Cerca nel blog

Caricamento in corso...

mercoledì 26 novembre 2014

Gramlines - Coyote

#PER CHI AMA: Alternative Rock 
I Gramlines nascono a Padova nel 2012 e dopo un cambio di lineup, la formazione si stabilizza con gli attuali cinque componenti. 'Coyote' è il loro secondo EP, prodotto dall'instancabile GoDown Records che li ha accolti a braccia aperte anche per la loro gavetta fatta nei bassifondi dell'underground padovano. I componenti si sono fatti un mazzo tanto per prodursi,vendere ed esibirsi ottenendo buoni risultati, ma la carta vincente è stata quella di creare l'ambiente fertile per la loro ascesa. La band infatti è una delle fondatrici del progetto "Sotterranei", un collettivo musicale che organizza concerti e festival rendendo il Veneto un posto migliore, almeno a livello musicale. La band si definisce alternative stoner rock, personalmente toglierei la dicitura stoner, questo perché a livello di cd (non saprei nei live), i suoni e gli arrangiamenti suonano puramente rock con sfumature pop/punk/blues. L'EP contiene quattro brani e apre con "The Thrill of a Breakdown", pezzo molto ballabile, fresco e ammiccante, quindi adatto a far felici le giovani donzelle e non far annoiare anche i rocker più smaliziati. La qualità della band si nota subito, i suoni sono perfetti cosi come gli arrangiamenti, niente di esageratemene innovativo, ma curati a bilanciare al meglio il brano. Le chitarre sono incalzanti e piene di brio, si fanno accompagnare da una sezione ritmica altrettanto convincente e dinamica che rende il pezzo molto vario e considerando i quasi sei minuti di durata, il lavoro risulta ben fatto. In certi passaggi si sentono le influenze di band come Kings of Leon, Editors e affini, anche se i Gramlines hanno saputo dare un tocco personale con una vena di rabbia in più. Il vocalist se la cava abbastanza bene, giocando sulle melodie e grazie ad una timbrica fresca e leggermente sbruffona, caratterizza ancora di più il sound dell'ensemble patavino. I testi sono rigorosamente in inglese e va bene così. Infine l'utilizzo delle tastiere aggiunge colore alle composizioni e i suoni utilizzati, pianoforte ed organi, completano il tutto. Il gioco si fa serio con "The Bone" dove i ritmi sono più serrati, i suoni si ingrossano, e la band si diverte inserendo riff che scatenano l'inferno in terra per poi cambiare immediatamente direzione e veleggiare verso melodie pop. Personalmente è il brano che preferisco, aggressivo come la linea di basso che apre la traccia, un purosangue madido di sudore che fugge a più non posso. Poi il turbine diventa una tempesta con la batteria che martella e i riff di chitarra che chiudono il cerchio. Un ottimo EP, ben strutturato e che quando finisce ci lascia soddisfatti, ancora di più sapendo che grazie all'underground possiamo godere di ottime band. E speriamo per molto tempo ancora... (Michele Montanari)

