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mercoledì 30 gennaio 2019

Saint Sadrill - Pierrefilant

#PER CHI AMA: Neo Prog/Avantgarde/Indie/Psichedelia
Al primo ascolto sono rimasto folgorato da questo nuovo album dei transalpini Saint Sadrill, un ensable di musicisti atipici e geniali, in grado di generare un'infinità di emozioni, trasportandomi in un viaggio dai mille colori ed emozioni multiformi, attraverso i molteplici generi musicali rivisti in modo originalissimo e personale dalla band di Lione in questo 'Pierrefilant'. Mi sono perso nel guardare il loro splendido ed intimo "Live at Studio Rouge in Rivolet" del febbraio scorso, presente su youtube, dove il sestetto conferma la mia impressione di trovarci di fronte ad un super gruppo, con grandi capacità compositive, tecniche, canore ed espressive. L'album è uno spasso, per veri intenditori. Ci si sposta musicalmente con cotanta velocità e dimestichezza che mi risulta impossibile decifrarlo o definirlo a modo in poche righe. Potreste accostare un'attitudine elettro-minimalista con un appeal da composizioni cameristiche, una sensibilità soul grazie ad un canto in stile Antony and the Johnsons con la follia di un giovane Arthur Brown nel pieno di un sogno psichedelico; il post rock sofisticato e suadente proveniente dalla cristallina Islanda con la musica indipendente fatta di chiaroscuri emotivi degli Ulan Bator e ancora, la visione astratta e mistica del più fantasioso Terry Riley con il krautrock più ipnotico e meno convenzionale, i suoni space di Suzanne Ciani, con le vellutate sperimentazioni progressive di Steven Wilson, il tutto capitanato da un vocalist dall'estensione decisamente fenomenale. Sarebbe stupido descrivere ogni singolo brano come pure prenderne uno per dire che è il migliore, le canzoni sono cosi piene di vita, dai risvolti inaspettati, che partendo da un lato introspettivo, ci si può trovare a confrontarci con un coretto cantato alla maniera burlona del mitico Zappa o dal tono ecclesiastico del miglior alternative country, per continuare in un chitarrismo che ricorda le atmosfere dei Madrugada in 'Industrial Silence', o l'incedere moderno, intellettuale e neo prog dei The Pinneaple Thief, per finire nel jazz rumorista dei mai dimenticati meravigliosi Shub Niggurath, sempre in agguato ma nascosto tra le righe, di questi dieci brani dalla delicatezza infinita. Una rabbia dolce, sofisticata, sovversiva, fuori dal coro, capace di graffiare con il suo ammaliante potere di essere pop d'autore e avanguardia al tempo stesso, in un capolavoro fatto uscire dallo stravagante collettivo Dur & Doux, un disco che non merita di passare inosservato, un gioiellino da mettere sotto il cuscino e tenerlo stretto come un tesoro. Album geniale e ispirato. (Bob Stoner)

