Cerca nel blog

venerdì 27 aprile 2018

Estate - Mirrorland

#PER CHI AMA: Symph Power Metal
La power-band proveniente dalla città russo-caucasica gemellata nientemeno che con Reggio nell'Emilia, propone un power-metal eminentemente calligrafico, fervido però di inorgoglite incursioni aliene. Insomma, aliene si fa per dire. Capita pertanto che al power quintessenziale distillato un po' dappertutto nel disco, ma soprattutto in apertura ("Mirrorland" e "The Ghoul"), si contrappongano, si fa sempre per dire, composizioni renderizzate con texture epic/prog/qualcuno-ha-orinato-nel-santo-graal ("Matter of Time"; una "Lady Wind" che si colloca tra i Dream Theater di 'Awake' e la Gillan band di 'Mr. Universe' o 'Glory Road'; una "Stolen Heart" che suona grosso modo come la suonerebbero degli Hammerfall provvisti di colbacco imprigionati nel carillon di "The Memory Remains") o di hair-melodic anni '80 (almeno due indizi: l'intera "Silver Skies", che sta tra il Bryan Adams che indossa un reggiseno di Robin Hood e il Jack Nitzsche che indossa mutandine femminili di "Up Were We Belong"; oppure l'attacco di "Lady Wind", che fa sembrare "Popcorn" di Gershon Kingsley come una specie di ouverture True Norwegian BM). Ultima nota per la copertina di Leo Hao, apprezzato illustratore esperto di di draghi, battaglie e fanciulle svestite leggiadramente maneggianti pesanti spadoni. (Alberto Calorosi)

Le Zoccole Misteriose - Il Treno

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
“Dandovi maggiori informazioni verrebbe meno il concetto di misterioso” chiude così il comunicato stampa che arriva insieme a 'Il Treno', nuovo EP de Le Zoccole Misteriose. Potrebbe sembrare un nome idiota ed in effetti lo è, ma questo progetto di idiota ha solamente il nome. Dopo varie esperienze, tra cui anche la composizione di un interessante stoner demenziale, arriviamo a questa ultima prova che potremo definire un disco hardcore italiano viscerale che ha come motore principale lo sfogo e l’urgenza espressiva. Pezzi mai sopra i tre minuti, testi che non superano le due righe, chitarre abrasive, velocità sostenute e voci roche e sguaiate, sono gli ingredienti principali del Treno che ti investe come un convoglio impazzito senza troppi complimenti. Si inizia con "Nascosto" che sa di alcol e serate finite tardi tra forti difficoltà motorie, il bruciore di stomaco e la puzza stantia di sigaretta che copre la stanza. Sono i disagi di una generazione che non ha più voglia di combattere ma solamente di esprimere il proprio schifo e la voglia di vomitare quattro frasi che possano in qualche modo dar fastidio a qualcuno. "Lontano dalla Mia Strada" è il mio pezzo preferito di questo breve viaggio, ove un arpeggio claudicante sostenuto da un imponente basso sorreggono versi cinici e ostinati, spezzati da un ritornello impregnato di punk, “io ti auguro miglior fortuna ma lontano dalla mia strada”, uno struggente saluto probabilmente all’ennesima zoccola che si allontana lasciando dietro di sé macerie e braci ardenti. Si prosegue con "Niente di Speciale" che porta una poetica di negazione del sé: “non sono nessuno, solo qualcuno da odiare” sbraita Raffaele, il pensiero che ci possa essere qualcuno che esista solo in funzione dell’odio che viene provato verso di lui mi disturba e mi fa pensare che l’odio a volte vince e a volte è la forza principale che muove le cose. Si chiude con la title track che si azzarda a superare i tre minuti tutti rigorosamente sparati ai mille all’ora, notevole il break finale al grido di “loro stavano solo cercando”. A volte non serve essere prolissi e sofisticati, a volte serve la semplicità di una chitarra che squarcia i coni e di una batteria che ti picchia in testa per ricordarti che se vuoi dire qualcosa, è meglio dirla subito ed è meglio dirla a tutti perché siamo in viaggio su un treno e non abbiamo la minima idea di quando scenderemo. (Matteo Baldi)

