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martedì 16 aprile 2013

Cemetery Of Scream - The Event Horizon

#PER CHI AMA: Gothic/Dark, Evereve, Ewigkeit
Seguo questa band polacca fin dai loro esordi più remoti (del 1993 il primo demo “Sameone”), quando si dilettavano a fare il verso al death/doom malinconico dei My Dying Bride. A distanza di diversi anni, vado a riscoprire un album (il sesto, datato 2006) della loro discografia e davanti mi ritrovo una band totalmente rinnovata, con un incredibile bagaglio di esperienza, sei album all’attivo e con un nuovo sound, darkeggiante, atmosferico e intrigante, ma soprattutto con un vocalist nuovo... James Hetfield? No, scherzo non vi preoccupate, ma la sensazione all’ascolto dell’iniziale “Prophet”, è stata quella che la voce dei Metallica cantasse su questo disco. Con i successivi brani però, i miei dubbi fortunatamente si dipanano e mi rendo conto che Pawel (vocalist della band), ispirandosi al ben più famoso collega, ha una propria personalità, anche se deve certamente migliorare dal profilo tecnico prima di poter eguagliare il buon vecchio James. Analizzato il cantato (una delle pecche del disco), passiamo alla musica: se la band era estremamente valida quando proponeva quel sound malinconico più di due decadi fa, questo disco offusca quelle potenzialità palesate, mostrando un gruppo di qualità, ma dalle idee non del tutto chiare. La matrice di fondo è un dark sound molto atmosferico, senza tanti picchi adrenergici, a tratti lagnoso (in “Ganges” compare una female vocals veramente fastidiosa), spesso noioso perchè carente proprio di quel quid necessario a far decollare l’album. La musica è eccessivamente melodica, con le chitarre che accennano in rari momenti (e sono i momenti migliori) ad accelerazioni che possono ricordare i teutonici Evereve, ma a dominare la scena sono le tastiere e tutta la serie di sampling e diavolerie varie annesse. “The Event Horizon” non è un pessimo album, ha la pecca di non mostrare mai le palle e di avere una emivita assai breve: dopo poco ci si annoia e si cambia cd e dire che i brani più “movimentati” stanno nella seconda parte del disco... Peccato, dopo cinque anni di silenzio dal precedente lavoro, speravo sinceramente in qualcosina in più... (Francesco Scarci)

