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venerdì 1 novembre 2013

The Pit Tips

Filippo Zanotti

Maeth – Oceans into Ashes
Endorphinia – Follow the White Rabbit
In Lingua Mortua – Salon Des Refuses
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Francesco “Franz” Scarci

Milanku - Pris à la Gorge
Blindead - Absence
Anathema - Universal
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Roberto Alba

Oranssi Pazuzu - Valonielu
Necrophobic - Womb Of Lilithu
Inquisition - Obscure Verses For The Multiverse
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Alessio Skogen Algiz

Throne of Agaz - Nifelheim
Tymah - Transylvanian Dreams
Forest of Souls - Contes et Légendes d'Efeandayl
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Michele “Mik” Montanari

Pearl Jam - Lightning Bolt
Orchid - Heretic
Black Mountain - Year Zero
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Mauro Catena

Pearl Jam - Lightning Bolt
Fine Before You Came - Come Fare a Non Tornare
Anders Parker - Songs in a Northern Key
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Kent

Dismember - Like an Everflowing Stream
Tons/Lento - Split 12'
Harakiri For The Sky - Harakiri For The Sky
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Brian Grebenz

Blood Ceremony - The Eldritch Dark
Steven Wilson - The Raven that Refused to Sing (And Other Stories)
King Diamond - Them
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Claudio Catena

Motorhead - Aftershock
Monster Magnet - Lost Patrol
Carcass - Surgical Steel

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Bob Stoner

Grimfaith - Preacher Creature
Monster Magnet - Last Patrol
Tengger Calvary - The expedition

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Maeth - Oceans into Ashes

#PER CHI AMA:  Post/Stoner/Sludge, Cult of Luna, Isis, Pelican
Entusiasmo, punto. Non serve spendere altre parole per questa band del Minnesota. Bastano le note marine della spendida intro "Prayer", quindi l’attacco e la disarmante melodia di "The Sea in the Winter" a fare da ponte verso la monumentale "Nomad" (forse il miglior capitolo dell’abum)... cosa posso dirvi: tutto è perfettamente incastrato, armonico, dinamico, un macchinario dall’anima morbida e suadente, ma vivace allo stesso tempo, pronto ad inghiottirvi in un sol boccone, e siamo solo al terzo brano! Credetemi, una volta entrati nel mondo dei Maeth non se ne esce più, così come il loro disco che sta compiendo innumerevoli giri nel mio autoradio è destinato a rimanervi ancora per molto, perché ad ogni ascolto emerge qualcosa di nuovo, non notato in precedenza, mentre la sensazione di estasi aumenta nota dopo nota, riff dopo riff. Intendiamoci, i padroni di casa non hanno inventato nulla di nuovo, ma sono riusciti a fare quello che molti altri non hanno potuto o voluto, vale a dire trovare la perfetta quadratura del cerchio, rimodellando e plasmando la grandissima lezione lasciata da Isis, Cult of Luna, Pelican (data l’attitudine alle composizioni per lo più strumentali, dove la voce compie rare ma azzeccatissime incursioni, sia sporche che di grande coralità come nell’attacco di "Eulogy") e regalandoci qualcosa che suona terribilmente post, ma con tutta l’accezione positiva del termine: forse oserò troppo, ma mi piace pensare che i Maeth ci stiano regalando tutto quello che avremmo voluto sentire dai gruppi succitati e che per svariati motivi non sia mai uscito dai loro strumenti, qui evoluto e portato sino alle più alte sfere del sublime sonoro, con sprazzi di psichedelia arricchita da momenti ambient e tribali, popolati da tamburi e flauti notturni, a dare il personale tocco che rappresenta ormai un vero e proprio marchio di fabbrica (basti dare un ascolto all’altrettanto valido e magnetico EP d’esordio "Horse Funeral", altro must have). Insomma, resta solo da chiedersi cosa ci daranno in pasto in futuro, perché esordire col botto a volte può rivelarsi una lama a doppio taglio, ma in tutta onestà sono convinto che, quando si trasuda qualità e talento a tali dosi, la percentuale di insuccesso si attesti su valori molto bassi. Per intanto godiamoci questo capolavoro. Bravissimi! (Filippo Zanotti)

