Cerca nel blog

sabato 16 gennaio 2021

Die Entweihung - Kings & Pawns

#PER CHI AMA: Black/Death
Chi pensava che la band di oggi fosse tedesca alzi la mano. Siate onesti. I Die Entweihung sono la creatura di tal Herr Entweiherr (all'anagrafe Denis Tereschenk), musicista russo trasferitosi a vivere in Israele. 'Kings & Pawn' è il decimo album per l'artista di quest'oggi, dieci dal 2007 ad oggi ed io, è la prima volta che li sento nominare. Da un punto di vista musicale, il polistrumentista di Vitebsk (che google mi darebbe in realtà in Bielorussia, il mistero s'infittisce) ci propone un black metal melodico che si apre sulle note strumentali di "Away into the Night" che lascia ben presto posto al suono scarno (colpa di una registrazione scadente) di "The Moustached God" un brano che, se potessi fare qualche paragone, vedrei come una versione black dei primi Amorphis. Si avete letto bene, in quanto le melodie folkloriche mi sembrano quelle che apprezzai ai tempi di 'Tales From the Thousand Lakes', dove la band finlandese mostrò al mondo le proprie qualità fuori dal comune. In questo caso non siamo a quei livelli stratosferici, ma più di una similitudine l'ho trovata con i colleghi finlandesi, sebbene questo sia invece il decimo album per Mr. Tereschenk che con la sua chitarra solista, guida un pezzo che mi piacerebbe sentire con ben altra produzione (più bombastica) e una ritmica più gonfia e potente. Questo per dire che le potenzialità ci sono tutte eccome, confermate peraltro da altri pezzi piuttosto brillanti come "As the Hangover Starts", la traccia più lunga dell'album, con i suoi otto minuti e mezzo di cupe melodie, intermezzi acustici ed eterei passaggi atmosferici, per non parlare poi di una entusiasmante sezione solistica. E ancora, interessanti sono i tecnicismi della strumentale "Confrontation", i solismi della title track (solo quelli, in quanto la traccia non mi ha fatto per nulla impazzire sebbene alla voce ci sia Alexander Ivanov dei Jinx) o la presenza al microfono di Alena Dark Zero dei Nocturnal Pestilence in "The Nonsense Games", in una sorta di emulazione della nostra Cadaveria. Due cover poi: "Working Class Hero" di John Lennon con la cantante ceca ancora alla voce e un altro ospite, Anton Shirl (Tales of Darknord) al basso per una scelta quanto mai azzardata, che fino ad un certo sembra ricalcare fedelmente l'originale, prima di prendere derive black. La seconda è "Sons of Moon and Fire" dei blacksters Der Gerwelt, di cui potevamo francamente fare a meno. Quello che mi perplime semmai e su cui lavorerei con maggiore alacrità, è la performance a livello vocale di Denis con quel suo screaming alquanto imbarazzante che mal si adatta ad un sound a tratti davvero raffinato. Insomma buona prova per i Die Entweihung, che se affinate un po' di più le armi, hanno tutte le doti per fare il salto di qualità. (Francesco Scarci)

