss dell'album 'Songs and Loss'. Ottima e stravagante la traccia "Brave New Land" dove il ritmo si alza leggermente e si discosta dal seminato in maniera lunare e più psichedelica. Le atmosfere che toccano il folk rock psichedelico degli anni sessanta unite a richiami dei Fleet Foxes, la voce rassicurante di David, il romanticismo diffuso tra i brani, la stupenda copertina alla Nick Drake e quel pop sommesso di casa Beatles come in "I Am Her Man" e nella conclusiva "All in Rhyme", danno un degno finale ad un disco che si lascia ascoltare beatamente, in modo lineare e scorrevole, dolce come una giornata frizzante di primavera. Grande prova di maturità artistica, ottimo lavoro! (Bob Stoner)

(Elite Records - 2018)
Voto: 75

https://marladavidcelia.bandcamp.com/releases

Mass Disorder - Conflagration

#PER CHI AMA: Thrash/Death, Testament, Sepultura
Se penso al distretto di Setubal in Portogallo, mi viene in mente automaticamente José Mourinho. Oggi scopro che da quelle lande, dalla città di Almada in particolare, arrivano questi Mass Disorder con quello che è il loro full length d'esordio. 'Conflagration' segue a distanza di quattro anni l'EP di debutto dei nostri, ' The Way to Our End', proponendo ed implementando un sound all'insegna di thrash e death metal. "Arson" ha l'onore di preparare l'ascoltatore all'assalto sonoro del quartetto lusitano, che vede tra le proprie fila un paio di ex membri dei New Born Chaos. "Rats" esplode nel mio stereo con la sua miscela iper-tonica a base di thrash metal di scuola Bay Area. Mi sovvengono infatti i Testament di 'The Legacy', con quella loro carica di ferocia accompagnata da una discreta dose di groove, tiratissime ritmiche, ma soprattutto ottimi assoli che negli ululati delle chitarre, arrivano addirittura ad eccheggiare gli Slayer di 'Raining in Blood'. Sicuramente nulla di nuovo sotto il sole, ma sapete che la forza dirompente di questo gruppo, unita ad una certa nostalgia per quei suoni passati, mi ha fatto trascorrere piacevolmente l'ora spesa all'ascolto di questo 'Conflagration'. Si, perchè anche il thrash urticante di "Modus Operandi" non è affatto male, soprattutto quando a deflagrare nelle casse c'è quell'alternanza tra i due axemen nel sciorinare splendidi assoli rigeneranti. La musica poi è la classica cavalcata che non trova soste, visto che s'infila subito in coda "Death Vow", con la voce di Bruno Evangelista ad emulare quella del ben più famoso collega americano, Chuck Billy e i due chitarristi, Nelson Carmo e Valter Aguiar, a dilettarsi in inseguimenti solistici da brividi. Peccato per un finale sfumato, avrebbe certamente meritato qualcosa più ad effetto, soprattutto perchè interrompe quel flusso sonoro che si era costruito con le prime quattro tracce. Probabilmente la scelta è legata al fatto che la voce di un qualche politico/dittatore (non sono riuscito a capire di chi si trattasse) apre "Violence", una song il cui chorus "Destroy, Invade, Erase, Violence" la dice lunga e aggiunge peraltro un'altra influenza ai nostri, ben più evidente qui, ossia i Sepultura di 'Arise'. E allora fatevi asfaltare anche voi dall'irruenza dei Mass Disorder, dalle rasoiate impartite nei solos, da quella furia ritmica sempre ben canalizzata. E ancora, immergetevi nel clima di "Vicious Circle", là dove sembra di trovarsi all'interno di una qasba dell'antico mondo arabo, prima che il rifferama compresso dei nostri si scateni in una song di ben nove minuti, fatto inusuale per il genere. Comunque il pregio dei Mass Disorder sta nel non annoiare mai, grazie e soprattutto al lavoro certosino alle sei corde, qui ancora una volta notevole. Le ultime due tracce sono affidate a "Premonition", in cui sottolinerei la buona performance vocale del frontman, sempre a proprio agio su questo genere di sonorità e le ottime melodie di fondo proposte dalla sezione solistica, vero punto vincente di questo disco;  ed infine "Illegal Ambition". Questa rutilante song sembra coprire quasi ben 19 minuti del disco affrontando ancora tematiche di guerra; in realtà una decina di minuti sono affidati a dialoghi che sembrano provenire direttamente dal video di "One" dei Metallica, mentre gli ultimi tre minuti sono affidati ad una sorta di ghost track che funge da compendio di tutto quanto ascoltato fino ad ora, ossia un mix tra Testament, Sepultura, Slayer e perchè no anche Megadeth, Metallica ed Exodus per quello che è un vero Clash of the Titans, formato 2018. Bravi. (Francesco Scarci)

