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domenica 8 novembre 2015

Interview with Sergeant Thunderhoof

Follow this link for a nice chat with the English Stoner band of Sergeant Thunderhoof:



Dogbane - When Karma Comes Calling

#PER CHI AMA: Heavy/Doom
Superato il momento difficile in seguito alla scomparsa del chitarrista David Ellenbourgh (a cui è subentrato nel 2013 Jeff Rineheart), i Dogbane ritornano sulle scene con il loro secondo full length, 'When Karma Comes Calling' dedicato proprio alla memoria del loro scomparso amico. Gli statunitensi, attivi dal 2010, avevano precedentemente debuttato con l'album 'Residual Alcatraz' (2011). In questo nuovo lavoro, incontriamo le sonorità tipicamente heavy che si erano già palesate nel precedente album, facendosi qui ancora più aggressive e taglienti. Potenti riffoni di chitarra scanditi da un drumming impetuoso ma sempre precisissimo, come nell'opener “Warlord”, in cui si inserisce il graffiante cantato di Jeff Neal, che nei ritornelli viene spesso sostenuto da brevi cori. Non male il lavoro del vocalist anche se in alcuni momenti risulta forse un po' neutro: ci sarebbe bisogno di più aggressività (e magari di un aiutino da parte del mixaggio) per non perdersi nel muro di suoni generato dalle chitarre di Allred e Rinehaeart, che dicono la loro anche nei numerosi e assai pregevoli assoli disseminati in tutto l'album. Fra le poche pecche del disco vi è probabilmente quella della produzione, che seppur nel complesso garantisca un buon sound alla band, non fa risaltare al massimo la batteria, la quale appunto sembra essere un po' “piatta”, poco profonda. Discreto lavoro dunque per il gruppo americano, che come già assodato, presenta solide e potenti fondamenta, restando tuttavia sulla propria linea, senza apportare particolari innovazioni. Buona prova, ma nulla che esca dagli schemi ormai noti. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Heaven and Hell Records - 2015)
Voto: 65

https://www.facebook.com/Dogbane

Sunshadows - Red Herring

#PER CHI AMA: Alternative Electro Rock/Metal
Oggi parliamo dei Sunshadows, un trio francese (Lione) nato nel 2013 e al debutto con questo full length intitolato 'Red Herring'. Loro stessi dichiarano di ispirarsi a band quali Deftones, Limp Bizkit e Alice In Chains, e difatti le sonorità sono prettamente alternative rock/metal. Personalmente li associo a Lacuna Coil, Evanescence e Placebo, anche se la voce è maschile, per l'utilizzo più spinto di suoni elettronici, drum machine e affini. Se la tipologia dei suoni è abbastanza in linea con il genere, cosi come le distorsione moderne, quello che delude un po' in generale è la composizione dei brani e gli arrangiamenti. Tutto risulta assai lineare, prevedibile e asettico, con i brani che vanno sempre in una direzione scontata e l'ascoltatore non viene mai preso alla sprovvista. Gli arrangiamenti sono altalenanti, nel senso che in alcune canzoni sono curati, in altre si ha quasi la percezione che mancasse la musa ispiratrice all'atto della stesura. La copertina gioca invece sul senso del titolo dell'album, che tradotto letteralmente significa aringhe rosse (da qui il piatto con i quattro pesci in bella vista), ma allo stesso tempo in inglese è un modo comune per far riferimento ad una tattica di depistaggio che confonda l'interlocutore. Probabilmente la band ha voluto esprimere la propria diffidenza per i media che oggigiorno hanno spesso la funzione di confondere e depistare, invece che informare liberamente. Andando nel dettaglio, ascoltiamo "Fly Away", il brano che apre il cd e che quindi dovrebbe essere la canzone che meglio rappresenta la band. Nei suoi quattro minuti, il trio si focalizza nell'alternare strofa e ritornello, dove la prima risulta scarna per la mancanza di un tappeto sonoro che la sostenga. Un tappeto di synth o un sample in loop avrebbe sicuramente dato qualche possibilità alla traccia di avere dei connotati più personali. Il ritornello convince già di più, buona potenza e slancio, ma la canzone rimane comunque confinata in una ballad poco originale. "Two Lives" invece capovolge le carte in tavola: una buona dose elettronica e maggiore tiro, regalano infatti un brano di miglior fattura. Qui si nota un maggiore lavoro a livello di arrangiamenti, le seconde chitarre sostengono il brano e il costante crescendo porta all'esplosione di un riff coinvolgente. Il vocalist ha una timbrica pulita e, pur rimanendo all'interno di una estensione non particolarmente elevata, riesce comunque a coinvolgere e dare enfasi ai brani. "My Friend in Black" colpisce positivamente per l'appeal dark, con atmosfere e suoni ben calibrati che accompagnano in un ascolto facile e tutto sommato piacevole. Un coro lontano ed etereo riempie buona parte della traccia, le stesse chitarra entrano in punta di piedi per poi diventare lo strumento trainante. La sezione basso/batteria è lineare e si destreggia nel mantenere il giusto livello di tiro, anche se nell'intero album non ci troveremo mai esplosioni o voli pindarici che permettano di mettere il risalto le doti dei musicisti. La band ha buone potenzialità e dovrebbe cercare un proprio percorso, dopo questo album d'esordio che faccia l'occhiolino a produzioni commerciali, potrebbe essere il momento per mostrare maturità e creatività, magari rompendo gli schemi di un genere che rischia di implodere su se stesso. Ci sono davvero idee assai buone in 'Red Herring' che dovrebbero solamente essere messe in risalto e sviluppate: l'uso di sonorità elettronica è sicuramente una di queste, ma in generale le idee devono diventare un pilastro portante per guadagnare in credibilità e ottenere la fiducia degli ascoltatori. (Michele Montanari)