(Metal Mind Records)
Voto: 55

http://www.cemeteryofscream.com/

Metroid Metal - Varia Suite & Expansion Pack


#PER CHI AMA: Instrumental Prog Metal, Dream Theater, Videogame Soundtracks
Devo confessare di non essere mai stato un fanatico dei videogiochi, cosa che mi impedisce probabilmente di godere appieno della musica di questo quintetto statunitense. Il perché è presto detto: i Metroid Metal sono un progetto nato con il preciso scopo di celebrare e riproporre, in chiave appunto metal, le colonne sonore di “Metroid”, una saga di videogames che, a quanto pare, ha spopolato sulle console Nintendo a partire dagli anni ‘80. Il tutto nasce nel 2003, quanto Grant Henry si imbarca nel progetto facendo tutto da solo, in proprio. Nel corso degli anni la cosa si fa sempre più seria e nasce un vero e proprio gruppo, allo scopo di proporre il lavoro di Henry in versione live. Ecco così che nel 2009 nasce “Varia Suite”, seguito un anno più tardi dal suo seguito “Expansion Pack”, entrambi composti esclusivamente da brani estratti dalla colonna sonora di “Metroid”. Roba per nerd allo stato terminale? Probabilmente si, e di fatto anche il gruppo stesso non fa nulla per negarlo, fregiandosi della partecipazione a festival a tema come il Nerdapalooza (!!!), a testimonianza di come il movimento, negli USA, sia molto più fiorente di quanto sia ragionevole attendersi. Dal punto di vista strettamente musicale, si tratta di un metal estremamente tecnico e ben suonato, oltre che rigorosamente strumentale, con rimandi che oscillano continuamente fra il trash degli anni ‘80 e il prog metal stile Dream Theater. In questo senso i due dischi sono praticamente da considerarsi un corpo unico, uno l’estensione dell’altro, senza particolari differenze di stile o atmosfere. A favore dei cinque giocano sicuramente la passione e una convinzione di fondo che riesce a rendere credibile un’idea al limite del folle, oltre ad una perizia strumentale invidiabile, che non sconfina mai nell’ipertecnicismo onanistico e fine a se stesso (in questo senso stanno già un passo avanti ai sopra citati Dream Theater…). C’è da dire anche che la base di partenza non sembra affatto male, e si può ben riconoscere una certa fascinazione alle atmosfere ora epiche e trascinanti (“Prelude” o “Prime Theme”), ora più ipnotiche e rilassate (“Space Pirates”). Va detto però che, alla lunga, il gioco rischia di stancare, anche per la natura puramente strumentale che acuisce quello che personalmente ho trovato essere il maggior difetto di questi cd, ovvero una certa freddezza di fondo. Infatti il coinvolgimento emotivo di un ascoltatore neutrale, difficilmente potrà essere superiore a quello che si otterrebbe dalla lettura dei resoconti sull’andamento dell’agricoltura in Honduras, e altrettanto difficilmente si riuscirà a considerare i Metroid Metal nient’altro che una (piacevole) curiosità, buona magari da ascoltare durante un rimpatriata fra amici, dopo aver rispolverato la propria vecchia cartuccia di “Metroid”. Sempre ammesso che abbiate degli amici così… (Mauro Catena)

(Silent Uproar)
Voto: 60

http://metroidmetal.bandcamp.com/

Aedera Obscura - Aedera Obscura

#PER CHI AMA: Black Gothic, Cradle of Filth, Agathodaimon
Il sestetto milanese ci offre questo primo full lenght interamente autoprodotto e composto da Eric Fachinetti, formato da ben dieci brani, tutti di media durata, tranne l'ultimo dal titolo “Lost” che supera i sette minuti. Il territorio su cui si aggira la band è il symphonic black metal di casa Cradle of Filth ed affini, con tastiere in grande spolvero e ben ragionate, fantasiose e dalle strutture interessanti anche se in alcuni casi troppo devote alla musica dei Filth e Agathodaimon. La struttura ritmica è di buona fattura e stranamente mette in evidenza una batteria (dai suoni migliorabili) e un basso ben lanciati, a discapito in taluni casi, delle chitarre che risultano un po' sottotono e scariche, senza quella violenza necessaria alla buona resa di questo genere musicale. L'album si fa ascoltare senza intoppi e sia le numerose parti melodiche/sinfoniche che la prova vocale di Alessio Cremonesi lo rendono fruibile a tutti gli effetti. Alla resa dei conti, Cremonesi ha uno screaming intenso e sentito, serve qualche miglioria nel pulito anche se molto fantasioso, figlio di Vintersorg e Borknagar, è padrone della scena e la divide come sopra citato al cinquanta e cinquanta con un lavoro degno di nota di tastiere e programming di egregia fattura (ascoltate l'iniziale “My Murmurous Mind” e “Arcana Coelestia” per credere). Forse un tocco in più di cattiveria nella produzione avrebbe ulteriormente aumentato le potenzialità di questo album che ha brani dalla buona presa immediata, dal retro gusto gothic e dalle strutture sofisticate e cristalline. Forse la ricerca del suono perfetto e limpido ha reso gli Aedera Obscura meno aggressivi di quanto in realtà siano ma sicuramente ha donato a questo lavoro un tocco di originalità tutta particolare e vitale, che invita ad esplorare il loro mondo e ad assaporare questi brani lentamente cogliendone tutte le sfumature presenti. Un grande sforzo compositivo, una resa ottima e cosa ancora più positiva è che più si avanza nell'ascolto dei pezzi e più si è coinvolti dalla loro grande atmosfera. Una band dalle grosse possibilità e dalle buone idee, tanta carne al fuoco, qualcosa da rivedere ma in generale un gran bel lavoro! (Bob Stoner)

