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martedì 4 aprile 2017

Goodbye, Kings - Vento

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale, Vanessa Van Basten
Da quando Argonauta Records si è affacciata sul mondo della musica, parecchie band meritevoli di attenzione sono venute a galla ed i Goodbye, Kings (GK) sono sicuramente una tra queste. Originari di Milano, il sestetto ha esordito nel 2014 con l'autoproduzione 'Au Cabaret Vert', importante meta raggiunta tramite un primo EP e una demo, che lasciavano già intendere che non ci troviamo di fronte ad un progetto banale. I GK sono un piccolo esercito votato al post rock e non solo, pur dovendo confrontarsi con una scena italiana ed internazionale assai attive, riescono a distinguersi con uno stile raffinato e trascendentale che ricorda i Godspeed You! Black Emperor ed i King Crimson. "How Do Dandelions Die" è la prima traccia di 'Vento' e grazie ad uno sviluppo in crescendo con grosse reminiscenze prog, ammalia l'ascoltatore con suoni perfettamente bilanciati ed atmosfere eteree. Il lieve soffio del vento iniziale ci colloca al di fuori della nostra reale posizione, sopra una nuda scogliera a picco sull'oceano calmo del mattina, mentre il tocco leggero sulle corde di chitarra fanno riemergere ricordi lontani come un grande cetaceo che torna in superficie accompagnato dallo sbuffo liberatorio. Gli accordi distorti di chitarra sopraggiungono lentamente per dare man forte ad una struttura ripetitiva ed ipnotica. In "Shurhuq" si progredisce di livello, e l'opera diviene un ensemble minimalista dove il pianoforte diviene il protagonista della sua stasi, colma di tristezza ed in cerca di un pertugio di salvezza. La naturale continuazione sfocia in "The Tri-state Tornado", con basso e batteria che si fondono in un grande ed unico battito che accelera per lasciare poi spazio alle chitarre. Queste proseguono nella ripetizione ciclica del loro riff per poi calare, tornando al battito di apertura che scema nella chiusura del piano. Molto bello il duetto finale tra quest'ultimo e la chitarra pulita. La magnum opus è probabilmente "The Bird Whose Wings Made the Wind", una canzone di ben quindici minuti che riassume il concept dell'album. Ritornano le folate di vento, una timida chitarra si fa spazio tra la forza della natura e vince grazie alla sua caparbietà, come una goccia che scava nella dura roccia grazie allo scorrere del tempo. Tutto è semplice, emozionale fino al midollo, una lunga sonata che s'innalza progressivamente scavando nel nostro io primordiale. La seconda parte si arricchisce della sezione ritmica fatta dal basso che coesiste visceralmente con la grancassa adibita a cuore pulsante dell'intera struttura. L'incursione delle chitarre, distorte e volutamente distanti, aggiunge grinta in forma eterea ed effimera, una sorta di sogno iperrealistico che la mente dell'ascoltatore forgia a suo piacimento fino alla conclusione in fade out che affida la chiusura alle sferzate del vento. "12 Horses" è il brano più carico, l'incipit è potente e spazza via le precedenti introduzioni shoegaze per lasciar spazio al furore imbrigliato nell'animo dell'esercito battente bandiera meneghina. Il tono si abbassa, il piano duetta con melodie rovesciate dal delay delle chitarre, generando una ritmica complessa e impossibile da solfeggiare, ma poi il tutto si distende con brevi sprazzi lineari. Se 'Vento' è appunto un concept album incentrato su questo elemento naturale, il brano in questione è sicuramente la sua rappresentazione in termini di potenza ed energia. In generale l'album ricorda i passati Vanessa Van Basten, un duo genovese che ha lasciato un segno indelebile nell'undergound italiano, di cui i GK hanno saputo far tesoro degli insegnamenti. Un lavoro semplice, dal grande impatto sonoro ed emotivo, eseguito con passione ed estrema cura nell'uso dei suoni. Da vedere in concerto, sicuramente un'esperienza unica da assaporare sospesi tra sogno e realtà. (Michele Montanari)

