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domenica 22 gennaio 2017

James Murray - Eyes to the Height

#PER CHI AMA: Ambient, Minimal, Soundtrack
Nella musica di James Murray ci si può perdere con leggerezza, con quel sentore settembrino appena fresco ed intenso, immergersi in colori autunnali, liberi di sfoderare un'emotività multicolore, contenuta ed accesa, alla ricerca di una forma d'essere che sia pura come l'acqua più cristallina. È di queste cose che si ricopre il nuovo album dell'artista inglese, piccoli battiti di musica elettronica rubati alle pulsazioni del cuore, un suono caldo, avvolgente e profondo, rarefatto, come se la musica di Daniel Lanois virasse sicura verso i lidi della migliore elettronica minimale, passando per dovere tra Mùm, le magie di Eno, shoegaze vari e certe cose ambient di Robert Rich e Tangerine Dream. In "Holloways" (brano stupendo) troviamo un musicista in forma fantastica che trasuda classe e stile da vendere, in orbita tra galassie ambient, ritmi lievi, bassi profondi e foreste sacre, che lo uniscono di fatto al concetto di suoni per una natura incontaminata. Si continua con il sogno diviso a metà tra meraviglia e oscuri presagi di "What Can be Done", tra drone e leggerissimi innesti ritmici, un mantra sonico affascinante ed avvolgente come una fitta nebbia mattutina in aperta campagna. La peculiarità e la cura maniacale per un sound perfetto, si mette in mostra in tutta la durata del disco e la ricerca di un suono che possiamo definire tridimensionale, è centrata in pieno. Composizioni quelle di James, che ammaliano e pongono l'ascoltatore di fronte ad un'esperienza sonora atta alla rigenerazione sensoriale, rispolverando downtempo e cariche emotive in voga ai tempi della migliore new age music ed al trip hop più lisergico e misterioso. Una colonna sonora dell'anima senza fissa collocazione nel tempo e nei generi. Una decina di brani che potevano essere, in veste elettronica e strumentale, la colonna sonora di una nuova opera di Wenders, con in prima fila un pezzo sopra le righe come "Ghostwalking", che reputo un vero e proprio gioiellino. Splendida compilation in perfetta linea qualitativa con le produzioni d'alta classe dell'etichetta d'oltralpe Ultimae Records, anche se, per certi aspetti, in questo bel disco, si nota una controtendenza che lo diversifica dai lavori dei compagni di scuderia (se si pensa al mitico viaggiatore spaziale Martin Nonstatic) che optano per un sound più tecnologico, futurista e moderno. Un contrasto ricercato ed originale, che si fa notare mostrando volutamente un suono più umano, sognante e parecchio analogico, per certi aspetti, più legato ad un effetto vintage e retrò dell'elettronica. L'ascolto di quest'ultima fatica del compositore britannico, uscita sul finire del 2016 per la sempre più rosea etichetta francese, è indubbiamente un'esperienza che merita di essere fatta, una full immersion rigenerante e inebriante, in definitiva un ottimo lavoro. (Bob Stoner)

Spektr - Near Death Experience

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black, Blut Aus Nord, Bathory, Khold
Gli Spektr sono un duo di origine, manco farlo apposta francese, che con 'Near Death Experience' taglia il traguardo del secondo lavoro. Era il 2006 e i nostri proponevano un mix di black metal primordiale e atmosfere maledettamente rarefatte. Nove brani più un video di 12 minuti costituiscono questo sulfureo lavoro, partorito da menti assai malate, che fece sicuramente la gioia degli amanti del black più primitivo unito a quelle malsane ambientazioni da film dell’orrore. Non so se realmente quest’album mi sia mai piaciuto, tuttavia devo ammettere che mi risultò estremamente affascinante per quel suo mood tenebroso, oscuro e insano. Le chitarre, sempre molto grezze, possono ricordare i primi riff messi su disco da Quorthon nei Bathory o dal buon Conte Grisnack nei suoi Burzum, così come pure i vagiti del vocalist, non fanno altro che richiamare tempi ormai andati. Molteplici e di lunga durata sono poi i momenti più d'atmosfera, in cui i nostri si dilettano nel creare situazioni angoscianti, fin apocalittiche. Difficile sottolineare gli apici espressivi di un lavoro, che pecca forse di una eccessiva ripetitività, un album che va comunque gustato dall’inizio alla fine in una stanza senza luci e finestre. Se volete impazzire, questo disco farà al caso vostro. (Francesco Scarci)

