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domenica 11 novembre 2012

The Gathering - Downfall

#PER CHI AMA: Death/Doom, Celtic Frost
Attenzione! Prima di procedere nella lettura di questa recensione, rispondete alle seguenti domande: siete dei fan sfegatati dei primissimi lavori dei “The Gathering”? di quelli che se vi capita di ascoltare il loro “Always...” vi coglie un attacco di nostalgia canaglia? Pensate che Anneke van Giersbergen (sospiro) come unica voce li abbia rammolliti? Non vedete di buon occhio il mitico “Mandylion” (a me piaceva da matti, nostalgia canaglia) e ancora meno “How to Measure a Planet”? Se avete risposto “sì” ad almeno due di queste domande, potete continuare nella lettura. Questo è un prodotto dedicato agli ammiratori senza remore del gruppo. Altrimenti potete tranquillamente passare oltre che non mi offendo... vabbé un po’ sì. Vi sembra di riconoscere questo album? Avete ragione, infatti si tratta di un ri-edizione di “The Falling - The Early Years”, una loro raccolta del 2001. La Vic Records la ri-pubblica cambiando scaletta e aggiungendo un sacco di extra, alcuni dei quali davvero rari. Le tracce presenti si rifanno ai tempi in cui i nostri producevano un oscuro doom/death metal e le voci femminili erano solo “backing vocals”. Tracce in cui esce il desiderio di creare atmosfere rarefatte ed evocative di sensazioni oscure. Il disco si apre con le prime sei tracce che derivano da un promo del 1992 di “Almost a Dance”; scopro che qui il cantante non è il Niels Duffheus della versione finale dell’album, ma il growler originale Bart Smits. Per me è una bella sorpresa, non ho un gran ammirazione per Niels e forse Bart, sebbene pure lui non fosse particolarmente adatto al desiderio di quei tempi di cambiamento della band, avrebbe dato a “Almost a Dance” un’anima diversa, chissà. Va be’, dicevamo? Ah già, si continua poi con canzoni presenti nella prima edizione del ciddì. Derivano dai demo “An Imaginary Symphony” (1990), “Moonlight Archer” (1991) e da altri inediti. Spicca la cover di “Dethroned Emperor” dei Celtic Frost, ulteriore indizio sulle loro origini. Si prosegue quindi con una serie di registrazioni di performance dal vivo. Una parola sulla qualità del suono: visto quando sono stati registrate, non è per niente male. Cosa ci rimane alla fine di questa cavalcata nei primi vagiti dei “The Gathering”? A me viene naturale confrontare questa raccolta con ciò che lo ha seguito. Il risultato è un sensazione un po’ divertita mista ad una nostalgia distaccata. A coloro che han sostenuto il gruppo fin dagli esordi, e magari poi abbandonato, questa riedizione regalerà sicuramente emozioni più forti. (Alberto Merlotti)

(Vic Records)
Voto 60 

The Reset - Progenitor

#PER CHI AMA: Djent, Progressive Death, Tesseract, Meshuggah
Un grazie a Simone Saccheri (chitarrista degli (Echo)) per avermi suggerito questa giovane band proveniente da Orlando (Florida), autrice di un buon EP d’esordio, capace di miscelare ritmiche brutal death con le sonorità polifoniche del djent (scuola Meshuggah), con spaventosi cambi di tempo, il tutto eseguito in poco più di 12 minuti di tempesta elettrica. Il lavoro si apre con la strumentale “Materia” che permette immediatamente di identificare il genere proposto dall’act statunitense; la song cede il passo, dopo un paio di minuti di bombardamento a tappeto, stemperato solo da ipnotiche keys, alla ancor più ferale “Relativity” che con le sue chitarre ribassate, il growling oscuro di Steven McCorry, e il suo dilaniante incedere psicotico e al contempo efferato (grazie ad una ritimica mega serrata), ha lo stesso effetto di una pesante bastonata dietro alle ginocchia, mi ha piegato in due. La terza “Satcitananda” apre come il ruggito di un leone, ma con la sorpresa di clean vocals (stile Tesseract), con le chitarre che persistono nel loro gioco ubriacante di fraseggio e passaggio da una parte all’altra delle mie cuffie, portandomi al più totale disorientamento. Ancora l’effetto che percepisco al termine di questa song è quella di essere stato incappucciato, fatto girare decine di volte su me stesso, qualche bastonata qua e la, e poi, tolto il cappuccio, mi ritrovo collassato sul pavimento. La conclusiva “Imperium” continua su questo binario, ma sembra la meno convinta del lotto (anche in fatto di vocals non del tutto convincenti), comunque apprezzabile il lavoro in fase tecnico-compositiva, che conferma che per proporre un simile genere, sia necessario avere le palle quadrate. Veloci ma essenziali. (Francesco Scarci)

