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domenica 26 aprile 2015

Sulphur Aeon - Gateway to the Antisphere

#PER CHI AMA: Death Metal, Behemoth, Absu
'Swallowed by the Ocean’s Tide' fu un buon disco di debutto, all'insegna di un classico death/black metal, ma diciamocelo con franchezza, nulla di cosi trascendentale. Tornano i tedeschi Sulphur Aeon con un album nuovo di zecca, 'Gateway to the Antisphere', e le cose si fanno decisamente più attrattive, forti anche della collaborazione alle proprie spalle di Vàn Records e Imperium Productions. Lo stile dei nostri veleggia verso lidi più death oriented, influenzato dai racconti di H.P. Lovecraft e trasfigurato in sontuosi arrangiamenti e spietate melodie. Dopo la prevedibile intro, ecco imperversare le chitarre di "Devotion to the Cosmic Chaos", song che deflagra con un ritmo dapprima arrembante e che poi si accomoda su un mid-tempo melodico, che trova anche modo di citare i Melechesh più orientaleggianti. Con "Titans", il terzetto della Renania torna a descrivere atmosfere orrorifiche degne del famoso scrittore di Providence, anche se è con la successiva "Calls from Below" che i riferimenti alle divinità blasfeme e alle creature cosmiche descritte nel 'Ciclo di Chtulu', trovano la loro perfetta collocazione. Il sound si muove infatti su un territorio più melmoso, alternando sonorità impetuose con atmosfere infestate dai mostri fantasy di Lovecraft. Se "Abysshex" rappresenta l'ennesima rasoiata in termini di furia death metal, "Diluvial Ascension - Gateway to the Antisphere" raffigura invece la perfetta narrazione della discesa negli abissi oceanici, lenta e tortuosa, in assenza di ossigeno e luce, inquietante e misteriosa, spaventosa e drammatica. La musica in questa traccia acquisisce toni angoscianti, cupi e minacciosi, andando a scalare la mia personale classifica di gradimento delle song e qualificandosi come mia traccia preferita. Ben bilanciata a livello di chitarre, ottima la sepolcrale performance vocale di M. e solenne è la furia vibrante insita nelle ritmiche del brano, che richiama in causa nuovamente Melechesh, ma anche Absu, e Behemoth, per un risultato finale da peggiore degli incubi. Il furore del trio germanico trova sfogo anche in "He is the Gate", mentre in "Seventy Steps" sembra incappare in un apparente attimo di quiete che nella seconda parte della song, avrà di nuovo modo di irrompere con ottime linee di chitarra, dal sapore quasi avanguardistico, che ammiccano addirittura ai Ved Buens Ende. La ferocia dei Sulphur Aeon è implacabile, anzi continua a spingersi oltre, sferrando colpo dopo colpo, attacchi di elegante brutalità che evocano la malignità degli Aevangelist, la morbosità dei Morbid Angel e l'indigeribilità dei Mitochondrian, in un album di totale devastazione che sul suo cammino sarà solo in grado di mietere vittime. Che altro dire se non suggerirvi di far vostro quanto prima questo lavoro, non fosse altro per lo splendido e curatissimo digipack con cui le etichette lo presentano. Sulphur Aeon, dannatamente feroci. (Francesco Scarci)

