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martedì 20 agosto 2019

Jesus Franco and the Drogas – No(w) Future

#PER CHI AMA: Garage/Punk, Queens of the Stone Age, Iggy Pop
Se pensavate che al mondo i seguaci degli ultimi QOTSA fossero solo dei cloni inespressivi, allora dovrete ricredervi ascoltando questo disco dei Jesus Franco and the Drogas (uscito per la Bloody Sound Fucktory). 'No(w) Future' è divertente e ben fatto, intossicato dall'irriverente verve degli Eagles of Death Metal ed in perfetta sintonia con la follia degli ultimi dischi della band di Josh Homme ("Acufene"), carico di emozioni psych di tutto rispetto tra the Dukes of Stratosphere, Hey Satan e Nudity, con una voce gogliardica in puro stile Captain Beefheart ("No Talent Show") per cui non rimarrete delusi. La cosa che più convince in questo quinto disco della band di Ancona è la ricerca e la volontà assidua di sperimentare in campo psichedelico, sempre ai confini della realtà, tra orecchiabilità rock'n roll ("Right Or Wrong") e pupille dilatate, con una capacità esagerata di riuscire a rendere accessibili anche divagazioni allucinogene complicate ed indigeste. Tutti i brani sono un pugno allo stomaco altamente tossico, adrenalinici e deviati, a volte dai toni in salsa psych estrema ("Some People") o sparati come se il mondo non dovesse mai fermarsi e, cosa che risulta assai gradevole, è che oltre ad essere ben suonati e prodotti con un suono tipicamente garage, non risparmiano l'ascoltatore, cercando di stupirlo in continuazione, sfornando uno dopo l'altro, pezzi pieni di vita e mai banali, devastanti ed incendiari, la perfetta colonna sonora per un sequel di 'Paura e Delirio a Las Vegas'. Questi abili musicisti giocano con il garage punk ed esplodono nella psichedelia claustrofobica, il garage rock'n roll è una base solida e mai nome di una band è stato più azzeccato, per una musica figlia del più vizioso ed anfetaminico Iggy Pop ("Blast-o-Rama"). Si ritorna sui toni storti e sperimentali del divino capitano in "Brain Cage", mischiandolo ad un tono vagamente più heavy e pesante alla stregua di certi pezzi degli Amen, anche se suonati in chiave più ipnotica e meno hardcore. Nel concludere, la band anconetana inserisce il brano più soft della raccolta, "Wake Up" che aspira ad una forma di alienazione e prende le distanze dalle precedenti composizioni proponendo un volo psichedelico assai avvolgente con una voce che ricorda molto da vicino il mito sotterraneo di Mark Stewart and the Mafia. In sostanza, 'No(w) Future' è un album prezioso nel panorama sotterraneo italiano, pieno di colori e divagazioni lisergiche di varia forma e tipologia, un caleidoscopio esaltante, un disco ben fatto! (Bob Stoner)

