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martedì 2 settembre 2014

Expain - Just the Tip

#PER CHI AMA: Thrash/Techno Death, Control Denied, Death
Ormai anni or sono prenotai un cd presso il mio negozio di fiducia; sapevo sarebbe stato sicuramente un capolavoro, ma all'epoca il “gestore” del comparto metal non sembrava pensarla alla stessa maniera, facendone arrivare una sola copia, per il sottoscritto. Ricordo ancora esattamente la prima volta che ascoltai il tanto agognato cd: rimasi letteralmente stregato e non ascoltai nient'altro per due mesi buoni. Sulle riviste specializzate imperversavano recensioni entusiastiche ed io, ad ogni ascolto, continuavo ad amarlo sempre più. Il titolo in questione, 'The Fragile Art of Existence', rimane a tutt'oggi, ahimè, l'unica opera di quel supergruppo che risponde al nome di Control Denied. Un disco metal del genere rimarrà nella storia il migliore per tutto quel sottogenere che comprende il Technical Death Metal/Power Death Thrash Progressive o come cavolo volete chiamarlo...semplicemente perché quel disco è talmente enorme che non si può etichettare. Perchè questa introduzione? Perchè i canadesi Expain mi hanno ricordato come tipologia proposta quella grande band; e poi, perché anche 'Just the Tip' è davvero un gran bel disco. Dalla copertina e dal booklet interno avevo già superficialmente etichettato il gruppo come una manica di simpatici cazzari alcolizzati, dediti ad un thrash metal di matrice ottantiana ormai già rappresentato da svariate altre band. Come mio solito, ho dovuto ricredermi, perché questi ragazzi sanno suonare, per la miseria se sanno suonare...e sanno il fatto loro in tutto e per tutto, anche se la comprensione del lavoro nella sua totalità mi ha impegnato per diversi ascolti. Introduzioni che pescano a piene mani dal mondo jazzistico, riffs sparati ad una velocità supersonica e dannatamente complessi, linee di basso pazzesche e una doppia cassa che viaggia come un treno impazzito lungo tutte le tracce del disco. Qui le classificazioni e le varie etichette non valgono nulla, perché ogni appassionato di metal potrà apprezzare il lavoro di questi ragazzi. Una produzione al limite della perfezione arricchisce il tutto e rende perfino la voce del cantante (non bellissima,vi anticipo...) perfettamente comprensibile. Mi limito ad indicare quelli che secondo me sono i capolavori dell'album: “The King” e la spettacolare “Aggression Progression”; anzi, vi chiedo una cortesia, appena possibile, cercate nel web i titoli sopracitati e ascoltate, ascoltate bene. Potrebbero anche non piacervi, ci mancherebbe, ma il valore di pezzi composti e suonati in quella maniera non si discute e oggettivamente rimane tale anche se non dovessero incontrare perfettamente i vostri gusti. Una bellissima scoperta, un nuovo disco da consigliare e far ascoltare; questi gruppi dovrebbero essere messi sotto contratto subito da un'etichetta degna di tale nome. Sarebbe un errore immenso lasciarsi sfuggire talenti di questo calibro. Scusate, ma io ritorno ad ascoltarmi “Just the Tip” e alzo il volume a manetta, come non succedeva ormai da troppo tempo. Il metal non è morto e non morirà mai finché in giro ci saranno gruppi come gli Expain. Lunga vita al metal. Lunga vita agli Expain. (Claudio Catena)

