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domenica 29 novembre 2020

Tableau Mort - Veil of Stigma. Book I Mark of Delusion

#PER CHI AMA: Esoteric Black, Batushka
Di base a Londra, ma in realtà formati da elementi provenienti anche da Polonia, Italia e Romania, i Tableau Mort propongono un ferale black liturgico che per forza di cose richiama immediatamente un nome della scena estrema, i Batushka, che prenderemo in considerazione come vera band di riferimento per la compagine di quest'oggi. Si, perchè quando "Impending Corruption" divampa nel mio stereo con la furia micidiale del suo black, stemperata da quei cori da chiesa, il paragone con l'ensemble polacco è quasi d'obbligo. 'Veil of Stigma. Book I Mark of Delusion', album di debutto dei nostri, è un buon disco che aiuterà i fan dell'ormai doppio progetto Batushka, a trovare una soluzione alternativa ai bisticci dei due musicisti polacchi. Tanto meglio allora lasciarsi assorbire dalle atmosfere del quintetto londinese (con il vocalist James Andrews unico britannico della band) che si alternano a lancinanti ritmiche sferragliate a tutta velocità, come testimoniato dalla seconda, a tratti più pacata, "Fall of Man". La proposta si mantiene nei paraggi di un liturgical black metal soprattutto con la terza "Carpenter of Sorrow", ove i canti ecclesiastici si abbinano ad una ritmica a tratti spietata. Non siamo ai livelli degli esordi della band polacca citata all'inizio, però posso dire con assoluta franchezza che i Tableau Mort non sono affatto malaccio, forse ancora troppo ortodossi nella loro proposta forzatamente black, ma comunque in grado di regalare dei passaggi interessanti con la più atmosferica "Broken on the Wheel" o la mia favorita "Tapestry Sewn" (al pari della conclusiva "Beyond His Gaze", ove emerge anche qualche riferimento musicale ai Cradle of Filth). In queste tracce, la componente cerimoniale assume connotati ben più ampi rispetto al minimalismo mostrato nelle precedenti. Siamo ancora però lontani per parlare di miracolo musicale, ma si sa, che la strada per il Paradiso (ops per l'Inferno) è lastricata di buone intenzioni. (Francesco Scarci)

sabato 28 novembre 2020

Jungle Rot - Terror Regime

#FOR FANS OF: Brutal Death
This album has some amazing riffs. This band puts out some amazing riffs. The only negative or beef I have with this album are the lead guitars. I didn't feel like they were good enough to compliment the rhythms. The vocals compliment the guitar licks, for sure. It's just: "come on guys, get rid of the leads!" I believe they put them in there to vary the sound but if you're not going to shred without being sloppy, then don't be sloppy! I'd have to agree though with my previous statements about the amazing riffs. These guys from Kenosha put together some great rhythms. Amazing, again simply amazing!

The production is quality, too. They do the guitars justice. I don't want to spend an entire text on the guitars only and I won't. They other instruments and vocals are quality as well. They really are an overlooked band. That is, in the death metal community. I would venture to say for them to audition for a better lead guitarist. If not, take out the leads, They'd get a higher rating from me if they did that but it's up to the band to say something to the effect: "hey, we need some lead work to be top notch. Let's take them out until we find someone who can fill those shoes." End of discussion.

Their DRI cover was pretty sick though. It's only 1 minute 40 seconds in length but the whole cover kicks some serious ass! This album isn't substantially long, but it's still quite solid to go along with their entire discography. They need to become more well known. I realize this release is about 7-8 years old, but that doesn't mean that it sucks. It's solid and worthy of praise, If they can brush up on their weak points, then they'll conquer! I got into this band a while ago because they put out some of the greatest death metal rhythms. The songwriting is simply amazing. I cannot overlook that.

You can get this available via download but I'd stress getting a physical CD of it. That is, because then you'll be able to capture the ingenuity of the album on your stereo. I realize this is an age of digital downloads and you can get that on Spotify. But if you want to hear the greatness of the band (because I'm old school) buy the CD! I'm sure that you'll enjoy it as much as I did when I first heard it. Support music, this band needs your undying support. They'll keep going as long as they know that they're capturing the masses with their great musicianship and talent. Long live Jungle Rot! (Death8699)


(Victory Records - 2013)
Score: 85

https://www.facebook.com/igotjunglerot

The Pit Tips

Francesco Scarci

Villagers of Ioannina City - Age of Aquarius
Höstblod - Dikter om Döden
Druon Antigon - Desontstijging

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MetalJ

Nuclear assault - Game Over
Command the Machyne - S/t
Quantum Panik - Human Bridge

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Death8699

Benediction - Scriptures
Deicide - The Stench of Redemption
Vektor - Black Future

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Alain González Artola

Molde Volhal - Into the Cave of Ordeals...
Urda Sot - Auf Sumpf'gen Pfaden
Heiðinn - Chapter II: Of Sheep and Man

Stromptha - Endura Pleniluniis

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Nasce nella minuscola cittadina di Qaanaaq (656 abitanti), in una delle località più a nord del mondo, questo 'Endura Pleniluniis', secondo atto della creatura Strompth, one-man-band capitanata da J, polistrumentista francese emigrato in Groenlandia per stare a diretto contatto con la natura. Sei i pezzi per provare ad apprezzare la proposta musicale dell'artista di Tolosa che si apre sulle tranquille melodie di "De Sang et de Brouillard", ove un cantato in stile Lacrimosa fa il suo ingresso declamando versi in francese, il tuo avvolto in una atmosfera decisamente dark. La song evolve poi in una porzione decisamente più selvaggia (resa cosi anche da una produzione non proprio cristallina), un black melodico, a tratti furibondo, con la voce di J che si muove tra urla nefaste e un cantato baritonale, con la ritmica che vive sulla scia della medesima alternanza vocale, tra accelerazioni caustiche, parti atmosferiche affidate a grosse infarciture tastieristiche e aperture epiche di scuola Windir. Insomma, c'è un po' di tutto in questi primi dieci minuti che lasciano ben sperare per il proseguio. "Au Bout du Tunnel: La Nuit et la Neige" parte subito tiratissima con lo screaming sostenuto dalle taglienti chitarre e da sinistri e onnipresenti synth in sottofondo. C'è spazio anche per un altro atmosferico rallentamento che spezza quel ritmo sostenuto di inizio brano, ma la song è comunque un susseguirsi di cambi di umore che si riflettono anche in una molteplice sperimentazione vocale. Mi piace per quanto il suono risulti spesso impastato e catramoso eppure ha il suo perchè. Cosi come la successiva " Que les Corbeaux Forgent la Tempête" che si affida ad una lunga apertura ambient prima di volgersi verso una tempesta black (mid-tempo). Quello che forse realmente mi disturba è l'utilizzo della drum-machine che rende più gelido e impersonale il sound, poi devo ammettere che il musicista transalpino se la cava piuttosto bene nel creare spettrali atmosfere che in questo frangente in particolare, hanno un che di desolante e malinconico, come guardare una distesa di ghiacci dal finestrino di un treno in corsa. In "Le Passage Aux Fleurs" emergono ancora echi dei Lacrimosa nella componente vocale mentre il sound lento e ritmato avanza avvolto da un'aura gotica che permarrà per l'intera durata del brano, in quello che verosimilmente rimane l'episodio più pacato dell'album. Ma il disco sembra salire in qualità con le ottime melodie di "Brûle, Prairie de Roses" una song che mostra un lato più maledettamente romantico del musicista francese, che la candida peraltro a pezzo migliore del disco, a braccetto con la conclusiva "Quand le Cornu Moissonera" dove davvero la componente atmosferica si conferma l'elemento predominante di questa traccia con un break acustico da applausi. La sensazione è che questi ultimi pezzi siano stati scritti in un periodo differente dai primi tre e facciano trapelare ulteriori novità per un prossimo futuro. Staremo a sentire, nel frattempo godiamoci l'ascolto di questo 'Endura Pleniluniis', un lavoro che più si ascolta e più darà modo di capire qualcosa di più di questo artista. (Francesco Scarci)

