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sabato 23 marzo 2019

Liles/Maniac - Darkening Ligne Claire

#PER CHI AMA: Ambient/Experimental/Drone/IDM
Devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di più da questo super duo ma, riconoscendo che la musica di questo lavoro è solo una parte di un progetto d'arte visiva ben più esteso, incentrato sulle opere del signore del logo metal, Christophe Szpajde, posso assaporarlo e giudicarlo solo a metà, ascoltandone esclusivamente la musica. Andrew Liles (artista e produttore, con Nurse With Wound e collaboratore dei Current 93) e Sven Erik Fuzz Kristiansen aka Maniac (ex cantante dei Mayhem) ci offrono in questo 'Darkening Ligne Claire' sette brani dal taglio duramente sperimentale, dove la voce di Maniac viene smembrata e frantumata in mille parti da una serie infinita di effetti fino a farla flirtare con una sorta di ambient minimale ed astratto. Difficile parlare di forma canzone o soundtrack, le composizioni risentono della mancanza visiva (sono state prodotte solo sette copie fisiche speciali di questo album!) e si percepisce che avrebbero un senso completamente diverso ascoltate di fronte ad un'immagine e non così, nude e crude. La musica s'interseca tra suoni isterici rubati ai seminali The Residents e l'elettronica più moderna, con spunti e intuizioni veramente vintage e datati. A volte troviamo anche retaggi sonori provenienti dal mitico 'Scream With a View' dei Tuxedomoon (in versione destrutturata e sgretolata per bene) e stupisce poi l'uso dell'harmonizer, quanto l'assenza totale del ritmo scandito solo da accenni ricavati dal parlato di Maniac. Un lavoro ostico e difficile da inquadrare, sicuramente singolare conoscendo il background dei due artisti, misteriosa l'idea di battezzare tutti i brani con un nome di una band black metal o comunque appartenente al circuito metal estremo di cui Szpajde ne ha disegnato il logo, un singolare tributo a queste band oppure un'originale fonte d'ispirazione? "Enthroned" è un finto brano di elettronica drum'n bass scarnificato e disossato di tutto, lasciando con solo piccole frazioni di suono a dettar legge, "Slauther Messiah" con "Wolves in the Throne Room" sono i due brani che mi hanno colpito maggiormente, il primo per la sua veste così drammatica e il secondo per la sua apertura cosmica verso un ignoto buio astrale. Come già accennato, il disco si presenta con un suono di confine non accessibile a tutti e fatto apposta per intenditori voraci di musica ultra sperimentale, anime mai sazie di nuovi orizzonti, come il sottoscritto. 'Darkening Ligne Claire' alla fine è un album tutto da interpretare e di difficile approccio, solo per appassionati del genere. (Bob Stoner)

giovedì 21 marzo 2019

Triste Terre - Grand Oeuvre

#PER CHI AMA: Black/Doom
Torna la Les Acteurs de l'Ombre Productions e con essa un nuovo carico grondante di estremismo sonoro, questa volta in compagnia dei francesi (ormai cosa acclarata) Triste Terre. Si tratta di un duo proveniente da Lione che manco a farlo apposta, propone in questo 'Grand Oeuvre', del black metal contaminato. Interessante notare come la band, all'esordio sulla lunga distanza dopo tre EP all'attivo fino ad oggi (più una compilation), individui Bach come unica fonte di influenza, un unicum direi in ambito estremo. Questa potrebbe essere identificabile nella opening track "Œuvre Au Noir", dove accanto ad un black mid-tempo dalle forti tinte atmosferiche, si pongono degli inserti di organo che possono evocare in realtà un qualsiasi compositore classico, ma mi piace immaginare che quello che ci ho sentito io, sia davvero il buon Sebastian. A livello vocale invece, Naâl si pone con uno screaming cupo alternato ad un cantato sguaiato quasi pulito ma sofferente, là dove il criptico sound avanza tra marcette militaresche ed immersioni al limite del funeral. I pezzi durano parecchio, vi basti pensare che l'opener, la traccia più lunga del cd, sfiora i tredici minuti, mentre le altre canzoni si assestano tra i nove e i dodici. Un attacco post black irrompe in "Corps Glorieux", una song che si riappropria ben presto della sua indole oscura, navigando in stagnose acque blackened doom, anche se non mancano le vorticose e caotiche accelerazioni in blast-beat. Diciamo che gli ingredienti tipici che si riscontrano nelle release della LADLO Prod, ci sono tutti e questo inizia un po' a far scricchiolare, a mio avviso, la strategia di selezione dei gruppi da parte dell'etichetta francese. Chiaro che fintanto che i dischi rilasciati otterranno un discreto successo, la ragione starà dalla parte della piccola ma potente label di Champtoceaux, però il consiglio è quello di cercare qualche soluzione alternativa per evitare di bollare ogni singola release con il marchio "è il solito sound della LADLO", sarebbe davvero un peccato. Però non posso far finta di niente e anche di fronte ad un più che discreto brano come "Nobles Luminaires", l'unica cosa che mi preme sottolineare è quel bridge di musica classica che si ritrova a metà, che risveglia in me echi lontani mai assopiti dei Windir di 'Arntor' o dei Dispatched di 'Motherwar', ma con le dovute differenze, perchè qui non c'è il medesimo e forte approccio da musica da camera che avevano le due band scandinave. Sembra che ai Triste Terre l'influenza classica rimanga bloccata in canna e faccia fatica ad emergere potente, probabilmente intrappolata nelle congiure di un tentacolare doom claustrofobico. Non so se sia un bene o un male, ma il disco prosegue a rilento con i rimanenti tre brani, per un'altra mezz'ora buona di musica lenta ed insana che, passando attraverso le discordanti melodie di "Grand Architecte", altra song dai profondi organoni e dall'incedere angosciante, arriva a condurci a due passi dal precipizio. "Lueur Émérite" apre con un semplice arpeggio, che cede il posto ad un liturgico cantato sorretto da una ritmica che somiglia più ad un mitragliatore M60 piuttosto che al trittico formato da chitarra/batteria/basso, il che lo leggo come un tentativo di regalare qualche variazione in più al tema, che talvolta sembra soffrire di una scarsa dinamicità di fondo. Il disco non è affatto brutto sia chiaro, però, si c'è un però, stenta a decollare. Forse è con la conclusiva "Tribut Solennel", ove la band si lancia nuovamente in sghembe melodie dissonanti di scuola transalpina, che la band diventa finalmente credibile in quello che fa, sfoderando soprattutto un esplosivo finale da applausi che sancisce, tra qualche difficoltà, la fine di quest'opera prima dei Triste Terre. 'Grand Oeuvre' è in definitiva un lavoro che si muove tra luci ed ombre, che palesa tuttavia le potenzialità ancora non completamente a fuoco di un duo che in futuro avrà modo di togliersi diverse soddisfazioni se solo si levasse di dosso quell'impersonale ruggine compositiva che talvolta ammanta il loro sound. Forza e coraggio. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2019)
Voto: 70

https://ladlo.bandcamp.com/album/grand-oeuvre

mercoledì 20 marzo 2019

Frozen Moon - Legend of East Dan

#PER CHI AMA: Extreme Folk, Skyclad
Ci hanno impiegato quasi vent'anni i cinesi Frozen Moon per rilasciare un lavoro ufficiale. Formatisi infatti nel 2001 a Jinzhou, dopo varie vicissitudini che hanno portato a molteplici split e cambi di line-up all'interno della band, finalmente si arriva alla tanto agognata release, un EP, speriamo come antipasto per un più prelibato lavoro su lunga distanza. La proposta viene erroneamente accreditata come black metal, sappiate che qui siamo al cospetto di qualcosa di ben più ricercato e raffinato. L'opening track, "Abuka I - Sacrifice" mi catapulta infatti in territori mediorientali che mai mi avrebbe lasciato pensare invece ad una band dell'Estremo Oriente. Il sound proposto è un black (ma non credo sia corretta questa definizione) mid-tempo, assai atmosferico corredato da melodie di carattere folklorico e qualche scorribanda estrema a livello ritmico, il che mi fa pensare ai nostri ad una sorta di Skyclad cinesi. "Abuka II - Evocation" sembra invece trascinarmi in Africa centrale, durante un qualche evocativo rito voodoo che peraltro si traduce anche a livello vocale tra grida ed invocazioni ritualistiche, mentre la musica scorre via tribale, affidandosi ad una ritmica serrata dal suono tuttavia scarno. Un peccato perchè un miglior apporto di chitarra e batteria, avrebbe trasformato il lavoro da intrigante a davvero spettacolare. Le melodie di fondo non nascondono le origini orientali dei Frozen Moon e cosi la proposta che inizialmente percepivo calcare terre africane, improvvisamente si sporca di melodie della tradizione cinese. "Invade of Bohai" si riferisce al mare di Bohai sul quale si affaccia la città dell'ensemble di quest'oggi. È ancora una certa tribalità africana però a governare la proposta della band in una sorta di danza attorno alle fiamme di popolazioni indigene. La musica poi prende la sua strada un po' più estrema, ma in realtà solo le vocals gracchianti del frontman costituiscono l'unico punto reale di contatto col black metal, perchè io parlerei di sonorità sperimentali folk pagane tribalistiche. Questo per dire che la compagine della regione del Liaoning propone un qualcosa di davvero originale, forse non suonato in modo impeccabile, ma sicuramente affascinante. La title track chiude il disco tra cavalcate black (qui posso finalmente dare il benestare alla definizione di musica estrema) inframmezzate però dalle immancabili melodie orientali, da partiture di chitarra acustica e classica e ancora da parti folk metal. Insomma pur essendo solo 22 minuti di musica, io li ho trovati francamente molto interessanti. Spero di avere nuove sulla band quanto prima, perchè se queste sono le premesse, credo che i nostri, aggiustando la produzione e limando qualche errore puramente esecutivo, abbiano davvero delle ottime potenzialità. (Francesco Scarci)