(GoDown Records - 2014)
Voto: 75

martedì 25 novembre 2014

Dot Legacy – S/t

#PER CHI AMA: Stoner/Crossover, Mars Volta 
D’accordo, è vero, le etichette non mi piacciono, sono riduttive e tutto il resto, ma a volte sono tanto comode... già, perchè diventa davvero difficile riuscire a descrivere a parole quello che fanno i Dot Legacy, quando sarebbe molto piú semplice dargli un ascolto, peraltro consigliatissimo. Formatisi nel 2009, questi 4 francesini giungono oggi al loro esordio con questo cd verde confezionato in un elegante digipack che spiazza fin dall’immagine di copertina. Ci si immagina di essere immersi in atmosfere brumose e notturne e invece si viene catturati da un suono mutante che si muove sinuoso tra i generi, come una carpa sotto il pelo dell’acqua, rimandando ad ogni movimento riflessi dalle sfumature diverse. Per comodità, potremmo fare un parallelo con i Mars Volta: laddove la band degli ex At The Drive In partiva da una solida base post-hardcore per le loro digressioni prog-funk-free, i Dot Legacy fanno qualcosa di simile innestando su un impianto stoner massicce dosi di acid-funk e non solo. Basta prendere l’opening track "Kennedy", per rimanere spiazzati dai furiosi e repentini cambi di atmosfera tra ritmi spezzati e riffoni dal groove trascinante. Si continua con la funambolica e tortuosa "Think of a Name", o le linee melodiche peculiari di "Days of The Weak", che cresce ascolto dopo ascolto, ma le sorprese più grosse arrivano con lo spettacolare crossover di "Pyramid", dove si fondono parti rap alla Beastie Boys con esplosioni strumentali ultragroovy, o con il Santana ipercinetico di "Rumbera", che muta in un lento stoner inframezzato da sferzate di un argano acidissimo. I due brani piú lunghi, "Gorilla Train Station" e "Weirdos Of The Night" sono più tranquilli e lenti ma non per questo lineari o monotoni, il primo più classicamente stoner, il secondo guarda quasi all’hard-prog anni '70. In un certo senso i Dot Legacy tengono alta la bandiera della gloriosa tradizione crossover europea di band quali gli olandesi Urban Dance Squad o i connazionali FFF. I ragazzi sanno suonare, non c’è dubbio, e riescono sempre a infilare qualcosa di inaspettato in tutti i brani: tempi dispari, cori spiazzanti, tastiere sinuose e divagazioni jazz-rock. Non si fanno mancare nemmeno la delicata "3 am", posta in chiusura di un esordio interessantissimo ed ambizioso. Date le premesse ardite, non era facile riuscire a centrare l’obiettivo di confezionare un disco coerente, piacevole, spiazzante senza risultare pasticciato e sfilacciato, ma i Dot Legacy ci sono riusciti. Missione compiuta. (Mauro Catena)

(Setalight Records - 2014)
Voto: 75

The Isdal Cadaver - Ruin

#FOR FANS OF: Melodic Death Metal, Arch Enemy, Be’lakor, Vrademargk
This debut EP from Houston’s Melodic Death Metal newcomers, The Isdal Cadaver, shows a definite amount of potential in the genre though there’s still the ever-present amount of cliché work to be found in the scene. Mixing a sturdy mid-tempo attack with thumping drumming, dexterous fills and tight, clanging bass-lines with a fury of melody-driven lead-work that really fits in well with the melodic nature of the guitar-rhythms, this makes for a somewhat decent attack that has a lot going for them. Knowing when to pour on the speed for what amounts to mid-tempo arrangements at their fastest, this is enjoyable with a delightful crunch mixed with stylish leads flowing with melodic hymns that works quite well for the band. What happens when they drop the tempo, either into plodding rhythms or sprawling atmospheric sections filled with celestial-sounding arrangements doesn’t really suit the band either way as these are far away from their more enjoyable segments which gets this one far more energetic and enjoyable throughout when it’s pouring on the speed. The fact that this one also really eases up on the material with a sampled intro and a throwaway final track does hurt this by giving this so few enjoyable moments that it really struggles to build up enough to get going, and then it ends on a rather troubling note. It’s not enough to really hurt this but it does count. Forging the title track intro as clanking industrial noise and sampled narration gradually builds into marching drum-patterns, proper first song ‘Ozymandias’ gives this a fine sampler effect with mid-tempo paces, hearty use of deep death-growls and screeches amid a slew of familiar-sounding melodic guitar lines that race through several intriguing tempos but always stays somewhat energetic. The more-energetic ‘The Living Autopsy’ offers an overall faster pace with bigger drumming and speedier rhythms with rather frantic guitar melodies running through for a fine highlight, while ‘This Cursed Lineage’ carries the same energies into much lengthier and kinetic passages. ‘1692’ is a lot more of a melody-heavy offering that occasionally fuses aggression into its running time which is a lot lower compared to others on here for a somewhat plodding effort. ‘Bloodwatcher’ is back on track somewhat with a larger concentration on the aggressive riffing while the melodic fundamentals do come through quite nicely for an overall enjoyable effort. The final track, an acoustic version of ‘Ozymandias’ is pretty much forgettable and a throwaway bonus that doesn’t really do much as it drops the instrumentation from the previous version in favor of acoustic guitar strains and light tapping rhythms. Overall, it’s not enough to really harm this one but thankfully the good stuff here does make up for its’ few flaws. (Don Anelli)

