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venerdì 27 aprile 2018

Estate - Mirrorland

#PER CHI AMA: Symph Power Metal
La power-band proveniente dalla città russo-caucasica gemellata nientemeno che con Reggio nell'Emilia, propone un power-metal eminentemente calligrafico, fervido però di inorgoglite incursioni aliene. Insomma, aliene si fa per dire. Capita pertanto che al power quintessenziale distillato un po' dappertutto nel disco, ma soprattutto in apertura ("Mirrorland" e "The Ghoul"), si contrappongano, si fa sempre per dire, composizioni renderizzate con texture epic/prog/qualcuno-ha-orinato-nel-santo-graal ("Matter of Time"; una "Lady Wind" che si colloca tra i Dream Theater di 'Awake' e la Gillan band di 'Mr. Universe' o 'Glory Road'; una "Stolen Heart" che suona grosso modo come la suonerebbero degli Hammerfall provvisti di colbacco imprigionati nel carillon di "The Memory Remains") o di hair-melodic anni '80 (almeno due indizi: l'intera "Silver Skies", che sta tra il Bryan Adams che indossa un reggiseno di Robin Hood e il Jack Nitzsche che indossa mutandine femminili di "Up Were We Belong"; oppure l'attacco di "Lady Wind", che fa sembrare "Popcorn" di Gershon Kingsley come una specie di ouverture True Norwegian BM). Ultima nota per la copertina di Leo Hao, apprezzato illustratore esperto di di draghi, battaglie e fanciulle svestite leggiadramente maneggianti pesanti spadoni. (Alberto Calorosi)

Le Zoccole Misteriose - Il Treno

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
“Dandovi maggiori informazioni verrebbe meno il concetto di misterioso” chiude così il comunicato stampa che arriva insieme a 'Il Treno', nuovo EP de Le Zoccole Misteriose. Potrebbe sembrare un nome idiota ed in effetti lo è, ma questo progetto di idiota ha solamente il nome. Dopo varie esperienze, tra cui anche la composizione di un interessante stoner demenziale, arriviamo a questa ultima prova che potremo definire un disco hardcore italiano viscerale che ha come motore principale lo sfogo e l’urgenza espressiva. Pezzi mai sopra i tre minuti, testi che non superano le due righe, chitarre abrasive, velocità sostenute e voci roche e sguaiate, sono gli ingredienti principali del Treno che ti investe come un convoglio impazzito senza troppi complimenti. Si inizia con "Nascosto" che sa di alcol e serate finite tardi tra forti difficoltà motorie, il bruciore di stomaco e la puzza stantia di sigaretta che copre la stanza. Sono i disagi di una generazione che non ha più voglia di combattere ma solamente di esprimere il proprio schifo e la voglia di vomitare quattro frasi che possano in qualche modo dar fastidio a qualcuno. "Lontano dalla Mia Strada" è il mio pezzo preferito di questo breve viaggio, ove un arpeggio claudicante sostenuto da un imponente basso sorreggono versi cinici e ostinati, spezzati da un ritornello impregnato di punk, “io ti auguro miglior fortuna ma lontano dalla mia strada”, uno struggente saluto probabilmente all’ennesima zoccola che si allontana lasciando dietro di sé macerie e braci ardenti. Si prosegue con "Niente di Speciale" che porta una poetica di negazione del sé: “non sono nessuno, solo qualcuno da odiare” sbraita Raffaele, il pensiero che ci possa essere qualcuno che esista solo in funzione dell’odio che viene provato verso di lui mi disturba e mi fa pensare che l’odio a volte vince e a volte è la forza principale che muove le cose. Si chiude con la title track che si azzarda a superare i tre minuti tutti rigorosamente sparati ai mille all’ora, notevole il break finale al grido di “loro stavano solo cercando”. A volte non serve essere prolissi e sofisticati, a volte serve la semplicità di una chitarra che squarcia i coni e di una batteria che ti picchia in testa per ricordarti che se vuoi dire qualcosa, è meglio dirla subito ed è meglio dirla a tutti perché siamo in viaggio su un treno e non abbiamo la minima idea di quando scenderemo. (Matteo Baldi)