(Pest Productions - 2018)
Voto: 76

https://frozenmooncn.bandcamp.com/

martedì 19 marzo 2019

Stormhaven - Liquid Imagery

#PER CHI AMA: Prog Death, primi Opeth
Originari di Tolosa, gli Stormhaven sono un quartetto prog death che non va confuso con l'omonima band americana. I quattro francesi tornano a distanza di un paio d'anni dall'LP di debutto 'Exodus' con questo nuovo 'Liquid Imagery', dieci pezzi per farci capire come il sound dei nostri sia evoluto in questi 24 mesi e quale sia il loro attuale stato di forma. Il lavoro, che dovrebbe essere una sorta di concept album, narra la storia di un uomo in barca pronto ad affrontare la furia della tempesta. Il cd si apre con l'intro "A Wayward Course", che sembra proprio riflettere la narrazione del protagonista mentre si trova in mezzo alle onde del mare. Poi ecco palesarsi la burrasca attraverso il riffing di "The Storm" e la prima associazione mentale che mi viene spontanea è con il sound degli Opeth periodo di mezzo, anche se in questa traccia, le sfuriate ritmiche sfociano in un techno death talvolta parossistico che prende un po' le distanze da Mikael Åkerfeldt e soci. C'è da dire che comunque la proposta del quartetto transalpino è comunque varia in fatto di cambi di tempo, ed un certo cambio stilistico è da denotare anche a livello delle vocals, che si sbrogliano attraverso un growl possente e a delle altre più graffianti ma pulite. Interessante la porzione solistica con un intreccio di chitarre dal forte sapore classic metal. "Tides", il terzo brano per il quale la band ha peraltro rilasciato anche un video (peccato solo che si vedano i quattro musicisti suonare su sfondo nero e non ci sia alcuna attinenza con quanto dovrebbe richiamare il titolo), sottolinea la capacità di ricerca melodica che appartiene alla compagine originaria dell'Occitania. Dopo i suoi quattro minuti, arriva l'apertura acustica di "Starless Night" a narrare come il cielo stellato sia oscurato dall'incessante pioggia, quasi un parallelismo con la vita tormentata del protagonista. La traccia si presenta elegante e raffinata con ottime malinconiche melodie sia a livello vocale che di linee di chitarra. Poi l'esplosione di "Contemplation", l'unica tappa strumentale del disco, robusta ma sicuramente ispirata, pronta ad introdurre la lunga "Sirens", nove minuti in cui il progressive sembra avere la meglio sugli estremismi sonori della band. La song è di certo assai ritmata, qui gli Stormhaven non lesinano sulle rincorse della sei corde, le parti atmosferiche e i chiaroscuri ritmici, in quella che a mio avviso è la mia song preferita del disco. Ferocissima e dal piglio black è invece "Abyss", una scheggia incontrollabile di ritmiche frenetiche e schizoidi. Ancora un'intro acustica per i secondi iniziali di "Aurora", poi la song vira verso un sound atmosferico a cavallo tra death e black, che vede i nostri ammiccare pesantemente, in un altro break centrale acustico, sia a livello vocale che musicale, agli Opeth. Il disco va migliorando con le partiture prog death di "Vesper", una song piacevole e al contempo più ostica da ascoltare per quel suo rifferama destrutturato e contorto che trova un attimo di quiete nella parte centrale dove le clean vocals si affiancano all'acustica in una parte delicata, malinconica e decisamente più accessibile al pubblico. Il momento di quiete non dura però troppo, il growling maligno e il muro ritmico sono pronti a riprendere là dove avevano sospeso, pronti a ripartire con l'ultima "Echoes", dodici minuti in cui la compagine transalpina mette in campo tutto il proprio repertorio, passando più volte dall'acustica al black epico fino al prog death. Insomma, 'Liquid Imagery' è un disco ben architettato, ben concepito ed in ultimo anche ben suonato, che vede gli Stormhaven proseguire il loro percorso ripercorrendo le orme degli Opeth che furono. Speriamo solo non facciano la stessa fine. (Francesco Scarci)

Wolf Counsel - Destination Void

#PER CHI AMA: Doom/Sludge, Saint Vitus, The Obsessed, Cathedral, Candlemass
A poco più di un anno di distanza dal terzo full-length 'Age of Madness / Reign of Chaos' (recensito qui sul Pozzo, come il precedente 'Ironclad' del 2016) tornano gli svizzeri Wolf Counsel con un nuovo gioiellino sludge/doom che farà sbavare i fan di Candlemass, Cathedral e Saint Vitus: preparatevi ad un’esondazione di riff, oscurità, esoterismo, metallo e — vi piaccia o no — continui rimandi ai classici del genere. I quattro musicisti sono ormai più che navigati, e si sente: nessuna esitazione, nessun calo di pathos, pochissime falle nel songwriting, il tutto condito da una produzione a cinque stelle — non è un caso che il disco esca per la russa Endless Winter, probabilmente una delle più stimate etichette specializzate in doom metal. L’apertura di 'Destination Void' è affidata ad una citazione evangelica in lingua spagnola (“Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”), che fa da intro all’esplosiva “Nazarene”: un riff a tutta chitarra costruito su una drittissima doppia cassa, su cui una voce alla Wino allestisce un indimenticabile ritornello. Fanno capolino i Black Sabbath in “Nova”, e subito il brano diventa una lentissima e ossessiva preghiera a qualche divinità oscura. C’è una nota epica nella successiva “Mother of All Plagues” che vi costringerà a ondeggiare la testa avanti e indietro, mentre le chitarre orchestrano un perfetto gioco a due voci nel bridge centrale. Sorprende l’intro con un solitario basso in tonalità maggiore di “Men of Iron Men of Smoke”: ma è solo un attimo — l’entrata delle chitarre sposta subito l’asse del brano verso un mood nero e fumoso come l’inferno, dove sono ancora i giochi tra chitarra ritmica e solista a guidare le danze. Silenziatosi l’inquietante organo che apre la title-track, gli Wolf Counsel ci riportano in territori di dannazione e malvagità con le ormai caratteristiche chitarre a battere il quattro (ecco i Candlemass, di nuovo) su un tempo lento e ossessivo, che torna poi epico con il contributo della melodia vocale. Un riff in palm-mute fin troppo citazionista dei Sabbath (cosa non lo è, nel doom metal, dopotutto?) apre “Tomorrow Never Knows”, mentre “Staring Into Oblivion” chiude il disco con i suoi dieci minuti di non originalissime chitarre monolitiche e scariche di doppia cassa, che lasciano poi spazio a quasi quattro minuti di solo ruvido e metallico fino al fade-out finale. Dunque, la domanda finale: il doom ha ancora qualcosa da dire o finirà per ripetere all’infinito i suoi canoni? Questo 'Destination Void' è una risposta: un lavoro che ha il sapore dei classici, ma suona come un disco moderno, peraltro nel solco dei precedenti lavori dei quattro svizzeri. Niente fronzoli, niente editing feroci o effettistica: solo ampli al massimo, passione per l’oscurità (e per la vecchia scuola del doom, chiaramente) e capacità più che rodata negli anni di scrivere pezzi memorabili. Se amate il doom ma non cercate a tutti i costi la sua evoluzione futura, amerete questo disco alla follia. (Stefano Torregrossa)

Membrane - Burn Your Bridges

#PER CHI AMA: Post-hardcore/Noise, Time To Burn, Today Is The Day
È evidente che ci sia una forte correlazione tra la musica e il contesto sociale di un paese, e se diamo un’occhiata ai gruppi che negli ultimi anni sono venuti alla ribalta nell’underground francese (in precedenza piuttosto snobbato dalle nostre parti) ci accorgiamo di una realtà parecchio incazzata: i vari Celeste, Time To Burn, Birds In Row e Daïtro, hanno iniziato a portare questo disagio sui palchi dell’Europa ben prima che questo diffuso malessere esplodesse nelle tensioni e nelle confuse proteste che oggi dominano la cronaca d’oltralpe.

