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domenica 20 settembre 2015

Luna – On the Other Side of Life

#PER CHI AMA: Funeral Doom/Gothic
Risuona come un presagio plumbeo il nuovo album della one man band ucraina Luna. Uscito per la Solitude Prod. in questo 2015, il disco mostra tutta la sua devozione alla musica del destino, con tastiere epiche ed immortali, una cadenza lenta ed esplosioni dal suono metallico, granitiche e possenti. Le uniche due lunghe tracce che compongono l'album sono monolitiche e solenni, in puro stile Skepticism anche se Luna tende a mantenere sempre un legame viscerale con certe sonorità death e gothic molto radicate nella sua costruzione. L'album è di pregevole fattura, sale di intensità continuamente e si inserisce bene nella media dei lavori inerenti al doom/ funeral/ambient metal, che richiedono una preparazione tecnica elevata e una certa sensibilità compositiva al di sopra della norma per non creare lavori ripetitivi e noiosi. Con un artwork pregevole ed insolito ricavato dalle opere di Munch e Demort, la mente dei Luna, intende ritagliarsi uno spazio nel tempio del doom che conta, offrendo un prodotto dalle atmosfere surreali, oscure, ampie e drammatiche, un flusso continuo di energia grigia che esalta ed estranea l'ascoltatore portandolo in un mondo desolato atto ad indurlo ad una riflessione infinita. Due tracce affascinanti, intense, dove il secondo brano, che dona anche il titolo all'album, spicca per la sua inusuale vena decadente e romantica, piena di speranza. Una composizione sinfonica più che perfetta, 33 minuti di malinconica melodia dove l'autore sarà in grado di amplificare la sua anima gotica ed eterea, sacrificando leggermente il lato più doom del sound, senza perdere la caratteristica tensione, avvicinando infine la propria proposta ad una imperiale colonna sonora dall'evoluzione progressiva. Album da ascoltare tutto d'un fiato e in completa solitudine! (Bob Stoner)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 75

sabato 19 settembre 2015

Potmos Hetoimos - The Paragon Trisagion

#PER CHI AMA: Death/Black/Progressive/Post Metal/Sludge Opera
Che sia un viaggiatore nella vita, è noto da tempo. Altrettanto mi piace fare nella musica: un giorno sono in Nuova Zelanda, il seguente in Polonia e poi ancora in Sud Africa o in Argentina. Oggi il mio viaggio fa tappa in US, Baltimora, per scoprire l'ambizioso progetto di Matt Matheson, la sua one man band Potmos Hetoimos e l'infinito album (solo in termini di durata, per cui non so neppure se arriverò al termine) 'The Paragon Trisagion'. Il lavoro, che vede la partecipazione di una innumerevole serie di ospiti, consta infatti di 21 brani con delle durate che oscillano tra i 4 e gli 11 minuti, con la vetta massima di "Wayward Stars", che dura la bellezza di 55 estenuanti minuti. Ecco facendo due conti, 'The Paragon Trisagion' è un'opera monumentale che si aggira sulle 3 ore e venti di musica che inizia con "Light Wells" che vede Matt muoversi su un territorio assai vicino ad un sound progressive, anche se nelle note della traccia è facile imbattersi in influenze sludge. Notevole l'apporto del sax e di percussioni tribali che continueranno anche nella successiva "Synthetic Eclipse", traccia dal lento incedere, ove compare, in veste di guest, Teemu Mäntynen voce dei Crib45. La song palesa comunque una certa umoralità di fondo che rende il risultato assai vario e mutevole lungo i suoi 10 minuti abbondanti di durata. Un break cibernetico ed è il momento di "Amethyst" in cui, dietro al microfono ecco vedersi Andrew Millar dei Patrons of the Rotting Gate, che abbiamo avuto modo di conoscere anche qui nel Pozzo, il cui furioso spirito battagliero si riflette nelle note di questa song black/death mid-tempo. "Strawgod" ha il piglio malinconico, lo percepisco già dalla melodia di quella che sembra essere un'arpa, per poi evolversi in un altro lungo e tribolato cammino in cui affiorano tutte le influenze del bravo Matt: ambient, post rock, sludge e death coesistono egregiamente in un pezzo, il cui solo limite potrebbe essere costituito da una produzione non sempre all'altezza. "Cherubae" è una traccia strumentale delirante che si muove tra ombre progressive e noise. "Fear and Bright" affonda pienamente le sue radici nel folk. Difficile star dietro all'eccletismo sonoro dei Potmos Hetoimos, perchè da un pezzo all'altro, i nostri subiscono drastici cambi di fisionomia: non stupitevi pertanto se "Queen of the Fire" appaia di primo acchito, un pezzo di black grezzo; avrà comunque modo di rifarsi con splendide chitarre dal sapore cascadiano che inneggiano agli Agalloch. Credo alla fine sia proprio la peculiarità di 'The Paragon Trisagion' quella di apparire come un diamante grezzo che debba essere lavorato e reso più puro. Ma forse sta proprio qui il limite di quest'incredibile opera, che prosegue con la psichedelica ferocia di "Heliamartia" e l'onirica "Adamah, Anima", che mostra forti richiami al rock progressivo anni '70. Si torna a sognare con "Fallow Soil" anche se le sue plumbee atmosfere non mettono decisamente a proprio agio; ma quando sono le chitarre acustiche ad affrescare l'etere, qui accompagnate anche da percussioni tribali, sembra addirittura di trovarci in un mercato di un qualunque paese esotico. Nella rockeggiante "The Devil's Miracles" ecco un altro ospite, Carlos Lozano dei Persefone a regalarci un prezioso assolo in un'altra lunghissima e mutevole canzone che si muove tra suoni mediterranei, fraseggi acustici ed irruenze metalliche. La classe di Matt e dei suoi ospiti emerge forte anche nelle successive tracce grazie ad una musicalità multicolore che continuerà a spaziare tra post metal, ambient, rock e doom, e in cui gli estremismi sonori si ritrovano solo nei vocalizzi gutturali del mastermind statunitense. Mi soffermo infine sui 55 minuti di "Wayward Stars" che fondamentalmente fa da colonna sonora a una breve epica storia che verrà fornita a chi acquisterà la release digitale di questo incredibile musicista, un vero pozzo di idee che nel suo epilogo toccheranno il punto più alto della sua immaginazione e dove convoglieranno tutte le influenze dell'artista del Maryland. Che altro dire se non che 'The Paragon Trisagion' sia il disco più ambizioso che mi sia mai capitato di recensire negli ultimi vent'anni. L'unica nota di demerito per Matt è il fatto di non aver spezzato questo lavoro in tre release separate in termini temporali, cosi da renderle disponibili anche in formato fisico e non solo digitale. La grande abbuffata rischia infatti di far passare in sordina siffatto capolavoro. (Francesco Scarci)