venerdì 20 gennaio 2017

Queen Elephantine – Kala

#PER CHI AMA: Psych/Stoner
La cosa che non si può negare a questa ottima band, ora stabilitasi a Providence in US ma in passato residente ad Hong Kong, è la capacità di sconfinare facilmente e in maniera sofisticata e contorta tra lo stoner, la psichedelia, l'avanguardia ed il post rock. Con queste premesse, il disco in questione, uscito nel 2016, sembra non stimolare un granchè. Potrebbe rientrare in un calderone inflazionato di nomi, senza risultare in nessun modo una novità e la vostra potrebbe essere una considerazione esatta, ma per fortuna, vi dovrete ricredere in fretta. Vi dovrete ricredere perchè, ascoltando il nuovo album dei Queen Elephantine, con un titolo ispirato alla divinità orientale Kala, scoprirete che esiste ancora chi riesce a sfornare ottima musica, comunicativa ed originale, pur rimescolando vecchie carte da gioco. Prendete il pathos degli OM ed il loro misticismo, unitelo ai deliri compositivi dei June of 44 di 'Four Great Points', create un parallelo compositivo con il sound astratto, avanguardistico e cacofonico del geniale 'Deceit' dei This Heat, la spinta alternativa e desertica dei Fatso Jetson, il passo lento e pesante degli Earth, il doom sonico e rumoroso dei Fister di 'Bronsonic' e qualche scorribanda in territori kraut/psych rock e avrete l'esatta equazione che vi dà una vaga idea di cosa si nasconda nella quinta uscita ufficiale di questa particolarissima band. L'album è pane per i soli palati più fini, dato che va in contrasto con ogni canone di stoner rock da cassetta, pertanto ci si deve avvicinare a cuor sereno e mente libera da preconcetti di genere. Fatevi trafiggere dall'iniziale "Quartered", memore di un suono grunge dilaniato e rallentato a dismisura; amate il paranoico, folle e infinito grand canyon di "Quartz", lasciatevi poi cadere nel psicotico, sabbioso, noise/blues di "Ox", e fatevi rapire dal sentore etnico delle percussioni di "Onyx" (brano splendido!) ed il suo anarchico composto sonoro, acido e contorto, oppure, perdertevi nel vortice scuro di "Deep Blue", in gloria agli Ulan Bator post ogni cosa. Per finire inoltratevi nel vuoto cosmico dei dieci e più minuti di "Throne of the Void in the Hundred Petal Lotus", il doom visto con gli occhi degli Slint. Tante cose, tanti suoni e concetti hanno costruito questo album pieno di ambizione e meritevole di tanto rispetto, un collettivo di intelligenti musicisti pronti ad accendere ancora una volta, la fiamma dell' heavy psichedelico, rivisto e ridisegnato con nuovi colori e forme. Un album di confine che non convincerà tutti ma coloro che lo apprezzeranno, lo ameranno alla follia, come il sottoscritto. Il santo graal dello stoner rock è nascosto in questo album! Non fatevelo scappare! (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2016)
Voto: 85