Godspeed You! Black Emperor - Luciferian Towers

#PER CHI AMA: Post Rock
Sgretolare le luciferine torri del potere. Grattacieli. Centri direzionali. Nei (dis)suoni eternamente autoperpetranti percepirete un'incombente sensazione di matematico caos. Una sorta di antiouverture sinistra e vagamente jazz-lizard-crimsoniana. "Undoing a Luciferian Towers". Sbarazzarsi incontrovertibilmente di quella disgustosa moltitudine umana costituita da incravattati egemoni del potere. "Bosses Hang". Ben fatto. Sì. Nel trionfale anthem introduttivo (poi ribadito in chiusura), potrete assaporare qualcosa come il 40% delle canzoni rock di vostra conoscenza (due a caso delle mie: "With a Little Help From my Friends" nella versione di Joe Cocker e "A New Day for Love" di Neil Young), sempre che siate disposti a perdonare a voi stessi l'aver erroneamente paragonati i G-Y!-B-E a qualcosa di lontanamente rock. "Fam/famine". Nel carestioso ground zero terzomillennaristico, riscontrerete un necessario minimalismo post-apocalittico, denso e funereo. In chiusura, l'anti-inno della dissoluzione occidentale, forse dell'intera umanità. Finalmente, vien da dire. "Anthem for No State". L'unica composizione in cui ravviserete quell'incedere necessariamente epico che riconoscete nei G-Y!-B-E e che imparaste ad amare quindi anni fa. L'unica in grado di donarvi una certa emozione sottocutanea. (Alberto Calorosi)

The Pit Tips

Alberto Calorosi

Leprous - The congregation
James and the Butcher - Plastic fantastic
Tori Amos - Native invader
 

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Francesco Scarci

Deadly Carnage - Through the Void, Above The Suns
Opium Eater - Ennui
Drewsif Stalin's Musical Endeavors - Anhedonia
 

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Alain González Artola

Hantaoma - Malamórt
Encircling Sea - Hearken
Necrophobic - Mark of the Necrogram
 

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Five_Nails

Gorgoroth - Instinctus Bestalis
Inverted Serenity - As Spectres Wither
AERA - Rite of Odin

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Michele Montanari

Sleep - The Sciences
La Morte Viene dallo Spazio - Zombies of the Stratosphere
Infection Code - Dissenso
 

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Matteo Baldi

God Is An Astronaut - Epitaph
Sleep - The Sciences
A Perfect Circle - Eat The Elephant

giovedì 26 aprile 2018

Ddent - Toro

#PER CHI AMA: Post Metal Strumentale
Da Parigi ecco arrivare i Ddent, con una proposta che in Francia vanta tra gli altri interpreti anche gli Stömb. Sto parlando di un post-metal strumentale che riesce a trovare nel corso del disco anche sfoghi doom e industrial, come la band sottolinea sul proprio sito bandcamp. E allora conosciamo un po' meglio questo quartetto formato da Louis, Marc, Nico e l'ultimo arrivato Vinz, che dal 2013 a oggi, ha già all'attivo un EP, un primo album e questo nuovo 'Toro'. Il lavoro parte decisamente in sordina con la lunga "Dans la Roseraie" (ah, i titoli sono ispirati alla poesia di Federico Garcia Lorca), che lungo i suoi quasi 13 minuti, ne spende quasi sei in sonorità post-rock/noise, prima di iniziare a carburare: è infatti verso il settimo minuto che i nostri innestano la marcia, e pestano puntando su una certa pesantezza a livello ritmico. Tuttavia, è questione di una manciata di minuti che i toni virino verso sonorità più ariose in un'epica cavalcata che tornerà però ad incupirsi nei conclusivi due minuti del pezzo. Con "Dis à la Lune qu'elle Vienne", la durata del brano si accorcia drasticamente, consentendo una maggior facilità nell'assimilazione della proposta. Si parte comunque da toni pacati, sempre in bilico tra post-rock e post-metal, in un incedere minaccioso ed oscuro. La mancanza della componente vocale è un vero peccato, in quanto la monoliticità dell'act abbinata ad un mood ipnotizzante, ne avrebbe certamente giovato. Arriviamo alla terza "Longue, Obscure et Triste Lune": qui pervade un maggior senso di malinconia, complice il raddoppiare della seconda chitarra sulla matrice ritmica, con un drappeggio di suoni che sembrano provenire da territori shoegaze che creano una suggestiva ambientazione crepuscolare, anche se poi nella seconda parte della song emerge il lato più doom (di scuola My Dying Bride aggiungerei) dell'ensemble parigino, con un rifferama che sembra addirittura emulare a tratti delle growling vocals. "Torse de Marbre" è un'altra mini maratona di oltre dieci minuti che ci riconsegna i Ddent sotto una nuova luce, quella che miscela il post-rock con influenze electro-rock e droniche in un lisergico e mellifluo avanzare che ancora una volta suggestiona la mia mente con quelle che sembrano essere lontanissime vocals poste in background. Non so se si tratti di allucinazioni uditive o di una percezione completamente distorta del sound indotto da disturbi psicotici innescati dall'ascolto di 'Toro', fatto sta che la song suona molto più completa delle altre e il mio desiderio di un cantato, viene stranamente smorzato da questi suoni alla fine estatici. Ho pensato che i Ddent quando hanno scelto il titolo della quinta "L.s Cloch.s d'ars.Nic .t la Fum:." devono essere stati in preda ai fumi, di che cosa non mi è dato saperlo, chissà infatti quale sia il significato nascosto di questo titolo. Il brano si muove su un'alternanza ritmica tra riff compressi e schiacciasassi e altri decisamente più melodici ma al contempo drammatici. È tempo di “La Pluie Emplit sa Bouche”, la sesta traccia dell'album che apre nuovamente a toni dimessi e compassati, tra ambient e drone che fanno da apripista ad un crescendo umorale che dall'anima sembra arrivare in gola, in un riffing comunque tonante e celestiale al tempo stesso. Sono questi contrasti a farmi apprezzare il disco, e ancor di più quell'accelerazione al limite del post black che si palesa per pochi istanti a poco più di due minuti dal termine del brano. Terzo e ultimo allungo del cd e arriviamo ai conclusivi dodici minuti di "Noir Taureau de Douleur", un ultimo sforzo all'insegna di un post-metal glaciale, marziale a tratti, sicuramente di grande tensione, che segna il positivo ritorno sulle scene di questi promettenti musicisti transalpini, da tenere sotto stretta sorveglianza. (Francesco Scarci)