(Self - 2014)
Score: 70

domenica 23 novembre 2014

Lachrimatory - Transient

#PER CHI AMA: Death Doom, primi The Gathering e My Dying Bride
Usciti originariamente autoprodotti nel 2011, i brasiliani Lachrimatory trovano nella Solitude Productions, la via di diffondere la propria musica world wide.'Transient' è infatti un album di oscuro death doom, segno tangibile che il sole laggiù in Sud America, si sia oscurato a favore delle tenebre. Dopo aver infatti da poco recensito i paulisti Thy Light, ecco trovarci di fronte a una nuova realtà dedita a suoni asfissianti e maledetti. L'act di Curitiba ci propone sei infinite tracce che esordiscono con l'avanzare sontuoso di "Seclusion", brano che oltre a sfoggiare gli elementi classici del genere, trova il suo punto di forza nell'eleganza di un violoncello che impreziosisce la qualità del lavoro. L'utilizzo dello strumento ad arco è infatti piuttosto invasiva (ricordate i primissimi My Dying Bride?) e tende a duettare con la ritmica robusta e il growling profondo del frontman Avila Schultz. Diciamo che se la traccia anziché durare 12 minuti, fosse durata 3-4 minuti in meno sarebbe stata quasi perfetta, con quel suo ondeggiare tra atmosfere pacate e squarci elettrici. Convincenti. Tocca alla traccia eponima scavare nei meandri profondi dell'anima, con il suo incedere intorpidito e flemmatico, in cui grande spazio trovano le keys che tuttavia sfoggiano suoni semplici e un po' obsoleti (sembra quasi il sound del primo album dei The Gathering). "Twilight" scomoda nuovamente i My Dying Bride di 'Turn Loose the Swans' per il fantastico connubio tra la grazia del violoncello e la gravità delle linee di chitarra; peraltro in questa traccia fa la sua comparsa anche un'anonima voce pulita. Con "Clarity", l'aria si fa ancor più pesante, il funeral è li a due passi, i suoni sono ancor più grevi e rarefatti, e le melodie trovano l'unica valvola di sfogo nel suono spettrale del violoncello, protagonista indiscusso dell'intero cd. "Deluge", la quinta song del lotto, strizza l'occhiolino agli Anathema di 'Serenades': lenti ma accattivanti, bravi nell'unire linee doom con splendide melodie di più ampio respiro che troveranno la summa del brano a quattro minuti dalla fine in cui violoncello e pianoforte vanno teneramente a braccetto. "Void" si muove in modo piuttosto angosciante, sebbene Maiko Thomé e il suo violoncello, cerchino di restituire un po' di luce e colore a quel cielo tinto di grigio. 'Transient' alla fine si conferma un signor album di death doom, come se ne sentono pochi oggigiorno, frutto di un lavoro interessantissimo in fatto di alternanza di atmosfere e suggestioni, ma soprattutto rimarco la performance assolutamente esaltante del violoncellista. Dopo tre anni è ora di uscire con qualcosa di nuovo che confermi quanto di buono fatto fino ad ora. Attendo impaziente. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 75