https://queenelephantine.bandcamp.com/album/kala

Theatres des Vampires - Bloody Lunatic Asylum

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Gothic Metal
Devo ammetterlo, non sono mai andato pazzo per la musica dei Theatres Des Vampires, una formazione che calca la scena metal da oltre vent'anni ma che prima d'ora non si era resa protagonista di lavori esaltanti; i primi due album infatti ('Vampyrisme...' del '96 e 'The Vampire Chronicle' del '99), pur essendo ben suonati e supportati da un discreto livello compositivo, mancavano, a mio avviso, di quella brillantezza che li facesse emergere dalla mischia, brillantezza che però è magnificamente espressa nel loro terzo album, 'Bloody Lunatic Asylum'! A risollevare le sorti dei Theatres des Vampires è proprio questo disco, prodotto da Tim Fraser (già produttore di Christian Death e Anathema) e pubblicato dalla Blackend, uno staff molto professionale che ha sicuramente aiutato la band a compiere il salto di qualità! Non fatevi ingannare però: a fare grande 'Bloody Lunatic Asylum' non è solo un produttore d'eccezione o una casa discografica potente, ciò che lo rende speciale è il valore degli undici brani in esso contenuti, tutti molto coinvolgenti e ricchi di nuove idee! Lord Vampyr e soci dimostrano di aver raggiunto un'invidiabile maturità compositiva e questa volta ci consegnano tra le mani un prodotto competitivo, un disco di sanguinario e dannato gothic metal, intriso di pazzia e perdizione, elementi che ricordano il famoso 'The Principle Of Evil Made Flesh' dei Cradle Of Filth, formazione alla quale la band italiana si avvicina, non tanto per lo stile, quanto per le atmosfere morbose e vampiriche che riesce a ricreare. Alle classiche black screams viene alternata una voce pulita che conferisce al lavoro un tocco di suggestiva teatralità mentre le tastiere di Necros giocano un ruolo dominante e si fondono a degli indovinatissimi cori polifonici (bellissima "Lilith's Child"!!). Frequenti sono anche le parti recitate da sensuali voce femminili, presenti anche nei cori e nell'evocativa chiusura affidata a "Les Litanies De Satan", song basata su Moonlight Sonata di Ludwig Van Beethoven. In definitiva, 'Bloody Lunatic Asylum' è un disco geniale ed ispirato che segna l'affermarsi sulla lunga distanza di una band che non ha mai mollato. (Roberto Alba)

Draugsól - Volaða Land

#PER CHI AMA: Black/Death, Immortal, Morbid Angel, Enslaved
L'Islanda colpisce ancora, non con l'esplosione di un altro vulcano, ma con l'emergere di una nuova band dai suoi abissi infernali. I Draugsól si formano infatti solamente nel 2015 e arrivano alla stampa del loro debutto assai velocemente, grazie al supporto della Signal Rex. Il genere proposto è ovviamente un black metal che del nero metallo mantiene probabilmente solo le vocals arcigne, perchè poi le ritmiche si dimenano tra un death alla Morbid Angel e un black in stile Immortal, proponendo velocità ben sostenute, blast beat martellanti, sonorità disarmoniche e imprevedibili assoli. Ecco qui il biglietto da visita del terzetto di Reykjavík che non sottraendosi al morbo dell'intro liturgico, ci conducono poi nel loro mondo, con i quasi nove minuti di "Formæling". Superato in apparenza lo scoglio di una proposta non troppo semplice da digerire, si sbatte contro la vulcanica e brutale efferatezza di "Bót Eður Viðsjá Við Illu Aðkast", altri nove minuti di musica battagliera, selvaggia, che propone riff di matrice epic black (echi di Windir ed Enslaved nelle sue note) però poggianti su un pattern di violenza tipicamente death, che contribuisce a rendere la proposta del combo islandese decisamente più varia ed imprevedibile rispetto ai grandi classici. I Draugsól non sono certo immuni a sbavature od imperfezioni, vista anche una certa ridondanza nel caotico approccio del trio nordico. Per fortuna che c'è spazio anche per un'apertura acustica in "Spáfarir og Útisetur" (e più brevemente anche nella successiva "Váboðans Vals"), altrimenti il rischio di essere maciullati dall'irruenza dei nostri, si fa più alto. La song mantiene un andamento mid-tempo tra un break acustico e un affondo affidato a vorticose accelerazioni. Le danze si chiudono con la malefica "Holdleysa" dove saggiare per l'ultima volta le qualità dell'ennesima new sensation proveniente dalla fredda Isola di Ghiaccio. (Francesco Scarci)

