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mercoledì 14 ottobre 2015

Brave the Waters - Chapter 1 - Dawn of Days

#PER CHI AMA: Ambient
Cestinate i vostri impegni stanotte. Non date forma alle vostre illusioni stanotte. Prendete spazio e tempo per il vostro udito stanotte. Vi porto sulla vetta d’un monte scosceso, illuminato da una falce di luna stanotte. Vi conduco nel mondo dei Brave the Waters in questa mia, vostra notte. 'Chapter 1 – Dawn of Days' parte in sordina con “The New King”. Sorde e mielose sono le sonorità che troverete in questo esordio d’album. Aspettatevi un reiterare di suoni mescolati sino al ricordare quel ripetersi rugginoso di ingranaggi che fanno funzionare un orologio ottocentesco. Sino a qui lo stile ambient fa da padrone. La sorte. La morte. La vita. Il folclore. L’immaginazione. Senza continuare vi presento “Interesting Times”. Un pezzo metallico privo di virtuosismi strumentali, ma degno d’un inneggiare ai Metallica così remoti e sempre attuali. Pretenzioso e subliminale. Il vento sposta foglie dimenticate negli angoli in cui l’autunno le ha relegate, così i suoni che dipanano da “Voice of The Ancient Oak”. È circospetta e flessibile questa grata da cui posso ascoltare i graffiati fatti da chitarre e rabbia. Mi allontano dal sottosuolo visto in ombra e cammino nell’attesa d’una luna che spezzi questo languore, ma con “Journey Through Highwood Forest”, il cielo è buio come asfalto. I suoni di questi urlati in musica ricordano pezzi di vetro spezzati ad arte. È dolore che vive dimenticato in un pezzo di mondo che si guarda senza essere visto. Soffonde dalle mie casse “Setting Up Camp” ed è balsamo per le animosità trapassate attraverso suoni ed acqua ed occhi bagnati di mare e lacrime. Chiude “At The Old Stone Bridge” ed è come stare davvero sotto un vecchio ponte di pietra. L’acqua scorre vicino ai piedi, alle mani, ai sensi che ne sentono il frangersi su pietra ed anima. I Brave the Waters, ci lasciano il loro pezzo da novanta alla fine. Io rimango sulle sponde del fiume in questo silenzio rotto dalla musica e spezzato dal suono della realtà. (Silvia Comencini)

