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mercoledì 27 agosto 2014

Patrons of the Rotting Gate - The Path Less Travelled

#PER CHI AMA: Black/Death, Anaal Nathrakh
Il Pozzo dei Dannati prosegue la sua opera di scandaglio negli abissi profondi dell'underground e oggi fa tappa a Belfast, Irlanda del Nord, per conoscere i Patrons of the Rotting Gate, duo formatosi lo scorso anno e costituito da Adam "Arc" Irwin (chitarrista) e Andrew "Manshrew" Millar (tutto il resto), ex membri dei Kiriath. Il duo nord irlandese, abbandonate quasi del tutto le velleità techno death della precedente creatura, si lancia in un sound all'insegna del black metal, quello sinistro e più difficile da definire, perché sporcato da suoni caotici che talvolta sfociano in dimorfismi musicali terrificanti. La consueta intro apre le danze creando sin da subito una palpitante atmosfera orrorifica che sfocerà nella furia distruttiva "Tři Závěti" che mi investe come fosse una violenta tempesta polare. Il black delle linee di chitarra stile sega circolare, si fonde con partiture tipicamente death progressive, in cui ritmiche infuocate si alternano a tempi medi. La parola d'ordine rimane comunque quella di infrangere ogni limite di velocità e per questo ne sono certo, i nostri si beccheranno una bella multa per l'autovelox che li ha visti sfrecciare ben oltre i limiti concessi, quasi a ridosso del grind melodico degli Anaal Nathrakh. Con "Carnassial", l'atmosfera si fa funerea: un po' Aevangelist, ma anche Dodecahedron, la musica del duo infernale si rivela assai scorbutica nella sua paranoica dissonanza. Un growling profondo ci accompagna nella prima metà del brano prima che si infiammi in una cavalcata isterica sostenuta da velocità insostenibili e urla strazianti. "Secrets in the Soil" è il classico pezzo interlocutorio, quello che ci concede l'attimo di respiro prima di affrontare una nuova parete irta di pericoli. "Pride in Descent" è un'altra psicotica traccia all'insegna di un black malato e suonato a velocità ipersoniche che mostra comunque una band a proprio agio in qualsiasi tipo di situazione, da quella più estrema a quelle più ragionate e atmosferiche. La band di Belfast trova il tempo di concedersi il lusso di rallentare il passo e lo fa con "Chest of Light", pezzo black doom dalle tinte fosche e rarefatte. Non cullatevi sugli allori, perché con "Clandestine Fractures" si torna a viaggiare su ritmi sostenuti, in cui tempi sono dettati da una batteria sempre puntuale e che riesce anche ad essere fantasiosa. Con "A Perfect Suicide", i PotRG scrutano ancora gli anfratti più oscuri della loro bellicosa mente, giocando tra situazioni horror doom e altri tempestosi pattern carichi di groove. 'The Rose Coil' non rimarrà certo agli annali per essere un album geniale, tuttavia credo che gli amanti dell'estremo si possano avvicinare senza timore per scoprire quali menti poliedriche si celino dietro al monicker di Patrons of the Rotting Gate. (Francesco Scarci)

