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sabato 18 ottobre 2014

Grift - Fyra Elegier

#PER CHI AMA: Black, Kampfar
La Nordvis, deliziosa etichetta madre di questa release, ultimamente sta dando alla luce molte interessanti proposte, sempre molto discrete e coinvolgenti, e i Grift sono una di queste. Provenienti dalla fredda Svezia, terra di una sempre più proliferante scena Black Metal vissuto con estrema dedizione, sono attivi dal 2011 ma questo loro EP di debutto è uscito solo nel 2013. 'Fyra Elegier' pare sia stato ben accolto dall’opinione generale di chi come me, cerca e studia l’evolversi del sottobosco scandinavo, ma è e rimane un prodotto di nicchia, con una bassa tiratura di uscite in formato vinile, cd e audiocassetta. i Grift sono uno dei molti gruppi svedesi che stanno delineando il profilo di una seconda e credibilissima genesi di blacksters purosangue. Questo genere che io oserei definire “nuovo”, è in realtà ciò che era sempre stato il Black Metal prima della sua rovina, ossia austerità, introspezione, misantropia e profonda chiusura nei confronti di un mondo che guarda ad un futuro sempre più dannatamente falso e miserabile. Questo 'Fyra Elegier' che tradotto significa “quattro elegie” è composto da quattro canzoni che non stravolgeranno il mondo, ne si auto-proclameranno come virtuosi capolavori dell’anno perché questo “nuovo” modo di sentire e vivere il Black Metal finalmente è disinteressato e se ne sbatte le palle dei media, è pulito e vivo, ha un anima e non necessita di strafare per attirare l’attenzione dei metallari da cheeseburger che se ne stanno su youtube più annoiati dei loro stessi brufoli, né lecca il sedere alle etichette più progressiste e orientate a nuove tendenze shoegaze, nella speranza di farsi preconfezionare un bell’artwork a triangoli e farsi sbattere sul mercato come nuova rivelazione del momento. In questi 24 minuti regnano la quiete e l’armonia, a dispetto della violenza cieca e della brutalità estrema che troppo spesso è fumo negli occhi a nascondere fragilità e povertà di idee all’ascoltatore. Qui si ascolta musica dedicata alla pace eterna, fredda, profonda, una pace che solo la morte sa e può dare, scaturita dall’apertura di un intro di tristi violini che dondolanti, paiono uscire da un grammofono. Successivamente la notte discende su tutto con un cielo costellato di riff generosamente melodici, appoggiati su una batteria che come un cavallo stanco, trotta rovinosamente verso i meandri dell’oscurità assieme al suo condottiero che proclama le ultime memorie. I Grift possiedono un lato malinconico che definisce i tratti della loro musica, ma sono molto lontani dal depressive black, sono più simili ai vecchi Kampfar e ne condividono lo stesso scarno minimalismo, la stessa essenzialità che però in questo caso non è volta a raccontare storie di mitologia nordica, né ha la medesima attitudine nazionalista; qui la cosa che si sente di più, non è l’amore per la propria terra, per la propria storia passata, ma l’amore per la morte, e la rabbia verso la superficialità con cui l’uomo volge ad essa. Mi raccomando, prima di cadere nel più antico e immemorabile silenzio, nella pace ultima, prima che sopraggiunga la fine di ogni cosa… ricordatevi di ascoltate 'Fyra Elegier'. (Alessio Skogen Algiz)

(Nordvis Produktion - 2013)
Voto: 80

https://www.facebook.com/Griftofficial

venerdì 17 ottobre 2014

Tartharia – Flashback (X Years in Hell)

