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lunedì 25 maggio 2015

Caronte - Church of Shamanic Goetia

#PER CHI AMA: Doom, Black Sabbath, Pentagram, Saint Vitus
I Caronte sono una di quelle band che una volta ascoltate dal vivo ti segnano per sempre. La loro musica, l'esperienza live e tutto quello che gravita attorno al loro mondo, ti catapultano in una dimensione parallela e ti ritrovi a sogghignare senza sapere il perché. Cosa manca ai Caronte per essere tra le migliori venti doom band al mondo? Nulla e allora comprendi, il tuo terzo occhio si apre e vedi quello che è sempre stato li davanti alla tua cecità: una band di Parma nata cinque anni fa che scrive e suona come i Black Sabbath, Pentagram o Saint Vitus. Il quartetto formato da tre fratelli e un amico d'annata, ha alle spalle l'ottimo album 'Ascension' del 2012 e da poco sono usciti con 'Church of Shamanic Goetia', distribuito dalla tedesca Vàn Records. Innanzitutto il nuovo album si presenta in un digisleeve che potrei definire semplicemente stupendo e che ha pochi rivali in termini di fattura ed estetica: cartoncino nero di due millimetri di spessore (!!) con grafica impressa a caldo da entrambi i lati, inchiostro dorato per tutti i testi compreso il booklet, insomma un tripudio in edizione limitata che farebbe felice anche il più esigente dei musicofili. Considerando che l'etichetta avrebbe potuto mandarci una versione semplificata per gli addetti stampa, non posso che inchinarmi a cotanta generosità e cominciare ad aprire questo oracolo e ascoltarlo con profondo rispetto. Il cd contiene sette tracce che trasudano doom (precisamente "Shamanic doom" come piace dire ai Caronte) che ostenta misticismo e spiritualità in ogni singola nota. L'album apre infatti con "Maa-Kherus's Rebirth", un inno esoterico che affonda le proprie dita scarnificate nell'ancestrale storia africana e nel culto sciamanico egiziano. Mi scuso se quanto riporto non è corretto, ma attingendo dal web, leggo che Maa-Kherus è un' identità maschile (o femminile se indicato come Maat kheru) che ha raggiunto la maturità spirituale ed è quindi cosciente del proprio ruolo divino nel grande cerchio della vita. Ciò gli permette di essere sincero e di agire sempre nel giusto, un tema terribilmente attuale se si pensa a quanto sarebbe necessaria tale figura nella società moderna. Forse i Caronte esprimono al meglio la perenne ricerca della verità, del vita dopo la morte, guardando al passato in cerca di risposte e questo si riversa nella loro opera musicale. Il brano è puro doom onirico, cadenzato e pesante, ma mai funebre, proprio per sottolineare la celebrazione della rinascita. Grandi chitarre che divengono tappeto sonoro e contemporaneamente protagoniste delle melodie a colpi di riff. Basso e batteria sono l'altra metà perfetta del mix sonoro dei Caronte, decisi e senza mai esitazioni di sorta. La voce è il sigillo che completa il tutto, costantemente inneggiante al cielo e alla terra, un timbro che bilancia perfettamente il suono della band, infatti è tutt'altro che scuro e monotono. Ciò regala parecchia dinamica al brano e trasmette perfettamente le sensazioni di ogni singola parola. "Wanka Tanka Riders" innesta una marcia più alta mantenendo comunque lo stile Electric Wizard, incalzante ritmicamente come una ballata stoner e articolata grazie al break centrale che ci riporta alla meditazione dopo lo sfogo iniziale. L'utilizzo di effetti è ridotto all'osso e questo mette ancora più in gioco l'attenzione che la band deve avere per i riff e gli arrangiamenti. Le atmosfere sono sempre al top e gli otto minuti vi racconteranno una storia che vi catturerà dal primo accordo. Lo scopo ultimo della musica è proprio questo, come leggere un buon romanzo o farsi rapire da una pellicola. particolarmente coinvolgente. Al di la del genere, se il musicista riesce in questo, può considerarsi soddisfatto e guardare avanti per osare sempre di più. "Temple of Eagles" cambia ancora, con una possente intro noise-drone a fare da apripista al classico stile celebrativo del doom marchiato Caronte. Da questo brano è stato anche tratto l'ultimo video della band che racchiude un sapiente montaggio fatto di immagini che raffigurano indiani americani, popolazioni asiatiche, simbologia esoterica, fumatori di oppio e tanto altro, da vedere. Un brano colossale, artisticamente complesso perché studiato nei minimi particolari dove niente è stato lasciato al caso. Suoni sempre in linea con i temi trattati, soprattutto in questa traccia dove si celebra l'aquila che raffigura il psicopompo per eccellenza, colui che accompagna l'anima dello sciamano. Un concept album da avere, non solo per il delizioso packaging, ma perché avrete la prova inconfutabile che i Caronte sono una band eccezionale per cui vi assicuro, che verrete rapiti dal loro viaggio senza tempo... (Michele Montanari)