lunedì 15 aprile 2013

Romero - Take The Potion

#PER CHI AMA: Stoner Doom, Kyuss, Sleep, Baroness
La domanda all'ascolto di ogni nuovo disco del genere è sempre la stessa: c'è ancora spazio per l'originalità nello stoner-rock? Ecco la mia risposta: non so e non m'importa. Mi sono persuaso negli anni che lo scopo dello stoner/doom sia sempre stato un altro: il viaggio, più o meno personale, nel quale si coinvolge l'ascoltatore. Oggi come oggi, diciamoci la verità, non c'è più bisogno di vivere nel deserto per suonare dell'ottimo stoner rock: è questa la lezione imparata dai Romero, terzetto stoner/sludge con base in Wisconsin, al loro debutto con "Take the Potion". Il disco è distribuito gratuitamente online, accompagnato da un progetto su Kickstarter (che ha già raggiunto la quota richiesta) per produrre un certo numero di vinili. I fans, a seconda del tipo di sostegno dato, hanno ricevuto gadget straordinari (magliette o poster, ovvio, ma anche flaconi di pozione in stile voodoo, live performance dedicate o lezioni private col batterista), a riprova che i Romero sanno bene come muoversi nel mercato musicale moderno. Sette brani, quaranta minuti: qua e là spuntano, come detto, i Black Sabbath e i Kyuss – ma anche gli Sleep, i riff violenti degli Alabama Thunderpussy, l'anima blues, il doom vecchio stampo, le atmosfere space, lo sludge dei Baroness. Niente di nuovo, dite? Può darsi: ma un niente-di-nuovo nel complesso ben suonato e costruito. I Romero miscelano tutti gli ingredienti a loro disposizione in una produzione più che interessante, anche se forse appena carente di personalità: un viaggio ben fatto – che funziona alla grande dopo un paio di cannoni, ma offre molti piacevoli spunti anche da sobri. Nessuna canzone emerge più delle altre: ma fischietterete le strofe corali di "Compliments & Cocktails" per un bel po', godrete dell'esplosione dopo i primi tre minuti della lentissima "Couch Lock" e senz'altro vi perderete nei sette minuti abbondanti di "Distraction Tree". Peccato solo per l'eccessivo uso, qua e là, del caro vecchio terzinato alla Kyuss: non serve più il deserto per fare stoner, e questo si è capito. Ma non serve nemmeno cadere per forza nella vecchia ritmica rimbalzante che è già stato il successo di Jon Garcia e soci.(Stefano Torregrossa)