(The Path Less Traveled Records - 2013)
Voto: 70

martedì 26 agosto 2014

Doom:Vs - Earthless

#PER CHI AMA: Death Doom, Saturnus
Sono passati parecchi anni da quando recensii 'Aeternum Vale', album di debutto di Johan Ericson e dei suoi Doom:Vs, side project dei doomsters svedesi Draconian. Era il 2006, e il polistrumentista scandinavo si proponeva di esplorare il lato più buio e straziato del proprio animo. Otto anni più tardi, eccoci qui a godere del terzo lavoro del poliedrico musicista, dal semplice ed esplicativo titolo 'Earthless', la perfetta colonna sonora atta a dipingere la natura mortale della condizione umana. Il mastermind nordico questa volta non percorre il suo cammino in solitario, ma è coadiuvato alle vocals da Thomas A.G., vocalist dei Saturnus. Mettete pertanto insieme il talento di due mostri sacri della scena doom malinconica e, fatto banalmente 2+2, otterrete un album di classe che certo non sprizzerà gioia dai suoi solchi, un lavoro all'insegna della disperazione più totale, narrato in sei lunghi pezzi, in cui il death doom di Johan tende in alcuni momenti a travalicare il confine del funeral. Il growling profondo e peculiare di Thomas, unito alle splendide melodie di Johan non possono che garantire un risultato complessivo impeccabile, che vede le sue punte di diamante nella deprimente "A Quietly Forming Collapse", song dalle ritmiche tanto flemmatiche quanto opprimenti, che vive di deliziosi squarci di onnipresente atrabile umor nero, affidato alla sei corde di Mr. Ericson. Inevitabili gli echi che si rifanno ai primissimi My Dying Bride (un must per i fan del genere) nelle linee di chitarra di "The Dead Swan of the Woods", cosi come il raro dualismo vocale tra la catacombale timbrica del bravo vocalist danese e i rari passaggi sussurrati del chitarrista svedese. Ma il mio pezzo preferito alla fine sarà "Oceans of Despair", song dalle movenze delicate, con una certa alternanza a livello vocale, tra growl, clean, sussurrato e urlato, ma sempre contraddistinta da commoventi linee di chitarra. Quella dei Doom:Vs continua ad essere musica emozionale, che vive di pause, scariche elettriche, attimi struggenti e crepuscolari, frangenti che si annidano toccanti il nostro io interiore, luci soffuse, tenebre, chiari e scuri, un moto che entra dentro e non ci lascia più. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 80

Dread Sovereign - All Hell's Martyrs

#PER CHI AMA: Doom, primi Cathedral, Candlemass
Continua la mia ricerca estiva di nuove new sensation da poter segnalare ai lettori del Pozzo dei Dannati. Oggi mi soffermo su una band che in pochi minuti è riuscita a catturare la mia attenzione e spingermi alla recensione. Sto parlando dei Dread Sovereign (side project dei Primordial) e alle 10 tracce contenute in 'All Hell's Martyrs'. Dopo un intro in cui mi è sembrato di udire i Pink Floyd (ma forse me lo sono solo sognato), ecco che faccio conoscenza dei nostri con “Thirteen Clergy”, song heavy doom che mostra, come a quasi vent'anni di distanza da 'Tales of Creation' dei Candlemass, sia ancora possibile proporre una forma abbastanza originale del genere. Detto dell'incedere doom dei nostri, mi soffermerei sulla performance del vocalist, Alan Nemtheanga leader dei Primordial, a proprio agio sia su tonalità alte che su quelle medie; notevoli le linee di chitarra a cura di Bones dei Wizards of Firetop Mountain, abile nel costruire atmosfere horror, ma notevole anche in fase di solo. La prova dei Dread Sovereign è già molto convincente e con la successiva “Chtulu Opiate Haze”, prospetta di essere ancora meglio. Le ambientazioni spennellate puzzano di zolfo, con la musica dei nostri che si assesta su tempi medio bassi e che acquisisce una certa epicità grazie a una componente vocale più cattiva che emula quella della band madre, esaltandone il risultato conclusivo. L'incedere è lento, il sound funereo, le chitarre fanno egregiamente il loro lavoro e il disco non può passare inosservato, anzi non deve. Vibranti, emozionanti, magnetici ed epici, ecco poche parole che in breve potrebbero descrivere la musica dei Dread Sovreign. “Pray to the Devil in Man” è un pezzo dal flavour epico che ancora a livello ritmico prende come riferimento i gods irlandesi, con le vocals che si muovono verso lidi d'avanguardia a la Arcturus, alternato a un growl più torbido. Si prosegue con la liturgica “Scourging Iron” e l'ensemble convince sempre di più, con un suono assestato su un mid-tempo, in cui inevitabilmente il ruolo di protagonista è assunto dall'ottimo vocalist irlandese e dalle favolose linee di chitarra che sciorinano riffs da favola (pensate a 'The Ethereal Mirrors' dei Cathedral) e mi inducono a pensare: questo è rock! Non aggiungo altro, inutile soffermarsi anche sulla malinconica e lunghissima “We Wield the Spear of Longinus” o sulla conclusiva title track, altre due gemme di notevole spessore di questo sorprendente lavoro. Da avere! (Francesco Scarci)