(Chien Noir - 2018)
Voto: 75

https://ddentmusic.bandcamp.com/

mercoledì 25 aprile 2018

This Broken Machine - [departures]

#PER CHI AMA: Alternative/Post Metal/Prog, Tool, Gojira
L'Italia cresce, non solo calcisticamente. Ce lo confermano questa volta i This Broken Machine, quartetto di Milano dedito ad un suono alternativo che combina in modo abbastanza originale, gli insegnamenti di Tool, Deftones, Gojira e Architects, giusto per fare qualche nome a casaccio. Quel che è certo è che i quattro musicisti non sono dei pivelli, essendo ormai in giro dal 2007, anche se la vena creativa dei nostri non deve essere proprio delle migliori, visto che questo '[departures]' rappresenta solamente il secondo lavoro per l'ensemble meneghino. Un album che esce peraltro a distanza di sei anni dal precedente 'The Inhuman Use of Human Beings', e che convince immediatamente per le sonorità proposte. Le danze si aprono con "Departing" e il suo riffing sincopato tipico del metalcore, con la componente vocale a strizzare l'occhiolino a A Perfect Circle e soci, mentre a livello lirico, i nostri affrontano il tema della separazione e le sensazioni ad essa collegate. Seconda tappa e siamo a "Weight": una prima metà in stile Riverside, nella loro veste progressive, una seconda parte poi più rabbiosa e ritmata, con un'alternanza vocale tra il pulito (non sempre troppo convincente) e il growl. "The Tower" simboleggia il concept che si cela dietro all'album attraverso l’allegoria della carta dei Tarocchi chiamata “La Torre” e il suo significato di cambiamento repentino che si traduce anche a livello musicale con sagaci cambi atmosferici tra parti decisamente metal ed altre più riflessive, intimiste e ragionate, all'insegna di un prog rock, ad elevarla immediatamente a mio pezzo preferito del disco. L'inizio cupo e minaccioso di "Return di Nowhere" non preannuncia nulla di buono, visto anche il tema affrontato nei testi che analizzano sempre oculatamente gli stati d'animo dell'individuo alla luce di eventi, diciamo traumatici, che possono indurre al cambiamento. La traccia conferma comunque le divagazioni progressive dell'act milanese, e l'abilità di farle coesistere con sonorità orientate su versanti più estremi, mantenendo le melodie sempre al centro del focus dei nostri. Interessanti le linee di chitarra di "Distant Stars", cosi dinamiche in una song che arriva ad evocarmi anche un qualcosa dei The Ocean nell'utilizzo dei vocalizzi estremi, ma che rilassa invece nella sua parte centrale più meditativa ed atmosferica, cosi come pure per una sezione solistica un po' più ricercata. Si arriva alla nevrotica "This Grace", brano ai limiti del math che avrà modo ovviamente di evolvere nel corso dei quasi cinque minuti in suoni decisamente più pacati. "As You Fall" ha un incipit inequivocabilmente malinconico, anche se poi la song s'imbastardisce un pochino. Ma si sa, i cambi di registro sono all'ordine del giorno con questi ragazzi e la parte centrale si lancia prima in derive psichedeliche, successivamente in un post metal dal crescendo ritmico poderoso. “…And That Would Be the End Of Us” è l'ultima tappa di questo viaggio intrapreso con i This Broken Machine, una chicca aperta da quello che sembra il romantico suono di un violino e che da li a poco si tramuterà in un'altra alternanza tra schegge math impazzite e frammenti più delicati, che ci regalano gli ultimi otto minuti di piacere di questo notevole '[departures]'. (Francesco Scarci)