(Vàn Records/Imperium Productions - 2015)
Voto: 80

Those Made Broken - Dead History

#PER CHI AMA: Progressive Rock, Porcupine Tree
La band di oggi è un quartetto alternative rock/metal proveniente da Glasgow, che dopo un imprecisato tempo esce con l'album di debutto 'Dead History'. Infatti dal loro sito non si ricavano molte info riguardanti la storia della band, probabilmente è una formazione che si è formata da poco, ma non importa ai fini della recensione. Sta di fatto che i Those Made Broken (TMB) suonano dannatamente bene: dodici brani ben bilanciati e caratterizzati da una discreta qualità di registrazione. "Endgame" è l'opener di questo 'Dead History' ed inizia in grande stile con un bel riff di chitarra che poi verrà ripreso ciclicamente durante tutta la traccia. Song che è un perfetto mix di sonorità alternative rock/metal, velata di malinconia e sfumature dark messe in risalto da suoni cupi, arrangiamenti aggressivi e dal timbro vocale del cantante. I suoni sono tendenzialmente moderni, quindi fanno uno smodato uso di compressori e simili nella fase di post produzione della sezione ritmica, con le distorsioni dotate di quel taglio tipico del nu metal, anche se mai effettivamente esasperato e sempre vicino al rock, soprattutto come struttura compositiva. Il breve break centrale dà respiro al brano e ricorda i momenti più atmosferici dei Katatonia, per poi caricare ed esplodere nell'allungo finale. Tanta potenza gestita in modo bilanciato, una sorta di pugno nello stomaco che si trasforma in una carezza musicale. "All You See" è un brano più tirato: batteria e basso nervosi e incalzanti, come gli arrangiamenti di chitarra che conducono la linea ritmica sempre in perfetta sintonia. Il vocalist si conferma all'altezza, sia per tecnica che per timbrica, cercando di staccarsi dalla melodia per creare una propria linea melodica. Il brano può ricordare Tool e A Perfect Circle o i più recenti Soen però con un piglio personale che rende merito alla band scozzese. I riff vengono preferiti agli assoli super tecnici, giovando quindi al groove, con qualche piccola chicca in post-produzione per arricchire le linee di incisione. "Reach" cambia registro sin dall'intro che ci porta nelle lande americane a suon di southern metal, grondante di sudore per quei suoi cinque minuti abbondanti. I TMB uniscono due terre geograficamente lontane con arte, portando l'ascoltatore a muovere una qualsiasi delle estremità del corpo, questo a conferma della genuinità della traccia. Tanto groove, suoni massicci, cambi di tempo al punto giusto sono gli ingredienti essenziali per l'ottimo mix offerto dai nostri. Personalmente lo ritengo il brano migliore di 'Dead History', bravi ragazzi. Per il resto l'album è per lo più discreto, con buone idee che a volte vengono sviluppate in maniera ripetitiva; l'impressione che ho avuto è che i brani debbano durare almeno trecento secondi altrimenti il rischio è che non piacciano. Avrei puntato a produrre un cd con qualche traccia in meno (troppe 12), ma sviluppate meglio, proprio per non cadere nel circolo vizioso di dover faticare per arrivare alla fine di ogni brano. La band ha buone potenzialità che spero possano evolvere ulteriormente, soprattutto sfruttando la creatività che sembra essere celata sotto una patina dettata dagli standard di questo genere musicale. Meno quantità e più qualità. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 70

venerdì 24 aprile 2015

Bio-Cancer - Tormenting the Innocent

#FOR FANS OF: Black/Thrash, Dark Angels, Sadus
What's this? Bio-Cancer? A biohazard symbol in the logo? Artwork by Ed Repka depicting a chained up mutated humanoid? We know what we're all thinking - and in some ways, you're right to think pessimistically. However, if you begin to write these Greek speedsters off as another pseudo-crossover failure like Fueled By Fire or Thrash or Die(*shudder*!), then you are missing out on some incredibly tight and entertaining genuine thrash metal, written for the 21st century audience. 'Entertaining' really is the key word here. Bio-Cancer seem to fill every nook and cranny of their sound with subtle compositional devices which make a huge difference to the overall effect. A bass lick here, a drum fill there - it all adds up to a unique and memorable experience (the 0:53 mark in opening track "Obligated To Incest", Lefteris' primal grunt, is a prime example). Speaking of vocalist Lefteris; he puts on one hell of a performance here. Completely balls-to-the-wall insane shrieks and a vitriolic lyrical delivery are the norm for this madman. His supporting cast are also en point throughout "Tormenting The Innocent". Original riffage, tuneful solos, a range of dynamics, and most importantly, a variation in pace. This is best exemplified in the middle section of "F(r)iends or Fiends" where the rhythm section truly prove that they can hold their audience's interest without the need for a simplistic verse-chorus-verse-chorus structure. Think Mastery, but with a seriously impressive vocalist at the helm. The production quality is stellar: the guitars and bass work together as one well-oiled machine, Tomek's blast-beats are always highlighted superbly and the gang-shouts become an integral part of the compositions due to the gravitas given to them. In fact, if there's any fault with this album at all, it's that Lefteris' English pronunciation is far from accurate, but that just adds to the mad hilarity of this release! Who gives a shit about lyrics anyway? "Tormenting The Innocent" flows with surprising fluidity; each track leading to the next with an almost narrative through-line - climaxing on the one-two deathlike punch of"Haters Gonna...Suffer!" and "Life Is Tough (So Am I)". The songs all have something that will make you want to come back and hear it again and again. Be it the mesmerizing melodic middle-eight of "Boxed Out" or the relentless chanting of "Think!", you'll find yourself becoming enthralled by a detail you missed on previous listens. It's clear that these Greeks have placed themselves on a plinth of thrash metal godliness. Along with the Finns in Lost Society and the more established Brits in Evile, let us hope their toxicity develops and infects us all! (Larry Best)