http://www.lachrimatory.com/

sabato 22 novembre 2014

Pineal - Smiling Cult

#PER CHI AMA: Post Metal/Alternative, Tool, Alice in Chains
La ghiandola pineale è responsabile della produzione della melatonina che regola il ritmo circadiano sonno-veglia. Secondo Cartesio, era il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono, in quanto unica parte del cervello a non essere doppi. Adesso, la traduzione in inglese di quella ghiandola, è anche una band di Londra, che debutta con l'EP 'Smiling Cult', offrendo un 25 minuti di sonorità post-stoner, che tuttavia nella opening track, "Theta", richiamano addirittura i primi Alice in Chains, garantendo però un chitarrone maggiorato in fatto di profondità d'azione in combinazione con una voce assai vicina a quella di Layne Stayley. Il passo è lento e fumoso, degno di un grunge traviato e vizioso. Con "ADL" ci muoviamo nei pressi del Tool sound, con un fare assai cadenzato che, pur non avendo delle vere e proprie sferzate energiche, si rivela ipnotico e seducente, mentre la porzione ritmica va via via ingrossandosi nel finale. Le vibrazioni sonore aumentano con "Civil Obedience": se teneste il volume del vostro hi-fi un po' più alto, sono certo che tremerebbero anche i vostri muri di casa. Il mood alternative dei Pineal, pur essendo piuttosto derivativo, potrà conquistare anche chi fan di questo genere non lo è proprio. E cosi tra un disco death e un altro black, cerco rifugio nei suoni distorti e psichedelici della band inglese che in "Acerbic" (song da cui è stato estratto anche un video), sembra maggiormente orientarsi verso i lidi del post metal, mantenendo comunque un sound torbido e alternativo. Alla fine di "Somatic" invece vi sembrerà di esservi calati un bel cilum, complice il cantato sciamanico del frontman londinese e del riverbero a livello delle sei corde dei nostri. A chiudere il platter ci pensa "Tides", song che conferma le qualità dei Pineal ma anche il loro sconfinato amore nei confronti dei maestri Alice in Chains e Tool. Per ora la lezione è stata appresa al meglio, serve ora una maggiore dose di personalità per poter dire la propria in modo più convincente. (Francesco Scarci) 

(Self - 2014)
Voto: 70

Controversia - La Fine del Mio Spazio

#PER CHI AMA: Rock, Verdena, Marlene Kuntz 
I Controversia sono una giovane band del vicentino nata nel 2007, che dopo circa due anni ha debuttato con l'album dal titolo omonimo. In breve sono arrivati altri risultati, come il premio della critica al Vicenza Rock Contest 2013 e ora questo nuovo cd, nato grazie alla filosofia del crowdfunding. La band porta sulle spalle il sound e il mal di vita che ha caratterizzato grandi band italiane come Marlene Kuntz, Afterhours e Verdena. Quindi cercate di immaginare tre anime perdute che cercano redenzione trasmettendo ansia e rabbia ai loro strumenti. Le chitarre sono furiose e delicate allo stesso tempo, mentre la batteria scalcia peggio di un animale messo in trappola, ma che non si da per vinto. A questi si unisce il battito ossessivo e compulsivo del basso che chiude il cerchio strumentale intorno alla voce, matura e maschia, lontana anni luce dai vagiti collegiali che ormai infestano radio e mainstream. Le dieci tracce sono contenute in un packaging di cartoncino disegnato a mano con all'interno i testi e i ringraziamenti di rito. "Fare" è un ottimo brano, gran riff di chitarra che poteva beneficiare di un suono un po' più aggressivo, ma probabilmente avrebbe portato il genere verso altri orizzonti. Ritmica sempre all'altezza e mai banale, ben lontana dalla fuffa commerciale che si sente sempre più spesso alla radio. Una gran cavalcata rock con un testo interessante semplice e diretto, com'è giusto che sia. "Un Figlio" continua la vena impegnata dei Controversia, con un inizio lento e ipnotico, una ninna nanna da canticchiare ad un adulto che ha perso la strada e ha bisogno di addormentarsi per trovare la serenità perduta. Il cambio arriva verso i tre quarti del brano, dove gli strumenti diventano nevrotici, accelerano e portano l'ascoltatore in un turbinio emotivo. Nelle restanti canzoni si percepiscono molte cose, tra cui un'importante influenza del buon vecchio cantautorato italiano, tipo l'immortale Battisti. 'La Fine del Mio Spazio' è un contenitore di canzoni nate da una chitarra acustica malandata, chiusi in una stanza angusta o sulla panchina di una stazione di provincia, ma sempre con lo sguardo lontano verso tutto ciò che non si può ancora vedere, ma che è ben chiaro nei sogni e nelle speranze. Un gran bel disco, registrato e arrangiato con cura, alcuni dettagli stilistici potrebbero anche non piacere, ma poi, cos'è un album se non una rappresentazione di se stessi e quindi da amare od odiare. Dimenticavo, la potenza dei loro live è degna di nota, quindi cercate di vederne almeno uno, non si sa mai che aggiungiate un nuovo gruppo alla vostra lista dei preferiti. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 75 