Septic Mind - Rab

#PER CHI AMA: Funeral Doom/Avantgarde
C'è qualcosa di indescrivibile in questo terzo album assai inspirato dei russi Septic Mind. Un universo di sfumature oscure che toccano un'infinità di generi che si trasformano in magia sonora traccia dopo traccia. Una sonorità fredda che potrebbe simulare i mitici Fields of the Nephilim, viene riplasmata con influenze d'avanguardia inaspettate tipo Spherical Unit Provided, venature dark/black metal, inserti d'elettronica minimale e altre diavolerie varie, improbabili chitarre acustiche dal lontano sapore di folk e rumoristica varia. Ad estrarli definitivamente dal calderone funeral metal, è un'attitudine glam esuberante ben radicata nel duo, che rende il loro suono esageratamente attraente, una qualità che non tutte le band odierne possono vantare. Il suono del duo di Tver è tipicamente derivato dal doom metal ma caratterizzato da una vena molto dark che sembra uscire dalle migliori band death rock con un velo 80's di tutto rispetto, con riverberi esagerati di batteria, tappeti di tastiera incantati, chitarre taglienti e voci cavernicole intriganti, sensuali, perverse e dal fascino luciferino, una sorta di Ex-VoTo in salsa Incantation. Le tracce sono variegate e ben prodotte (la mia preferita è la lunga "Na Poroge Peremen" che chiude il disco con un sound sperimentale, psichedelico spiazzante, decisamente originale), piene di escursioni e rimandi sonori a più entità del passato tra cui Swartalf, Atrocity, Rapture, e con una certa propensione ai Shape of Dispair che fa da legame su tutto. 'Rab' (in cirillico 'Раб') è alla fine un album ostile, ottimo per ascoltatori amanti della ricerca sonora, chicca per estimatori della sperimentazione tra generi e del funeral doom più contaminato e ricercato, quello che non si presta ad omologazioni e di difficile catalogazione, per quei suoi connotati progressive e d'avanguardia. Quattro lunghi brani licenziati sul finire del 2014 via Solitude Prod. che innalzano ulteriormente il valore delle sempre più ricercate uscite dell'etichetta russa. Una band notevole! (Bob Stoner)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 80