Godspeed You! Black Emperor - Luciferian Towers

#PER CHI AMA: Post Rock
Sgretolare le luciferine torri del potere. Grattacieli. Centri direzionali. Nei (dis)suoni eternamente autoperpetranti percepirete un'incombente sensazione di matematico caos. Una sorta di antiouverture sinistra e vagamente jazz-lizard-crimsoniana. "Undoing a Luciferian Towers". Sbarazzarsi incontrovertibilmente di quella disgustosa moltitudine umana costituita da incravattati egemoni del potere. "Bosses Hang". Ben fatto. Sì. Nel trionfale anthem introduttivo (poi ribadito in chiusura), potrete assaporare qualcosa come il 40% delle canzoni rock di vostra conoscenza (due a caso delle mie: "With a Little Help From my Friends" nella versione di Joe Cocker e "A New Day for Love" di Neil Young), sempre che siate disposti a perdonare a voi stessi l'aver erroneamente paragonati i G-Y!-B-E a qualcosa di lontanamente rock. "Fam/famine". Nel carestioso ground zero terzomillennaristico, riscontrerete un necessario minimalismo post-apocalittico, denso e funereo. In chiusura, l'anti-inno della dissoluzione occidentale, forse dell'intera umanità. Finalmente, vien da dire. "Anthem for No State". L'unica composizione in cui ravviserete quell'incedere necessariamente epico che riconoscete nei G-Y!-B-E e che imparaste ad amare quindi anni fa. L'unica in grado di donarvi una certa emozione sottocutanea. (Alberto Calorosi)

The Pit Tips

Alberto Calorosi

Leprous - The congregation
James and the Butcher - Plastic fantastic
Tori Amos - Native invader
 

---
Francesco Scarci

Deadly Carnage - Through the Void, Above The Suns
Opium Eater - Ennui
Drewsif Stalin's Musical Endeavors - Anhedonia
 

---
Alain González Artola

Hantaoma - Malamórt
Encircling Sea - Hearken
Necrophobic - Mark of the Necrogram
 

---
Five_Nails

Gorgoroth - Instinctus Bestalis
Inverted Serenity - As Spectres Wither
AERA - Rite of Odin

---
Michele Montanari

Sleep - The Sciences
La Morte Viene dallo Spazio - Zombies of the Stratosphere
Infection Code - Dissenso
 

---
Matteo Baldi

God Is An Astronaut - Epitaph
Sleep - The Sciences
A Perfect Circle - Eat The Elephant