martedì 24 aprile 2018

Eloy - The Vision, the Sword and the Pyre - Part 1

#PER CHI AMA: Space Rock
Parzialmente giustificato dal fatto che l'avanzare dell'età spesso rimuove certe inibizioni, pervenuto alla settantaduesima primavera Bisteccone Bornemann, generalmente conservativo, rilascia il suo album più spericolato e (forse a tratti involontariamente) divertente. Spiega tutto la perentoria ouverture "The Age of the Hundred Years's War", un po' goth-metal con tanto di vocine nella testa, un po' nu-metal, un po' outtake di 'Angel Dust', quello dei Faith No More. Nel prosieguo, "The Call" (featuring una sensuale e chiacchierante Alice Merton as Giovanna d'Arco) è un hard-rock soft-blueseggiante post-Destination alla "What Do You Want From Me?" (Pink Floyd), la ozric-tentacolare "The Ride by Night... Towards the Predestined Fate" è una specie di tecno-psych ballad con percussioni, la vocina robottina di "Early Signs... From a Longed for Miracle" (ma che pistakkio di titoli, nevvero?), perfettamente adatta al contesto, vi sembrerà fuoriuscita direttamente da "Metromania", la carmina-burattinosa, sbellicante "The Sword... the Dawning of the Unavoidable" farebbe impallidire Luca Turilli, se soltanto Luca Turilli avesse una carnagione. Canzoni come "Chinon" e "Les Tourelles" vi sembreranno ciò che esattamente sono, vale a dire autoindulgenti riempitivi, nell'ordine più e meno medievaleggianti. Quello che conta è che dopo sessantadue minuti (quelli di 'Ocean 2', l'album più lungo finora, erano cinquantasette) vi sarete inspiegabilmente divertiti, ciò che vi sconsiglio di affermare a voce alta ad un concerto, per esempio, dei Blind Guardian. Rischiereste di fare la stessa fine della eroina protagonista di questo scalcinatissimo concept. (Alberto Calorosi)

(Artist Station Records - 2017)
Voto: 70

https://www.facebook.com/Official4Eloy

lunedì 23 aprile 2018

Seether - Poison the Parish

#PER CHI AMA: Post Grunge
Poderosi riffoni presocratici, un cavernicolo e puntualissimo contrappunto di batteria, nei buchi qualche bridge di basso per conferire epos ("Stoke the Fire"), il rauco gracidare di ordinanza furbescamente alternato a passionevoli sdolcinerie eroinofile. Un ascolto coatto del settimo frondosissimo (quindici canzoni) album (non così tanto) fragorosamente abbattuto soltanto qualche mese addietro da parte dei celebri taglialegna di Pretoria, indurrà senz'altro quella medesima sensazione di pesantezza gastrica mista a sonnolenza e sporadica flatulenza solitamente generati dalla cassoeula che faceva la vostra bisnonna di Olgiate Comasco, sia conferita pace all'animaccia sua. Ascoltate questo disco a basso volume, malamente stravaccati su un divano sfondato di vellutino, mentre osservate con inaspettato interesse l'interno delle vostre palpebre. Con l'eccezione di un paio di scarsamente convinte escursioni nel buon vecchio nu-sbraitone (nel finale del singolo "Nothing Left") le canzoni vi appariranno niente male ma sostanzialmente indistinguibili, proprio come gli ingredienti della cassoueula che faceva la vostra b.d.O.C.s.c.p.a.a.s.. (Alberto Calorosi)

(Spinefarm - 2017)
Voto: 55

http://seether.com/

domenica 22 aprile 2018

Eternal Silence - Mastermind Tyranny

#PER CHI AMA: Symph/Gothic, Within Temptation
Con una copertina ed un’introduzione che sembrano provenire direttamente dalle profondità più remote dell’inferno, è lecito aspettarsi da 'Mastermind Tyranny' un’anima piuttosto brutale, degna delle lande più estreme del death. Invece, sorprendentemente, una volta superato il diabolico monologo introduttivo ed il primo riff, ci accolgono delle sonorità meno “cattive” del previsto. Le tematiche comunque esoteriche di quest’ultimo lavoro della band nostrana degli Eternal Silence, vengono sostenute infatti da un impianto piuttosto melodico, un symphonic metal ricco di orchestrazioni che viene alternato a qualche cavalcata più potente, come nel primo brano "Lucifer’s Lair". C’è spazio anche per qualche contaminazione elettronica come in "Game of the Beasts", fra le sue numerose variazioni di tempo. Le liriche oscure e strazianti vengono incarnate con maestria dalla voce di Marika Vanni, forte di una buona estensione e di grande potenza espressiva, che si percepisce soprattutto in brani come la ballad "Adagio" (la quale richiama i Within Temptation più recenti). Le vocals sono spesso alternate con la timbrica maschile di Alberto Cassina, secondo chitarrista e principale compositore del gruppo lombardo, che si occupa anche degli arrangiamenti orchestrali per questo disco. L’album procede in modo piuttosto lineare sino alla conclusione, senza troppe sorprese rispetto ai canoni del symph/gothic in cui si inserisce l’ensemble di Varese. Manca forse quell’idea, quella “scintilla” che faccia decollare l’ascolto di 'Mastermind Tyranny', nonostante rappresenti una buona prova per il gruppo, che dimostra di aver maturato un proprio stile rispetto ai precedenti album, a partire da un’ottima produzione, che ne evidenzia il notevole impegno. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Sliptrick Records - 2017)
Voto: 70