(Self) 
Voto: 70

Decapitated - Organic Hallucinosis

#PER CHI AMA: Techno Brutal Death
Della serie, riscopriamo vecchi album del passato, mi domando se ci sia qualcun altro che mi voglia prendere a scarpate nel culo quest'oggi? Dopo i Krisiun ecco recensire un’altra bastonata per i miei oramai delicati timpani: trattasi questa volta dei polacchi Decapitated e del loro album edito dall’Earache, “Organic Hallucinosis”: poco più di mezz’ora di furia omicida miscelata alla perfezione con le ritmiche sincopate tipiche dei maestri Meshuggah e di altre trovate strampalate che potrebbero accostare la band ad altri mostri sacri quali Cephalic Carnage o Cryptopsy. L’evoluzione musicale iniziata in “Nihility”, prosegue in questo capitolo, il quarto, proiettando la band, guidata dal nuovo cantante Covan (ex Atrophia Red Sun), ad essere una delle più belle realtà del metal estremo. Il quartetto polacco continua a crescere (e le release successive l'hanno poi dimostrato) e si sente: sono infatti abili nel miscelare la brutalità del proprio sound con divagazioni avantgarde e i tipici stop’n go dei master svedesi. Il tutto poi, fatto con un’invidiabile tecnica individuale, nonostante la giovane età dei nostri, rende il lavoro ancora più appetibile. Buona la performance vocale di Covan che, prendendo le distanze dai gorgheggi tipici del genere, interpreta i brani con assoluta personalità. Assoli al fulmicotone, velocità al limite dell’umano, melodie dissonanti, furenti blast beat, accelerazioni mozzafiato, elucubrazioni chitarristiche e atmosfere snervanti, accompagnate da una equilibrata produzione, completano ulteriormente, uno dei lavori più interessanti tra quelli usciti nel 2006. Sebbene non ci troviamo di fronte ad un capolavoro che brilli per originalità, devo ammettere che la proposta dei nostri è risultata davvero spiazzante per il sottoscritto; bravi, ma ne sono certo, c’è ancora spazio per migliorarsi... (Francesco Scarci)

(Earache Records) 
Voto: 75

Krisiun - AssassiNation

#PER CHI AMA: Brutal Death
Che sonora mazzata nei denti ragazzi... ecco in poche parole cosa racchiude l'album dei brasileiros Krisiun, il sesto della loro esplosiva discografia: 46 minuti di ferocia inaudita, decisa a perforare i nostri sempre resistenti (ancora per poco) timpani. Il combo sud americano non si allontana di molto dal proprio tipico stile techno-brutal-death, che oramai contraddistingue la band, fin dal lontano debutto del 1993: un sound compatto, solido e rovente, suonato costantemente con un’elevata perizia tecnica. Disumano è il lavoro alla ritmica, con una batteria rutilante, precisa e variegata a costruire atmosfere annichilenti e claustrofobiche; le debordanti ritmiche, ricche di cambi di tempo, constano di selvagge chitarre laceranti, efficaci nel creare un muro sonoro insormontabile, che si alternano, con imprevedibile naturalezza, a momenti d’insana tranquillità, quasi a preannunciare l’arrivo della tempesta, fatta d’impeccabili assoli che giocano molto spesso, a rincorrersi l’un con l’altro, nell’arco dei vari brani. Musicalmente i Krisiun sono accostabili agli Hate Eternal, anche se gli ultimi lavori del combo statunitense non mi avevano convinto completamente, per una certa immobilità di fondo; al contrario, l’ascolto di “AssassiNation”, si è rivelato davvero entusiasmante. L’assalto sonoro profuso dal platter, targato Century Media, e coadiuvato dall’eccellente produzione ad opera di Andy Classen, consacra definitivamente il trio, guidato dai brutali grugniti di Alex Camargo, quale migliore band nel genere. Consigliatissimi agli amanti del genere. Devastanti... (Francesco Scarci)