(Candlelight Records - 2015)
Score: 90

Sonic Prophecy - Apocalyptic Promenade

#FOR FANS OF: Heavy/Power, early Primal Fear
More tales of warriors, kings, legends and dragons? Yes please! Sonic Prophecy, a sextet of Americans, are forging their path through our beloved genre in their own way. Nothing they're doing may be considered particularly innovative or original, but then what is these days? However, some of their techniques and compositional devices are somewhat quirky, especially considering their nationality. One thing's for sure, their entry for 2015 is nothing if not huge! At a whopping 1 hour 13 minutes, Sonic Prophecy are making sure there is quality stashed somewhere in that quantity. The production isn't quite spectacular - the guitar tone is a bit mellow, and a little engulfed by the bass (that's a first!). But fortunately, the folk instruments and Shane Provtgaard's mid-pitched vocals are well mixed. These two aspects are probably the stars of"Apocalyptic Promenade". Provtgaard has a warm, welcoming voice - and is able to portray a sense of storytelling through the fantastical lyrics. The folk instrumentation is a sheer delight, acting as the multi-coloured sprinkles on this cake of power metal. Regarding their debut album, "A Divine Act Of War", this new effort has slightly dampened the conventions they had previously established; lacking such energetic hymns as "Call To Battle" or the crunching headbangers like "Heavy Artillery". On "Apocalyptic Promenade", the youthful vibrancy is missing and songs feel dragged out to far longer than they're worth. Circa 2011, you could confuse this band for a young Primal Fear, but circa 2015, they seem more like latter day Judas Priest. This is by no means a negative remark, but it does sap a little of the energy out of their songwriting. There are plenty of positives scattered about this album though. Choosing to open your album with a 13-minute epic is a risky move, but "Oracle of the Damned/The Fist of God"is such a well-composed, structurally sound piece of metal, it proved a totally worthwhile decision. This helps set up the narrative characteristic of the album which, thankfully, holds steadfast throughout. The majority of tracks on "Apocalyptic Promenade" are mid-tempo and average around 6:30 each. The swaying waltz of "Legendary" and the brooding melodies of "The Warrior's Heart" are definitely the stand-outs that thrive in this structure. Rather than an up-tempo gallop through a fantasmic land of dragons and warriors, this feels more like a calm amble across a meadow of long grass. A ... promenade, if you will? Nothing about it is unpleasant or outright bad - there are plenty of sweeping melodies and grandiose ideas. It would just be a refreshing change if they were to return to the celestial ways of their debut. (Larry Best)

