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domenica 1 maggio 2016

Musicformessier - The Pleiades

#PER CHI AMA: Ambient/Post Rock
È una notte fatta di luna che si accontenta del suo ponente. È una notte rotta dal sussurro del vento. È un buio che si fregia del satellite sempre vivo in un imbrunire primaverile. È una premessa che giunta l'ora, sposta l'attenzione sugli ungheresi Musicformessier (inequivocabile il tributo all'astronomo francese Charles Messier, anche per quanto riguarda i titoli dei brani che richiamano i nomi delle stelle che compongono l'ammasso stellare delle Pleiadi). Non vi chiedo alcuna cordata d'insieme. Piuttosto vi invito a disgregare i vostri ascolti condivisi. Ora. Se avrete ascoltato il mio consiglio, sarete pronti a salire su questo velivolo spaziale. L'intro siderale è affidato a "Pleione". La seconda traccia suona come miele che cola su pane caldo nero tostato. "Maia". Dopo avere mangiato, preparatevi a sentire i vostri sensi scossi in una centrifuga di arancia, limone, zenzero e disinteresse. Lasciate che la musica faccia da padrone. Mentre siete ancora predati dalle nuvole agrumate, lasciatevi trasformare in ritmo ripetuto e ipnotico. "Elettra". Occhi serrati. Sensi all'erta e graffi acustici. Il trapasso non è così lontano. "Merope" è vitale, suonata con dita che si sentono scorrere sul metallo della chitarra, è carnale senza chiedere piacere. Diversa è invece l'impronta di "Atlas". Subliminale. Secca. Virtuosa. Pretenziosa. Per lasciare alla vita gli intenti, aspetto "Taygeta", "Alcyone" e "Celeano". Tre pezzi, tre. Suadenti. Graffianti l'estro subliminale dell'anima. Intensamente strumentali. 'The Pleiades' chiude con il duo costituito dal post rock di "Asterope" e dall'enigmatica "Pleiadians". L'ultimo brano, ove le note di speranza sono ormai assenti. Chiudo gli occhi. Apro l'anima. Abbandono la terra. Lievito. Sublimo la musica trasformandola in suoni puri. Chiudo l'album senza accorgermi che ho veleggiato tra ossigeno e suono, immersa in un oblioso ambient celestiale che mai mi ha fatto pensare. Voto? Il più alto! (Silvia Comencini)

(UAE Records - 2015)
Voto: 90

venerdì 29 aprile 2016

Rince-Doigt – Plinth

#PER CHI AMA: Math/Indie Rock
Ep d’esordio per questo trio belga, che si muove in maniera piuttosto interessante tra spire math e post-rock, con una freschezza davvero difficile da trovare anche nei lavori di formazioni ben più scafate. Folgorati sulla via del DIY, i tre ragazzi di Bruxelles giungono a questa pubblicazion dopo aver condiviso il palco con altre band più o meno balsonate come Mutiny on Bounty o Delta Sleep. Tutte rigorsamente strumentali, queste sei tracce si muovono agili nel minutaggio, frizzanti nella costruzione e dimostrano idee valide e buone capacità di realizzarle. La formazione classicissima chitarra-basso-batteria va dritta al sodo, spogliata di qualsiasi orpello o lungaggine, dimostra di conoscere bene il linguaggio indie, e mentre flirta da lontano con il math senza concedere nulla a inutili tecnicismi, cede alle lusinghe del miglior rock strumentale, con un suono asciutto e nervoso. Sostanza più che forma, quello che colpisce, come è giusto che sia, è la struttura dei brani più che il loro impatto sonoro. Non si cercano soluzioni ad effetto o distorsioni esasperate, ma il risultato si raggiunge attraverso una qualità compositiva magari acerba ma già evidente. È sempre un buon segno quando, mettendo assieme pochi elementi semplici quali ritmiche sincopate, chitarre pensanti e linee di basso precise, si riescono ad ottenere brani piacevoli e freschi come "Latéral Coup" ed "Pied o Dinosaurs". Sia quando fanno il verso al math piú tecnico ("Giboulée de Cobras"), sia quando si rivolgono all’indie americano ("No-Win Situation"), i Rince-Doigt lo fanno con gusto, ironia e una levità di tocco che ispira simpatia. Quello che manca, ancora, è un po’ di spessore e profondità in più. Qualcosa che renda i pezzi memorabili e non solo piacevoli. Ma i tre giovani belgi hanno tutto il tempo per crescere anche sotto questo aspetto. (Mauro Catena)