(Self - 2015)
Voto: 75

Archaea - Catalyst

#PER CHI AMA: Swedish Death/Thrash
Sia benedetto l'underground, senza di esso infatti mi sarei annoiato da tempo delle solite proposte convenzionali di metal che popolano il music business. Invece, grazie anche ai sempre più potenti mezzi di internet, giorno dopo giorno mi ritrovo a scovare nuove leve che auspico possano presto soppiantare i vecchi dinosauri. Oggi la mia ricerca fa tappa nella rinomata Gothenburg, che in passato ha visto nascere migliaia di band e che oggi dopo 8 anni, dà modo agli Archaea di debuttare con il loro primo album. Formatisi infatti nel 2007, il sestetto scandinavo ha all'attivo un demo cd dello stesso anno, un EP nel 2009 e poi un silenzio assordante durato fino allo scorso agosto quando è uscito appunto 'Catalyst'. Un disco di 10 tracce che vede gli Archaea spararci in faccia una bella dose di death metal melodico, grondante groove da ogni suo poro. La tecnica, come nel 99% dei casi da parte di band nordiche, è sempre ad altissimi livelli e in questo caso, dati i continui cambi di tempo, gli stop'n go, e i brucianti assoli, è a dir poco sopraffina sin dall'opener "Omnicide", che mette subito in risalto la pasta di cui sono fatti questi sei baldi giovani. Direi però che il disco lo si inizia ad apprezzare maggiormente con la seconda "Silhouette", che denota una certa dose in originalità fatta di ritmiche sghembe, ottime partiture tastieristiche che ne combinano davvero di tutti i colori e che forse vanno a rappresentare l'elemento caratterizzante dell'Archaea sound, provare per credere. Gli altri musicisti fanno il loro lavoro, con l'onesto growling di Nils a collocarsi sopra le dirompenti keys di Hannes. Hannes che ci delizia nell'apertura di "Vacuum" con numeri da circo, prima che le due asce, guidate da Magnus e Markus, gli diano manforte con ritmiche spezzate che conferiscono al brano un andamento assai dinamico, anche se minacciosi rallentamenti rischiano di minare la nostra sanità mentale. Difficile trovare un facile termine di paragone per l'act svedese, e decisamente meglio cosi, soprattutto nella quarta "Cryosphere" in cui i nostri si dimenticano di essere una band death metal e si abbandonano ad alcune divagazioni rock progressive, contrappuntate da qualche aggressiva accelerata in un rifferama mai scontato e che anzi cerca continue variazioni a un tema già di per sé mai stabile. Anche con la breve cavalcata di "Pyrochrysalis" i nostri si confermano di non essere certo degli sprovveduti, con il sound che talvolta sembra inseguire l'humppa finlandese (che ritornerà ancora più forte nella successiva "Salt"), strizzando l'occhiolino a Finntroll e Children of Bodom, non dimenticando i dettami del thrash metal "made in U.S." e alla fine suonando comunque tremendamente "Swedish". Se mi avessero chiesto da quale nazione provenissero gli Archaea, probabilmente avrei trovato qualche imbarazzo, proprio per la commistione di stili che confluiscono nel loro caleidoscopico sound. Ma alla fine quel che ho capito è che questi sei svedesi siano dei mattacchioni a cui piace fondamentalmente infarcire i loro brani di tutto quello che è il loro background musicale. E allora non stupitevi se "Quad Damage" è un bel pezzo thrash metal in cui trova spazio una tastiera assai ispirata. Mentre "His Wanted Position" inizia come se si trattasse di una song black sinfonica con un riffing tagliente e il martellamento al basso di Richard e quello alla batteria di Alexander, che confermano quanto detto in precedenza sullo spessore tecnico della band. Comunque alla fine questa traccia sarà quella che più si avvicina al black (anche per lo screaming efferato), ma i nostri si confermeranno cosi bravi a cambiare le carte in tavolo che la traccia racconterà di altri sconfinamenti in territori non autorizzati. Ancora è l'orchestrazione delle keys a tener botta anche in "Helios Ascend" che, come tutti i brani contenuti nel disco, mostra durate inferiori ai 4 minuti, ottimi refrain, qualche buon chorus e altre trovate mirate a rendere più orecchiabile un disco che di per sé non sarebbe cosi facile da essere digerito. A chiudere 'Catalyst' ci pensa l'epico coro di "Sol" che mostra nuovamente l'eclettismo sonoro dei sei vichinghi. Impavidi. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 75

domenica 11 ottobre 2015

Evoke Thy Lords – Boys! Raise Giant Mushrooms in Your Cellar!

#PER CHI AMA: Stoner/Sludge/Doom/Psych
Terzo lavoro per il quintetto siberiano, e successore di quel 'Drunken Tales' che nel 2013 ne aveva sancito la svolta stilistica da un death piuttosto convenzionale a uno stoner-doom dalle forti componenti psichedeliche, accentuate dalla presenza in formazione di un flauto traverso. Come si può facilmente evincere dal titolo dell’abum e dall’artwork, in questo nuovo album gli Evoke Thy Lords hanno intenzione di proseguire su quella strada, accentuando le componenti lisergiche del loro suono. Nel 2013 concludevo la mia recensione di 'Drunken Tales' mettendo in guardia su un possibile appiattimento del suono una volta esauritosi l’effetto sorpresa dovuto allo straniamento dato dall’accostamento di mondi musicali apparentemente distanti, ma il pericolo è, per il momento, scongiurato. Questo 'Boys!' (non vi dispiacerà se abbrevio il titolo chilometrico) rappresenta anzi un’ulteriore evoluzione della formula, in cui la compenetrazione tra la componente doom e quella psichedelica si fa piú profonda e meno naif. Il disco mette in fila sette lunghe tracce in cui l’equilibrio tra gli elementi è sapientemente dosato. I riffoni ultra-ribassati e rallentati, accompagnati da growl vocals gutturali, ben si incastrano con le dilatazioni space rock in cui fa capolino, qua e là, una voce femminile a fare da contraltare melodico. Secondo me, un deciso passo avanti rispetto al predecessore, che oggi appare acerbo in confronto. Qui c’è una visione piú chiara ed è aumentata anche la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione da seguire. Brani migliori? Difficile scegliere. Direi però che “I Want to Sleep” e “Human Thoughts as a Weapon” riescono a sintetizzare alla perfezione la proposta dei russi, tra desert rock e doom metal. Ottimo lavoro, in grado di piacere tanto ai doomster piú cruenti quanto agli amanti dello space rock di matrice stoner. (Mauro Catena)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 75