The Canyon Observer - Chapter II: These Binds Will Set You Free

#PER CHI AMA: Funeral Doom, Sludge, Post Metal
Ecco l'album perfetto d'ascoltare la notte di Halloween. Che maestosa sensazione infilarsi le cuffie, spegnere la luce e ignorare quei bambinetti che suonano alla porta con il loro fastidioso ritornello “dolcetto o scherzetto?”. Meglio abbandonarsi alle tenebre sonore generate dal sound degli sloveni The Canyon Observer. Funeral, sludge e doom ovviamente a deliziare le mie orecchie, il tutto spruzzato di venature post. “Part I: As We Surrender to Lust” è un delirante viaggio nella notte: atmosfere rarefatte, chitarroni ultra ribassati e lenti su cui poggiano le acidissime e corrosive vocals del cantante. Con “Part II: And the Pleasures of Pain”, sprofondiamo negli abissi: da brividi l'atmosferico incipit, un po' stile Neurosis ma con maggiori influssi funeral, dovute ad un ritmo che stenta a decollare e che rende l'ascolto particolarmente asfissiante. Poi un bel giro di chitarra/basso, corredato da vocals malefiche, spezzano il loop malsano che lentamente mi stava prendendo la testa e ricama misantropiche melodie. Con “Part III: We Can Descend Into the Unknown” i nostri non si perdono tanto in chiacchiere: il ritmo è più spedito, uno squarcio di luce inizia ad emergere nelle note, e il post metal/sludge assume una maggior preponderanza sui suoni funeral iniziali. Le vocals oscillano tra il growling profondo, le urla disumane e il clean, mentre uno splendido break centrale dalle tinte post rock, assume il comando delle operazioni da qui alla fine del pezzo, cullandomi con i suoi delicati suoni. “Part IV: And Drift Away” chiude paurosamente la mezz'ora di ottima musica messa in scena dai nostri nuovi amici sloveni, con una song dal forte feeling malinconico. Ottima scoperta questi The Canyon Observer, da tenere assolutamente monitorati in futuro. (Francesco Scarci)

giovedì 31 ottobre 2013

Jean Jean - Simmetry

#PER CHI AMA: Math Rock
Dopo alcuni mesi passati nello staff del Pozzo, e con una trentina di recensioni alle spalle, inizia ad essere tempo se non proprio di bilanci, almeno di statistiche, e posso dire senza difficoltà che la Francia è la nazione da cui sono arrivate alle mie orecchie le cose più interessanti, forse non in assoluto ma certamente in termini di qualità media. Così anche questo dischetto dei Jean Jean arriva da oltralpe, licenziato da quella Head Records che ci ha recentemente regalato quella meraviglia di “Mosca Violenta”. Confesso di soffrire l’eccessivo tecnicismo che spesso sorregge questo genere, ma quello dei Jean Jean è un math rock straordinariamente fresco, ricco di inventiva e di soluzioni non banali, in grado di rendere questo loro secondo lavoro molto gradevole e capace di catturare immediatamente l’attenzione. La musica di questo trio (anche se l’album è stato registrato quando erano ancora un duo) è un intreccio di math che innesta sulle caratteristiche del genere, ovvero ritmiche ipercinetiche e complesse frasi chitarristiche, elementi innovativi e sorprendenti, quali discrete dosi di elettronica, ariose tastiere e una gradevolezza “pop” d’insieme che è il vero valore aggiunto di questo lavoro. Basti come esempio la traccia di apertura, “Coquin l’éléphant”, densa di riff pesanti e controtempi ma anche di tastiere stratificate, oppure “Laser John”, unico brano cantato, nel quale in poco più di tre minuti convivono le rarefazioni degli Air, il gusto pop dei Phoenix (tanto per rimanere in patria) e le esplosioni emo dei Crash of Rhinos. Ma tutti i pezzi sono degni di nota, dalla marziale “Les Orgues de Gorah” all’intensa “Love”, ricca di suggestioni post rock, fino alla saltellante “Vacherro” e alla rutilante “Wonder Bras”, che con i suoi saliscendi ritmici e chitarristici fulminanti è la degna conclusione di quella che potrebbe essere la perfetta colonna sonora di uno spettacolo pirotecnico da togliere il fiato. In conclusione, "Simmetry" è un disco sorprendente, in grado di piacere davvero a tutti gli appassionati di rock in senso molto lato e molto ampio. Un personalissimo appunto: non so quanto musica del genere possa davvero entrare in profondità, ma sicuramente è in grado di regalare a tutti noi una piacevolissima mezz’ora. (Mauro Catena)