Khasm - Fenris

#PER CHI AMA: Hardcore/Thrash Old School, primi Entombed
Diavolo, dodici miseri minuti di musica mi fanno girare le palle e non poco. Tanto dura infatti 'Fenris', EP di debutto dei transalpini Khasm. I quattro energumeni di Colmar ci sparano in faccia la loro mistura fatta di thrash old school e hardcore, sintetizzata al massimo nelle quattro tracce ivi contenute. I motori si accendono con il basso pulsante della title track e vanno a scaldarsi con le chitarre di supporto. Un grido, in stile primi Entombed, e si inizia con il sound sporco dei nostri che scomoda proprio l'ingrombrante figura della band svedese come principale fonte di influenza. Il drumming va giù dritto che è un piacere, picchiando come un forsennato. Avrete modo di apprezzarlo soprattutto nella successiva "No More Justice", dove un fabbro a confronto vi sembrerà un pivello. La svolta inaspettata sta però in un break mid-tempo che inchioda il rmartellante incedere dei nostri, ma che riprenderà da li a breve, con ritmiche dirette, semplici, senza fronzoli e che nulla hanno da chiedere a nessuno. Qui troverete solo l'essenza di un certo death/thrash anni '80-90 che avrà modo di iniziarvi ad un pogo feroce, da cui probabilmente farete fatica ad uscirne vivi. Spettrale è invece la terza "Nightwatch", song che vede la presenza come guest star, di Per Nilsson, ascia degli Scar Symmetry che qui si concede per un assolo chitarristico tagliente come la lama di un rasoio, mentre i nostri continuano imperterriti a schiumare rabbia e produrre riffoni di scuola primi Entombed, mentre le liriche evocano 'Il Trono di Spade' e l'inverno che incombe ("Winter is Coming" nel chorus). Siamo già ai titoli di coda con "Turmoil" (il cui chorus inequivocabile, continuerà a ricordarvi il titolo della song), l'ultima traccia che si assesta sui due minuti e mezzo di suoni e che ha modo di scomodare anche gli Slayer di 'Season in the Abyss', vi sembra poco? In attesa di ascoltare il full length, non posso altro che dire che le premesse sembrano davvero buone. (Francesco Scarci)

giovedì 28 aprile 2016

Steal the Universe - Ascend

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent, Meshuggah, Tesseract
La Francia è diventata ormai un paradiso musicale. Da Dijon giungono oggi i metalcorers Steal the Universe con il loro debut EP, 'Ascend'. Il genere come avrete già capito è all'insegna di un metalcore stracarico di groove in ogni sua singola nota. Si parte alla grande con le ritmiche sincopate di "Breather", song che oltre ad avere il classico piglio ruffiano, trademark del genere, ha modo di sciorinare un breve ma efficace assolo di stampo heavy metal, per poi continuare ad attaccare con sonorità arrembanti, stop'n go, ritmiche serrate, frangenti acustici e growls accattivanti, tutto nell'arco di soli quattro minuti, un lampo se pensate al minutaggio di per sè, un'eternità per le innumerevoli evoluzioni che scorreranno nelle vostre orecchie. "Eternal" è l'atto secondo: le linee di chitarra sono ultra melodiche e costantemente in evoluzione tra cambi di tempo improvvisi, aperture classiche, vocioni e riff pestanti, il tutto sempre catalizzato da una elevata vena melodica e condensato in pochi spiccioli di minuti, tre e mezzo in questo caso. Anche qui l'assolo è da urlo. C'è più cupezza nelle note di "Illusions", song che continua sulla linea delle precedenti, strizzando l'occhiolino inevitabilmente a destra ai Meshuggah e a manca ai Tesseract, per i suoi poliritmici traccianti chitarristici. Quello che continua a stupirmi, oltre a una certa preparazione tecnica, è la fase solistica dell'ensemble transalpino con melodie che si piantano nella testa e non si scollano più, cosi come quella melodia iper ruffiana della successiva "Lonely". Sia ben chiaro che gli Steal the Universe non sono degli sfigati musicisti che suonano canzoncine per quindicenni, nelle note di 'Ascend' c'è davvero buona musica, magari la giudicherete derivativa, ma di idee ce ne sono parecchie e da sviluppare ulteriormente nell'immediato futuro. "Daylight" è roboante nel suo ingresso, con debordate ritmiche che martelleranno non poco lungo tutta la schizofrenica traccia, in cui a confermarsi sopra la media sono però questa volta gli ottimi vocalizzi di Benjamin Doussot. L'ultima "Introspection", come suggerisce anche il titolo, ha una vena più introspettiva, meditativa, quasi malinconica, pur mantenendo inalterato lo stile dei nostri e suggellando il tutto con un altro sorprendente assolo. Magari c'è da rivedere ancora qualcosa (forse il vocalist è troppo incalzante), ma se il buongiorno si vede dal mattino, gli Steal the Universe si trovano sulla strada giusta. (Francesco Scarci)