Beak - Let Time Begin

#PER CHI AMA: Post-metal, Sludge, Isis, The Ocean
Ogni volta che ascolto un disco post-metal mi faccio la stessa domanda: ma il post-metal ha ancora qualcosa da dire? Se ce l’ha, i Beak potrebbero essere un interessante punto di vista. Di buono in questo primo full-lenght del quartetto di Chicago c’è molto. Anzitutto gli arrangiamenti estremamente personali: sentite lo sviluppo meraviglioso della lunghissima “Into The Light”, la curiosa apertura in maggiore nel refrain di “Light Outside”, o la deriva noise di “Carry A Fire”. C’è un innovativo pizzico di electro-rock (“The Breath Of Universe”) grazie ad un attento utilizzo dei synth. Non ci sono brani lunghissimi e inaffrontabili (tolti i 7 minuti della già citata “Into The Light”, la maggior parte dei pezzi gira intorno ai 4.30) che, in un’epoca di post-metal spesso autoreferenziale e ripetitivo, può essere un indice di qualità. C’è tutto quello che vi aspettereste da una band del genere: le atmosfere che cambiano, le chitarre che crescono e calano, gli arpeggi alla Opeth e le cavalcate alla Cult Of Luna, i break strumentali. C’è persino un packaging da antologia, curatissimo in ogni dettaglio. Purtroppo, il disco non è privo di difetti: il primo è la piattezza dello screaming di Chris Eichenseer. Le chitarre hanno un bel da fare a tenere alto il tono dei brani (con ottimi risultati), ma la voce risulta terribilmente noiosa già dalla seconda traccia in avanti. Il secondo grande difetto è una registrazione di qualità bassissima che, purtroppo, non rende giustizia al lavoro: immagino che la scelta sia stata intenzionale (non saprei spiegarla altrimenti), probabilmente per una certa affezione alla ruvidità della scena sludge. Ciononostante, il post-metal è un genere delicato che merita un’attenzione ai suoni non indifferente; una produzione potente, precisa e misurata che, in questo 'Let Time Begin', non c’è. Un disco che poteva essere (quasi) indimenticabile ma che, purtroppo, farete fatica a capire fino in fondo. (Stefano Torregrossa)

