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lunedì 14 luglio 2014

Shattered Hope – Waters Of Lethe

#PER CHI AMA: Death/Doom, My Dying Bride, Esoteric
Oramai mi sono fatto il callo alle uscite della Solitude Prod., tanto che è difficile essere obiettivi con una label che vanta ormai una lista infinita di band praticamente identiche nel loro approccio. Ma è solo con prolungati ascolti, intensi o meno che siano, si può giungere alla conclusione che l'elevato numero di gruppi, di interessante caratura, rischi di livellarne la qualità, piuttosto che esaltarne i punti di forza. I greci Shattered Hope tuttavia sanno il fatto loro e propongono, a distanza di quattro anni dal precedente album, una revisione stilistica improntata su atmosfere cavernose e funeree. Come il fiume Lete, che nell'Averno causava perdita di memoria a chi ne assaggiava le acque, il combo ellenico rende le proprie composizioni alla stregua del fiume dell'oblio, proponendo quasi ottanta minuti indefiniti e fugaci. La musica non manca certo di attrattiva, grazie sopratutto a riff stoppati e a vari mid-tempo, su cui spiccano "For the Night as Fallen" e "My Cure is Your Disease", due song che probabilmente ricordano maggiormente i gruppi gothic degli anni '90, ma alla fine questo disco non s'insedia ferocemente nella memoria di chi ascolta, pur lasciando una buona impressione almeno a livello di suoni, grazie alla sua eccellente produzione. Le frequenze sono bilanciate e le medie presentano l'ombra caratteristica degli Esoteric (probabilmente perché il frontman della band inglese si è occupato del mastering), rendendo alla fine il suono pacato e armonioso. Le conclusioni per 'Waters of Lethe' sono poi simili a quelle lette per altre band del rooster Solitude: poca emotività e molta atmosfera. Le intenzioni ci sono ma manca quell'essenza difficilmente riscontrabile nei gruppi contemporanei; c'è molta testa e poco cuore, o semplicemente (come sostengo da tempo) questo genere non ha più nulla da dire. (Kent)

(Solitude Productions - 2014) 
Voto: 65 

sabato 12 luglio 2014

Noble Beast - S/t

#PER CHI AMA: Power Heavy, Helloween, Blind Guardian 
Non sono propriamente la persona più indicata a recensire questo tipo di musica (lo facevo forse 15 anni fa), ma qualcuno questo sporco lavoro lo deve pur fare. Per gli amanti dell'heavy classic/power, ecco arrivare dal Minnesota una band che promette di sconquassare parecchio la scena, i Noble Beast e il loro debut album fuori per la Tridroid Records. Preparatevi dunque ad affrontare epiche cavalcate com'erano anni che non sentivo, di scuola palesemente Blind Guardian/Helloween, vocals e chorus che ammiccano a 'Keeper of the Seven Keys' fin dall'iniziale "Iron-Clad Angels", per non parlare degli intrecci di chitarre che si snodano e sbizzarriscono in splendidi assoli. Merito delle due asce, Sir Robert (anche voce) e Matt Hodsdon, che ci regalano un sound che, per quanto derivativo dai classici del passato, straborda di energia, e finisce di contagiare anche chi, come il sottoscritto, questo genere l'ha abbandonato diversi lustri or sono. Diavolo, la band di Saint Paul ci sa davvero fare e, combinando possenti riff e notevoli linee melodiche affiancate da una componente corale che si muove tra il viking e il power, finisce per esaltarmi. "Behold the Face of Your Enemy" promette di farvi divertire, non concedendovi un attimo di tregua causa un'infinita sequela di cambi di tempo. In alcuni casi mi sembra che emerga lo spirito vichingo degli esordi degli Einherjer, in altri frangenti ecco fuoriuscire gli insegnamenti di Judas Priest e Iron Maiden. Le influenze dei nostri non finiscono certo qui perché a fianco dei già pluricitati Helloween (echi più o meno forti in "We Burn" e la title track) finiscono per materializzarsi anche influssi nordici (Ensiferum). Mostruosi sotto un profilo tecnico con una menzione d'onore per il drummer, i Noble Beast confermano anche le loro doti compositive attraverso i dieci capitoli contenuti in questo ottimo esordio, che prelude al fatto che in un futuro prossimo, sentiremo parecchio parlare di questi ragazzi. Bravi!