mercoledì 27 aprile 2016

Un Giorno Di Ordinaria Follia - Rocknado

#PER CHI AMA: Rock/Blues/Stoner
Oggi parliamo di un quintetto che fa tremare il padovano già da qualche anno, gli Un Giorno Di Ordinaria Follia (UGDOF) che giungono alla seconda autoproduzione (la prima risale infatti al 2012). Il gruppo nel suo moniker omaggia chiaramente il film ben interpretato da Michael Douglas nel 1993, assumendone appunto il nome e portando sul palco un look ad esso inspirato, anche se li dovremmo bacchettare perchè si limitano al completo da impiegato e alla mazza da baseball, quando un bel bazooka farebbe la sua sporca figura. La band brucia del sacro fuoco del rock e come la tradizione vuole, lo vive al 100%, dalla sala prove alla vita di tutti i giorni. Il digipack di 'Rocknado' è ben fatto, la grafica è in stile fumetto ed prende esempio dal grande Frank Miller e in particolare dal suo capolavoro 'Sin City'. Un investimento che appaga anche la parte visiva e tattile della musica. Al suo interno troviamo sette brani che gocciolano puro rock mischiato a blues, grunge e pure qualche rimembranza stoner, ossia tutto il bagaglio musicale che l'allegra combriccola ha maturato negli anni. L'album parte in gran carriera con "Polar", una rocambolesca cavalcata rock fatta di batteria che scalcia come un toro rinchiuso, basso che trasuda palpitazioni sub soniche e chitarre che si divertono come bambini in un negozio di dolci. I riff si susseguono in rapida sequenza come un tornado che si abbatte su una città inerme e rassegnata all'accidia, mentre gli assoli potrebbero risvegliare attitudini sexy anche nel novantenne più assopito. Il cantato è rigorosamente in italiano ed il timbro del vocalist è maturo, quello di uno che qualche palco se l'è sudato e non rifiuta uno o due shot di buon doppio malto. Nonostante la band abbia una palese attitudine ironica e goliardica, i testi affrontano anche temi sociali ed esistenziali, questo per insegnare che il rock e la musica in genere, sono sempre un buon strumento per far passare dei concetti importati senza banalizzarli. "The Fonz" è il singolo a cui la band ha dedicato un video continuando con i riferimenti cinematografici/televisivi, in questo caso viene preso in causa il meccanico dal giubbotto in pelle e pollice all'insù più famoso al mondo. Anche qui le ritmiche sono dritte e coinvolgenti, senza bisogno di artifici strani per far si che il piede inizi a battere il tempo in maniera autonoma. I due chitarristi srotolano una miriade di note e riff che fanno passare i centocinquanta secondi di canzone in un attimo. "Cotton Club" piace invece per le grosse influenze blues e soul, un mix di nostalgia e rabbia in cui viene chiesto in continuazione all'interlocutore di trovare qualcosa di più profondo oltre alle lenti degli occhiali indossati dal protagonista. Le scariche di chitarra distorta in contrapposizione alla linea tranquilla di voce-batteria-basso, rappresentano la perfetta metafora dell'irrequietudine che alberga dietro l'apparente calma di una persona qualunque che incrociamo ogni giorno. Un brano meno facile, che mostra il lato più inquieto del quintetto padovano, quello oltre l'inesauribile energia, dove si nascondono le profonde ferite accumulate negli anni. Un bell'album 'Rocknado', di puro rock con le giuste influenze, fatto da persone che hanno lasciato la sperimentazione ad altri e si dannano per fare al meglio la musica che hanno ascoltato e vissuto negli anni. Il valore aggiunto è che gli UGDOF si impegnano a mettere in piedi uno spettacolo oltre il puro live, ricreando una certa scenografia e coinvolgendo il pubblico per portarlo nel loro mondo dove la follia è all'ordine del giorno. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 70 (75 Live)