giovedì 26 aprile 2018

Ddent - Toro

#PER CHI AMA: Post Metal Strumentale
Da Parigi ecco arrivare i Ddent, con una proposta che in Francia vanta tra gli altri interpreti anche gli Stömb. Sto parlando di un post-metal strumentale che riesce a trovare nel corso del disco anche sfoghi doom e industrial, come la band sottolinea sul proprio sito bandcamp. E allora conosciamo un po' meglio questo quartetto formato da Louis, Marc, Nico e l'ultimo arrivato Vinz, che dal 2013 a oggi, ha già all'attivo un EP, un primo album e questo nuovo 'Toro'. Il lavoro parte decisamente in sordina con la lunga "Dans la Roseraie" (ah, i titoli sono ispirati alla poesia di Federico Garcia Lorca), che lungo i suoi quasi 13 minuti, ne spende quasi sei in sonorità post-rock/noise, prima di iniziare a carburare: è infatti verso il settimo minuto che i nostri innestano la marcia, e pestano puntando su una certa pesantezza a livello ritmico. Tuttavia, è questione di una manciata di minuti che i toni virino verso sonorità più ariose in un'epica cavalcata che tornerà però ad incupirsi nei conclusivi due minuti del pezzo. Con "Dis à la Lune qu'elle Vienne", la durata del brano si accorcia drasticamente, consentendo una maggior facilità nell'assimilazione della proposta. Si parte comunque da toni pacati, sempre in bilico tra post-rock e post-metal, in un incedere minaccioso ed oscuro. La mancanza della componente vocale è un vero peccato, in quanto la monoliticità dell'act abbinata ad un mood ipnotizzante, ne avrebbe certamente giovato. Arriviamo alla terza "Longue, Obscure et Triste Lune": qui pervade un maggior senso di malinconia, complice il raddoppiare della seconda chitarra sulla matrice ritmica, con un drappeggio di suoni che sembrano provenire da territori shoegaze che creano una suggestiva ambientazione crepuscolare, anche se poi nella seconda parte della song emerge il lato più doom (di scuola My Dying Bride aggiungerei) dell'ensemble parigino, con un rifferama che sembra addirittura emulare a tratti delle growling vocals. "Torse de Marbre" è un'altra mini maratona di oltre dieci minuti che ci riconsegna i Ddent sotto una nuova luce, quella che miscela il post-rock con influenze electro-rock e droniche in un lisergico e mellifluo avanzare che ancora una volta suggestiona la mia mente con quelle che sembrano essere lontanissime vocals poste in background. Non so se si tratti di allucinazioni uditive o di una percezione completamente distorta del sound indotto da disturbi psicotici innescati dall'ascolto di 'Toro', fatto sta che la song suona molto più completa delle altre e il mio desiderio di un cantato, viene stranamente smorzato da questi suoni alla fine estatici. Ho pensato che i Ddent quando hanno scelto il titolo della quinta "L.s Cloch.s d'ars.Nic .t la Fum:." devono essere stati in preda ai fumi, di che cosa non mi è dato saperlo, chissà infatti quale sia il significato nascosto di questo titolo. Il brano si muove su un'alternanza ritmica tra riff compressi e schiacciasassi e altri decisamente più melodici ma al contempo drammatici. È tempo di “La Pluie Emplit sa Bouche”, la sesta traccia dell'album che apre nuovamente a toni dimessi e compassati, tra ambient e drone che fanno da apripista ad un crescendo umorale che dall'anima sembra arrivare in gola, in un riffing comunque tonante e celestiale al tempo stesso. Sono questi contrasti a farmi apprezzare il disco, e ancor di più quell'accelerazione al limite del post black che si palesa per pochi istanti a poco più di due minuti dal termine del brano. Terzo e ultimo allungo del cd e arriviamo ai conclusivi dodici minuti di "Noir Taureau de Douleur", un ultimo sforzo all'insegna di un post-metal glaciale, marziale a tratti, sicuramente di grande tensione, che segna il positivo ritorno sulle scene di questi promettenti musicisti transalpini, da tenere sotto stretta sorveglianza. (Francesco Scarci)

(Chien Noir - 2018)
Voto: 75

https://ddentmusic.bandcamp.com/

mercoledì 25 aprile 2018

This Broken Machine - [departures]