(Tridroid Records - 2014) 
Voto: 80 

Silence the Sky - Ancient

#PER CHI AMA: Hardcore, Metalcore, Djent 
Un po' di sano, crudo e ammiccante hardcore era da parecchio che non mi capitava tra le mani. Eccomi accontentato dai norvegesi Silence the Sky che con il loro 'Ancient' rompono gli schemi che vedono arrivare dalla Norvegia album prettamente black o death, proponendoci invece sonorità più alternative. Ci troviamo infatti di fronte a 15 tracce (forse troppe) che, partendo da una base estrema, vengono contaminate dal djent, dal metalcore e appunto dall'hardcore, senza tralasciare l'ambient e un pizzico di doom. A partire da "Atomos", non ci resta che farci investire dai riffoni quasi deathcore del quintetto nordico che ci scaraventa addosso una grandinata di riff distorti e ubriacanti che poco spazio concedono alle melodie, se non in quanto mai inattesi break centrali, in cui i vocalist si alternano tra l'acido/vetriolo all'emo, mentre le atmosfere piombano nella catarsi malinconica di riff melancolici. Tutto chiaro no? Va bene, provo a farmi capire meglio. "Ascendancy" è un pezzo di tre minuti e mezzo che attacca ringhiando sia a livello ritmico che vocale, con uno spazio risicatissimo concesso alla melodia; al minuto 1:30 ecco comparire le clean vocals di Magnus Granholt e le chitarre disegnano nell'etere splendide melodie. Si tratta di pochi attimi però perché i nostri tornano a ruggire, sebbene il flusso sonico si mantenga più vivace e ascoltabile. "Venomous" prosegue con il canovaccio già visto di furia-break-malinconia ma alla fine devo ammettere che il risultato che ne viene fuori non è affatto male. "Angel Rust" presenta una struttura invertita a quanto fin qui detto: l'inizio è malinconico e le ritmiche tendono piano piano ad ingrossarsi fino ad un break centrale che oserei dire al limite del doom, per poi proseguire tra schiamazzi nevrotici e delicati passaggi ambient. Il disco procede in questo modo mostrando il più delle volte i suoi muscoli senza dimenticare anche il suo lato più melodico e oscuro come proposto nella spettrale e piovosa parte centrale di "There is a Storm Coming" che aiuta certamente a non banalizzare i contenuti di 'Ancient'. Suoni cibernetici aprono "Nebula", la song più dinamica e che più si allontana dal resto del lotto. Qualche schitarrata potente e decido di soffermarmi su "The Dismemberment of Tellus", song intensa e dal forte, fortissimo impatto autunnale, complice l'egregio lavoro alle chitarre e alle brillanti vocals, con un duetto screamo/clean da brividi. Ultima citazione per la roboante "Jenova" in cui sembrano sovrapporsi 2 o 3 granitiche chitarre e l'ipnotica "Ion". 'Ancient' è pertanto servito, non vi serve sapere altro per far vostro questo concentrato pazzesco di musica carica di groove e melodie ruffiane. E bravi i Silence the Sky che testimoniano che oltre il black/death, in Norvegia c'è vita... (Francesco Scarci)