I Membrane, terzetto nato in una piccola cittadina di provincia, non hanno goduto della visibilità ricevuta invece da molti altri compatrioti delle scene hardcore e metal, cosa che appare strana vista la carriera quasi ventennale caratterizzata da una vivace attività live, puntellata da periodiche release e ora coronata dall’ultima uscita, questo 'Burn Your Bridges' che nulla ha da invidiare agli album di band più blasonate e che già dal primo ascolto ci travolge come un fiume in piena ingrossato dalle acque di tumultuosi affluenti noise rock, post-metal e post-hardcore. Parliamo di sette tracce dense e scurissime, caratterizzate da ritmiche di batteria telluriche e linee di basso feroci a supporto dei soffocanti accordi di chitarra e del cantato rabbioso, perfetta colonna sonora per un viaggio tra le macerie della vita e le perdite che ognuno di noi deve affrontare.

L’ipnotico arpeggio di chitarra e le due voci supplicanti che ci accolgono nella prima traccia “Stand in the Rain” ci ingannano con la loro sacralità: l’apparente catarsi termina dopo un minuto e mezzo, spezzata da un riff tonante che possiamo tranquillamente accostare a quelli dei Neurosis più indiavolati: dei Membrane colpisce proprio la disinvoltura nell’accostarsi ad alcuni mostri sacri e la capacità di combinare diverse influenze in modo omogeneo e dare spazio ad elementi che coprono un ampio spettro musicale, dal furioso hardcore di “Childhood Innocence” agli isterismi ritmici di “Battlefield”, brano a cavallo tra noise e sludge, lanciato all’inseguimento dei Today Is The Day e dei Breach.

Ritroviamo una chiara ispirazione a Scott Kelly e compagni in “Burn Your Bridges”, breve traccia che funge da spartiacque dell’album a cui dà peraltro il nome, con i tristi accordi di chitarra pulita e le voci ora sussurrate, ora lancinanti nell’esprimere il bisogno di “bruciare i ponti” con un passato doloroso o forse con un presente alienante. Scendiamo la china, o meglio, precipitiamo a folle velocità durante “Fragile Things”, dove fanno capolino influenze post black metal e crust, e affrontiamo la tempesta di “Windblown”, altro pezzo di pura disperazione da percorrere tra grida strazianti, percussioni implacabili e le dure sferzate di chitarra e basso. In chiusura troviamo “At Long Least”, che si apre con un angoscioso giro di basso prima di consumare l’ultimo e più pesante carico di rabbia, che al minuto 3.20 raggiunge il limite del sopportabile.

Efficace, diretto e ben prodotto, 'Burn Your Bridges' è un disco che colpisce subito al cuore, in cui dominano le fiamme della ribellione in contrapposizione alla dilagante oscurità del disagio esistenziale e della depressione: difficile dire quale dei due elementi alla fine trionfi, ma l’energia trasmessa dai Membrane va letta come un invito a reagire anche nei momenti più bui. Insomma, i ponti da bruciare e le paure da sconfiggere sono prima di tutto dentro di noi. (Shadowsofthesun)


domenica 17 marzo 2019

Allegiance - Beyond the Black Wave

#PER CHI AMA: Symph Black, primi Emperor, Limbonic Art
In arrivo dalla Francia una colata di black metal infernale. Causa di tutto questo male è attribuibile agli Allegiance, al debutto con 'Beyond the Black Wave'. I cinque musicisti di Tolosa, da non confondere con gli omonimi svedesi, si lanciano all'assalto con otto tracce votate alla fiamma nera, quella che strizza l'occhiolino alle lande scandinave, e che vedono negli Emperor e nei primissimi Dimmu Borgir, la loro principale influenza. Un tuffo negli anni '90 dunque a ripescare suoni che credevo ormai persi ma che ultimamente stanno tornando sempre più alla ribalta. Dicevamo delle otto song che si aprono con la classica intro che lascia il posto alle luciferine ritmiche di "The Fall of Black Heroes" e alle partiture atmosferiche che chiamano in causa gli Emperor dei primi due album, non rinunciando quindi alle fantomatiche e rabbiose accelerazioni black thrash. Anche le grim vocals di Asgorn sono in linea con quelle dell'esimio collega norvegese e il disco non può che beneficiarne. Chiaro che la proposta del quintetto transalpino è quanto mai derivativa, anche quando in "I Wrath I Death" vengono fuori le cleaning vocals del frontman a palesare del tutto l'amore verso la scena nordica. Bombastiche anche le keys di Delok, in pieno stile black metal sinfonico, ideali per non snaturare un sound che seguendo i propri dettami, certamente farà la gioia dei fan più accaniti di questo genere, compreso il sottoscritto. Alla fine però bisogna essere degli imparziali valutatori e fare le dovute precisazioni in merito: se il disco da un lato mi esalta proprio per la sua capacità di ricondurmi indietro nel tempo, a quando mi avvicinai al black nei primi anni '90, e brani come l'epica (quasi viking) "The Entity Behind the Wall of Flames" o la conclusiva "The Phantom Coach", incarnano alla perfezione il mio mood dell'epoca, devo anche ammettere che di dischi di simile o miglior entità, nell'ambito di questo genere, nel corso di questi ultimi 25/30 anni, ne sono usciti davvero parecchi. Diamo però a Cesare quel che è di Cesare e gustiamoci senza troppe pretese e ricerca di similitudini, un lavoro che suona genuino, melodico al punto giusto, senza essere eccessivamente pomposo, ma risultando ben suonato e con qualche idea neppure da scartare. Ascoltando il cd poi ecco affiorare altre influenze inevitabili per l'act francese: penso ad un pizzico dei primi Limbonic Art in "Soreceress Queen", la cui magia sembra in realtà ammantare l'intero album degli Allegiance. Un lavoro la cui unica pecca potrebbe essere forse una produzione alquanto freddina, che non inficia però la riuscita complessiva del disco. In definitiva, se avete amato alla follia 'In the Nightside Eclipse' degli Imperatori, beh 'Beyond the Black Wave' potrebbe essere la soluzione alternativa che vada a tamponare la vostra sete cronica di black sinfonico anni '90. (Francesco Scarci)

Suum - Buried Into the Grave

#PER CHI AMA: Doom, Candlemass, Saint Vitus
La scena italiana brulica in tutte le sue forme e manifestazione, ma è solo grazie ad etichette come la russa Endless Winter che le band nostrane riescono a rilasciare i loro lavori. Non siamo infatti dietro a nessuno nel mondo in alcun genere, e i romani Suum lo dimostrano con una prova convincente che avvicina il sound dell'act italico a band quali Candlemass, Solitude Aeternus o Cathedral. Fatta questa premessa, addentriamoci un pochino di più nel debut 'Buried Into the Grave', un disco che inizia con "Tower of Oblivion" che al di là della classica ritmica doom alquanto ficcante, mi colpisce per una prova vocale che mi porta addirittura agli Heroes del Silencio, un gruppo rock spagnolo degli anni '80/90. Gli ingredienti per fare bene ci sono tutti, dal songwriting ineccepibile agli ottimi suoni messi in pista dal quartetto capitolino, passando attraverso una prova convincente di sette capitoli, mai troppo lunghi di durata, a dire il vero. I quasi cinque minuti di "Black Mist" mostrano più di una affinità con i Candlemass, soprattutto a livello vocale, mentre la musica lenta e sinuosa si affida ad un comparto ritmico formato da Marcas al basso, Rick alla batteria e Painkiller alla chitarra che con la sua sei corde sciorina una serie di ottimi spettrali assoli (notevole quello della title track), mentre il bravo Mark Wolf alla voce, continua ad offrire un'ottima performance, come già ci aveva abituato nei Bretus, o in passato, nelle altre innumerevoli band a cui aveva prestato la sua voce. Questo per dire che per quanto 'Buried Into the Grave' risulti a tutti gli effetti un debut album, abbiamo in realtà a che fare con musicisti alquanto navigati. Certo, sia ben chiaro che i Suum non reinventano il genere, però ne offrono la loro quanto meno personale visione e reinterpretazione, sfoggiando qua e là qualche brano davvero azzeccato. Personalmente oltre alla title track, ho apprezzato sicuramente la malinconica verve di "Last Sacrifice", che pur essendo meno tecnica rispetto alle altre, ha invece un quid melodico, che mi ha colpito più delle altre. Più monolitica ed orientata al versante doom dei primi Cathedral invece "Seeds of Decay"; poi la band ha ancora modo di offrire una traccia strumentale ("The Woods Are Waiting"), che funge più che altro da ponte d'interconnessione con l'ultima "Shadows Haunt the Night", ove le chitarre continuano a regalare riffoni old-school che ci portano indietro di quasi trent'anni, a farci capire che il doom è ancora vivo e vegeto e che forse mai morirà fintanto che nell'aria risuoneranno i riff che gli immortali Black Sabbath iniziarono a suonare ormai cinquant'anni fa e di cui ora si va in cerca solo dei degni eredi. (Francesco Scarci)