(Vàn Records - 2014)
Voto: 80

lunedì 25 agosto 2014

Toolbox Terror – Bind Torture Kill

#PER CHI AMA: Death Metal, Carcass, Six Feet Under
Nella descrizione inviataci assieme al cd, uscito per ASDR Recordings, il gruppo si dice ispirato a band come Cannibal Corpse, Carcass, Aborted e The Black Dahlia Murder, ma niente corrisponde a verità più sacra, salvo che i Toolbox Terror applicano agli stilemi del genere un suono molto caldo, non chirurgico tanto meno gelido, bensì più avvolgente e vagamente vintage anni '90 primi anni 2000 nello stile di Soulfly, The Haunted o Six Feet Under. La band ligure riesce a fondere gli stili vari dei loro beniamini con ottima intensità e tecnica, rilasciando anche quel sapore ribelle nelle composizioni che non guasta mai ed il sound non è necessariamente rivolto sempre e solo al macabro ma spesso sguinzaglia uno spirito iper metallico di tutto rispetto che dal vivo deve essere una vera goduria. Il tiro è esaltante e innalza la band genovese agli altari più sacri del death metal, nonostante certe soluzioni sonore rischino di essere un po' datate, ma un cantante dalle doti notevoli e un chitarrista dal curriculum vitae come quello di Roberto Lucanato (ex Hastur, ex Malombra, Ballo delle Castagne, Egida Aurea, Il Segno del Comando) rendono l'opera super papabile a tutti gli estimatori del genere con esposizioni chitarristiche funamboliche e una batteria mozzafiato. Artwork degenerato nel segno degli ultimi Carcass in puro stile serial killer tra uncini da macellaio, bisturi, seghe circolari e sguardo femminile letteralmente divelto, segno inconfondibile dell'amore che la band osanna verso i film horror degli anni '70 e '80. L'album è godibilissimo senza cadute e mostra una band (nata nel 2007 e con un solo demo alle spalle) molto in forma e agguerrita. Come già detto, in questo loro primo lavoro non abbiamo scoperto nuovi orizzonti sonori che possano far evolvere in qualche maniera il genere ma la qualità di questo album basta e avanza per saziare i nostri palati. Album variegato e potente, death metal di maniera e stile, ottima la produzione e l'esecuzione, semplicemente il miglior incubo uscito da questa magnifica scatola del terrore.. Ottimo disco! (Bob Stoner)

(ASDR Recordings - 2013)
Voto: 75

domenica 24 agosto 2014

Death Penalty - Electric God

#FOR FANS OF: Thrash, Hallows Eve
In what is a refreshing breath of fresh air, Virginia thrashers Death Penalty decidedly forgo aping the Bay Area scene which has become so common throughout the scene and offers a slightly different take on modern Thrash Metal. Taking a more chug-based approach to the genre, the tempos and paces here are far removed from the blistering tones of the old-school classics and instead tend to revel in more thumping mid-range places that contain a lower energy than what’s become common throughout the scene. This does strike the band with a sense of identity here as they’re clearly not trying to follow everyone else and are boldly going their own path but oftentimes the lethargic pace afforded here is detrimental to the pace and energy required in the genre. There’s no biting, slicing riff-work to be found as the chugging patterns are quite a bit different and really bring a whole different dimension to the prototypical genre fare here instead of the razor-wire pace afforded to most of the genre’s output. Of course, that’s not so bad at all if not for the one nagging effort that runs rampant through this one and really holds quite a few problems with this as the low-key production is so apparent that it really can’t let the material get the most out of it. The guitars are bricked into a thick, heavy fuzz that even if they were given any kind of traditional patterns would be lost in a haze of fuzz that renders the majority of the riffs indecipherable except for the energy bleeding through. However, it’s really the drumming that really suffers here with hardly any punch and really sounds quite off on a full-length release, almost sounding like something that should’ve been on a demo or rehearsal such is the lousy quality of the production here. The tuning is off and simply set into a familiar series of simple pounding rhythms that get repeated throughout here in a loud, clanking tone that really sets them into a rather lame position throughout even if there’s a good production job here. Beyond that, the idea of having two tracks back-to-back in the running order set-up by instrumental interludes so that four tracks are wasted with the set-up and then eventual lead track seems quite likely a good idea just wrongly executed so that it just comes off as wasted space that could’ve been utilized better by more experienced bands. Despite that, the songs aren’t so bad. Intro ‘War’ gives us what we can expect here, mid-tempo patterns and lurching riff-work that remains quite enjoyable but never kicks into the higher gear as instead, this one shifts into slower tempos and paces despite still being quite listenable overall. This is certainly repeated in ‘Death Forever,’ which gives us the same template of the energetic riff-work up in the first half then slows down on the second half only this ranks a little better due to the improved riffing and stellar leads throughout. Set up nicely by the instrumental ‘Prelude,’ the title track is the best track here with the extended length offering more explosive riffing, more involved arrangements that remain quite interesting throughout and utilizes its epic riffs to good effect. The idea of having back-to-back set-up instrumental interludes might not have been wise even if it allows ‘The Curse’ to lead into ‘Bloodlines,’ another top track with more traditional thrash paces, pounding drums and a greater sense of energy in the performances, with the effect of it being a great idea that band exploits maliciously rather than out of natural practice. The rather bland ‘Infernal Sky’ tries to mix it up with some lighter atmospheric touches which are just wholly out-of-place in a thrash album and really sticks out like a sore thumb due to that. Frankly, most is forgiven here on the explosive finale ‘Nuklear Kiss,’ which really sets back into furious tempos with more frantic leads, pounding drumming and an ultra-fast tempo that really shows the band can work there in the future and ending this on a high note. Overall, it’s really none of the band’s fault this is so mediocre but rather that flat, demo-quality production that really hinders this one. (Don Anelli)