(Head Records - 2013)
Voto: 75

https://www.facebook.com/jeanjeanmusic

mercoledì 30 ottobre 2013

Gloriuos Aggressor - Retribution Curse

#PER CHI AMA: Black progressive, Emperor, Agalloch
Quattro soli brani per questa one man band proveniente dall'Oregon e che fa capo al poli strumentista, cantante e programmatore Colin Smith. Dobbiamo ammettere che anche questa volta Obscure Abhorrence Productions ha centrato il bersaglio portando alla luce un bel lavoro di agguerrito black metal dalle tinte forti e progressive, molto ben rifinite e ben arrangiate. L'intro sinfonico iniziale resta nel classico stile delle aperture di stampo black senza spiccare per eccellenza mentre alla partenza del secondo lungo brano dal titolo "A Prey Most Loathsome", quando l'aria si scalda e partono i tuoni, tutto cambia ed emerge la classe, ad una voce inviperita si associano ritmi vorticosi e una chitarra solista strepitosa per melodia e caldissima sonorità classic metal degli '80s, molto bella ed efficace che prende per mano l'intera traccia e la trasforma a suo piacimento, una vera goduria... Si continua con la stessa intensità e fantasia, un continuo cambio di marcia ed una linea conduttrice che accomuna tutte le composizioni, così tanto ben costruite che risulta difficile staccare il dischetto dal lettore. Si è proiettati in oscuri paesaggi sonori, molto raffinati dalla presenza voluta e costante della componente sofisticata e progressiva che non si spegne mai, arricchita da una conclusione acustica nel brano "Bound: The Punishment Earned", di forte presa emozionale che dona il glorioso finale ad un EP intenso, ragionato e ottimamente suonato. In totale un intro e tre brani che coinvolgono a pieno, con gusto e talento. Siamo nei paraggi sonori di Old man's Child, Agalloch ed Emperor con un tocco di sano, intelligente e classico progressive metal in più. Per ora è solo un gustoso assaggio...rimaniamo in attesa di un full lenght! (Bob Stoner)

(Obscure Abhorrence Productions - 2012)
Voto: 75

http://www.myspace.com/thetruegloriousaggressor

Elkupe – Uzaust

#PER CHI AMA: Folk/Post-rock/Doom, Swans, Ulver (ultimo periodo), Negura Bunget
La band lettone di istanza a Sigulda e proprietà del musicista e poeta Handri Habermanis si definisce come "psychedelic folk and space rock project". Il cd, realizzato nel marzo del 2013 e autoprodotto, si intitola "Uzaust", è particolare per essere stato cantato interamente in lingua madre. L'artwork è molto carino, distante dalle solite immagini macabre, ricorda molto il paese d'origine, peccato non poter tradurre i testi che per altro neanche sono riportati nel cd. Comunque parlando della musica al suo interno, in questo cd troviamo un gran bel mix di atmosfere dall'umore oscuro in salsa post rock con cadenze doom e vagamente post hardcore. L'effetto poetico e l'impronta narrativa solca pesante tutte le tracce e quel malessere esistenziale degno di un poeta maledetto è sempre presente. É difficile spiegare un disco simile tra strappi dirompenti di post punk al rallentatore e momenti intimi di folk notturno e introspettivo, l'idea potrebbe essere quella di paragonare gli Elkupe, ovviamente in una veste rimodernata e aggiornata, a quelle band che hanno fatto grande il rock di matrice poetico/oscura come Nick Cave and the Bad Seeds e Crime and the City Solutions passando per gli ultimi Ulver e gli Swans, anche se meno rumorosi e con una vena più post rock e una buona attitudine al doom, rallentato e intenso. In questo lavoro non si parla di metal nè di dark ambient ma semplicemente di una musica che vive di luce propria ed è direttamente collegata alle band sopra citate per affinità espressive, poetiche e notturne, non esplicitamente per riferimento musicale. Qui i suoni e i ritmi scavano nell'anima profondamente, lasciando ostinatamente quell'amaro in bocca per lungo tempo e uniti alla formula psichedelica/sciamanica delle composizioni, rendono tutti i brani dei bellissimi viaggi attraverso terre sconosciute e inospitali. Probabilmente "Uzaust" non sarà capito dai più, difficilmente il mondo metal lo accoglierà a braccia aperte, ma in ambito alternative potrebbe essere una ottima scoperta, una forma di musica urticante e colta, volta al messaggio nel suo insieme, non nella veste ma nell'anima. Un lavoro dalle ottime qualità, molto variegato e dagli spunti folk che ricordano vagamente le stranezze folkloristiche dei Negura Bunget nell'album "Om". Bellissimo lavoro, da avere! (Bob Stoner)