#PER CHI AMA: Black/Death/Thrash
Eccoci al cospetto di una di quelle band “storiche” per quanto riguarda il movimento underground metal: perché storiche? Beh, essenzialmente per due motivi: il primo riguarda gli anni di militanza del gruppo, che arriva al traguardo del decennale di carriera dando alle stampe questa sorta di “best of”. Raggiungere i dieci anni di carriera per una band sono già un ottimo traguardo di per sé, ma se si suona metal estremo e non si hanno a disposizione i dobloni elargiti dalle major, il valore dell'anniversario aumenta notevolmente. Il secondo motivo riguarda invece un merito che va oltre la longevità di servizio; in questi primi 10 anni, i membri dei Tartharia si sono alternati con una frequenza simile a quella che vede (vedeva?) impegnato Lemmy accendersi Marlboro durante la giornata (per chi non conoscesse i ritmi del Kilmister, posso assicurare che la frequenza è altissima). Non saprei quantificare quanti membri infatti hanno fatto parte della band, comunque molto prolifica con la produzione di album, risultando essere più un ensemble che una band nell'accezione più tradizionale del termine. Originari della Russia, più precisamente di San Pietroburgo, come accennavo, il gruppo ha prodotto diversi lavori, giungendo a questo progetto con un portfolio dal quale pescare, di notevoli dimensioni. Gli anni di esperienza e le diverse personalità operanti nel gruppo hanno portato ad avere, soprattutto, una miriade di “stili” toccati dal sound della band, che partita nel 2002 con influenze chiarissime al melodic Black (Dimmu Borgir, Cradle Of Filth), in seguito, passa al Death/Thrash, al Melodeath fino al metalcore...la cosa chiara è che le idee comunque non erano e non sono proprio limpidissime. Un elegantissimo jewel case ospita il curato libretto, che riporta le note biografiche e le diverse copertine degli album dai quali vengono estrapolate le canzoni che compongono questa compilation; la differenza temporale delle pubblicazioni la fa da padrona in questo CD, che definire “vario” sembra quasi riduttivo, ma tutto sommato non fa affatto sfigurare le primissime canzoni del 2003, che possono godere di una produzione di buonissimo livello. In generale, il disco usufruisce di suoni ottimi, mai troppo freddi, che aggiungono piacere all'ascolto; la cosa che maggiormente si nota, è l'eterogeneità delle composizioni, che vanno a parare un po' da tutte le parti, ma in fondo in fondo senza mai troppa convinzione. Risulta essere questo il maggiore difetto del CD, che per il resto (l'aspetto meramente tecnico e formale) è davvero composto e suonato bene; certo, direte voi, è una compilation cosa ti aspettavi? Da un certo punto di vista, un disco del genere ti fa comprendere il percorso evolutivo della band, la maturazione ecc., dall'altro invece, ti lascia interdetto dinnanzi a così tanta “indecisione” sulla strada da intraprendere. Ad ogni canzone, sembra di essere di fronte ad un gruppo diverso da quello che ha composto e suonato la precedente e quello che ha composto e suonerà la successiva; di fatto, con il continuo alternarsi di elementi, non potevo trovare paragone migliore. Va bene un po' di evoluzione nel corso degli anni, ma così è davvero troppo, perchè il rischio di creare una miscellanea di suoni e note fini a se stesse è molto concreto. La questione è solo mettere a fuoco un po' meglio il bersaglio da colpire. Vi segnalo quelle che per me risultano essere le migliori tracks del lotto: la scurissima “Erotic Mutations” e le notevoli “Rape You Alive” e “Unfear”; il fatto di essere sulla scena da così tanti anni ed essere ancora in piedi, fa guadagnare al voto ½ punto. Per il resto aspetto volentierissimo il gruppo alla prossima release (si parla di 14 Novembre 2014), che sarà un CD con pezzi nuovi fiammanti; come si diceva una volta “rimandàti a Settembre!”...ops, scusate...”rimandàti a Novembre”!!!! (Claudio Catena)

giovedì 16 ottobre 2014

Antethic - Origin

#PER CHI AMA: Post Rock/Ambient/Drone
Prima di leggere il titolo del brano, picchetto col piede un ritmo incalzante. Aspetto un tempo indefinito affinché i suoni trasducano in musica. Ma mi sembra che la mia attesa possa propagare i propri tempi all'infinito. "Time Forward" è un buon preludio ritmico, ma asettico. Non rimane che aspettare che passino questi sette minuti tra un rumore ed una ripetizione dai timbri noiosi. Unghie che graffiano pavimenti invisibili, che lasciano tracce organiche sui ciotoli di questa "Cheliuskin". Avanti due passi. Indietro tre passi. Sensazione confermata e riconfermata da queste sonoritá degne di un horror a basso costo. "Old Maui Girls". Distorsioni elettroniche graffiano una melodia mielosa, compenetrandola. Non sono certa che vi piacerá convertire il black ambient in un catrame travestito da tinnuoli ripetuti sino alla nausea. A sorpresa, quando avevo abbandonato le speranze di ascoltare, soggiacendo al subire quest'album, parte "This Game Has No Name". Finalmemte si respira. Le ripetizioni sono ormai una certezza, ma cambiano i suoni, le pause, i sofismi distorti e troppo artefatti, in favore di un pezzo che fa lievitare sensazioni e piacere in un ascolto psichicamente accattivante. Incredibile! La seconda parte dell'album, sembra scindersi dalla prima. "Morning Glory". Ora è ascendente il suono. La corrente dei rumori confusi, è controbilanciata da musica vitale appieno, meno distorta, tecnicamente strumentale. Concludo l'ascolto di quest'album con "White Whale", che definire ghiaccio bollente, sarebbe il piú riduttivo tra gli ossimori. Vi lascio con qualche immagine. Ferro che batte su ferro. Ghiaccio che s'infrange su ghiaccio. Correte veloci a perdifiato lungo una strada che non porta a nulla, se non all'inizio del labirinto della vostra coscienza. Ecco fatto. Avete tra le mani 'Origin'. (Silvia Comencini)