(Vàn Records - 2014)
Voto: 90

domenica 24 maggio 2015

Deadalus - Remnant of Oblivion

#PER CHI AMA: Techno Death, Meshuggah
La Kreative Klan sale in cattedra proponendo il full length d'esordio dei belgi Deadalus, fautori di un ultra tecnico concentrato di death metal con i controcazzi. Solo sette pezzi per una mezz'ora scarsa di musica bastano e avanzano per sancire l'eccezionale bravura di questi quattro ragazzotti di Liegi che devono essere cresciuti a pane, birra e Meshuggah. "An Adverse Event Horizon" attacca con un riffone bello compatto che sembra sul punto di esplodere da un momento all'altro. La traccia si mantiene invece granitica, infliggendo cambi direzionali da urlo e mantenendo costante un senso di tensione che mai trova sfogo nell'evoluzione della song, che sottolinea il dualismo vocale (scream/growl) del frontman Nico. L'ubriacante lavoro alle chitarre di Séba trova più spazio nella successiva "An Unthinkable Mess", dove la roboante ritmica ha lo stesso effetto di un cinghiale posto sullo stomaco. Quando poi Séba inizia a giochicchiare sul serio con la sua sei corde, non ce n'è davvero per nessuno, peccato solo che gli assoli non siano cosi lunghi, altrimenti fiumi di sangue sgorgherebbero anche dalle vostre di orecchie. Dalle mie sgorga già, complici quelle frustate inferte alla batteria dal funambolico Mykke, che insieme a Max al basso, completano il quartetto. Max che irrompe a gamba tesa nella terza "Fathom", altra song che mostra una contraerea lenta ma efficace. I cambi di tempo non si contano, i tempi dispari creano una certa difficoltà nel digerire alla prima botta il sound dei nostri, ma quando anche voi ci farete l'orecchio, non potrete che esaltare l'eccezionale tecnica del combo belga, che a livello solistico sembra risentire addirittura di certi influssi jazz fusion. Spaventosi, e quando parte "In Timeless Patterns", i Deadalus sembrano essere in grado di corrodere ancor di più i miei timpani, con un giro psicotico di chitarra che evoca gli stralunati Infernal Poetry. Potenti, ma mai sopra le righe con velocità supersoniche o quant'altro. Con un riffing che sembra preso in prestito da "This Love" dei Pantera, l'ensemble costruisce un disco intelligente e assai maturo che ha ancora da dare parecchio: l'assolo in "Bury Me" ha lo stesso effetto di una punta di diamante sulla portiera di una macchina e con quella sua linea ritmica a dir poco disturbante, la eleggo come mia traccia preferita di questo 'Remnant of Oblivion'. In "Axis of Entropy", sono ancora i cambi di tempo al fulmicotone, privi di alcuna sbavatura di sorta, a tenere banco con un impianto ritmico da far impallidire chiunque. La forza dirompente dei nostri risiede poi nella capacità intrinseca di suonare brutali pur non eccedendo mai in fatto di pesantezza o velocità. Arrivo frastornato alla conclusiva title track, quasi sfinito, eppure sono passati solo 23 minuti: vengo investito dalla traccia più lunga del disco, che ha il solo compito di darmi il colpo di grazia e condurmi alla follia totale. Attenzione quindi anche a voi, l'ascolto di 'Remnant of Oblivion' potrebbe risultare parecchio pericoloso. (Francesco Scarci)