(Century Media)
Voto: 80

Australasia - Sin4tr4

#PER CHI AMA: Sonorità Post
Dannazione, solo 22 minuti! Io ne volevo molto di più… Signori, vi presento gli italiani Australasia, ennesima dimostrazione di come il nostro bel paese, pur regredendo sempre più da un punto di vista economica, stia invece facendo balzi da gigante in territori musicali/artistici, tanto da rischiare di scalzare i godz mondiali. Gli Australasia ci presentano la loro personale interpretazione di post rock, dalle fosche tinte autunnali si, ma anche contraddistinto da un più elettrico e corrosivo uso delle chitarre. “Antenna” funge quasi da intro (ma intro non è) del lavoro e non fa altro che palesare l’amore del duo per l’entità post rock mondiali, penso soprattutto a God is an Astronaut ed Explosions in the Sky, certo che poi, quando la ritmica inizia a pestare sul serio deduco, che con il duo italico, si va ben oltre al post rock, nella normale accezione della definizione. Quando “Spine” attacca infatti, e ricompare il feroce fragore dei blast beat, rimango attonito ed affascinato dinnanzi siffatta espressione musicale. Sicuramente nel sound dei nostri compaiono le classiche stemperanti aperture ariose del genere “gentile”, ma accanto a queste si collocano pure, roboanti cavalcate dall’incedere devastante. E forse proprio in questo imprevedibile connubio tra forza e delicatezza, tra mostruosi riffing ed inserti elettronici, parti atmosferiche e melodie soffuse, che si nasconde il punto di forza dei nostri. “Apnea” inizia in modo più sinuoso, rilassato e finalmente si vede la comparsa di un angelo alla voce, mentre la musica assume connotati che esulano completamente dal metal e i suoni pian piano avvinghiano le mie terminazioni nervose, provocando un esaltante rilascio di endorfine, ma la song dura troppo poco per poterne assaporare tutte le sue sfaccettature. Va di scena (e scusate il gioco di parole) “Scenario”, song che si apre in modo canonico, per poi lasciar posto all’ennesima scarica al limite del post black (chi ha citato Deafheven?) contaminato dallo shoegaze. Cavolo anche questa dura troppo poco, che nervoso. Diamine, qualche brano più lungo non si poteva fare? Va beh, rassegnato di fronte a questa evidenza, mi lancio all’ascolto della seconda metà di questo EP: “Satellite”, “Retina” e “Fragile” completano questa release di sette pezzi, contraddistinte dalle melodie sonnacchiose della prima traccia, dalla robusta sezione ritmica della seconda contrappuntata da bei giri di chitarra ed infine dal pomposo e seducente sound dell’ultima traccia. Beh che dire, se non che anche oggi abbiamo scoperto una nuova interessante realtà nostrana, che auspico possa esplodere molto presto, grazie anche al vostro supporto, e possa dare del filo da torcere a tutte le realtà statunitensi, che ancora per poco primeggeranno nel panorama mondiale. “Sin4tr4”, una fantastica scoperta… (Francesco Scarci)