(Negative Vibe Records - 2014) 
Voto: 75 

Xerion - Nocturnal Misantropia

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Folk 

Dopo numerose difficoltà, con la lettura del supporto riuscita solamente dopo la scoperta della sua natura di dvd, riesco finalmente a rivelare ai miei sensi la musica proposta dagli Xerion, ovvero un classicissimo ed elementare black metal dalle tinte symphonic folk. Le tracce si basano principalmente su una manciata di riff ripetuti per tutta la durata del lavoro, il che non è molto diverso dalle svariate band che affliggono il panorama musicale con la loro patetica proposta, non fosse altro per la loro stretta somiglianza melodica, la mancata chiave ipnotica della ripetizione, i pattern di batteria statici e scarni, e soprattutto per l'eccessiva durata dei brani. Il tutto è peggiorato poi da due song stand-alone, ovvero "Akelarre" che manca completamente il suo scopo introduttivo e l'insensata "Ate a Morte...". Nonostante ciò, la band si adopera scolasticamente nell'impresa, assemblando un'opera che oltre a basilari speed songs concede spazio a delle costruzioni doom oriented come "Aqueles Que Nos Deixan Atris". Il verdetto finale è però unanime e feroce: nonostante 'Nocturnal Misantropia' vada in cerca di particolari effetti come nella title-track, c'è ancora molto, molto lavoro da fare. (Kent)

(Schwarzdorn Production - 2008)
Voto: 45

Warfather - Orchestrating the Apocalypse

#FOR FANS OF: Death/Black Metal, Morbid Angel, Deicide 
Lead by one of the genre’s figureheads in the legendary Steve Tucker, the debut offering from his new band, the Death/Black Metal act Warfather, 'Orchestrating the Apocalypse,' offers up a competent feel that is decent enough but fails to really make a lasting mark. Being much more than a typical Blackened Death Metal act, this group carries it back a little further in time to mix the two styles in a rather old-school manner. This is best demonstrated in the riff-work which builds upon the original thrashing style of the earliest genre practitioners with a series of rather intense, tight chugging patterns for the more extreme segments while a more traditional approach to black metal emerges while a generous amount of tremolo-picked melodies gives it a dab of both extreme musical styles quite frequently that flows throughout the whole album. Backed by a similar drumming dynamic to the earliest Floridian bands that unleashes a ravenous swarm of brutal blasts, hyper-speed rhythms and a total onslaught of vicious fills and tones that are far more intense and vicious than expected this is old-school worship with touches of modernity to the proceeds. It’s tight, brutal and definitely would’ve been worthwhile had this not been similar in their construction. The songs are given a rather similar feel throughout that makes it next to impossible to determine where you are in the running order, beyond the inclusion of three forgettable and utterly unneeded intro tracks that could’ve been melded into the preceding track as they serve as perfect segues for the next track anyway that in essence drops the album into nine traditional tracks with the three breaks. While it’s not an impossible feat dealing with the songs as they are now, trying to find where you are with nine similar tracks makes for a more manageable task without dealing with those extra interludes which barely crack thirty seconds anyway. However, beyond the lack of musical variation, the biggest problem on the album is the fact that there’s just such an utterly abysmal production job that it really hinders everything more than the actual musical content. The production on this one is so bad the music itself is delivered with an inept and weak-sounding vibe that can’t escape its overall blandness, as the guitars are wafer-thin and lack any sense of bite to them as they sound off with their rather flat tones. The drumming as a whole sounds like it was recorded in a garbage can with an equally thin mix that really forfeits the pounding and intense vibes associated with both genres in favor of a practice-room demo-sound recording that is utterly awful on a full-length release from a major-label band, especially one with this pedigree behind it. On top of it all, the bass is so buried in the album it might not have been recorded anyway such is the lack of presence on this effort. For the most part, the songs here are pretty similar and rarely deviate too much. Opener "XII" is a pretty common focus-point for the songs within, offering blasting drumming and tight, frenzied mid-tempo riff-work along the chaotic pace with extended solo sections, offering up plenty to like as the trend continues into "Legions," only with far tighter, brutal rhythms there. While on the second half that usually doesn’t follow such examples, both "Ageless Merciless" and "Ashes and Runes" also follow this trend with tight, frantic riffing against pounding double-bass lines and intense blasting against slight technically-proficient rhythms and solid performances for some good overall efforts. "My Queen Shall Not Be Mourned" is the start of the usage of atmospheric keyboards thrust into the mix, which continue in "The Shifting Poles," "Waltz of the Solstice" and "Gods and Machines" as they all weave the delicate lines into the thrashing music within. Frankly, the best track is closer "We are the Wolves," as the tight, furious and technical riffing against pounding drumming and up-tempo pace with stuttering tremolo-picked rhythms creates a true rager of a track that shows the band has enough juice when it can muster them and offers the best glimpse for their future. While this album is still undone by its woeful production that really hampers just about everything, it has moments where it could’ve been something approaching competent as this effort that can be strangely enjoyable at times. The potent mixture of old-school and more modern death metal elements weaved together with minor touches of black metal could’ve been something but instead comes off as nothing more than repetitive and rather unoriginal completed by that woeful mix, leaving this one to really only be worthwhile for the hardcore fans of the bands’ lineup as we wait for them to fix their mistakes on album number two. (Don Anelli)