(Ethereal Sound Works - 2018)
Voto: 75

https://www.facebook.com/massdisorderband

giovedì 6 settembre 2018

Frust - Elements

#PER CHI AMA: Atmospheric Black Metal
Peccato che l'EP d'esordio degli austriaci Frust duri solo poco più di quindici minuti, avrei voluto ascoltare qualcosa di più per capire maggiormente quest'artista. Si perchè trattasi di one-man-band originaria di Kremsmünster, capitanata da Mario Steiner, che propone un 4-track che tratta i quattro elementi della natura. Si parte con "Earth" e il canto litanico di una donna (forse la Madre Terra) a prendere la scena, prima dell'innesco della malinconica chitarra di Mario su cui poggia il cantato etereo ed evocativo di quella stessa donna, in un incedere compassato dai toni vagamente etnico-ritualistici. Inusuale, affascinante, soprattutto quell'aggiunta nel finale di chitarre più aggressive, solo un po' penalizzante la registrazione non troppo pulita. Comunque la proposta del factotum austriaco si rivela particolare nella sua interezza, anzi direi originale, soprattutto perchè nel secondo atto, "Air", si scatena un'ancestrale furia black all'interno di un contesto comunque melodico e violento al tempo stesso, in cui fanno la loro comparsa anche le grim vocals del mastermind austriaco. Con "Water" ho un deja-vu per l'eterea voce che può ricordare la brava e bella Myrkur; però in pochi secondi una cacofonica ritmica brutale ci assale e assume la guida del brano, prima che lasci posto a frangenti dal sapore più post-rock. Si insomma tanta carne al fuoco che rischia di destabilizzare (e non poco) l'ascoltatore, soprattutto perchè negli ultimi 90 secondi della terza canzone, c'è ancora spazio per quelle voci angeliche e lo stesso veemente uragano ritmico. A chiudere l'EP ecco "Fire", gli ultimi tre minuti scarsi di suoni e vocals belligeranti, un infuocato attacco black che prende le distanze dal resto dell'EP e si àncora alle radici della fiamma nera. Intriganti. (Francesco Scarci)