(Maple Metal Records - 2015)
Score: 55

giovedì 23 aprile 2015

Limerick - S/t

#PER CHI AMA: Alternative/Stoner/Grunge
I Limerick sono tornati e lo hanno fatto con il botto. Se fossi costretto a riassumere il loro nuovo album in poche parole, queste sarebbero quelle giuste. Avevamo lasciato la band verso la fine del 2012 con il loro precedente cd e già a quei tempi si capiva che il trio avrebbe riservato grandi sorprese. Nel frattempo la band vicentina ha lavorato duramente, continuando ad esibirsi dal vivo e questo self-titled segna un traguardo importante per la loro crescita artistica. Il cd si presenta con un bel jewelcase, dalla copertina tenebrosa e disegnata ad hoc per quest'album, ben riuscita e che trasmette il mood dei brani contenuti. La prima traccia è semplicemente "Track 1", della serie meglio un titolo anonimo che uno scelto a caso e già dalle prime note si percepisce la buona qualità della registrazione. Dopo alcune folate di vento campionate, inizia l'ipnotico arpeggio di chitarra che sarà l'elemento trascinante per gran parte del brano. Una ninna nanna dal tono sommesso, ma che cresce piano piano, con una struttura semplice e solida fatta di batteria e basso intrisi di psichedelia. Il cantato segue la scia tracciata dagli strumenti e si alterna ad altre linee di chitarre cariche di effetti come riverbero e delay. Dopo questa brano introduttivo, il cd prende il volo con "Red River Shore", pezzo veloce e pesante fatto di puro stoner. La voce di Amedeo non lascia dubbi e la sua timbrica si riconosce facilmente, ruvida e ben definita che richiama influenze grunge; nel frattempo Flavio (batteria) e Giordano (basso) creano il tessuto pulsante del brano senza mai perdere tono. A metà pezzo arriva il break che permette all'ascoltatore di prendere fiato e iniziare a ballare una danza quasi dimenticata, mentre suoni dissonanti di chitarra slide ci trascinano in un vortice sempre più veloce che ci riporterà al riff iniziale, per poi chiudere in bellezza. Gli arrangiamenti dei Limerick vantano un tocco di personalità e aumentano la riconoscibilità dei brani, una mossa vincente che permette una maggiore visibilità tra le molteplici band in circolazione. "Wet" è un tributo al sound dei QOTSA (quello di "Songs for the Deaf" per capirci), ma le similitudini si fermano al riff iniziale perché poi i Limerick stravolgono le cose e fanno capire che non hanno certo bisogno di fare il verso ai gods statunitensi per convincerci. Infatti, dopo poco la canzone evolve, basso/batteria cominciano a scalciare indomabili e le chitarre s'ingrossano a dismisura. Gli arrangiamenti si confermano raffinati e studiati nel dettaglio, con un velo malinconico e oscuro che piace e convince. "Buried Love" è quel brano che finisce presto (poco meno di tre minuti), ma che c'incatena davanti alle casse dello stereo mentre la pressione sonora riempie i polmoni di aria calda del deserto. Uno schiaffo in piena faccia fatto di riff arroganti, un drumming propulsivo che sembra uscire dagli speaker e le linee di basso che si stringono intorno al collo come serpi assetate. In tutto questo non mancano le finezze in sede di sovraincisione, come la seconda voce del buon Flavio che finisce per cavarsela egregiamente. Un brano che dal vivo scatena il pubblico e da testimone non posso che confermare la capacità del trio nel regalare da sempre concerti degni di essere vissuti; tre musicisti che non sentono minimamente la mancanza di un sostegno addizionale perché loro bastano e avanzano. In definitiva un ottimo album che non deve mancare assolutamente nella vostra raccolta e che meriterebbe una versione in vinile quanto prima per poter gustare al meglio ogni singola sfumatura di questo album omonimo; anche uno split con un'altra band non sarebbe male, ma sono certo che presto avremo altre novità dai Limerick. Ormai il sentiero è tracciato, ora va seguito con convinzione. (Michele Montanari)

(Self - 2015)
Voto: 80

Et Moriemur - Ex Nihilo in Nihilum

#FOR FANS OF: Death/Doom, Encoffination, Skeletal Spectre
It’s always a little troubling to mix together two extreme metal styles together that might not necessarily go well together, and in that regard Death and Doom are usually that mix which is what makes this Czech Republic entity so appealing on this second album. Generally, the only sense of cohesion between these styles comes from the oppressive atmospheres conjured within, yet here the lurching, slow crawl and agonized rhythms of Doom merge quite nicely with the pounding riff-work and dreaded atmospheres of Death into a solid whole by creating a lush, romantic atmosphere on the melodic side of things while going for the darker rhythms for the heavier sections. The influx of clean vocals and whispers against the harsher growls adds to the contrast quite nicely as well, tending to offer a token vocal over a given section which helps to set the mood and atmosphere within a given track which comes off rather nicely attempting this tactic and certainly allows for plenty of enjoyable tracks. Intro ‘Sea of Trees’ offers a series of moody, pounding rhythms and melancholic atmospheres with plenty of lush vocals mixed into the deeper growls that signals more intense and up-beat rhythms in the final half for a solid start to this. The massive ‘Dissolving’ gets right to the point with crushing, monolithic riffing, thunderous drumming and dark atmospheres that’s merged nicely alongside the lighter melodies as the inclusion of keyboards and stylish rhythms featured within make this a rather impressive offering that ranks as one of their highlights. ‘Norwegian Mist’ offers lush melodies and melancholic atmospheres that are more on the lighter side even on the heavier, crushing rhythms found on the later half which is still devastatingly heavy for another solid and enjoyable outing. ‘Liebeslied’ follows in much the same route of light melodies and atmospheres though this time the droning riff-work and rather sluggish pace tends to leave this decidedly underwhelming despite the generous use of crushing riffing throughout the latter half. The near-useless ‘Angst’ is an ambient interlude with discordant electronic noise swirling around it that does set-up ‘Nihil’ which goes for a more dynamic Death Metal atmosphere as the heavy, pounding rhythms and rather impressive keyboards backing the lighter sections that tends to get dropped back in favor of the heavier works here for a more enjoyable epic that mixes these genres together the best on here. Slightly changing things up, ‘Le Choix’ features trance-like droning riffing and plenty of atmospheric grandiose keyboards lending this an operatic quality against the romantic strings before finally letting the dark, heavy rhythms come into play for the later half which picks this up considerably for still decent enough effort. The album’s centerpiece track, the utterly massive sprawling epic ‘Black Mountain’ slowly moves from eerie pianos to pounding drumming, scorching riff-work and plenty of fine, outstanding melodies that are able to move through various sections of use with extended interludes depicting atmospheric nature sounds as well as mournful whispering that does drop this one slightly but on the whole comes off rather nicely for it’s atmosphere and melodies. Lastly, the more spoken-word ‘Below’ ends this on a lame note with an ironic narration about the album’s journey leading into the finale that would’ve been better served left as an instrumental. Still, there’s a lot more to like here than not and that’s enough to make this a decidedly enjoyable offering. (Don Anelli)