sabato 10 ottobre 2015

Chiral - Night Sky

#PER CHI AMA: Post Black, Agalloch, Wolves in the Throne Room
Che sorpresa, anche in Italia esistono le one man band, e soprattutto sembra abbiano più classe di quelle nordiche o di quelle a stelle e strisce, fatte di chitarre ronzanti e screaming disperati. Signori, vi presento i Chiral, ove dietro in realtà si cela Teo Chiral, che dal 2013 porta avanti questo progetto ambizioso di black metal dalle forti tinte folk. Lo si evince dalla opening track di 'Night Sky', "My Temple of Isolation", in cui la comparsa di un certo armamentario strumentistico tipicamente folklorico, incrementa il mio interesse nei confronti della band emiliana di quest'oggi. E se la matrice sonora su cui poi poggiano questi strumenti è un qualcosa che si avvicina a quella proposta dagli Agalloch, potete ben capire il mio entusiasmo nei confronti di questa neo realtà italiana. Certo, come sempre non è tutto oro quel che luccica, ma qui stiamo parlando di un bell'argento placato d'oro. Interessanti infatti i cambi di tempo, l'alternanza tra atmosfere bucoliche e sfuriate black, o la voce stessa di Teo, mai esasperata nel suo palesarsi. Ciò che non sono riuscito proprio a farmi piacere invece il suono troppo plasticoso della batteria, che forse costituisce il vero limite strumentale dei Chiral. Poi devo ammettere che ascoltare la prima traccia è un po' come immergersi nella magia sonica di 'The Mantle', dando quell'impressione di respirare a pieni polmoni l'aria della campagna, stando tranquillamente adagiati sull'erba e scrutando con il naso all'insù il cielo stellato. Dieci minuti di melodie sognanti spezzate dalla furia sovversiva di "Nightside I: Everblack Fields", brano della durata di oltre diciotto minuti, in cui comunque sapranno tornare quegli aromi e quelle essenze nell'aria che hanno reso speciale la prima traccia. Dopo pochi minuti infatti, il riffing selvaggio si tramuta in suoni ambient, in cui il retaggio black dei Chiral rimane solo in sottofondo con delle inquietanti vocals lontane. Per il resto, c'è solo la possibilità di rilassarsi, godendo delle melodie che fuoriescono dagli strumenti del mastermind piacentino. Ovviamente, tutto ha una fine e ben presto l'incantesimo verrà interrotto da nuove sferzate post black e da un nuovo ciclo che ricomincia con frammenti acustici ed intermezzi onirici fino alla terza "Nightside II: Sky Wonder". Qui le armoniose melodie dei Chiral proseguono indisturbate con arpeggi di chitarra avvolti in un'aura sognante, quasi eterea, con addirittura il suono di campane in lontananza a rendere più evocativa la proposta del factotum di Piacenza. Sullo sfondo si stagliano però nubi minacciose che irrompono con brevi sfuriate black, come se si trattasse di un temporale estivo che per una manciata di minuti interrompe la tranquillità di una bella giornata, ma che in realtà ha il merito di amplificare i profumi stagionali. Allo stesso modo fa Chiral con l'inserto di quelle rare galoppate di matrice estrema che rendono il successivo pigolare degli uccellini ancor più magico. Una pausa interamente acustica ci accompagna a "Beneath the Snow and the Fallen Leaves", l'ultima song (dei Chiral) di questo interessante 'Night Sky' che vede la band continuare tra atmosfere soffuse e lunghe ed evocative fughe strumentali dal forte sapore cascadiano. Da rivedere magari l'utilizzo un po' troppo elementare delle keys, ma questa è ovviamente la mia personale opinione. Scrivevo ultima song ma non difatto tale, perchè altre due cover rimangono in attesa di giudizio: "Vestige", della one man band olandese Algos, pezzo non proprio memorabile, non fosse altro per la sua squisita parte acustica. A chiudere il disco ci pensa la cover interamente acustica di "Night Spirit" dei Lustre, forse l'influenza più marcata nel sound dei Chiral. In definitiva, 'Night Sky' è un bel viatico per vedere la band piacentina crescere nel panorama del post black cascadiano, alla luce di un netto miglioramento a livello di songwriting, dopo le escursioni meno raffinate dei precedenti lavori. Applicando ulteriori migliorie, mi aspetto grandissime cose dai Chiral già a partire dal prossimo lavoro, che a questo punto attendo con grande ansia. (Francesco Scarci)