(Self - 2014)
Voto: 65

https://www.facebook.com/Antethic

mercoledì 15 ottobre 2014

Dead Mountain Mouth - Viae

#PER CHI AMA: Avantgarde, Post, Arcturus, Devin Townsend
Torna la one man band francese dei Dead Mountain Mouth, che non solo avevamo conosciuto con il precedente album, 'Crystalline', ma anche con un altro progetto parallelo, quello dei A Very Old Ghost Behind the Farm. Il polistrumentista di Tolosa, Lundi Galilao, torna questa volta con un EP, ahimè in sola uscita digitale, di tre lunghi pezzi che confermano il sound vertiginoso del mastermind transalpino. Le danze si aprono con "Mortify", lunga song di circa 10 minuti che nel suo lento avanzare mi ha evocato le ultime cose dei nostrani Ephel Duath, anche se in una versione un po' meno jazz, ma più proiettata verso i lidi della delirante psichedelia degli Oranssi Pazuzu, che già avevo menzionato nella precedente recensione. Quello che mi spinge ad accostare il progetto dei DMM alla band di Davide Tiso, è il sound astrale e disarmonico delle chitarre, alla continua ricerca di un qualcosa di sfuggente anche per l'artista patavino. Il risultato che ne viene fuori, è comunque un qualcosa al di sopra della media, che combina sonorità scevre da ogni sorta di etichetta con influenze e retaggi post, space rock e progressive. Con "Lamb", Lundi si lancia in una propria rilettura del genere estremo in cui questa volta a fondersi nell'intelaiatura, in realtà non più tanto estrema dell'act francese, si ritrovano un pizzico di elettronica e suoni cyber industriali, anche se tuttavia relegati in secondo piano con pazzesche fughe in territori, ai più, sconosciuti. Le vocals si muovono tra il growl, lo screaming e sperimentazioni avantgardiane (simil Arcturus), mentre la musica nella seconda metà del brano, imbocca strade ancor più stralunate, tra il cinematico e l'ambient, abbracciando ancora una volta la follia di Devin Townsend e altre sperimentazioni di un mondo nascosto, che testimoniano l'eccelso lavoro del mago di Tolosa. "Science and Wilderness" chiude il trittico di song spettacolari che costituiscono questa release, che auspico possa trovare quanto prima una distribuzione fisica. Non posso infatti pensare di rimanere senza il cd di 'Viae', un lavoro che mostra anche nella sua terza epica traccia (con qualche eco dei Bathory più ispirati, incredibilmente mescolati con post e non so che), quanto spazio sia ancora disponibile per offrire sonorità inusuali, innovative e all'avanguardia, che possono proiettarci in nuovi mondi tutti da scoprire... Eccellenti! (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 85