(SomeOddPilot - 2014)
Voto: 70

giovedì 20 novembre 2014

Torrens Conscientium - All Alone With My Thoughts

#PER CHI AMA: Death Doom
La scena doom si arricchisce di una nuova realtà, i Torrens Conscientium, trio formatosi nel 2009 a Sinferopoli, nella ahimé nota penisola della Crimea. L'etichetta è la Solitude Productions manco farlo apposta, e le parole che potrò spendere per questa release, non saranno certo differenti dalla miriade di band che affollano la scena, uscite per label russa. Sette tracce per oltre tre quarti d'ora di musica, che già dal titolo, la cui traduzione sta per "Tutto Solo con i Pensieri", non lascia presagire nulla di allegro. E cosi parafrasando il titolo della release, 'All Alone With My Thoughts', mi immergo nell'oscurità del mio studio, in cui solo la luce dello schermo del computer mi consente di identificare i tasti da schiacciare, e mi lascio trasportare dalla musica di questi nuovi arrivati, cercando di scacciare in realtà quei pensieri che avvolgono la mia mente. E il risultato, per quanto ci crediate o no, è davvero entusiasmante, perché i due Sergei e la bella Alina, che vanno a comporre la line-up della band, non sono gli ultimi pivelli arrivati. Lo dimostrano le buone capacità esecutive, ma soprattutto il pathos che emanano i loro pezzi, "The Black Fog" in testa, che mostra la sua seconda metà meditativa e decadente. "Immersion" è il classico pezzo cadenzato per cui se ne ascoltano a migliaia ogni giorno, anche se in questo caso le atmosfere risultano ben più orientate all'onirico che al funereo e dove si può apprezzare l'eccelso growling del vocalist e l'apprezzabile sezione (pseudo) solistica. Lo ribadisco, nulla di trascendentale, ma che si lascia ascoltare e apprezzare ben oltre alcune release di gruppi ben più blasonati. "A Evening Behind" è la song più tetra che avvicina maggiormente i nostri al funeral, mentre "Hitcher" si mostra più ringhiante a livello di ritmiche, anche se le tastiere ne smorzano l'irruenza, conferendo all'impianto sonoro una maggiore carica ambientale. Il disco prosegue su questa linea, con un altro pezzo, "Being Lonely" e l'outro "The Dawn", che non rappresentano proprio il ritratto della felicità, nemmeno a livello di titoli. 'All Alone With My Thoughts' è un lavoro che non aggiunge nulla di nuovo in fatto di originalità ad un genere che più volte negli ultimi tempi abbiamo definito stantio, tuttavia è un disco piacevole, che denota ancora qualche ingenuità in termini di songwriting, ma che comunque si lascia apprezzare per la sua inattesa accessibilità. Buon inizio. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 70

martedì 18 novembre 2014

Helevorn - Compassion Forlorn

#PER CHI AMA: Death Doom, Saturnus, primi Anathema
Ci hanno impiegato ben oltre quattro anni i maiorchini Helevorn per sfornare un nuovo lavoro, ma d'altro canto avevano già speso un lustro per rilasciare il secondo album, 'Forthcoming Displeasures', recensito su queste stesse pagine. Quindici anni perché tre album vedessero la luce (la band nasce nel 1999), niente male no? Il risultato a questo punto non può che essere eccellente. E questo è sostanzialmente vero, perché 'Compassion Forlorn' è un signor disco di death doom che prosegue quanto già espresso nel precedente lp. Otto pezzi di suoni oscuri dotati anche di una certa vena gotica. L'album si apre con la deprimente "The Inner Crumble", song che cavalca l'onda dei suoni malinconici, ormai marchio di fabbrica della Solitude Productions e associate. Buonissime le linee di chitarra, cosi come pure il growling di Josep Brunet, che sapientemente lo alterna a un cleaning meditativo quando sono i tocchi di pianoforte a condurre i giochi. Nulla di nuovo per carità, ma si fa apprezzare. Con la successiva "Burden Me" si parte più sparati e un qualche eco degli Amorphis si percepisce in sottofondo, ma non solo, perché un occhiolino lo si strizza a destra agli Evereve e a manca, ai nostrani The Foreshadowing, anche se poi il brano scema un po' in intensità per ritornare a sprofondare nei meandri della desolazione. Derivativo penserete voi e non posso che confermare la cosa, soprattutto quando si scomodano anche gli Anathema di 'The Silent Enigma'. Quindi, prossima domanda, album da buttare? Nient'affatto! L'ho detto proprio all'inizio, 'Compassion Forlorn' è un signor album e per questo gli va assolutamente concessa la vostra fiducia. "Looters" è un pezzo che per linee di chitarra potrebbe stare benissimo su un qualsiasi disco dei Saturnus anche se Josep predilige il cantato pulito e al termine del brano si concede anche un narrato su una straziante melodia di pianoforte. La parabola ascendente della band spagnola prosegue con il pezzo forte del disco, "Unified", tra le song più trainanti del lotto (insieme a "Delusive Eyes"), in cui mi pare di percepire anche qualcosa degli ultimi Paradise Lost (che sarà ancora più evidente in "I Am to Blame" che si fa notare per un approccio più corale). Le cose girano bene e gli strumenti ben si incastrano tra loro sfoderando una prova, che col passare dei minuti, diviene sempre più convincente. Quello che ho notato tuttavia è che fintanto il quintetto iberico viaggi su ritmiche un po' più tirate, le cose vanno alla grande e il sound si conferma convincente. D'altro lato, con tempi più rallentati, la band torna ad essere "normale": "Reason Dies Last" ne è forse l'esempio più palese: belle chitarre, mood drammatico, ma forse la song più anonima dell'intero lavoro. Il disco si chiude con "Els Dies Tranquils", in cui Josep esordisce con un narrato in catalano e poi a salire in cattedra è Lisa Cuthbert, cantante, pianista e compositrice irlandese, la cui meravigliosa performance vocale (che richiama Tori Amos e Marie Brennan), arricchisce ulteriormente una prova già di per sé, molto buona. Ora non rimane che gustarci questo lavoro per i prossimi cinque, in attesa di una nuova release degli Helevorn. (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music - 2014)
Voto: 75