Black Yen - Lure

#PER CHI AMA: Instrumental Post-Rock/Doom
Il bassista dei deathsters austriaci Nekrodeus, nonchè musicista live dei post black metallers Ellende, Sebastian Lackner, ha cambiato mestiere, dando vita al proprio progetto solista, i Black Yen. Coadiuvato alla batteria da Paul Färber, il buon Seb rilascia tre brani strumentali che poco hanno a che fare con la violenza tritaossa della sua band madre o con l'irrequieta emotività degli Ellende. Partendo con l'ascolto di "Lure", la title track dell'album, è evidente che i propositi del buon factotum austriaco siano, almeno in apparenza, quelli di rilasciare una musica che spazi tra la pesantezza del doom e l'eteree atmosfere del post-rock. Il risultato sembra dar ragione a Seb, che si lancia in lunghe fughe sognanti, chitarre in tremolo picking, qualche cruda accelerazione post black (retaggio degli Ellende, ma anche un qualche ammiccamento ai Deafheaven) che prova a non farmi soffrire troppo per l'assenza di un vocalist. Decisamente diverso l'approccio della seconda traccia, "Drag", molto più morbida rispetto all'irruenza sprigionata dall'opening track di questo 'Lure'. Il sound è ritmato, forse un po' troppo minimalista per i miei gusti e che nei quasi otto minuti della song, fatica a decollare, almeno fino a quando, a due minuti e mezzo dalla fine, sembra scaldare i motori per un finale più dirompente, che tarda a venire e comunque a soddisfare appieno le mie aspettative. Con una voce a ricamo, probabilmente avrei sofferto meno questa frustrante attesa. Arriviamo alla lunga canzone conclusiva, i dodici minuti di "Throat Pain" e sono le plettrate di chitarra ad aprire, in un frangente acustico a tratti suggestivo. Il clima è rarefatto, spoglio, malinconico, qui le influenze post-rock di Sebastian convergono a creare un'attesa per un qualcosa che non tarderà a venire ossia l'esplosione di un cangiante rifferama che ancora si muove tra dilatazioni post, qualche sporadica accelerazione black e delicati arpeggi acustici. Interessante la scoperta dei Black Yen, sicuramente c'è ancora da lavorarci per definire una propria personalità, ma le premesse sono positive, se poi ci fosse una vocina qua e là... (Francesco Scarci)

(Self - 2018)
Voto: 68

https://black-yen.bandcamp.com/

giovedì 14 marzo 2019

Vorga - Radiant Gloom

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Non ho idea del come e del perchè mi sia ritrovato nella posta l'EP di questa band di stanza tedesca (nelle sue fila sono inclusi infatti anche membri bulgari e inglesi) a nome Vorga. Non li ho mai sentiti nominare eppure l'ensemble di Karlsruhe sembra avere qualcosa nei propri tratti somatici che mi ricorda qualcuno, la classica persona che incontri per strada ma di cui non ricordi il nome eppure quella faccia la conosci eccome. La band sembra essersi formata davvero da pochissimo ed è già pronta per esordire con questo 'Radiant Gloom', un EP della durata di 22 minuti, all'insegna di un black metal dai tratti nordici, melodico e tagliente. Lo dimostra "The Black Age", song posta in apertura che risuona minacciosa nel suo incedere oscuro, nella sua veste che richiama inequivocabilmente i paladini del black svedese. Niente di particolarmente innovativo, le solite sfuriate al limite tra black e death, lo screaming caustico di Petar Yordanov, qualche rallentamento atmosferico e poc'altro. Troppo poco per differenziare la proposta di questa band internazionale dalle mille altre che escono ogni santo giorno. "Argil" aggiunge poco di sostanzioso a quanto ascoltato sin qui, se non che sia più orientata al mid-tempo e contenga una buona dose di melodia, soprattutto nella sua epica cavalcata finale. "Divine" ci riprova, correndo veloce sui binari, nelle sue chitarre ci sento addirittura un retaggio punk che ben presto si tramuta in piacevoli melodie che evocano addirittura un che dei Catamenia; la produzione è piena, pomposa e ne esalta i suoni che divengono lentamente più ariosi e dilatati, pur nella loro componente estrema. Si arriva all'apice finale con "Hunger", un brano in cui il quartetto sembra aver già imparato la lezione dai propri errori, che appare per la prima volta realmente matura nella gestione di violenza e melodia. Una band oscura, evocativa, dalle grandi potenzialità di crescita, che andrà sicuramente seguita con una sola unica raccomandazione: inserire qualcosa di più personale nel proprio sound per essere realmente riconoscibili all'interno di una scena che più satura non si può. (Francesco Scarci)

Caustic Vomit - Festering Odes to Deformity

#FOR FANS OF: Death/Doom, Disembowelment
Toning down what has already been a commonly slow pace in much of the early days of death metal, Caustic Vomit finds its sputum splattered all over the scene with an agonizing pace that finds its girth heaved around in short frenzied rushes throughout the three tracks comprising an exhaustive half hour in 'Festering Odes to Deformity'.

As putrid resonance pools around ears, the fumes of doom transfix a listener intoxicated by thunderous tuning that grimly grumbles in the bubbling mire. Then, without warning, the despondent desperation shakes itself out with roiling double bass and clanging cymbals, the grim filthy riff explodes after a shrill moment of feedback, and blasting begins. The song finds its swing in time for shrieking Slayer soloing to begin its rampage and the rancid glory, the fruit of this disgusting labor, is finally savored. Suddenly, we're back in the swamp again. However, the cycle has slightly sped up and “Immured in Devouring Rot” has its microbial movements multiplied, rolling around its raucous rhythm in slightly quicker fashion while still slogging back into its agonizing pace. Issuing forth another shrill riffing rejoinder to the bassy advance leaves the listener knowing that this cycle will continue, a horrific deterioration that exemplifies these 'Festering Odes to Deformity'.

What Caustic Vomit shows is an involvement in accenting its decrepit doom pace with the malodorous machinations of old school death metal crushes that lash out at the mushy meter like an unborn child writhing away at the confines of its amniotic sac. In this vein, “Churning Bowel Tunnels” carves caverns with the meaty relentlessness of Coffins in swings and stomps that made “Slaughter of Gods” crush as well as play with the disjointed filthy sound of chaos in it. The extra torsion of blasting helps to propel this machine's bore deeper into the depravity of these songs of sickness and drowns falling treble tremolos in an acidic soup of digestive putridity. The snare and cymbal combination cracks like an anvil, molding disfigurement from the guitars as they cry to escape the mutant tendrils of this deadly orgiastic ooze, but instead cell division ends up spurred by the secretions of the filth pit, a sludge pregnant with hate and spawning disgust.