(Grindcore Karaoke)
Voto: 70

http://www.romeroisloud.com

Aidan - The Relation Between Brain and Behaviour

#PER CHI AMA: Post-metal strumentale, Drone, Cult Of Luna
Prima ancora di sapere qualcosa sugli Aidan, premo play e ascolto il loro debutto, "The Relation Between Brain and Behaviour". Non mi aspetto nulla di più di post-metal – qualunque cosa questa etichetta voglia dire oggi, dopo essere stata applicata indifferentemente sia ai Melvins che ai Pelican, tanto per dire. Il lavoro è ispirato ad uno dei casi più famosi della neurologia statunitense: nel 1823, il giovane operaio ferroviario Phineas Gage restò orribilmente ferito sul lavoro: una barra di ferro gli penetrò nella testa, perforando completamente il lobo frontale sinistro. Il caso, studiato approfonditamente dal dottor Harlow, è iscritto negli annali della medicina. I titoli delle tracce ne raccontano le vicende, l'incidente, le successive analisi, la morte e la sepoltura al cimitero di San Francisco. Sette brani completamente strumentali, in grado di passare con facilità dall'orchestrazione elettronica della cupa intro, "Lebanon, 1823" all'altalenante "Left Frontal Lobe" in costante tensione tra accelerazione e lentezza doom; dall'ispiratissima "No Longer Gage" all'altro capolavoro dell'album, "Pulse 60 and Regular", tanto serrata all'inizio quanto inquietante nel lungo bridge centrale di chitarra. Il tutto è condito dal suono sporco tipico dello sludge, che differenzia gli Aidan di diverse misure rispetto, ad esempio, ai colleghi Cult of Luna o ai Karma To Burn. Ma ecco la prima delle due sorprese di questo lavoro: pur essendo strumentale, pur essendo ispirato ad altri grandi del genere, "The Relation Between Brain and Behaviour" traspira personalità da tutti i pori. È un disco che si ascolta piacevolmente dall'inizio alla fine, è suonato senza inutili tecnicismi ma con precisione, gusto e presenza, ed è prodotto in maniera eccellente e con grande cura ed equilibrio nei suoni (ascoltatevi il finale di "Lone Mountain": capolavoro). La seconda sorpresa? Gli Aidan sono tre ragazzi di Padova. Sì, avete letto bene: Padova.(Stefano Torregrossa)

domenica 7 aprile 2013

Deep Mountains - Deep Mountains

#PER CHI AMA: Black, Avsky, Centuries Of Deception, A Forest Of Stars
Scrivere della band in questione non è facile poiché in rete poche sono le notizie a riguardo, poche le immagini e le traduzioni e soprattutto i “Deep Mountains” vengono da Tai'an, Shandong province, a nord della Cina. Nella bella copertina ermetica si legge che la band è devota alla natura, alla poesia delle foreste, alla tradizione cinese e che l'immagine frontale è dell'artista cinese Haisu Liu (1896 – 1994), che è stato registrato tra il 2009 e il 2010 e porta il logo della Pest Production, la stessa dei Zuriaake. Dalle poche notizie che abbiamo sembra sia l'unico full lenght della band ed è un vero peccato perché una commistione di suoni così pieni d'atmosfera e visionaria poesia è veramente difficile da trovare oggi giorno. I Deep Mountains riescono a far convivere romanticismo, tristezza, rabbia e misticismo contemporaneamente senza mai sciogliere o far cadere l'equilibrio di cui si regge l'intero album. Il loro sound è molto legato al tradizionale black metal e sulle parti più veloci ricorda progetti particolari come Avsky, Centuries Of Deception o A Forest Of Stars, anche se con più straordinaria passionalità e armonia che ci porta ad apprezzare lunghe introduzioni e ponti con suoni e rumori d' ambiente dal buon sapore post rock, mescolate ad un retrogusto di musica tradizionale cinese e chitarre acustiche a volte molto bluesy e persino gitane, ben suonate e in alternanza ad aperture doom ed infine veloci scorribande black grigie e malate. L'album è un lavoro da ascoltare innumerevoli volte, molto difficile da apprezzare al primo impatto perché ricco di atmosfere differenti legate da un umore decadente e romantico che conferisce all'intero lavoro una veste da concept album che induce l'ascoltatore ad intraprendere un viaggio musicale. Cosa distingue i Deep Mountains dagli altri gruppi? L'attitudine alla costruzione dei brani in una forma più psichedelica e visionaria, una sorta di post rock suonato con i canoni del black metal più sanguigno e questa è una vera chicca perchè difficilmente si sentono suoni così differenti accostati insieme. Le parti più lente, suonate con una chitarra sensibilissima hanno l'aria devastante di una “One” dei Metallica suonata da William Ackermann in preda alla depressione e si alternano a partiture veloci epiche intersecate da violino e tastiere che rendono il tutto così magicamente “cinese”. e qui scopriamo che il gusto per la psichedelia è ben radicato nella band poiché l'uso di effetti d'ambiente, flanger e riverbero anche nelle cavalcate veloci, sono di casa. Immaginate un calderone dove tutto è calibrato e allo stesso tempo così selvaggio ed etereo che persino lo screaming più drammatico può portarti in un'atmosfera di sogno, uno stupendo malinconico sogno dagli occhi a mandorla. Piccola perla cinese! Da ascoltare! (Bob Stoner)