(Kreative Klan - 2014)
Voto: 80

Cyber Baphotmet & Karna - Void 2.0

#PER CHI AMA: Electro Industrial, Samael
Quello dei Karna è un caso più unico che raro: la band russa sembra infatti sciolta da qualche anno, eppure ne continuano ad uscire release. Questa volta il terzetto di Azov condivide questo split album con i russi Cyber Baphomet, side project dei disciolti Baal Zebuth. Andiamo comunque con ordine, visto che i primi ad entrare in gioco sono proprio gli industrial electro blacksters Cyber Baphomet, che con 6 tracce a disposizione, mostrano di che pasta sono fatti. Intro di rito e poi si scatena "In(Sekt)", song che palesa gli interessi elettro cibernetici dell'act russo. Montagne di synth sovrastano infatti oscuri growling vocals e una gelida drum machine. Un po' Plasma Pool (ve la ricordate vero la creatura di Attila Csihar?), un po' EBM, ma soprattutto parecchio industrial, i nostri si lanciano in una galoppata dai tratti techno. Disorientati? Io si, parecchio. Si continua con suoni dai contenuti post-apocalittici e il titolo della terza traccia non può che essere "Postapokaliptik", che strizza l'occhio alle sperimentazioni elettroniche degli Aborym, con tappeti morbosi di sintetizzatori, dall'effetto asfissiante. Un po' di dark ambient con la breve "Tapping the Nekrotikk Sun" e tocca a "Speed-freak Satanik" tornare a movimentare il disco, con sonorità convulse, oscure, malate e anche un po' stantie. La verve danzereccia della prima song si è persa per strada e quello che rimane è una colata lavica di suoni dannati. Con la conclusiva "Unfuture", si tornano ad apprezzare delle melodie dark ambient, che tanto furon care a Burzum nel suo periodo di prigionia e nelle sue ultimissime produzioni. Con i Karna si dovrebbe cambiare registro: intro noise, una sorta di tuning radiofonico e poi "Silent Scorn". Della band russa, avevo apprezzato parecchio 'Raven' nel lontano 2006, poi ne ho perso un po' le tracce. Tornano quindi in sella con questo lavoro dedito a un lugubre sound elettro industriale, ove, a differenza della band d'apertura, di chitarre vi è per lo meno traccia e i vocalizzi sono ben distinguibili e non caotici. In questo caso è più l'eco dei Samael più sperimentali ad emergere dalle tracce a disposizione dei Karna, che si rivelano marziali nel loro incedere. Ancora synth ed effettistica varia con "Tolerance Zero", traccia ritmata che conferma quanto già scritto in fatto di influenze palesemente votate ai ben più famosi colleghi elvetici. Fortunatamente la presenza delle chitarre rende la musica un po' più digeribile, ma non aspettatevi grossi cambi di tempo, il pattern ritmico rimane infatti per lo più uguale dall'inizio alla fine del brano, fatto salvo per un intermezzo più dark oriented. Un brevissimo (6 secondi!) intermezzo e poi il lungo finale è affidato a "Black Mirrore Blaze", noiosissima traccia ambient, che fa scemare del tutto il mio interesse verso il cd, valutandolo alla fine come appena sufficiente. Ci vuole ben altro per scuotere i sensi degli ascoltatori che pseudo provocanti sonorità industriali. (Francesco Scarci)

(S.N.D. Productions - 2015)
Voto: 60

Killbody Tuning - Hello! Welcome, So Far...