giovedì 5 novembre 2015

Gateway - S/t

#PER CHI AMA: Death/Doom/Sludge, Disembowelment, Autopsy
"Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente". Ecco l'arrivo di Dante alle porte dell'Inferno, sulle rive dell'Acheronte, dove il Caron dimonio, traghettatore di anime, lo attende per condurlo al di là del fiume dei dannati. Se anche voi siete malati cerebralmente come il sottoscritto e almeno una volta nella vita avete immaginato quale fosse la colonna sonora perfetta per quell'evento descritto dal sommo poeta fiorentino nella celebre "Divina Commedia", eccovi accontentati. Gateway, one man band belga, ha concepito infatti la musica infernale che avrebbe potuto accompagnare il buon Dante e la sua guida Virgilio, nel loro viaggio verso l'Averno. L'oscurità regna sovrana nelle note di "Vox Occultus", brano di agghiacciante death doom catacombale sulla scia di Disembowelment e del putridume sonoro concepito da Autopsy e Mortician, tanto per citare un altro paio di nomi. Angoscia, terrore, depravazione, orrore e dolore, sono solo alcune delle emozioni che il malatissimo mastermind di Bruges, Robin Van Oyen, ha voluto rievocare nelle note del full length di debutto. L'album si muove mostruosamente tra un funeral doom perverso ("Impaled") e suoni melmosi tipici dello sludge più estremo, mantenendo come punto di contatto col death, le vocals gutturali di Robin, che sembrano provenire direttamente dall'oltretomba. È sfiancante l'ascolto di 'Gateway' perché non vi sarà dato modo di trovare un barlume di luce, poiché sarete inghiottiti in un vortice di follia che devasterà le vostre anime, per quell'enorme peso che graverà sul petto al termine dell'ascolto di questo mefitico lavoro. Accompagnatemi allora tra la schiera dei dannati ad assaporare le loro urla sofferenti, mentre in sottofondo dei maestosi riffoni scavano in profondità, scomodando mostri sacri come Celtic Frost o Black Sabbath. Dirigendosi pian piano verso le viscere della terra, il puzzo di zolfo aumenta a dismisura, la luce va accrescendosi, forse è solo la maggiore vicinanza alle fiamme dell'inferno, con le atmosfere che rimangono tuttavia lugubri e affannose. Le vocals in sottofondo sono demoniache, sicuramente appartengono ad uno dei demoni che popolano il mondo ultraterreno. In "Vile Temptress", facciamo l'incontro anche di una strega che abbatte su di noi una terribile maledizione con l'urlo “I am a witch, and I curse you!”. Il disco non è decisamente di facile ascolto ma posso ammettere che ne ho subito il suo fascino maledettamente malvagio. "Hollow" vive tra accelerazioni, gorgoglii rabbrividenti e blast beat, mentre con "The Shores of Daruk" si torna a sprofondare nella terra. Quest'ultima è forse la song che più ho apprezzato, quella più sludge oriented, ma in cui il comparto occulto del musicista belga emerge maggiormente. A differenza delle altre song, qui maggior spazio viene concesso alla melodia, ovvio non aspettatevi grandi cose, ma i synth di sottofondo creano quella giusta ambientazione per renderla davvero un'ottima song, capace di palesare anche una velata componente malinconica e scuotere ancor di più le vostre viscere già di per sé scombussolate, per quel suo moto impetuoso che caratterizza la seconda parte del brano. La release fisica del disco si chiude con una bonus track, "Portaclus", tre minuti e mezzo che condensano la funesta proposta sonora dei Gateway. Tormentati. (Francesco Scarci)