http://www.ungiornodiordinariafollia.com

martedì 26 aprile 2016

Presumption – From Judgement to the Grave

#PER CHI AMA: Stoner/Doom, Spiritual Beggars, Candlemass
Orange Goblin, Pentagram, Nebula, Trailer Hitch, Candlemass, Acrimony, Sheavy, Sixty Watt Shiaman, Bigfoot, Spiritual Beggars, una lunga carrellata di nomi della prima ondata stoner negli anni novanta che non bastano per inquadrare questa band francese totalmente autoprodotta. Le varie sfaccettature dello stoner rock di scuola Man's Ruin e un artwork di copertina a metà strada tra i Cathedral degli EP 'Statik Majik' e 'Hopkins' e i Karma to Burn di 'Almost Heathen', in una corsa acida e psichedelica verso qualcosa di interessante, fresco e accattivante, pesante, introverso ed energico. Il cd in questione è 'From Judgement to the Grave' che rappresenta il secondo prodotto dalla band di Le Mans dopo un primo album del 2013. Uscito nel 2014, l'EP rispolvera molte caratteristiche del suono psichedelico tipico del deserto, anche se il quartetto francese predilige senza indugi, aggiungere un tocco di classic heavy vintage alla Spiritual Beggars o di doom in stile Candlemass per rendere il risultato più appetibile, fantasioso e variegato. Suonano con abilità i quattro francesini e molto spesso si lasciano andare in cavalcate di acidissimo blues impolverato e sporco cantato in inglese, in modo più che mai coinvolgente, dal bassista/cantante Moomoot che mi ha ricordato spesso l'energia vocale che si trovava nei primi dischi degli Alabama Thunder Pussy o nelle vocals del mitico Christian "Spice" Sjöstrand dei già plurinominati Spiritual Beggars. Solo il brano "La Meffraye" è cantato in lingua madre e devo ammettere che fa uno strano effetto sentire lo stoner rock cantato in francese. Dopo un po' di ascolti, emerge più che mai la qualità dei nostri che dà più valore alla personalità e alla versatilità della band. Il disco scivola veloce senza falle e la cosa che si fa più notare è la facilità con cui questi space rockers transalpini riescono a spostarsi musicalmente dai canyon e i saloon dei deserti americani alle ben più oscure cattedrali europee senza difficoltà alcuna, giocando con intrecci sonori molto contrastanti tra loro collegati spesso con genialità e tanta abilità compositiva. Ascoltatevi l'intro del disco e tutto di un fiato la seguente "Albert Fish Blues" con il suo intermezzo acustico bluesy e progressivo, vellutato e ammaliante, e un finale doom dallo straziante odore di apocalisse per capire l'astratta tipologia di stoner rock che questa band riesce a suonare. La quintessenza dello stoner riveduta e risuonata intelligentemente! (Bob Stoner)

domenica 24 aprile 2016

The Pit Tips

Emanuele "Norum" Marchesoni

Funeral - In Fields of Pestilent Grief
Opeth - Blackwater Park
Persona - Elusive Reflections

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Francesco Scarci

Show Me a Dinosaur - S/t
Cosmic Letdown - In the Caves
Echoes of the Moon - Entropy