Abraxas - Totem

#PER CHI AMA: Funk-pop/Indie
Gi Abraxas sono il frutto di una lunga avventura musicale di quattro amici d'infanzia parigini: Tino Gelli, Jonas Landman, Solal Toumayan e Leon Vidal. Il loro nome è un omaggio allo storico album di Santana e tra le loro influenze citano Pink Floyd e i King Crimson degli anni '70 ma anche Late Of The Pier e Of Montreal. Tanti e tali riferimenti producono uno stile difficilmente definibile, una sorta di mix tra pop, new wave, synth pop e funk, se non che gli Abraxas stessi si sono premurati di battezzarlo "protodancepop", il che, devo ammettere, rende bene l’idea di quello che fanno. Dopo che, nel 2011, esordivano con l’album autoprodotto 'Warthog', sorta di concept sulla vita di un facocero, esce quest’anno il loro primo EP per l’etichetta Samla Music. Totem dispiega in modo efficace, nell’arco di 5 brani peculiari, quella che è la proposta musicale del quartetto, che passa con leggerezza ed ironia su una quarantina d’anni di musica, senza soffermarsi o dilungarsi su nessun genere in particolare. I primi due brani, “Deep Down in the Middle of Shanghai” e “Guatemala”, a dispetto dei titoli che rimandano a luoghi e suggestioni esotiche, sembrano una perfetta sintesi tra il fulminante esordio dei connazionali Phoenix e l’ultimo acclamato lavoro dei Daft Punk, con le stesse atmosfere danzerecce, le chitarre funkeggianti e una certa idea di leggerezza. “Democratie” si veste invece di brume indie, mentre “Kayak” è un piccolo gioiello in grado di coniugare, all’interno di una struttura inusuale, un’invidiabile levità di tocco e certe atmosfere da tardi Pink Floyd. Gli Abraxas si muovono con personalità alla ricerca della pop song perfetta, e nel frattempo propongono un dischetto molto curato, nei suoni tanto quanto nella confezione, in grado di regalare una ventina di minuti di disimpegno per nulla vuoto e stupido. E non è affatto poco. (Mauro Catena)