(Argonauta Records - 2016)
Voto: 75

https://goodbyekings.bandcamp.com/

It's Everyone Else – Heaven is an Empty Room

#PER CHI AMA: Industrial/Digital Hardcore/Electro Noise
A fine novembre del 2016, la Noise Appeal Records ha fatto uscire l'album di debutto del duo sloveno degli It's Everyone Else. Un lavoro ritmicamente intenso, carico di violenza selvaggia e distruttiva, liberatoria, debitore e seguace delle traiettorie sonore già tracciate dai vari Prodigy, Skinny Puppy e Atari Teenage Riot, un frammento di potente saggio di musica dal gusto inequivocabilmente industrial, elettronico quanto basta per accostarlo al digital hardcore ma con sconfinamenti nell'alternative punk, complice certe geniali trovate che hanno reso famose band del calibro dei Chumbawamba, con vocals maschili e femminili che si alternano nell'imitare lo stile di Pixies e Rage Against the Machine oltre ai già citati precedenti gruppi. L'industrial non se la passa molto bene ultimamente e considerate le poche idee innovative, riusciamo ad individuare un'alta dose di creatività nel duo di Ljubljana, l'originalità non è proprio di casa ma le lezioni lasciate dai maestri del genere hanno dato buoni frutti in questo box di circa mezz'ora, dove il calderone di suoni rievoca spettri e vette musicali di tutto rispetto. Il disco vola velocissimo con i suoi dieci brani intrisi nel silicone e rivestiti di lattice; il tocco perverso, estremo e ribelle si nota fin dalla prima nota e genera nell'ascoltatore una buona sensazione di familiarità col genere ed allo stesso tempo di curiosità che lo porta a seguire uno dopo l'altro lo sviluppo delle canzoni. La voce di Pika Golob dona un tocco di glamour trasversale ed oscuro con il suo canto sofferente e di scuola alternative punk alla Kim Gordon mentre Lucijan Prelog spinge sull'acceleratore, focalizzandosi sulla falsariga del punk più indie, combattivo ed estremo che ricorda i gruppi già citati di Zack de la Rocha e Alec Empire. La presenza costante di atmosfere sinistre e oppressive, la prevalenza scenica del noise e la variabile EBM, rendono ancora più accattivante la figura del duo di Ljubljana, ed è per questo motivo che brani come "The Truth About Mirrors" e "Sleep is So Cruel" diventano canzoni memorabili che alimentati da brani lampo come la rumorosissima "Nineteenninetyfive" o l'allucinata e isolazionista "Lone", completano un ottimo manifesto di elettronica d'assalto futurista che anche dopo infiniti ascolti riserva ancora delle nuove sorprese sonore. La scelta dei suoni, la produzione più che buona e una copertina che ingloba il sinistro, nero disagio che avevamo già apprezzato in 'Adore' degli Smashing Pumpkins ampliano a dismisura la potenza di fuoco di questa coppia di killer armati di sintetizzatori, coinvolgendo e trascinando chi ascolta con la stessa energia di una band hardcore. Saranno difficili da accettare per la massa, magari anche un po' derivativi, ma questo album è un vero carico di materiale infiammabile, dinamite pronta ad esplodere nelle vostre orecchie! Sottovalutarli sarebbe un grave errore, disco consigliato, da ascoltare ad alto volume, altissimo volume! (Bob Stoner)

lunedì 3 aprile 2017

Arcane Existence - The Dark Curse

#FOR FANS OF: Melodic Black/Death Metal, Thulcandra, Paimonia
Formed just in 2016, California-based melodic black/death metallers Arcane Existence have been taking their influences and running it through the deep lows and emotional highs as they adapt a storyline involving the TV show ‘Once Upon a Time.’ As for the music itself, the group displays a rather adept and profound mixture of stylish symphonic elements within the melodic black/death realm. The fiery tremolo riffing is generally tight and up-tempo, raging along with a galloping pace which generates a rather fun and frantic charge here while engaging the blistering symphonics here. That is far more impactful throughout the album, going for grandiose elements that are far more dynamic than the majority of the riff-work featured here not only in terms of featuring the melodic flurries but also focusing on the massive orchestral sounds when placed alongside these engaging tremolo patterns. It tends to get a little overloaded with the symphonics to the detriment of the riff-work, especially in ‘Reshaping History’ and ‘Bleeding Through’ which showcase this quite effectively. On the other side of the spectrum, ‘Welcome to Storybrooke,’ ‘The Dark One’ and ‘Magic’ offer more traditional elements that make for a strongly balanced and engaging first step that comes off far better than expected for a debut. (Don Anelli)