(Hellthrasher Productions - 2015)
Voto: 75

mercoledì 4 novembre 2015

Tine - The Forest Dreams of Black

#PER CHI AMA/FOR FANS OF: Black/Death, Aevangelist, Phlebotomized, Nocturnus
Non so se sia il caso di parlare di nuova ondata black metal, ma negli Stati Uniti si sta mettendo in luce, con una certa prepotenza, una scena estrema davvero invidiabile. Oltre agli inflazionati "post black" e "Cascadian", c'è ancora chi insegue i fasti passati del metallo più nero. È il caso dei Tine, oscuro duo della Pennsylvania, che si colloca in quest'ultima frangia di nostalgici, vantando ancora il face painting atto a palesare il loro amore per le atmosfere noir degli anni '90, e forgiando un impianto sonoro che ricalca la vecchia tradizione, almeno in apparenza. 
 
'The Forest Dreams of Black' ne è il loro manifesto programmatico, costituito da otto tracce più l'intro, "Enter the Black Forest", con cui i nostri ci danno il loro benvenuto all'ascolto di quest'album. I due loschi figuri, Count Murmur e la damigella Vanth, ci offrono la loro personale visione dell'estremo, che miscela pericolosamente il black con il death, venati di un tocco sinfonico dai toni orrorifici. "Horrors at Antioch" è il pezzo che segue il prologo e anche quello che in assoluto prediligo, in grado di suonare terrificantemente malato e visionario, come se 'The Key' dei Nocturnus fosse stato pensato dai Limbonic Art e suonato dagli Aevangelist, in una notte di plenilunio. Vi piace l'accostamento? A me parecchio, perché forte risulterà il dualismo che lungo il disco si instaurerà fra death metal e black. Non vi preoccupate se vi troverete a saltare con un certo fare libertino, fra un death dalle sbiadite tinte sinfoniche di "Lord is Self", monolitica song in stile Morbid Angel, al black monumentale e claustrofobico di "The Crusade of Dracul" (ovviamente ispirato a Vlad l'Impalatore), passando attraverso la soffocante strumentalità di "The Darkest Premonition (of Things to Come...)". A livello vocale, Count Murmur alterna un growling imperioso a qualche raro sprazzo screaming, modulandosi con la ritmica che sta sotto, più compassata o dal riffing serrato. Magari nel corso del disco, vi imbattere anche in qualche passaggio a vuoto, frutto dell'eccessivo mixing estremo dei nostri, trovandoci di fronte pezzi che forse non hanno una identità ben definita, volendo stare a cavallo tra i generi, o forse per la mancanza di una vena illuminata: è il caso di "Encounter With the Shadow People", traccia per lo più anonima, cosi come la conclusiva "The Watchful Eye", in cui la violenza sembra essersi sbiadita, per lasciar posto ad una vena più avanguardistica, che per carità ci sta anche in un lavoro cosi complesso come questo. Un plauso va invece alla lunga "Herein Lies the Crooked Elm", che pone in evidenza ancora le ottime orchestrazioni sinfoniche che contraddistinguono il sound morboso dei Tine, e anche la presenza di alcuni chorus puliti, che mostrano un'altra faccia del malefico duo statunitense. Quello che colpisce è comunque la plumbea atmosfera malsana che si respira lungo l'arco degli oltre 50 minuti della release, nonché il continuo cambio di tempi, dettato da spettrali tastiere ed esoteriche ambientazioni. 
 