(Solitude Productions - 2014)
Score: 80

lunedì 20 aprile 2015

Desert Near the End – Hunt for the Sun

#PER CHI AMA: Power/Thrash, Iced Earth, Kreator
Non conoscendo la band in questione, mi sono addentrato nei meandri della rete per scovare qualche notizia in più; i Desert Near the End (che abbrevierò come DNTE) sono un gruppo greco dedito ad un Power/Thrash bello potente, attivi con questo nome dal 2010 ma i cui membri militavano in altre formazioni già fin dal 2007. Musicisti con una notevole perizia tecnica, i nostri danno alle stampe verso la fine del 2014, questo full lenght (seconda uscita ufficiale della loro carriera) per l'etichetta Total Metal Records. Non posso che iniziare a parlare dell'artwork del lavoro, che a mio parere, poteva essere di gran lunga migliore e soprattutto più curato; vi confesso che ho avuto tra le mani demo con copertine più belle e più originali. Tralasciando comunque quest'aspetto, vorrei parlarvi della musica contenuta in questi 49 minuti; tra le influenze più palesi per il trio ellenico, ci sono sicuramente i grandi (almeno per me, diciamo fino ad una decina di anni fa) Iced Earth, uno dei miei grandi amori nella scena metal. Tutte le composizioni dei DNTE pagano infatti dazio a Matt Barlow e soci, così come in alcuni frangenti si possono scorgere influenze di thrash teutonico (Kreator su tutti) nelle linee melodiche delle chitarre. Da qui giungo subito alla prima conclusione: l'originalità non è certo il punto forte del gruppo greco. Ho ascoltato parecchio il disco, tanto che posso tranquillamente affermare che non si tratta di un lavoro brutto in senso assoluto, ma è altresì vero che non siamo davanti ad un lavoro che ci fa urlare al miracolo. La musica proposta si tiene sulla linea della sufficienza, le mazzate arrivano dritte a bersaglio, il disco è suonato e registrato bene, i suoni sono limpidi e cristallini, ma anche in questo campo ricalcano fin troppo da vicino le produzioni degli americani Iced Earth (in alcuni passaggi sembra di essere alle prese con un loro cd). Le otto canzoni proposte passano via senza colpo ferire, tutte abbastanza innocue sotto il punto di vista compositivo, anche se suonate molto bene e devo ammettere, anche molto potenti. La batteria costruisce tappeti di doppia cassa notevoli, il basso sempre molto presente e il riffing veemente, rendono le tracce però, un po' tutte uguali tra loro. Dal via con “Storm on My Side”, forse il miglior pezzo del lotto, si passa per atmosfere più rilassate con “Morning Star”, per poi continuare con la potenza di “Road to Nowhere”, facendo una pausa per rendere omaggio ai leggendari Blind Guardian con “Easter Path”. La corsa si conclude con gli otto minuti di “A Distant Sun”, sicuramente il mio pezzo preferito. In conclusione, un disco onesto, non certo un capolavoro; ma auspico per gli ellenici si tratti di un disco di transizione. Bisogna assolutamente allontanarsi dagli stilemi compositivi ed esecutivi degli Iced Earth, per non sembrare davvero una loro cover band; non è certo colpa di Alexandros Papandreou se il timbro somiglia così tanto a quello di Barlow, ma per carità, cantare con la sua stessa enfasi e con gli stessi accenti, mi sembra davvero troppo. Per il resto, un plauso ai musicisti che fanno il loro lavoro egregiamente. Aspetto i DNTE al prossimo appuntamento, sperando in una maggiore personalità compositiva, perché se così non fosse, sarebbe davvero un peccato. Tenetevi a debita distanza dalla Terra Ghiacciata!!! (Claudio Catena)