https://www.facebook.com/SepticMind

venerdì 18 settembre 2015

Regarde Les Hommes Tomber - Exile

#PER CHI AMA: Black/Postcore/Sludge, Altar of Plagues
C'era una certa attesa per il secondo lavoro dei transalpini Regarde Les Hommes Tomber, che avevano ben impressionato (anche il sottoscritto) con il loro debut album omonimo, uscito per la sempre più attiva Les Acteurs de l'Ombre Productions, ormai focalizzatasi alla ricerca di talentuose band nella scena post black. Li avevamo descritti come una sorta di black contaminato da post metal e sludge, con influenze che sfociavano nel sound torbido di Neurosis e Cult of Luna. 'Exile' ripropone quelle sonorità ma ce le offre corredate di una classe sopraffina che esplode con una certa dirompenza in "A Sheep Among the Wolves", song che mette in scena tutta l'ecletticità dell'ensemble di Nantes: incipit tribale e poi tutta l'adrenalinica furia del quintetto divampa come il peggiore degli incendi. Il sound però ben presto assume un'altra fisionomia e dal black si vira verso lidi più lugubri, prima del post e poi dello sludge. L'arcigna voce di Thomas, che lo scorso anno sostituì U.W., si mostra malefica e carismatica al tempo stesso, e ben si amalgama con la ferocia di fondo dei RLHT. L'impeto dei nostri però non si placa nemmeno nella successiva "Embrace the Flames" dove anzi, la band alza ulteriormente il tiro con un carico di atmosfere nefaste e caustiche ritmiche, che comunque garantiscono una costante melodia di fondo e rendono 'Exile' ancor più appetibile. Un breve intermezzo e si precipita nelle atmosfere sulfuree di "...To Take Us", il pezzo più scuro dell'album, quello che ha più punti di contatto con il claustrofobico sound degli Altar of Plagues. E la sensazione di vertigine da assenza di ossigeno, si manifesta anche nella demoniaca "Thou Shall Lie Down", introversa, ossessiva, malata e con delle velenose sferzate di intima violenza post black che la votano come il mio pezzo preferito di 'Exile'. L'album si chiude con la traccia più estesa del disco, "The Incandescent March", undici minuti che si aprono con tocchi delicati che pian piano vanno crescendo in intensità, per il definitivo colpo di grazia che i Regarde Les Hommes Tomber sono pronti ad inferire in quest'ultimo drammatico brano di 'Exile' che pur evocando lo spettro di Blut Aus Nord e Deathspell Omega, pone seriamente il combo francese tra i candidati più accreditati a raccogliere lo scettro degli Altar of Plagues. Pestilenziali. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs de l'Ombre Productions - 2015)
Voto: 80

giovedì 17 settembre 2015

A.C.O.D. - II The Maelstrom

#PER CHI AMA: Death/Thrash, Machine Head
È interessante vedere come il death metal non sia solo un fenomeno relegato al paese a stelle e strisce. Anche l'Europa dà segni di vita in questo ambito e lo fa, manco farlo a posta, nella nazione con la scena più attiva negli ultimi anni, la Francia. Gli A.C.O.D. vengono infatti dalla Costa Azzurra, Marsiglia per l'esattezza, a infuocare il panorama death/thrash mondiale. Tredici sassate per un pomeriggio di assoluto relax fra arrembanti aggressioni sonore, riffoni trita budelle, in pieno stile Machine Head, growling vocals, blast beat e taglienti assoli. Non vorrei che 'II The Maelstrom' alla fine si riduca a questa breve descrizione, altrimenti il rischio di annoiarsi con un simile album poteva essere parecchio elevato. Fortunatamente il quintetto transalpino ha capito l'antifona e ha pensato bene di inserire qualche variazione al tema, per rendere più interessante il prodotto finale. E cosi non sarà difficile anche per voi imbattervi in qualche divagazione industrial ("Abuse Me") o in un qualche episodio che sfocia nel black metal come "Words of War", la traccia che in assoluto rimane la mia preferita. In "Ghost Memories" addirittura fa la sua comparsa l'ubiquitario Björn 'Speed' Strid, con le sue inconfondibili vocals. Se "Black Wings" è una song abbastanza lineare a livello ritmico, la breve "Rise" vi scalderà con il suo death'n'roll. Una intro acustica ed è il turno di "Cold", la traccia più imprevedibile del lotto, capace di stop and go, rallentamenti e belle sfuriate omicide. In "Unleash the Fools" ecco il secondo ospite dell'album, Shawter dei Dagoba, a prestare la sua voce e impreziosire ulteriormente 'II The Maelstrom', in un brano che vanta anche un ottimo liquido break centrale. Altri tre i pezzi a disposizione degli A.C.O.D. mirate a superare le vostre ultime perplessità: la melodica e oscura "Fallen", altra traccia inserita tra le mie preferite, la caustica "Crimson" e la conclusiva "To the Maelstrom", che ci catapulta definitivamente nell'inferno creato dagli A.C.O.D.. Album in definitiva interessante, soprattutto per la sua capacità di andare oltre i classici dettami del death metal. (Francesco Scarci)