#PER CHI AMA: Alternative/Post Metal/Prog, Tool, Gojira
L'Italia cresce, non solo calcisticamente. Ce lo confermano questa volta i This Broken Machine, quartetto di Milano dedito ad un suono alternativo che combina in modo abbastanza originale, gli insegnamenti di Tool, Deftones, Gojira e Architects, giusto per fare qualche nome a casaccio. Quel che è certo è che i quattro musicisti non sono dei pivelli, essendo ormai in giro dal 2007, anche se la vena creativa dei nostri non deve essere proprio delle migliori, visto che questo '[departures]' rappresenta solamente il secondo lavoro per l'ensemble meneghino. Un album che esce peraltro a distanza di sei anni dal precedente 'The Inhuman Use of Human Beings', e che convince immediatamente per le sonorità proposte. Le danze si aprono con "Departing" e il suo riffing sincopato tipico del metalcore, con la componente vocale a strizzare l'occhiolino a A Perfect Circle e soci, mentre a livello lirico, i nostri affrontano il tema della separazione e le sensazioni ad essa collegate. Seconda tappa e siamo a "Weight": una prima metà in stile Riverside, nella loro veste progressive, una seconda parte poi più rabbiosa e ritmata, con un'alternanza vocale tra il pulito (non sempre troppo convincente) e il growl. "The Tower" simboleggia il concept che si cela dietro all'album attraverso l’allegoria della carta dei Tarocchi chiamata “La Torre” e il suo significato di cambiamento repentino che si traduce anche a livello musicale con sagaci cambi atmosferici tra parti decisamente metal ed altre più riflessive, intimiste e ragionate, all'insegna di un prog rock, ad elevarla immediatamente a mio pezzo preferito del disco. L'inizio cupo e minaccioso di "Return di Nowhere" non preannuncia nulla di buono, visto anche il tema affrontato nei testi che analizzano sempre oculatamente gli stati d'animo dell'individuo alla luce di eventi, diciamo traumatici, che possono indurre al cambiamento. La traccia conferma comunque le divagazioni progressive dell'act milanese, e l'abilità di farle coesistere con sonorità orientate su versanti più estremi, mantenendo le melodie sempre al centro del focus dei nostri. Interessanti le linee di chitarra di "Distant Stars", cosi dinamiche in una song che arriva ad evocarmi anche un qualcosa dei The Ocean nell'utilizzo dei vocalizzi estremi, ma che rilassa invece nella sua parte centrale più meditativa ed atmosferica, cosi come pure per una sezione solistica un po' più ricercata. Si arriva alla nevrotica "This Grace", brano ai limiti del math che avrà modo ovviamente di evolvere nel corso dei quasi cinque minuti in suoni decisamente più pacati. "As You Fall" ha un incipit inequivocabilmente malinconico, anche se poi la song s'imbastardisce un pochino. Ma si sa, i cambi di registro sono all'ordine del giorno con questi ragazzi e la parte centrale si lancia prima in derive psichedeliche, successivamente in un post metal dal crescendo ritmico poderoso. “…And That Would Be the End Of Us” è l'ultima tappa di questo viaggio intrapreso con i This Broken Machine, una chicca aperta da quello che sembra il romantico suono di un violino e che da li a poco si tramuterà in un'altra alternanza tra schegge math impazzite e frammenti più delicati, che ci regalano gli ultimi otto minuti di piacere di questo notevole '[departures]'. (Francesco Scarci)

martedì 24 aprile 2018

Eloy - The Vision, the Sword and the Pyre - Part 1

#PER CHI AMA: Space Rock
Parzialmente giustificato dal fatto che l'avanzare dell'età spesso rimuove certe inibizioni, pervenuto alla settantaduesima primavera Bisteccone Bornemann, generalmente conservativo, rilascia il suo album più spericolato e (forse a tratti involontariamente) divertente. Spiega tutto la perentoria ouverture "The Age of the Hundred Years's War", un po' goth-metal con tanto di vocine nella testa, un po' nu-metal, un po' outtake di 'Angel Dust', quello dei Faith No More. Nel prosieguo, "The Call" (featuring una sensuale e chiacchierante Alice Merton as Giovanna d'Arco) è un hard-rock soft-blueseggiante post-Destination alla "What Do You Want From Me?" (Pink Floyd), la ozric-tentacolare "The Ride by Night... Towards the Predestined Fate" è una specie di tecno-psych ballad con percussioni, la vocina robottina di "Early Signs... From a Longed for Miracle" (ma che pistakkio di titoli, nevvero?), perfettamente adatta al contesto, vi sembrerà fuoriuscita direttamente da "Metromania", la carmina-burattinosa, sbellicante "The Sword... the Dawning of the Unavoidable" farebbe impallidire Luca Turilli, se soltanto Luca Turilli avesse una carnagione. Canzoni come "Chinon" e "Les Tourelles" vi sembreranno ciò che esattamente sono, vale a dire autoindulgenti riempitivi, nell'ordine più e meno medievaleggianti. Quello che conta è che dopo sessantadue minuti (quelli di 'Ocean 2', l'album più lungo finora, erano cinquantasette) vi sarete inspiegabilmente divertiti, ciò che vi sconsiglio di affermare a voce alta ad un concerto, per esempio, dei Blind Guardian. Rischiereste di fare la stessa fine della eroina protagonista di questo scalcinatissimo concept. (Alberto Calorosi)