(Dur & Doux - 2018)
Voto: 90

https://saintsadrill.bandcamp.com/

martedì 29 gennaio 2019

Monolithes - Limites

#PER CHI AMA: Experimental/Jazz/Fusion
Francia, Francia, nient'altro che Francia. Sembra ormai che il panorama mondiale musicale sia dominato in lungo e in largo da band provenienti dal paese dei nostri cugini, e non sto parlando solo in ambito estremo. Quest'oggi infatti, abbiamo a che fare con quest'astrusa realtà prog jazz metal, i Monolithes, ensemble che ha peraltro vinto il concorso “Jazz de la Défense” nel 2017, e che in formazione non vede solo la classica batteria e chitarra ma addirittura vibrafono e contrabbasso, a segnare l'estrosa identità del quartetto di Nantes. Basta poco per accorgersi della complessità della proposta di questi quattro pazzoidi, che lungo i 72 minuti a loro disposizione (in sole sei tracce!) esplorano e spaziano orizzonti musicali alquanto indefiniti. Se l'opener "Ploton le Furieu" funge più da intro, nei suoi quasi cinque minuti ci dà un'idea della intenzioni musicali jazz/post rock che dovremo attenderci, facendoci però capire quanto sarà davvero ostico affrontare l'ascolto di 'Limites'. Questo lo si evince già con gli schizofrenici dodici minuti di "Limite les Rêves Au-delà", dove sarà chiaro quanto al quartetto francese piaccia muoversi nella più totale improvvisazione musicale tra ritmi etnici, noise e jazzcore, in uno dei brani più complicati ascoltati - sin qui - nella mia lunga militanza estrema (e sto parlando di oltre 30 anni!). La song è un susseguirsi di umori, suoni, note messe caoticamente in ordine dall'entropia musicale in costante aumento sprigionata dalla band. Letteralmente sfiancato da questa mini maratona, mi appresto ad una ancor più ampia fatica, con i sedici interminabili minuti di “Tears Point”, in cui sembra regnare, almeno inizialmente, il silenzio del vuoto cosmico, poi rumori alieni, spezzoni disarmonici di musica indecifrabile, scale ritmiche buttate giù casualmente in una caldera di stili musicali deprivati della classica forma canzone. È sperimentazione avanguardistica, fatta dalla fusione di molteplici stili provenienti da questo mondo e da uno dei milioni di miliardi di mondi extraterrestri. Al peggio non vi è mai fine se parliamo di durate, perchè c'è ancora da affrontare la psicotica "Panglüt" e i suoi infiniti 20 minuti, ove spiegarvi cosa si va a coniugare nelle sue note, diventa impresa assai ardua. Vi basti pensare alle classiche trame jazzistiche, aggiungeteci un pizzico di metal, prog, suoni etnici, drone, silent noise (quasi 10 minuti), ambient e qualsiasi altra cosa che abbia poteri destabilizzanti per la psiche umana, e il gioco è fatto. A completamento di quest'opera magna, ecco arrivare "Chasuble", una bonus track, neanche ce ne fosse il bisogno, stralunato come mi ritrovo ora, dopo aver prestato il fianco a quasi un'ora di musiche e pronto ad affrontare altri sedici minuti, in grado di sovvertire completamente ogni mio concepimento sonoro. Ma l'ascolto di quest'ultima traccia è cosa assai semplice, è meditazione buddista, rilassamento per la psiche, melodie cosmiche, pronte a condurci alla pura essenza del nirvana. Improbabili. (Francesco Scarci)

(Atypeek Music - 2018)
Voto: 75

https://monolithes.bandcamp.com/album/limites

domenica 27 gennaio 2019

The Pit Tips - Best of 2018

Francesco Scarci

Avast - Mother Culture
Entropia - Vacuum
Between the Buried and Me - Automata I-II

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Dominik
 

Funeral Mist - Hekatomb
Sargeist - Unbound
Eïs - Stillstand und Heimkehr

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Five_Nails

Birnam Wood - Wicked Worlds
Horn - Retrograd
Atlas - The Destroyer of Worlds

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Pietro Cavalcaselle
 

A Perfect Circle - Eat the Elephant
Denzel Curry - TA13OO
Kid See Ghosts - Kid See Ghosts

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Shadowsofthesun

Daughters - You Won't Get What You Want
YOB - Our Raw Heart
Manes - Slow Motion Death Sequence

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Alain González Artola
 

Bloodbark - Bonebranches
Mørke - Death Embraces You All
Antigone´s Fate - Insomnia

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Michele Montanari

The Ocean - Phanerozoic I: Palaeozoic
Spaceslug - Eye the Tide
Night Verses - From the Gallery of Sleep

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Bob Stoner

Pardans - Spit and Image
Voivod - The Wake
Sinistro - Sangue Cassia


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Stefano Torregrossa 

Sumac - Love in Shadow
Sleep - The Sciences
YOB - Our Raw Heart 

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Alejandro Morgoth Valenzuela 

Voices - Frightened
The Antichrist Imperium - Volume II Every Tongue Shall Praise Satan
Acathexis - Acathexis

