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martedì 20 ottobre 2015

In Each Hand A Cutlass - The Kraken

#PER CHI AMA: Progressive/Post Rock, Porcupine Tree, 65DaysOfStatic
"Ok, ecco un altro disco post-rock". Ho commentato così, appena ricevuto tra le mani il curatissimo packaging di 'The Kraken' del quintetto In Each Hand A Cutlass, originario di Singapore. Ma mi sbagliavo, dio se mi sbagliavo. Questo disco è un capolavoro. Andrebbe, che so, fatto ascoltare a scuola, anziché perdere le ore con "La Cucaracha" al flauto. Bisognerebbe farlo ascoltare a tutti quelli che pensano che il post-qualunque-cosa sia finito (me incluso, fino ad ieri), che Mogwai, Isis, Pelican, Sigur Ròs e Karma To Burn abbiano sostanzialmente già detto tutto quello che c’è da dire in proposito. Bisognerebbe spararlo a forza dalle casse di tutti i supermercati, i centri commerciali e le ascensori del mondo, dicendo: “Sentite qua che roba”. In 'The Kraken' c’è tutto: ci sono le lunghe atmosfere oniriche costruite con crescendo magistrali (“Heracleion”), ci sono dosatissimi interventi elettronici che ricordano i 65DaysOfStatic e i Nine Inch Nails (“Seagull 1751”, “Combing Through The Waves”), c’è il prog contemporaneo dei Porcupine Tree, c’è il pop sbarazzino con i clap di mani sul rullante stile EDM (“Satori 101”), c’è il riffing distorto e il blast beat, c’è un bridge jazz (“The Kraken: An Intermission”), ci sono scale maggiori e minori, arpeggi e cavalcate rock, dinamica e groove, ossessione e follia; ci sono delicatezza, leggerezza, paura, inquietudine, allegria, trionfo. Ci sono decine di generi, atmosfere, momenti, poesia, emozioni, tutti concentrati negli oltre 60 minuti del disco. C’è una spaventosa cura dei dettagli e degli arrangiamenti, soprattutto per un disco autoprodotto. C’è una registrazione praticamente perfetta, che valorizza ogni strumento, permettendo di assaporare ogni nota, ogni rullata, ogni crescendo. Ci sono dei musicisti di una tecnica invidiabile – la sezione ritmica è magistrale, un batterista con questo gusto e questa fantasia non lo ascoltavo da tempo; e i suoni di tastiera? straordinari – e di una umiltà talmente spiccata da non trasformare nessun momento del disco in un onanismo autoreferenziale (“Senti qua che sweep picking a 250 bpm che riesco a fare”). Manca la voce? D’accordo. Ma non ne sentirete la mancanza. Mancano una direzione unificata, un focus, un preciso scopo in questo disco? Sbagliato. Il focus c’è eccome: esplorare la musica in tutte le sue caleidoscopiche sfaccettature. Un compito riuscitissimo. 'The Kraken' è un lungo viaggio, quasi cinematografico, nell’oceano della musica contemporanea, pieno di orrendi mostri e romantiche visioni. Un viaggio che vi consiglio di fare. (Stefano Torregrossa)