(Golden Morning Sounds)
Voto: 80

Frozen Ocean - A Perfect Solitude

#PER CHI AMA: Ambient/Post Rock
Ritorna sulle pagine del Pozzo, la one man band moscovita dei Frozen Ocean, sempre guidata dal factotum Vaarwel. La band, che avevamo incontrato in occasione dei due interessantissimi lavori che precedono questo “A Perfect Solitude”, esce con quello che probabilmente rappresenta il perfetto connubio tra “Vestigial Existence” e “Likegyldig Raseri”, però in una veste drasticamente più soft. La nuova release infatti risulta maggiormente orientata verso lidi ambient post rock, con ampio spazio concesso alla componente strumentale, con ben cinque song prive di vocals. Dopo la malinconica intro affidata a “Broken Window”, incontriamo “Somewhere Clouds Debark” e le nuvole cariche di pioggia iniziano ad incombere sulle nostre teste. Ecco subito trasparire quindi l’immagine autunnale legata al freddo, alle intemperie e quant’alto, con un’atmosfera drammatica e triste, che permea, fin dagli albori, il sound dei Frozen Ocean. Le chitarre drappeggiano decadenti tonalità grigio fumo, dall’incedere lento e oscuro, mentre le drammatiche clean vocals, recitano su un tappeto di ispiratissime tastiere. La terza “A Sunflower on the Prison Backyard” è una traccia di 13 minuti, di cui la metà, spesa in tocchi eterei di synth e la seconda metà che presenta invece la stessa plettrata alienante per i successivi sette minuti, con un riff melodico che fortunatamente si sovrappone, nell’ultimo spezzone di brano. Straniante ma deludente. “Mare Imbrium” ci avvolge ancora con delle tetre ed ipnotiche melodie, create dalle sue ammalianti tastiere, coadiuvate, in un secondo momento, anche da uno splendido giro di chitarra e dal freddo suono della drum machine. Poco importa però, la traccia, in piena tradizione burzumiana, fluttua nell’etere, catturando i miei sensi. Con “Camomiles” mi aspettavo qualcosa di sonnacchioso, invece si sfocia nel noise, con suoni non proprio cosi facili da identificare, tanto meno da immagazzinare; questa tematica sarà ripresa anche nella conclusiva “Cleavage and Emission”. “Unavailing Steps on Perpetual” mostra infine il lato più brutale dei Frozen Ocean, con un epico attacco blackish (e un quasi un accenno di screaming vocals), e delle atmosfere darkeggianti che mi hanno ricordato i finlandesi Throes of Dawn. Insomma, “A Perfect Solitude” è un lavoro contraddistinto da luci ed ombre, in cui la componente ambient/noise, mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca, mentre le song cantate e quelle più ispirate, mi hanno davvero entusiasmato. Da rivedere col prossimo album, in cui sinceramente nutrirò molte più aspettative. (Francesco Scarci)

(Wolfsgrimm Records)
Voto: 75

giovedì 8 novembre 2012

Wedding In Hades - Misbehaviour

#PER CHI AMA: Doom Gothic, My Dying Bride
Vi confiderò che la Francia, a differenza del Franz, non m'ha mai attirato molto musicalmente a parte per qualche complesso. E i Wedding In Hades confermano il mio scetticismo verso la loro scena. Composizioni prive di ogni originalità e testi squallidi, fanno da padroni in questa pubblicazione, rendendomi di difficile sopportazione l'ascolto. Per perizia, ho pure dato un ascolto al loro primo full length e mi sembrava nettamente migliore. Non nascondo invece che il gruppo cerca di crearsi una propria personalità musicale provando ad uscire dai stilemi del genere britannico, usando chiari riferimenti ai Type O Negative o ai Saturnus. La presenza della violinista Marie Clouet (scomodata dalla The Grand National Orchestra Of Ile De France), rimane marginale e, invece di aiutare la band ad emergere nelle composizioni, si confonde nel resto dell'opera. Ma le sorprese non si fermano qui, perché all'interno di questo disco trovo un'ulteriore supporto al mio giudizio: una traccia death metal. Fatta male per di più. Probabilmente è stata scritta apposta come un simpatico scherzo o come tattica geniale per dar risalto all'opera, ma in un contesto dove si fatica a produrre un buon disco, non vedo spazio per tali perdite di tempo. Non uno ma tre passi indietro dal disco precedente, a dimostrazione che ultimamente la BadMoonMan Music non ne azzecchi una in fatto di band, a differenza delle etichette gemelle. Bocciati. (Kent)