(Greyhaze Records - 2014) 
Score: 60 

giovedì 10 luglio 2014

I Miss My Death – In Memories

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Theatre of Tragedy, Therion, Lacrimosa, Epica
Gli I Miss My Death sono una giovane band, formatasi nel 2007 proveniente dall'Ucraina che ci offre il loro primo full lenght, 'In Memories', dal sapore classico, carico di venature gotiche e vampiresche, uscito per la Metal Scrap Records in questo 2014. La produzione è cristallina, fin troppo simile a certe vecchie cose dei Theatre of Tragedy ('Velvet Darkness They Fear') o degli Epica in forma meno power, più romantica e oscura. Il suono è buono ma troppo nitido che non riesce a pungere come dovrebbe; le chitarre sono spesso sovrastate dalla presenza di tastiere sempre in primo piano e tutto ruota sul duo canoro dei fratelli Krivovyaz, Elena e Sergey, che oltre a prestare il suo possente growl, è anche chitarrista della band. Per Elena una super nota di colore (senza nulla togliere al fratello) poiché intona note soavi esaltanti, con la sua splendida voce (e non solo) di stampo lirico - operistico dosata divinamente in tutti i brani (ascoltate la title track, "Earl Pale" o "Trail into the Past" e toccherete con mano il canto di Elena semplicemente vicino alla divinità!). Il cd è molto lungo e supera i settanta minuti: nelle sue dodici tracce troviamo spunti dal doom dei primi Paradise Lost (quelli di 'Gothic') e dei Tiamat (quelli di 'A Deeper Kind of Slumber' anche se il suono qui è meno sperimentale e più classico), troviamo il gusto cinematografico vampiresco di certe intro a la Cradle of Filth ("Midnight in the Labyrinth"), oltre ad alcune trame musicali prese a prestito dai Therion (quelli di 'Vovin') e per chiudere immancabilmente il riferimento ai Lacrimosa. Il sestetto va tenuto d'occhio seriamente poiché ci sono gli estremi per creare qualcosa di delizioso che in questo cd non sempre riesce a emergere, ma solo perché a volte risulta fin troppo patinato e il sound troppo pulito perde il suo slancio, divenendo eccessivamente derivativo, sempre bello ma in alcuni casi dall'originalità incerta. Siamo nettamente al di sopra della media e se pubblicizzato bene, 'In Memories' potrebbe anche sbaragliare certa concorrenza più blasonata che sforna nel genere, sterili album a ripetizione. La band ucraina ha le carte in regola e un asso speciale nella manica da giocare a suo vantaggio, una voce solista femminile magica e ipnotica che supportata a dovere potrebbe portare gli I Miss My Death a vette altissime nel doom, ovvero, diventare i nuovi 3rd and the Mortals... e scusate se è poco! Consigliato l'ascolto! (Bob Stoner)