#PER CHI AMA: Post Rock
La Chaux-de-Fonds (in Svizzera, sforna una band molto interessante che ha saputo coniugare il post rock strumentale in diverse forme artistiche. A tre anni dalla fondazione, il quartetto del Canton Neuchâtel, debutta nel 2008 con un ottimo album per poi allargare i propri orizzonti arrangiando un'opera teatrale e successivamente scrivendo la colonna sonora di un cortometraggio. Dopo diversi tour e altri due album, alla fine del 2014 arriva questa quarta fatica intitolata 'Hello! Welcome, So Far...'. Il digipack si presenta semplice e curato con una grafica minimalista, in bianco e nero, mentre le tracce contenute sono sette per un totale di quaranta minuti circa. "Part 2" inizia con un tappeto ambient sussurrato, qualche battito di batteria e un lontanissimo riff di chitarra crescente che vi accompagneranno per la prima parte del brano. Poi l'ensemble esplode senza mai troppa violenza, guidandovi in un viaggio onirico, tra il liquido e lo spaziale. Formula ben conosciuta nel mondo del post rock e i Killbody Tuning lo fanno con personalità. Arrangiamenti e melodie sono ben costruite, lo stesso dicasi per la qualità dei suoni che raggiunge quasi la perfezione, il tutto mescolato ed eseguito con perizia e trasporto. "Green is the New Red" è una ballata più carica e movimentata che non perde tempo con introduzioni e tappeti sonori, ma va dritta al nocciolo. Tanto movimento, l'onnipresente sezione ritmica di batteria e basso sostiene la fitta trama di note con repentini cambi di direzione. Come spesso accade nel post, le chitarre svolgono un ruolo importante e riescono a farlo con grande equilibrio, diventando protagoniste quando serve oppure nascondendosi dietro agli altri strumenti nei passaggi più sommessi ed intimistici. Le distorsioni sono sempre leggere e ben definite, una sorta di crunch che contribuisce a dare similitudini vicine band come Ulver e Isis. I Killbody Tuning possono essere posizionati in un ipotetico spazio sospeso tre Mogwai, Sonic Youth e Sigur Rós, mantenendo comunque una loro spiccata personalità. "Power Out..." è probabilmente la traccia più azzeccata dell' album, più aggressiva quando serve e con meno sfumature post rock. Anche qui i suoni sono ebbri di riverbero e delay, ma la carica della seziona ritmica trasmette energia e trascina tutto e tutti per i quattro minuti abbondanti di brano. La struttura è quella classica, con una lunga introduzione che fa da preludio alla scarica centrale ed è forse qui che la band potrebbe provare a giocare, divertirsi e sorprendere l'ascoltatore. Rimanendo fedeli al genere utilizzando suoni che sono il marchio di fabbrica del post rock, gli arrangiamenti e le melodie si rivelano potenti strumenti per plasmare la propria musica. I Killbody Tuning sono un'ottima band che scrive buona musica e rischia di passare inosservata ed essere risucchiata nell'immenso vortice del music business; vedremo se sapranno destreggiarsi al meglio. In parte l'hanno già fatto, le loro collaborazioni con teatro e cinema denotano alla fine un bell'estro e tanta intelligenza. (Michele Montanari)

(Hummus Records - 2014)
Voto: 75

In Cauda Venenum - S/t

#PER CHI AMA: Post Black Progressive, The Great Old Ones
La Les Acteurse de l'Ombre Productions ha dato il via a una nuova sottoetichetta, la Emanations, con la quale diffondere, in edizione limitata (digicd o tape), le release delle band emergenti estreme più interessanti. Iniziamo col conoscere gli In Cauda Venenum, duo francese dedito ad un ferale e apocalittico post black. Due le tracce contenute nei quaranta minuti abbondanti di questo lavoro, che esordisce con "Alpha", song dall'intro ambient/noise volto a rendere più trepidante l'attesa per la musica che andrà a sprigionarsi da qui a breve. La tensione va via via aumentando per diversi istanti, prima che divampi la violenza dei nostri, a materializzarsi attraverso ritmiche intense e screaming vocals demoniache, stemperate tuttavia, spesso e volentieri, da frangenti atmosferici e break melodici. L'elemento cardine su cui poggia il sound dei nostri è un black metal sostenuto, a tratti dai contorni infernali, che tuttavia mette in mostra anche una certa abilità da parte del duo transalpino, nel sapere miscelare una certa veemenza sorretta da blast beat isterici, con eterei sprazzi post rock, rendendo la proposta dell'ensemble di Lyon, assai accattivante. La traccia viaggia comunque sui binari di una certa alternanza tra ritmi infuocati e pause più ragionate in cui emergono le influenze più disparate, dal progressive al doom ossessivo, dal black cascadiano fino a lambire i confini del rock, anche quando verso fine brano, irrompe addirittura un assolo, merce rara da queste parti. La seconda canzone, "Omega", inizia ancora con melliflui attimi di quiete che vanno irrobustendosi quando le chitarre elettriche squarciano l'etere e infiammano l'aria con bordate velenose, urla ferine e ritmi punk. Poi ancora un melodico assolo e cascate di note in tremolo picking, scardinano il concetto di black metal classico, incanalando la proposta degli In Cauda Venenum verso sonorità ancor più personali, intimiste e liturgiche, pur mantenendo intatto uno spirito indomito e battagliero, per un finale a larghi tratti malinconico. Se il buon giorno si vede dal mattino, sentiremo parlare parecchio degli In Cauda Venenum in futuro. Bravi. (Francesco Scarci)