Pater Nembrot – Nusun

#PER CHI AMA: Heavy Psych Stoner
Terzo album, dopo 'Mandria' (2008) e 'Sequoia Seeds' (2011), per la band cesenate che acquista sempre più peso e personalità e sforna con questo 'Nusun', un disco di grandissimo spessore, il migliore finora, e comunque destinato ad avere un ruolo e un peso molto “ingombrante” nella discografia dei Pater Nembrot. Perchè 'Nusun' è uno di quei lavori che lasciano facilmente a bocca aperta, un piccolo capolavoro di stoner psichedelico da salutare con gioia, rispetto e un pochino di incredulità, una volta appurato che si tratta di una produzione tutta italiana. I Pater Nembrot rinforzano la line-up con l’aggiunta di una seconda chitarra e ispessiscono il loro suono fino a renderlo scuro, pastoso e pesante, come il risultato di un ibrido tra Black Mountain, Comets on Fire, gli ultimi Motorpsycho e ovviamente Black Sabbath. Incastonati tra la ballata pianistica “Lostman” e gli echi westcoast della conclusiva e acustica “Dead Polygon”, ci sono 46 minuti tra i più pregni e infuocati che mi siano capitati per le mani in quest’ultimo anno, fatti di riff mastodontici che farebbero la felicità dei Black Mountain di 'In the Future' (“Stitch”) e che, di quando in quando, si fanno cavernosi e quasi doom (“The Rich Kids of Teheran”), oppure incorniciano prestazioni vocali degne dei migliori Soundgarden (“Overwhelming”). Trovano poi spazio dilatazioni riflessive che evocano i più ispirati Motorpsycho (“Architeuthis”) e brani che esprimono appieno una maturità anche compositiva davvero invidiabile, come “El Duende”, costruita su un riff che sembra la versione rallentata di quello di “Airbag” dei Radiohead. Un disco pressochè perfetto in tutti i suoi aspetti, a partire dalla splendida grafica di copertina. Se siete un minimo avvezzi alle sonorità heavy psych, non fatevelo scappare per nessun motivo.(Mauro Catena)