(Self - 2015)
Voto: 90

domenica 18 ottobre 2015

Megatherium - Retrosky

#PER CHI AMA: Stoner/Doom/Sludge
I Megatherium sono tornati, quindi mollate tutto, bambini compresi e venite ad abbracciare il culto della bestia selvaggia. Il quartetto veronese è relativamente giovane (quattro anni all'anagrafe), ma dietro le quinte si celano musicisti che bazzicano la scena musicale da ben quindici anni e con un curriculum di tutto rispetto (Aneurysm, Gen Marrone, Mr. Wilson, Lokomotive, Elicotrema). Ci sono pertanto tutti gli ingredienti per aspettarci una band solida, matura e di qualità, e difatti, i Megatherium, dopo una pausa riflessiva, tornano in pompa magna con un EP di quattro brani che anticipa il nuovo full length, previsto a breve. 'Retrosky' è in parte scaricabile gratuitamente da Bandcamp e così anch'io ho seguito la via del digitale per questa recensione. Il primo brano si intitola "Ghost of the Ocean" ed è una via di mezzo tra una ballata stoner e una traccia doom, quindi lentezza morigerata e il tipico impatto del genere. Le chitarra avanzano con i loro rifferama in stile Down e Conan con suoni belli pieni e arrangiamenti che deliziano le nostre orecchie per accuratezza e stile. Per quando riguarda la sezione ritmica si è scelto un taglio classico-vintage, con il rullante definito come pure la grancassa. Nonostante il genere musicale, la registrazione riesce ad accontentare tutti, purtroppo le frequenze basse sono un po' limitate dal digitale via web, ma un bel cd o tanto meglio un vinile, renderebbero giustizia a questo EP. Il cantato è un altro elemento di valore che aggiunge interesse al lavoro dei nostri, offrendo una timbrica matura e trascinante che convince e che accompagna l'ascoltatore per tutti i quasi cinque minuti del brano. La seconda traccia è la title track, un vero e proprio capolavoro compositivo e melodico che rappresenta in pieno lo stile Meghaterium. Nei suoi otto minuti abbondanti, la band propone un folto numero di stati emotivi e mentali, passando da un mood psico-depresso alla rabbia più furibonda. Un'onda d'urto che incute ancor più timore perché viaggia a rilento per cui abbiamo tutto il tempo per realizzare che la piena ci investirà brutalmente segnando la nostra fine. Gli strumenti confermano il buon lavoro precedentemente fatto, ma stavolta il vocalist si esibisce in un cantato dall'indole quasi svogliata, a mio parere una trovata azzeccata che dà un taglio completamente diverso, decisamente intrigante. In seguito si trasforma in una sorte di inno a qualche belva satanica, con anche una sfumatura ruvida a mo' di ciliegina sulla torta. Buono l'uso delle doppie voci, mentre gli arrangiamenti possono risultare già sentiti, ma quando hai quindici anni di musica alle spalle, tutto il tuo background esce fuori prepotentemente come un alieno che ti squarcia il petto. Gli altri due brani sono "Betrayers Everywhere" e "Refuse to Shine", il primo risulta essere complesso e introspettivo, dove il vocalist si esibisce con uno stile alla Chris Cornell assai convincente. Il secondo è un'altra bordata con un buon lavoro di post produzione fatto di cori, effetti e quant'altro che dona un taglio moderno al brano. Peccato per la mancanza dei synth che probabilmente torneranno nel prossimo lavoro; avrebbero sicuramente aggiunto altre sfumature al già buon lavoro di arrangiamento fatto in studio. Direi che potevate iniziare già a scaricare l' EP alle prime righe della recensione, quindi se siete arrivati alla fine vuol dire che i quattro brani non hanno fatto altro che stuzzicare la vostra bramosia di stoner/doom e non vedete l'ora anche voi di mettere mano al prossimo album. Io di sicuro. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 75

sabato 17 ottobre 2015

Celeb Car Crash - ¡Mucha Lucha!