(Bloody Sound Fucktory - 2019)
Voto: 73

https://www.facebook.com/jesusfrancoandthedrogas/

lunedì 19 agosto 2019

Bokor - Anomia 1

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Alternative, Opeth, Tool, Cult of Luna
Era il 2007 quando venni sopraffatto da questa entusiasmante creatura proveniente dalla Svezia. Si trattava dei Bokor, nome non certo brillantissimo (nelle pratiche voodoo è il sacerdote che pratica magia malvagia, per scopi personali), però la musica, wow. Cinque musicisti dai più disparati background musicali che si sono incontrati e hanno deciso di fondere le loro influenze in questa band. E la Scarlet Records ci vide lontano mettendo sotto contratto questo nuovo act scandinavo. La musica? Una miscela di un po’ di tutto: avete presente la vena goliardica dei System of a Down? Bene, unitela al sound oscuro dei Tool, con un pizzico di sludge alla Cult of Luna, inserito in un contesto progressive alla Opeth, con riferimenti agli Anathema e ai Porcupine Tree e al death rock dei Mastodon. Tutto chiaro no? 'Anomia 1' colpisce chiunque per la freschezza della sua proposta ancora oggi nonostante gli oltre dieci anni d'eta, soprattutto per la tonnellata di riferimenti che vi si possono ritrovare: la musica progressive si fonde ad elementi sinfonici e ad un certo hard rock anni '70, amalgamandosi magistralmente con il death, il black, il thrash, la psichedelia, con suoni industriali, con il blues, e ancora con il gore, il punk e qualsiasi altra cosa vi venga in mente, perchè qui c’è davvero di tutto. I musicisti mostrano un talento sconfinato in grado di ipnotizzarci con la loro carica emozionale ed interpretativa. Sei brani, per un totale di 44 minuti (splendidi i 14 minuti di “Migrating”, vera summa di questo piccolo gioiello), in cui i nostri ci prendono per mano e ci accompagnano nel loro mondo, tramortendoci con il loro sound imprevedibile, estremamente creativo e sempre in bilico tra il reale e il surreale. Esaltante la prova dell’istrionico vocals, tale Lars Carlberg, capace di spaziare da vocalizzi alla Tool o alla System of a Down (ascoltate i primi due brani per credere), passando attraverso screaming e growling vocals. Testi profondi ed ispirati completano un album da avere assolutamente, anche se datato. (Francesco Scarci)

(Scarlet Records - 2007)
Voto: 86

https://myspace.com/bokorband

Carnal Grief - Nine Shades of Pain

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death, Carcass
Data la provenienza del combo, la Svezia, era lecito aspettarsi dai solchi di questo 'Nine Shades of Pain', il classico ed “usurato” swedish sound, invece no; con mia grande sorpresa, ecco respirare nuovamente l’aria putrida e rarefatta dei grandissimi Carcass, quelli del periodo di mezzo però, era 'Heartwork'. Già dall’iniziale “Information Feed” e dalla successiva “Epitaph”, introdotta da una voce molto simile a quella udita negli intermezzi di 'Necroticism', trovo conferma che quanto partorito dalla mente di questi cinque ragazzi, trae spunto, in modo quasi nostalgico, dalla musica del quartetto di Liverpool, guidato dal duo Steer-Owen. Che bei tempi erano quelli e ora, le note di quest’album mi riportano indietro di oltre 20 anni: la voce del cantante, cosi ruvida e malata, richiama subito quella di Jeff Walker, così pure la sezione ritmica, con quelle chitarre graffianti e ronzanti al tempo stesso, non può che restituirmi il ricordo della classe sopraffina del duo Steer-Amott. Il disco è un susseguirsi di bei pezzi, certo non originali, ma l’abilità della band sta comunque nel ricalcare un sound senza per forza risultare dei banali plagiatori, arricchendolo magari con un tocco più moderno e con qualche brevissima escursione in territori death/thrash di matrice svedese. Di assoluta classe sono poi gli assoli racchiusi nei vari pezzi, brevi ricami di sano heavy metal. Complimenti alla GMR music, che ai tempi mise sotto contratto la band scandinava, da allora piombata ahimè in un assordante silenzio. Cosa dire di più: se siete degli estimatori dei Carcass andate a recuperare questo cd! (Francesco Scarci)