(Self - 2015)
Voto: 75

AM:PM - Aberrant Minds Provoke Murder

#FOR FANS OF: Metalcore/Melodic Brutal Death Metal Suicide Silence, Trivium
This debut EP from the Swiss metallers AM:PM is a rather nice amalgamation of modern Extreme Metal in a very succinct, brief package that does what it does quite nicely, but unfortunately what it’s doing isn’t exactly all that inventive or unique. Alternating between two tempos for the most part, fast and slow, the faster sections are pretty enjoyable thrash-infused Metalcore inspired riffs with a fine sense of melody and aggression with a fair bit of technicality offered while the slower sections are chug-heavy breakdowns ripped from the latest Brutal Death Metal section of the spectrum, and almost without exception the band tends to play in either section which tends to make this album feel a lot longer than it really is as there’s a lot of familiarity bred into these songs. They’re all nearly the same length and feature the same kind of tempo changes which makes them bleed into each other quite easily, which certainly isn’t helped by the gruff vocal growls that effectively match the intensity displayed but also keeps this one from being quite similar to everything. Even with this, it’s still a good enough example of the style that there’s some good to be had from the songs here. Instrumental intro ‘Prelude’ starts this off nicely with a melancholy riff that blasts into the driving Metalcore blasts and rhythms quite well as it segues into proper first track ‘Lady Hurricane’ as the spindly riffing and thrashing drumming with a series of sharp breakdowns chugging through the tight series of riffs make for quite a vicious, tight offering that gets this one charging along quite well. The heavy ‘Make a Choice’ blasts through with a thunderous roar blasting through tight, pounding rhythms and thick, heavy chugging riff-work breaking down into several vicious breakdowns that tends to wrap around throughout the finale for its most impressive track quite easily. ‘Humans are Their Own Rivals’ whips back into the Metalcore phase with some impressive swirling riff-work alongside the pounding rhythms as the chugging breakdowns return to carry the violent charge through the scalding finale that’s fun but again feels rather familiar. Finale ‘Salvation’ gets a little more exciting with an extended series of twisting rhythms thrashing through a mid-range series of riffs with the out-of-place clean vocals leading into the crushing breakdowns and trinkly keyboards sprinkled into the melodies for a fine ending impression here. It’s certainly a decent start here, but it’s just way too familiar at this stage to warrant more than a passing interest. (Don Anelli)

(Self - 2014)
Score: 70

martedì 15 settembre 2015

Monarca - S/t

#PER CHI AMA: Post Rock/Alternative
I Monarca sono una formazione nata recentemente nell'est veronese, un quartetto dedito al rock strumentale, che è partito in quarta vincendo alcuni premi e sfornando questo EP omonimo. Come dichiarato dalla band stessa, i veronesi si inspirano ai granitici Tool e ai A Perfect Circle, ma l'assenza della voce e quindi lo studio di linee melodiche aggiuntive, li porta ad essere più vicini anche a band come Russian Circles e in ai primi Pelican. I suoni dei Monarca sono però meno saturi e lasciano maggiore respiro all'ascoltatore che non viene costantemente investito da muri di distorsioni, che vengono invece utilizzate ad hoc per caricare al meglio le tracce e dare loro maggior dinamicità. I brani contenuti sono cinque e dopo un'eterea traccia introduttiva a ritmo di hang drum, si viene accolti da "Cricktes", sette minuti di prog rock che convince, affascina e non stanca. Le chitarre la fanno da padrone e la loro corposità appaga l'orecchio del rocker smaliziato, mentre le linee melodiche che i Monarca tessono, non fanno certo rimpiangere la mancanza di un vocalist. Alcuni passaggi risultano minimalisti, creano un'atmosfera introspettiva ed oscura per cui probabilmente si poteva osare qualcosina di più. Gli strumenti ci sono e varrebbe la pena sfruttarli fino all'ultima nota. La sezione ritmica viaggia appaiata e lavora all'unisono per regalare una struttura compatta e coinvolgente che muta con una certa costanza. "Kookai" è la traccia che spicca nel lotto grazie ad il suo riff di chitarra che penetra velocemente nel nostro orecchio e si avvinghia ai neuroni in modo indissolubile. Ottimi gli arrangiamenti e la crescita verso l'alto del brano; si denota la qualità compositiva della band che sicuramente investe tempo e sudore per non (s)cadere nella banalità. Il finale è un'esplosione di quelle ben fatte: grande accelerazione e potenza che spingono anche il più timido ascoltatore ad abbozzare un qualsiasi movimento a tempo di musica. "Sunrise" chiude questo self-titled iniziando con un arpeggio ipnotico accompagnato da un synth spaziale, un perfetto biglietto di sola andata per una lontana galassia sconosciuta. L'evoluzione del brano poi non è da meno e ci ritroviamo in un vortice di luci e suoni che annientano il concetto di spazio/tempo, permettendo alla traccia di diventare la perfetta colonna sonora di un cortometraggio futuristico. Come in precedenza, sul più bello che si pensa di essere arrivati al capolinea, la canzone muta di nuova, introducendo una diversa ritmica. A volte si sente il bisogno di qualche bpm in più, questo permetterebbe alle canzoni di aver un piglio più incisivo e probabilmente aumenterebbe il potenziale bacino di proseliti della band. In sostanza l'EP è ben registrato ed eseguito, a volte pecca in alcuni passaggi di immaturità, ma lascia un discreto margine di miglioramento alla band che ci fa comunque ben sperare per il prossimo futuro. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 70