(Wings of Destruction - 2021)
Voto: 69

https://wingsofdestruction.bandcamp.com/album/kings-pawns

Cyanide Grenade - Kind of Virus

#PER CHI AMA: Thrash Old School, Venom, Destruction
La scena thrash metal russa sembra essere improvvisamente in grande fermento, merito dell'etichetta Wings of Destruction che abbiamo avuto modo di apprezzare con innumerevoli uscite nell'ultimo periodo. La band di quest'oggi arriva da Yekaterinburg, si chiamano Cyanide Grenade e il qui presente 'Kind of Virus' rappresenta il secondo lavoro del terzetto dall'anno della loro fondazione, nel 2013. Dieci pezzi, inclusa una intro che ci accompagna a "Death in Anabiosis" la quale ci permette di far conoscenza della proposta musicale dei nostri, il cui sound ci permette un salto indietro nel tempo di oltre tre decadi. Si perchè il sound tipicamente old school della band chiama in causa vecchi classici che andavano di moda negli anni '80 quando il thrash si diffondenva a macchia d'olio a livello globale. Si partiva dagli States e da quella Bay Area in cui hanno visto svilupparsi band del calibro di Metallica, Exodus o Megadeth, o in contemporanea dalle parti di New York Anthrax e Over Kill sbocciavano con il loro sound. Per non dimenticare poi che nella piccola Newcastle upon Tyne in Inghilterra si formavano i Venom. Perchè tutti questi nomi? Semplice, sono solo alcune delle band a cui, in un modo o nell'altro, i Cyanide Grenade hanno pagato dazio nella stesura di questo disco. L'album irrompe infatti con quel sound thrash/punk che evoca gli esordi di James Hetfield e compagnia ma anche di Scott Ian e soci, senza dimenticare quell'aura maligna del duo Cronos/Mantas che avvolge l'intera release. Nella seconda "Birth of Hell" non nascondo ci abbia sentito un che dei primi Death nelle note corrosive della linea ritmica, qui un filo più articolata, complice un death mid-tempo. In chiusura poi quell'assolo allucinato ammetto mi abbia ricordato Bobby Gustafson, ascia impazzita dei primi Over Kill. Insomma, questo per dire che gli amanti di sonorità di questo tipo potrebbero anche versare una lacrima di nostalgia ascoltando 'Kind of Virus', visto che la super retrò "Salvation Denied", nel suo riffing lineare potrebbe evocare anche 'Killing is My Business...', con la più classica delle cavalcate dove le chitarre si muovono a cavallo tra thrash e speed metal, suoni che hanno cambiato la mia vita in quegli anni. E poi via giù di assoli super tirati che ci fanno ululare come matti. "Judgment Day" ha echi dei primi Testament, con la voce un po' disgraziata del frontman russo che potrebbe richiamare quella del buon vecchio Chuck Billy. Francamente, non mi vorrei dilungare oltre per dirvi che quello che ho fra le mani è un compendio del thrash metal anni '80, che ha ancora modo di citare il sound teutonico del trittico delle meraviglie formato da Kreator, Destruction e Sodom. Vi serve sapere altro? Non direi, se siete fan di tutte queste band, in 'Kind of Virus' troverete pane per i vostri denti necessari a organizzarvi la gita fuori porta che vi riporterà agli albori della storia. Ah, ovviamente il tutto senza un briciolo di originalità, ma questo era quanto meno scontato. (Francesco Scarci)

(Wings of Destruction/Global Thrash Attack - 2020)
Voto: 65

https://wingsofdestruction.bandcamp.com/album/kind-of-virus-2

The Flop - Underground Slaves

#PER CHI AMA: Punk Rock/Post Grunge
Mi sa tanto che la label Wings of Destruction non si sia sbagliata e mi abbia anzi di proposito inviato tutte le proprie release dalla notte dei tempi a oggi. Si perchè quello che ho fra le mani è un lavoro del 2012, anche se riproposto nel 2020 dalla stessa etichetta russa. Sto parlando dei The Flop, un nome un programma, che ci propongono nove tracce di garage punk rock. Non certo il mio genere preferito, però nel corso della mia lunga carriera di scribacchino, album del genere ne ho masticati diversi. E allora sapete già fondamentalmente a cosa andiamo incontro. Brevi e scanzonati pezzi, attitudine simil Sex Pistols, però il tutto rapportato ai giorni nostri. Almeno questo è quanto mi dice "Go Home", traccia in apertura di 'Underground Slaves'. La seconda "Black Sheep" è infatti già diversa, ossia la ritmica è più lenta e mortifera, esiste forse una forma di punk doom? Si perchè qui c'è un po' meno da divertirsi, essendo un pezzo più decadente e maledettamente alcolico, quasi i nostri siano in preda ad un delirium tremens bello pesante. E "White & Sticky", iniziando con un giro di chitarra stile System of a Down, si incunea in un sound malinconico, una sorta di post grunge di (primi) Nirvana memoria, imbevuto di una dose non indifferente di alcolici e sostanze psicotrope, per un cocktail servito a sole anime disperate. Anche "The USA" sembra uscito da un disco dei Nirvana, con la voce del frontman qui un po' meno tormentata. Inoltre la song è più controllata, fatta eccezione per la parte di coro. Più ostica da digerire "Hello My Dear", dissonante e con un assolo flebilmente accennato in chiusura. Con "Fucking Children" si torna al punk della traccia d'apertura, anche se questa volta non sembra gioioso come nell'opener. Più cantilenante "Own Priest" ma con un riffing più lineare e pesante. "Alice" è un pezzo semplice con la voce accompagnata dalla sola chitarra acustica. Mentre la conclusiva "The Toilet" beh, darebbe adito ad una battuta scontata stile Fantozzi, ma in realtà è l'ultimo pezzo punk oscurissimo e malato di questo 'Underground Slaves', un album non proprio indispensabile nella collezione di tutti ma per chi ama il genere, perchè non dargli una possibilità? (Francesco Scarci)