(LADLO Prod/Emanations - 2015)
Voto: 75

giovedì 21 maggio 2015

Crom Dubh - Heimweh

#PER CHI AMA: Black, Primordial, Drudkh
La cosa che mi ha colpito di più di questa band londinese è che riesce a suonare black metal pur non avendo i soliti retaggi stilistici. I canoni vengono sradicati quasi sistematicamente da una composizione insolita e intelligente, un suono tanto particolare che tutto ricorda tranne un furioso, scontato ensemble metallico! Il nome Big Country a molti metallari non dirà nulla, giustamente, poiché era una band scozzese dedita alla new wave/post punk negli anni ottanta (tutt'ora in attività) che non suonò mai heavy metal in vita sua ma un collegamento logico tra queste due diverse realtà c'è e ve lo spiegherò. Questa band aveva la splendida particolarità di usare le chitarre in una maniera tanto atipica da sembrare cornamuse scozzesi. Ecco, i Crom Dubh stanno al black metal come i Big Country stavano alla new wave tanti anni fa con la differenza che la loro musica è tribale, evocativa e violenta al tempo stesso. I nostri riescono infatti ad estrarre un suono astrale, sinfonico, suadente, desolato, romantico e inaspettato, diverso, cosi inconcepibile dal punto di vista musicale del genere che l'ascoltatore ne rimane sconcertato, ammaliato e spiazzato. È come un flusso magnetico che avvolge continuamente, che non confina forzatamente sentimenti malvagi o maligni ma che sprigiona sensazioni forti e ricercate, vortici maestosi e cadute infinite dell'anima, viaggi introspettivi guidati da un sound prevalentemente gestito da chitarre che sembrano emulare l'ancestrale grido di battaglia delle cornamuse scozzesi da me immaginate, in piena solitudine, con un vento gelido che graffia sul volto. Niente che sia gotico o barocco, niente di sinfonico nel senso stretto del termine, solo un flusso che porta affinità verso le cinematiche evoluzioni del post rock, che esalta il tocco etereo e la malinconia della musica celtica senza mai perdere il tiro e l'attitudine della musica estrema. "The Invulnerable Tide" è la canzone simbolo, geniale e guerriera a cavallo tra folk, atmospheric e black metal, influenzata da Drudkh, Primordial, Negura Bunget e primi Ulver, il tutto rivisitato con una personalità cresciuta in modo esponenziale in più di dieci anni di attività, con il vento glaciale e alternativo dei Solstafir nelle ossa e con chitarre memorabili, indimenticabili, una vera delizia per le orecchie. "Sedition" è un'altra perla che scardina e sconvolge i tratti del genere folk metal, animandosi di energia doom, magistrale enfasi e da un finale epico, un celtic black metal senza strumenti etnici e una batteria supersonica, con le vocals che ricordano i grandissimi Warhorse, straordinaria. Un artwork ricercato e curatissimo per un album da scoprire e ascoltare all'infinito! Uscito per la Van Records nel 2015, 'Heimweh' è composto da ben dieci brani in quarantaquattro minuti circa, un lavoro destinato a divenire presto un oggetto del desiderio... non fatevelo scappare! (Bob Stoner)