Il Buio - L’Oceano Quieto

#PER CHI AMA: Punk, Post Hardcore
Il buio ci circonda, il buio non ha voce se non quella della paura. Ma il Buio grida, scalpita, proclama e non lascia indifferenti. Quest'ultima versione affascina di più, credetemi. Il nuovo filone del cantautorato italiano lo vedo così, fresco, impegnato e che sputa parole e poesia moderna. Rispetto al precedente album (di cui custodisco gelosamente lo stupendo vinile colorato), "L' Oceano Quieto" è più maturo, curato e con delle scelte sonore che confermano il loro stile. Ogni singola traccia, arrangiamento e nota, trasuda la duplicità dell' essere umano che combatte tra speranza e rassegnazione, amore e odio. Quello che mi colpisce de Il Buio è la complessità degli arrangiamenti e dei ritmi che si scontrano con il suono, scarno e minimalista quasi a sottolineare che un concetto detto senza fronzoli arriva meglio a chi l'ascolta. Velocità e botta sonora sono sempre dietro l'angolo: "Marionette" inizia brutalmente e corre vertiginosamente per tre minuti abbondanti con la struttura che contraddistingue il Buio, poi stacca e si conclude in una lunga introspezione finale che viene condotta da un bel riff di chitarra che rasenta l'acidità assoluta in quanto a suono. "Da che Parte State" è il primo singolo e video del LP, scelta attenta che conferma il desiderio del gruppo di voler essere conosciuto e apprezzato per la nuova vena artistica, forse più quieta rispetto ai lavori precedenti, ma potente nelle parole. Questa evoluzione è paragonabile a quella di gruppi storici che nel corso degli anni (e diversi album) hanno lasciato che i riff arrabbiati venissero sostituiti da potenti versi e idee brucianti. State attenti, se ascoltate questo cd con il cuore e non solo con la mente, rischiate di sentirvi vivi e vogliosi di rialzare il capo per iniziare a pensare da soli, per poi agire. “Burn Thiene Burn”, brucia le vecchie idee e risorgi dalla ceneri a nuova vita. Che questo possa essere contagiosi e dilaghi il più rapidamente possibile. Il plettro sfiora le corda per l'ultima nota e cala il sipario su questo bell'album. (Michele Montanari)