(Wings of Destruction - 2012/2020)
Voto: 63

https://wingsofdestruction.bandcamp.com/album/underground-slaves

venerdì 15 gennaio 2021

Iron Flesh - Summon the Putrid

#PER CHI AMA: Death/Doom, Autopsy, Dismember
Da Bordeaux ecco arrivare gli Iron Flesh con il loro secondo album 'Summon the Putrid', rilasciato dalla Great Dane Records in un elegante digipack. La proposta della putrescente one man band transalpina, come avevamo già avuto modo di osservare in occasione del debut 'Forged Faith Bleeding', è un death metal che chiama inevitabilmente in causa i primissimi Carcass, gli Entombed e gli Autopsy e quindi quel famigerato death sound che andava parecchio di moda nei primi anni '90 e che ha visto mirabolanti release vedere la luce in quegli anni. Con queste premesse facciamoci investire dal tornado della opening track, "Servants of Oblivion", un brano che mette in luce le potenzialità di devastazione della band ma anche una capacità di districarsi in assoli dal forte sapore heavy classico. Questo quindi il punto di forza di Julien Helwin e dei suoi compagni a supporto, ossia annichilirci con ritmiche invasate, vocals al vetriolo e graffi di chitarra davvero efficaci, sia in fatto di affilatezza che di melodia. Il tutto è confermato anche dalla successiva "Relinquished Flesh", tiratissima, ma dai contorni grooveggianti. La prima deviazione al tema si ha con la doomeggiante "Demonic Enn", mega ritmata e dotata di un refrain della seconda chitarra alquanto melodico che ne stempera quella sua plumbea cupezza intrinseca. Sembra quasi di ascoltare un altro gruppo rispetto alle prime due tracce, che erano invece cosi brevi e lineari, un vero pugno nello stomaco, mentre la terza si presenta più lunga e oscura. Con "Purify Through Blasphemy" spazio ad aperture scuola Edge of Sanity, periodo 'The Spectral Sorrows', dove la melodia era parte abbastanza consistente nel sound di Dan Swano e soci, con un altro assolo qui davvero apprezzabile. In "Cursed Beyond Death" ecco un'altra piccola novità, le spoken words che affiancano il growling, in un pezzo comunque compassato, che ammicca agli Asphyx ma che non vede ahimè particolari accelerazioni o sussulti di sorta. "Death and the Reaper's Scythe" è l'episodio più lungo del disco con ben otto minuti di sonorità ben calibrate, cosi tanto calibrate che alla fine vengono a noia. Molto meglio "Incursion of Evil" che, pur non offrendo nulla di nuovo, ci riconsegna la band laddove sembra rendere al meglio, ossia con le classiche energiche sgaloppate death old school ed un assolo sempre efficace seppur di breve durata. "Thy Power Infinite" è un altro schiaffo in faccia come incipit, poi ancora ammiccamenti agli Edge of Sanity nelle parti più melodiche e infine una cavalcata furente di death metal che trova il suo apice nel funambolico assolo conclusivo. L'ultimo pezzo è "Convicted Faith" e tutto il suo carico doom che non mi convince ancora granchè, preferendo la band su pezzi più tirati e melodici. Alla fine 'Summon the Putrid' non fa che confermare le buone sensazioni che avevo avuto in occasione del debut album, sottolineando tuttavia che quello fra le mani è un disco che non mostra alcun segno di originalità rispetto alle influenze canoniche della band. Buona tecnica, ottimi suoni, ma le idee affondano ancora nella notte dei tempi. (Francesco Scarci)