(Samla Music - 2015)
Voto: 75

https://www.facebook.com/abraxasofficial

giovedì 8 ottobre 2015

Dryom - 2

#PER CHI AMA: Funeral doom
Bisogna ammettere che il funeral doom ha un fascino eccezionale, riesce a paralizzare ogni momento di ascolto rendendolo immediatamente eterno, divinizzando quel senso di caduta profonda, portando il nostro spazio/tempo in una dimensione astratta e riflessiva, tagliata in due tra romanticismo e malinconia, muovendosi in modo sinuoso, costantemente nell'ombra, permettendoci infine di esplorare parti buie e meritevoli, oppure malate e dannose per il nostro subconscio inesplorato. Il funeral doom lo si ama o lo si odia. Tutta questa poetica come preambolo alla presentazione di uno stupendo album uscito nell'anno del signore 2015, per la Solitude Prod. che conferma l'elevata qualità di produzione della label russa. Questa misteriosa one man band riafferma la presenza nel mondo del doom, di una scintillante scena russa in grado di soddisfare anche i palati più fini riguardo al genere. Pari a tante proposte conterranee, questo artista di nome Dryom (in cirillico Дрём) sale in cattedra e ci offre un magistrale affresco funerario, dai tratti esasperati e decadenti, pesantissimi, contraddistinti da brani di lunga durata, tastiere infinite e una voce sepolcrale ai confini della realtà umana, che alla fine risulterà essere la vera protagonista di tutti i pezzi. Dissonanze, suoni atipici e perfino l'utilizzo di un marranzanu, tipico strumento a bocca del sud Italia, a cui si aggiungono una batteria drammatica, ossessiva, una chitarra distorta e tagliente come una frusta su brani che non si ripetono mai, una propensione verso il suono metal sinfonico assai spinta che fa da comune denominatore a tutte le quattro estenuanti tracce del disco, che coprono un totale di circa sessanta minuti di puro oblio cosmico. L'artwork di copertina è stupendo, con il suo paesaggio post atomico invernale. Ma ciò che mi preme risottolineare è la magnifica voce gutturale del frontman: spettrale, emarginata, malata, che domina un suono in cui più volte ho rischiato di smarrirmi, nel godere di quel senso di vuoto persistente che esso trasuda, e in cui la presenza di luce carica di speranza è relegata a pochi attimi, disseminati tra una composizione e l'altra. Mai una caduta nel plagio, mai una pecca, qui l'originalità è ottenuta scavando nell'anima. Un album da ascoltare con il fiato sospeso! Una vera perla nera! (Bob Stoner)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 90

mercoledì 7 ottobre 2015

Eternal Fuzz - Nostalgia

#PER CHI AMA: Space Rock/Stoner
Gli Eternal Fuzz provengono dal New Jersey e il quartetto sembra essersi formato nel 2009, data non confermata, ma ricavata dalle pochissime informazioni sul web (del 2009 il loro primo EP). Dopo questo è seguito un demo nel 2011 e un full length, 'Camp Fuzz', nel 2012. 'Nostalgia', rilasciato a maggio di quest'anno, include nove tracce e riprende la copertina dal precedente lavoro, invertendone solamente il tema stellare/notturno. La band statunitense continua col filone stoner/doom/sludge che ne ha contraddistinto gli esordi, quindi suoni pesanti, ricchi di basse frequenze puntando tutto o quasi sull'impatto sonoro. La qualità del lavoro svolto è buona, sia a livello compositivo, esecutivo e di registrazione. Le chitarre esprimono al meglio tutte le sfumature delle distorsioni estreme utilizzate, ricche di gain e larsen che anche ascoltate a volume medio lasciano trasparire una potenza sovrannaturale. Anche alla batteria è stata resa giustizia, con un profilo sonoro vintage, votata al realismo puro senza artifici come trigger e affini. Il basso concorre, come spesso accade in questi generi, al muro sonoro, quindi spicca realmente nelle parti meno estreme e comunica comunque il suo carattere leggermente nasale. Il vocalist caratterizza in discreta parte l'appeal della band, con un cantato leggero, quasi indie-pop, etereo quanto basta per dare anche un connotato space rock alla band di Cranbury Township. L'album apre con "Closer (Slugnaut) Fleet", che dopo una intro di chitarra dal riff palesemente psichedelico, esplode come una bordata degna di una corazzata americana. Le chitarre sono incisive come un gigantesco blocco di ghiaccio che si stacca improvvisamente e investe l'ascoltatore con la sua veemente onda d'urto. La ritmica cadenzata e il cantato ipnotico la fanno da padrona per gran parte del brano, ma le accelerazioni sporadiche e i cambi di ritmo alleggeriscono la processione sonora. In fin dei conti si tratta di un brano semplice, ma caratterizzato da una piacevole oscura atmosfera. "Terraessence" cambia le carte in tavolo, presentandosi come una traccia tra il grunge e il punk, una cavalcata di appena tre minuti che corre all'impazzata e si ferma sporadicamente a suon di larsen. Il riff di chitarra porta il marchio Nirvana, l'unica differenza è la cattiveria dovuta al fuzz utilizzato dal chitarrista. Anche qui il cantato sembra provenire dalla vicina cantina e fa l'occhiolino al movimento dark e kraut rock di qualche anno fa. Il rallentamento a metà canzone riporta l'ascoltatore nella dimensione sludge/doom degli Eternal Fuzz. L'immagine che viene subito alla mente è vedere se stessi immersi in una melma fangosa che ci imprigiona e fa di tutto per tirarci giù nelle profondità oscure, dove vivono esseri innominabili e che potrebbero causare pazzia istantanea al solo vederli. La band comunque riesce a dosare abbastanza bene i momenti di break che regalano attimi di pausa e respiro, basti ascoltare il fantastico stacco post-rock a metà di "Moody Hum". Insomma, gli Eternal Fuzz sono una band sicuramente interessante perché si sforza di miscelare generi che vedono moltissimi gruppi tra le loro fila. L'album non verrà annoverato tra i migliori del 2015, ma annuncia che un quartetto americano è uscito allo scoperto per farsi conoscere e raccogliere il meritato riconoscimento. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 75