domenica 2 aprile 2017

Chaos Being - S/t

#PER CHI AMA: Stoner Rock/Grunge, ultimi Metallica, Cathedral
I Metallica con i primi tre album hanno fatto scuola a decine, forse centinaia di band, cresciute a pane e 'Master of Puppets'. Poi si sa, i quattro cavalieri di Frisco hanno imboccato una via diversa, più alternativa e contaminata da altre sonorità. Chi come il sottoscritto pensava che un album come 'St. Anger' non avrebbe mai rappresentato fonte di influenza per le generazioni a venire, dovrà ricredersi. Basti ascoltare infatti "Don't Understand", traccia numero due (dopo l'intro) del debut album dei milanesi Chaos Being, per capire come il quartetto meneghino abbia nelle proprie corde gli ultimi insegnamenti di James Hetfield e compagni. Parlo qui di un utilizzo di chitarre e soprattutto batteria che evocano inequivocabilmente uno degli album più controversi dei The Four Horsemen, anche se l'impostazione vocale ricorda quella del James di 'Kill'em All'. A chi pensa che la traccia sia una mera scopiazzatura degli illustri colleghi statunitensi, si ascolti il finale quasi western di questa coinvolgente song. Quando con curiosità mi avvio all'ascolto di "Sway", ecco che lo scenario cambia, si fa più mutevole, rimbalzando tra lo stoner dei Cathedral, una vena punk ed un hard rock di zeppeliana memoria, con la voce del buon Riccardo che emula sempre quello del frontman dei Metallica. Con "Oblivious" entriamo nei meandri di un suono più psichedelico che strizza l'occhiolino addirittura a sonorità grunge, anche se il suono non è proprio pulitissimo e c'è ancora da fare qualche aggiustamento. "J" colpisce per le sue chitarre in preda a una dose di LSD, ad un suono più compassato e ad un chorus assai catchy. Un riffing più thrash oriented apre "Listless" e qui riemergono le influenze dei Metallica nella loro versione di coverizzatori all'epoca di 'Garage Inc.', un po' rock, un po' thrashettoni, un po' punk. Cosi si muovono i nostri, ripercorrendo la strada aperta da Diamond Head, Blitzkrieg, Misfits e Black Sabbath. Siamo arrivati nel frattempo alla title track, una song strana che abbina la schiettezza di un suono dritto, a dei cori un po' difformi e ad una successiva fase assai ritmata che si chiude in un epilogo punk, chiaro no? Nel finale, la classica outro che chiude un album dai suoni controversi, sulla strada dei loro maestri... (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 65

Ottone Pesante - Brassphemy Set in Stone

#PER CHI AMA: Heavy Metal Sperimentale
All’epoca dell’omonimo EP del 2015, gli Ottone Pesante non mi avevano fatto propriamente impazzire. Lavoro sicuramente riuscito ma troppo pieno di interrogativi, soprattutto rispetto ad una loro reale evoluzione. A queste domande risponde oggi questo primo album, in cui Paolo Raineri (tromba) e Francesco Bucci (trombone) cambiano compagno di viaggio (Beppe Mondini alla batteria al posto di Simone Cavina) e alzano la posta in gioco, fugando ogni dubbio sulla credibilità del progetto. Nonostante la formazione possa far pensare a qualcosa di assimilabile alle atmosfere jazz core di delle creature più estreme di John Zorn, in questi 33 minuti di ' Brassphemy Set in Stone' non c’è nemmeno un secondo in cui venga lasciato spazio all’improvvisazione. Raineri e Bucci (già apprezzati come sezione fiati dei Calibro 35) si dimostrano grandi fan del metal più estremo e sfoderano una serie di riff granitici per tromba e trombone che si rifanno in modo più o meno esplicito a grandi classici quali Slayer, In Flames, Meshuggah, e se qualcuno si sta domandando quale possa essere la portata distruttiva di un metal suonato senza nemmeno uno strumento a corda, è invitato ad ascoltare l’incipit di “Brutal” o il doom ultradilatato di “Trombstone”. Lasciato per strada per quanto possibile quel retrogusto balcanico che sporcava qua e là l’EP d’esordio, qui i tre Ottone Pesante sfornano composizioni serrate, potenti e sempre più complicate dal punto di vista tecnico, procedendo compatti e col fragore provocato da un esercito ben più numeroso. Registrato in presa diretta da Tommaso Colliva (Calibro 35) e affidato alle sapienti mani di SoloMacello, 'Brassphemy Set in Stone' è un disco valido, e riguardo ai dubbi su quanto possa durare in realtà un gioco del genere, preferiamo farci sorprendere una secondo volta. Talento, passione e potenza primordiale ottenuta senza usare nemmeno un po’ di corrente elettrica. (Mauro Catena)

(B.R.ASS, SoloMacello, Toomi Labs - 2016)
Voto: 75

https://ottonepesante.bandcamp.com/album/brassphemy-set-in-stone

venerdì 31 marzo 2017

Dinosaur Jr. - Give a Glimpse of What Yer Not

#PER CHI AMA: Psych Rock
Se ancora non vi siete stufati, ritroverete quel ruvido fuzz-chitarrismo ormai giurassico (junior) e quell'inconfondibile melanconismo rauco alt-prepensionistico da nonno freak (poco) carino e (evidentemente non) disoccupato. Il songwriting di J Mascis è tuttora fervido di consolidate ed elementari melodie domestiche eppure moderatamente avvincenti (dappertutto, ma soprattutto nelle iniziali furbette "Going Down" e "Tiny") e passaggi chitarristici tra il buono ("Be a Part") e l'ottimo ("I Walk for Miles"). Insolitamente all'altezza i due contributi del riottoso gregario Lou Barlow (soprattutto "Love is..."). Se ancora, dopo tutti questi anni, il vostro morbido cuoricino di flanella fa tum-tum quando passano in radio i figliocci prodighi Dave Grohl e Morgan Shaun, allora ascoltatevi questo disco e poi sparatevi tutta la prima serie di Friends in DVD. Probabilmente non vi ricordavate che Lisa Kudrow fosse così carina, nella prima stagione. (Alberto Calorosi)