(Self - 2014)
Score: 60

Abstract Spirit / Ennui - Escapism

#PER CHI AMA: Funeral Death Doom
Ennui e Abstract Spirit sono due nomi che conosciamo molto bene qui nel Pozzo dei Dannati e le loro sonorità funeree ben si allineano con la filosofia del nostro sito. La MFL Records ha pensato bene di offrirceli in uno split album, 'Escapism', che propone per ogni band due pezzi dalle durate complessive notevoli. Ad aprire ci pensa "An Ode to the God's Fool" dei russi Abstract Spirit, che si confermano immondi portatori di morte con un sound sempre a cavallo tra il funeral e il doom più lugubre. Quello che mi piace della band è l'utilizzo di eterei e fascinosi momenti di quiete che riescono a spezzare un avanzare che risulterebbe invece asfissiante e ostico da digerire. Rispetto al passato c'è da sottolineare una maggior apertura alle melodie, merito di un più ampio spazio concesso a splendidi tocchi di pianoforte, questo forse a discapito dell'imprevedibilità che contraddistingueva i trascorsi dell'act moscovita. La componente orrorifica che mi aveva indotto a taggare il precedente 'Theomorphic Defectiveness' come horror funeral doom, è sempre presente, ma attenuata da una maggior cura a livello delle orchestrazioni che rendono la musica del trio, decisamente più accessibile. Non manca neppure la soave performance vocale della brava Stellarghost ad affiancare il sempre intransigente A.K. iEzor, con il suo ormai caratteristico growling profondo. "Schizotherica", la seconda traccia, mette in evidenza il lato più buio e criptico del trio di Mosca, esibendone però anche il loro aspetto più spirituale: l'andamento è lento, le tastiere tarpano quello che invece sarebbe il suono catacombale degli Abstract Spirit, creato da un riffing pesante e distorto. Paurosi. Con i georgiani Ennui, che abbiamo avuto modo di conoscere qualche mese fa in occasione del loro secondo Lp, 'The Last Way', rimaniamo in anfratti oscuri e deprimenti, che tributano maggiormente al death doom piuttosto che al funeral. "Where the Common Sense is Ruined" è una song di 14 minuti dotata di una ritmica possente su cui si staglia la voce grossa di David Unsaved. Echi di My Dying Bride emergono nelle pieghe infinite di questa traccia, che mostra una certa predilizione per la componente solistica che arricchisce notevolmente la proposta del combo di Tbilisi e assume l'arduo compito di infrangere la cupezza indotta dal sound a tratti tenebroso, costruito dai nostri. "The Day of Abandonment" chiude un album tetro e mortifero, e direi che lo fa con assoluta eleganza, quella che contraddistingue gli Ennui e la loro proposta all'insegna dello spleen decadente e straziante. La traccia, dai risvolti foschi e assai sinistri, si fa apprezzare per gli ottimi arrangiamenti che rendono il sound magniloquente e a tratti estasiante. 'Escapism' alla fine si rivela un ottimo lavoro di funeral death doom, che sicuramente ingolosirà tutti i fan, e che dovrebbe indurre altri ad avvicinarsi ad un genere che è ancora in grado di regalare vere e profonde emozioni. (Francesco Scarci)