sabato 15 novembre 2014

Thy Light - No Morrow Shall Dawn

#PER CHI AMA: Black/Post Rock, Agalloch
Ah il Brasile, le spiaggie di Rio, Copacabana e Ipanema, il sole, il mare, la foresta Amazzonica o la frenetica vita di San Paolo, città da cui arriva il duo di oggi. Che cosa attendersi quindi da una band che vive in una parte del mondo cosi piacevole e solare? Ovviamente del depressive black metal, non certo danze pauliste. I Thy Light esordiscono nel 2013 per la cinese Pest Production, con questo 'No Morrow Shall Dawn', album che giunge sei anni dopo il demo d'esordio, 'Suici.De.pression'. Il genere lo abbiamo già inquadrato, le tracce, se escludiamo l'intro e un breve intermezzo strumentale, sono solo tre per oltre quaranta minuti di musica. "Wanderer of Solitude" debutta con un avanzare melmoso e intriso di un umor nero come la pece, dotato di splendide melodie, ma anche di screaming vocals degne della più selvaggia black metal band. Quello che balzerà subito alle vostre orecchie è il lavoro di arrangiamenti che di fatto accompagna l'intera durata del disco, e che saltuariamente sembrano affondare le proprie radici nel rock progressive. Fatevi cullare quindi dai frangenti acustici, dalle sterzate elettriche, dalle voci filtrate simil industriali, ma anche da quelle pulite che prima o poi emergeranno. La song è un susseguirsi di emozioni, in cui la belluina voce di Paolo Bruno, non smorza in alcun modo il mio entusiasmo. La lunghissima title track, introdotta da flebili tastiere, si assesta su una ritmica che potrebbe stare tranquillamente su un disco rock. Solo le malvagie vocals rendono alla fine quest'album estremo. Le tastiere ricordano quelle degli ancestrali Cradle of Filth, mentre frammenti ambient/noise, contribuiscono a rendere ancor più vario un album che ha fatto breccia assai velocemente tra le mie preferenze. "Corredor Seco" è il potente flusso di chitarra acustica che ci conduce alla conclusiva "The Bridge", ove un temporale in lontananza apre una song lenta e litanica, che sale delicatamente in intensità, e riesce a trovare la prima cavalcata black dell'intero album al minuto 38, segno tangibile che avvicina, almeno musicalmente, i Thy Light a una band di nero metallo. Bravi! (Francesco Scarci)

(Pest Productions - 2013)
Voto: 75