Ascoltando e riascoltando il cd ho trovato altri punti di contatto dei nostri con lavori del passato soprattutto a livello della matrice chitarristica: ascoltando la strumentale "The Key to Forbidden Knowledge" ho rilevato infatti delle forti affinità tra il suono delle chitarre cosi ovattato dei Tine con quello melmoso di 'Preach Eternal Gospels', EP di debutto degli olandesi Phlebotomized. Alla fine 'The Forest Dreams of Black' è comunque un buon album, forse non cosi semplice da affrontare ma sicuramente di grande impatto. Sinistri (Francesco Scarci)




I don’t know if it is the appropriate time to bring up the subject of this new wave of black metal, but in the US, it is becoming very popular, and with a certain aggressiveness; an extreme scene that is quite intriguing. In addition to the inflated “post black”, and “Cascadian” scenes, there are still those chasing the original concept of black metal. This is the case for Tine, a dark duo from Pennsylvania, which ranks in the latter fringe of nostalgia, but donning corpse paint as a showcase of their love of black metal of the 90s, and by the looks of them, it would seem that their sound would be reminiscent of the traditional black metal scene.

“The Forest Dreams of Black” is their official proclamation into the extreme metal scene. It consists of eight tracks, plus an intro, “Enter the Black Forest”, that welcomes you to the rest of the album. These two ominous characters, Count Murmur and the lady Vanth, offer us their personal vision of extreme metal; an ambitious mixture of black and death, tinged with a touch of eerie symphonic tones. “Horrors at Antioch” is the track that follows the album intro, and it is the track I believe would be preferred by most. I would describe it as “The Key” by Nocturnus, however written by Limbonic Art, and performed by Aevangelist under the light of a full moon. Do I like this combination? Yes I do. The duality of death metal and black metal are presented and established throughout the duration of this album. Do not be alarmed if you find yourself to be morally dissolute while listening to this album. Especially allegorically dying from the harrowing symphony, “Lord is Self” (done in the rigid style of Morbid Angel), or suffering a fit of claustrophobia from the dark epic, “The Crusade of Dracul” (obviously inspired by Vlad the Impaler), or suffocating under the instrumentality of “The Darkest Premonition (of things to come…). Vocal-wise, Count Murmur alternates between a harsh growling style, and a rasp that goes along with the underlying melodic rhythms. Perhaps during the course of this album, you may come across a strange transition or two. This is a result of the extreme mixing of genres that creates a piecemeal genre that has no definitive identity, or the desire to stay in-between genres, or perhaps from a lack of a general atmosphere. Such is the case with “Encounter with the Shadow People”, which remains ambiguous in terms of genre. This also applies to the closing track, “The Watchful Eye”, where the harshness of the album begins to fade, giving way to a more avant-garde atmosphere. It is a kindness that there is a work as complex as this on the album. Praise goes to the lengthy track, "Herein Lies the Crooked Elm," which again highlights the great symphonic orchestrations that distinguish the macabre sound of Tine. Also, the presence of clean vocals shows yet another face of the evil US duo. What is striking, however, is the heavily brooding atmosphere that presides over more than fifty minutes of the release, and the continuous change of tempo dictated by ghostly keyboards and esoteric environments.

Upon listening and listening again to the album, I found more key points that are reminiscent of works of the past, especially involving the main guitar. In the instrumental, “The Key to Forbidden Knowledge”, the muffled guitar sounds are reminiscent of the muddiness of “Preach to the Gospel”, the debut EP by the Dutch band Phlebotomized. In conclusion, “The Forest Dreams of Black” is a good album. It may not be for everybody, but it is certainly impactful. (Francesco Scarci - Translation by Carrie Eakin)