(Pest Records/Satanath Records - 2020)
Voto: 70 

giovedì 26 novembre 2020

Shattered Hope - Vespers

#PER CHI AMA: Death/Doom, Mourning Beloveth
Terza recensione per i greci Shattered Hope qui nel Pozzo dei Dannati. Dopo aver esaminato 'Absence' e 'Waters of Lethe', rispettivamente debut album e secondo disco, ecco che ci troviamo alle prese con il terzo lavoro, 'Vespers'. Il quintetto ateniese ci propone altre cinque tracce di death doom oscuro e minaccioso, che francamente poco aggiunge alle uscite precedenti dei nostri e apre semmai ulteriori dubbi sullo stato di forma di un genere musicale ultimamente privo di grandi spunti. Si parte con i 13 minuti di "In Cold Blood", fatta di sfuriate nella prima parte che rallentano paurosamente già dopo tre giri di orologio per sprofondare negli abissi di un funeral mortifero e angosciante che fondamentalmente non cambia di una virgola le mie parole del 2011. Alla faccia della coerenza musicale, ogni tanto una qualche variazione al tema ci starebbe anche bene, altrimenti il rischio di cadere nell'autoplagio si fa più concreto. Rispetto ai dischi precedenti continuo a non sentire davvero alcuna modifica al tema, se non qualche sporadica accelerazione death nella prima traccia, una forte vena malinconica nella seconda "Verge", che rientra comunque in tutte quelle peculiarità stra-abusate dal genere che sembra ormai essersi incagliato in una pericolosa involuzione di stile. In questa traccia molto atmosferica, c'è l'utilizzo di una voce pulita che va a controbattere il growling graffiante di Nick. La song poi inevitabilmente ammicca qua e là a gente del calibro di Saturnus e Mourning Beloveth, ricordandoci tuttavia che questo genere cosi suonato, risale ai primissimi anni '90 con Anathema e My Dying Bride. Quindi perchè non si prova a sperimentare un qualcosa di diverso che i soliti riffoni plumbei triti e ritriti a cui dare seguito con azzannate quasi post black come si sentono sempre in "Verge", dove addirittura fa la sua comparsa la voce di una gentil donzella sul finale. Si, apprezzabile, ma serve altro a far emergere queste realtà da un calderone infinito di band tutte simili le une alle altre. Un ottimo assolo potrebbe giovare ed eccomi accontentato; dai le cose sembrano risollevarsi. "Συριγμός" è un discreto tentativo di utilizzare il greco nelle liriche, ma poi a livello musicale, ci snteo ancora puzza di stantio con un sound che non accenna a decollare nè in una direzione nè in un'altra, non è apocalitticamente funereo, tanto meno devastante, lo trovo ripetitivo e qui nemmeno un bridge chitarristico riesce a risollevarmi dal torpore di un ascolto un po' piattino che ancora stenta a trovare un picco di interesse, se non a livello strumentale per il largo spazio concesso al sound del basso che a braccetto con un chitarrismo di scuola svedese disegna una ritmica truce, una sorta di Dismember sparati a rallentatore. Un fantastico violino si prende la scena per ben oltre due minuti in apertura di "Towards the Land of Deception", poi spazio ad un incedere lento e melmoso che ci conduce con una certa flemma alla conclusiva "The Judas Tree" che riprende ancora con delle splendide note di violino che rendono la song di ben 15 minuti decisamente più accessibile, con la voce del frontman che qui è drammatica e decadente e ben ci sta nel contesto generale di quello che alla fine sarà il mio brano preferito. Un lavoro onesto questo 'Vespers' che necessita ancora una maggiore dose di personalizzazione per il futuro. Per ora confermo quanto detto in passato. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2020)
Voto: 66

https://solitudeproductions.bandcamp.com/album/vespers

domenica 22 novembre 2020

Megalith Levitation / Dekonstruktor - Split Album

#PER CHI AMA: Stoner/Doom/Drone
Chelyabinsk negli Urali e Mosca sono le città dalle quali arrivano queste due band, i Megalith Levitation dalla prima e i Dekonstruktor dalla seconda. Con dei moniker del genere, un artwork di copertina votato al bianco e nero ed un look piuttosto truce, mi sarei aspettato di ritrovarmi fra le mani uno split album votato al black più grezzo e ferale, invece, strano ma vero, questo 4-track mi conduce nei meandri di un doom sperimentale e ritualistico. E a proposito di rituali, si parte proprio con "Opium Ceremony", una traccia che sembra offrire un mantra sonico ad opera dei Megalith Levitation e a quella linea di basso in primo piano (accompagnata da distorsioni di chitarra e un coro quasi cerimoniale) che traccia una melodia ipnotica e lisergica che ci accompagnerà per tutti i suoi cinque minuti e più di musica. A seguire il chitarrismo stoner di "Despair" in un brano di oltre 13 minuti, ove questa volta in primo piano si pone un riffone nerissimo di chitarra plettrato a rallentatore, ancora con quel cantato liturgico in sovrapposizione che talvolta sfocia in uno screaming più efferato. Difficile dire altro vista la monoliticità di fondo che ha il sopravvento in un pezzo che purtroppo sembra proprio peccare in staticità per buona parte della sua durata, quando finalmente ad un certo punto i nostri ci sbattono una qualche variazione al tema, stile primi Cathedral. Un po' pochino, posso dirlo? Anche per i Dekonstruktor solo un paio i pezzi a disposizione per convincermi della bontà del loro sound. Anche in questo caso non si comincia proprio nel migliore dei modi, visto che "Beheaded Horizon" parte con un altro loop chitarristico che non fa altro che stordirmi e alienarmi, sebbene poi si sovrapponga un riffing granitico tipicamente stoner accompagnato questa volta da voci finalmente adatte al genere. Anche qui però il minimalismo ritmico ha il sopravvento e fatico ad arrivare al termine del brano e dirmi anche soddisfatto, sebbene nella seconda parte del pezzo, il terzetto moscovita provi a cambiare le carte in tavola con un mix di sonorità tra il doom e il drone, comunque non cosi semplici da digerire. In chiusura "Magma Pulse", un pezzo strumentale che ha il solo compito di darmi il definitivo KO con il suo incedere psych doom che puzza di una obsolescenza che si rifà ad un secolo differente dal nostro. Vetusti. (Francesco Scarci)
 
(Aesthetic Death - 2020)
Voto: 60

https://megalithlevitation.bandcamp.com/album/megalith-levitation-dekonstruktor

sabato 21 novembre 2020

Amederia - Sometimes We Have Wings...

#PER CHI AMA: Death/Doom, Draconian
Uscito originariamente nel 2008 per la Molot Records il debut album dei russi Amederia, 'Sometimes We Have Wings...' è stato rispolverato dalla BadMoodMan Music per darne maggiore visibilità al pubblico. Esce pertanto in questi giorni una nuova versione di quel disco, a distanza di 12 anni dall'uscita originale. E se non conoscete la band originaria della Repubblica del Tatarstan (noi li abbiamo già recensiti nel 2014), vi posso dire che il 7-piece è fautore di un death doom, fortemente contaminato da note gothic metal. Nostalgici tocchi di pianoforte ci introducono al mondo fatato degli Amederia che si palesa con il death doom di "Doomed Ground", il tipico pezzo che andava di moda 15/20 anni fa (leggasi Tristania, Theatre of Tragedy e Within Temptation) con tanto di dualismo vocale tra donzella e orco cattivo ma che oggi ormai non mi dice più niente. Dopo poco più di due lustri questa musica si è ormai esaurita per quanto mi riguarda, soprattutto perchè se penso alle chitarre contenute in questo disco, ripenso a quelle degli esordi di primi anni '90 dei The Gathering. Quindi che dite? 'Sometimes We Have Wings...' è una raccolta di clichè di un genere che ormai farà solo la gioia dei nostalgici del genere. È innegabile come ai sette russi si possano attribuire qualità indiscusse che trovano oggi trovino ancora un seguito nelle note di band come i Draconian. Per il resto credo che immaginiate già cosa il disco riservi. Sicuramente ottime melodie in tutte le sue tracce, l'operistica performance vocale della brava Gulnaz Bagirova che va a contrapporsi al growling feroce di Damir Galeyev. Poi che altro se non una grande dose di malinconia che stempera quel riffing assai ritmato che caratterizza un po' tutti i pezzi di questo disco, dalla già citata "Doomed Ground" fino alle note conclusive di "Lovely Angel", passando attraverso "Dreams", interessante per i suoi giri di chitarra (peccato per quel fade out finale) e i costanti tocchi di pianoforte. Non mancano i momenti sognanti ed atmosferici come in "Cold Emptiness", interamente affidata a voce e tastiere, sette minuti un po' eccessivi a dire il vero. Più funeral oriented invece la prima parte di "And So I..." mentre più atmosferica ed eterea la sua seconda metà. Insomma, gli Amederia non li scopriamo certo oggi e sono certo che chi ami questo genere, non si sarà fatto scappare 'Sometimes We Have Wings...' a suo tempo. Per i novellini del death gothic, beh un ascolto lo si può sempre dare, la musica è comunque ben suonata per quanto oggi suoni stranamente già obsoleta. (Francesco Scarci)