#PER CHI AMA: Punk Rock/Alternative
Recensire tre soli brani e giudicare formalmente una band in soli dodici minuti di note mi lascia perplesso, quindi opto per una diplomatica soluzione, rimandando il giudizio finale ad un eventuale prossimo full length, con più materiale da ascoltare, in attesa di capire quale direzione verrà intrapresa in futuro dall'act italico. Detto questo, posso solo costatare che: la band ha già esordito qualche anno fa con l'album 'Ambush!', caratterizzato da forti influenze grunge; ha suonato come opening act dei Lacuna Coil a bordo del Red Bull tour bus, merito acquisito dopo aver vinto il contest nazionale “Red Bull 2014”. Il combo inoltre, capitanato dall'ottima voce/chitarra di Nicola Briganti, ha un piglio radiofonico dalle potenzialità enormi, e suona un rock influenzato fortemente da certo punk adolescenziale da classifica e dal pop. I Celeb Car Crash suonano alla fine bene e il tutto è talmente patinato che le tre canzoni rimangono in mente anche solo dopo un unico ascolto. A differenza dell'album d'esordio qui, i sentori grunge, che si manifestano solo in parte sul terzo brano, si sono ammorbiditi a favore di una musica più energica e positiva, ben costruita e fantasiosa, orecchiabilissima, che si immette nelle corsie di Green Day, dei Creed, dei Nickelback o dei 3 Doors Down. I brani registrati e mixati in tre studi diversi sparsi per il mondo, spiccano per qualità e freschezza di idee, con un sound pieno, carico e moderno, sul modello dei Minus the Bear, anche se c'è da dire che i Celeb Car Crash risulteranno meno cerebrali e più scanzonati, d'impatto e decisamente diretti. Rimanendo in attesa di ulteriori produzioni del gruppo, dopo questa uscita del 2015, targata Sliptrick Records, consiglio vivamente gli amanti del rock alternativo, di non perdere d'occhio questa italianissima band, che ha tutte le carte in regola per entrare nel mainstream mondiale. (Bob Stoner)

(Sliptrick Records - 2015)
Voto: 70

https://www.facebook.com/CelebCarCrash

Dream Circus – China White

#PER CHI AMA: Grunge, Alice in Chains, Soundgarden
Allora, confesso di trovarmi un po’ in difficoltà con questa recensione, essenzialmente per tre motivi principali. Primo: ho amato, e amo tutt'ora, l’alternative dei primi anni '90. Che lo vogliate chiamare grunge o meno, che venisse da Seattle o meno, i dischi di gente come Soundgardene e Alice in Chains (ma anche Nirvana, Pearl Jam, Screaming Trees, Mudhoney) sono stati i miei primi amori musicali, quelle sbandate da cui è difficile riprendersi. Secondo: tanto ho amato quella musica, cosí allo stesso modo ho provato sentimenti che vanno dalla noia al disgusto per tutta la pletora di band che, sull’onda dell’entusiasmo delle major, hanno cercato di cavalcare l’onda di quel successo. Penso quindi ai vari Candlebox, Creed, Staind, Bush, per tacere di Puddle of Mudd o Nickleback, davvero impresentabili. Terzo: i Dream Cricus si ispirano dichiaratamente ai primi (Alice in Chains in particolare) ma finiscono per assomigliare molto di piú ai secondi. Cercando di essere il piú possibile oggettivi, non si puó non riconoscere alla band lusitana la capacità di saper suonare con potenza e convinzione non inferiore a quella delle band sopra citate, non si possono non riconoscere il talento e le ottime qualità del vocalist James Powell, bravo a mantenere una certa personalità senza cadere nell’imitazione di questo o quel modello di riferimento. Cosí come l’esordio datato 2012, anche questo EP di sei brani, per poco piú di venti minuti di durata, conferma pregi e difetti che i Dream Circus condividono con buona parte di chi ha fatto il loro stesso percorso. Ovvero sono di sicuro bravi e capaci, i pezzi spingono molto sul pedale della potenza e dell’impatto, enfatizzando il lato metal del suono con gran dispiego di chitarroni e doppia cassa, ma non sono sempre memorabili. Un lavoro ben fatto, piacevole; e forse questo è quello che conta, anche se, in sostanza, 'China White' rimanda un’immagine bidimensionale, dove a potenza e aggressività non si aggiunge una terza dimensione, quella della profondità, che era ed è (basta ascoltare uno qualsiasi dei dischi del Jerry Cantrell solista) la vera marcia in piú di quella formidabile stagione. (Mauro Catena)