(GMR Music - 2006)
Voto: 74

https://www.facebook.com/carnalgrief

venerdì 9 agosto 2019

Trail of Tears - Existentia

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic, Tristania
Era il 2007 quando a distanza di due anni dal sorprendente 'Free Fall into Fear', i Trail of Tears, con il solo membro fondatore, Ronny Thorsen, tornavano sul mercato con la registrazione di 'Existentia'. Il sound della band norvegese non sembrava discostarsi più di tanto dai precedenti lavori, mantenendo quel feeling oscuro di fondo, costituito da riffoni di chitarra di chiara estrazione black sinfonica e da maestose tastiere di ispirazione Therion. Il dualismo tra le growling vocals di Ronny e le sempre brillanti e melodiche clean vocals di Kjetil (singer dei Green Carnation), completavano il quadro, contribuendo a fare da collante tra queste caratteristiche. Una dolce voce femminile, quella di Emmanuelle Zoldan, dava poi il suo contributo aggiuntivo, per un esito finale dell’album davvero convincente. 'Existentia', cosi come il suo predecessore, andava ascoltato e riascoltato per essere apprezzato fino in fondo; non fu un album così diretto, semplice da percepire, perchè parecchie erano le sfumature che si palesavano nella musica del combo scandinavo: si ritrovano infatti certe influenze provenienti da una corrente avantgarde che approdano come essenziale novità nel sound dei nostri. Echi riconducibili ai The Provenance, o ancora, ai Green Carnation, erano udibili nei solchi di questo notevole 'Existentia', un capitolo che ha preceduto una vera e propria rivoluzione in seno alla band. Si trovano peraltro anche reminiscenze power ed una bella dose di death goticheggiante che confluivano nel sound compatto dei nostri. Dal punto di vista strumentale poi, la band si presentava come sempre ineccepibile: ottima la prova dei singoli, anche se devo sottolineare la performance del tastierista, davvero bravo, cosi come l’inimitabile ugola di Kjetil, vero e proprio strumento musicale dall’enorme talento. Una produzione bombastica chiudeva un disco e forse un’era in casa Trail of Tears, visti gli scarsi successi ottenuti con i successivi due album che hanno condotto la band allo scioglimento nel 2013. Un peccato. (Francesco Scarci)

(Napalm Records - 2007)
Voto: 76

https://www.facebook.com/trailoftearsofficial/

Íon - Madre, Protégenos

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Rock Acustico, Antimatter
"Madre, proteggici...” Così apre il disco di Duncan Patterson, famoso per essere stato, in passato, il bassista degli Anathema e degli Antimatter, da cui fuoriuscì nel 2004, per dar vita a questo progetto denominato Íon. Dopo aver assoldato in giro per il mondo (Irlanda, Russia e Australia tanto per citarne alcune) un’innumerevole serie di musicisti dall’assoluto valore, il buon Duncan ha dato alla luce un album dalle variegate sfumature. 'Madre, Protégenos' potrebbe essere accostabile, cosi di primo acchito, a 'Planetary Confinement' degli Antimatter: atmosferico, introspettivo, direi quasi mistico, ma qui c’è dell’altro, in quanto Patterson, date le sue origini irlandesi, è stato palesemente influenzato dalla tradizione celtica, dall’ambient e dalla musica classica. Sfruttando inoltre, le performance di diverse vocalist originarie dalla Grecia, Italia e Messico, si possono respirare in questo lavoro, dall’approccio forse un po’ troppo minimalista, colori, culture e profumi di ognuna di queste nazioni. Altri elementi folkloristici, il flauto e il clarinetto, la viola e il mandolino, l’arpa e le percussioni, contribuiscono poi ad accompagnarci malinconicamente e poeticamente, in paesi lontani dove gustare le esotiche fragranze mediterranee. Il compositore irlandese ha concepito un qualcosa, lontano anni luce dai suoni degli Anathema: gli Íon (parole gaelica per indicare “purezza”) percorrono un viaggio spirituale all’interno delle proprie radici, che ha la sua summa in “Goodbye Johnny Dear”, canto degli emigranti irlandesi, scritto nel XIX secolo dal bisnonno di Duncan, Johnny Patterson. 'Madre, Protégenos' è sicuramente un disco d’indubbio valore, intimista e profondo in grado di spingerci, grazie alla sua magia, alla ricerca della nostra identità, il problema semmai è che il lavoro non sia alla portata di tutti. Se avete già raggiunto la della pace dei sensi, avvicinatevi tranquillamente a quest'album (che ricordo essere completamente acustico), altrimenti lasciate perdere, perchè le atmosfere pregne di tristezza e desolazione che si sentono lungo tutto il cd, potrebbero portarvi alla disperazione. (Francesco Scarci) 
 