https://www.facebook.com/eternalsilencemusic

LORØ - Hidden Twin

#PER CHI AMA: Math/Noise/Sludge
Tornano (i) LORØ dopo quasi tre anni dal devastante self-title esordio che ha lanciato il trio padovano nella calca dell'underground e gli ha subito premiati con un'ottima risposta da parte del pubblico e della stampa. Il connubio chitarra elettrica, batteria e synth caratterizza il sound della band in maniera netta, un mix di math, noise e sludge metal che ricorda gli OvO quali incubatori di un embrione nato dall'unione di gameti Meshuggah e Burzum. Anche stavolta l'artwork è di Riccardo (chitarra) che ha voluto assicurare un risultato impeccabile, ovvero un digipack lussuosamente serigrafato, ritagliato e confezionato interamente a mano. Questa realizzazione rende l'album un manufatto visivamente prezioso, pratica spesso omessa dalle band e dalle etichette che puntano tutto sulla realizzazione musicale. Non è quindi il caso di 'Hidden Twin' che grazie alla cordata formata da Brigante Records\Cave Canem D.I.Y.\Dio)))Drone\Drown Within Records\In The Bottle Records ci permette di godere in toto di quest'album contenente sette tracce. Il suono è complesso, elaborato e volutamente artificiale, frutto di un possente lavoro di registrazione, editing, mixing e mastering che ha portato ad un risultato ben preciso e perfettamente amalgamato. Tutto inizia con "Low Raw" e il suo oscuro riff liberamente inspirato a "Misirlou" dei Dick Dale & The Del Tones di Pulp Fiction-iana memoria, ma la somiglianza finisce subito grazie ad un break dai suoni profondi e distanti pari ai paesaggi soprannaturali descritti da Lovercraft. Il tessuto artificiale del synth monofonico (Mattia) e i pattern serrati e dispari di batteria (Alessandro) completano l'alchimia strumentale, un rigurgito sonoro che incatena l'ascoltatore ad altissimi monoliti in attesa di un'entità che si cela nella nebbia. Un brano che in meno di tre minuti ci fa capire che i LORØ hanno affilato le lame e sono già balzati alla gola di chi li ascolta. "Last Gone" è il terzo brano ed introduce una novità, ovvero il cantato del chitarrista Riccardo, dotato di una timbrica smaterializzata dagli effetti e rabbiosa come non si sentiva dai tempi di Dani e i suoi Cradle of Filth. I riff di chitarra si destreggiano in malefici fraseggi con un mood alla Mastodon, ma quello che brilla in questa ed altre composizioni, sono le divergenze ritmiche e gli strati sonori perpetrati dagli oscillatori analogici del compartimento sintetico. Il lungo percorso ci catapulta in un'atmosfera opprimente degna dei migliori film di Dario Argento, dove storia e musica crescono all'unisono in un paesaggio urbano decadente. L'opera più poderosa è sicuramente la traccia che dà il titolo all'album, quella "Hidden Twin" che esordisce con una spoglia chitarra acustica/classica e il sussurro di una voce fuori campo. Il crescendo incalza con l'entrata della batteria e del sintetizzatore che guida la melodia con un riff in stile prog/psichedelia anni '70. L'arroganza delle distorsioni ci riporta alla cruda realtà dove le profondità recondite nascondono esseri innominabili che hanno visto l'avvicendarsi delle ere. Il continuo martellare del rullante, asciutto e penetrante come un chiodo arrugginito, trascina il brano verso la fine con un'esplosione liberatoria verso la luce. "Point&Comma" è il brano che spicca per impatto sonoro, la chitarra elettrica ingegnerizzata a livello molecolare, estremizza le distorsioni al massimo. La sezione ritmica si arroga il diritto di condurre i giochi e non possiamo che essere d'accordo, il groove è la spina dorsale di questo percorso contaminato da suoni industriali e synth sci-fi che graffiando l'anima, ci attirano ancora di più nel vortice senza fine. 'Hidden Twin' è un album complesso, che scava nel subconscio di chi ascolta e trasmette molteplici sensazioni, come un prisma che riflette la luce in modi diversi a seconda di come viene attraversato dal Sole. Il trio ha dato prova di aver maturato una propria identità già chiara all'esordio, ma che ora ha subito una piacevole metamorfosi, oltre il suono, la melodia e la ritmica. Rimane valido l'invito di ascoltarli dal vivo, ovviamente dopo aver fatto scorta di dispositivi di protezione acustica. (Michele Montanari)