giovedì 14 gennaio 2021

Blood Pollution - Raw Sovereignity

#PER CHI AMA: Thrash Metal, Motorhead
Non ho ben capito come mai la Wings of Destruction mi abbia riproposto un album del 2015, quando la band in questione ha peraltro già fatto uscire un nuovo lavoro. Detto questo, loro sono i russi Blood Pollution e l'album è 'Raw Sovereignity', uscito ormai sei anni fa. Una mezz'ora abbondante di suoni thrash'n roll per la band moscovita. Brani scanzonati, veloci, divertenti per una serata all'insegna di birra, wurster e crauti in compagnia degli amici, a partire dall'iniziale "Runaway" per poi proseguire attraverso pezzi più o meno interessanti, fino alla conclusiva "Tribes of Doom". Sapete per atteggiamento e proposta musicale chi mi hanno ricordato questi tre pazzoidi? Un ipotetico ibrido tra Motorhead, Tankard e primissimi Over Kill. Pezzi belli tirati, vocals impastate, chorus ruffiani e tanta spensieratezza. Brevi schegge impazzite come la seconda "Greetings From Nowhere", due minuti e mezzo di mosh indiavolato, tra schitarrate selvagge e una parvenza di assoli. Non grandi cose, ma tanta genuinità che forse andavano di moda 35 anni fa. Però che volete farci, il disco ce l'abbiamo fra le mani oggi, divertiamoci perlomeno. Ascoltare "Rocket Erection" è stato un tuffo nel passato quasi ad assaporare i primissimi vagiti dei Megadeth, con la voce del frontman a emulare l'esimio Dave Mustaine dei vecchissimi tempi. E poi ancora tonnellate di riffoni come non se ne ascoltava da anni con i miei pezzi preferiti identificati nella campanellosa "Monster Trucks Gone Wild", l'hard rockeggiante "Into the Abyss" e la conclusiva "Tribes of Doom", la traccia più lunga e strutturata del lotto, che mette in pista un po' tutte le influenze dall'heavy al punk passando attraverso il thrash concepito dal terzetto russo. Niente di serio, a parte puro rock'n roll. (Francesco Scarci)