giovedì 8 agosto 2019

Abhor / Abysmal Grief - Legione Occulta​/​Ministerium Diaboli

#PER CHI AMA: Black/Psych/Horror
Due nomi storici del metal nazionale hanno pensato bene di unire le proprie forze in questo split EP di soli tre pezzi, in cui i 13 minuti iniziali sono affidati a due song degli Abhor ed i rimanenti 13 minuti ad una sola song degli Abysmal Grief. L'esorcismo inizia con "Legione Occulta" che vede i padovani Abhor proporre il loro classico occult black maligno fatto di ritmi cadenzati, grim vocals ed in sottofondo, quella che sembrerebbe essere una reale registrazione di un esorcismo (palesato anche da un'inequivocabile cover cd). Non è da meno “Possession/Obsession” che prosegue sulla falsariga dell'opener sia in fatto di tematiche trattate che musicalmente, con quel rifferama un po' retro su cui va ad installarsi il mefistofelico organo di Leonardo Lonnerbach, che a mio avviso rappresenta il punto di forza del sound deviato e sghembo della band veneta che da oltre 20 anni calca il sottosuolo italico, il tutto senza dimenticarci ovviamente dello screaming ferale del buon vecchio Ulfhedhnir e dell'innata capacità della band nel creare splendide atmosfere da incubo (ascoltatevi a tal proposito il finale della traccia). È poi il turno dei genovesi Abysmal Grief, un altro in gruppo in giro da una ventina d'anni con un bel po' di esperienza in cascina ed una grande abilità di spiazzare l'ascoltatore con le loro insane trovate: in questo caso i 13 minuti di "​Ministerium Diaboli" altro non sono che un lungo e minimalistico rituale che dopo ben otto minuti muta in forma canzone, con una sezione ritmica vera e propria dai fortissimi connotati psichedelici su cui poggiano delle grida in sottofondo. Insomma alla fine un buon riempitivo, in attesa delle nuove release delle due band fiore all'occhiello del metal italiano. (Francesco Scarci)

mercoledì 7 agosto 2019

The Rite - The Brocken Fires

#PER CHI AMA: Black/Doom, Celtic Frost, Cathedral
I The Rite altro non sono che un nuovo side project internazionale che vede la partecipazione di P. Guts dei nostrani Krossburst, in compagnia di A.th dei Black Oath, altra band italica, ed infine Ustumallagam dei blacksters danesi Denial of God. Il risultato di simile incontro non può portare inevitabilmente a nulla di buono, non tanto in termini qualitativi, ma in fatto di sonorità. Preparatevi pertanto ad affrontare un concentrato offensivo di black doomeggiante, che non vede grossi stravolgimenti al genere, se non una certa vena rituale in alcuni esoterici fraseggi dell'EP, che sembrano per certi versi richiamare Mercyful Fate o Death SS, anche se qui le voci si palesano arcigne e malvagie. Se le prime due tracce sono un intro a cui segue una sferzante tempesta black, è con la title track che si vedono le cose migliori della band, proprio per quel suo incedere lento e magico, fatto però di una magia nera pulsante oscuri malefici e quant'altro, che chiama addirittura in causa un che dei Cathedral più tenebrosi, uniti a Celtic Frost e Samael, per un risultato complessivo che riserva qualche buono spunto. Soprattutto quando i nostri affidano alla cover "Acid Orgy" (originaria dei Goatlord) la chiusura del disco per un melmoso finale che già mi aveva pienamente convinto anche con la quarta "Heed the Devil's Call". Come si dice, chi ben inizia è a metà dell'opera. (Francesco Scarci)