(Self - 2014)
Voto: 85

lunedì 1 settembre 2014

Mamaleek – He Never Said a Mumblin' Word

#PER CHI AMA: Sludge/Stoner
Quest'estate ho riempito il mio lettore mp3 di release a casaccio tra quelle che mi sono state inviate recentemente da label e band. Nella mia quotidiana ora di relax, lo shuffle ha cosi scelto per me i Mamaleek e il loro sound all'insegna di uno sludge assai tetro. La opening track, nonché anche title track del disco, mette in chiaro (o forse sarebbe meglio dire in scuro) che il sound offerto dai nostri non può andare oltre a certe sonorità asfissianti e mortifere tipiche del genere, che rendono la proposta dei nostri di difficile assimilazione. Sembra una preghiera quella recitata nei tre minuti iniziali di “Pour Mourner's Got a Home”. Irrompono poi chitarre melmose (a cavallo tra sludge, stoner e drone), che insieme ad atmosfere abrasive e urla disumane (ma anche chorus deliziosi), dipingono il quadro musicale assai complesso dei Mamaleek. Scariche industrial divampano in “Almost Done Toiling Here”, traccia che potrebbe aver avuto i Plasma Pool di Attila Csihar come modello di ispirazione ma che comunque continua a palesare come sia scorbutico il sound di questi ragazzi anche nei momenti apparentemente di più facile digestione. Le vocals iper effettate, le chitarre super distorte, gli attimi di anomala quiete, continuano a rendere l'ascolto di 'He Never Said a Mumblin' Word' un difficile scoglio da sormontare. “My Ship is on the Ocean” chiude il disco con i suoi quattro minuti di sonorità annebbiate, malate e altamente sperimentali, che potranno deliziare chi è alla ricerca di un sound difficile ma traboccante forte personalità. (Francesco Scarci)

(Flenser Records - 2014)
Voto: 70

Anathema - Distant Satellites

#PER CHI AMA: Rock Elettronica, Radiohead
Gli Anathema come mai prima. Forse rinnovamento, forse cambiamento. Io direi che in questo album gli Anathema hanno il vello della fenice che rinasce dalle proprie ceneri. "The Lost Song, Pt 1". Abbandono. Essenza. Trovare e perdere. Ascolto rapita. Sonoritá sensibili a tratti sensuali, che trasudano sessualitá struggenti come se la voce divenisse carnalitá corporea. Incredibile la continuità che il primo brano trova nel secondo "The Lost Song, Pt. 2". Ora a farmi perdere non è piú una voce maschile, ma una donna dalla voce complementare al cantante del primo pezzo, così in tinta alla musica della band, da farmi sentire un tutt'uno con cielo e terra. Spezziamo questa alchimia per qualche minuto con "Dusk". Perdura la musicalità elettronica, convergono suoni vocali sussurrati e poi iperbolici, ma in "Dusk", a sorpresa si fondono le voci dei primi due pezzi. Se non è sensuale questo, ditemelo voi cosa lo è! Ho guardato il mare in tempesta. Ho sentito il sapore della terra bruciata dal sole. Ho fatto un tuffo in mare di notte. Ho visto chi guarda e chi non sa di essere guardato. Ho subito il tempo e poi con rabbia l'ho vissuto sino all'ultimo istante il tempo. Ecco "Ariel", che sussurra, a due voci, che racconta, che accarezza, induce, si allontana con la stessa dolcezza con cui è iniziato. Come un ballo alcolico in cui la mente è leggera ed il corpo si abbandona, ascolto "The Lost Song, Pt 3". Potete muovervi in un limbo che circoscrive bisogni ed alienazione. Ascoltate con gli occhi chiusi, ballando con la lentezza descritta da un mantra. "Anathema". Si. Si. Si. Si. Si. Ecco l'intro suonato, accattivante, ripetuto, che mescolato alla voce, ipnotizza, trascina, rende la volontá schiava di questo ibrido sonoro e vocale, come fosse un unico corpo misantropo, carismatico, invisibile, ombra alle luci della luna piena. La magia si spezza. Torno alla realtá con "You're not Alone". Brano alienante rispetto ai precedenti. Pretenzioso. Una confusione di suoni. Forse ci vuole per una pausa! Era solo un momento estroso, perché con "Firelight" gli Anathema, tornano a far danzare lentamente i fiori nel deserto. Ancora una volta i suoni sono puliti, armoniosi, metafisici, cosí delicati da far entrare piacevolmente in questo connubio di ritmiche seghettate in cui si intercala la solita voce dal testosterone avvolto di miele. Se prima ho abbassato le luci, ora le ho spente, per fare spazio al buio ed a questa "Take Shelter". Lenta. Carezzevole. Scorsa da effetti elettronici, piacevoli come una scossa al rallentatore, che si propaga sulla pelle. Sospiri. Improvvisi cambi di ritmo che continuano nella melodia. Scosse ancora. Un album che dovreste ascoltare in una notte di luna piena a picco sul mare o di fronte ad un camino mentre la neve frusta la vostra terra. (Silvia Comencini)