sabato 26 gennaio 2019

Majestic Downfall - Waters of Fate

#PER CHI AMA: Death/Doom, Saturnus
Chissà se i Majestic Downfall avranno pensato di rivalutare la loro scelta di essersi spostati dal Texas al Messico, dopo tutte le tensioni generate dal buon Trump negli ultimi mesi lungo quel confine tanto contestato? Ovvio che si tratti di banalissime speculazioni atte a presentare il comeback discografico dei messicani Majestic Downfall, 'Waters of Fate', arrivato sugli scaffali grazie alla collaborazione tra Solitude Productions e Weird Truth Productions, dopo un silenzio durato tre anni. Al pari degli Helllight, mi fa specie sentire una band proveniente da un paese cosi solare, proporre un genere invece oscuro e deprimente fatto sta che, a differenza dei compagni di scuderia brasiliani, qui non ci troviamo al cospetto di funeral doom, bensì trattasi di un death doom, in grado di srotolare, lungo gli oltre 60 minuti, sei pezzi aggressivi, roboanti, che pescando da una tradizione più vicina ai primi Paradise Lost, faranno la gioia dei vecchi fan dell'act brasileiro, senza tuttavia avere l'ambizione di raccoglierne di nuovi. Al duo di Querétaro infatti sembra mancare quel fattore X in grado di fargli fare il vero salto di qualità. La musica non è male, lo dimostra la lunghissima "Veins" in apertura con i suoi saliscendi death doom, le vocals costantemente orientate al growl, qualche sfuriata al limite del black e il classico arpeggio acustico, tante cose carine ma stra-abusate negli ultimi anni. Non serve nemmeno fare il verso ritmico dei primi Cathedral nella title track per farmi dire che il lavoro ha un che di rilevante, lo trovo un po' piattino e privo della verve che altri dischi della label russa, invece possiedono. Ci sono ancora troppe cose scontate che mi fanno pensare di conoscere già la trama del disco. Apprezzabile il tentativo di trovare delle variazioni al tema, come l'utilizzo di intemperanze black nella già citata traccia che dà il titolo al lavoro. Purtroppo la sensazione forte è quella che la proposta dei nostri sia un po' lacunosa in più di una circostanza. Un peccato perchè poi i Majestic Downfall diventano più interessanti in pezzi come "Contagious Symmetry", song assai strutturata nel suo incedere inquieto e dotata di un buon solo. Più difficile da comprendere l'ultima "Waters of Life", lunga e rumoristico/dronica song che chiude un disco non certo tra i più memorabili rilasciati dall'etichetta là oltre la cortina di ferro. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions/Weird Truth Productions - 2018)
Voto: 60

https://solitudeproductions.bandcamp.com/album/waters-of-fate

Helllight - As We Slowly Fade

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Altro ritorno storico sulle pagine del Pozzo dei Dannati per i brasiliani Helllight, band che seguiamo sin dalle origini e di cui abbiamo recensito quasi tutti gli album. Mancava a rapporto l'ultimo uscito per la Solitude Productions, 'As We Slowly Fade', un altro, l'ennesimo, monumentale lavoro dei sudamericani. Chi è appassionato di funeral doom, sa di certo di quale preziosa entità flemmatica e funerea stiamo parlando, una band che per quanto provenga dall'assolato Brasile, è in realtà portatrice di un messaggio oscuro e di morte, e per questo divenuta una dei maggiori esponenti della scena funeral mondiale. E pure questo disco, costituito da sei lunghe tracce più intro, conferma quanto di buono il trio di Sao Paolo, produca da oltre vent'anni. E allora addentriamoci nelle viscere della bestia per scoprire le affascinanti trame chitarristiche di Fabio De Paula e compagni, che già con la title track impreziosiscono questa release con lente e strazianti melodie squarciate da decadenti assoli dal sapore progressivo. I quasi 12 minuti della song scivolano via che è un piacere tra growl terrificanti e drammatiche cleaning vocals che stemperano la pesantezza delle prime, mentre la porzione ritmica si mantiene su tempi dettati al rallentatore, soprattutto nella terza disperata e disperante "While the Moon Darkens", brano lento ma dalle keys magniloquenti nella sua seconda parte, che nuovamente si fa accattivante nella sua sezione solistica, vero punto di forza del combo paulista. Qualche anno fa dicevo come gli Helllight avrebbero rappresentato il punto di riferimento del funeral in futuro, oggi posso solo confermare che i nostri abbiano raggiunto quest'invidiabile status, grazie all'ispirato lavoro di chitarre e atmosfere creato nella splendida "The Ghost", in principio dinamica, ma poi sprofondante in territori di opprimente musica funeral. Le sorprese non terminano qui dato che "Bridge Between Life and Death" e "The Land of Broken Dreams" hanno ancora da regalare due putrescenti capitoli di inquietanti sonorità d'oltretomba, sicuramente evocative a livello canoro (a me l'epica performance di Fabio piace assai) quanto nel gigioneggiare a livello chitarristico con queste ardite scale ritmiche e i continui rimandi a sonorità prog rock. L'ultima "Ocean" riserva l'ultima sorpresa nell'ascolto di 'As We Slowly Fade', ossia la presenza di una gentil donzella a prestare la propria suadente voce a duettare con Fabio (qui a tratti non troppo all'altezza, a dire il vero, complici dei rimandi inopportuni agli Arcturus) e chiudere comunque con una certa eleganza questo brillante disco, mi sa tanto, il mio preferito nella discografia degli Helllight. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2018)
Voto: 80