venerdì 20 novembre 2020

Setoml - Reincarnation

#PER CHI AMA: Black Melodico
I Setoml sono un nuovo progetto di DeMort (incontrato qui nel Pozzo con i suoi Luna) e di Krivoviaz Serge, vocalist dei I Miss My Death. 'Reincarnation' è il risultato del connubio di questi due artisti ucraini, otto tracce che faranno contenti gli amanti del black melodico. Il disco si apre con "Flames", un dirompente esempio di come la melodia possa esser messa a disposizione di un riffing serrato di matrice black, in una proposta che, pur non offrendo assolutamente nulla di innovativo, garantisce comunque tre quarti d'ora di musica solida e ben suonata. Una sassaiola di pezzi granitici che uno dopo l'altro ci vengono scagliati in pieno volto. Se la spietata "In the Cold Eyes" l'ho trovata alquanto banale tra l'altro con un songwriting piuttosto modesto, diverso è il discorso per "In the Gray Field of Hope", song devastante ma al contempo dotata di buoni arrangiamenti a cura di un lavoro di synth che la rendono decisamente più interessante anche nel suo pattern chitarristico. Più orientata verso il funeral doom è "Thousands Shimmering Souls", dove DeMort sembra trovarsi maggiormente a proprio agio con sonorità più oscure e solenni, anche se nella seconda parte del brano, i nostri tornano più indiavolati che mai con un riffing corposo e vivace e blast beat sparati a 299792458 m/s. Quello che ancora non mi convince è come l'eccellente voce di Serge mal si adatti a delle liriche che non sembrano affatto scritte per questa release. Un po' di spettralità ce la regala la lenta "By the Dark Lake", almeno nei suoi primi 90 secondi, visto il successivo e spaventoso attacco black, che si conferma ancora piuttosto scontato. Poi quando è la musica a parlare, non si possono discutere le capacità distruttive del duo ucraino, tuttavia il tutto rimane confinato all'interno di canoni ormai usurati. Un tentativo di deviazione dagli standard è offerto dalla tribalità percussiva di "Night Dance" e dall'imprevedibilità ritmica palesata nella seconda metà di "Their Wings Are Gray Like Spirits", che forse a questo punto indicherei anche come mio pezzo preferito insieme alla conclusiva "The Shadows Path". Qui, il duo di Kiev prova timidamente a staccarsi dagli stilemi classici ormai fin troppo abusati, pur non rinunciando ad una violenze sempre più traboccante. Direi pertanto di ripartire da qui e andare in cerca di una ben più definita identità musicale, coraggio, osate! (Francesco Scarci)

(Satanath Records/Kryrart Records - 2020)
Voto: 62

Bergeton – Miami Murder

#PER CHI AMA: Synth-Wave/IDM/Electro
Devo ammettere che la copertina di questo album mi ha incuriosito molto e scoprire chi si cela dietro al progetto Bergeton, è stata una cosa proprio inaspettata. Siamo al cospetto di una figura di culto del mondo black metal, che ha suonato con Gorgoroth, Godseed, 1349 e che dal 2011 è parte integrante dei Mayhem. Sto parlando di Morten Bergeton Iversen, artista norvegese conosciuto da tempo nella musica estrema con lo pseudonimo Teloch. In questo nuovo solo project, il musicista di Oslo si cimenta con l'arte della musica elettronica, lontanissimo dalle sue abituali ritmiche violente, fredde e oscure. Qui Mr. Iversen si mostra padrone della scena e capace costruttore di architetture elettroniche che subiscono l'influenza di vari mostri sacri del genere ma non soccombono al plagio anzi, con un pizzico di glamour e humor noir, l'artista norvegese riesce efficacemente a mescolare le sue carte fino a realizzare una manciata di brani fruibili e godibili, frutto di un certo gusto e coinvolgimento nel genere in questione. Dicevamo dell'artwork di copertina, che si mostra come la locandina di un anime thriller, ambientato in una Miami del futuro il che rende molto l'idea della musica contenuta in questo disco di debutto. Una musica ispirata, che non abbassa mai i toni, sostenuta, che incrocia il suono dei Front Line Assembly con quello dei videogiochi anni '80, che rimastica i Model 500 con i Kraftwerk, i suoni dei primi Depeche Mode con il mood della celebre sigla della serie X-files. Musica costantemente pulsante, con belle atmosfere, a volte più morbide ed immediate, a volte più sinistre, intelligentemente danzanti (IDM) con inserti e arrangiamenti intriganti, a volte persino tese e nevrotiche senza mai perdere la vocazione per l'orecchiabilità. Si parte con "Arabian Nights" ed il suono scivola immediatamente tra la synth wave e la dance cosmica di fine anni '70, con un perfetto riff etnico che certamente farà presa su ogni tipo di ascoltatore. Si prosegue con un brano che si presenta da solo, dal titolo inequivocabile "Depeche Load", che si schianta tra la band di Dave Gahan e le prime intuizioni sintetiche e dark dei VNV Nation. In "Fort Apache Marina", il suono si snoda tra ritmi elettro/funk di gusto retrò e innesti chitarristici inaspettati, di chiara ispirazione metal. Il disco continua con influenze kraut e persino techno-trance, con il brano "Lambo", ma è con la new wave di "Miami Murder" che dà anche il titolo all'album che si tocca la vetta, con analogie che l'accomunano alla sigla del film Miami Vice, filtrata dalla decadenza espressa in "Vienna" dai mitici Ultravox. " Natasha K.G.B." è un buon esempio di come una musica fatta con intelligenza, possa farti immaginare un film di spionaggio che non hai ancora visto, mentre "The Demon", a differenza degli altri brani, esplora un ambiente sonoro più duro, e distorto più vicino all'EBM, agli ultimi Project Pitchfork con l'ingresso della presenza vocale, che si manifesta in forma di inquietante parlato. Il finale è lasciato a "Valley of Death" che chiude l'album con un beat ossessivo, curve e altalene elettroniche rubate direttamente dalla console Atari e dai videogames di un tempo assai lontano. 'Miami Murder' è sicuramente un disco molto dinamico ed energico, che non avanza pretese di originalità ma che gode di ottima fantasia e gusto, qualità che bastano a rendere il tutto piuttosto personale. Sarebbe proprio un peccato dire in giro di non averlo mai ascoltarlo. (Bob Stoner)