(Brigante Records\Cave Canem D.I.Y.\Dio)))Drone\Drown Within Records\In The Bottle Records - 2018)
Voto: 80

https://sonoloro.bandcamp.com/album/hidden-twin

Pestilence - Spheres

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Prog Death, Atheist, Cynic
È sicuro che non avete mai sentito una definizione più cretina di "death-jazz". Vi viene voglia di indagare. Frastornanti cambi di ritmo trituraossa, un marcescente piede nel culo a qualunque, anche blanda, ambizione melodica (con la notevole eccezione della nebulare "Personal Energy"), dissonanti architetture tastieristiche intrusive ("The Level of Perception") o batteriologicamente ambientali (gli interludi di "Mind Reflections" ma anche le tre strumentali "Aurian Eyes", "Voices from Within" e "Phileas", rigenerati da strumenti a corda) e un chitarrismo alieno, groove ("Changing Perspectives") o un prog-metal quasi generalizzato. Il tutto sinterizzato nella conclusiva, onnicomprensiva "Demise of Time", senz'altro la canzone più straordinariamente vitale e autolesionista di un'intera carriera. Niente più soffocamenti e purulente lacerazioni: 'Spheres' si presenta come una sorta di concept sulla percezione e la conoscenza (non perdetevi la scemenza new-age di "Personal Energy") emananti dalle misteriose sfere cosmiche raccontate in "Spheres" (la canzone), sorta di tondeggianti monoliti di kubrickiana memoria. L'album fu massacrato dai critici e odiato dai fans. Di conseguenza la band rimase inattiva per quindici anni (e non per sempre, come avrebbe invece dovuto). Se al pari del sottoscritto non sapete nulla e non volete sapere nulla di death metal, ascoltate comunque questo album: non vi sarà difficile individuare comunque la sua intrinseca specificità. E magari apprezzarla. (Alberto Calorosi)

(Roadrunner Records - 1993)
Voto: 75

https://pestilenceofficial.bandcamp.com/album/spheres

venerdì 20 aprile 2018

Monads - IVIIV

#PER CHI AMA: Death/Doom, Mournful Congregation, primissimi Paradise Lost
Quattro pezzi per 50 minuti, ecco un'altra impegnativa sfida lanciata dalla label Aesthetic Death che ormai ci ha abituati, con le loro uscite discografiche, a delle durate mai troppo semplici da affrontare. E cosi dopo aver recensito l'asfissiante drone ambient degli Accurst, il funeral degli Esoteric, eccoci vagare in territori death doom, con il qui presente quintetto belga dei Monads, che propone sonorità molto meno dilatate rispetto ai ben più famosi colleghi d'oltremanica, seppur sempre orientate ai classici suoni dell'apocalisse. La compagine mittleeuropea, composta peraltro da membri di Cult of Erinyes, Omega Centauri e Hypothermia, esordisce con questo 'IVIIV' dopo un demo datato 2011, e ormai dimenticato nella notte dei tempi. In sei anni, l'ensemble fiammingo, per quanto preso da altri impegni artistici, ha comunque pensato e partorito queste quattro decadenti tracce, che partendo da una base tipicamente death doom, riesce a presentarsi almeno in apertura, con un approccio musicale più variegato, sfociando indistintamente nello sludge o nel post metal, ponendosi pertanto in modo meno radicale rispetto ad altri colleghi che suonano lo stesso genere. Se il primo pezzo, "Leviathan as my Lament", appare appunto quello più influenzato da sonorità post, il secondo "Your Wounds Were my Temple" sembra invece risuonare come il più malinconico e cadenzato, non fosse altro per un lungo break acustico centrale, che ne interrompe il lento avvilupparsi su se stesso, prima di esplodere in un efferato attacco death conclusivo, il tutto corroborato dai tipici vocalizzi cavernicoli, come previsto da copione. Il risultato si lascia piacevolmente ascoltare, seppur non si possa gridare al miracolo, in quanto release di questo tipo ne escono ormai a tonnellate ogni giorno, passando molto spesso del tutto inosservate ai media. La proposta dei cinque musicisti belgi alla fine non è malaccio, quello che manca è una dose di personalità che permetta loro di prendere le distanze da tutto ciò che satura oggigiorno il mercato. Non è sufficiente angosciare l'ascoltatore con un'estenuante suite di 13 minuti ("To a Bloodstained Shore") che potrebbe peraltro evocare un che dei Mournful Congregation, probabilmente la fonte primaria d'influenza per i Monads. Necessito francamente di altro per lasciarmi stupire da una release di questo tipo nel 2018, in quanto in maniera spesso prevedibile, ha modo di propinare tutto quello che il manuale del bravo doomster raccomanda: chitarrone a rallentatore, sontuose parti acustiche, buoni squarci melodici di chitarra, growling da orco e quell'immancabile dose di melodrammaticità che sentirete emergere soprattutto nella conclusiva e atmosferica "The Despair of an Aeon". Con un pizzico di creatività e follia in più, probabilmente starei scrivendo valanghe di complimenti ai Monads, per ora il compitino è stato fatto con diligenza e scarso impegno, per una band che potrebbe ambire a risultati decisamente più soddisfacenti. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2017)
Voto: 65