sabato 23 agosto 2014

Panychida - Grief for an Idol

#PER CHI AMA: Black Pagan, Borknagar, Eluveitie, Primordial
Da uno scambio di battute con il patron della Paragon Records, mi sono ritrovato in mano quasi casualmente il terzo full lenght dei cechi Panychida, uscito nel dicembre 2013. La parola "panychida" in ceco e nella chiesa greco-ortodossa, rappresenta l'osservanza liturgica in onore del defunto. Il suono che esce da questo 'Grief For The Idol' è un concentrato di sonorità black metal pagane che partendo da abrasive ritmiche martellanti (come quelle offerte dalla furiosa opening track o da "The Great Dance of Dyonisos"), vengono impreziosite da epici vocalizzi a la Bathory ('Hammerheart') e da musica di estrazione etnico-bucolica. "Two Untouched Moments" è un pezzo evocativo, che mette in luce la classe ma anche la capacità del quartetto di Plzeň, di abbinare veloci sfuriate black con favolose melodie arcaiche che potrebbero richiamare alla vostra mente acts quali Graveland, Negura Bunget, gli stessi Bathory, e ancora Borknagar, Einherjer, Primordial, Eluveitie e Falkenbach, per un risultato finale davvero esaltante. "Wayfarer's Awakening" è un brano dalle partiture tipicamente folk, suonato anche con cornamusa e flauto. Il pianto di un bambino apre "Don't Tell Lies to Children", traccia che evidenza come l'heavy classico scorra nelle vene di questi ragazzi: ritmiche tirate e precise, suoni gonfi e ottimi assoli. "Doomsayer" una breve traccia pseudo strumentale, corredata solo da qualche chorus pomposo e da una fenomenale linea di chitarra che ci introduce a "O Velji Vezě", altro piccolo gioiellino dell'act ceco, bravo a ricamare orpelli chitarristici là dove e richiesto e allo stesso tempo battere con violenza. Ottima la prova del lead vocalist Vlčák (anche tutti gli altri membri della band cantano su vari pezzi), bravo nel districarsi tra voci growl, scream, clean ed epic. In "Minnestund" compare addirittura V’gandr degli Helheim a prestare la sua voce in un altro brano folk, con liriche in norvegese. Insomma 'Grief For The Idol' è una bella sorpresa da una band comunque dotata di un pedigree di tutto rispetto. (Francesco Scarci)

(Paragon Records - 2013)
Voto: 80

http://www.panychida.com/

Nemesis Sopor - Glas

#PER CHI AMA: Black atmosferico, Todtgelichter, Fen
La band sassone, al secondo full lenght autoprodotto nel 2014 dal titolo 'Glas', si presenta con una grafica di copertina con sfumature di grigio e un'immagine malinconica di una radura desolata a rappresentare l'atmospheric black metal racchiuso tra le tracce di questo interessante cd, il secondo per l'ensemble di Dresda. Quasi tutti pezzi sono di lunga durata e sfoderano arte e classe compositiva, un black dai risvolti spesso ai confini del romanticismo violento, aggravato nella sua durezza da un cantato in lingua teutonica che non guasta proprio e che rende ancora più potente l'esecuzione. Ci sono varie correnti all'interno di questo lavoro, l'espressività dura dei Mayhem e il lato evocativo dei Wolves in the Throne Room, l'ira criptica dei Todtgelichter e degli Tsjuder, e per concludere l'incedere progressivo dei Fen. Il confine quasi folk di "Leere Träume" è spiazzante e forma con le successive "Glas" e "Splitter" un trittico mozzafiato dall'atmosfera surreale, solenne, nera e profonda che sfiora i meandri del funeral, le cavalcate epiche e le sfuriate dei primi vagiti di scuola Ulver. Un album impegnativo da assimilare lentamente, un lavoro che mostra i mille volti della band che pur non risultando freschissimi in termini di originalità, suonano comunque benissimo, offrendoci alla fine otto brani di eccelsa fattura, lunga durata e piacevole ascolto, carichi di intensità e rabbia, con uno screaming al vetriolo, il tutto adagiato su vellutate melodie oscure disperse nella nebbia (ascoltate la conclusiva "Ein Zu Stein I: Wind"). Un lavoro intrigante che si muove tra il passato e il futuro, classicismo e ultime evoluzioni di un genere che è ancora in grado di sfornare piccoli oscuri gioielli come questo 'Glas'. Una band da tener d'occhio! Un lavoro notevole! (Bob Stoner)