(Kscope Music - 2014)
Voto: 80

The Pit Tips

Don Anelli

Malakyte - Human Resonance
Engulfed in Blackness - Ceremonial Equinox
Majesty of Revival - Iron Gods
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Francesco "Franz" Scarci

Fallujah – The Flesh Prevails
Heretical - Daemonarchrist – Daemon Est Devs Inver...
Septicflesh - Titan
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Kent

The Steeldrivers - Reckless
The Soft Moon - Zeros
Those Poor Bastards - Satan Is Watching
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Claudio Catena

Overkill - White Devil Armory
Expain - Just the Tip
Fu Manchu - Gigantoid
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Michele Montanari

The Wows - Nice day
Lo-Pan - Salvador
The Shimmer - Greetings from Mars
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Mauro Catena

Fire! Orchestra - Enter
Giorgio Canali & Rossofuoco - Rojo
Noir Desir - Tostaky

domenica 31 agosto 2014

Lethal Dosage - Consume

FOR FANS OF: Metalcore/Groove, Caliban, Pantera
The debut offering from Arizona’s Groove-influenced Metalcore band carries on a fine tradition of really bringing the intensity and violence that comes from the modern metal scene. Loaded with tight Groove Metal riffs that really bounce along with pit-ready rhythms and tight patterns filled with the kind of energy that’s made for bashing into your neighbor in the middle of a furious slam-dance battle, this really settles off the influences of these bands quite readily and easily with this really making for a rather intense affair. Pounding along with a tight drumming display that really gets the groove mastered while displaying a rather dexterous affair of double-bass blasts that really adds a lot of intensity to the music, it really furthers the aggressive vibe of the material here. Armed with a steady stream of Metalcore that brings in some minor technicality to the fray without really settling into any kind of showcase wankery at all and tending to use it more to display tight rhythm shifts or pattern variations more than anything else, there’s enough variety here to off-set the angry vibe this carries. Still, the structure of the album does this some harm with it being set so all the best tracks are in the first half with the second half being filled with overlong epics drenched in atmospherics and sprawling tempos against the tighter, more vicious offerings on the first half that really settles in quite well from the onset by being that tight, intense band here. ‘Drink’ sets things off immediately with its blasting drumming, steady grooves and vicious Metalcore rhythms that keep the material charging forth throughout, giving this a rather impressive offering. ‘Black Eye’ follows suit with more breakdowns present but continuous laying down aggressive grooves and more mid-tempo leanings, while ‘Katheter’ displays more of the riffing and variations that made ‘Drink’ so enjoyable. ‘Poor-Man’ continues with the more aggressive and intense approach with some tight grooves and a dynamic second half loaded with more Metalcore rhythms, making this another strong highlight offering. The instrumental ‘Melody’ delivers exactly what is promised, a melodic turn at this style still loaded with grooves and a rather up-tempo vibe that’s quite appealing for a mid-album breather track. The album’s best track, ‘Gods Shall Perish’ weaves the most infectious groove riff on the album into a fiery, up-tempo number with dynamic drumming, tight patterns and boundless energy, really scoring well with this one overall. The overlong ‘Matter of Honor’ is a huge misstep track as there’s very few ways to make an epic-paced song like this without being dragging and boring, which this unfortunately is. ‘Time to Think’ gets things back on track somewhat with more energy and a better sense of pacing with more furious riff-work, but just seems a little underwhelming compared to the tighter, more vicious offerings elsewhere on here. The title track is even better at trying to meld the tight grooves into a longer epic with a little more energy and enthusiasm about it and does a nice job overall. Ending on a sour note is the industrial-tinged bloated epic ‘Sleep’ that carries on for almost ten minutes with sprawling grooves, atmospheric noises and various tempo changes that gives a band a lot of room to work those styles into their music but overall just seems to end this on a whimper. Really, the first half to this really saves it from a lackluster and overlong second half. (Don Anelli)