Scythe Lore - Through the Mausoleums of Man

#PER CHI AMA: Death Old School, primi Entombed, Vomitory, Aevangelist
In attesa di capire cosa ne sarà degli Aevangelist e delle loro dispute intestine cosi come quali novità attenderci dai nuovi Entombed AD, perchè non dare una chance al debut EP dei teutonici Scythe Lore. La proposta della misteriosa band germanica racchiude infatti le oblique e sinistre sonorità dell'estremismo odierno e penso appunto a Aevangelist e Portal, miscelate con il death old school di anni '90, Entombed e affini. Tutto è racchiuso all'interno di questo folle 'Through the Mausoleums of Man' e certificato attraverso le sei schegge impazzite che ci aggrediscono con la veemente "Eschatology Speaks All Tongues", ci demoliscono con la brevissima "Jhator", ci annichiliscono con la mortifera e più doomish "Behind 7 Walls and 7 Gates". Gli ingredienti sono i classici del passato con le ferali ritmiche del death metal made in Stockholm, le splendide rasoiate inferte dalle chitarre soliste (molto in stile 'Left Hand Path'), le growling vocals catacombali, il tutto riproposto con lo sghembo ardore del death sperimentale di oggi. Se proprio devo trovare un difetto alla proposta dei nostri, è una batteria plastificata che proprio non si può sentire e mortifica un po' il risultato finale di questo 'Through the Mausoleums of Man'. Per il resto lascio a voi il piacere di addentrarvi nelle paludose sabbie mobili delle restanti song, che non promettono assolutamente nulla di buono. (Francesco Scarci)

Daniele Maggioli - La Casa di Carla

#PER CHI AMA: Alternative Pop Rock
La diroccata "Architetture" in apertura non è che un elegant-pop cantautoriale architettato, progettato e costruito attorno ad una semplice melodia di piano, contrappuntato da un esile substrato elettronico, vagamente reminescente il Battiato dei secondinovanta ("L'imboscata", "Gommalacca", "Ferro Battuto") e, nei contenuti, della figura biblica del patriarca Lot. Specularmente, l'arpeggio di piano nella conclusiva "Madame" tenderà a dissolversi, nel finale, in una lunga e catartica celebrazione del senso medesimo dell'assenza (pensate a Umberto Maria Giardini, a Dente, a quella gente lì, insomma). Sono apparentemente (e volubilmente) leggeri gli episodi intermedi: l'apocalyp/swing scanzonato e, persino in misura maggiore, lo psych/stomp in levare di Nosei/ana memoria ne "Il Cannibale". Giusto per vostra informazione, le cinque canzoni contenute ne 'La Casa di Carla', sono state pensate dall'autore nel 2014 per lo spettacolo teatrale "Approssimazioni", prodotto e ideato da un certo Alex Gabellini. (Alberto Calorosi)

Allone - S/t

#PER CHI AMA: Death/Doom/Black/Viking, Bathory
Gli Allone sono una band inglese almeno sulla carta, perchè poi vai a sfrucugliare sul web e scopri che uno dei due membri, Andrzej Komarek, altri non è che il bassista e chitarrista dei polacchi Praesepe ed ex-chitarrista dei Diachronia, una band di cui non sentivo parlare da oltre un decennio. Gli Allone, che includono nelle proprie fila anche l'inglese P.K. ed una infinita serie di guest star polacche tra cui l'ex chitarrista dei Vader, il chitarrista dei Macabre Omen ed un altro ex questa volta dei Themgoroth, hanno avuto la buona sorte di firmare per la Aesthetic Death, che li supporta in questo loro debut album omonimo. Che non siano degli sprovveduti e che il loro background affondi nel death doom, lo si evince dall'opener "Alone with Everybody I", una traccia monolitica di otto minuti, dotata di un riffing solenne su cui si stagliano le vocals pulite e disperate di P.K., in pieno stile Quorthon, in una song che richiama incredibilmente e in più occasioni, 'Twilight of the Gods' dei compianti Bathory. Epici, non c'è che dire soprattutto per aver risvegliato in me sentori che avevo completamente perso dai tempi di 'Nordland I e II'. E allora abbandoniamoci agli arpeggi del duo anglo-polacco, alle suggestive ambientazioni al limite del viking, ma non solo, visto che l'incipit della lunga ed ispirata "A Challenge to the Dark", strizza l'occhiolino anche agli Shining (quelli svedesi mi raccomando) cosi come pure ad una versione più edulcorata dei Praesepe stessi. Un lungo entusiasmante prologo acustico che ci prepara all'arrivo di grim vocals che ci mostrano una versione degli Allone decisamente più virata al black metal, ma niente paura, la band sa come mantenere salda l'attenzione sulla propria proposta e lo fa propinando una serie di eccellenti cambi di tempo, ottime melodie e litanici chorus di sottofondo che rendono il tutto ancor più interessante, aggiungendo peraltro alle proprie influenze un che dell'avanguardismo degli ultimi Obtained Enslavement, un pizzico di insania alla God Seed ed una vena progressiva alla Enslaved. Niente male davvero, anche se con "Alone with Everybody II" si va a pestare il pedale di un ibrido black death assai melodico, ma che poche migliorie apporta al suono fin qui goduto; forse la song meno riuscita delle quattro, ma che si eleva tranqullamente oltre la sufficienza, soprattutto grazie ad un finale più avvincente. Si arriva alla fine con la strumentale "Ruins", oltre 11 minuti di melodie raffinate (e spoken words) che suppliscono all'assenza della voce che fino a qui aveva fatto bene, in ogni sua forma espressiva. Ottimo debutto, band assolutamente da tenere nei radar. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2019)
Voto: 76