The Hong Kong Sleepover - Bolscevik Firecracker

#PER CHI AMA: Thrash/Hard Rock, Metallica, Motorhead, Anthrax
Se c’è una cosa per cui sono grato a questi quattro ragazzoni di Macomb, Illinois, è di avermi portato a conoscenza della tecnica che dà il nome alla band, della quale pare fosse un appassionato anche il compianto presidente JFK. Lascio ai lettori il gusto di soddisfare la loro curiosità in merito. Per il resto, di novità, dentro il loro terzo album, ce n’è pochina. Se dovessi descrivere la musica degli Hong Kong Sleepover direi che potete immaginarvi una cosa come 'Garage Days Inc.' dei Metallica con Lemmy Kilmister alla voce, il tutto però non così raffinato... Del resto, già una prima occhiata all’artwork (un tuffo negli anni '90, mancavano solo le figurine di Ruben Sosa e del Cobra Tovalieri) è evidente la totale dedizione dei quattro a pochi e semplici principi base, ovvero birra, ragazze, stivali, in tutte le possibili declinazioni (ragazze con stivali, ragazze che bevono birra etc...). Tutto si puó dire fuorchè gli HKS non siano totalmente e completamente onesti. Onesto, infatti, è il termine che mi viene per descrivere queste canzoni senza fronzoli, dai riff serrati e groovy, la ritmica solidissima, le chitarre sature e sporche come si conviene, con gli assoli “giusti” e la voce roca e gorgogliante. In altre parole, un disco di classico, ruvido, metal americano, per di piú orgogliosamente DIY. Onesto, appunto. Disco che si snoda lungo 11 brani né lunghi né corti, né brutti né particolarmente belli, che si lascia ascoltare anche se, man mano che i pezzi sfilano ci si chiede che senso possa avere, dopotutto, un album del genere. E l’illuminazione arriva, inaspettata, al minuto 1:26 della traccia numero 7, “Draw the Line”, quando parte un ritornello che dice, piú o meno cosí: “hey, hey, hey, hey”. La visione che si staglia davanti ai miei occhi è quella di un raduno di bikers con baffi a manubrio, intenti a roteare un pugno in aria al ritmo di questo “hey, hey, hey, hey”, mentre l’altra mano stringe saldamente una bottiglia di Miller Highlife, rivolti verso il palco dove gli Hong Kong Sleepover ci stanno semplicemente, onestamente, dando dentro. Ecco, forse è questa la chiave: se siete biker dell’Illinois, se avete sempre voluto esserlo, o anche solo se ancora oggi vi capita di uscire di casa il sabato sera indossando un gilet di pelle, questo è il disco che fa per voi. (Mauro Catena)

(Self - 2014)
Voto: 65

Godhunter - City of Dust

#FOR FANS OF: Doom/Sludge
This work is highly political, reminiscent of the American protest folk music of the 1960s, such as Bob Dylan and Country Joe and the Fish. The subject matter of "City of Dust" focuses not on general social issues, but rather sharply on issues in the state of Arizona (primarily Tucson), which leads to the conclusion that this is where these guys are from--otherwise, why would they care, unless of course these issues they write about are things which have affected them profoundly and directly? My major complaint with most records in this genre is that they usually omit lyric sheets, leaving it up for the listener to try to and decode the message. I was most impressed in that not only did Godhunter include lyric sheets, but they've provided footnotes as well, that clearly point to the circumstances of inspiration for each piece, and what it's about. Collectively, the footnotes alone add up to a half a page just by themselves. This is a very politically and ecologically aware piece, which to my experience, is not very common subject matter for metal. As I alluded to in my opening, this kind of informed protest has traditionally been the realm of folk music. The included footnotes include several books the listener is recommend to read, to help develop a better understanding of the