(Metal Scrap Records - 2014)
Voto: 70

Elbow Strike - Planning Great Adventures

#PER CHI AMA: Hard Rock/Stoner
Ti arriva un cd con una copertina che mostra uno scenario futuristico popolato da alieni grigio-verdi e senti affiorare un sorriso sulla bocca. Ok, non sono l'unico che è cresciuto con film di fantascienza e serie TV come X-Files! Bene, dopo aver realizzato che risparmierò un sacco di soldi per farmi psicanalizzare visto che non sono l'unico ad avere la fissa per l'ignoto, andiamo a conoscere gli Elbow Strike. Letteralmente si chiamano "colpo di gomito" e il sorprendente quartetto vanta una line-up di tutto rispetto, tra cui il metamorfico Chris T. Bradley, frontman dall'indubbio talento e dalla vita artistica divisa tra USA, Europa e Asia. Il loro ultimo lavoro è un concept album a tema spaziale, ovvero tratta argomenti come alieni e cospirazioni, un classico del folclore americano, ma non solo. In questi undici brani ottimamente registrati, si attraversano sonorità hard rock/grunge/southern che ricordano grandi band come Alice in Chains, Stone Temple Pilots e Raging Slab (questi non li conoscevo, li ho presi dal loro sito). "Monster" è la quarta traccia di 'Planning Great Adventures' e si presenta come una semiballad, né veloce né lenta, ma carica di riff e assoli alla vecchia maniera.Tutto arrangiato molto bene e con i suoni giusti per il genere. Unico appunto da farsi è il fatto che fino a tre quarti del brano non lasci un segno a chi ascolta. Dopo questo punto il brano si ingrossa e comincia finalmente ad essere interessante, fino a scorgere la vena ipnotica e oscura degli Elbow Strike. Feedback oppressivi, ritmica ansiogena e bagliori nel buio, come un grido di paura che nasce nel profondo della gola in attesa di scorgere l'ignoto. Salto a piè pari e vado a "U.F.O.", stessa pasta di "Monster", ma con più cattiveria e grondante di groove. Finalmente la band trova la sua identità e vomita riff pesanti, ma piacevoli grazie a suoni non esasperati. Anche un vecchio biker ancora legato a Lemmy e Bruce può apprezzare un brano così, dopotutto le sonorità anni novanta ci sono tutte. La band macina peggio di un bulldozer, spazzando via qualsiasi dubbio sulla genuinità dei nostri. "Waiting 4 the Sun" è una ballata moderna caratterizzata da voce e cori con effetti vari, ritmo lento e la mancanza di un'esplosione finale. Questo non pregiudica certo il risultato, ma avrebbe permesso una resa più dinamica del brano. Un bell' lbum, non c'è che dire, il mix di stili e sonorità non appesantisce l'ascolto, ma deve piacere. Ascoltatelo guardando il cielo, vediamo se siamo veramente soli in questo universo. (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2013)
Voto: 75

lunedì 7 luglio 2014

Doctor Cyclops – The Doctor Cyclops

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Hard Rock, Psychedelic Rock, Stoner
I Doctor Cyclops sono una band lombarda dedita a un heavy rock di chiara matrice seventies e in questa prima loro pubblicazione autoprodotta dimostrano di avere tutte le caratteristiche e capacità per fregiarsi di questa etichetta. Dal suono fortemente ispirato dal revival heavy psych e stoner degli ultimi anni, la loro musica presenta delle composizioni energiche dove si insinuano simpatici plagi che richiamano i mostri sacri del genere. Le tracce più interessanti sono quelle più prolisse, "Angel Saviour in the C.H.", la song d'apertura dotata di un ritmo coinvolgente che scopre brutalmente le intenzioni del gruppo e che si evolve in una curiosa componente psych con tanto di organo. In "My Revolution" troviamo il più limpido tra i vari richiami stilistici disseminati dalla band nei vari brani, cioè il movimento iniziale che sfiora "Paranoid" dei Black Sabbath e una piacevole chitarra acustica dal suono che mi ha rievocato la mia gioventù musicale. La conclusiva "Silver Serpent" nei suoi otto minuti abbondanti accarezza varie sezioni compositive non riuscendo però ad essere abbastanza coesa. In sostanza, questo lavoro presenta delle parti interessanti che a mio parere dovrebbero essere sviluppate maggiormente, per il resto il terzetto italico sembra essere più che rodato per un full length più impegnativo. (Kent)

(Self - 2010)
Voto: 65