(GoDown Records - 2016)
Voto:80

https://pater-nembrot.bandcamp.com/album/nusun

martedì 17 gennaio 2017

GC Project - Face the Odds

#PER CHI AMA: Prog Rock
GC Project è il lavoro solista di Giacomo Calabria, eclettico batterista che calca la scena musicale italiana e non, da parecchi anni e che vanta collaborazioni con un gran numero di musicisti. Il suo amore per il prog metal lo ha portato a scrivere 'Face the Odds', full length che contiene undici brani autoprodotti con il supporto di innumerevoli artisti che si avvicendano ad aiutare il loro amico. "The Spring and the Storm pt. I" è la seconda traccia del cd e nei suoi cinque minuti racchiude il fulcro della musica di Giacomo. Un brano che trasuda prog misto a rock anni novanta, caratterizzato dalla sua sezione ritmica impeccabilmente pulita e trascinante. Le chitarre fanno il loro sporco lavoro, con riff potenti e con distorsioni adatte al genere. I brevi fraseggi di tastiera e l'assolo completano gli arrangiamenti ben fatti, insieme ad un cantato che si destreggia molto bene nei vari passaggi. "Southern Confort" ci catapulta in Asia grazie al suono del sitar e alla ritmica incentrata sui fusti della batteria che richiama lontani battiti tribali. La melodia ci culla per prepararci alla perentoria chitarra elettrica e ai suoi riff distesi. Nel frattempo i tocchi di hammond addolciscono il tutto e sostengono la vocalist (questa volta c'è una lei dietro al microfono) che ben si muove tra cantato e parlato. La pronuncia a volte risulta un po' troppo marcata, in compenso sale di tonalità con decisione, mentre basso e batteria si divertono ad intrecciarsi, il tutto poi a a finire in fade out. Il prog vecchio stile torna in "Water in the Desert", dove la sezione ritmica la fa da padrone, correndo e rallentando a piacere, permettendo a tutti gli strumenti di allungarsi in fraseggi sempre all'altezza. Molto azzeccato l'assolo di tastiere che sfuma naturalmente e lascia spazio a quello di chitarra, mentre nei vari break fuoriescono suoni elettronici di tutti i tipi. Un pezzo classico se vogliamo essere sinceri, ma eseguito ad opera d'arte. Tutto il meglio della PFM, Goblin ed affini è stato digerito e studiato con cura da musicisti con del gran pelo sullo stomaco. Chiudiamo con "18 Circles of Life", un vero inno alla vita, dove le atmosfere, a volte oscure dei precedenti brani, sono state messe completamente da parte per lasciare spazio a pura positività che trasuda dai riff e dagli arrangiamenti. Anche qui Giacomo mette in campo tutta la sua bravura con ritmiche complesse e mai scontate, veloci e che conducono alla fine del brano ancora quando stiamo canticchiando il ritornello. In 'Face the Odds' è stato fatto un buon mixaggio e soprattutto il mastering è minimo, pochissima la compressione che dà un gran senso di ariosità ai suoni che si liberano nelle frequenze permettendo di raccogliere tutte le sfumature. Di contro, alcuni punti sembrano su viaggiare su piani staccati; alla fine però ne è valsa la pena perché ci troviamo tra le mani un piccolo gioiellino che trascende il genere e dovrebbe comparire nelle collezioni di molti musicisti che aspirano a raggiungere livelli eccelsi. (Michele Montanari)