Voice of Ruin - Morning Wood

#PER CHI AMA: Death Metal Melodico/Metalcore
Provenienti dalla Confederazione Elvetica francofona, il quintetto dei Voice of Ruin dà alle stampe questo cd composto da 12 tracce, di cui un paio completamente strumentali. Al primo impatto, la musica qui proposta non ha fatto fatica a rimandarmi, specialmente in alcuni passaggi, al death melodico di scuola scandinava di fine anni '90 e inizio 2000. Amorphis ed In Flames i principali riferimenti, anche se il tutto è pervaso da quell'aurea di modernità che contraddistingue produzioni di questo tipo. Passaggi veloci e riffoni mid-tempo si alternano per gran parte dei 46 minuti di 'Morning Wood', così come le vocals che, a tratti pulite e in altri casi più aggressive, non danno tregua. I testi, di sicuro, non trattano temi filosofici e sembrano non prendersi troppo sul serio (“Party Hard”, “Cock n Bulls”, “Sex for free” e “Big Dick” parlano chiaro), anche se artwork e produzione sono sicuramente da gruppo ben più affermato. Inutile nascondere il vero valore della musica contenuta in questo cd, non siamo di fronte ad un capolavoro e non farò nulla per nascondervelo. Un po' troppo sconclusionati per i miei gusti, il gruppo suona sicuramente bene ed è bello compatto, ma manca la cosa più importante, la composizione. Mancano infatti le canzoni, quelle che ti fanno innamorare di un cd o semplicemente quei due o tre brani in grado di risollevare le sorti di un lavoro altrimenti non troppo brillante. Belli i suoni, notevoli le prestazioni dei musicisti, ma poca sostanza; ed è la sostanza a fare la differenza, quasi sempre fortunatamente. Il gusto amaro dell'occasione persa rimane anche dopo aver ascoltato 'Morning Wood' più volte a distanza nel tempo, anche se ascolti meno attenti fanno guadagnare a questo lavoro qualche punto perchè comunque dagli speaker, la musica esce bella tosta e sicuramente di impatto. E se è questo che cercate, allora avrete trovato un bel prodotto di death metal melodico. Se cercate invece belle canzoni, bisogna guardare altrove. Il richiamo al tasto skip del mio lettore è stato talvolta forte, ma sono sempre riuscito a resistere per cercare di dare una chance al quintetto svizzero. Senza alcuna difficoltà, vi posso indicare come tracce degne di nota la titletrack, la già citata “Cock n Bulls” e la stumentale e assai piacevole “Today Will End”. Se volete dargli una possibilità, fate pure, cosi come l'ho voluta dare io. Risultato? Aspetterò la prossima release per vedere se la fiducia sarà stata, almeno in parte, ripagata. (Claudio Catena)