La Città Dolente - Sales People

#PER CHI AMA: Mathcore/Sludge/Hardcore, Converge
Esordio in pompa magna per La Città Dolente, che si presenta con un full length dinamitardo, dopo il primo EP del 2018 dal titolo 'Opportunist'. La band, d'istanza a Milano, composta da quattro elementi di cui tre che provenienti da altre realtà come Pescara, Londra e Roma, si espone con un sound ben calibrato, potente e dai toni naturali. Un combo assai affiatato che, al cospetto dell'universo mathcore, ci propone una manciata di brani ben assemblati e di sicuro impatto. Si gioca in casa di band storiche tra Botch, Converge e Coalesce anche se qualche ruvida sfumatura old school alla 'End of Days' dei Discharge, li fa sembrare più originali e meno omologati. Mi piace la loro ricetta sonora, perchè non è né troppo patinata, né troppo tecnica o troppo diretta, perfettamente sobria, equa, ruvida e riflessiva al tempo stesso, snodandosi in una commistione sonora in equilibrio tra i vari maestri del genere, senza pendere direttamente dalle loro note, evitando cosi il facile rischio di plagio. I nostri con 'Sales People' riescono cosi a ritagliarsi una dinamica personale che dopo pochi ascolti risulta di buon gradimento e di grande effetto, accompagnata da un'ugola potente e qualificata, che ne esalta la forza d'urto e ne caratterizza le composizioni, suonate in modo più che eccellente, calde, emozionali, che difficilmente soffrono di una ripetizione creativa. Quello che sta dentro alle canzoni, l'alienazione urbana descritta nei testi è un punto in più, anche se mi sarebbe piaciuto sentirle cantate in lingua madre (apprezzabile infatti il moniker della band), scelta che avrebbe ampliato la comprensione dei concetti al popolo italico amante della musica estrema. Comunque, brani come "Corrupt" e "Profiteering", risalgono la corrente e si posizionano ai vertici della mia personale classifica di gradimento, senza nulla togliere all'intero cofanetto, che è prodotto e confezionato egregiamente, compreso il bel lavoro svolto per l'artwork di copertina. Un bel disco dal sapore internazionale che ha i numeri per farsi notare anche extra confini nazionali, teso, rumoroso, carico di risentimenti e che sapientemente usa innesti sludge e metalcore, per creare chiaroscuri e ritmiche più contorte, interessanti e variegate. Mi è piaciuto anche scoprire, leggendo un'intervista rilasciata sul web, che la band ha come fonte d'ispirazione formazioni interessanti come Infall e Anna Sage, provenienti dall'underground tricolore e francese (dove la scena transalpina ha peraltro band interessanti), tenendo un profilo basso senza sparare nomi esaltanti e troppo costruiti. Questo modo di porsi, a mio avviso, rende La Città Dolente ancora più vicina alla realtà di una scena italiana che ha bisogno di essere riportata ai fasti e all'originalità genuina di un tempo. In conclusione 'Sales People' è un album da prendere seriamente in considerazione, un disco interessante, di qualità, che non deluderà gli ascoltatori, nemmeno quelli più esigenti. (Bob Stoner)

(Toten Schwan Records/Fresh Outbreak Records/Hidden Beauty Records/Mother Ship/Shove Records/Violence in the Veins - 2020)
Voto: 75

https://totenschwan.bandcamp.com/album/tsr-120-sales-people

lunedì 11 gennaio 2021

Spectrale - Arcanes

#PER CHI AMA: Ambient/Neofolk
Fluttua gorgogliando, agitandosi lento il primo pezzo degli Spectrale di questo secondo lavoro intitolato 'Arcanes'. “ Overture”: vortici dalla forza centrifuga alimentano acuti inviolati. L’apertura senza colpo di scena non sarebbe degna. Eccoci a “Le Soleil” brano da cui è stato estratto uno splendido video. Cavalcano i suoni le valchirie di Odino con i tocchi acustici del maestro Jeff Grimal. Scompongono i suoni le ancelle di Zeus. Le baccanti danzano sinuose dinanzi al fuoco di Bacco. Capite che in questo corpo di emozioni potreste essere chiunque, senza scordare che la malia del suono vi può portare da Medea. Dagli dei ad un talamo di veli di lino mossi dal vento dell’est. “L’Impératrice”. Un arpeggio di chitarra ed il violoncello di Raphaël Verguin ci portano ad un loop scomposto, poi a singole note pizzicate, ed ancora all’emozione, perché questa song si congeda con un climax ascendente di suoni emotivamente sanguigni. Quest'album è un salto continuo tra continenti. Ora la foresta Amazzonica ci ospita nell’ascolto di “Le Jugement”. I tronchi sentono i suoni, rimbalzandoli di volta in volta per rendere giustizia ai pensieri degli Spectrale che sembrano riflettere qui, alimentando l’attesa del prossimo brano. Non si fa attendere “Le Pendu”. Musica e poesia. Ripetuti e Rabbia. Carezze e diamante. Un vetro scolpito. Una soglia che cela. Un manto invisibile che vorrebbe cadere. Lasciamo l’atmosfera per una colonna sonora al cardiopalmo. “Interlude”. E vi ho detto troppo. Cambia ancora la veste trasformista degli Spectrale. Eccoci a “La Justice”. Ebbene siete innocenti? O siete colpevoli? Questo brano, col suo ritmo vibrante, vi porterà alla soluzione catatonica delle vostre incertezze. Aspettate che debbo vestirmi appositamente per questa “Le Bateleur”. Senza forma non potremmo assorbire la sostanza invisibile di questo grido femminile che vede il sublime featuring di Laure Le Prunenec (Igorrr, Corpo-Mente, Öxxö Xööx, Rïcïnn) dietro al microfono. Noi sulle rive della Senna. Lei sulle vette piu alte di una città. Noi predati dal suono. Lei suono. Ed è come avessimo vissuto un istante in mille anni. Sempre sul suono strumentale. Sempre sul ghiaccio sciolto dall’armonia. Sempre chiara, lontana e nostalgica è “La Lune”, un pezzo oscuro quanto una notte di luna nuova. Gli Spectrale chiudono con “La Papesse” il loro album. Un labirinto di speranza ed attesa. Una caccia ed una preda. Una evoluzione sonora che può ravvivare il nostro ascolto o portarci in un ghiaccio che solo noi potremo sciogliere. Immaginoso. Folgorante. Enigmatico. In questo lavoro degli Spectrale, ascoltate e scrivete. Avrete sorprese in musica.(Silvia Comencini)