(Self - 2015)
Voto/Score: 70

https://www.facebook.com/Tine.BlackDeath/

Sergeant Thunderhoof - Ride of the Hoof

#PER CHI AMA: Stoner/Space Rock, Monster Magnet
Eccolo, finalmente. Dopo l’abbondante antipasto rappresentato nel 2014 dal super EP 'Zigurat', i Sergeant Thunderhoof danno alle stampe il loro primo album. Se 'Zigurat' li aveva posti all'attenzione per le loro non comuni capacità di scrittura in un ambito, quello stoner, che spesso è preda di una perpetua riproposizione di cliché frusti e idee di terza mano, 'Ride of the Hoof' centra in pieno l’obiettivo di confermare le qualità della band e si pone come importante pietra di paragone per la scena negli anni a venire. Rispetto all'esordio, sembra esserci qui una maggiore apertura verso una prospettiva di evoluzione, laddove invece 'Zigurat' pareva piú ancorato a riferimenti classici. Sono molto interessanti il suono delle chitarre e l’uso della voce, che riescono a coniugare alla perfezione modernità e un certo gusto classico. Quello che maggiormente colpisce, nel suono dei quattro ragazzoni del Somerset, è che sembra fatto di una materia allo stesso tempo pesante e leggerissima, in grado di penetrare fino al centro della terra così come repentinamente schizzare nello spazio a distanze siderali. E questa dualità riesce a rendere l’ascolto sempre interessante, vivo e fresco. L’album si snoda lungo sei brani mediamente lunghi, per un totale di una cinquantina di minuti davvero densi. Dall'apertura, affidata a “Time Stood Still”, si nota subito la grande abilità a livello di songwriting e una ricerca sonora in grado di coniugare sprazzi post a classicità stoner doom. Si prosegue senza cedimenti con l’incedere pachidermico di “Planet Hoof” e i riff trascinanti in stile '70s di “Reptilian Woman”, fino a “Enter the Zigurat”, song dalle forti componenti psych e la monumentale “Goat Mushroom”, 13 minuti di stordimenti doom, improvvise accelerazioni ipercinetiche e immani cavalcate stoner psichedeliche. La chiusura di 'Ride of the Hoof' è affidata a quella “Staff of Souls” che rivela un lato totalmente inedito e affascinante della band inglese, fatto di delicati arpeggi dal sapore post-rock e un cantato sognante, il tutto lasciato sospeso in un modo davvero magico. Maniera eccellente per chiudere un album carico di decibel e distorsioni che vi faranno friggere le orecchie, ma che ha anche un altro effetto collaterale: creano dipendenza. In ambito stoner, i Sergeant Thunderhoof si confermano tra le migliori uscite dell’anno. Senza dubbio. (Mauro Catena)

(Self - 2015)
Voto: 80

martedì 3 novembre 2015

Kevel – Hz of the Unheard

#PER CHI AMA: Sludge/Alternative/Post Metal
Arriva direttamente da Atene la sorpresa che non ti aspetti, una band formatasi solo nel 2012 che al debutto licenzia, autoproducendosi, un piccolo gioiellino interamente strumentale. La scelta di mettere presto da parte la voce si mostra alquanto efficace: le composizioni trovano infatti un perfetto equilibrio da sole, con un sound potente, compatto e dinamico, in evoluzione costante tra chiaroscuri, cambi di tempo e umori vari. Alla fine i brani si sviluppano in modo scorrevole e l'effetto globale risulta letale per chi ascolta. Nella musica dei Kevel non ci sono regole scritte, tutto è permesso all'interno di uno stile assai personale, quindi, trovare una composizione progressiva con l'emotività e il sound di casa Tool ai tempi del mitico 'Undertow' sarà cosa normale ascoltando 'Hz of the Unheard'. Non solo, pensateli mischiati alla forza espressiva dei Pelican, alla tensione dei Kylesa, la vena cinematica dei Red Sparrowes e l'oscurita post core dei Battle of Mice (senza voce ovviamente!), il tutto suonato con una pesantezza da far invidia ad una band sludge, con un tocco di post black che non guasta mai e anzi fa la differenza. Mi risulta difficile descrivere questi brani, poiché la loro complessità e bellezza è assimilabile solo ascoltandoli ripetutamente. Il suono è corpulento ma snello, teso, di altissima qualità e non stanca mai, intelligente nella sua composizione e perfetto nella trascrizione di oscure visioni in grigio, psichedelia, intricati percorsi psichici frammisti a complicate deviazioni dell'anima (guardatevi il video di "Seeds of Famine" e giudicate voi, semplicemente geniale!). Sono cinque i pezzi che costituiscono l'esordio della band ateniese, e tutti di ottima qualità, di media-lunga durata e curatissimi nei suoni, cosi come nell'artwork (a cura di Dimitrios Kyriazis), che riflette a dovere un ensemble che esce dai canoni senza stravolgerne le coordinate, l'impatto ed il risultato. Una scrittura che dona sfumature davvero interessanti ad una musica che può essere catalogata come alternative/sludge metal ma che in realtà al suo interno nasconde una moltitudine di influenze più o meno legate al variegato mondo della musica estrema. Un piccolo gioiello che nei primi due brani, "Pavlova" e "EoD (Edward on Death Row)" trova la sua magnifica essenza. I Kevel, con la propria musica, sovrastano e sconfiggono la pesante crisi economica greca, sfornando un debutto di notevole carattere e di respiro internazionale. Da ascoltare e avere! (Bob Stoner)