https://helllight.bandcamp.com/

giovedì 24 gennaio 2019

Délétère - De Horae Leprae

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
It´s time to return to one of the most prolific and respected black metal scenes in the world, the one of Quebec. This Canadian region is well-known due to its strong pro-independence movement. This time and contrary to other highly rated bands, I am reviewing a band with, as far as I know, no political connections at least, if we speak about the lyrical contents of their albums. The band is called Délétère and it was formed in 2009 by Atheos and Thorleïf, who have been the unique permanent members of this project, only accompanied by several musicians who helped them in the studio or on stage. Both members have previous experience in excellent bands like Forteresse or Utlagr, just to say they are strongly connected to the extreme metal scene of Quebec. Though the band exists for nine years, they have only released two albums, the excellent debut 'Les Heures de la Peste' and the new opus 'De Horae Leprae'.

The new effort has a similar concept as the debut album. The lyrics deal with medieval times, and specifically with death and mortal diseases. This time, the album´s concept seems to deal with leprosy, another disease very frequent in the medieval times. Musically speaking, Délétère continues with the tradition settled by other bands of the scene. The band plays a kind of aggressive black metal, focused on powerful riffs melodic and atmospheric. If I should compare the band´s sound to, for example, Forteresse, I would say that Délétère has a darker approach fitting perfectly well with the tenebrous lyrical concept the band develops. The second track, “Cantus II-Sagina Caedencis”, is a fine example of somber guitar chords, which open the song and later accompany the main guitar riffs. But it´s not the unique example of this somber tone as a song like “Cantus V-Figura Dysphila” has also some especially dark sections. Though the album has in general terms a very aggressive tone and was very focused on creating powerful riffs, the band adds, from time to time, some elements to enrich its musical offer. For example, the opening track, “Cantus I-Teredinis Lepra” or the fourth song, “Cantus IV-Inopia et Morbo”, have occasional keys sounding like an organ, which of course fits with the medieval concept behind the band´s music. This use is increased in the last track, “Cantus IX-Oratio Magna”, my favourite song, as it sounds more medieval and atmospheric than any other song of the album, mainly thanks to these organs. What about the vocals? Well, I can safely say that Thorleïf delivers as a vocalist. His screams are powerful and high-pitched, they are easily audible as the production is quite good, raw enough, but with the majority of the instruments and the vocals themselves, easily distinguishable. Vocally speaking, we also find tiny tries to add some variety as the band introduces some clean vocals, which sound like a dark choir, very medieval yet again, tough they are scarcely used in songs like “Cantus II-Ichthus Os Tremoris”. The album has overall a quite fast pace, though the drums have a healthy combination of blast-beasts and slightly slower sections, almost never really slow but something between fast and mid-paced patterns, which obviously help to create non-monorithmic songs.

To sum up, Délétère has released a very good sophomore album which I wouldn´t define as a masterpiece, but a very enjoyable black metal album with some nice touches, which make it an interesting listen. Very recommendable if you follow the excellent black metal scene of Quebec. (Alain González Artol)