martedì 29 ottobre 2013

Dyed in Grey – The Abandoned Part

#PER CHI AMA: Progressive Death, Between the Buried and Me, Periphery, Agraceful
Primo lavoro per i newyorkesi Dyed in Grey sulla scia del melodic death metal dalle forti connotazioni chitarristiche e melodie progressive. L'album è autoprodotto ed è ben suonato, forse troppo patinato e poco incisivo nell'aggressività sonora per essere catalogato come djent, comunque è un disco che gode di una qualità di registrazione molto elevata. Un mixaggio meno dolce e qualche passaggio più rude avrebbe dato più forza all'intero lavoro ma se valutiamo i canoni stilistici del genere rasentiamo la perfezione. Il sound è molto cristallino e caldo adatto alle incursioni jazz fusion che spesso si intersecano con il moderno impasto metal cantato in growl e le aperture melodiche di un cantato pulito e molto accademico per certi versi vicino alle tonalità di M.J. Keenan dei Tool in una veste meno esasperata e più sognante. Mille gli allacciamenti che si potrebbero fare, dai Between the Buried and Me alle melodie accattivanti dei Disturbed, passando per certi aspetti dei Becoming the Archetype e le acrobazie dei Periphery (sentitevi "An Excerpt of Nothing"), con la spinta degli Agraceful e il sapore metallico dei Carcass (leggasi "Sphere of Light"). Un album lungo ed elaborato, di ben nove brani studiati e ragionati fin allo sfinimento, un lavoro certosino di gusto e tecnica raffinata. L'amore per il virtuosismo si sente nella precisa e minuziosa sezione ritmica come nei riff acrobatici di una chitarra dal suono caldissimo di chiara scuola Carcass nella solistica e in alcune schegge impazzite di follia sonora alla Protest the Hero o negli attimi di violenta allucinazione jazz/prog metal di scuola Psyopus. Un lavoro da leccarsi i baffi insomma, da ascoltare e riascoltare per scovare le mille sfaccettature nascoste dietro un'improbabile facciata di semplice e banale melodic death metal. Raccomandato agli amanti del progressive death metal più raffinato e colto. (Bob Stoner)

lunedì 28 ottobre 2013

Monte Penumbra - Heirloom of Sullen Fall

#PER CHI AMA: Black Avantgarde, Ved Buens Ende, Blut Aus Nord
Vi avevo detto di tenere sotto controllo questa etichetta americana, la Daemon Worship Productions, perché ne avremo sentite delle belle e questi portoghesi Monte Penumbra non fanno che confermare le mie ipotesi. La band lusitana ha tra i suoi due membri tal W.uR, che avevamo già incontrato in occasione della recensione degli Israthoum, band black metal dalle tinte mefistofeliche. In compagnia di Mons Vcnt, fidato scudiero anche negli Ab Imo Pectore, i nostri danno luce a questa strana creatura dedita a suoni neri come la pece e dall'aura occulta, come confermato anche dalla opening track, “By Depths Occult“. La song offre un black d'avanguardia che risulta principalmente influenzato dalle sonorità di Ved Buens Ende e suoi derivati. Potrete quindi capire che quello che ho fra le mani, non è certo un prodotto di semplice assimilazione in quanto i suoi suoni risultano spesso stralunati a causa della loro imprevedibilità. Imprevedibilità appunto a rappresentare il punto di forza del duo portoghese. Quando attacca infatti “Dark Figure” rimango rapito dai suoi suoni (e dalle sue splendide clean vocals), che muovendosi tra Virus, Arcturus e altri mostri sacri del genere, ci delizia con le sue parti atmosferiche miscelate alla perfezione con il sound avantgarde-progressivo che sta rendendo grandi, recentemente, anche gli Enslaved. In “A Moonlit Stream Protrude“, la voce torna ad essere più sofferta mentre le linee di chitarra si confermano sghembe e deliranti con psichedeliche fughe in territori catartici, tanto cari ai miei amati Blut Aus Nord. Una meraviglia, seppur sia di difficile digestione. Si continua con gli umori fluttuanti di “The Trident and a Vagrant” in cui ad alternarsi è la voce di W.uR tra il raw e il pulito e le atmosfere decadenti garantiscono momenti di ancestrale bellezza. “Kinaesthetic Smoke” si apre con interlocutori suoni stranianti: lame e una componente noise su cui poi si attacca la ritmica tagliente dei nostri e delle indecifrabili voci in sottofondo, ma la sorpresa compare ben presto con delle ambientazioni che oscillano spaventosamente tra il drone e l'elettronica. Quasi vacillante sotto i colpi inferti da questo delirante esempio di musica d'avanguardia, mi appresto ad affrontare le conclusive “Drawn”, assai caustica e malata nel suo incedere con un altro allucinante break centrale da far impallidire i nostri visi ed infine “Circulus Vitiosus”, ultima song che mette la parola fine al delirio creato da questo “Heirloom of Sullen Fall” con sonorità ancora al limite dell'ambient/drone e della sperimentazione fine a se stessa. Monte Penumbra, un nome da appuntarvi assolutamente nelle vostre agendine come prossimo disco da acquistare... (Francesco Scarci)

(Daemon Worship Productions - 2013)
Voto: 80

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