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Kent

Swans - The Burning World
Earth - Pentastar In The Style Of Demons
Nick Cave & The Bad Seeds - Let Love In

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Don Anelli

Artillery - Penalty by Perception
Soijl - Endless Elysian Fields
Fireleaf - Behind the Mask

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Michele Montanari

Cult of Luna and Julie Christmas - Mariner
Zippo - After Us
Egypt - Endless Flight

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Mauro Catena

Iggi Pop – Post Pop depression
Motorpsycho – Here Be Monsters
Brad Mehldau – 10 Years Solo Live

sabato 23 aprile 2016

Abhorrent - Intransigence

#FOR FANS OF: Brutal/Techno Death, Atrocious Abnormality, Origin, Deeds of Flesh
The debut effort from Texas brutal/technical death metal psychos Abhorrent features plenty of enjoyable yet somewhat formulaic takes on the merging of the two styles. With the brutality making the most impactful impression here, from the tight, raging rhythms and furious, swirling riff-work on display here there’s plenty to note here of this style which makes the album seem all the more technically challenging when it manages to make these seem all the more devastating by offering the kind of overwhelming musicianship that works nicely alongside that heavy chugging rhythms. This makes for a rather enjoyable time where it manages to mix them even further with challenging, complex riff-work that offers tight, brutally blistering rhythms alongside the fine drumming carrying that alongside its series of blasting charges that work really well together. Though this one does tend to come off a little one-sided with it’s rhythms as the songs tend to blend together into a blur of tight chugging and blasting drum-work, it’s really the one problem here. On the whole the tracks aren’t that bad. Instrumental intro ‘Passage’ offers an ambient sound collage amidst a sea of churning riffing leading into proper first track ‘The Elegance of Asymmetry’ featuring plenty of tight chugging riffing, dexterous drum-blasts and churning patterns keeping the unrelenting pace full of complex tempo changes and rhythm switches as the brutal blasting drumming brings the tempo changes into the final half for a strong opener. ‘Ifrit’ uses swirling technical patterns and charging drumming full of challenging arrangements utilizing tight, frantic patterns alongside the technically-challenging riffing charging into the swirling arrangements and brutal drum-work in the finale for another strong effort. ‘Reward System Malfunction’ utilizes churning rhythms and plenty of tight, blasting drumming that takes the challenging, complex patterns alongside the mid-tempo riff-work churning along through the series of swarming, churning rhythms blasting along through the final half for the album’s clear highlight offering. The mid-album instrumental breather ‘Clarity of Will’ brings deep, thunderous bass-lines and classical piano notes that offer a calming, relaxing air leading into next track ‘A Lightness of Mind’ features tight, blaring rhythms and plenty of technical swirling rhythms charging along throughout the plodding mid-tempo paces with the charging rhythms and blaring bass-lines holding the complex rhythms along into the tight finale for an enjoyable effort. ‘Ill-Conceived’ immediately blasts through tight patterns and chugging rhythms with plenty of frantic and complex arrangements making for a rather charging series of riffing patterns leading into the swarming solo section and chugging along into the complex final half for another solid and enjoyable effort. ‘Eternal Recurrence’ takes frantic mid-tempo chugging and complex riffing alongside the rattling drum-work utilizing plenty of tight, raging rhythms throughout the sprawling tempos charging along the mid-section with the aimless chugging and frantic drumming blasting along in the finale for a mostly bland effort overall. ‘Larva’ uses a light, extended acoustic intro before turning into tight, complex riff-work and dexterous, blistering drum-blasts taking the thumping rhythms along through the sprawling mid-tempo rhythms featuring the challenging riffing turning back into blistering drum-work for the final half into a stylish and enjoyable effort. Album-closer ‘Parasite’ takes a steady, sprawling rhythms and complex, blasting drum-work that soon settles into frantic, unrelenting riff-work alongside the explosive, challenging rhythms leading into the churning rhythms along throughout the steady tribal patterns leading through the finale for a solid lasting impression. There’s not a whole lot here that doesn’t really hold it back. (Don Anelli)

(Willow Tip - 2015)
Score: 80