(Meus Records - 2020)
Voto: 70

https://bergeton.bandcamp.com/

giovedì 19 novembre 2020

End of Mankind - Antérieur à la Lumière

#PER CHI AMA: Black/Thrash
Credo che in Francia il covid abbia avuto un impatto importante in termini di stimolazione della forma artistica musicale. Sono infatti cosi tante le release uscite in questo periodo dal territorio transalpino che credo di averne perso ormai il conto. Gli ultimi nella mia lista arrivati in ordine di tempo e ora sulla mia scrivania, sono questi End of Mankind, un nome un programma di questi tempi. La band, originaria della capitale, giunge con 'Antérieur à la Lumière' al secondo lavoro, un disco che consta di nove pezzi, di cui l'incipit è un'intro declamata in lingua francese. È solo con la seconda "Temporary Flesh Suit" che i nostri iniziano infatti a far sul serio con una miscela mortifera di black, thrash e post-hardcore, che potremo semplicemente definire come post-black. Tuttavia il pezzo, a fronte di una ritmica bella possente (a tratti quasi punk, scuola Motorhead), delle vocals che si barcamenano tra uno screaming spietato e urlacci hardcore, palesa anche straordinarie aperture melodiche cosi come break atmosferici che completano a tutto tondo una proposta intrigante, che non rifugge nemmeno certe aperture malinconiche davvero azzeccate. E la furia black divampa ancor più possente anche in "La Peste Dansante" in una cavalcata di ordinaria amministrazione che combina acuminati riff black con un più pesante riffing di natura thrash metal in un vortice sonoro completato da copiose frustate blast beat e vocalizzi al vetriolo. Sia ben chiaro, anche gli End of Mankind non inventano nulla di nuovo, ma quello che propongono è davvero ben fatto, calibrato al punto giusto, la ricercatezza sonora e gli arrangiamenti, tutto calza a pennello, in una seconda parte da applausi. E si continua con un sound invischiato nel sinfonico con "Outrenoir" che mi evoca un che dei vecchi Anorexia Nervosa. È una sensazione che rimane però solo una manciata di secondi perchè i nostri si ributtano a capofitto con un un black che tra accelerazioni e brusche frenate, ha modo di chiamare in causa anche Dimmu Borgir, Old Man's Child e Gorgoroth. Mini intermezzo acustico di ristoro e poi via con la mortifera "Golgotha", una scheggia di violenza disumana sparata ai mille all'ora con ammiccamenti questa volta alla scena black svedese, Unanimated in testa. Ma la band è abilissima nel dosare violenza e parti atmosferiche, ed ecco infatti che in un batter di ciglia, il quintetto parigino cambia ancora registro e lo farà ancora per un paio di volte da qui al termine di un brano che comunque non arriva ai tre minuti e mezzo di durata. Questo dimostra la grande capacità della compagine francese di saper variare enormemente in brevissimi frangenti di tempo. Inizio acustico per "Opponent Deity", un esempio palese di come si possa ancora suonare post-black oggi dopo che ormai tutto è stato fatto negli ultimi 10 anni, unendo la furia del black con l'irruenza del thrash ma soprattutto con la sperimentazione visto l'utilizzo di un sax jazzato a completare in modo delizioso una traccia multiforme. C'è ancora comunque spazio alle sorprese con le epiche e tonanti melodie della devastante "Step Towards Oblivion" a strappare gli ultimi applausi di una release davvero avvincente che vede completare il suo ultimo vagito con la conclusiva "Le Boël", un pezzo strumentale che chiude in modo suadente una release ben suonata ma prima di tutto, ben pensata. Chapeau! (Francesco Scarci)

(Mallevs Records - 2020)
Voto: 78

https://endofmankind.bandcamp.com/

lunedì 16 novembre 2020

Brudini - From Darkness, Light

#PER CHI AMA: Psych/Indie Rock
'From Darkness, Light' mette in musica fatti ed esperienze di vita del giovane musicista thailandese/norvegese (e ora trasferitosi a Londra) Erik Brudvik, in arte Brudini, in una sorta di speciale diario di bordo autobiografico, scritto con una predilizione verso l'estetica della poesia in musica. I dodici brani sono tutti brevi o brevissimi e si cimentano in un susseguirsi di istantanee che alternano sentimenti come la malinconia, la speranza o la sconfitta, seguendo un filo logico nel raccontare storie di vita vissute dell'autore. Colpisce la peculiarità nella scelta dei suoni ed il legame che si instaura tra i pezzi, assai simile ad un concept album di stampo, passatemi il termine, progressivo. Non che la musica si snodi in termini di rock progressivo ma l'attitudine narrativa ricorda molto gli stilemi della composizione libera di certa musica estrosa, anche se qui tutto è indirizzato verso l'interpretazione minimale del sound. Così, brano dopo brano ci si imbatte in piccole suite di jazz psichedelico, come nella splendida "Emotional Outlaw", oppure ci si lascia corrompere dalla malinconica gioia di "Pale Gold" e dalla sua incalzante marcetta dal gusto sudamericano, un motivo molto divertente che non scade mai nel banale. La poesia si intervalla alle canzoni fin dall'inizio, con gli intermezzi recitati da Brudvick su testi poetici dello scrittore californiano Chip Martin, che nella costruzione ricordano, con toni più moderati e sommessi, l'esperimento "The Valley of Unrest", del grande Lou Reed, nel concept album dedicato alle poesie ed ai racconti di E. A. Poe, 'The Raven'. Il disco scorre veloce tra chitarre acustiche e batterie indie, la voce di Brudini è solenne, narrante e farà felice i fans degli statunitensi Death Cab for Cutie, o gli amanti delle atmosfere dell'ultimo Plans, che si porta appresso sempre una buona dose di malinconia, in un miscuglio tra un Dylan d'annata e le evocative tonalità di Antoine Mermet dei Saint Sadrill, che in alcuni brani dal tocco più solare, penso a "Radiant Man", riesce a creare un perfetto equilibrio tra luci ed ombre che si eleva a vette assai alte di bellezza. "Everything is Movement" è un brano intimo, giocato su rintocchi di piano, rumori e percussioni dal forte sapore di jazz notturno e disperato, atmosfere offuscate nella prima metà per poi sorprendere con un'apertura pop/soul sognante ed ariosa, con archi e tastiere che liberano dallo stato di visione grigia disseminato ovunque nell'album. Non dimentichiamoci poi quella sottile vena psichedelica presente nei brani, che sparsa qua e là, dona un tocco naif al disco, trovando il suo apice, nella canzone conclusiva, "Boulevards", meravigliosamente delicata, cosmica ed ipnotica. Un album riflessivo, per certi aspetti stravagante, che usa tante idee pur mantenendo un profilo minimale per il sound ed un profilo altamente espressivo nel canto, un disco che vale la pena ascoltare. (Bob Stoner)

(Apollon Records - 2020)
Voto: 73

http://www.brudini.com/

Gong Wah - S/t

#PER CHI AMA: Experimental Kraut Rock/Noise Pop
Si apre il sipario su un insieme di brani che vi sorprenderanno. Tutte le tracce sono vive in essere e vitali in divenire nello stesso disco. L’ascolto dell'omonimo album dei tedeschi Gong Wah è un ritorno al futuro. Partiamo da "Let’s Get Lost". Voce carismatica quella di Inga Nelke. Raggi di criptonite che incalzano le pause strumentali. Avvolgenti i ripetuti del ritornello che diviene ipnotico lasciando il passo al velluto della voce della frontwoman che incalza intercalari ritmati. L’atmosfera in cui ci accolgono i Gong Wah è un ibrido tra il rock e l’ambient. Cambiamo del tutto l’attesa con "I Hate You". Qui lo strumentale è un ribattere, calco di gesso dinamico quasi aggressivo che si frantuma in un istante ripetuto. Una rabbia di zucchero filato e molto zuccherino che cristallizza esplodendo in un senso cosmico. Polvere di stelle. Le sorprese incalzano quando parte "Supersized Kid". Lei voce pop estremamente sensuale, ci porta indietro di 25 anni. Canta, accarezza l’ascolto. Canta, sa come far vivere il passato nel presente. Canta e complimenti a chi ha arrangiato il brano perché è un salto senza paracadute negli anni '90. Andiamo oltre ed accontentiamo i viaggiatori del tempo, quelli che mettono la musica in cuffia e si alienano dalla realtà. "With Him". Ora la carica nostalgica cresce sino a far godere pienamente della condivisione tra pop e shoegaze. Non sarete ancora sazi spero! Incalza il mio preferito tra questi pezzi "Sugar & Lies". Volume. Volume. Qui abbiamo un insieme di così tante sonorità e di annate musicali che gira la testa solo ascoltandolo. Adoro il suo incedere, così come la sua traccia definita e la sua arroganza nell’essere tutto e nel non somigliare a nulla di pregresso. Mandatelo in loop. Quando l’entusiasmo trova un picco succede spesso debba avere la sua contropartita, eppure "Contaminated Concrete" mi ferma il cuore per portare i battiti ad un altro livello. Ascoltando questa traccia ho vissuto momenti di pura intensità, istanti di un brivido graffiante, tempo dilatato e lento. Un'alchimia tra la musica, la voce e le sonorità distorte. Siamo a "Not This Time" e l’aria è ferma. È questo è il pezzo che quando parte con il suo mix di post-punk e electro dance la muove sul serio l’aria. La musica si muove. La voce si muove. Non inizio a respirare, ma ad ansimare. La musica chiama. Non è lo stile, il ritmo, il genere, ma l’alchimia dell’insieme. Concludo l’ascolto con questo inferno retroattivo ed eloquente. È il tempo di "Just Sayin'". Che dire. I sensi si risvegliano uno ad uno seguendo il ritmo deciso ed urgente di questo pezzo. Voci congiunte. Suoni stridenti armoniosamente agganciati agli strumenti. Pause strumentali lunghe, emozionanti, accattivanti. Le voci entrano in assonanza con gli strumenti. Una degna chiusura di un album da avere. Un viaggio tra il noise pop, il kraut rock, la psichedelia, lo shoegaze. Eppure, per ogni traccia si sente la forza della musica che mescola i generi e rinasce come fenice a vita indipendente. Artistico. Intenso. Eclettico. (Silvia Comencini)