Cortez - Phoebus

#PER CHI AMA: Post-hardcore, Math, Dillinger Escape Plan, Converge
Anche se non ho fatto il liceo classico, da bambino ho trascorso tante ore sulle pagine de “La vita è meravigliosa” l’enciclopedia di mia mamma, che narrava con splendide illustrazioni le vicende della mitologia greca (infanzia triste, ne convengo), per cui una cosa la so: Phoebus è l’altro nome del dio Apollo, la personificazione del sole. Quale contrasto più grande tra il titolo dell’opera e la sua copertina, peraltro specchio fedele dell’atmosfera plumbea dipinta (con un solo colore, rigorosamente il nero) dal suono pesantissimo di questo trio svizzero, che affonda le sue radici nel feroce post-hardcore di tipi poco raccomandabili quali Dillinger Escape Plan e Converge, di cui i Cortez paiono quasi una versione europea. Alla fine dei 7 minuti e mezzo di “Temps Mort”, il pezzo di apertura, pensavo di avere trovato uno dei dischi dell’anno: un incedere minaccioso e inesorabile, un crescendo di chitarre e ritmiche serrate ma dall’approccio molto free, che poi ti arrivano addosso travolgendoti come una valanga di neve e ghiaccio. Quasi una versione 2013 di quel capolavoro immortale di “New Day Rising” degli Husker Dü. Purtroppo però, in un certo senso, le sorprese finiscono qui, e il resto del programma non riesce a mantenere del tutto quanto promesso. Chiarisco subito, a scanso di equivoci, che i tre ci sanno fare, e anche parecchio, e che ogni traccia produce più o meno l’effetto che otterreste a posizionarvi davanti al motore di un Boeing 747, ma il punto è proprio questo: la prima volta ti rialzi cercando di capire cosa ti ha colpito, la seconda pure, la terza ti pianti bene sulle gambe e pensi “Cazzo, che botta”, la quarta inizi a sapere cosa aspettarti e poi sei lì che ti sorprendi a pensare “ok, bello, ma poi?”. Il punto non è certo la qualità dei brani, che presi singolarmente sono quasi tutti molto validi (alcuni più di altri, oltre alla già citata “Temps Mort”, la tortuosa “Arrogants Que Nous Sommes” e la ferocissima “Un Lendemain Sans Chaines…”), ma proprio una certa ripetitività che si fa strada con l’andare dei minuti, la chitarra macina riff che non brillano per originalità, la ritmica rimane sempre sparatissima senza accennare a tirare mai il fiato e la manopola dei volumi costantemente sull’undici. L’altra (parziale) variazione sul tema è quella della conclusiva “Borellia”, con i suoi muri rumoristi e le reiterazioni ossessive che sfociano in un maelstrom noise davvero apocalittico. E proprio le qualità intraviste nei due brani di apertura e chiusura sono il motivo per cui ci si ritrova alla fine con un senso amaro in bocca, di occasione non del tutto sfruttata. Sarebbe bastato forse qualche intermezzo, qualche alternanza tra piano e forte, qualche oasi di relativa calma a far sì che quella scatenata dai ginevrini fosse davvero la tempesta perfetta. (Mauro Catena)