(BadMoonMan Music) 
Voto: 50

mercoledì 7 novembre 2012

Toorn - Kronieken Van Het Einde

#PER CHI AMA: Death Doom, primi Katatonia
Toorn… Ira. “Kronieken Van Het Einde”… “Cronache della Fine”. Fatevi pure un’idea sul cosa aspettarsi dall’ascolto del secondo lavoro, uscito il 30 settembre, della one man band fiamminga, guidata da Mr. Gorik. La strumentale “A” apre il disco e le sue malinconiche melodie richiamano immediatamente il sound atavico dei Katatonia (era “Brave Murder Day”). Potrete pertanto immaginare la goduria per le mie orecchie, ma aspettiamo ad esaltarci; certo che quando “Omen” attacca, è inevitabile l’accostamento con i gods svedesi, anche in modo fin troppo eccessivo. Poco importa però, la band di Blakkheim e soci, ha ormai preso il largo verso altri lidi più rock, quindi ben venga la proposta death doom, dalle forti venature autunnali del mastermind belga. Se mi chiedete poi di descrivervi l’album, beh questo mi risulterà estremamente semplice: prendete ancora una volta il capolavoro della band svedese, traslate quel sound al 2012, quindi modernizzandolo con gingilli ed orpelli vari, tenendo come costante la lunga durata dei pezzi, un sacco di parti atmosferiche con voci soffuse, e avrete anche voi il vostro gioiellino di death depressivo a portata di mano. “Zomerzonnewende” apre con il più classico degli arpeggi, che tra l’altro ricopre buona parte della canzone, prima di lanciarsi in una sorta di climax ascendente, all’insegna di un sound emozionale che si mantiene comunque soffuso e decisamente melancolico. Poco spazio, ma va bene cosi, alla voce di Gorik, che si alterna tra un growling/screaming estremamente “gentile” ed alcuni vocalizzi oscuri ma puliti. Le chitarre stanno sempre li, a dipingere desolati paesaggi innevati, con le ritmiche che talvolta divengono aggressive (quasi black), e “Solitaire” ne è un esempio, che spinge sull’acceleratore che è un piacere, ma le cui keys di sottofondo e le parti arpeggiate, regalano deliziose melodie ancestrali. “Hiaat” è un altro pezzo strumentale che ci prepara al poker conclusivo, che si apre con i dieci minuti abbondanti di “Carpe Omnia”, song piuttosto ruvida, in cui il nostro Gorik sembra perdere per strada un po’ dello smalto con cui aveva deliziato il mio palato nella prima parte del lavoro: troppo poco convincente ed assai impersonale la ritmica nei primi cinque minuti; il classico intermezzo acustico, fortunatamente risolleva le sorti di una traccia di cui avrei certamente fatto a meno. “Winterzonnewende” lascia presagire sin dal titolo di essere una song dalle sfumature invernali, e l’ennesima apertura acustica (suggerisco una drastica riduzione di questo tipo di aperture), permette solo di intravedere le tenebre della notte nordica. Comunque ottima song che forse arriva addirittura a richiamare “Dance of December Souls” dei pluricitati Katatonia. “Ω” chiude in definitiva un album dalle ottime prospettive, che auspico non passi inosservato a chi, come me, si ciba di questo genere di calde sonorità autunnali. Poi siamo anche nella stagione giusta, quindi guai farselo sfuggire… (Francesco Scarci)

(Self) 

Voto: 80

Obsidian Sea - Between Two Deserts

#PER CHI AMA: Epic Doom, Candlemass, Isole, Saint Vitus
Son contento. Da tempo non mi giungeva in mano un'opera come questa, capace di riportami alla mente ricordi di bei tempi andati e farmi riaffiorare le stesse emozioni del passato. Sto parlando del debut album degli Obsidian Sea, gruppo di Sofia che in questa giorno mi ha accompagnato per tutto il pomeriggio. La band formatasi nel 2009, rilascia un demo nel 2010, prima di debuttare con questo "Between Two Deserts" proponendo un epic doom in completo stile Candlemass, con una buona attitudine classicista, che in certi passaggi li porta ad assomigliare a band come i Saint Vitus. L'artwork e i testi sono tutto ciò che apprezzo fortemente in una band che si avvicina all'epic doom, ovvero un pizzico di misticismo e magia insieme a molti elementi che richiamano immaginari fantasy e antichi. Purtroppo non posso dire lo stesso della musica. Nonostante un'ottima attitudine e delle buone tracce, il gruppo bulgaro non riesce a convincermi della sua completa validità artistica. Le composizioni sono grezze e scarne ma presentano anche una buona musicalità ed un equilibrato intrattenimento tra gli schemi troppo chiusi del genere ed una lieve presa delle composizioni proposte dalla giovane band. In pratica è un disco acerbo e primitivo, non solo nelle composizioni ma anche nei suoi suoni ruvidi e privi di ausili moderni. Confido in una futura release dove si capirà se questi Obsidian Sea riusciranno ad emergere attraverso una propria personalità o abbandoneranno i lidi del doom per addentrarsi a qualche contaminazione, dato che vanno tanto di moda ultimamente. Nel frattempo se siete amanti del metallo oscuro old school, vi consiglio di darci un paio di ascolti intensi, potrebbe anche ammagliarvi. (Kent)