(Jagjaguwar - 2016)
Voto: 75

http://www.dinosaurjr.com/

giovedì 30 marzo 2017

Apostasy - Devilution

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Symph Black, Dimmu Borgir, Emperor
C’è poco da fare, da sempre i gruppi capaci di suonare black sinfonico, con una certa classe, si contano oramai sulle dita di una mano e di certo gli Apostasy non fanno parte di questa elite. Devo ammettere però, che la band svedese s’impegna non poco per conquistare l’attenzione del pubblico che, come me, acclama a gran voce il ritorno di un genere reso sicuramente celebre da 'Enthrone Darkness Triumphant' dei Dimmu Borgir, ma che in precedenza, aveva visto come maggiori esponenti gli Emperor. Che dire degli Apostasy? È una band che nonostante il discreto esordio del 2003, 'Cell 666', col secondo lavoro datato 2005 si mostra ancora acerba e con idee un po’ troppo scontate e stra-abusate. A parte qualche raro momento, in cui i nostri riescono a catalizzare maggiormente l’attenzione, e dove emergono anche vampiresche influenze alla Cradle of Filth, 'Devilution' si assesta su livelli di sufficienza risicata. Positiva la prova del cantante, mai piatto nella sua performance, in grado di spaziare dal growl allo scream per concludere con una voce più filtrata in stile The Kovenant/Arcturus negli ultimi pezzi dell’album, che mostrano una vena sonora leggermente più avantgarde, che strizza l’occhiolino alle già citate band norvegesi. Banali alcuni passaggi di tastiera, salvabile la ritmica, mai troppo ammiccante nei confronti dell’ascoltatore, qualche discreto assolo fanno di 'Devilution' un album che sta nel mazzo. In complesso, si tratta di un cd che vive di alti e bassi che, alla fine, non è del tutto da buttare. (Francesco Scarci)

(Black Mark Production - 2005)
Voto: 60

https://www.facebook.com/apostasysweden

mercoledì 29 marzo 2017

Coprofago - Unorthodox Creative Criteria

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Techno Death, Cynic, Atheist, Meshuggah
Quest’album è pazzesco, peccato solo sia stato l'ultimo vagito dei Coprofago, prima dello scioglimento nel 2005 (si sono riformati però nel 2014, per cui attendo fiducioso). Con il loro terzo lavoro i quattro cileni si confermano una band di fuoriclasse. Avevo già apprezzato i nostri con il precedente 'Genesis', datato 2000 e, non avendo più sentito parlare di loro, li avevo dati per sciolti. Invece, dopo un lustro ecco arrivare questo spettacolare 'Unorthodox Creative Criteria', platter capace di fondere un death supertecnico, in pieno “Florida style“, con un sound che indubbiamente si rifà ai Meshuggah e al loro malatissimo 'Destroy, Erase, Improve', ma non solo: la cosa che rende veramente notevole il terzo disco dei Coprofago non è tanto l’accostamento ai gods svedesi, ma l’abilità nell’inserire ammalianti inserti jazz/fusion, in grado di far accapponare la pelle, come solo i migliori dischi jazz del passato erano in grado di fare. Qui c’è una grandissimi abilità compositiva, che si accompagna ad una eccelsa tecnica individuale e ad un buon gusto per le melodie. L’unico neo che rimane al quartetto sudamericano, è l’inappropriato, quanto mai ridicolo moniker, che a mio avviso tende a sminuire il valore della band, anche perché, il nome, abbastanza fuorviante, è associabile a qualche grottesca death gore band. Ottimamente prodotti, i Coprofago potevano essere pronti a spodestare dal trono i maestri del genere grazie alla loro classe, ai pesanti riffs sincopati, alle voci vetrioliche, ad un incredibile basso slappato, ad una batteria ipertecnica e a momenti psichedelici di rara bellezza. Se avevate nostalgia dei tecnicismi degli Atheist, dei momenti jazz alla Cynic, se non siete ad oggi sazi della follia dei Meshuggah o vi manca la brutalità melodica dei Death, bene allora 'Unorthodox Creative Criteria' non deve mancare nella vostra collezione. Precauzioni per l’uso: l’album è di difficile presa, servono diversi passaggi nel vostro stereo, per poter essere digerito, ma dopo, ve lo garantisco, non ne potrete più fare a meno... (S)Co(i)nvolgenti (Francesco Scarci)

(Sekhmet Records - 2005)
Voto: 80

https://www.facebook.com/OFFICIALCOPROFAGO/