(Battleground Records - 2014)
Score: 70

https://www.facebook.com/LethalDosageTucson

mercoledì 27 agosto 2014

Patrons of the Rotting Gate - The Path Less Travelled

#PER CHI AMA: Black/Death, Anaal Nathrakh
Il Pozzo dei Dannati prosegue la sua opera di scandaglio negli abissi profondi dell'underground e oggi fa tappa a Belfast, Irlanda del Nord, per conoscere i Patrons of the Rotting Gate, duo formatosi lo scorso anno e costituito da Adam "Arc" Irwin (chitarrista) e Andrew "Manshrew" Millar (tutto il resto), ex membri dei Kiriath. Il duo nord irlandese, abbandonate quasi del tutto le velleità techno death della precedente creatura, si lancia in un sound all'insegna del black metal, quello sinistro e più difficile da definire, perché sporcato da suoni caotici che talvolta sfociano in dimorfismi musicali terrificanti. La consueta intro apre le danze creando sin da subito una palpitante atmosfera orrorifica che sfocerà nella furia distruttiva "Tři Závěti" che mi investe come fosse una violenta tempesta polare. Il black delle linee di chitarra stile sega circolare, si fonde con partiture tipicamente death progressive, in cui ritmiche infuocate si alternano a tempi medi. La parola d'ordine rimane comunque quella di infrangere ogni limite di velocità e per questo ne sono certo, i nostri si beccheranno una bella multa per l'autovelox che li ha visti sfrecciare ben oltre i limiti concessi, quasi a ridosso del grind melodico degli Anaal Nathrakh. Con "Carnassial", l'atmosfera si fa funerea: un po' Aevangelist, ma anche Dodecahedron, la musica del duo infernale si rivela assai scorbutica nella sua paranoica dissonanza. Un growling profondo ci accompagna nella prima metà del brano prima che si infiammi in una cavalcata isterica sostenuta da velocità insostenibili e urla strazianti. "Secrets in the Soil" è il classico pezzo interlocutorio, quello che ci concede l'attimo di respiro prima di affrontare una nuova parete irta di pericoli. "Pride in Descent" è un'altra psicotica traccia all'insegna di un black malato e suonato a velocità ipersoniche che mostra comunque una band a proprio agio in qualsiasi tipo di situazione, da quella più estrema a quelle più ragionate e atmosferiche. La band di Belfast trova il tempo di concedersi il lusso di rallentare il passo e lo fa con "Chest of Light", pezzo black doom dalle tinte fosche e rarefatte. Non cullatevi sugli allori, perché con "Clandestine Fractures" si torna a viaggiare su ritmi sostenuti, in cui tempi sono dettati da una batteria sempre puntuale e che riesce anche ad essere fantasiosa. Con "A Perfect Suicide", i PotRG scrutano ancora gli anfratti più oscuri della loro bellicosa mente, giocando tra situazioni horror doom e altri tempestosi pattern carichi di groove. 'The Rose Coil' non rimarrà certo agli annali per essere un album geniale, tuttavia credo che gli amanti dell'estremo si possano avvicinare senza timore per scoprire quali menti poliedriche si celino dietro al monicker di Patrons of the Rotting Gate. (Francesco Scarci)

(The Path Less Traveled Records - 2013)
Voto: 70

martedì 26 agosto 2014

Doom:Vs - Earthless

#PER CHI AMA: Death Doom, Saturnus
Sono passati parecchi anni da quando recensii 'Aeternum Vale', album di debutto di Johan Ericson e dei suoi Doom:Vs, side project dei doomsters svedesi Draconian. Era il 2006, e il polistrumentista scandinavo si proponeva di esplorare il lato più buio e straziato del proprio animo. Otto anni più tardi, eccoci qui a godere del terzo lavoro del poliedrico musicista, dal semplice ed esplicativo titolo 'Earthless', la perfetta colonna sonora atta a dipingere la natura mortale della condizione umana. Il mastermind nordico questa volta non percorre il suo cammino in solitario, ma è coadiuvato alle vocals da Thomas A.G., vocalist dei Saturnus. Mettete pertanto insieme il talento di due mostri sacri della scena doom malinconica e, fatto banalmente 2+2, otterrete un album di classe che certo non sprizzerà gioia dai suoi solchi, un lavoro all'insegna della disperazione più totale, narrato in sei lunghi pezzi, in cui il death doom di Johan tende in alcuni momenti a travalicare il confine del funeral. Il growling profondo e peculiare di Thomas, unito alle splendide melodie di Johan non possono che garantire un risultato complessivo impeccabile, che vede le sue punte di diamante nella deprimente "A Quietly Forming Collapse", song dalle ritmiche tanto flemmatiche quanto opprimenti, che vive di deliziosi squarci di onnipresente atrabile umor nero, affidato alla sei corde di Mr. Ericson. Inevitabili gli echi che si rifanno ai primissimi My Dying Bride (un must per i fan del genere) nelle linee di chitarra di "The Dead Swan of the Woods", cosi come il raro dualismo vocale tra la catacombale timbrica del bravo vocalist danese e i rari passaggi sussurrati del chitarrista svedese. Ma il mio pezzo preferito alla fine sarà "Oceans of Despair", song dalle movenze delicate, con una certa alternanza a livello vocale, tra growl, clean, sussurrato e urlato, ma sempre contraddistinta da commoventi linee di chitarra. Quella dei Doom:Vs continua ad essere musica emozionale, che vive di pause, scariche elettriche, attimi struggenti e crepuscolari, frangenti che si annidano toccanti il nostro io interiore, luci soffuse, tenebre, chiari e scuri, un moto che entra dentro e non ci lascia più. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 80