Thera Roya / Hercyn - All This Suffering Is Not Enough

#PER CHI AMA: Post Black/Sludge, Agalloch
Non più di due mesi fa vi parlai dell'EP di debutto dei ragazzoni del New Jersey, Hercyn. Oggi tornano con uno split album in compagnia dei Thera Roya, compagine di Brooklyn, NY, che si è fatta notare lo scorso anno con un EP omonimo all'insegna dello sludge/post metal. Ed ecco che le due band si mettono insieme e rilasciano 'All This Suffering Is Not Enough', dischetto costituito da due lunghi pezzi che testimoniano l'ottimo stato di salute dei due act statunitensi. Partono sobriamente i Thera Roya, con gli otto minuti di "Gluttony": arpeggio educato, atmosfera soffusa shoegaze, vocals pulite ma sofferenti. Poi finalmente qualche chitarrone fa decollare il pezzo, accompagnato ovviamente da vocals più sgraziate, ma quello che prevale e rimane nell'orecchio è quella ritmica quasi post punk, ammantata da suoni indecifrabili in lontananza che conferiscono quasi un'aura mistica al pezzo del terzetto della Grande Mela, per un risultato finale direi apprezzabile. Solo sul finire del brano, il suono acquisisce anche un vago sapore tra il doom e lo stoner, segno comunque di una certa ecletticità dei nostri. E' il turno degli Hercyn, che tanto avevo adorato con 'Magda' e quel suo feeling "Agallocchiano". "Dusk and Dawn" prosegue su quella strada e i suoi 14 minuti mi convincono appieno, sebbene il sound risulti un po' impastato e ne penalizzi il risultato finale. In questa lunga traccia, si fa più forte l'influenza cascadiana nelle parti tirate, con tanto di blast beat funambolici che per un momento mi fanno pensare ad un indurimento del sound. Dopo cinque minuti di martellamenti vari, le nubi vengono spazzate, l'atmosfera si fa più cupa e la musica accresce in malinconia e inizia il giro nel mutevole mondo degli Hercyn. Il ritmo torna a farsi infernale, ma è solo una breve parentesi perchè una bellissima chitarra prende il sopravvento e pennella una splendida e drammatica melodia. Ma non è finita, come su un roller coaster, i nostri ci riportano giù con ritmi forsennati per poi piano piano risalire il binario con modi più tranquillizzanti. Insomma, uno split piacevole che permette, a chi non li conoscesse, di avvicinarsi a due interessanti realtà del panorama USA. E ora attendo i loro full lenght! (Francesco Scarci)

venerdì 22 agosto 2014

Labyrinthine - Ancient Obscurity

#PER CHI AMA: Black Doom, Blut Aus Nord
Il black metal statunitense sta vivendo una seconda giovinezza. Nuove leve spuntano ogni giorno nello sterminato territorio oltreoceano, offrendo sonorità, che pur prendendo spesso spunto dalla tradizione europea, vengono poi rivisitate con una più che discreta dose di originalità. Oggi tocca ai Labyrinthine di Philadelphia, da non confondere con la prog band omonima, ma ormai disciolta, dell'Oregon. L'ensemble della Pennsylvania è in realtà la più classica delle one mand band black, dove J.L. si occupa di tutta la strumentazione e delle arcigne vocals. 'Ancient Obscurity' è un album dalle forti tinte depressive, che segue, a distanza di quattro anni, il debut 'Evoking the Multiverse'. Alla luce di un artwork oscuro e disagiato, si muove anche un sound caliginoso, che non trascende mai in velocità ma che talvolta si perde nei vortici della desolazione più assoluta, un incubo ad occhi aperti raccontato dallo screaming agghiacciante del mastermind della East coast. "Enshrined in Death" e la successiva "The Boundless Plane", sono i due pezzi che aprono il disco, lenti e neri quanto la pece, intorbiditi nel loro incedere anche da una produzione non proprio limpidissima ma che rende alla grande l'effetto sfiduciato e sfiduciante che verosimilmente l'artista intende produrre. "Marble and Bone" è una song strumentale dotata di un certo fascino ammaliante ma anche perverso che ci introduce alla feroce e disturbante "The Ichorous Portal" che potrebbe ricordare una forma più rozza dei francesi Blut Aus Nord, che cosi tanti proseliti stanno raccogliendo un po' in tutto il mondo. Arriviamo a "Nexus of the Untold", il mio pezzo preferito, in cui JL ci propone un black dal taglio orientaleggiante, ipnotico e strisciante come la morte. "Accordance" è un altro psichedelico pezzo strumentale che poggia il suo riffing su un vertiginoso loop ritmico che dischiude le porte alla conclusiva "Oath of Divine Doom", ultimo spietato pezzo black doom di un mefitico album che emerge dalle lave profonde dell'inferno. (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 70