Kalmankantaja - Kuolonsäkeet

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Suicidal Black Metal, Burzum
Sono infine giunto, al buio, circondato da antiche rovine Quechuas, con l'unica compagnia di un freddo gelido, a Pueblo Fantasma, Bolivia, 4690 metri sul livello del mare. Eolo sul mio volto sferza il suo fiato ove scanna runiche rughe intrise nel mio sangue con i suoi invisibili aghi, rune che brillano e pulsano nell’oscurità. Mi chiamo Kalmankantaja e sono un druido votato al male. Non mi ricordo nemmeno come ci sono arrivato fin qui. Dev'essere l'effetto delle troppe foglie di coca che ho masticato per resistere al freddo, alla fame e per riuscire a trascinarlo. Una cosa, però, me la ricordo bene: il motivo per cui sono lì. Scelgo la chiesa, ove accendo, con uno dei miei incantesimi occulti, un arcano fuoco. Lo pronuncio: “Sieluton Syvyys” e le fiamme divampano poco lontano da me. È stata per l’appunto “Sieluton Syvyys”, entry-track strumentale di 'Kuolonsäkeet', dei finnici Kalmankantaja ad evocare questa mia storia: la sua tastiera occulta, geopardata da rare ed arcane parole, ci inizia all’arte con note che da profonde, sulla scia dell’organo, si trasformano, s’innalzano e mi portano con loro nell’alto dei cieli. Accedo all’Empireo tenendo per mano Beatrice ma dimenticandomi di Dante. Ecco che odo i primi lamenti, i primi strazi, della mia vittima. Ebbene, non sono solo, l’ho portato con me. Finora aveva taciuto, sotto l’ipnotico effetto del mate de coca. Ora si sta risvegliando, tossisce. Quindi urla. Non oso immaginare quali oscure creature si annidino lì, nel posto in cui mi trovo, quali lugubri presenze stia per evocare, ma non ho paura. Io non ho paura di niente. Io non temo nessuno. Nessuno al di fuori di me. Sì, al di fuori di me, perché di me ho paura. Di me ho davvero paura: so come sono. Dentro. Tanto gentile e tanto onesto appaio ma chi mi calpesta… muore. No. Non subito: attendo buono per anni, con paziente disciplina. Faccio maturare per anni il mio silente odio proprio come si fa con il buon vino o come fa il più bastardo dei virus e solo quando tutto sembra tranquillo, quando sono certo che tutti abbiano dimenticato, solo allora colpisco. E vado fino in fondo, senza paura di insozzarmi. Calo la mia falce. Scanno, squarto. Ma non lascio mai tracce. Le sue urla. Sono le sue urla a dare inizio a “Yhdessä Kuoleman Säkeet Kohtaavat” lo strazio di uno che viene torturato e che mi chiede disperatamente di non venire ammazzato. Io semplicemente lo ignoro, anzi, dentro di me godo nel prolungarne le sofferenze. Lui per primo mi ha fatto del male. Senza motivo. La batteria scandisce un ritmo semplice, cadenzato, un quattro quarti lento, con brevi incursioni in ottavi, tipico del genere. Convince il gioco di velocità aumentata solo a tratti, dà corpus e magnificenza a questo brano. Le urla di strazio aumentano ed in quest’armonia s’incarnano alla perfezione in uno screaming potente. Bel lavoro ragazzi, ben fatto davvero. Chitarre distorte all’ennesima potenza punzecchiano ed infastidiscono con pure note di sana ultraviolenza la mia vittima che mai smette di lamentarsi, di contorcersi, come se a ripetizione fosse punta da migliaia di vespe mandarinia japonica. Urla. Urla nell'oscurità. Ma no, no, la mia falce non ha ancora mietuto la sua vittima, c’è ancora così tanto tempo e così poche cose da fare. La sua lama brilla perché ancora non ha assaggiato e non percola, lungo il suo filo, lacrime di sangue. Del suo sangue. Punto il mio bastone, mi concentro, rivolgo lo sguardo al cielo, levito ed al mio comando “Ruoskittu Ja Revitty”, lingue di fuoco all’improvviso si animano, s’innalzano e quindi tracciano un complesso e rotondo sigillo sul terreno con al centro la vittima che ancora urla. I suoi pochi stracci vengono divorati dalle fiamme che assaggiano fameliche anche qualche brandello delle sue carni ma niente di più: non vi sono infatti nuovi ingredienti rispetto la precedente track, non percepisco alcun gusto nuovo. Anzi lo schema si ripete. Belli i dieci minuti di "Yhdessä..." ma forse i successivi dieci di "Ruoskittu..." non vanno ad aggiungere molto. Non sono poi così tanto diversi, forse qui l’agonia viene prolungata un po' troppo. Sulle note di “Memento Mori”, la vittima inizia non solo a prendere atto che deve morire ma che la morte è ormai vicina. Mai giocare con i sentimenti di qualcuno. A meno che non si voglia finire… così. Le sapienti pennellate in solo di tastiera di “Oman Käden Teuras” ed i suoi crescendi, sanno risvegliarmi dal torpore, dandomi qualcosa di nuovo da assaporare. Di mio gusto le interruzioni di batteria. La vittima adesso viene tatuata agli occhi con aghi incandescenti. È questo il mio modo per dire: buona la prova di voce. Nuove sonorità e vocalizzi mi colgono impreparato in “Minun Hautani”: bella questa sorta di dialogo tra vittima e carnefice ovvero il gioco di voci pulita e screaming. Di fronte a “Synkkä Ikuisuus Avautuu” non mi resta che lanciare una moneta per decidere le sorti di questo 'Kuolonsäkeet': testa promosso, croce si muore… …ma la mia è una moneta speciale, dedicata a Giano… e Giano si sa… ha due facce. Invece con la mia vittima non sarò così buono: pollice verso. Morte! Morte! Morte! Mai giocare con… (Rudi Remelli)