(LADLO Productions - 2020)
Voto: 75


https://ladlo.bandcamp.com/album/arcanes

Quantum Panik - Human Bridge

#PER CHI AMA: Nu Metal, Slipknot
Di nu metal purtroppo non se ne sente più parlare, ma per fortuna c’è ancora qualcuno che, nonostante il genere sia ormai passato di moda, si cimenta ancora a sperimentarlo sfidando le mode del momento. È il caso dei toscani Quantum Panik che con l’EP 'Human Bridge', uscito lo scorso anno, dimostrano di essere devoti alla causa e di amare follemente suddetto genere. Un EP breve quanto intenso, tre tracce per una durata totale di 11 minuti in cui ci viene mostrato un sound che dimostra palesemente di essere influenzato dagli Slipknot old school, con un pizzico di personalità che s'incastona bene nel tutto. Gli elementi chiave del gruppo sono sicuramente il vocalist Tommaso Pescaglini, che con la sua ugola rimanda subito al Corey Taylor dell'Iowa al quale aggiunge anche qualche sfumatura death metal e il batterista Luca Iacopetti e i suo quattro arti che fanno sembrare la sezione di batteria al limite di una drum machine. Anche Yuri Fabbri sembra mettersi in gioco, mostrando un basso bello possente e dal suono metallico che si amalgama bene con il resto del sound. Ma parliamo dell’EP. Si parte con la titletrack, la traccia più strutturata del disco, la quale dopo un intro di chitarra abbastanza misterioso, parte con un riff trattenuto che ci introduce ad una voce apparentemente tranquilla, ma che durante i ritornelli si scatena totalmente. Altro momento da menzionare è il breve bridge composto da un basso bello pomposo che sa mettersi in luce al punto giusto e ci accompagna ad un assolo di chitarra che, seppur breve, funziona alla grande. Si passa poi alla mia traccia preferita ovvero “Stomp” che ha tutta l’intenzione di farci pogare come se non ci fosse un domani. Con questo pezzo il gruppo si meriterebbe l’appellativo di “Slipknot italiani”. Mentre la si ascolta viene quasi in automatico ripensare, attraverso vari flashback, a quel capolavoro di 'Iowa'; tutto il brano infatti viaggia su quella scia, dal potente intro ai versi accattivanti, in particolare il secondo, nonchè i ritornelli possenti ed impazziti. Dopo un bridge incalzante all’ennesima potenza, i nostri si scatenano nella seconda parte con i pedali del batterista pestati al massimo. E poi una parte finale entusiasmante, introdotta dall'urlo indemoniato del vocalist che si farà sentire da qui all’eternità. L’ultima taccia, “Medicina Amara”, è la canzone più rappata del disco cantata peraltro in italiano, lingua abbastanza sottovalutata nel rap metal, il che le dà quel tocco in più che rende speciale anche quest’ultimo pezzo. Qui possiamo sentire Yuri che, oltre a suonare il basso, nel ritornello si cimenta anche nel ruolo di seconda voce insieme al cantante. Un EP notevole per quello che vuole dimostrare e che può davvero gettare le basi per una nuova ondata nu metal in salsa italica, comunque punto di partenza per un album di debutto. Volevo chiudere dicendo che un elemento cardine che distingue l’artista che suona per soldi da quello che lo fa per passione è il fatto che se vuoi suonare un genere che ti piace, lo fai indipendentemente dal fatto che sia di moda o meno o che tu riesca o no a diventare milionario. Ecco, ascoltando 'Human Bridge' direi che i Quantum Panik lo facciano sicuramente per passione. Ne consiglio pertanto l’ascolto, e perchè no l’acquisto, a tutti gli amanti del nu metal. (MetalJ)