(Solitude Productions) 
Voto: 65

Hypnotheticall - Dead World

#PER CHI AMA: Progressive (tanto), Power (pochissimo)
Gli italianissimi (e vicentini) Hypnotheticall si sono formati nel lontano (o vicino?) 1999, dall’incontro di tre elementi: Francesco Dal Barco (voce), Giuseppe Zaupa (chitarra) e Paolo Veronese (batteria). Dopo l’uscita del demo “In Need of a God?” nel 1999, a pochi anni di distanza ecco che vede la luce anche il primo lavoro (ufficioso, oserei chiamarlo) “Thorns”. Presisi una pausa di riflessione, nel 2005 tornano con dei nuovi membri: Mirko Marchesini (chitarra), che poi rimarrà fino ai giorni nostri. Uscito un altro lavoro nel 2006, e rimaneggiando le vecchie opere, si arriva all’anno in cui altri due elementi entrano nella band: Luca Capalbo (basso) e Francesco Tresca (batteria). Poco prima dell’uscita del vero e proprio album “Dead World”, Paolo Veronese esce dal gruppo. Rimarrà comunque citato nel booklet in quanto autore dei brani. La title track si apre con influenze industrial: suoni distorti, drum machine e aria inquietante. Dopo poco fanno breccia anche archi che aprono la strada alla chitarra forte e chiara. “The Eternal Nothingness of Sin” ha un ritmo incalzante ed aggressivo, mentre la batteria accompagna in modo scandito le parole, con qualche rullata qua e là. Tutta la canzone è un tripudio di batteria e chitarra, mentre la voce di Dal Barco rimane sempre grintosa. Nei ritornelli hanno inserito anche dei cori, che sollevano l’udito da un ritmo che rischierebbe di essere pesante. Verso l’ultima parte il ritmo diventa quasi acustico, rilassato: da li a poco si torna alla grinta iniziale, ma con una vena un po’ più melodica. Il loro primo singolo, “Fear of a Suffocated Wrath”, mostra una vena più melodica rispetto al brano precedente, ma comunque di forte impatto, avvicinandosi più ad un progressive metal condito da qualche scream, molto piacevole da ascoltare e cantare. “No Room to Imagination” cambia le regole in tavola: ritmo veloce, batteria pesante e la voce tornata al livello di “The Eternal […]”. Perfetta per essere cantata live, la song racchiude una perla di assolo di batteria+chitarra che si può trovare in altre band power-melodic: difficile tenere ferma la testa. “Heaven Close at Hand” sfiora leggermente l’industrial, con un intro di chitarra e batteria che ricorda (ma molto vagamente) le ambientazioni delle maggiori band americane. Tutto il brano è un vortice di diversa intensità: se all’inizio era incalzante, durante il cantato rallenta per accompagnarlo, tornando poi veloce e tosto. Degno di nota anche il massiccio uso della batteria in sottofondo. “Hi-tech Loneliness” mi ricorda un po’ gli Incubus, con la voce in primo piano e la chitarra appena pizzicata. Tutta la traccia si sviluppa su questo gioco, creando un ritmo sincopato. Molto interessante è anche l’assolo di chitarra, pieno di passione: un tributo al dio rock di stampo classico, dove la testa si reclina indietro e gli occhi si chiudono, assaporando nota dopo nota. “Lost Children” riprende il sound del singolo, con all’interno una piccola e breve occhiata alla musica mediorientale (a metà brano): si odono infatti note di sitar, e di un altro strumento a corde che viene suonato anche accompagnando la danza del ventre. Chiusa la parentesi arabeggiante, si torna al puro progressive dei Dream Theatre, i quali sicuramente avranno ispirato il nostrano ensemble. Questa è anche la prima canzone che si conclude sfumando, anziché chiudendo direttamente; probabilmente per accompagnare l’ultima traccia, la strumentale, “Bloody Afternoon”. Qui la chitarra torna nuovamente pizzicata ed acustica: mi immagino Zaupa seduto davanti ad un camino, in una giornata fredda e piovosa, mentre imbraccia la chitarra ed inizia a suonarla ispirato dal mood di quel momento; ne esce questa canzone calma e profonda, come racchiusa in un mondo tutto suo. Più che aver ascoltato un album, mi pare di aver fatto un viaggio, esplorando le diverse sfumature che il progressive può dare. Per essere il loro primo lavoro discografico, non è affatto male anche se ha bisogno di svariati ascolti per essere apprezzato pienamente. Ora non resta che aspettare il prossimo lavoro. (Samantha Pigozzo)