(Van Records - 2015)
Voto: 80

mercoledì 20 maggio 2015

Thank You For Smoking - Yomi

#PER CHI AMA: Alternative Post-Rock
Per favore, prendere carta e penna e scrivetevi immediatamente il nome di questa band. No, il mio non vuole essere un modo subdolo per indurvi a fumare, affari vostri per questo, ma semplicemente per mettere nero su bianco, il moniker del terzetto italico di quest'oggi, i Thank You For Smoking (TYFS), di cui sentiremo molto parlare in futuro, ne sono certo. Mi ero scaldato cosi tanto per un'altra release nel recente passato, quella dei folgoranti Valerian Swing e i TYFS non sono da meno rispetto ai colleghi emiliani, pur proponendo un genere assai più meditativo. Il disco, l'enigmatico 'Yomi', è un'inebriante miscela di raffinati suoni post rock, drone e noise. Yomi indica nella mitologia shintoista, il regno dei morti, il luogo da cui è impossibile tornare, l'Ade o l'Inferno, decidete voi come diavolo chiamarlo. 'Yomi' è anche il titolo di questo emblematico disco, dotato di un forte sapore mistico che intreccia carezzevoli melodie a sonorità a tratti eteree, come se l'Inferno si fosse trasferito ai piani alti. 'Yomi', già lo sottoscrivo è un capolavoro di un'arte geniale che già da "Il Digiuno dei Kami" saprà incuriosirvi, prendervi per mano e catapultarvi in una dimensione parallela, in un altro mondo, un'altra realtà, francamente non mi è ancora dato saperlo. Suoni dilatati, voci celestiali, atmosfere space rock che si incanalano in flussi sonici da brividi. "Infinito // Omega" è uno di questi mondi, uno dei milioni che costituiscono l'universo, in cui la soave voce di Aurora Atzeni s'intreccia con il roboante sound innalzato dalla chitarra e dal basso di Valerio Marras e dal drumming fantasioso di Matteo Mereu. Quando arriverete alla quarta "π", vi troverete dinnanzi anche un ospite d’eccezione, il sax baritono di un immenso Luca T. Mai degli Zu che rende ancor più incredibile e folle la proposta dell'ensemble di Cagliari. Se amate gli Ulver più sperimentali o i Tool più sghembi, amerete di certo anche i TYFS, venendo proiettati in un'altra dimensione, satura di schegge musicali di natura sovrumana a cui non potrete sottrarvi. Poesia, delirio, magia, arte sacra, celestiale, aliena, liturgica, non so bene come etichettare il sound dei TYFS, forse meglio cosi, forse il segreto per assaporare più profondamente un idillio musicale senza precedenti, che vi porterà con la mente e la fantasia in un viaggio surreale dai contenuti caleidoscopici. E cosi veloci, passiamo attraverso i più corrosivi e contorti suoni di "Xu", fino alla psichedelica (e forse anche un po' psicotica) "Al di là del Tempo" in cui musicalmente i nostri combinano un bel casino, passatemi il termine, ve ne prego. La proposta è alternativa, quasi indie, ma poi nel frullatore finiscono suoni avantgarde, math, prog, doom, rock, ambient, il tutto fluendo con una semplicità a dir poco imbarazzante. Un bel riffing teso apre la strumentale "Karma" e (pro)pulsioni tribali mi saturano ancora mente e sensi, tutti stranamente coinvolti nell'ascolto di questo stralunato 'Yomi'. L'apoteosi, l'estasi, la visione estatica, l'orgasmo lo raggiungo finalmente con la conclusiva orientaleggiante "L'Ultima Cortesia di Yama" che sancisce la fine di questa straordinaria esperienza sensoriale a cui invito voi tutti a partecipare, non ve ne pentirete, statene sicuri. (Francesco Scarci)

(Self - 2014)
Voto: 90

martedì 19 maggio 2015

Coldun - Collapsing Polarities

#PER CHI AMA: Rock Doom Psichedelia, Nightingale
Ecco un'interessante one man band arrivare dalla Sassonia, più esattamente dalla semisconosciuta Chemnitz. Il suo mastermind Coldun, che dà ovviamente il nome alla band, ci offre in questo secondo capitolo (che esce a ben sette anni di distanza dal debut) intitolato 'Collapsing Polarities', uno spaccato di evocativa musica che definirei semplicemente rock. Se devo essere sincero, i primi nomi a venirmi alla mente al primo ascolto del cd, sin dalla sua opening track, sono stati i Vintersorg, nelle loro visioni più sperimentali e i Nightingale di Dan Swano e soci, nella sua veste più epico-progressiva. Psichedelici non c'è che dire e la title track lo conferma non poco, evocando un altro nome a me caro, i Tiamat, in particolare quelli del periodo d'oro 'Wildhoney'/'A Deeper Kind of Slumber'. Spero che il buon Coldun prenda i miei riferimenti come un complimento a favore della sua band, perché proprio cosi vuole essere. Visioni oniriche, folkloriche e ambientali emergono nella splendida "Echoes", dove a spadroneggiare, oltre alla calda voce del factotum teutonico, è anche l'ascia della sei corde di Maik Rickter (session in questo disco), che si inerpica a più riprese, in saliscendi melodici dai forti toni emozionali. "What Stays?" suona come una ballad, dolce e suadente come un barattolo di miele, quasi una sorta di "Nothing Else Matters" targata Coldun però, in cui a rapirmi è nuovamente un assolo, per cui vale la pena chiudere gli occhi per un attimo e lasciarsi cullare dalla ancestrale melodia del suo suono. Il disco, pur presentandosi a tratti ruffiano, mette in luce l'assoluta perizia tecnica del suo prode condottiero, capace di muoversi anche in territori un po' più bui, come quelli dipinti dalla malinconica "Relight the Temple Within", dove è un'aurea doom progressive ad avvolgere la proposta di Coldun, e mettere in luce soprattutto la sua performance vocale e un'altra ottima rasoiata solistica. "Rise & Fall" è un pezzo dall'inizio decisamente evocativo, quasi una liturgia rock, grazie ai vocalizzi oscuri e gotici del polistrumentista tedesco che ricordano quelli del collega svedese, Andreas Hedlund, frontman dei Vintersorg. Buona la sezione ritmica, ancor meglio quando il ritmo si fa più incandescente (pur rimanendo in territori rock) e i solos si inseguono a ripetizione in un altro crescendo emotivo. 'Collapsing Polarities' chiude i battenti con "For a Divine Being", traccia all'insegna di leggiadre e psichedeliche chitarre acustiche che si accompagnano con i sempre melliflui vocalizzi di Coldun. In definitiva, 'Collapsing Polarities' rappresenta un buon biglietto da visita per l'artista germanico, per raccogliere nuovi fan. Speriamo solo non passino altri sette anni prima di una nuova release... (Francesco Scarci)