issues the songs on this release address. Here are the recommendations: "War is a Force That Gives Us Meaning" - CHRIS HEDGES; "Rats in the Walls" - HP LOVECRAFT (short story--also the title of the second song here); "Cadillac Desert" - MARC REISNER; "Hope Dies Last" - STUDS TERKEL; "Blood Orchid" - CHARLES BOWDEN; and "La Calle" - LYDIA R. OTERO. I can see why metal would provide a more emphatic form of protest than acoustic folk. Subtlety this days tends to get lost in the noise of all the TV soundbites and the 24/7/365 news cycle that we’re all immersed in today, that didn't exist in the 1960s. Information traveled a lot slower then, so people responded pretty well to, and actually understood wry sarcasm in music. Less so these days: besides, metal has always been the best musical medium for expressing frustration and anger at things, and this guys have got that going in spades. No posing here: No Venom-like pseudo-glam fake Satanism is used here for the sake of getting publicity. These guys are REAL: they are sincere and committed to their message, and deathly serious about what they have to say. Now enough on the inspiration and on to the music itself (and there's a lot more to be found in the references on the lyric sheets. Make sure that you have them in hand when listening to this). Godhunter gives us a doomy sludge sound worthy of 'Black Sabbath's Volume 4' with a bit of 'Down II' tossed in, a sprinkling of Sleep, and a vocal style which is a cross between that of the lead vocalist of Texas Hippie Coalition and Phil Anselmo. There are 8 tracks on "City of Dust" (subtitled "A Conversation Between Hope and Despair"): (1) "Despite All"; (2) "Rats in the Walls"; (3) "Brushfires"; (4) "Snake Oil Dealers"; (5) "Shooting Down the Sun"; (6) "Palace of Thorn" (yes, that's not a typo - it says "Thorn"--singular--sans "s"--on the lyric sheet); (7) "City of Dust" (the title track), and closing with (8) "Plague Widow". This is real shit these guys are writing about: no dragons, no knights, no cosmic catastrophes, but real-life, close to home issues that this band really cares about. And these are things that they want their listeners to care about, as well. A couple of the songs include spoken introductions. The album opens (in "Despite All") with an excerpt from a speech given by Chris Hedges under foreboding synth swells (see the reference to his book in the recommended reading list cited earlier in this review): "We live now in a nation where doctors destroy health; lawyers destroy justice; universities destroy knowledge; government destroys freedom; press destroys information; religion destroys morals, and our banks destroy the economy." Track 3, "Brushfires" starts with a speech on civil disobedience Howard Zinn gave in 1971 against the Vietnam War: "Learn to disobey. So you police and you FBI, if you want to arrest people who are violating the law, then you shouldn't be here--you should be in Washington! You should go there immediately: and arrest the President and his advisors, on the charge of disturbing the peace of the world." Of note, the pace changes with the fifth track, "Shooting Down the Sun", which is a dark, deeply emotive and soulful acoustic piece with great raw, melodic vocals. It’s very similar in feeling to Black Sabbath's "Planet Caravan" or "Changes", yet imagine Joe Cocker as a metal vocalist in place of Ozzy Osbourne. In short, if you like a mix of doom and groove metal, these guys will pull you right in, and not let you go. But after you’ve given it a few spins just absorbing the feel and the vibe, sit down with the lyric sheet, and explore the deeper meaning of the songs on "City of Dust.” You'll be glad you did. This is true "Metal with Meaning"--and that's not necessarily a bad thing, at least once in a while. (Bob Szekely)