Finally, after the infectious scourge erupts from the colonic cavern, comes “Once Coffined Malformities” with the excitement of an undead uprising and the contorted gait best adopted by decomposing hungries. Foreboding harmony flourishes in searing strings as this song illustrates the prowess of its creators in concocting an achingly sadistic structure on which to flay its prisoners. From its uncomfortably slow starts comes a strikingly sweet scent of decay as each song festers and mutates into its most monstrous form. The blasting segments are the energy fed from such morsels of flesh and horrific churns of digestion to become an all-too-graphic examination of the inner working of a death metal mutant, cross sectioned and framed behind plexiglass for the world to see, like the digestion machine offering art and eccentricity in its rawest form to the bewilderment of its unsuspecting audience. (Five_Nails)


(Redefining Darkness Records - 2018)
Score: 82

https://causticvomit.bandcamp.com/album/festering-odes-to-deformity

martedì 12 marzo 2019

Darsena - S/t

#PER CHI AMA: Post Rock/Noise
I Darsena sono un duo doom experimental con uno spiccato gusto per le atmosfere e per il disagio sonoro. L’attitudine di questo primo EP self tiltled è oscura, rabbiosa ma anche meditativa e tantrica come dimostra il brano di apertura “SOMA” dove gli arpeggi e le linee di chitarra sono particolarmente struggenti ed evocative. Intrigante anche il brano “ICAM” accompagnato sulla rete da un videoclip che ritrae la band intenta nell’esecuzione del pezzo, in quella che sembra essere la loro sala prove. “ICAM” è forse il brano più rappresentativo del duo ferrarese, chitarre sature, ritmiche larghe e imponenti gli elementi più caratteristici, in più c’è quel lontano eco di Tool che male a mio avviso non fa. I Darsena ben si destreggiano egregiamente tra paesaggi desolati e attacchi sonori granitici e graffianti, una band che ha appena iniziato a grattare la superficie di quello che potrà sicuramente essere un percorso interessante. Noi ci saremo, e ad orecchie tese. (Matteo Baldi)

lunedì 11 marzo 2019

Fretting Obscurity - Flags in the Dust

#PER CHI AMA: Death Doom, primi Anathema
Quando di mezzo c'è la Endless Winter, è lecito aspettarsi solo una bella dose di death doom. Alla stregua della Solitude Productions, l'etichetta di Taganrog è ormai diventata infatti portatrice di tenebre sulla Terra. Non ultimi ad ascriversi alla categoria suoni del destino, arrivano gli ucraini Fretting Obscurity, o meglio l'ucraino Yaroslav Yakos, mente e braccio della band originaria di Kiev. Mi sa tanto che il buon Yaroslav deve essere cresciuto a pane e primi vagiti degli Anathema, visto che la lunga ed estenuante "Flags in the Dust", opener che dà peraltro il titolo al disco, lungo i suoi oltre 13 minuti, più volte fa l'occhiolino a 'Serenades' dei più famosi colleghi inglesi. Non solo Anathema nei solchi di questo disco perchè ovviamente quando il doom si fa più asfissiante (per non dire funeral), ecco che la mente ci riporta anche a 'As the Flower Withers' dei My Dying Bride. È il caso dei minuti conclusivi dell'opening track, ma emergerà anche in altri frangenti del lavoro. "If There Is No Other Way to Love 'Em" nel suo astruso e dissonante arpeggio iniziale, immette la drammatica essenza del doom nelle note poco fluide di un disco davvero complicato da digerire. Questo perchè i pezzi di Yaroslav, oltre ad essere parecchio lunghi (si oscilla tra i 13 e i 18 minuti di durata), non godono proprio di quello che si definisce easy listening. L'ascolto è frammentario, rotto, disarmonico, rarefatto, dissuadente e alla fine estenuante. Non è che la band non sia in grado di suonare sia chiaro, ma quello che è messo in scena qui, per quanto a tratti riesca a toccare le corde dell'emotività (e nella seconda traccia avviene solo dopo sette minuti), risulta davvero difficile da essere affrontato tutto d'un fiato. Pensate poi a come mi possa sentire quando mi ritrovo davanti due colossi da 18 minuti, "Eternal Return" e "Funeral Never Ends". Spaventato è la parola giusta. E non perchè ad attendermi ci sia un suono devastante, tritaossa o spaccabudelle, semplicemente perchè so già che lo stomaco si attorciglierà su se stesso e la mente collasserà dopo aver ingurgitato simili sonorità che nella prima delle due song, si lancia addirittura in una qualche accelerazione death, prima di sprofondare nella drammaticità atemporale di un suono radicale, che ha anche modo di richiamare la cupa essenzialità dei Mournful Congregation tra ipnotiche melodie di chitarra che evocano anche un che dei Tiamat di 'Wildhoney'. Alla fine, il quadro per il sottoscritto è più o meno delineato, a voi ora l'arduo compito di affrontare la scalata di una cosi ardua montagna. (Francesco Scarci)

(Endless Winter - 2018)
Voto: 64

https://frettingobscurity.bandcamp.com/

sabato 9 marzo 2019

Frekkr - Désolations Catalaunique

#PER CHI AMA: Viking Black, Windir
La gestazione di 'Désolations Catalaunique' è stata davvero lunga, considerato che i francesi Frekkr si sono formati nel 2005 e il loro debutto è uscito solamente 13 anni dopo. Hanno voluto fare le cose con calma evidentemente i quattro musicisti di Nancy che dal 2008 (l'anno del rilascio del loro demo) a oggi, si sono presi un po' di tempo, complice forse una serie di rimaneggiamentie a livello di line-up, che aveva visto la fuoriuscita in un sol boccone, di basso, batteria e chitarra. La band non ha mai perso di vista l'obiettivo e dopo aver rilasciato una cover dei Summoning nel 2009, "Khazad Dum", per il tribute album '...And in the Darkness Bind Them', ha iniziato a lavorare su quest'album. 'Désolations Catalaunique' contiene nove tracce devote ad un black pagano, che dopo la dovuta intro sfoggia delle ottime melodie di scuola Windir, con la song "Que Grondent Ces Terres" che rappresenta una dichiarazione d'amore verso la grande band norvegese, verso la cultura norrena, i suoi miti e leggende. Un brano che sembra ricondurci indietro nel tempo di oltre un millenio a scoprire qualcosa di più della storia di quei tempi, tra suoni black, ottime melodie, vocals pulite e altre più grezze. Questa la solida base su cui i nostri sviluppano la loro musica, con "Imperator Attila" a dar sfoggio di preziosi chorus che fanno da contraltare alle grim vocals del frontman, in una song dalla comunque forte componente melodica. Anche quando si presentano le più caotiche scorribande black (aspetto decisamente da migliorare), la band mantiene intatta la base melodica. In "Insatiable" emerge più forte la parte folklorica dei nostri, facendomi pensare ai Frekkr come una band norvegese piuttosto che francese. Questo è ciò che mi colpisce maggiormente dell'act transalpino, la loro sana capacità di trasmettere musiche e sensazioni tipiche di un'altra era storica, con le liriche che vertono di battaglie tra l'impero romano e Attila re degli Unni e quant'altro riguardasse la storia della caduta di Roma. Sebbene un inizio in stile Finntroll, "D'une Génération Sacrifiée" si conferma come la mia canzone preferita del cd (insieme all'ultima): dicevamo di un intro dedito all'humppa polka di scuola finnica, poi la band ritorna successivamente sui binari del viking folk norvegese, tra cavalcate black, tocchi di piano e chorus liturgici che continueranno anche nella successiva "L'Éphémère et l'Immuable" in cui la voce del vocalist si presenta come la versione francese del buon Quorthon quando cantava in pulito. Un po' più piattina e poco rilevante "Memento Mori", anche se quel suo break acustico dopo un paio di minuti, vale decisamente il suo ascolto. Un atmosferico inizio in stile Cradle of Filth apre "Le Prix du Sang", una song che vira immediatamente sui binari del viking, con buone melodie, ma dotata di una batteria che ancora fatica a convincermi, troppo secca e scontata, forse vero punto di debolezza del quartetto francese. Poi sono i chorus a farla da padrona e delle chitarre di scuola heavy classico che ci accompagnano fino alla conclusione con "Brûlez Cette Ruine", l'ultimo grande tributo dei Frekkr per i Windir, con una melodia che ci sarebbe stata sicuramente bene su un disco come 'Arntor', e credo che simile complimento sarà quanto mai gradito dalla band. Per ora benino, c'è infatti grande spazio al miglioramento, speriamo solo non debbano passare un altro paio di lustri per sentire qualcosa di nuovo. (Francesco Scarci)