(Northern Silence Productions - 2014)
Voto: 75

domenica 17 maggio 2015

Darius - Grain

#PER CHI AMA: Post Rock/Alternative/Post-core
I Darius sono una quintetto strumentale svizzero che debutta in questo 2015 con un album intitolato 'Grain', uscito via Hummus Records, carico di energia cinematica vicina al post-core e immerso nella malinconia più profonda del più classico post-rock. Niente di nuovo all'orizzonte: un'ottima produzione, chiaro scuri fruibili e intelligenti, melodie godibili e avvolgenti, suoni pesanti all'occorrenza e costruzioni lunghe, per un totale di circa cinquanta minuti di full immersion nel genere che vide i 35007 reali assoluti portabandiera. Non ci sono gli estremi per entrare totalmente nella categoria stoner e nemmeno la pesantezza per spacciarsi per sludge metal. La composizione musicale si evolve bene in tutte le tracce, alcune più fantasiose delle altre e mostrando una alta qualità, con suoni e pulsazioni vibranti. Le aperture strappano applausi e qui si sentono influenze canoniche ma efficaci, che passano dai Cult of Luna agli Isis; in alcuni tratti si calca la mano verso le escursioni ambient dei migliori e già citati 35007, gli immancabili Mogwai e i Mono, anche se i Darius suonano in maniera più dura e meno sognante. Immagino non sia facile emergere in un settore stantio come questo, che da anni gira e rigira sempre sulle stesse evoluzioni con pochissimo margine di innovazione. Quindi valutando la staticità di un genere così saturo, possiamo decantare le qualità di 'Grain' come una piccola vittoria raggiunta da questi musicisti svizzeri che, malgrado il sold out del post rock, riescono a ritagliarsi un palco su cui esibirsi e risultare interessanti e personali, nonostante l'affollata concorrenza di categoria. L'album deve essere ascoltato tutto d'un fiato, sebben la sua durata non sia indifferente, per apprezzarne a pieno l'atmosfera e lasciarsi trasportare dalle emozioni sonore. Arduo trarre una classifica dei brani migliori poiché tutti si mostrano senza lacune, di ottima qualità e carichi di una peculiare ricerca della perfezione; ottimi infine i musicisti, peraltro molto navigati, calati perfettamente nel loro ruolo. Consigliati vivamente ai devoti del post rock con indole alternative metal. (Bob Stoner)