(Total Metal Records - 2014)
Voto: 60

Deviate Damaen - Retro – Marsch Kiss

#PER CHI AMA: Goth Sperimentale Identitario
Scrivere dei Deviate Damaen (ex Deviate Ladies), band romana attiva fin dal 1991 con trascorsi eccezionali e un curriculum musicale da far invidia a chiunque, è un compito ingrato che difficilmente riuscirò a portare a termine esaustivamente. La band, capitanata dal geniale vocalist, fondatore storico, G\Ab Svenym Volgar dei Xacrestani, è da considerarsi il modello sonoro che più rappresenta l'avanguardia estrema da più tempo in Italia. Il doppio lungo album dal titolo 'Retro – Marsch Kiss' è un colosso di schizofrenia poetica, spasmi sonici e romantici attacchi sonori a 360 gradi, costruiti con metodi lontani dalla consuetudine, distanti da tutta la musica odierna e basati sulla trasmissione costante di ideologie estreme, trasversali, deviate e perverse, un modo di intendere e fare musica che non esiste più, voluto e ricercato per dare qualcosa a tutti i costi. Ogni singola nota, rumore e parola è usata come un'arma per colpire la psiche dell'ascoltatore e indurlo alla riflessione, sana o insana che sia. La musica è un concentrato di porzioni rubate alla classica, alla lirica, alle canzoni del ventennio, marce militari tedesche, rumori d'ambiente, elettronica, dance wave, gothic rock, black metal sperimentale, tanta poesia, filosofia, storia, il mito dell'Impero Romano, Dante, la musica sacra e quant'altro che forse ora sta sfuggendo anche al sottoscritto. I testi dissacranti, iconoclasti, politicamente scorretti sono violentemente geniali, studiati per ferire, cantati in lingua madre, latino, tedesco e inglese, rispettando sempre quella forma arcaica che trova la sua miglior figura nel classicismo dell'antica Roma. Le liriche si muovono tra rimandi storici per approdare ad un confronto con la realtà durissimo, senza mezzi termini, mettendo a nudo le ipocrisie della società attuale ed il suo modo di vivere odierno. L'album è strutturato come un lungo audiolibro con tante voci narranti, dialoghi e monologhi intervallato da brani veri e propri, epici e ribelli, poco conformi alla normale forma canzone tra elettronica e post punk alla maniera dei Psychic TV e il black metal destabilizzante in odor di certe mitiche sperimentazioni rumorose dei Disiplin. Una veste perennemente teatrale lo rende molto impegnativo all'ascolto, dando comunque modo di focalizzarsi sull'originalità e la poetica dei testi, gustando alla perfezione tutta la trasgressione e la forza delle parole usate. Le composizioni sonore più rock oriented brillano di luce propria e di una prorompente personalità, riportando alla mente i grandi Disciplinatha di 'Adis Abeba', i Der Blutarsch di 'Der Sieg Des Lichtes Ist Des Lebens Heil' oppure i Death in June più sperimentali come quelli del brano "No Pig Day (All Pigs Must Die)" e nei momenti più duri si dividono tra il sound dei Christian Death (quelli di 'Pornographic Messiah'), l'avantgarde metal in stile Aborym, un pizzico punk/ hardcore vecchia scuola, passando per EBM, rumoristica, ambient minimale, recitato e canto militante di casa Ianva (altra band con cui il vocalist G\Ab ha collaborato) e tanti effetti in stile vecchio grammofono sparsi ovunque. Impossibile dunque giudicare 'Retro - Marsch Kiss' se non con il massimo dei voti (cosa quanto mai rara qui nel Pozzo), un'opera unica, che supera il concetto/valore della musica stessa per aprirsi ad un'esperienza espressiva unica che per i più potrà risultare inconcepibile ma per chi si mostrerà propenso a capirla e a condividerla, diventerà una vera chicca. Un'opera ostica, ossessiva, goliardica, crudele, realista, glam, anticonformista, folle, arguta, intelligente e incompresa. Un artwork perfetto e un booklet stracolmo di foto, testi e spiegazioni completano il capolavoro che ha impegnato la band per circa sette anni, licenziato via TSC Records nell'anno del Signore 2015. Concludo riportando una stupenda frase inserita nel booklet che la dice lunga sullo spessore di questo lavoro... "...Quanto alle “licenze poetiche”: i Deviate Damaen sono una licenza poetica vivente e militante. Una musica senza tempo... La continuazione del mito eterno, Roma caput mundi"! Ascolto obbligato! (Bob Stoner)