Demetra Sine Die - Post Glacial Rebound

#PER CHI AMA: Black/Post/Alternative
I Demetra Sina Die sono un progetto di Marco Paddeu che già ci ha incantato e ipnotizzato con le derive ancestrali e ultraterrene dei suoi Sepvlcrum. 'Post Glacial Rebound' è un disco che trasmette energia, quell’energia pura di qualcosa che vuole passare dal mondo delle idee alla realtà e alla carne. Distorsioni potenti, sature, carichissime di armoniche, ritmiche rituali e insistenti, vicine allo stoner ma anche a musica più raffinata come gli A Perfect Circle, la voce è una tagliola nelle parti urlate e suadente e mistica nelle parti pulite a ricordare quella di Al Cisneros degli Om e degli Sleep. Il disco scorre con facilità e con omogeneità, uno dei miei pezzi preferiti è "Gravity" con la sua voce demoniaca e gli agghiaccianti arpeggi di chitarra su di un groove incedente e deciso, molto indicata per sessioni di meditazione o di medianità spiritica. Nei suoni nove minuti di estensione arriva ad un’intensità vicina al balck metal per rilasciare la tensione con dei lunghi e religiosi accordi propri dello stile Neurosis. "Eternal Transmigration" poi, con il suo spoken words e le sue malefiche risate mi fa rizzare i peli sulla nuca; quando l’ho sentita la prima volta infatti mi sono alzato dalla sedia e mi sono guardato le spalle, avevo la netta sensazione che qualcuno fosse in piedi dietro di me e mi stesse osservando. La finale title track racchiude poi tutte le migliori caratteristiche del disco, dagli ambienti tossici a desolati fino alle dense distorsioni passando per le grida disperate di Marco su un tappeto di disagio cosmico. 'Post Glacial Rebound' è una vista dall’alto di un mondo caduto in disgrazia, dove la vita non è riuscita ad avere la meglio sull’ambiente ostile che tutto pervade e nulla perdona. Dalla sommità di una montagna innevata si vede fumo nero alzarsi in compatte colonne e ricongiungersi con il cielo plumbeo e minaccioso come ad erigere un tempio alla distruzione e alla sovranità indiscussa della natura. Le fiamme hanno eroso qualsiasi cosa, rimangono solo cenere e lacrime, le lacrime di un’umanità così ottusa da aver distrutto se stessa e aver scatenato l’ira della natura, ultima e incontrastata sovrana della terra e dell’universo a cui forse anche noi che viviamo nella “realtà”, dovremo dare più ascolto per sperare che le ambientazioni di questo notevole disco non si tramutino nell’ambientazione della nostra vita. (Matteo Baldi)

Faruln - The Black Hole of the Soul

#PER CHI AMA: Black, Satyricon
I Faruln sono la classica one-man-band proveniente dalla Svezia e Btsm è la mente diabolica che si presenta al pubblico con questo EP di debutto, che fa seguito ad un paio di demo usciti tra il 2015 e il 2017. 'The Black Hole of the Soul' esce per la Battlesk'rs Productions e presenta quattro feroci tracce di black glaciale che irrompono con la title track, corrosiva e ridondante quanto basta per richiamare grandi acts della scena scandinava, versante norvegese però; penso infatti ai Satyricon per quel modo di viaggiare su un mid-tempo affascinante, per poi lasciarsi andare saltuariamente a scorribande black, con la voce del frontman in sottofondo a blaterare versi scarsamente intellegibili. Il sound di questa prima traccia ha dei passaggi ipnotici affidati all'oscuro suono del basso, cosa che di certo non si può dire della successiva e mefistofelica "Recreator of the Great Silence", song lanciata a tutta velocità, e dotata di un'impalcatura sonora alquanto efferata nel suo incipit. Poi un rallentamento pauroso nella sua seconda parte si affida ad atmosfere cupe come le tenebre e a vocalizzi sempre posti in background per alimentare un senso di inquietudine legato all'ascolto del disco. Non c'è modo di restare tranquilli e godere delle sonorità del mastermind svedese, nemmeno quando a risuonare nel mio stereo c'è la lunga e mefitica "The Sworn Enemy". Qui la cadenza sembra farsi marziale, e la produzione piena e potente, esalta la qualità dei suoni, sia nelle accelerazioni che nei rallentamenti più ottundenti in tremolo picking. Per quanto il disco non dica assolutamente nulla di nuovo, si lascia ascoltare piacevolmente, complici anche le melodie che pervadono in modo non ingobrante, la musica dei Faruln e ci accompagneranno fino alla conclusiva e ferale "Dissolution", l'ultima scheggia black punk di questo 'The Black Hole of the Soul', un album che costituisce un buon punto di partenza per il musicista svedese. (Francesco Scarci)

(Battlesk'rs Productions/Zanjeer Zani Productions - 2019)
Voto: 66

https://www.facebook.com/Faruln/

giovedì 7 marzo 2019

Evilness - New Perspectives, No Evolution

#PER CHI AMA: Thrash/Death, Forbidden, Pantera
Ci hanno impiegato ben 13 anni i francesi Evilness a venir fuori con il loro debutto su lunga distanza. Formatisi infatti in quel di Tolosa nel 2005, dopo un demo l'anno successivo, un EP nel 2013, finalmente arriva nel 2018, il tanto agognato Lp, 'New Perspectives, No Evolution'. Un titolo che sembra parafrasare un po' i contenuti di quest'album che mette in scena 12 brani (ma cinque erano già contenuti in 'Unreachable Clarity') all'insegna di un death thrash scoppiettante che rappresenterà verosimilmente una nuova prospettive per la band, ma zero evoluzione in fatto di sonorità. Questo per mettere subito i puntini sulle i e dire che non c'è granchè di innovativo nel sound di questa release, se non del sano thrash death dotato di una buona dose melodica e a tratti di ammiccamenti al prog. Penso ad esempio a "Basically Defleshed", che sembra strizzare l'occhiolino agli americani Anacrusis, con delle partiture più ricercate soprattutto a livello di porzione solistica, con un bel lavoro del bravo axeman Sébastien Chiffot. Lo stesso dicasi della successiva "Ginx", serrata a livello ritmico, ma sempre interessante nei suoi ricercati assoli. Mi aspettavo francamente di più da un brano come "Amok", semplicemente perchè in veste di ospite (con non si sa quale mansione) compare Eric Forrest, ex cantante dei Voivod, invece la song è tremendamente piatta e dotata di scarsa personalità. "21 Reasons to Bleed" è un bel pezzo thrash metal, che mi ha evocato un che dei Forbidden di 'Twisted into Form' miscelati con gli Over Kill di 'Under the Influence', complice probabilmente quel basso slappato a fine brano. Insomma un bel dejavù per un album che farà sicuramente la gioia degli amanti del thrash death, ma anche di chi ama il metalcore, considerata la natura melodico-esplosiva di "Missing One Piece", cosi carica di groove, ma anche di riffoni in Pantera style e vocalizzi graffiati. Si insomma, in 'New Perspectives, No Evolution' è possibile trovare un po' di tutto, questo perché il thrash death di anni '80-90 ha influenzato alla grande la band transalpina, visto che trovo ancora anche un che di Exodus o Anthrax e molti altri lungo l'intero lavoro, anche laddove si ravvisa una strana vena stralunata, come accade all'inizio della datata "Meeting Lady Death", la prima delle cinque song originariamente incluse nell'EP del 2013, qui ri-registrate per l'occasione, ma dotate di un piglio decisamente più old-school. In definitiva, nulla di nuovo sotto il sole, solo la colonna sonora ideale per un headbanging sfrenato da scatenare con gli amici. (Francesco Scarci)

mercoledì 6 marzo 2019

Hanormale - Reborn in Butterfly

#PER CHI AMA: Black Sperimentale, Pensees Nocturnes
Nomen omen, il moniker Hanormale dice tutto, ossia che un sound del tutto normale non è proprio lecito aspettarselo da questo 'Reborn in Butterfly'. D'altro canto avevo già intuito dal precedente '天照大御神' che il bravo Arcanus Incubus non è personaggio del tutto convenzionale, vista peraltro la sua militanza in band altrettanto peculiari quali Mystical Fullmoon o Deviate Damaen, tanto per citarne alcune. Il terzo disco degli Hanormale si apre all'insegna del delirio sonoro ossia con una sorta di rifacimento della colonna sonora di Twin Peaks (quella a cura di Angelo Badalamenti), con quel motivetto di Laura Palmer, incastonato in una paurosa sfuriata black ("It's Happening Again"). Poi quando "Like a Hug, Darkness Embrace Us All" irrompe col suo fare jazzato, sperimentale e spericolato tra partiture etniche, prog e black, non si può che rimanere disorientati e godere appieno della fantasia e dell'imprevedibilità compositiva del musicista milanese qui supportato da una serie infinita di ospiti provenienti da molteplici band (Mechanical God Creation, Orcassassina, Deviate Damaen), da due batteristi (Mox Cristadoro e Marco Zambruni), un sax, un violoncellista e un didjeridoo. Che 'Reborn in Butterfly' sia album originale si evince dall'alternanza di stili musicali in esso contenuti, ma attenzione perchè questo potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio. In effetti con "Human" sprofondiamo in una sorta di funeral doom cosmico e nebuloso, che solo nel suo finale accelera a dismisura, sforando in una specie di annichilente grind isterico e controverso. Sebbene mi faccia sorridere il titolo "Satan is a Status Symbol", il pezzo inizia col malinconico tocco di violini e un mood che si conferma navigare in un versante decisamente più mansueto e inusuale per i nostri, almeno fino a quando esplode il feroce chorus che dà il titolo al brano, e la musica sghemba che ci sta attorno, con tanto di sax e violini di sottofondo. Ma le sorprese sono sempre dietro l'angolo e la song va a scemare tra clean vocals ed atmosfere soffuse. Non proprio quello che ci riserva la successiva "Ghettoblaster Black Metal", un brano che potrebbe tranquillamente stare su uno dei dischi più blasfemi degli Impaled Nazarene con ritmiche all'insegna di una crudissima carneficina. "Haguzosu" mescola ancora le carte in tavola, proponendo un sound più votato ad un obliquo prog/post rock, dotato di ispirate venature black. "Candentibus Organis" ha la peculiarità di avere testi in latino, mentre il suo sound sembra quello del vento che attraversa le campane di legno orientali, intervallate da sgroppate black e solenni (e spiritualistici) momenti, atti per lo più a confermare quanto possa essere suggestiva la proposta del folle mastermind italico. "Rare Green Areas" è la narrazione di una storia da parte di Gab dei Deviate Damaen, in una sorta di ibrido tra gli Aborym di "Psychogrotesque IV" e i Deviate Ladies di "Nec Sacrilegium, Incesti Gratia!", dotato di un finale industrial da paura. Con "Al Tanoura" mi sembra di aver a che fare con i deliri sonori ed incontrollati dei Pensees Nocturnes dell'ultimo 'Grand Guignol Orchestra', con la sola differenza che gli Hanormale sono decisamente più ostici da digerire. "Iperrealismo" ci conduce nei meandri del dark ovviamente contaminato da un black truce che viene spezzato ancora una volta da un break di free jazz sperimentale che chiama in causa le sublimi divagazioni sonore di 'Knownothingism" dei Thee Maldoror Kollective. Ancora risvolti soft jazz questa volta con i tocchi di pianoforte e batteria di "The Search for the Zone" in un brano (forse il migliore del lotto) in cui convoglia un po' tutta la strumentazione alternativa della band (qui il violino è fantastico, quasi a emulare le melodie dei Ne Obliviscaris) e in cui il black trova nuovamente sfogo nel folle rincorrersi delle caustiche chitarre della band e nel disumano screaming del vocalist. Questo gioiello di musica estrema si conclude con "Requiem for Our Dead Brothers", un outro di solo pianoforte, un malinconico arrivederci che suggella l'enorme comeback discografico degli Hanormale. (Francesco Scarci)