(Tonzonen Records - 2020)
Voto: 78

https://gongwah.bandcamp.com/album/gong-wah

Váthos - Underwater

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
La Romania ci ha preso gusto a sfornare band di una certa rilevanza artistica: dopo il glorioso passato ove sono cresciuto a base di vampiri e Negură Bunget, ecco che in un mese arrivano tra le mie mani prima i Katharos XIII e ora questi Váthos, band originaria di Bucarest, all'esordio assoluto con questo 'Underwater'. La proposta del quintetto rumeno è all'insegna di un black melodico che fin dalla opener "Ruins of Corrosion" sottolinea una certa capacità da parte dei nostri di saper variare il proprio pattern ritmico grazie ad aperture acustiche e linee di chitarra piuttosto melodiche. Pur non essendo di fronte a nessuna grossa novità in ambito musicale, concedo un ascolto attento ai pezzi: "The Suicide" ha un incipit che sa molto di post metal scuola Cult of Luna, poi squarci rabbiosi di chitarre e uno screaming efferato (migliorabile francamente), fanno il resto, sebbene la song si mantenga in territori molto più compassati e anche più interessanti rispetto alla traccia d'apertura, con aperture che di black sanno ben poco cosi intrise da una malinconia spiazzante. Altrettanto disorientante è poi quel break centrale un po' visionario che spezza in due il brano con una certa efficacia, in grado di catturare ancora il mio interesse, visto e considerato che nella seconda parte una voce pulita raddoppi quella gracchiante di inizio brano. Poi è solo un turbinio sonoro. Ancor più delicata "Curse of Apathy" che sembra accompagnarci in territori shoegaze e di seguito in un black atmosferico che pur non aggiungendo nulla ad innumerevoli altre recenti uscite, riesce comunque a catalizzare la mia attenzione, soprattutto in un finale arrembante che sembra godere anche di influenze post-hardcore, il che non mi dispiace affatto, per quel suo traboccare malinconia da ogni sua nota. In "Corrupted Mind" mi sembra di aver a che fare con un'altra band visto un attacco che sa più di thrash metal che altro, il che mi disorienta un pochino. Ci pensano poi le linee melodiche a ripristinare il tutto sebbene quel riffone granitico torni ripetutamente nel corso di un brano che mi ha lasciato francamente con l'amaro in bocca. Con "Shape of... " si torna nei paraggi di un post rock onirico fatto di chitarre tremolanti che evolvono nuovamente in quel black atmosferico apprezzato in apertura, che nelle parti più tirate risottolinea il background thrash dei nostri, mentre nei momenti acustici trasmette una certa drammaticità di fondo che permea comunque l'intera release. Diciamo che le idee ci sono, forse non ancora indirizzate nel modo adeguato, ma stiamo parlando comunque di una giovane band all'esordio e che quindi ha tutto il diritto di poter sbagliare. "Hold My Breath" ripropone un canovaccio abbastanza simile ma ancora una volta faccio fatica a digerire quel cantato caustico di Radu che deve sistemare anche certi guaiti anche nella sua forma più pulita. Il pezzo però non mi convince a 360°, data una ripetitività di fondo asfissiante e passo oltre, a "Sanctimonius Beliefs", song più pulita e dinamica, con il pulito del cantante subito in primo piano accompagnato da un riffing semplice ma efficace che in concomitanza dello screaming, diventa invece più sporco e bastardo. Ancora un break acustico (su cui avrei evitato di cantare in quel modo) e la song scivola con un ultimo slancio in tremolo picking fino a "Flower of Death" che chiude con gli ultimi arpeggi in tipico stile post rock, seguiti da un riffing di scuola Katatonia (era 'Brave Murder Day') che mi portano a concludere che 'Underwater' sia un platter interessante, forse ancora con qualche sbavatura ed un pizzico di immaturità a suo carico, ma che lascia intravedere ampi margini di miglioramento per il futuro. Ci conto ragazzi. (Francesco Scarci)

domenica 15 novembre 2020

Griffon - ὸ θεός ὸ βασιλεύς

#PER CHI AMA: Black/Death, Windir
Devo ammettere che quel titolo in greco mi aveva tratto in inganno, pensando che i Griffon fossero originari appunto della Grecia. Mi sembrava effettivamente strano che la Les Acteurs de l'Ombre Productions andasse a pescare fuori dalle mura amiche, ma vedendo i più recenti precedenti, pensavo fosse l'ennesima eccezione. I Griffon arrivano invece da Parigi e sono un quintetto di personaggi noti nella scena, visto che tra le fila si annidano membri di Moonreich, Grind-O-Matic, Neptrecus e A/Oratos. Fatte le dovute presentazioni, sappiate che 'ὸ θεός ὸ βασιλεύς' rappresenta il loro secondo lavoro, un esempio di efferato ma melodico black death. Il disco si apre con le spoken word di "Damaskos" e da li decolla con il suo vorticoso black metal, interrotto solo da un break acustico ove voci declamatorie si prendono la scena. Il pathos è elevato e contribuisce a distrarci per una decina di secondi dall'acuminata ritmica dei nostri, in grado di regalare comunque una cavalcata davvero ferale da qui alla fine, dove vorrei sottolineare gli azzeccatissimi arrangiamenti. La tempesta sonora ovviamente non si placa qui, ma prosegue anche con la dinamitarda "L’Ost Capétien" che, a parte segnalarsi per un attacco frontale da paura, si lascia apprezzare soprattutto per una forta vena orchestrale, una buona linea melodica ed un altro bel break acustico. "Regicide" è decisamente più compassata, con un inquietante incipit che lascia il posto ad un'andatura più ritmata, spoken words in francese, inserti melodici di scuola Pensees Nocturnes e altre varie scorribande chitarristiche in un brano decisamente altalenante. Ma questi sono i Griffon, ho già imparato ad apprezzarli per quello che sono con la loro capacità di fare male con quelle chitarre taglienti, con uno screaming costantemente lancinante ed una violenza in genere tarpata nella sua efferatezza da intermezzi acustici, rallentamenti parossistici e riprese ancor più violente. Ne è un esempio lampante "Les Plaies Du Trône", un pezzo che cavalca sonorità post black devastanti nella sua seconda metà, la cui sgaloppata mi ha ricordato qualcosa dei Windir. Delicati tocchi di pianoforte aprono invece "Abomination" e per pochi istanti mi godo una splendida melodia classica che stempera quella violenza da cui siamo stati investiti fino a pochi secondi fa. Il pezzo è apparentemente più contenuto nella furia distensiva, ovviamente stiamo parlando di poco più di un paio di giri di orologio prima che i nostri tornino a macinare alla grande granitici riff sparati al fulmicotone. Ma credo avrete già imparato a conoscere l'imprevedibilità dei cinque parigini, ed ecco quindi tocchi di pianoforte, porzioni corali e ripartenze deraglianti. Interessante poi come "My Soul Is Among The Lions" spenda i suoi primi 60 secondi a giochicchiare con le chitarre prima di lanciarsi in un solenne pezzo di black sinfonico dotato di splendide linee melodiche, forse il mio pezzo preferito. Un intermezzo ambient ci conduce alla conclusiva "Apotheosis", gli ultimi cinque minuti di un album convincente e coinvolgente, che non fanno altro che confermare la qualità sopra la media dell'ennesima band proveniente dalla vicina Francia. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2020)
Voto: 76