(Artist Station Records - 2017)
Voto: 70

https://www.facebook.com/Official4Eloy

lunedì 23 aprile 2018

Seether - Poison the Parish

#PER CHI AMA: Post Grunge
Poderosi riffoni presocratici, un cavernicolo e puntualissimo contrappunto di batteria, nei buchi qualche bridge di basso per conferire epos ("Stoke the Fire"), il rauco gracidare di ordinanza furbescamente alternato a passionevoli sdolcinerie eroinofile. Un ascolto coatto del settimo frondosissimo (quindici canzoni) album (non così tanto) fragorosamente abbattuto soltanto qualche mese addietro da parte dei celebri taglialegna di Pretoria, indurrà senz'altro quella medesima sensazione di pesantezza gastrica mista a sonnolenza e sporadica flatulenza solitamente generati dalla cassoeula che faceva la vostra bisnonna di Olgiate Comasco, sia conferita pace all'animaccia sua. Ascoltate questo disco a basso volume, malamente stravaccati su un divano sfondato di vellutino, mentre osservate con inaspettato interesse l'interno delle vostre palpebre. Con l'eccezione di un paio di scarsamente convinte escursioni nel buon vecchio nu-sbraitone (nel finale del singolo "Nothing Left") le canzoni vi appariranno niente male ma sostanzialmente indistinguibili, proprio come gli ingredienti della cassoueula che faceva la vostra b.d.O.C.s.c.p.a.a.s.. (Alberto Calorosi)

(Spinefarm - 2017)
Voto: 55

http://seether.com/

domenica 22 aprile 2018

Eternal Silence - Mastermind Tyranny

#PER CHI AMA: Symph/Gothic, Within Temptation
Con una copertina ed un’introduzione che sembrano provenire direttamente dalle profondità più remote dell’inferno, è lecito aspettarsi da 'Mastermind Tyranny' un’anima piuttosto brutale, degna delle lande più estreme del death. Invece, sorprendentemente, una volta superato il diabolico monologo introduttivo ed il primo riff, ci accolgono delle sonorità meno “cattive” del previsto. Le tematiche comunque esoteriche di quest’ultimo lavoro della band nostrana degli Eternal Silence, vengono sostenute infatti da un impianto piuttosto melodico, un symphonic metal ricco di orchestrazioni che viene alternato a qualche cavalcata più potente, come nel primo brano "Lucifer’s Lair". C’è spazio anche per qualche contaminazione elettronica come in "Game of the Beasts", fra le sue numerose variazioni di tempo. Le liriche oscure e strazianti vengono incarnate con maestria dalla voce di Marika Vanni, forte di una buona estensione e di grande potenza espressiva, che si percepisce soprattutto in brani come la ballad "Adagio" (la quale richiama i Within Temptation più recenti). Le vocals sono spesso alternate con la timbrica maschile di Alberto Cassina, secondo chitarrista e principale compositore del gruppo lombardo, che si occupa anche degli arrangiamenti orchestrali per questo disco. L’album procede in modo piuttosto lineare sino alla conclusione, senza troppe sorprese rispetto ai canoni del symph/gothic in cui si inserisce l’ensemble di Varese. Manca forse quell’idea, quella “scintilla” che faccia decollare l’ascolto di 'Mastermind Tyranny', nonostante rappresenti una buona prova per il gruppo, che dimostra di aver maturato un proprio stile rispetto ai precedenti album, a partire da un’ottima produzione, che ne evidenzia il notevole impegno. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Sliptrick Records - 2017)
Voto: 70

https://www.facebook.com/eternalsilencemusic