sabato 9 gennaio 2021

Ambassador - Care Vale

#PER CHI AMA: Alternative/Post-Grunge/Dark
Ecco una band che sul finire del 2020 ha conquistato un posto nella mia personale classifica dell'anno passato. Sto parlando degli Ambassador, compagine proveniente dalla Lousiana, che ha rilasciato sul finire dell'estate scorsa questo EP di sei pezzi intitolato 'Care Vale'. Che dire, il platter è fresco quanto mai tenebroso. Il tutto è certificato dall'opening track, "Colonial", un brano guidato da uno spettrale giro di chitarra e dalla voce di Gabe Vicknair, uno che deve essere cresciuto a pane e Fields of the Nephilim, visto che il mood oscuro degli inglesi lo riversa all'interno di un sound oltremodo delicato che tocca qua e là alternative rock, post-punk o dark metal. Il sound dei nostri tuttavia non si limita certo a questa o quell'etichetta, ma volge il proprio sguardo verso sentieri differenti, spaziando anche all'interno di post-metal, sludge, shoegaze e altre sonorità che potrebbero scomodare facili paragoni con gli ultimi Katatonia. Notevoli, è stato il mio primo pensiero. E malinconici quando la seconda "Voyager" ha cominciato a fluire nel mio stereo con i suoi raffinati orpelli chitarristici, come un soffio leggero che sposta impercettivamente i capelli davanti agli occhi. La voce di Gabe rimane il punto di forza dell'ensemble, ma anche la musicalità cristallina messa in piedi dalla band di Baton Rouge si rivela davvero formidabile con ariose aperture che potrebbero evocare un che dei Russian Circle. All'inizio menzionavo le divagazioni sludge, eccomi accontentato in "Subterfuge", con quel suo pesante riffing melmoso allegerito soltanto dal raddoppiare della seconda chitarra che, oltre a conferire un tocco di malinconia ad un brano per larghi tratti strumentale, ne stempera anche l'irruenza. Ma con l'ingresso della voce e della tribalità di un drumming che chiama in causa ancora i Katatonia, ecco che il gioiellino è servito, con quelle sue chitarre riverberate di chiara matrice post-rock. Ve lo dicevo che dentro a 'Care Vale' c'era di tutto e per tutti i gusti, quindi non esitate avanzando nell'ascolto. Verrete sorpresi dal temperamento nostalgico della title track, cosi emotivamente inquieta e cosi forte nello sconquassarci l'anima con il suo incedere delicatamente dilaniante. Con "Severant", quelle nubi che si stavano addensando nell'aria poc'anzi trovano modo di scaricare la propria rabbia attraverso un riffing dapprima pesante ma che in pochi secondi perde vivacità acquisendo un tono ancora malinconico. Ma i quattro americani sono abili nell'alternare luci e ombre, cosi come eterei passaggi acustici a fragorose scariche elettriche, ammiccando qui anche ai Deftones. La chiusura è affidata alle note di "Spasma", dove emergono infine accenni post-grunge che si vanno a sommare a una ricerca spasmodica del suono emozionale, maledetto e dannato, malinconico e irrequieto, che fanno di questo 'Care Vale' un lavoro intenso e da gustare tutto d'un fiato. (Francesco Scarci)