(The Compound/Battleground Records - 2014)
Score: 90

domenica 12 ottobre 2014

Sedna - S/t

#PER CHI AMA: Post Black Sperimentale, Altars of Plagues
Eccoci finalmente alla resa dei conti. I Sedna li seguo da vicino da qualche anno: era infatti la notte di Halloween del 2011 quando li conobbi e ascoltai per la prima volta, in un piccolo locale nel bresciano. Da li a poco recensii il loro EP, li intervistai in radio e da quasi tre anni attendo con ansia il tanto agognato debutto su lunga distanza. Eccomi accontentato. I tre ragazzi di Cesena rilasciano, dopo qualche assestamento di line-up, un 4-tracks costituito da più di 50 minuti di musica cupa e malefica che incarna l'anima dannatamente maledetta del trio romagnolo. Sarà verosimilmente una certa affinità musicale con i defunti Altars of Plagues, o la vena marcatamente diabolica che ristagna nel sound dei nostri, ma il self/titled dei Sedna è un qualcosa che s'imprime nella testa e marchia a fuoco come l'indelebile segno del diavolo. Ma mettiamo un po' d'ordine a tutte queste frasi che introducono 'Sedna'. Dicevamo delle quattro song che costituiscono il cd, che tra l'altro vanta un artwork in bianco e nero squisitamente angosciante. “Sons of the Ocean” apre il disco con i suoi quasi 20 minuti di sonorità tetre e caliginose: sembra infatti il suono di una nave, nelle nebbie di un porto di mare, quelle che si percepiscono nell'incipit della song, prima che le strazianti chitarre di Crisa prendano il sopravvento e ci conducano nella bolgia infernale. Le ritmiche, soffocanti e serrate, corrono veloci, ammantate da un'aura di tormentata malinconia, che sembra trovare pace, almeno per una manciata di secondi, in un break dai vaghi contorni post rock, spezzato dallo screaming efferato del polivalente Crisa. Il ritmo però va lentamente smorzandosi, sprofondando nei meandri assurdi di un cerchio dantesco, probabilmente l'ottavo, dove dimorano maghi e indovini e dove sonorità al limite del drone, fumoso e psichedelico, potrebbero farne da ideale colonna sonora. L'atmosfera è a dir poco spettrale e nel suo irriducibile climax di risalita, la tensione creata è sicuramente di forte inquietudine. L'epilogo acustico ci introduce a “Sons of Isolation”, traccia il cui inizio mi fa pensare a campane che suonano a morte. Potete ben capire lo stato di angoscia persistente che si è instaurata nel mio io, ormai turbato. E dire che non siamo, per lo meno ancora, al cospetto di sonorità depressive-sucidal, ma i giochi di chitarra e basso (a cura della brava Elyza Baphomet), mettono a nudo l'essenza della mia anima, scaraventandomi in un turbinio di ansie e paure, eccitate come elettroni impazziti, dal sound mefitico dei tre, che arriva da li a poco, a toccare il funeral doom, almeno per pochi istanti. Non temete perchè la furia omicida, dettata dal vibrante drumming di Mattia, instaura la sua feroce dittatura, lanciando i nostri in una cavalcata che ondeggia tra il post hardcore teutonico, lo sludge e il black metal cascadiano. Davvero, niente male. Se poi considerate che un incedere marziale (dal flavour leggermente shoegaze) subentra a mischiare le carte in tavola, potrete ben capire la portata di questa esplosiva miscela raggelante. A grandi passi, come quelli inferti dal drummer sul finale del brano, arriviamo alla psicotica traccia “Life_Ritual” in cui compare, in veste di guest, la litanica voce di Stefania Pedretti, meglio conosciuta per le sue performance negli Ovo e nei BTOMIC. L'effetto sul tappetto ambient drone del brano, è come quello di una strega atta a lanciare il suo peggior maleficio. In “Sons of the Ancients”, in aiuto dei nostri arriva Michele Basso (alias Mike B) dei Viscera///. L'incedere è ancora una volta funesto, ossessivo, macabro pur rivelandoci il lato più intimista dei nostri, che ben presto sfocerà in suoni altalenanti e idiosincrasici, sviscerando l'odio dei Sedna attraverso le vetrioliche vocals di Mike e conducendoci nella nona bolgia, quella dei seminatori di discordia. In definitiva, 'Sedna' è ciò che stavo aspettando da tempo dal trio di amici della Romagna, una miscela di corrosivo ed elegante post black sperimentale. Detto questo, vi lascio ai vostri incubi e io torno nel mio loculo per incontrarli, qui all'interno del Pozzo dei Dannati. (Francesco Scarci)

(Drown Within Records/Unquiet Records - 2014)
Voto: 80

https://www.facebook.com/Sedna.O?sk=wall

Acarus Sarcopt – Tarnation

#PER CHI AMA: Death, Asphyx, Morbid Angel, Death
Questa band francese supera i dieci anni di attività e con un curriculum invidiabile per prolificità, approda al nuovo album con uno smalto invidiabile ed una carica tutta da assaporare. Uscito per la Armée de la Mort Records nel 2014, cosi come accadde per il precedente lavoro, il cd è composto da ben quindici tracce di cui due bonus live, per una durata complessiva di circa un'ora di buon selvaggio death metal old school. La band dimostra d'aver classe fin dalle prime note, sputando riff spaccaossa a ripetizione. Il suono è tipicamente death con spunti ricavati dai superclassici Asphyx, Death e Morbid Angel. I brani scivolano veloci e piacevoli, impatto e violenza non declinano l'invito e supportati da un growl perfetto e uno screaming che rimanda ai vecchi fasti black della band, chiudono un cerchio pressochè perfetto. Troviamo tutto al posto giusto, coordinato da una buona produzione che valorizza ogni cosa, innalzando il valore della proposta musicale. Il massacro continua e vede il suo apice nel singolo che accompagna il video e condivide il titolo con l'album ("Tarnation"). Ottimi musicisti per una esecuzione più che perfetta anche se vecchia scuola e magari porterà poche novità ma decisamente un gran bell'album, ragionato e pur nella sua brutalità, ricercato e tanto sofisticato, compatto e pesantissimo, intento a mantenere il legame con le origini del genere e capace di renderlo ancora interessante e vitale. Gli Acarus Sarcopt meritano grande rispetto, conquistato sul campo e questo loro nuovo lavoro li colloca in una realtà metal francese che negli ultimi tempi, in fatto di musiche estreme, non è inferiore a nessuno. Instancabili fanatici del death metal, questo album è per voi!!! (Bob Stoner)

(Armée de la Mort Records - 2014)
Voto: 70

https://www.facebook.com/ACARUS.Official