martedì 5 marzo 2019

Master Margherita - Border 50

#PER CHI AMA: Dark/Ambient/Dub/Elettronica
Il consolidato musicista/DJ Moreno Antognini, che sotto le spoglie di Master Margherita sfodera musica al confine tra dub ed elettronica berlinese fin dai primi anni 2000 (innumerevoli le sue release), si scopre primo attore anche tra le fila della Ultimae Records, etichetta dai gusti molto radicali in fatto di musica, che però, con questo nuovo 'Border 50' lascia diversificare leggermente le sue proposte musicali, permettendo di spostare il tiro verso un ambient con spunti di matrice decisamente più alternativi. Una forma diversa, pensata con i ritmi lenti, psicotici e bui della Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, Bohren & Der Club of Gore e Dale Cooper Quartet & Dictaphones, dove tutto risulta sospeso e rinchiuso nell'ombra, dai rumori uditi in lontananza fino ai colpi di una batteria appena accennata. La composizione di matrice rock oriented (alla maniera dei Pink Floyd più eterei), è un punto di partenza e non un arrivo, un motivo che offre uno spunto di ispirazione ma che viene progressivamente fatto svanire in favore di un ambient più consono all'estetica dell'etichetta. Spiccano le fughe sonore dei synth e la drone music più meditativa, tipico delle produzioni della Ultimae. Il dub che vive nel background dell'artista elvetico, viene messo in sordina nella parte iniziale dell'album, anche se, per tutto l'intero fluttuare del disco si sente, nella profondità dei bassi e nel bilanciamento del suono, che Master Margherita ha la stoffa, il carattere e l'esperienza per governare al meglio questo tipo di sonorità. Dicevamo che il sound può essere anche classificato come dark ambient, poiché richiama arie e stili usati da band vicine al dark/synth wave in generale (vedi 'Time Machines' dei Coil). Sicuramente ci si mantiene all'interno del genere e lo si rivisita in chiave malinconica e scura, ottenendo un'elettronica scenografica e cosmica di scuola Martin Nonstatic (compagno di scuderia), utilizzando in maniera statica e cupa il suono elettronico di Sync24. Il trittico iniziale è spettacolare nel suo essere un colosso sonoro completo ed elegante, un suono misterioso che sfocia ("Shruti One - Ambient Mix") in un folk guidato da un flauto etnico (magistralmente suonato da Don Hooke), dal tocco estremamente magico. Da questo punto in poi i ritmi diventano sempre più rarefatti, i brani sembrano rifarsi ad una coltre di fitta nebbia e tutto sembra congelato ed immobile. Con "Cosmogram" (il brano migliore della compilation a mio avviso) l'abbandono avviene tra le stelle di una sconosciuta e nera galassia, una visione buia ed infinita. I dieci minuti abbondanti di "Border 50 Dub Mix" in compagnia di The Positronics, ci riavvicinano al dub cosmico, liquido e pulsante con i suoni rimodernati alla maniera del mitico Bill Laswell con un ricordo d'annata delle opere di 'The Scientist'. In chiusura il ritorno al drone/ambient di "Extending Downwards (Border 50 Mix)". Un disco non facile da assimilare ma che offre spunti di cristallina bellezza, sicuramente non da sottovalutare (disponibile anche in versione 24 bit). (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2018)
Voto: 73

https://ultimae.bandcamp.com/album/border-50

lunedì 4 marzo 2019

Paths - In Lands Thought Lost

#FOR FANS OF: Black/Ambient
From the rich Canadian underground, Paths returns with its third effort entitled 'In Lands Thought Lost'. This is a solo project founded by Michael Taylor in 2013. As far as I know, this is Michael´s first fully metal project as his other projects like the extinct Heaven Was Beautiful Then, and his current side project, Teeth of the Wolf, are much more acoustic and ambient. In fact, Paths was initially a black metal project with many different influences and a weird touch, which has evolved to a more ambient black metal sound. This evolution happened in only 3-4 years, where Michael has kept an interesting rate of releases, recording several demos and the aforementioned three albums.

Now, only five years after the band´s inception, Paths seems to have achieved a state of maturity and consolidation of the current sound. This might lead the band to be more known in the scene, especially if we take into account that 'In Lands Thought Lost' has been released by the excellent label Bindrune Recordings. The new opus consists of five long tracks, where it is clear that Paths has now a quite distinctive ambient black metal touch. The tracks have in general a quite ferocious tone, where the guitars play a major role, the occasional synths increase this sense of atmosphere in certain parts, like it happens in the second track “To Brave the Storm”. Anyway, the use of the synthesizer is increased through the album, making certain tracks with a stronger atmospheric touch. Pace wise, the album has unsurprisingly a good amount of fast sections, but Michael manages to vary the pace enough to compose interesting songs maintaing a high interest. Thanks to this approach, the songs flow from fast to mid-pace and slow sections in a very natural way. Moreover, apart from the mentioned keys, he introduces more acoustic and ambient sections, like those contained in the second half of “Creaking Boughs”, where he even sings with a clean voice, just only like a single man choir. The last part has also a combination of excellent guitar melodies with a slightly more prominent synthesizer. This may be one of the most interesting compositions of this album. I would like to remark Michael´s excellent job with the guitars, both at riff level and especially with certain solos, which are quite emotional and with a melancholic touch; one of my favourites is that you can listen to in “The Everbright Land”. The album closes with “South Ever South”, the longest track of 'In Lands Thoughts Lost' that summarizes all the features here contained. It has a slower start with synthesizers whose melody is very similar to the one listened to in the previous song. This is not really a problem as I love how it increases the sense of solemnity. This is clearly the most solemn and epic track of the cd, with occasionally faster sections but a mainly slow-mid tempo. These calmer parts help Paths to have a greater room to create a hypnotic and beautiful composition. This is undoubtedly an excellent closing to the album and a composition I personally like to listen to over and over again.