(Insanity Records) 
Voto: 75

Absinthium - One for the Road

#PER CHI AMA: Thrash, Heavy, Megadeth, Testament
Sono lì, controllo alcune cose del mio disordinato tavolo, e mi cade l’occhio sull’artwork di questo “One for the Road”. Penso: una taverna abbastanza oscura, una figura fatata dalla ragguardevole sensualità, un uomo disteso su un tavolo per colpa di un bicchiere di assenzio... mmm mi sa che qui andiamo sull’etereo, sull’impalpabile. Va bene, un po’ cauto metto il CD nel lettore, mi armo di cuffie e parto all’ascolto. Qui mi rendo conto che quella copertina è fuorviante: mi ritrovo infatti con otto canzoni thrash/heavy molto consistenti. Primo LP per i campani Absinthium, alle loro spalle hanno una storia iniziata nel 2003 e due demo (rispettivamente nel 2006 e nel 2009). Vari cambi nella formazione, e la scomparsa del singer Luca Cargiulo, hanno portato alle line-up attuale: Alessandro Granato alla voce, Franco Buonocore alle chitarre, Dario Nuzzolo al basso e Tommaso Ruberti alla batteria. Il primo ascolto mi lascia freddino, invece i seguenti mi convincono a) della bontà del loro operato b) del fatto di essere ubriaco al primo ascolto. Sopra dicevo della struttura delle tracks, ecco sono piuttosto influenzate dal metal degli anni ottanta e primi novanta. Attenzione non siamo alla clonazione dei classici gruppi del periodo (Megadeth e Metallica in primis), però l’ispirazione si è quella lì. La band fa un buon lavoro, si possono scorgere contaminazioni di altri generi con risultati spesso gradevoli e interessanti. Le tracce sono potenti e solide, si appoggiano su dei riffoni tiratissimi, ben eseguiti e nel complesso non troppo banali. Il cantato vi si amalgama bene: è pulito, evocativo e piuttosto orecchiabile. Decisamente quadrata la parte ritmica, regge adeguatamente il tutto. Ne esce una miscela heavy-thrash niente male, naturalmente ci sono momenti esaltanti e altri più aridi, l’insieme mi colpisce positivamente. Si sente la volontà di non appiattirsi dal punto di vista compositivo: i cambi di atmosfera, gli stacchi, gli assoli (classici, semplici, ma ben eseguiti) ne sono la prova. Cito, tra i pezzi, “H.A.I.L.” e “Mr. Nothing” con i loro buoni fraseggi. Ritengo però “Skull” la migliore del mazzo, la cui introduzione melodica, fa da contraltare alla sua susseguente esplosione, i cori e l’assolo morbido poi ne fanno il punto più alto del disco. Pollice verso per “Circular Saw” e l’inutilmente lunga “Black Gown”. Una prima prova che mi convince, piuttosto semplice nella parte della scrittura delle canzoni, ma ben suonata, ben prodotta, direi priva di grandissimi cali, ma che pecca di un qualcosa che possa colpire. Il titolo dell’album dovrebbe riferirsi all’ultimo bicchiere (no, fermi con gli oggetti contundenti, Nikki e Max Pezzali non c’entrano) da bersi prima di un lungo viaggio: ora mi auguro che il lungo viaggio sia una loro tournée, e non una loro assenza dalle sale di incisione. Mi aspetto un nuovo lavoro più deciso e personale. (Alberto Merlotti)

(Punishment 18 Records)
Voto 70

martedì 6 novembre 2012

Yayla - Fear Through Eternity

#PER CHI AMA: Soundtrack Ambient, Burzum, Dead Can Dance, Popul Vhu
Yayla è il progetto con sede in Turchia del musicista Emir Togrul che abbiamo conosciuto qualche tempo fa con un lavoro di grande fascino ma che affrontava tutt'altra sonorità rispetto al presente “Fear Through Eternity”, dal titolo “Sathimasal” da noi allora ben recensito. Il valore di questo musicista ermetico consiste nel creare musiche estremamente profonde e coinvolgenti, oscure e molto criptiche. Yayla stavolta elimina ogni tipo di suono distorto, al contrario del precedente lavoro, e misura la sua capacità compositiva con una colonna sonora preparata ad arte per un suo film, dal titolo ovviamente uguale all'album “Fear Through Eternity”, di cui si può vedere il trailer sul sito www.merdumgiriz.org, sito che ospita tutti i lavori del suddetto artista (purtroppo non siamo riusciti a risalire alla tematica del film, ne a vederlo, non conosciamo il suo scopo commerciale o la sua distribuzione, ma sembra sia autoprodotto dall'autore, e quindi ci siamo accontentati del trailer). Il nostro cavaliere nero si arma di soli synths e qualche sparuta percussione e spolvera otto brani molto legati tra loro, tutti molto bui e riflessivi, nebbiosi e umidi. La colonna sonora così concepita e staccata dal collante immagine, risulta molto ostica e monolitica al primo ascolto per poi divenire famigliare, interessante e piacevole ai successivi ascolti. Siamo di fronte a qualche cosa di ferale ma molto melodico che ricorda a tratti la colonna sonora del film “Nosferatu” con K. Kinski, capolavoro dei mitici Popul Vhu, luminari del krautrock ma con uno spirito oscuro, più vicino alle cose sinfoniche, ambient e melodiche di Burzum (vedi la parte iniziale del brano “Der Tod Wuotans” dall'album “Hlidskjalf”), una spruzzatina del sound mistico dei Dead Can Dance senza cantato, ed i prestigiosi giochi percussivi del duo anglo/australiano, e il gioco è fatto. Questo album non è per tutti e la sua musica è cosa che più distante si possa udire dal mondo del metal o del rock! Ma chi avrà la volontà e il piacere di affrontarlo a orecchie ben aperte, non ne rimarrà certo deluso, anzi ne assaporerà la profonda nuova catarsi di un musicista molto molto motivato. Ascolto da provare! (Bob Stoner)