(Throatruiner Records)
Voto: 70

http://cortez.bandcamp.com

sabato 6 aprile 2013

Myraeth - In Glorious Death

#PER CHI AMA: Gothic Doom, Tristania, Trail of Tears, Draconian, My Dying Bride
Avrei potuto recensirlo assai prima questo lavoro se solo il cd inviatomi dalla band di Sydney, fosse stato leggibile, ma niente da fare: bella la tenebrosa cover cd, ma della musica nessuna traccia. E allora, sfruttando un’ottima connessione internet (quella di casa mia è di una lentezza disarmante), procedo con la recensione direttamente dal sito bandcamp dell’act oceanico (che non venga in mente a nessun altro ora di farmi questo tipo di richiesta). E dal sito della band prendo spunto per qualche notizia con cui rimpolpare questo mio scritto. Partiamo dal dire che oltre che la produzione ai Brain Studio di Sydney, la masterizzazione del disco è stata fatta ai famosi Fascination Street Studio di Orebro in Svezia (gli studios dove hanno registrato Katatonia, Soilwork e Amon Amarth, mica gli ultimi pivellini), questo a dimostrazione che la band tiene molto al proprio lavoro e si sente. Poi quando è la musica a dire la propria, quello che passa immediatamente all’orecchio è quel meraviglioso violino che con le sue arcane e gotiche melodie, si va a stagliare fin da subito nella mia testa. Metteteci poi le soavi voce di una gentile donzella e “Monarch” è servita: un piatto di succulento gothic death di altri tempi, che farà la gioia di tutti coloro che si cibano di Tristania, Trail of Tears e compagnia bella. Non conoscessi la provenienza del combo australiano, avrei sicuramente pensato alla Norvegia come nazione di origine dei nostri, anche per il loro fantasioso monicker. Invece è l’assolata Sydney a dare i natali ai Myraeth e devo ammettere con somma soddisfazione, che quanto venuto fuori, oltre ad essere di eccellente fattura, si pone addirittura davanti a quanto prodotto ultimamente dai cosiddetti maestri nordici. Quando poi è “Confession” a partire e il melanconico violino a occupare la scena, lo spettro dei My Dying Bride, si manifesta sulle teste dei nostri e la vena doom emerge prepotentemente nelle corde del quintetto del New South Wales. La voce di Samantha (tra l’altro responsabile anche di tastiera e violino) conquista la scena, e assurge a ruolo di protagonista e non più di comprimaria del growling animalesco del buon Ryan (che in “Driftwood” sfiora addirittura lo screaming). Certo, come si suol dire, non è tutto oro quel che luccica, “Mythology” è un pezzo sentito una marea di volte, in cui anche un che dei primi Lacuna Coil viene fuori dalle note di questo brano. Per dire che “In Glorious Death” per quanto sia buono, non splende decisamente di luce propria, in un genere che ha detto tutto o quasi e che sta sparando le sue ultime cartucce (a tal proposito attendo con ansia le ultime release proprio di Tristania e Trail of Tears, per capire se decretarlo definitivamente morto oppure dare ancora una possibilità di rivitalizzazione, staremo a sentire). Nel frattempo i Myraeth continuano a deliziarci con la loro proposta che qua e là, da vari generi e band (in ultimo citerei anche Draconian e i primi Anathema), finisce per pescarne a piene mani, offrendoci alla fine un lavoro decisamente derivativo, ma che comunque si lascia piacevolmente ascoltare, le sue melodie immagazzinare nella mente e alla fine anche appisolarmi sulle dolci note di questo “In Glorious Death”. Come opera prima (se escludiamo l’EP di debutto), devo dire affatto niente male. Ottimo il songwriting, cosi come la prova di tutti i musicisti; cercherei ora di migliorare l’originalità della proposta per evitare di cadere nel sentito e risentito, come spesso accade durante l’ascolto di questa release. Le potenzialità per migliorare ci sono, ai Myraeth ora la palla. (Francesco Scarci)

venerdì 5 aprile 2013

Declan Berdella - Indigo

#PER CHI AMA: Suoni Sperimentali 
Gli Expedición a las Estrellas sono una band messicana dedita ad un post rock/hardcore che mi è ormai entrata nel cuore; Declan Bertella è il chitarrista di questa band, che lo scorso anno, in attesa di dar la luce al nuovo lavoro dei EALE, ha pensato bene di uscire con un qualcosa di strano e assai interessante/intrigante. Già dall’intro infatti è possibile intuire che non ci troviamo di fronte a nulla di cosi scontato, un qualcosa di non cosi facile presa e catalogazione. Un carillon apre la seconda energica traccia, “Transmutacion” (dove compaiono tra l'altro un paio di ospiti di EALE e Dervans), che ha un qualcosa del thrash anni ’90 dei nostrani Alligator e IN.SI.DIA. che ben si miscela con sonorità più attuali e post- qualcosa, che non so e non oso definire. Ormai troppo sottili i confini che dividono le sonorità post da qualunque altro genere, e per questo preferisco non sbilanciarmi; e faccio bene, visto che nel mezzo della song, il bravo Declan cede ad un intermezzo ambient, in cui le chitarre quando ripartono, hanno un feeling al limite del depressive. Poi è un po’ l’imprevedibilità a prendere il sopravvento con il thrash che si fonde a ritmi sudamericani. Un drumming deliberatamente cibernetico domina la troppo sintetica e “ataristica” “Feed Them to the Lions”. La marcescenza di “Jose Saenz” irrompe e dopo cinque tracce non mi è ben chiaro se la musica che sto ascoltando sia dello stesso artista o sia il risultato di un collage di più band, comunque la song è oscura e minacciosa, con un finale in cui compaiono anche degli archi e una verve che si rifà ai The Ocean. A Declan piace disorientare l’ascoltatore non c’è dubbio, e lo si evince dai suoni di chitarra che adotta in un brano, piuttosto che in un altro. Con “Chapter II” parte la seconda parte delle tre che costituiscono questo stravagante Lp, di cui auspico una messa su cd, prima o poi. Trovandomi al cospetto di ritmiche techno music, non so più che pensare, vado avanti convinto di trovare sperimentazione a go go, pane per i miei denti. E non mi sbaglio di certo, dato che con la successiva “Framed Pictures of Strangers and Sore Spines” mi sembra di avere a che fare con dei Primus ancora più folli e in una versione post. La musica è in continua evoluzione, Declan ne esplora un po’ tutti gli ambiti, non ponendosi alcun limite e voi dovrete fare altrettanto se vi metterete all’ascolto di questo delirante lavoro, che tra cupi suoni minacciosi, inserti di dialoghi cinematografici, riverberi post rock, frangenti ambient, incursioni disco dance, messaggi subliminali e momenti quasi romantici su ritmiche thrash, ne sentirete davvero delle belle. Bravo Declan! (Francesco Scarci)