(Ethereal Sound Works - 2015)
Voto: 65

https://www.facebook.com/DreamCircus

venerdì 16 ottobre 2015

Tuomas Holopainen - The Life and Times of Scrooge

#PER CHI AMA: Soundtrack strumentali
'The Life And Times Of Scrooge' è la prima release da solista in casa Holopainen, ispirata dalla saga a fumetti che narra le avventure di Scrooge Mc Duck (scritta ed illustrata da Don Rosa), a cui si propone di fare da colonna sonora. Proposito pienamente realizzato, grazie alle apparentemente illimitate idee del mastermind/leader dei Nightwish, che con la collaborazione del maestro Pip Williams, danno vita ad una soundtrack che riesce a trasportare l'ascoltatore sulle fredde rive del Klondike, in cerca della tanto agognata fortuna. Orchestrazioni e cori impeccabili mettono in luce tutto il talento compositivo del musicista finlandese, che coinvolge anche un vocalist d'eccezione come Toni Kakko (Sonata Artica), il quale apporta il proprio tocco di classe alle lyrics, nonostante si tratti di un disco per lo più strumentale. Ricco di idee, ispirato ed espressivo in ogni suo pezzo, quest'album rappresenta l'ennesima conferma delle capacità di Tuomas e del suo buon momento di forma, che dopo i recenti successi con la band madre, i Nightwish, si ripresenta al pubblico con un altro pezzo da novanta. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Nuclear Blast - 2014)
Voto: 80

Sorrowful - In the Rainfall

#FOR FANS OF: Doom/Death Metal, Vastum, Apocryphal, early Anathema
Managing to employ an old-school sound in today’s metal scene isn’t exactly a rare feat, what with the retro-Death and Thrash acts sprouting up seemingly by the minute, yet doing that and emerging as a competent force in your chosen genre is a fine feat indeed, and this Mexican-by-way-of-Sweden twosome is a stellar and oftentimes accomplished mixture of early Death Metal and old-school Doom. While the pace throughout is decidedly Doom, full of heavy, churning, agonizingly slow riffs sprawling from the darkness, the fact that they’re full of chugging grooves, tightly-wounded twisting rhythms and come packed with growling vocals gives this a truer Death Metal attitude which is remarkably addictive throughout here with this one really generating quite a vast amount of good will here in these rhythms. They manage to keep this one with a firm balance between the slow, plodding paces and a generally faster, more up-tempo drive here that still manages to come off coherently and flows logically together, but the greatest strength here is undoubtedly the type of cavernous, monolith production that makes this sound so much heavier and more dynamic. Though there’s some hit-or-miss tempos and riffing on display here, for a debut that’s a little more forgivable and is certainly drowned out by the more impressive elements featured here otherwise. Intro ‘The Last Journey’ gets this going with some nice swirling riff-work and plodding tempos that make for quite a stellar atmosphere here that takes a really dark, brooding ambience to the proceedings with the more Death Metal riffing spread throughout the final half for a solid start here. ‘Nothingness’ offers up more churning Death Metal riffs than the preceding track, but the crushing pace and heavy, thumping back-end here keeps this blistering pace in check before exploding into a frenzied up-tempo assault that makes this a fine highlight offering. Likewise, ‘Gray People’ follows up nicely with a strong opening riff and some solid drum-work that drops off the pace quite nicely here with the deep churning riffing offering up some solid heaviness though they drag this out somewhat with some dragging tempos in the later half that keeps this from being as fun as the earlier tracks. ‘Oceans of Darkness’ certainly does the slow, churning pace much better with a striking series of melodic leads, finely-tuned rhythms and much more enjoyable mid-tempo crunch that keeps this one rolling along nicely for another strong highlight offering. It’s back-to-back highlights as ‘Utopian Existence’ offers the most explosive straight-forward Death Metal styled opening as the charging tempos and pounding drumming throughout the second half offer forth the least Doom influence on the whole album as the stylistically darker rhythms here appeal greatly in another strong effort. ‘Frozen Sun’ comes lurching back into the Doom mold with a series of churning rhythms and plodding tempos while still offering the occasional blast of mid-tempo charging yet remains more rooted in those sprawling, heavy riffs which make this one of the better straight-forward Doom tracks. Both ‘The Machine of Desolation’ and ‘The Flight of Mind’ keep those churning rhythms in fine form as the blasting drumming and heavy-handed riffing make for strong impressions here with the melodic leads counter the up-tempo grooves quite nicely and making for overall enjoyable offerings. Finale ‘Eager of Death’ brings back the soaring, melodic tempos here with some rather fine churning riffs and droning rhythms that are played off quite nicely here in bringing a melancholy vibe that wasn’t really present before-hand and causes that to stick out here while still offering a fine ending note. Overall there’s some good points here that should help them out as they continue along. (Don Anelli)