(TSC Records - 2015)
Voto: 100

domenica 19 aprile 2015

Omainen - Shades of Grey

#PER CHI AMA: Power Thrash, Nevermore, Testament
La Francia è attiva su tutti i fronti: l'abbiamo apprezzata poc'anzi con il math rock dei Quadrupède, in passato con i deliri estremi di Blut Aus Nord e Deathspell Omega, e anche grazie alle sonorità shoegaze di Alcest o Les Discrets. Credo fermamente che il paese dei cugini transalpini, rappresenti oggi come oggi, il luogo numero uno al mondo dove fare musica, musica con la M maiuscola. I ragazzi di oggi arrivano dalla capitale con un sound che si rifà al thrash dei Nevermore. 'Shades of Grey' è il loro roboante debutto, uscito nell'ultimo scorcio del 2014. Nove brani in tutto che vi potranno catturare per lo spessore energico delle loro chitarre. La title track, nonché anche opener del disco, mette immediatamente in chiaro le intenzioni dei nostri: il classico thrash metal melodico e schiacciasassi, grazie all'ottimo rifferama del duo composto da David e Matt, coadiuvati da Damien al basso e Rudy alla batteria. Cyril completa infine il quadro, ponendosi alla voce con la stessa attitudine di Warrel Dane nei già citati Nevermore, ma con risultati non altrettanto eccellenti. Quel che risulterà chiaro è che gli Omainen picchiano come dei forsennati e questo gli piace parecchio, ma ne costituisce un limite. Peccato infatti che un buon assolo non ne arresti la furia; tant'è vero che ho rischiato di cadere quasi immediatamente sotto i ferocissimi colpi inferti dall'ensemble francese. "New Breath" prosegue all'insegna della stessa monoliticità di fondo incontrata nella prima traccia, con un sound forse un po' troppo rigido nei propri confini musicali e con il vocalist a cantare un po' troppo per i miei gusti. Fortunatamente l'act di Parigi capisce la necessità di inserire delle varianti nel proprio sound e un paio di buoni assoli ne spezzano efficacemente la ripetitività. Con "The Great Deceit", la band diventa ancor più dinamica, sembra che impari, brano dopo brano, dai propri errori contribuendo a rendere il suono più variegato e poliedrico, grazie a ripetuti assoli che rendono il tutto più gradevole. Certo, con un Cyril un po' più intonato ed espressivo, le cose funzionerebbero anche meglio, ma si sa, lo spazio per il miglioramento è infinito. Il rullo martellante degli Omainen prosegue anche con le successive tracce, confermando punti di forza (una ritmica granitica e ottimi assoli) ma anche di debolezza (la voce è da rivedere, cosi come pure un'eccessiva staticità all'interno di schemi fin troppo definiti che rischiano di tediare chi ascolta). "When Nothingness Comes" suona al limite del doom, strizzando l'occhiolino addirittura ai Candlemass, "Rest in Violence" ha un'inclinazione più rock oriented, anche se poi il fragoroso riffing spacca che è un piacere con delle spigolose chitarre di scuola Testament. Un fugace intermezzo acustico e tocca a "The Source of All" prendere in mano le redini del disco per una portare a una degna conclusione questo 'Shades of Grey'. I suoni inflessibili della band continuano a collocarsi in un solido thrash metal assai robusto, in cui largo spazio viene concesso al potente drumming. Il disco chiude con altri due pezzi, di cui "Faultless Though Guilty" è la classica semi-ballad in stile Bay Area, che conferma luci ed ombre di una band che ha il dovere morale di migliorarsi, progredire alla ricerca di una propria personalità, sistemando qua e là un po' di cosine nella propria proposta. Coraggio. (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 60