Dread Sovereign - All Hell's Martyrs

#PER CHI AMA: Doom, primi Cathedral, Candlemass
Continua la mia ricerca estiva di nuove new sensation da poter segnalare ai lettori del Pozzo dei Dannati. Oggi mi soffermo su una band che in pochi minuti è riuscita a catturare la mia attenzione e spingermi alla recensione. Sto parlando dei Dread Sovereign (side project dei Primordial) e alle 10 tracce contenute in 'All Hell's Martyrs'. Dopo un intro in cui mi è sembrato di udire i Pink Floyd (ma forse me lo sono solo sognato), ecco che faccio conoscenza dei nostri con “Thirteen Clergy”, song heavy doom che mostra, come a quasi vent'anni di distanza da 'Tales of Creation' dei Candlemass, sia ancora possibile proporre una forma abbastanza originale del genere. Detto dell'incedere doom dei nostri, mi soffermerei sulla performance del vocalist, Alan Nemtheanga leader dei Primordial, a proprio agio sia su tonalità alte che su quelle medie; notevoli le linee di chitarra a cura di Bones dei Wizards of Firetop Mountain, abile nel costruire atmosfere horror, ma notevole anche in fase di solo. La prova dei Dread Sovereign è già molto convincente e con la successiva “Chtulu Opiate Haze”, prospetta di essere ancora meglio. Le ambientazioni spennellate puzzano di zolfo, con la musica dei nostri che si assesta su tempi medio bassi e che acquisisce una certa epicità grazie a una componente vocale più cattiva che emula quella della band madre, esaltandone il risultato conclusivo. L'incedere è lento, il sound funereo, le chitarre fanno egregiamente il loro lavoro e il disco non può passare inosservato, anzi non deve. Vibranti, emozionanti, magnetici ed epici, ecco poche parole che in breve potrebbero descrivere la musica dei Dread Sovreign. “Pray to the Devil in Man” è un pezzo dal flavour epico che ancora a livello ritmico prende come riferimento i gods irlandesi, con le vocals che si muovono verso lidi d'avanguardia a la Arcturus, alternato a un growl più torbido. Si prosegue con la liturgica “Scourging Iron” e l'ensemble convince sempre di più, con un suono assestato su un mid-tempo, in cui inevitabilmente il ruolo di protagonista è assunto dall'ottimo vocalist irlandese e dalle favolose linee di chitarra che sciorinano riffs da favola (pensate a 'The Ethereal Mirrors' dei Cathedral) e mi inducono a pensare: questo è rock! Non aggiungo altro, inutile soffermarsi anche sulla malinconica e lunghissima “We Wield the Spear of Longinus” o sulla conclusiva title track, altre due gemme di notevole spessore di questo sorprendente lavoro. Da avere! (Francesco Scarci)