https://monads.bandcamp.com/album/iviiv

giovedì 19 aprile 2018

Esoteric - Esoteric Emotions - The Death of Ignorance

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Quando si parla di Esoteric bisogna essere pronti, pronti a sprofondare negli abissi e affrontare le tenebre, pronti a giungere al cospetto di Satana in persona, pronti a qualsiasi cosa, anche a scalare un'insormontabile montagna, come quella rappresentata dalla ristampa in cd del vecchio demotape della band di Birmingham, 'Esoteric Emotions - The Death of Ignorance'. 78 i minuti che ci raccontano da dove Greg Chandler e soci hanno iniziato nel lontano 1993. Per festeggiare i loro 25 anni, siamo infatti qui a parlare di una serie di brani che probabilmente hanno rappresentato l'origine del male, di un genere catacombale, fetido ed abissale, quello del più intransigente funeral doom. Non spenderò troppe parole per una ensemble che oserei dire leggendario, che attraverso i sei album partoriti, hanno scritto e riscritto il concetto del funeral (in compagnia aggiungerei, di un trittico d'assalto formato anche da Skepticism, Thergothon ed Evoken). In quest'atavico album, la band sembrerebbe ancora non del tutto matura, essendo cosi influenzata pesantemente da un vecchio retaggio punk death. Tuttavia quel che è certo è che i nostri sono in grado già di mettere in luce le peculiarità della propria musica: dal funeral psichedelico, sporcato da tossiche e feroci influenze death dell'opener "Esoteric" (che ritorneranno devastanti nel corso del disco), alla più oscura ed ipnotica "In Solitude", in cui non si può non apprezzare la performance vocale del bravo Greg dietro al microfono, quasi avesse una maschera anti-gas dal quale rilasciare il suo asfissiante cantato growl che raramente sconfina in uno screaming alieno, mentre i suoni marciano spaventosamente a rilento nel loro serpeggiante incedere. Sebbene il disco sia stato rimasterizzato, i suoni risultano ancora marcescenti, quasi si stesse ascoltando quella vecchia cassetta di primi anni '90. "Enslavers of the Insecure" è un bel pezzo che mette insieme death, doom e funeral, in un concentrato bastardo di sonorità che per certi versi mi ha ricordato un'altra band contemporanea ai nostri a quel tempo, gli allucinati australiani Disembowelment che in quello stesso anno, uscivano con un lavoro divenuto mitico, 'Transcendence into the Peripheral'. I martorianti vocalizzi di Greg tornano sovrani nella lunga ed ispirata "Scarred" che con la successiva (e più melodica) "Eyes of Darkness", coprono ben mezz'ora dell'album, attraverso tutto il repertorio scarnificatore, pachidermico ed ossessivo dei nostri, in due tra i brani meglio riusciti degli esordi della band inglese. Pesanti, magnetici, profondi, stralunati, seminali, visionari, gli Esoteric hanno iniziato da qui a tracciare il loro percorso musicale, con una serie di perle apocalittiche che trovano pochissimi rivali nel panorama musicale. Ascoltando la malata "Infanticidal Fantasies" o la spettacolare porzione solistica di "Expectations of Love", appare evidente la ragione per cui ancora oggi ci siano band che prendono i nostri come punto di riferimento nell'ambito funeral doom, considerando quanto 'Esoteric Emotions - The Death of Ignorance' risulti cosi attuale anche a distanza di 25 anni dalla sua nascita. Ottima pertanto la decisione da parte dell'etichetta inglese di ristampare, peraltro in un elegantissimo e curatissimo digipack, quest'opera ormai introvabile. Spaventosi. (Francesco Scarci)