https://allone2018.bandcamp.com/album/allone

lunedì 5 agosto 2019

Deathcrush – Megazone

#PER CHI AMA: Noise/Crust/D-Beat/Digicore
Interessante debutto sulla lunga distanza (fuori per Apollon Records) di questa giovane band norvegese che riesce nell'intento di proporre qualcosa che sia fuori dalle righe e non inquadrato negli schemi. Quindi, l'accostamento di generi come il noise, il digitalcore, il crust punk, con il sound laccato ed oscuro degli anni d'oro dell'epoca Batcave, riesce a generare quel suono genuino, moderno, trasversale e ricco di pulsioni alternative che incuriosisce ed appassiona non poco ogni amante di novità soniche. La musicadei Deathcrush è prevalentemente una sorta di catarsi ritmica che ricorda una via di mezzo tra gli Amen e gli Atari Teenage Riot, lasciati in ammollo negli acidi del noise ribelle dei primi, seeminali, The Curve, con una voce femminile in quasi tutte le canzoni (in "Push,Push,Push" emerge anche la parte vocale maschile), che emula il proibito dei Garbage, il rock dei The Primitives e il controcorrente di Kim Gordon. Se poi ci versiamo sopra una buona dose di nero alla Alien Sex Fiend o Cabaret Voltaire, con quel gusto macabro, robotico e noir che, nonostante la forte voglia di spaccare, si trascina appresso un'orecchiabilità fenomenale, arriviamo alla giusta conclusione che questo 'Megazone' è un gran bel disco, adrenalinico e tagliente, sensuale, aggressivo, devastante come possono esserlo solamente i sussulti giovanili di anime sotto effetto di urgenza creativa. L'artwork, a mio avviso poi, è ben fatto ma non così interessante (dal taglio punk di primi anni '80) e meriterebbe di più, visto il valore della musica al suo interno e la capacità di risvegliare seriamente nell'ascoltatore, il concetto di piacere verso un suono il cui battito è da vera e credibile rockstar alternativa. Le tracce sono tutte sparate in faccia, di corta durata o al massimo superano di poco i quattro minuti, rendendo l'ascolto velocissimo, immediato e senza lasciar prigionieri. Desta un po' di sospetto la conclusiva traccia nove, "State of the Union" (uscita peraltro come singolo), con i suoi finti 24 minuti dichiarati: dopo i primi consueti quattro minuti inizia infatti un interminabile silenzio (modello traccia fantasma) fino ad un minuto dalla fine del disco dove riemerge uno spezzone di brano al rovescio, cosa riciclata che poteva andar bene al vecchio Marilyn Manson o ai Nofx d'annata. Ad ogni modo, l'album resta un grande disco (bello anche il video di "Dumb") per il trio di Oslo, dinamico, giovane e piacevolmente rumoroso nel suo aspetto acido e trasgressivo, scritto da giovani che cercano di non farsi sommergere dalla deformazione imposta dalla grande metropoli. Bello in tutte le sue tracce che potrebbero essere tutte delle potenziali hits, un disco da ascoltare in pompa magna e pieni di voglia di ribellione. Ottima prova al fulmicotone! (Bob Stoner)