(Vàn Records - 2014)
Voto: 80

lunedì 25 agosto 2014

Toolbox Terror – Bind Torture Kill

#PER CHI AMA: Death Metal, Carcass, Six Feet Under
Nella descrizione inviataci assieme al cd, uscito per ASDR Recordings, il gruppo si dice ispirato a band come Cannibal Corpse, Carcass, Aborted e The Black Dahlia Murder, ma niente corrisponde a verità più sacra, salvo che i Toolbox Terror applicano agli stilemi del genere un suono molto caldo, non chirurgico tanto meno gelido, bensì più avvolgente e vagamente vintage anni '90 primi anni 2000 nello stile di Soulfly, The Haunted o Six Feet Under. La band ligure riesce a fondere gli stili vari dei loro beniamini con ottima intensità e tecnica, rilasciando anche quel sapore ribelle nelle composizioni che non guasta mai ed il sound non è necessariamente rivolto sempre e solo al macabro ma spesso sguinzaglia uno spirito iper metallico di tutto rispetto che dal vivo deve essere una vera goduria. Il tiro è esaltante e innalza la band genovese agli altari più sacri del death metal, nonostante certe soluzioni sonore rischino di essere un po' datate, ma un cantante dalle doti notevoli e un chitarrista dal curriculum vitae come quello di Roberto Lucanato (ex Hastur, ex Malombra, Ballo delle Castagne, Egida Aurea, Il Segno del Comando) rendono l'opera super papabile a tutti gli estimatori del genere con esposizioni chitarristiche funamboliche e una batteria mozzafiato. Artwork degenerato nel segno degli ultimi Carcass in puro stile serial killer tra uncini da macellaio, bisturi, seghe circolari e sguardo femminile letteralmente divelto, segno inconfondibile dell'amore che la band osanna verso i film horror degli anni '70 e '80. L'album è godibilissimo senza cadute e mostra una band (nata nel 2007 e con un solo demo alle spalle) molto in forma e agguerrita. Come già detto, in questo loro primo lavoro non abbiamo scoperto nuovi orizzonti sonori che possano far evolvere in qualche maniera il genere ma la qualità di questo album basta e avanza per saziare i nostri palati. Album variegato e potente, death metal di maniera e stile, ottima la produzione e l'esecuzione, semplicemente il miglior incubo uscito da questa magnifica scatola del terrore.. Ottimo disco! (Bob Stoner)

(ASDR Recordings - 2013)
Voto: 75

domenica 24 agosto 2014

Death Penalty - Electric God

#FOR FANS OF: Thrash, Hallows Eve
In what is a refreshing breath of fresh air, Virginia thrashers Death Penalty decidedly forgo aping the Bay Area scene which has become so common throughout the scene and offers a slightly different take on modern Thrash Metal. Taking a more chug-based approach to the genre, the tempos and paces here are far removed from the blistering tones of the old-school classics and instead tend to revel in more thumping mid-range places that contain a lower energy than what’s become common throughout the scene. This does strike the band with a sense of identity here as they’re clearly not trying to follow everyone else and are boldly going their own path but oftentimes the lethargic pace afforded here is detrimental to the pace and energy required in the genre. There’s no biting, slicing riff-work to be found as the chugging patterns are quite a bit different and really bring a whole different dimension to the prototypical genre fare here instead of the razor-wire pace afforded to most of the genre’s output. Of course, that’s not so bad at all if not for the one nagging effort that runs rampant through this one and really holds quite a few problems with this as the low-key production is so apparent that it really can’t let the material get the most out of it. The guitars are bricked into a thick, heavy fuzz that even if they were given any kind of traditional patterns would be lost in a haze of fuzz that renders the majority of the riffs indecipherable except for the energy bleeding through. However, it’s really the drumming that really suffers here with hardly any punch and really sounds quite off on a full-length release, almost sounding like something that should’ve been on a demo or rehearsal such is the lousy quality of the production here. The tuning is off and simply set into a familiar series of simple pounding rhythms that get repeated throughout here in a loud, clanking tone that really sets them into a rather lame position throughout even if there’s a good production job here. Beyond that, the idea of having two tracks back-to-back in the running order set-up by instrumental interludes so that four tracks are wasted with the set-up and then eventual lead track seems quite likely a good idea just wrongly executed so that it just comes off as wasted space that could’ve been utilized better by more experienced bands. Despite that, the songs aren’t so bad. Intro ‘War’ gives us what we can expect here, mid-tempo patterns and lurching riff-work that remains quite enjoyable but never kicks into the higher gear as instead, this one shifts into slower tempos and paces despite still being quite listenable overall. This is certainly repeated in ‘Death Forever,’ which gives us the same template of the energetic riff-work up in the first half then slows down on the second half only this ranks a little better due to the improved riffing and stellar leads throughout. Set up nicely by the instrumental ‘Prelude,’ the title track is the best track here with the extended length offering more explosive riffing, more involved arrangements that remain quite interesting throughout and utilizes its epic riffs to good effect. The idea of having back-to-back set-up instrumental interludes might not have been wise even if it allows ‘The Curse’ to lead into ‘Bloodlines,’ another top track with more traditional thrash paces, pounding drums and a greater sense of energy in the performances, with the effect of it being a great idea that band exploits maliciously rather than out of natural practice. The rather bland ‘Infernal Sky’ tries to mix it up with some lighter atmospheric touches which are just wholly out-of-place in a thrash album and really sticks out like a sore thumb due to that. Frankly, most is forgiven here on the explosive finale ‘Nuklear Kiss,’ which really sets back into furious tempos with more frantic leads, pounding drumming and an ultra-fast tempo that really shows the band can work there in the future and ending this on a high note. Overall, it’s really none of the band’s fault this is so mediocre but rather that flat, demo-quality production that really hinders this one. (Don Anelli)