(Solitude Productions - 2015)
Score: 85

giovedì 15 ottobre 2015

Every Hour Kills - S/t

#PER CHI AMA: Modern Metal, In Flames, Scar Symmetry, Soilwork
Sentivo un po' la mancanza di suoni carichi di groove e ammiccanti al massimo. Sono stato presto accontentato dai canadesi Every Hour Kills e il loro EP omonimo nuovo di zecca. Cinque le tracce, le stesse riproposte in chiave strumentale e una versione demo sempre strumentale di "Cloudlifter", un pezzo che a dire il vero non ho ben capito dove stia nella discografia della band di Calgary. I nostri attaccano con l'elettronica massiva di "Chosen", che accompagna una ritmica imponente a cui si aggiungerà presto anche la voce di Jerrod Maxwell Lyster, in un mix tra Tesseract e Soilwork. La musica? Beh riflette fondamentalmente la proposta di queste due band (con una certa predilezione per la seconda), il classico modern metal che sembra andar tanto di moda nell'ultimo periodo, a cui aggiungerei anche un tocco di Scar Symmetry e In Flames, senza trascurare una lieve spruzzata di metalcore. Vi ritroverete pertanto allietati da un riffing sincopato, gioviali chorus, stop'n go e tastiere super melodiche. Il dado è tratto. "Deliver Us" riparte dal programming irrefrenabile di Sacha Laskow e da una linea melodica piuttosto malinconica che si riflette anche nel modo di cantare di Jerrod che nel breve break centrale, trova modo di scatenarsi anche in una versione più urlata. L'eccesso di elettronica però rischia un po' di offuscare la performance solistica, in quanto Sacha sembra davvero saperci fare con la sua sei corde. Il limite in effetti di questo EP sembra essere racchiuso proprio dall'esasperante utilizzo delle keys che andrebbero ridotte per dar modo anche a Brent Stutsky di palesare il suo valido apporto al basso, mentre non si può non notare la fantasiosa tecnica di Robert Shawcross dietro le pelli, anche se talvolta risulta celata dagli ubriacanti sfarfallii elettronici. "Saviours" è una traccia più delicata, almeno all'inizio, anche se poi il tiro aumenta e la song diviene più convincente anche per la sua continua altalenanza ritmica. Niente male. Il sound ruffiano di "One Reason" e il suo coro quasi pop rock le valgono la palma di song più moscia delle cinque. Fortunatamente irrompe la dinamica "Almost Human", che nel suo riffing portante sembra un pezzo di una decina di anni fa dei nostrani Edenshade, estratto dal bellissimo 'Ceramic Placebo for a Faint Heart'. Pezzo assai convincente e anche il mio preferito che di certo bilancia la performance meno brillante della quarta traccia. Seguono i cinque brani riproposti in chiave strumentale e quello che posso affermare è che, in assenza di una voce che ammorbidisca a più riprese il sound degli Every Hour Kills, musicalmente il quartetto canadese è davvero notevole, spaccando non poco e la vicinanza con Soilwork e anche Fear Factory, perché no, si fa davvero sentire. Bravi, preparati e non da sottovalutare. Dimenticavo l'ultima traccia, la più djent oriented: trattasi ancora di una demo senza cantato, quindi meglio soprassedere. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 70