(Self) 
Voto: 75

Burned in Blizzard - Whiteout

#PER CHI AMA: Thrash Melodico
L’occhio inquietante della copertina del cd mi guarda da un po’ troppo tempo: ok a noi due. I Burned in Blizzard arrivano da Riga, l’idea del gruppo nasce nel 2010 e si completa nel 2011. Ecco la line-up: Karl Kalvish (voce/chitarra), Matt Claveiniuss (chitarra/voce), Robert Tsesheiko (batteria), Roland “Joe” Ignatyev (basso/voce). Sì, avete visto bene: tre vocalist. No, non cominciate ad alzare il sopracciglio con quell’aria poco convinta. Sì va bene, l’ho fatto anch’io, però guardate che ne uscirà un lavoro fatto bene. Giuro. A questo punto, uno si potrebbe aspettare un prodotto thrash melodico, dove le doti di tre voci vengono messe un po’ qua e là, magari in maniera spiccatamente posticcia. Una cosa del tipo: facciamo delle tracce belle cattive, con un cantato growl onnipresente, dei riffoni tiratissimi, una batteria che neanche il motore di un trattore picchia così, un basso giusto accennato e poi ci aggiungiamo dei cantati più melodici; così ci esce una cosa super meticcia e ci facciamo una bella figura come band eclettica. No, secondo me, qui le possibilità di una tale assortimento canoro sono state sfruttate per bene. Forse la band ha detto qualcosa del tipo: va bene, il genere che ci piace lo sappiamo, partiamo dalla nostra dote di vocalist, usiamola come base e creiamoci intorno delle song come diciamo noi. Facile a dirsi, meno a farsi. Però i nostri sono stati in gamba, hanno fatto un platter equilibrato. Nelle varie tracce si avverte anche lo sforzo compositivo nella continua ricerca di soluzioni e suoni. Le parti strumentali veloci si mescolano bene con quelle più tranquille. E lo stesso fanno le diverse voci, ognuna portando una sfumatura diversa. L’anima strumentale e quella canora si amalgamano in modo abbastanza personale, in cui gli episodi sono quasi sempre riusciti. Alcune cadute infatti ci sono e ci stanno, come è fisiologico che sia, specie nelle tracce più lunghe. Spiccano “Welcome” per la sua carica energetica, le più introspettive “Bloodlees” e “Burn” e la bonus track “Motors” (cantata in lingua lettone, ma non ci giurerei...). Menzione a parte la merita per la strumentale “The Heart”, che sembra venire fuori da un altro album, le cui sonorità variegate, il suo crescendo e il finale sfumato, alla fine mi hanno davvero colpito. Trovo invece in “SinPathetic” una certa mancanza di coerenza che la rende inferiore al resto delle tracce. Pollice decisamente alto, e voi ora potete abbassare quel sopracciglio! (Alberto Merlotti)

(Self) 
Voto: 80