Quadrupède - Togoban

#PER CHI AMA: Math/Elettronica/Post Rock, Mr. Bungle
Signore e signori, allacciate le cinture perché la corsa sull'otto-volante sta per cominciare. Si ringraziano i Quadrupède per aver gentilmente offerto la colonna sonora del vostro giro in giostra. E dopo l'intro "Beam Pool Mom", ecco partire a razzo la musica dei francesi di Le Mans. Cosi come per l'omonima gara, il duo formato da Lemien Dacoq e Smaseph Jolley, accende i motori e via si parte per una corsa all'insegna dei suoni più impensabili. A cavallo tra il nintendocore, il math, l'elettronica e ovviamente il rock, "Mambo Pomelo" è un brano totalmente folle, una girandola di polimorfe emozioni che non vi darà tregua per un solo istante facendovi sentire in una centrifuga insieme a carote, mele, banane e altre splendidi frutti colorati, e allo stesso tempo anche nel cockpit di una macchina da corsa a sfrecciare ai 300 km/h. Le influenze dei Quadrupède spaziano dalle varianti della musica rock, alla chiptune, per finire ovviamente alla musica per videogiochi. Ebbro da tali sonorità, il cui unico imperativo è stupire l'ascoltatore grazie a decine di trovate bizzarre, cambi di tempo assurdi e mille altri suoni che varrebbero da soli l'acquisto di 'Togoban', mi lascio condurre nel Paese delle Meraviglie dai suoni sintetici della psicotica "Rhododendron". Qui vengo investito da una frammentata tempesta magnetica che destruttura ogni mio singolo neurone cerebrale con suoni cinematici che si muovono tra reminiscenze in stile Marilyn Manson collisi con il post rock, l'elettronica e sonorità orientali. Confusi? Ascoltate e capirete. Se anche voi nel corso dei sei minuti di questo brano vi sembrerà di aver ascoltato 10 differenti canzoni di 10 differenti artisti, afferenti a 10 differenti generi, non vi preoccupate, siete normali. Un breve affondo noise e ci troviamo catapultati in "ÅSTRØ" e nei suoi delicati suoni, in cui pian piano va palesandosi un nuovo delirio musicale che per certi versi - ma si tratta solo di pochi secondi - può avvicinarsi ad "Again" degli Archive. Non pensate infatti che i due transalpini si accontentino di produrre una song normale; la pazzia è dietro l'angolo e pronta a sfociare in un qualsiasi momento. La band arriva infatti a proporre un avant-rock strumentale, veloce e incalzante, di chiara concezione elettronica, sulla scia dei nostrani Eterea Post Bong Band. La malinconica "Adulthood" chiude questo poliedrico 'Togoban', un disco di 26 minuti che vi lascerà semplicemente a bocca aperta. Incredibili. (Francesco Scarci)

(Black Basset Records - 2014)
Voto: 90

giovedì 16 aprile 2015

Eibon - II

#PER CHI AMA: Sludge/Death/Black/Doom
Un vento torrido mi brucia la faccia quando il primo magmatico riff irrompe nelle casse del mio stereo, facendole vibrare in modo assai pericoloso. Ecco il preludio inferto dai transalpini Eibon e dal loro secondo disco, 'II', uscito nel 2013 sotto l'egida della Aesthetic Death. 'II' come le due tracce contenute in questo platter di quasi 43 minuti, fatto di profondi riff di chitarra che si muovono tra momenti sludge, parentesi black e abissali digressioni funeral doom, il tutto però impreziosito da un'impensabile dose di groove tipica dell'hard rock anni '70, in grado di rendere godibile questo disco anche a chi mostra qualche remora nell'avvicinarsi a sonorità cosi estreme. Non so se sia merito delle lunghe parti strumentali, o di un'intrinseca capacità del quintetto parigino, che di classe ne ha a fiotti, nell'offrire la propria musica sul piatto d'argento, ma con le psichedeliche partiture di "The Void Settlers", mi sento conquistato senza alcuna esitazione, ingurgitato in scalcinati anfratti di decadenti quartieri di Parigi, ubriacato da un sublime vino rosso e allo stesso modo mi ritrovo inebriato dalle vibranti linee di chitarra dei nostri che mi conducono ipnotizzato fino al termine della opening track, in cui è l'impetuosa ritmica a prendermi a schiaffoni senza nemmeno che io me ne renda conto. Magistrali non c'è altro da dire. Eccellente è pure la voce di Georges Balafas, non troppo esuberante nella sua performance, a cavallo tra un acido screaming e un growling profondo. A dir poco stordito dall'incipit devastante dell'ensemble francese, arrivo alla seconda e ultima traccia, "Elements of Doom", titolo che la dice tutta su quanto mi troverò davanti da qui a poco. L'inizio è affidato a rumori indistinguibili che creano una certa suspance. Il brano parte cattivo, e anche abbastanza anonimo, palesando tuttavia una palpabile tensione di sottofondo. Della lisergica matrice affidata alla prima song non vi è più traccia nemmeno dopo i suoi primi dieci minuti. Un lunghissimo (e splendido) assolo in tremolo picking, rivela la natura bizzarra della seconda parte del pezzo, in cui i cinque musicisti si rincorrono attraverso claustrofobici meandri, in cui il black dei nostri invoca nella mia mente un'insana follia omicida. Quando gli animi si placano, cala il sipario su una notte senza stelle ove la pioggia cade copiosa e il disco si chiude languido nei suoi rimanenti sei minuti di suoni lontani. Sublimi. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2013)
Voto: 85