(Self - 2014)
Score: 60

Abstract Spirit / Ennui - Escapism

#PER CHI AMA: Funeral Death Doom
Ennui e Abstract Spirit sono due nomi che conosciamo molto bene qui nel Pozzo dei Dannati e le loro sonorità funeree ben si allineano con la filosofia del nostro sito. La MFL Records ha pensato bene di offrirceli in uno split album, 'Escapism', che propone per ogni band due pezzi dalle durate complessive notevoli. Ad aprire ci pensa "An Ode to the God's Fool" dei russi Abstract Spirit, che si confermano immondi portatori di morte con un sound sempre a cavallo tra il funeral e il doom più lugubre. Quello che mi piace della band è l'utilizzo di eterei e fascinosi momenti di quiete che riescono a spezzare un avanzare che risulterebbe invece asfissiante e ostico da digerire. Rispetto al passato c'è da sottolineare una maggior apertura alle melodie, merito di un più ampio spazio concesso a splendidi tocchi di pianoforte, questo forse a discapito dell'imprevedibilità che contraddistingueva i trascorsi dell'act moscovita. La componente orrorifica che mi aveva indotto a taggare il precedente 'Theomorphic Defectiveness' come horror funeral doom, è sempre presente, ma attenuata da una maggior cura a livello delle orchestrazioni che rendono la musica del trio, decisamente più accessibile. Non manca neppure la soave performance vocale della brava Stellarghost ad affiancare il sempre intransigente A.K. iEzor, con il suo ormai caratteristico growling profondo. "Schizotherica", la seconda traccia, mette in evidenza il lato più buio e criptico del trio di Mosca, esibendone però anche il loro aspetto più spirituale: l'andamento è lento, le tastiere tarpano quello che invece sarebbe il suono catacombale degli Abstract Spirit, creato da un riffing pesante e distorto. Paurosi. Con i georgiani Ennui, che abbiamo avuto modo di conoscere qualche mese fa in occasione del loro secondo Lp, 'The Last Way', rimaniamo in anfratti oscuri e deprimenti, che tributano maggiormente al death doom piuttosto che al funeral. "Where the Common Sense is Ruined" è una song di 14 minuti dotata di una ritmica possente su cui si staglia la voce grossa di David Unsaved. Echi di My Dying Bride emergono nelle pieghe infinite di questa traccia, che mostra una certa predilizione per la componente solistica che arricchisce notevolmente la proposta del combo di Tbilisi e assume l'arduo compito di infrangere la cupezza indotta dal sound a tratti tenebroso, costruito dai nostri. "The Day of Abandonment" chiude un album tetro e mortifero, e direi che lo fa con assoluta eleganza, quella che contraddistingue gli Ennui e la loro proposta all'insegna dello spleen decadente e straziante. La traccia, dai risvolti foschi e assai sinistri, si fa apprezzare per gli ottimi arrangiamenti che rendono il sound magniloquente e a tratti estasiante. 'Escapism' alla fine si rivela un ottimo lavoro di funeral death doom, che sicuramente ingolosirà tutti i fan, e che dovrebbe indurre altri ad avvicinarsi ad un genere che è ancora in grado di regalare vere e profonde emozioni. (Francesco Scarci)