https://ladlo.bandcamp.com/album/--2

Towards Darkness - Tetrad

#PER CHI AMA: Death/Doom/Sludge
Il riffone che apre "Terraform", opening track di 'Tetrad', atto terzo dei canadesi Towards Darkness, mi fa pensare a sonorità post metal, fatto piuttosto inusuale per un'etichetta come la Solitude Productions. Eppure nello scorrere del brano, ed in generale nei solchi di tutto il disco, la proposta che viene fuori è proprio quella di un post qualcosa, sicuramente dotato di una forte vena doomish, ma comunque fuori dagli stilemi classici dell'etichetta russa. Compiaciuto della scelta del duo canadese, mi immergo nel sound dei nostri che dopo le sonorità post sludge dell'opener, ci accompagnano al prologo più space rock di "Weight of Years", un brano che combina un rifferama corposo (con growl annesso) con una buona dose di arrangiamenti affidati a delle ispirate tastiere. Come immaginavo però, il sound dei nostri, già da questa traccia prende sembianze più doom oriented, ma non è dopo tutto cosi tragico. La breve e spettrale "Forest" assolve al suo compito interlocutorio, collegandoci con la successiva "Evolution", forse la song più instabile del lotto, sicuramente quella che ho apprezzato maggiormente, in quanto nella sua linea melodica, percepisco un forte senso di irrequietezza che si riflette nel mio stato d'animo attuale e forse per questo la sento cosi vicino a me. "Evolution End" ha un inizio sinistro che si dipana attraverso un pezzo costruito su una coppia di riff essenziali, efficaci quanto basta però per instillare nella mia testa la melodia sprigionata da questo brano. "Structure" e "The Void" sono gli ultimi due pezzi di questo controverso disco, quelli che più degli altri si spingono in territori ancor più angusti al limite di un claustrofobico funeral sorretto però da ottimi arrangiamenti (soprattutto la seconda), che rendono la proposta del duo di Montreal per questo leggermente più accessibile di tante altre release nello stesso genere. 'Tetrad' è alla fine un album particolare, che necessita di svariati ascolti per poterne catturare l'essena. Tuttavia, quando ci si riesce, l'album non tradisce e svela ogni volta piccoli particolari di sè che lo rendono ogni volta più intrigante. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2020)
Voto: 70

https://solitudeproductions.bandcamp.com/album/tetrad

Benediction - Scriptures

#FOR FANS OF: Death Metal
This is a bit milder than 'Killing Music', their last release, but the riffs seem to be better. I think it's fair to say I've listened to the album enough to the point to where I can write a comprehensive review. I'd say that everything about this album is good. It's not overtly brutal, though the riffs are fresh. And it should not have taken 12 years before releasing anything that could've been released. However, 45+ minutes of music to making good death metal. Being a Birmingham based band, these guys have been around for a WHILE. It was actually Barney from Napalm Death's first band. Though I believe that they were a lot different back then.

I feel that 'Killing Music' and 'Scriptures' are going to be the only Benediction that I'm going to own. Not much of a fan of the older material, though I fully respect the band. The music on here is slow, but the riffs are totally fresh. And the vocals kick ass, they seep in deep into the music. I cannot say that there's a song on here that I dislike because I do like them all. I'm not too familiar with the band themselves because I only own two of their releases. But this one I feel is stronger than 'Killing Music' riff wise and also the production. They really seemed to piece everything together in tandem with the music and voice.

Production quality is top notch and I believe that's a little where 'Killing Music' wasn't as good in. But here we have strong members contributing to the music and voice. They really can belt out some great material. As a friend says: "SMOKES!!!", in response to the whole release. I'd second that. Everything seemed to be right in its place in terms of recording quality and music that's better than average. It's actually an "A" to me. The tempos aren't very fast, but hey! They did a great job with the riffs. Only a few solos, but not too bad. I feel that they ripped in every aspect. And it keeps the listener in key listening to it intensively.

I wanted to hear with this sounded like prior to buying the album and thought that it was good enough to buy the CD. But I collect CD's so that's what resonates with me. Most people nowadays just want what's on Spotify or YouTube. Yeah, you can listen to it on those fronts but I like the physical copies on my CD player. But yeah, they're really high up on here. Everything seems to fit into place all everywhere. Vocals, music, production, mixing and vibe. It totally slays. I would have to say that despite the wait for it, it was worth it. I'm looking to more releases like this from the band till they retire. Get it! (Death8699)

(Nuclear Blast - 2020)
Score: 90

https://www.facebook.com/Benedictionband/

giovedì 12 novembre 2020

Helioss - Devenir Le Soleil

#PER CHI AMA: Symph Black/Death
Dalla Francia, ecco arriva gli Helioss, compagine nata originariamente come one-man-band di Nicolas Muller, ora invece accompagnato da tal DM (un altro di quelli che ha almeno 27 progetti paralleli) e da Mikko Koskinen (dei Proscription) alla batteria. Il connubio di questi tre artisti ha portato al qui presente 'Devenir Le Soleil', un lavoro straordinario di black death sinfonico. Francamente non conoscevo la band e dato che questo è il quinto album, credo che mi andrò a ripescare i precedenti lavori visti i contenuti davvero ragguardevoli di codesto. Forte di una ottima produzione che esalta i suoni bombastici di 'Devenir Le Soleil', il disco è un susseguirsi di bombe di un estremismo metallico fatto di eccellenti orchestrazioni che esaltano un tappeto ritmico davvero dinamico, fatto di cambi di tempo da urlo e riffoni belli violenti. I nove brani si infiammano che è un piacere dall'esplosiva apertura di "...Et Dieu Se Tut", alla successiva "A Wall of Certainty", un pezzo che nella sua parte pianistica mi ha evocato gli austriaci Angizia. Per me godimento puro soprattutto per la capacità di saper variare offrendo una tempesta sonora abbastanza originale (i contatti con i nostrani Fleshgod Apocalypse non sono cosi scontati), dato che nel sound del terzetto non compaiono solo sonorità estreme. Se penso alle linee di chitarra di "The End of the Empire", ci trovo infatti puro heavy metal classico anche se poi la song va a scavare in meandri più oscuri ma altrettanto melodici, lanciandosi poi in cavalcate arrembanti e arabeschi spettacolari. Il disco per me è una bomba, ve lo scrivo e sottoscrivo. Basti ancora dare un ascolto a random alla più tiepida e controllata (almeno all'inizio) "Let the World Forget Me" o alla schizofrenica "Singularity", dove compare il violoncello di Raphaël Verguin (uno che abbiamo già trovato negli In Cauda Venenum o negli Psygnosis) e il violino di Elisabeth Muller. Ma le ospitate non terminano qui, visto che la title track (oltre 24 minuti di durata) vede la comparsata di un elevato numero di ospiti (provenienti da altre band) che si alternano dietro al microfono (ma c'è anche un percussionista ad affiancare Mikko) in una suite davvero da applausi (per cui sarebbe quasi un delitto poterne sviscerare i molteplici dettagli e la ricercatezza dei suoni), in cui poter apprezzare tutte le qualità musicali di questo eterogeneo collettivo di artisti, in un brano che oltre a richiamare in generale i maggiori compositori classici, chiama inevitabilmente in causa anche i Ne Obliviscaris e un vecchio disco dei francesi Kalisia ('Cybion'), in un pezzo incredibile che da solo varrebbe l'acquisto di questo lavoro che si candida a questo punto ad essere nella mia personale top ten del 2020. Complimenti! (Francesco Scarci)