Anabasi Road - S/t

#PER CHI AMA: Progressive/Rock Blues/70s Hard Rock
Il giorno in cui il cd degli Anabasi Road viene recapitato sulla mia scrivania, ho iniziato da poco la rilettura de 'I Guerrieri della Notte' di Sol Yurick, libro dichiaratamente ispirato all’Anabasi di Senofonte. Lo prendo per un segno del destino e inserisco immediatamente il dischetto nel lettore. Non mi è semplice esprimere quelli che sono i miei sentimenti verso quest'album e la formazione reggiana che si è scelto un nome così impegnativo. Perché se da un lato amo il progressive e il blues rock degli anni 70, dall'altro non riesco proprio a digerire le propaggini virtuosistiche da essi originatisi nel corso degli anni e sfociate in pletore di guitar hero dediti ad un prog hard rock onanista (leggasi Dream Theater e compagnia cantante) che ho sempre ritenuto sterile e per me poco interessante. E quest'album sembra essere composto in egual misura da entrambe queste componenti, in un delicato gioco di equilibri, a mio avviso non sempre riuscitissimo, con il risultato di essere a volte un po’ troppo pesante; non una sintesi quanto una somma delle parti. C’è tanta, tanta carne al fuoco qui, a partire dal fatto che gli Anabasi Road sono tutti eccellenti musicisti, nessuno escluso, ma il problema sta proprio nel fatto che sembra vogliano rimarcarlo incessantemente per tutta la durata del disco, senza un solo secondo di pausa. Così facendo, purtroppo, i brani a volte scappano un po’ di mano e sembrano diventare solo delle vetrine per le proprie qualità strumentali. Se l’iniziale “Pleasure in Me” promette molto bene con il suo hard screziato black grazie a un hammond caldissimo, già dalla successiva "Clashing Stars" le cose iniziano pian piano a sfilacciarsi fino a diventare pretenziose, con le inutili prolissità di “Say Man”, improbabile nel suo accostare blues canonico e prog neoclassico, o “I Walk Alone”, che nel finale vuole forse omaggiare i duetti voce-chitarra di Page e Plant con un risultato però parodistico. Troppo spesso chitarre e tastiere si suonano sopra, quasi senza ascoltarsi, lasciando un po’ l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere con solo un po’ piú di moderazione un ottimo lavoro, forte anche della presenza di un vocalist ispirato e potente, dal timbro profondo e personale (anche se nell'unico brano cantato in italiano, il peraltro ben riuscito “Guerra Mondiale”, ricorda il cantante dei Nomadi, quelli di oggi). Se posso riassumere la recensione in una frase, direi “Bravi, ma fermate un secondo quelle chitarre!”. Mark Hollis, geniale leader dei Talk Talk dice che non c’è bisogno di suonare due note, se puoi suonarne una sola. Ecco, senza arrivare a questi estremi, un produttore che avesse dato un freno alle debordanti sei corde degli Anabasi Road avrebbe fatto un gran servizio al disco. C’è del talento, qui dentro, e anche tanto. Bisogna solo lasciare che emerga, magari qualche volta togliendo piuttosto che aggiungendo sempre. (Mauro Catena)

(Self - 2014)
Voto: 65