(Sepulchral Productions - 2018)
Score: 75

https://www.facebook.com/inopiaetmorbo

Borghesia - Proti Kapitulaciji

#PER CHI AMA: Electro/Post-Industrial/Darkwave
Risulta molto difficile catalogare i Borghesia, band di Lubiana che opera in ambito sperimentale ed elettronico fin dal 1982. Industrial, darkwave, trance-dance s'incrociano con un ambient cinematografico (cosa che il gruppo conosce bene visto la loro forte dedizione verso le colonne sonore), la rumoristica ed il post punk elettronico degli anni novanta e duemila. Un'ottima produzione poi dà il giusto appeal ad un lavoro sicuramente intrigante ed intellettuale, di non facile approccio, peraltro cantato in lingua madre, sui versi del giovane poeta Srečko Kosovel, morto di meningite all'età di soli 22 anni. La militanza antifascista, parte del lato artistico della band a cui si aggiunge una visione cupa relativa al declino in cui riversa il mondo di oggi, è sempre padrona della scena. Una scena musicale che è un meltin pot variegato, tra Disciplinatha, Falco, Skynny Puppy, Kraftwerk, Palais Shaumburg, Kirlian Camera, Malaria, un certo art rock/pop/dance, riproposto alla maniera storta dei Chumbawamba, con l'attitudine tipica di una post punk band rumorista, giunta direttamente da Berlino (vedi le analogie di produzione con il recente 'Lament' degli Einstürzende Neubauten). Canti nostalgici , sperimentazione, folk ed elettro-rock vanno a braccetto per tutto il tempo del disco, rilasciando, nel proseguo dell'album sentimenti di tristezza e amarezza, profondità ed introspettiva che prevalgono sull'impatto sonoro in "Europa Umira" e "Razočaranja I", che emergono per ingegno compositivo e delicate atmosfere. L'intento sonoro è comunque di unire ritmiche attraenti, melodie incalzanti e l'uso del cervello, per pensare a cosa ci riserverà il futuro. Anche la techno (quella intelligente) è spesso citata nel sound della band, come in "Moj črni Tintnik", brano che si pone il compito di unire il lato dance dei nostri ad echi in sintonia con la famosa colonna sonora di 007 e con la song tanto discussa ed icona di un'estate di tanto tempo fa, dal titolo, "Da Da Da" della pop wave band Trio. Nello srotolarsi dei brani, alla fine ci si immerge spesso in carrellate di word music e ambient trip hop dal taglio etnico ovviamente dell'est Europa, campane come intro su "Radovnik" e spazio al classicismo per le arie della conclusiva "Blizu Polnoči". Un album 'Proti Kapitulaciji', che ha bisogno di essere assimilato lentamente (perchè quindi non sfruttare il download gratuito su bandcamp?), un lavoro complicato e studiato nei particolari con gusto e dedizione, un lavoro che cerca di emancipare la cultura sonora elettro-industriale di venti/trent'anni fa senza renderla retrograda o insignificante, ridonandole lustro e significato. Disco che non è per tutti, ma che mostra molte potenzialità espressive. (Bob Stoner)

mercoledì 23 gennaio 2019

Self-Hatred - Hlubiny

#PER CHI AMA: Death/Doom, Saturnus
Prosegue la nostra esplorazione nell'ambito della musica del destino là, nell'infinito mondo creato dalla Solitude Productions. Questa volta l'etichetta russa ci accompagna in Repubblica Ceca, alla scoperta dei Self-Hatred. Come s'intuiva dalla mia apertura, ci troviamo al cospetto di una band death doom, che di primo acchito mi ha ricondotto a 'For the Loveless Lonely Nights', splendido EP dei Saturnus. Non chiedetemi perchè o per come, ma questo è quanto ho percepito dall'ascolto dell'opener "Konec". Forse un'affinità vocale, un mood malinconico come solo Saturnus e pochi altri sanno trasmettere o chissà, fatto sta che io ci ho sentito questo e l'ho apprezzato non poco. C'è poi chi storce il naso quando ci si muove in territori assai derivativi, ma d'altro canto che altro si può inventare in questo genere? Andare sempre più lenti è già stato fatto, essere più pesanti pure, tanto vale godersi qualche buon pezzo di musica emozionale, atmosferica, insomma del buon death doom (cantato peraltro in lingua madre), come quello sciorinato in "Odraz", una song diretta, melodica che va dritta al punto e alla fine dell'ascolto ti dici anche soddisfatto. Più lenta la title track, ma decisamente efficace nella sua linea di chitarra melodica. Ci si riprende alla grande con "Střepy" e la successiva "Vzplanutí", due song dinamiche dove la band di Plzen si discosta dai dettami del genere lanciandosi in pezzi più movimentati e brevi (tra i 5 e i 6 minuti, sebbene i dettami vogliano durate più importanti e ritmi più lenti). In "Apatie" è lo spettro dei primissimi Novembre a far capolino, con una ritmica (e delle vocals sussurrate) che per certi versi mi hanno ricordato alcune cose contenute in 'Wish I Could Dream It Again...'. A chiudere le danze di 'Hlubiny' arriva la strumentale "Epitaf" che chiude timidamente la prova dei Self-Hatred, una band da tenere sicuramente sotto stretta osservazione. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2018)
Voto: 75

https://self-hatred.bandcamp.com/