(Self - 2018)
Voto: 70

https://frust-at.bandcamp.com/

mercoledì 5 settembre 2018

Obsolete Theory - Mudness

#PER CHI AMA: Black/Doom, Septic Flesh
Il debut dei milanesi Obsolete Theory ha tutte le carte in regola per essere un album con i controcoglioni: dalla produzione a carico di Øystein G. Brun dei Borknagar all'artwork a cura di Jeff Grimal dei The Great Old Ones, il tutto sotto l'egida della nostra My Kingdom Music. Il risultato? Alquanto ambizioso, oserei dire. 'Mudness' consta di cinque tracce della durata media di 10 minuti che sapranno condurvi nei meandri black doom di questo sestetto milanese devoto a H.P. Lovecraft, e alle reltative atmosfere orrorifiche ed occulte. Il tutto è già certificato dall'opener "Salmodia III", un pezzo ritmato dalla produzione bombastica, dall'aura minacciosa che esplode solo a pochi metri dal traguardo. Prima assistiamo ad una preparazione con atmosfere decadenti in cui si fa notare l'eclettica performance al microfono di Daevil Wolfblood, ma la musica francamente stenta a decollare. Ci riesce fortunatamente la seconda "Six Horses of Death" che irrompe con una bella melodia di fondo e poi di nuovo una ritmica quasi militaresca sulla quale si innescheranno raddoppi vocali, orecchiabili refrain di chitarra che rendono la proposta dei nostri decisamente accessibile, con rallentamenti in stile 'Shades of God' dei Paradise Lost. Death, black e doom s'incontrano nelle linee di chitarra di questa seconda traccia, avvalorando una proposta che sembra carburare sempre con estrema lentezza. Ma il diesel degli Obsolete Theory scalda i motori certamente in "Sirius' Blood", la quarta traccia, dove il flebile suono di un glockenspiel si scontra con un basso pulsante e la marzialità del drumming possente di Sa' Vaanth in una song spettrale, pregna di una certa orchestralità, ma anche di una violenza di fondo che prende il sopravvento attraverso ritmiche tiratissime e una performance vocale spiritata, con gli arrangiamenti in sottofondo che fanno certamente la differenza. Influenzati un po' dai Septic Flesh, irrobustiti da un tocco dei Behemoth e resi drammatici da quel pizzico di My Dying Bride che c'è nelle loro vene e l'affresco partorito dagli Obsolete Theory è delineato. Interessante in ultimo la sezione solistica del brano, ove le linee melodiche si sprecano e la song ne trae sommo giovamento candidandosi a miglior brano del lotto. Se la gioca infatti con "The God With the Crying Mask", brano lento e malefico, forse per la voce del frontman, qui ancor più maligna (e talvolta sussurrata e pulita) che poggia dapprima su un lento rifferama doom che esploderà da li a poco, in un serratissimo riffing black. Tra i brani, non ho ancora citato "Dawn Chant", il terzo episodio del disco che vede i toni compassati sposarsi con le vocals pulite del cantante in una traccia che ancora una volta, vede il brano crescere progressivamente a livello ritmico, imbastendo una notevole veemenza black death nella sua seconda metà. Alla fine 'Mudness' è un sicuramente un buon esordio, con i suoi punti di forza e di debolezza che dovranno essere inevitabilmente smussati col tempo. Per ora va bene cosi, ma dal futuro, mi aspetto molto ma molto di più, perchè i margini di miglioramento sembrano enormi. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music - 2018)
Voto: 75

https://obsoletetheoryband.bandcamp.com/releases

martedì 4 settembre 2018

Newspaperflyhunting - Wastelands

#PER CHI AMA: Psych/Prog/Post Rock
Ci ho impiegato un bel po' di tempo per approcciare i polacchi Newspaperflyhunting, non tanto musicalmente più che altro da un punto di vista vocale. 'Wastelands' è il loro terzo lavoro, un album di otto pezzi che ha provato in ogni modo a catturarmi con una proposta musicale a tratti stuzzicante che tuttavia mi ha fatto storcere il naso invece per la voce del loro frontman. Andiamo però con ordine: si parte con la breve "We Used to Wander", che mette in luce le peculiarità dell'ensemble di Białystok, nel proporre un rock compassato e malinconico, ricco di synth e suadenti melodie, rovinato ahimè (e qui sta il problema principale) dalla pessima voce di Michał. La lunga e strumentale title track ha un'apertura onirica che poggia su melodie astrali di stampo shoegaze/post-rock che inevitabilmente inducono ad un abbandono totale, in una song che piano piano inizia a decollare su riff più elettrici in tremolo picking che ne esaltano l'aura melanconica. Si torna su una song di più breve durata, "A Question", in cui a presentarsi dietro al microfono, c'è questa volta la voce di una gentil donzella (non proprio all'altezza a dire il vero) la cui psicotica performance segue la schizoide frenesia musicale di un brano che poteva uscire solo dalla mente di Bjork. I nostri provano a rifarsi con la successiva "Down the Steps", anche se alla fine risulterà troppo statica, fatto salvo per l'ultimo minuto che sembra completamente prendere le distanze dalla prima parte del pezzo. Difficile comunque calarsi all'interno delle sonorità alquanto difformi di questo disco: "Sleep" ci riprova con la voce femminile, ma la scelta di utilizzare Gosia alla voce (lei è la bassista) non è troppo azzeccata. Lo stesso dicasi per "Hours Pass" dove Gosia prova ad emulare Dolores O'Riordan, con risultati alquanto distanti dall'originale. "Equal to None" sembra voler chiamare in causa Neil Young, mentre la lunghissima "Solaris" (quasi 17 minuti) si nasconde in forse troppo prolisse melodie post rock, peraltro cantate in lingua madre, aumentando quel senso di frustrazione nell'ascoltare la musica di questi Newspaperflyhunting. Insomma, 'Wasteland' è un album con più ombre che luci, che forse potrà ingolosire i fan della band, e pochi altri amanti di sonorità prog anni '70 che sapranno andare oltre alla fastidiosa performance vocale dei due cantanti. Io francamente, non ne sono stato in grado. (Francesco Scarci)