(Apollon Records - 2019)
Voto: 74

https://deathcrush.bandcamp.com/album/megazone

Erancnoir - S/t

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
Middle East is not known for being an easy place to play any kind of modern music, not to mention metal and, for obvious reasons, any subgenre closely related to extreme metal. The combination of particularly conservative societies and the extremely restrictive applications of religious beliefs, in this case the Muslim religion, make truly difficult to have an active scene. But even in the hardest scenarios passion, talent and inspiration can arise from the shadows and show to us that good music can appear in any place. Iran, or Persia if you prefer, is a country with a vast heritage, both historically and culturally, and it is known that its inhabitants are usually quite cultured people. But it is surprising how a single person can almost create a little scene around him. This is the case of Harpag Karnik, the young Persian behind the excellent projects like Forelunar, Ethereldine or the band I am reviewing right now, Erancnoir. All these projects play atmospheric black metal with distinctive touches and characteristics, but all of them are focused on a very well executed and emotionally intense atmosphere. His creativity seems to be unstoppable as he has released a healthy amount of releases in only two years, which is undoubtedly pretty impressive.

This time is the moment to review one of his most impressive personal projects, Erancnoir, which released its third and homonymous album just one year after the debut, which is truly amazing. I have known one-man bands which have a similar or even higher rate of releases, but Erancnoir is, without any doubt, on the top in terms of quality. 'Erancnoir' doesn´t differ too much from its previous works and like happened with the sophomore work 'Frostfallen', it contains two and remarkably long tracks with a combined length of around forty minutes. Both tracks have similar structures, which try to explore the darkest realms of atmospheric black metal. Keys play an important role, but they are not overused. For example, in the first track entitled 'Erancnoir' they initiate the track with a mystic intro, which immerses you in a vast and desolated landscape. This initial calm section is abruptly broken by a furious walls of guitars and blasting drums with a remarkably fast pace. This speediness is kept for a few minutes making the song quite grim, still atmospheric thanks to the accompanying keys. As mentioned, the song has a rather homogeneous structure but it is still able of capturing the attention due to its hypnotic nature and a little changes in its rhytmh. Vocals are, as expected, quite high pitched and indecipherable, but reasonably well performed. As the song slightly slows down, we can enjoy some nice touches like an accompanying guitar or keys which enrich the song and reinforce its captivating nature. The next track, 'Mehr', follows a similar path including the expected intro, this time way shorter. The initial furious part evolves to a very nice mid-tempo section, where the keys play a bigger role until the song becomes a pure ambient track. This supposes a beautiful ending for the album like the calm after the storm.

In conclusion, Erancnoirs´s third instalment is another excellent piece of atmospheric black metal where structures don´t vary too much, though this is not especially problematic as its great melodies and spellbinding nature are the reason behind its quality. We can only hope that Harpag with continue its impressive rate of great releases in the upcoming years. (Alain González Artola)