(Self) 
Voto: 70

Limerick - Bectibù

#PER CHI AMA: Rock/Stoner/Grunge
Burn Vicenza Burn. Giusto per citare un altro grande gruppo della zona, i Limerick danno fuoco alla miccia che corre attraverso la miseria musicale e fanno saltare in aria il ventre molle del sistema. Conoscere i Limerick, vedendoli suonare su un grande palco, mi ha rimescolato le budella come non mai ed una domanda mi è balenata subito nel cervello: e questi, dove sono stati rinchiusi fino ad ora? In sala prove ovvio, lavorando ore ed ore, per scrivere i pezzi, curare il suono e trovando pure il tempo di registrare questo grande “Bectibù”, nato proprio tra quattro mura insonorizzate alla bell'e meglio. La definizione Rock/Stoner/Grunge non dice tutto dei Limerick, varie influenze serpeggiano infatti tra le otto tracce, ma mi piace pensare che non sia stata la musica di altri ad inspirarli. Loro si definiscono un lungo viaggio che parte da Seattle, scende per la costa pacifica e passa attraverso le distese sabbiose della California e qualcosa si percepisce, sonorità stoner come un macigno, per quanto riguarda la parte strumentale e la voce, che evoca uno stile grunge, ma con un timbro personale. La giostra inizia con la prima traccia "Y", bella tosta sin dal primissimo riff di chitarra che, sostenuta dal basso, può permettersi delle belle digressioni e dalla batteria che mostra subito un grande potenziale, che non vede l'ora di esprimersi. Diciamo che i 2' 38'' passano velocissimi e si ha l'impressione di un coitus interructus, personalmente l'avrei portata avanti cercando un buono stacco ed un nuovo sviluppo. "How Many People are Looking for Sun" utilizza questa tecnica a metà pezzo, per introdurre un bel giro polveroso di chitarra, senza stare molto a preoccuparsi della sindrome "adesso come facciamo ad unire le due parti”. L'apertura di basso differenzia l'inizio del pezzo, ma non esalta per creatività. Arriviamo alla terza canzone "Leech" che ritengo il main theme di questo "Bectibù" (quando l'ho sentita dal vivo con discreti volumi, le viscere mi si sono rianimate e volevo uscire per pogare...). A parte il riff di chitarra dal vago sapore "kashmiriano" che comunque denota stile, si apprezza l'assolo e la struttura ritmica in toto che fa intuire l'affiatamento musicale del trio vicentino. Chiudo con "Kulba Khan" dove la voce del cantante/chitarrista gioca su tonalità diverse rispetto alle precedenti tracce, e la parte strumentale si inventa riff diversi e più personali per un finale in crescendo che sgomita e spinge per trovare la quiete definitiva. Ho differenziato i voti tra cd e live non per cinismo, ma per rimarcare che "Bectibù" è registrato egregiamente, ma avrei lasciato le chitarre più libere e meno compresse. Il suono grezzo e cremoso del live (che ho sentito io) lo ritengo più adatto al genere. Per il resto consigliatissimo, album da acquistare ovviamente in abbinata ad un loro concerto. Al più presto. (Michele Montanari)

(Self) 
Voto: 75 (85 Live)