(Hummus Records - 2015)
Voto: 75

mercoledì 13 maggio 2015

Septic Flesh - Sumerian Daemons

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black/Death Symph.
Ammetto di non essere mai stato un grande fan dei Septic Flesh: ho sempre pensato che la band greca proponesse qualcosa di valido ed interessante ma non ho mai trovato la loro musica così entusiasmante da considerarli come un nome fondamentale. Ciò non toglie che io abbia comunque seguito con attenzione la loro crescita attraverso gli anni, a partire dai primi lavori 'Mystic Places of Dawn', 'Esoptron' e 'Ophidian Wheel', fino ad arrivare a 'A Fallen Temple' e 'Revolution DNA'. Assieme a Rotting Christ, Necromantia e On Thorns I Lay, i Septic Flesh hanno sicuramente contribuito in maniera importantissima a far crescere la scena metal ellenica e questo è un merito che va loro riconosciuto; credo tuttavia che a partire da 'A Fallen Temple' si fossero evidenziate le prime avvisaglie di un certo immobilismo compositivo. Persino il tentativo di "restyling" attuato con 'Revolution DNA' mi era sembrato un po' maldestro, tanto che cominciai a pensare che la band avesse veramente detto tutto e che non sarebbe più emersa dal suo status di band underground. Mi sbagliavo! Sì, perché 'Sumerian Daemons' è un disco incredibilmente fresco e coinvolgente, un album che colpisce nel segno laddove 'Revolution DNA' aveva in parte fallito. È dunque con questa sesta fatica che i Septic Flesh raccolgono una rinnovata opportunità di evoluzione del proprio sound e dimostrano di saper gestire con maggior destrezza e padronanza quegli sporadici inserti elettronici già abbozzati in precedenza. Il risultato è dei più esaltanti: un sulfureo death-black sinfonico dai cori polifonici imponenti, che alterna parti più rallentate e dal flavour gotico ad altre che tramortiscono per la loro brutalità. Inutile citare un brano in particolare, perché tutti i tredici pezzi sono irresistibili. Ci tengo solamente a sottolineare come la band abbia raggiunto con questo lavoro una formula compositiva invidiabile che dona scorrevolezza all'insieme e mantiene sempre desta l'attenzione sui continui climax sonori che prendono forma durante l'ascolto. I ruggiti di Spiros che incontrano la voce della soprano Natalie Rassoulis, le partiture sinfoniche che, unite alle numerose finezze elettroniche, abbracciano la possenza delle chitarre: ogni elemento di 'Sumerian Daemons' è un incantesimo che dà vita a contrasti in equilibrio perfetto. Tra violenza e melodia, tra sfuriate selvagge ed elegiaci canti profani. Datemi ascolto quando vi dico che 'Sumerian Daemons' è un album da avere... lasciatevi travolgere e non ve ne pentirete. (Roberto Alba)

(Hammerheart Records - 2003)
Voto: 80

martedì 12 maggio 2015

Yonder Realm - The Older Ways

#FOR FANS OF: Folk Metal, Eluveitie, Finntroll
From the bowels of New York - the home of many thrash metal legends - comes a ... folk metal band? I was taken aback to learn that these Eluveitie-sound-a-likes hail not from Scandinavia or Eastern Europe, like so many peers of their style - but from the good ol' United States! Yonder Realm, having released demos/EPs/singles etc. throughout their 6-year existence, finally managed to release their debut full-length album in August 2014. This quintet play absolutely nothing original or innovative - but have joyfully nailed the niche folk metal sound. Folk metal is a difficult sub-genre in which to be distinctive. But the production quality of 'The Old Ways' doesn't adhere to the usual demands of a folk metal album. The authentic folk instruments, as beautifully played as they are, are slightly kept behind in the mix. This gives them an eerie, mystical quality - separating this band from the silly jig-along bands like Beer Bear and Slartibartfass. The rhythm section is the most prominent here. The double-strum rhythm guitar playing fuses with the bass and drums to provide a weighty backdrop to the anthemic melodies that gloss over the top. This shows that their style evolved through the more melo-death-influenced area of folk metal, rather than the black metal characteristics of bands like Equilibrium or Moonsorrow. Jesse McGunnigle's vocals are what help to highlight this melo-death influence. He sounds remarkably similar to Chrigel Glanzmann from Eluveitie, and this is no insult! His growls helps push the songs forward in an almost percussive manner - and he becomes truly expressive in tracks such as "Sea of Cosmos" and "Pillars of Creation". As a bonus, there is the occasional use of melodic backing vocals, adding yet another magical layer to this tour de folk! 'The Old Ways' is perfectly structured. The artwork lends its atmosphere most appropriately, the tracks are properly ordered - containing a beautiful interlude and ending on the epic finale of "Moonbeam Road", and the use of unconventional instruments is truly inspiring. Listen closely and you'll hear flutes, violins, marimbas, accordions...the whole lot! Such a diverse timbre allows for maximum replay value. It's hard to pick highlights from this incredibly consistent record. "A Devil's Unweaving"doesn't let go of your melted face for its entirety, "Sacrifice to the Old Stone Gods" is the epitome of a folk metal anthem, and "The Frugivores" is almost Gojira-esque with its primal percussion and gang chanting. Not one track space is wasted - even the mystical interlude, "The Grove", plays an essential part in this shimmering tower of excellence. More focused than Finntroll, less pompous than Adavant, and providing an atmosphere similar to that of Cruachan, 'The Old Ways' is sure to whet the appetite of any folk metal fan from Poland to Pennsylvania. (Larry Best)

(Maple Metal Records - 2015)
Score: 90