Mondo Naif - Turbolento

#PER CHI AMA: Stoner, Queens Of The Stone Age, Verdena
C’è stato un momento in cui davvero sembrava che anche in Italia il rock venisse preso sul serio non dico dal pubblico, che l’ha sempre fatto, ma dall'industria discografica. Un momento in cui c’erano un sacco di band che facevano rock in italiano e non solo risultavano credibili, ma a cui veniva data la possibilità di dare alle stampe album di livello assoluto. Oltre ai consueti nomi di rilievo quali Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, Massimo Volume, che si sono assicurati una lunga carriera, c’erano un sacco di altre band magari meno fortunate ma che hanno lasciato segni importanti in quei tardi anni '90, e penso ai leggendari Ritmo Tribale (in realtà dei precursori), ai vari Karma, Gea, Politburo, Hogwash, Malfunk, Fluxus, tutti responsabili, a vario titolo, di lavori che hanno segnato un epoca. Ecco, i Mondo Naif hanno tutte le carte in regola per affiancarsi, e forse ergersi al di sopra di tutti quei nomi, ai quali in qualche modo viene spontaneo assimilarli. Il loro è un rock pesante e pensante, che musicalmente pesca dallo stoner o dal grunge d’oltreoceano, declinato però in italiano come ho sentito fare poche altre volte. 'Turbolento', il loro secondo album, esce per l’ottima Dischi Bervisti (in collaborazione con GoDown Records e Dreamin Gorilla Rec) ed è prodotta da quel Tommaso Mantelli, aka Captain Mantell, già responsabile dell’ottimo Bliss, a suo tempo recensito su questi lidi. Kyuss, Monster Magnet e QOTSA tra le probabili influenze dirette della band, così come tutto il rock degli anni '70. Ma i Mondo Naif non si limitano ad un’operazione revivalistica, hanno molto da dire e lo fanno con stile e convinzione. “NonTempo” apre l’album con un tiro potente, la bella voce di Stefano ricorda a volte quella di David Moretti dei Karma anche nelle linee vocali, come avviene anche in “Niente” e nell’ottima “Scatole Magiche”, fusa in una sorta di suite con “Maelstrom”, strumentale che tiene fede al suo titolo con un gorgo chitarristico da cui è impossibile sfuggire. Da citare la presenza di alcuni ospiti che impreziosiscono il suono donandogli varietà, come il sax di Sergio Pomante (anche lui dei Captain Mantell) che dà una marcia in piú ad “Aquilone” o di Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Alberto Piccolo, responsabile rispettivamente di archi e chitarra classica che arrivano a pacificare la cavalcata stoner della conclusiva “Belfagor”. Disco di grande rilievo, a cui forse manca una grande canzone per risultare davvero indimenticabile, ma ci sarà tempo anche per questo. Nel frattempo godiamoci questa musica turbolenta. Da avere. (Mauro Catena)

(Dischi Bervisti/GoDown Records/Dreamin Gorilla Rec - 2015)
Voto: 80