(Self - 2014)
Voto: 85

Kveldsmoerke - III: ...Av Naturen

#PER CHI AMA: Black Progressive, Fleurety, Ancient, primi Dimmu Borgir
Sono passati più di vent'anni da quando uscì ' For All Tid' dei Dimmu Borgir, che mostrò al pubblico come si potesse coniugare il black metal con delle sapienti melodie dettate da lineari tastiere. A distanza di anni, c'è ancora chi prende spunto da quel mitico lavoro e lo rielabora con una discreta dose di personalità. È il caso dei norvegesi Kveldsmoerke (la cui traduzione starebbe per l'oscurità della notte) e del loro secondo capitolo 'III: ...Av Naturen', che proprio dal debut album dei loro conterranei più famosi, vanno a pescare a piene mani. Si inizia con la opening track, "Ved Vannkanten", un intro di otto minuti e mezzo, divisi tra un ambient primordiale e tiepide chitarre ronzanti, una sorta di mix tra Burzum, gli stessi Dimmu Borgir e gli In the Woods più pacati. Con "De Store Trærne" ecco emergere il sound fiero ed epico del black metal anni '90, che rese celebre anche altri acts norvegesi quali Ancient o i primi Satyricon. Ci troviamo di fronte ad un sound scarno, dotato di una produzione lo-fi, rigorosamente cantato in lingua madre, che non disdegna lo screaming selvaggio quanto un approccio ben più corale. Contestualmente a questo shift a livello di vocalizzi, le atmosfere divengono anche più eteree e sognanti. Certo, la produzione non aiuta, però è bello abbandonarsi a frangenti che scomodano qualche altro paragone con il sound progressivo degli Enslaved di 'Monumension'. Ancorati alla tradizione nordica, i Kveldsmoerke sembrano voler tributare la loro eclettica visione del black metal alle band che ne sono state alfieri negli ultimi 25 anni. E il risultato ve lo garantisco, oltre ad essere tremendamente nostalgico, non è affatto male, anzi. Ci sono chiaramente tante cose che andrebbero riviste, ma forse proprio in questo risiede la genuinità del mastermind RNR che si nasconde dietro a questo monicker. Si, perché i Kveldsmoerke, come da tradizione norvegese, sono una one man band, l'avevo volutamente tralasciato. Nel frattempo il disco prosegue con "Løpende", una song strumentale che si dimena tra ritmi incalzanti e atmosfere soffuse, questa volta a richiamare il debut album dei Fleurety, 'Min Tid Skal Komme' che si rese celebre per la capacità di unire black, jazz e progressive. La colata lavica di black furente riprende con "Kveldsmørke", una song che oltre a mettere in luce l'acido cantato del musicista di Bergen, colpisce per le sue splendide tastiere che abbassano i toni, talvolta esasperati dalla crudezza di un riffing nevrotico e incandescente, anche nel break che si trova nella seconda parte del brano, dove ancora trovano posto suoni progressivi d'annata. "Fugler", la quinta song, sembra inizialmente evocare il tema dei Vangelis in "Blade Runner", ma poi si lancia in uno splendido assolo rock, che favorisce la comparsa della pelle d'oca sulle mie braccia e per un attimo mi fa dimenticare di essere all'ascolto di un disco black. Semplicemente favoloso. La cavalcata furiosa riprende puntuale nella seconda metà del brano, in cui vengono anche relegati i pochi malvagi vocalizzi di RNR. Se "Skumringstimen" è un inutile intermezzo di nove minuti di cui sicuramente si poteva fare a meno, la conclusiva "Under Vann" ha modo di convogliare tutta la produzione della scuola norvegese nei suoi quasi tredici minuti, un vero e proprio tributo a un genere che ha contribuito alla storia del metallo estremo, il black. Nostalgici. (Francesco Scarci)

(Non Existing Music - 2015)
Voto: 75