mercoledì 11 novembre 2020

Fovitron - Altar of Whispers

#PER CHI AMA: Thrash/Symph Black, Septicflesh
Rimango sempre stupefatto quando tutto il mondo recensisce un disco e in Italia manco ci accorgiamo della sua uscita. Per fortuna nel Pozzo gli occhi rimangono costantemente aperti e dalla scena greca ecco emergere i Fovitron. Con un'assonanza nel nome ai Varathron mi aspetto francamente anche di ritrovare una qualche similitudine a livello musicale. Con grande curiosità inserisco quindi il cd nel lettore per poter scoprire qualcosa di più di questo 'Altar of Whispers', debutto sulla lunga distanza per il quintetto ateniese, dopo l'EP omonimo del 2017. Ad accoglierci la classica intro tastieristico strumentale che prepara il campo a "Inner Demons" e al suo lungo incipit atmosferico che dopo 90 secondi ci mostra finalmente la reale faccia dei nostri, ossia un black sinfonico scuola anni '90. Perchè dico questo? Semplicemente perchè nelle linee di chitarra di Fovitrus ci sento Emperor e Limbonic Art, sebbene il massivo uso di synth e keyboards ne affievolisca l'irruenza, inutile però negare che la song al suo interno presenti echi di "I Am the Black Wizards". E questo non vuole essere certo un punto a sfavore dei nostri, semmai delinea con maggiore certezza, le fonti influenzali dei cinque greci. "Dreading the Night" sembra dirci qualcosa di più, ossia che le radici dei Fovitron affondano comunque nel thrash primordiale dei Rotting Christ. Mi sembrava strano che non emergessero echi di quell'hellenic sound che è percepibile in tutte le band greche. A fronte di un riffing thrash metal, i nostri ne arricchiscono gli arrangiamenti con un sound più oscuro, con una buona linea melodica che rende la proposta, se volete più ruffiana, ma semplicemente più abbordabile nell'ascolto. E cosi, se all'inizio di questa recensione ipotizzavo un qualche punto di contatto con i Varathron, dopo una manciata di brani posso anche ammettere di non pensar male viste le affinità a livello sinfonico che si possono riscontrare tra le due band. Molto meglio comunque un pezzo come "Wasteland of My Dreams", aggressivo al punto giusto, dotato di una buona dose di orchestrazioni che ammiccano ai Septicflesh, ma anche ai Dimmu Borgir e Carach Angren, per un risultato che francamente, i fan del genere non potranno non apprezzare. Io sono uno di quelli che peraltro pensava che il black sinfonico, fatto salvo per una manciata di band, ormai fosse un genere ormai morto. Eppure, realtà come quelle di oggi mi dimostrano fortunatamente il contrario, che è sempre bello e straordinario esplorare il mondo sotterraneo e imbattersi in realtà come i Fovitron. E allora continuiamo a godere delle sinfonie di "Endless Whispers", una song che vede la partecipazione alla voce di Nancy Mos, vocalist dei conterranei e sconosciuti Fortis Ventus, autori di un unico EP nel 2017, scuola Nightwish. Fortunatamente, l'apporto di Nancy non è cosi massivo da oscurare lo screaming del vocalist Nuntius Mortis, si affianca e neppure in modo troppo invasivo. Esperimento riuscito. "Remembrance" è un pezzo con un sinistro incipit atmosferico sulla cui coda irrompe una ritmica forsennata, tastiere allucinate ed uno screaming strinato. Tutte queste caratteristiche eleggono questa song quale mia preferita del cd, forse per qualche implicito contatto con gli Old Man's Child che emergerà anche nella successiva "When Darkness Falls", un pezzo epico e sinfonico. Un'ultima citazione prima della chiusura, va a "The Deathbringer" con quella sua pomposa parte iniziale ancora di scuola Septicflesh ed un finale in costante crescita, davvero avvincente in quanto dotato di una certa vena vichinga. In chiusura "The Minstrel of the Icy Keep", un altro pezzo di scuola Sakis & Co. che stabilisce l'approdo dalla mitologica Attica di una nuova ed interessante realtà musicale. (Francesco Scarci)

(Alcyone Records - 2020)
Voto: 73

https://altarofwhispers.bandcamp.com/

Invernoir - The Void and the Unbearable Loss

#PER CHI AMA: Death/Doom, Novembre, My Dying Bride
È diventata ormai pratica assai diffusa da parte delle band nostrane di affidarsi ai russi della Solitude Productions/BadMoodMan Music, quando si tratta di produrre dischi death doom. Dopo gli (Echo), i Rome in Monochrome e i Silvered (giusto per citarne alcuni), oggi è il turno dei romani Invernoir, che con 'The Void and the Unbearable Loss' si presentano al pubblico con il loro debut su lunga distanza, dopo l'ottimo EP di un paio d'anni fa intitolato 'Mourn'. Il quartetto capitolino, che vanta nelle proprie file membri di Ars Onirica e Black Therapy, ci offre otto tracce inseribili appunto in un contesto death doom. Ce lo conferma immediatamente l'apertura affidata alla title track ove, grazie ad un riffing piuttosto compassato di scuola britannica (My Dying Bride e primi Paradise Lost insegnano) e atmosfere autunnali, i nostri ci regalano una traccia strumentale che, pur durando sette minuti, sa più di intro che di un pezzo vero e proprio. Le cose si fanno decisamente più interessanti con "The Path", che prosegue una melodia che mi sembra di aver già captato nell'opening track, e che dà sfoggio della voce dei due cantanti (il primo un ibrido tra scream e growl, il secondo ovviamente in pulito) e ci consegna atmosfere di "novembrina" memoria, facendomi avvallare con un cenno affermativo della mia testa, la proposta dei nostri. Si, mi piacciono, questo è il significato, nonostante peraltro la loro musica non sprizzi originalità da tutti i pori. Perlomeno ci provano con grande convinzione e non posso che apprezzarli anche nelle porzioni più dilatate del brano, soprattutto laddove salta fuori un violino dal nulla (a cura di Margherita Musto) che mi fa letteralmente scappottare dalla sedia, inoculando nel disco una poetica che fin qui non avevo lontanamente pensato di trovare. Questo mi spinge a guardare i nostri da un punto di vista differente anche se l'incipit di "House of Debris" mi fa ripiombare nei miei pensieri iniziali. Evidentemente alla band servono comunque un paio di giri di orologio per rimettersi in carreggiata per farci saggiare il loro lato migliore, quello che prende le distanze dal death doom più scolastico e si lancia in sprazzi di una maggior fruibilità, una più ampia drammaticità e melodia, soprattutto dove il quartetto torna a rievocare la band di Carmelo Orlando e soci. Nella successiva "Suspended Alive" sono echi di 'Brave Murder Day' dei Katatonia ad emergere invece dalla musicalità sempre ricercatamente malinconica dei quattro musicisti italici. "Cast Away" suona nella sua prima parte come una sorta di ballad con tanto di atmosfere vellutate e voce pulita per poi dar sfogo ad uno screaming incazzato in un'alternanza musicale e vocale che vedrà i nostri più volte far ritorno a quella morbidezza iniziale. Esperimento ben riuscito. Ma la compagine nostrana non ha certo intenzione di fermarsi qui e in canna ha ancora qualche altro colpo ben riuscito che rendono questo lavoro un album di una certa rilevanza artistica: "The Burden" è il primo con la sua ottima ritmica, le harsh vocals del cantante ed una melodia di fondo sempre piacevole. Se "At Night" non mi fa proprio impazzire per la sua vena più orientata al funeral, mi lascio conquistare dalla seducente e conclusiva "The Loneliest", un pezzo che in alcuni tratti strizza l'occhiolino ai Saturnus, e che sancisce le qualità eccelse di una band da tenere assolutamente sotto stretta sorveglianza. (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music/Funere - 2020)
Voto: 75

lunedì 9 novembre 2020

Mammoth Grinder - Cosmic Crypt

#FOR FANS OF: Death Old School, Dismember
This album has an odd twist to it some strange genres mixed into one. But I thought it to be a solid release. I may be interested in their earlier material. I think that their "style" is pretty unique. Strange sort of atmospheric sound to the songs. But the music is wholly original and worthwhile, hence the "B-" rating. I think that they made something happen here as guttural but unique release! The leads aren't the greatest, I tended to favor the music over everything. The vocals are hoarse and they fit the music well. I liked the album pretty well. There weren't many songs that I disliked.