Accurst - Messenger of Shadows

#PER CHI AMA: Ambient/Ritual/Drone
È la seconda volta che ci troviamo di fronte ad una band cipriota: la prima fu con i Soulsteal, ora conosciamo gli Accurst, con il loro 'Messenger of Shadows', album, il terzo, uscito originariamente nel 2016 e riproposto recentissimamente dalla label britannica Aesthetic Death. Le atmosfere spettrali dell'opener, non lasciano presagire nulla di buono, se non una buona dose di incubi ad affannare il nostro sonno. "Enveloped by Erebos", la seconda traccia, conferma il forte desiderio da parte della one-man-band capitana da Nicholas Triarchos, di trascinarci in un viaggio angosciante, fatto di glaciali sonorità ambient/drone che non lasciano grandi spazi alle emozioni. Silenzi rarefatti e atmosfere raggelanti sembrano sopraggiungere dallo spazio profondo. E ancora, rumorismi vari che potrebbero provenire da un qualsivoglia castello infestato, generano di certo una certa suspense, ma alla lunga non fanno altro che indurmi allo sbadiglio, proprio perchè mancano di uno spunto vincente. Affrontare gli oltre 13 minuti di "Gazing into the Abyss (The Depths of Tartaros)" poi credo sia di una fatica inaudita e sfido anche gli amanti di simili sonorità a mettersi alla prova con l'ascolto alquanto inutile di una simile proposta. Se sentiste i miei rantoli al telefono o i miei bisbigli, siete certi che vi emozionereste allo stesso modo? Non credo proprio, perchè non credo nella reale validità di un simile lavoro. Magari, il mio collega Bob Stoner con queste nefande sonorità ci andrebbe a nozze, chiuso nel buio delle sue stanze, io francamente necessito di qualcosa di più di un rituale esoterico ("Endorcism - Channeling Eurynomos"), di sordide sonorità noisy che dovrebbero avere il solo effetto di spaventarmi o di un banale tocco di pianoforte ("Obsequies for the Apocalypse"). Scusate, ma avrete intuito che 'Messenger of Shadows' non mi convince affatto. (Francesco Scarci)

mercoledì 18 aprile 2018

Drudkh - Їм часто сниться капіж (They Often See Dreams About the Spring)

#FOR FANS OF: Post Black, Wolves in the Throne Room
Drudkh's first full-length album since 2015 shows a band shaking off the frost of an unforgiving winter with a fresh tumult that leaves trees shuddering and strings screaming, quaking the earth with a monstrous sound lurking high above the timbers and swaying in the winds. Moments of fury erupt from clay and rocks as each appendage of this Ukrainian quartet strives to elaborate on specifics in its style while maintaining its consistent overall quality in engaging atmosphere and mesmerizing cycling, a gigantic gallop of the forest's foremost advocate embodied in a titan of black metal artistry. A motif of decay and resurrection has been a mainstay of Drudkh's songwriting throughout its fifteen year career, best exemplified by sullen guitar passages that reach their solstices in hateful highs before returning to depressive drawling lows as they recycle and replant their roots. Yet it is in the blends and blotches that Drudkh finds its most uncorrupted cultivation, a dreamlike blur that seems improvisational but is actually a carefully approximated sound, something where a contributing moment may seem muddled and misshapen but applies itself as a perceptibly necessary attribute into the larger scheme.

Near the second half of “У дахів іржавім колоссю... (U Dakhiv Irzhavim Kolossyu…)”, the drums kick up with a tantalizing blast beat as a backdrop of heaving guitar trills to the tone of a lonesome bird calling out for a companion. The lead sawing across the top shreds bark and sinew with the dull patter of a distant woodpecker following such violence. Blast beating comes with the frequency of clouds during a blustery summer day, the wind high in the atmosphere as shade darkens the sun and quickly passes by to bring back Sol's full intensity. Such captivating landscapes are painted in meditative and calculated brushstrokes, as though the mixtures of colors and blending definition of impressionist painting is lent its own audible backdrop, a prominence in this gallery of sound delightfully shown in the final pieces on the album. “За зорею, що стрілою сяє (Za Zoreyu Scho Striloyu Syaye…)” blows winds of a familiar anthem, the crisp air of autumn reprising its role in contrast to spring, conjuring the swift streaks of oranges and yellows in Monet's “San Giorgio Maggiore at Dusk” in order to share in the theme of 'The Swan Road' or 'Autumn Aurora'. “Білявий день втомився і притих (Bilyavyi Den’ Vtomyvsya I prytykh… )” brings a signature scramble to its precipice with sawing guitars, shrilly screaming through banks of foggy distortion and blending, calling out through the morning mist in primitive mention of Monet's “Impression, Sunrise” to raise a fresh levy of barbarian warriors, echoing goodbyes across placid waters walled in by rising rocky cliffs. The quiet melody of the lead guitar longingly mires its melancholy footing in the sopping mud of a springtime low tide. As the boat disappears in the distance the sun begins to burn off the fog, opening the cloistered world to the beauty of expanse, the allure of adventure, and the hope of a successful raid and lucrative future.

'Їм часто сниться капіж (They Often See Dreams About the Spring)' is Drudkh elaborating in all the right places while sticking to its tried and true formula. The heady atmosphere blending blotches of noisy notation, imposing and transfixed on the spirit of nature, can find itself falling into the background of the mind at times, but always returns to a path that fiercely draws attention to itself in the right moments. Giving sound to an already muddled style that captures the eye when closed and the mind when dreaming, Drudkh has always maintained a soft spot for impressionist art, providing tangible texture throughout its lower fidelity career. With the cleanliness of its production throughout this latest foray into a stand-alone full-length, the band has smoothed out its canvas while providing a more vibrant color palette for its digitized display. (Five_Nails)