(Morrowless Music - 2019)
Score: 82

https://erancnoir.bandcamp.com/

mercoledì 31 luglio 2019

Umberto Maria Giardini - Futuro Proximo

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Transitori ("Onde"). Distanze ("Il Vento e il Cigno"). Impossibile misurare lo spazio e il tempo se non attraverso le emozioni. Una conseguita, irrevocabile impossibilità di comunicare (cfr. la amniotica "Avanguardia") raccontati con un ermetismo gentile e obliquamente naif ("Noi, l'antimateria della realtà", "Mea Culpa"), imprescindibile tratto cantautoriale di U-M-G, the-artist-formerly-known-as-Moltheni. E poi c'è l'ignoto. Orizzontale: il futuro blandamente distopico fatto di nuovi amori tridimensionali, multinazionali, Cina e Islam, quello di "Alba Boreale". Verticale: il ficcante misantropismo che emerge dalla colloquiale "Caro Dio", collocabile grosso modo tra il Battiato di "New Frontiers" e il Ligabue di "Hai un Momento, Dio" ("Nel comportamento umano colgo lacune di concetto / valanghe nel cervello"). I suoni ventosi a tratti ricordano i momenti migliori dei CSI, con tinte dream-progressive, cfr. "Dimenticare il Tempo" e i 5/4 de "Il Vento e il Cigno", la wave (soprattutto nel titolo), cfr. "Onda", e sparute inclinazioni nordic-prog, cfr. l'eccellente strumentale "Ieri nel Futuro Proximo". Ascoltate questo disco cercando di contare tutte le volte che U-M-G trasforma in E le I con accento tonico (in "Dementecare el Tempo" ad esempio, ne troverete parecchie). (Alberto Calorosi)

(La Tempesta Dischi - 2017)
Voto: 76

https://www.facebook.com/UmbertoMariaGiardini/

lunedì 29 luglio 2019

Alice Tambourine Lover - Down Below

#PER CHI AMA: Psych Alternative Rock
Ottima nuova uscita per il duo bolognese degli Alice Tambourine Lover che, con un'apparente semplicità musicale, espressa attraverso chitarre cristalline e liquide, piccoli rintocchi ritmici ed una splendida voce femminile, vellutata, delicata e sognante, sfornano una perla sonora degna di lode. In una giornata strana, in attesa del temporale, mi appresto ad ascoltare questo 'Down Below', disco dalla copertina intrigante, dai colori vividi e psichedelici. Una psichedelia intima, vissuta, polverosa, sabbiosa, una calda estate ed un tramonto introspettivo che chiudono il giorno con un pizzico di nostalgia costruttiva. Ecco, questa è la giusta visione con cui inquadrare un disco completo, potrei dire quasi perfetto, carico di emotività ed esistenza liquida, un viaggio lisergico tra le note acustiche ed una manciata di soffici riff che colpiscono dritti al cuore. Senza dimenticare l'ambientazione Paisley Underground del contesto, il tocco alt country a stelle e strisce ed il rustico ruggito solitario alla Mark Lanegan, reso ancor più intenso dal bel duetto con il noto cantante, musicista e produttore, Dandy Brown (Hermano, Orquesta del Desierto, John Garcia) nella magnifica "Dance Away". Una registrazione ed un missaggio con i fiocchi a cura di Luca Tacconi ai Sotto il Mare Recording Studios, che rende omaggio all'America desertica e solitaria, attraverso un ampio set di strumenti, foot tambourine, armonica, resonator, dobro, percussioni varie, chitarre acustiche ed elettriche, in una sospensione eterea senza tempo che permette di viaggiare indisturbati tra un brano e l'altro, coi capelli al vento a bordo di una vecchia cabriolet yankee anni '50 per le polverose distese di campi americani. Otto brani ammalianti che toccano l'apice artistico del duo formato da Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli, senza mai scadere nella ripetitività e ricreando anzi una magia cristallina brano dopo brano. Complice l'ipnotica, delicata, suadente e spettrale voce di Alice, quanto poteva esserla quella di Kendra Smith in 'Empty Box Blues' dei mitici Opal qualche decennio fa, ci lasciamo trascinare dalle canzoni dei nostri in un vortice allucinogeno di grazia, libertà e sofisticato misticismo rock (ascoltatevi i capolavori "Follow" e "Into the Maze"), tutte composizioni dotate di un sound complesso, rarefatto e magico. Il grado di orecchiabilità dei brani è altissimo e mostra uno spessore artistico di tutto rispetto, una conoscenza del genere assai avanzata ed una padronanza della propria arte da far impallidire band molto più in voga nel panorama internazionale. Un disco bellissimo, un'opera che riempie l'anima, una nobile band da seguire ad occhi chiusi. (Bob Stoner)