In conclusion, Path has released an excellent third work where it seems to be very comfortable within the atmospheric black metal genre. Its mastermind Michael has composed excellent tracks, where guitars play a prominent role with very good melodies and a wide range of variety. The keys and other tweaks enrich the compositions and make the album even better. Very recommendable. (Alain González Artola)

Quiete - Eos

#PER CHI AMA: Death/Black, Novembre
Il progetto Quiete vede nelle menti di Nicola Trentin (che abbiamo già recensito nei Crafter of Gods) e Matteo Penzo (Descent from the Damned e Famen) i principali fautori. L'esordio 'Eos' riporta immediatamente alla mitologia greca e alla dea figlia dei Titani Iperione e Tia, condannata da Afrodite, per la sua mala condotta, ad innamorarsi di continuo di comuni mortali; da uno di questi ebbe un figlio che fu ucciso da Achille, nella Guerra di Troia. Le lacrime di Eos per quella perdita, generano la rugiada ogni mattina. Fatta questa dovuta introduzione, addentriamoci nella musica del duo di Treviso per capire la potenziale connessione tra la musica dei nostri e la mitologia greca. L'EP contiene tre pezzi, che esordiscono con "Samsara" (chiaro riferimento alla dottrina orientale inerente al ciclo della morte). La song apre in modo suggestivo risvegliando in me le immagini del film omonimo. È una sorta di intro a cui fa seguito il devastante ma estremamente melodico approccio della band, che ricama successivamente melodie dal sapore orientale su cui s'insinua il sussurato in italiano del vocalist. Il tribalismo etnico della proposta viene spezzata però da una feroce ritmica e da un growling possente, che va ripetendosi nel corso del brano, su cui aleggia un mood malinconico che sembra connettersi virtualmente alla tristezza della divinità greca menzionata poc'anzi. Con "Aurora", al di là di un pesante tappeto ritmico, è interessante sottolineare la presenza di tocchi di pianoforte che insieme ad una splendida melodia di chitarra, guidano il brano che ammicca, almeno nelle parti più atmosferiche e di cantato pulito, ai Novembre, mentre nelle porzioni ritmiche più selvagge, i riferimenti nel death melodico potrebbero essere molteplici. Alla fine però il risultato finale si rivela assai gradevole e non posso che concedere un plauso alla proposta dei due musicisti veneti, non fosse altro poi per la scelta di mettere i tre pezzi di 'Eos' in un elegante digipack. Nel frattempo arriviamo alla conclusiva "Ephemeral", una song che vuole probabilmente parlare con toni filosofici, della natura effimera dell'uomo o chissà, affidando il tutto alla voce femminile di Federica Bottega che fa da contraltare al growling malefico di Nicola in un esperimento quasi riuscito, dico quasi perchè il dualismo female e growling vocals ovviamente non è affatto nuovo, e poi perchè la tonalità vocale della brava Federica, a mio avviso, poco ha a che fare con la proposta dei nostri che si confermano più efficaci nelle porzioni più devastanti dell'album. Insomma, le premesse per fare bene in futuro sono davvero buone, c'è ancora da lavorare per integrare al meglio nuove collaborazioni con voci femminili o per calibrare al meglio la proposta dell'act trevigiano. Nel frattempo godiamoci la musica contenuta in 'Eos'. (Francesco Scarci)

The Universe By Ear - II

#PER CHI AMA: Psych/Alternative, Motorpsycho
Muoversi tra la psichedelia degli It’s Not Night, It’s Space e la scatola musicale dei Motorpsycho, passando per stoner e allucinazioni solari della vecchia scuola degli On Trial, deve essere un compito arduo ed estremamente complicato se al suo interno ci si vuol mescolare anche un'attitudine punk old style americana alla X ed un certo prog alla Pain of Salvation (periodo 'Road Salt'). Coretti e lyrics ben studiati (con evidenti richiami alla scuola alternative rock), equilibrio musicale e una orecchiabilità da tener conto, sono l'arma migliore degli svizzeri The Universe By Ear, giunti al loro secondo lavoro, 'II'. Il progredire dell'album è fluido e sempre fantasioso, già nel secondo brano la natura freak e lisergica di questa creatura sonora si mostra con aperture psych molto interessanti, anche se quello che colpisce rimane sempre la gioiosa cantabilità dei brani, che potremmo paragonare, valutandone l'alta qualità, ad una forma underground dei R.E.M. liberati dal mainstream ed immersi in acido. I nostri musicisti elvetici, si muovono con facilità ed esperienza in contesti psichedelici vari, con l'ausilio di una produzione molto intelligente che li avvicina a certe sonorità care ai Tame Impala e agli Oasis (quelli di 'Dig Out Your Soul' per intenderci) lasciando sempre una porta aperta verso lo stoner rock più allucinato della prima ora (vedi "Core"). È straordinario intuire quanto sia maturo un brano come "Follow the Echo" nel suo pulsare con reminescenze hard blues e 60's, la ballata alla Frusciante di "Fall", l'occhiolino strizzato verso il mood radiofonico tra Hendrix, EODM e primi Heels in "Bad Boy Boogie", oppure il mantra dilatato di "Sand...". Di sicuro si sente che non cercano di emulare altre band, prendono spunti e si coprono di originalità nel loro mescolare generi inerenti al rock desertico, psichedelico e solare. Sono svizzeri dicevamo e si sente, nel loro stile così certosino, nella ricerca della qualità, ma a Basilea, il sole non splende alla stessa maniera della California e questo li rende più interessanti e originali allo stesso modo dei norvegesi Motorpsycho, un'anomalia geografica che giova al suono del gruppo in maniera più che ottimale. 'II' nasconde a suo modo anche un'impostazione neo progressive non convenzionale, con l'album che si srotola lungo dodici brani suonati ad hoc andando via via ad evolvere e migliorare, ma anche stravolgendosi in una veste più garage, psych e vintage, concetti e sperimentazioni musicali presenti e ben espresse anche nel primo album. Ma 'II' è ancor più ricco di sfumature, e tutto da scoprire! (Bob Stoner)

Eremit - Carrier of Weight

#FOR FANS OF: Sludge/Doom
True to doom form, a massive lumbering lead guitar inhales the smoke of dying civilizations as growling and hacking vocals heave their ways across the desolation of “Dry Land”. Eremit becomes its own beast of burden in 'Carrier of Weight' and stumbles through the sludge of its reverb in search of relief from this treacherous strand. A very John Tardy feel comes with the vocals as the gravely unhinged scream of Florida's sickest sound finds its mirror in Moritz Fabian's voice, making the guitar billow clouds of grain to choke away such anguish. The pacing throughout over twenty-three minutes of “Dry Land” is reminiscent of the Altar of Betelgeuze's 2017 album, 'Among the Ruins', without the final step into the rays of an expanding sun to melt you away. Instead, you slowly starve to death as this agonizing song saps you of your nutrients and leaves you to finally be washed away by the incoming tide.

“Froth is Beckoning” brings that deluge with a massage of strings, fingers that become the legs of spiders, curling around you like the tireless onslaught of a lunar tide. This grimy and enchanting sound follows you for a few minutes before tumbling deeper into a chasm of inescapable darkness.

Epic longitude through three tracks is difficult to pull off. Flowing in a thought provoking manner from movement to movement without compromising the integrity of a song to keep a listener's focus makes it difficult to negotiate the distances a song will trek and what baggage it is willing to carry with it along the journey. Where “Dry Land” lost its luster, the energy of “Froth is Beckoning” absolutely brought that power back and, in the tips of its second riff, left me wondering where the soar of Pelican may come swooping by or, in its lowest register, when the intensity of a blast would squeeze its way in. Instead, none of that expected release would loosen Eremit's grip on a my neck, choking the throat and refusing to let go with the release for which I was so hoping. Like the torture of hanging by a hook waiting for your captor to return, the walls start to close in with a slight kick that speeds up the riff and drumming to make for a sloshing flow.

Then comes the monstrous final portion of the album, dragged out into a half-hour epic. Where “Dry Land” flowed like the dirty water of a receding flood into “Froth is Beckoning”, “Cocoon of Soul” takes a cleaner approach in its first minutes with an echoing atmosphere humming across the register. It is a satisfying payoff after nearly thirty-five minutes of very samey droning to hear a song that moves and varies while it drowns in the despair of doom. Like the chrysalis to which its title refers, this song wraps you tightly in its ever more claustral walls of guitar, slowly evolving and savoring every mutating muting of a previously plodding pace before crystallizing in the scream of a soul to escape its confines and be reigned in again over long progressions that last minutes at a time.

Though the imposing entirety of this package aims to daunt the listener with its ever-thundering power, there are few drum fills and deviations from form to bend the structure. Instead, these three tracks come more like a soundtrack to one's interment in a prison, an engrossing experience transfixing the listener with its subtleties throughout such minimal variation. 'Carrier of Weight' sews itself into your sinews, like a cancer that cannot be removed without splitting the brain and sacrificing who you are. The cage becomes the Stockholm syndrome love that you cannot live without, until the tiniest crack in the seams is spied. For a moment there is a way out. All of your self-denial, the indoctrination and convincing and the lies that lighten the load dissipate as you plunge towards the crack, blasting and screaming, wailing and tearing in time to the instruments in the hope that such raucous fury can quake these confines. The heart leaps, fingernails bend and break in the thrashing at the wall, and finally the force of this eruption, the deluge so long desired, breaks the thickness of these walls to set you free. Eremit has finally found catharsis. (Five_Nails)