The riffs were unique and heavy. The whole aura of the album was eerie. I like it. The production quality could've been better but it is what it is. No one knows what happened to this band. It's a shame because they really had a lot to offer musically. The songs on here were pretty much like Dismember's 'self-titled' album. The main riffs that is. But they mold it into their own. I really like this band. Wish that they wouldn't have disappeared. There's so much that they have to offer. And the fact that their music is pretty original and noteworthy. I like how they put their songs together.

The production quality is the only thing that I took points off of as well as the leads. But the rhythm guitar is pretty well played out and heavy. I thought that from start to finish 'Cosmic Crypt' hit home with me! They really do a good job at orchestrating sounds. And the fact that they are their own unique style. I thought that there was nothing really that they needed to change on here. Just take out the leads pretty much because they were loud and screechy. Other than that, a great release! I think that unless they make a comeback, they'll leave it to this one as being their outro release.

You might be able to find this one on YouTube or Spotify. I'm sure that's possible. I bought the CD. But that's because I'm a CD collector. And it was worth it. I didn't think much of the album when I first heard it till I played it a few more times. The music is great on here. Just HEAVY and brutal. They put everything together very well. The vocals never changed throughout the release and the musical tempos were similar on each song. But they're very likeable, weird but OK. I showed the band support by buying their CD. I didn't know what to expect but it turned out to be good! Check them out! (Death8699)


Varde - Fedraminne

#FOR FANS OF: Black Folk
The Norwegian trio Varde was founded three years ago by musicians with, at least for two of them, a previous background in the metal scene, being especially linked to the black metal scene in Norway. I especially think to Nord, currently involved in the return of the excellent Russian band Tvangeste. In its short existence the band has been quite active releasing two singles, one promising EP and the recently debut album 'Fedraminne', which has been released by the always reliable label Nordvis Produktion.

Varde’s core sound is firmly rooted in the black metal genre, though the Norwegian folklore has a primordial influence both in its lyrics and the music itself. Moreover, the band has not fear to introduce some unusual influences which enrich its music. The debut album 'Fedraminne' is a mature evolution of those ideas, which have been represented in eight songs, with a quite interesting degree of variety. This remarkable diversity may surprise the unprepared listener in certain moments. Varde’s style has a raw nature in its heaviest moments, with some powerful riffs and a remarkable vocal performance with some vicious screams. Anyway, we will taste through the album a combination of influences and approaches, both in the vocal department with the introduction of different types of clean vocals and rhythmically with the introduction of different arrangements. The evocative opening track, "Kystbillede del I" is a nice first example of it, with an excellent mixture of delicate keys, great riffs and a different range of vocals. We can also find more straightforward tracks like "Halvdan Svarte" or the more extreme one "Forbundet", which show Varde’s rawest face, with a high dose of aggression in the later one. The more surprising homonymous song shows in contrast the most experimental side of Varde, where we can find acoustic guitars, saxophone leads and folk influenced clean vocals, which create a totally different composition. Surprises don´t end here as a song like "Skuld" could confuse us with its industrial and martial sound, bringing us back those industrial black metal influences. The track itself is a good piece, though I must admit it may sound a little bit out of place in comparison with the general tone and conceptual background of the album. The closer song, "Kystbillede del II", is a nice summary of the album, combining atmospheric touches, experimental details and a more blackish and aggressive second half. In this final section both influences converge lead by ferocious vocals and a faster pace, until the rhythm decreases and the initial experimental and quiet introduction returns, making this song a remarkable way of ending this debut album.

All in all, 'Fedraminne' is a good work with some truly interesting and even genuinely surprising moments, which make the listener be reasonably excited with every song that comes next. This is always good when the quality is high and in general terms, Varde has created a fine release, which should help them to receive some attention from the scene. (Alain González Artola)


(Nordvis Produktion - 2020)
Score: 76

https://vardeband.bandcamp.com/

domenica 8 novembre 2020

Well of Night - The Lower Planes of Self​-​Abstraction

#PER CHI AMA: Black Metal
Nati dalle parti di Dayton in Ohio, i Well of Night sono un quartetto in giro dal 2015, che ingloba nelle proprie fila membri di Tryblith, Engraved Darkness ma anche un ex membro degli storici Acheron. La proposta musicale di questo 'The Lower Planes of Self​-​Abstraction', primo full length per i nostri dopo un EP uscito nel 2016, converge verso un black melodico, sorretto peraltro da un'ottima produzione che rende il suono gonfio e potente. Sei i brani a disposizione per saggiare di che pasta sono fatti i nostri. E la furente opener, "Black Alder Sacristy", ci mostra sin da subito l'aggressività di cui è dotato il quartetto statunitense. I nostri combinano infatti chitarre ringhianti sparate a tutta birra, interrotte da break più ragionati, in cui le sei corde si concedono in formato tremolo picking, regalando sprazzi di melodia, sui quali si stagliano le screaming vocals di Max Otworth. Il risultato, per quanto scarseggi in termini di originalità, ha comunque un suo perchè, soprattutto nella parte conclusiva del pezzo, dove le ambientazioni orrorifico/angoscianti hanno la meglio su tutto il resto. La delirante ritmica di "Allegiance to the Barren Lands" chiama in causa per destrutturazione, i Deathspell Omega, anche se i francesi rimangono un paio di spanne sopra, semplicemente perchè i Well of Night prendono altre strade che vedono comunque il sound saturarsi in modo quasi esagerato. Muri ritmici invalicabili riempiono cosi le nostre orecchie con funambolici giri di chitarra e maledettissime harsh vocals che trattano tematiche legate a stati emotivi distorti e allucinati. La proposta del combo si fa intrigante, soprattutto laddove la band associa al black una bella dose di doom a rendere il tutto non proprio cosi banalmente prevedibile come credevo inizialmente. C'è intelligenza musicale dietro le note di questo lavoro, che si palesano nella violenza maligna di "Doctrine of Futility and Human Extinction", un'altra scheggia di violenza che vede una tempesta di blast beat, basso e chitarre abbattersi sulle nostre teste, con i vocalizzi abrasivi del frontman che completano un quadro di suoni vorticosi, mefitici ed infernali di grandissimo impatto. Sempre meglio direi, con la consapevolezza comunque che i nostri non hanno certo scoperto l'acqua calda. Con semplicità e naturalezza, i quattro musicisti americani costruiscono un sound credibile, solido ed interessante che ha ancora modo di dire la sua attraverso le note della rutilante ma forse un po' più elementare (e ridondante da un punto di vista ritmico) "Ritual of the Seven Shrines". Molto meglio invece "Apex and Eschaton", con i suoi cambi di tempo marziali, i suoi ammiccamenti agli Emperor, ma anche ai Carach Angren (ovviamente deprivati della componente orchestrale). Qui però c'è un sorprendente break centrale che cattura l'attenzione dell'ascoltatore e ci dirige con il fare pungente delle chitarre verso strani lidi psichedelici, prima di ritornare sulla rotta maestra del black. In chiusura, i dieci minuti abbondanti della tenebrosa "Ossuary of the Fallen Snow", song dotata di una notevole spinta melodica che le permettono di fissarsi immediatamente nella testa, sebbene nella sua progressione dirompente, il black dei Well of Night sembri deragliare in porzioni più death metal oriented, soprattutto quando i nostri decidono di osare e spararci in faccia un assolo da paura che mi provoca un godimento esagerato, spingendomi a dire che il prossimo lavoro di questi quattro individui dovrà essere necessariamente una bomba. Per ora il debutto dei miei nuovi paladini del black a stelle e strisce è un qualcosa che merita decisamente una chance da parte vostra, per il resto, cari Well of Night, vi dico fin da adesso che mi aspetto un nuovo lavoro scrostato dalle imperfezioni qui riscontrate, con una dose di originalità ben maggiore che vi permetta di fare un prepotente ingresso nell'elite del black metal. Bravi, mi siete piaciuti. (Francesco Scarci)

(Self - 2020)
Voto: 74

Starless Domain - ALMA

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Gli Starless Domain li abbiamo incontrati già un paio di volte lungo il nostro cammino e io li ho particolarmente apprezzati quanto lo scorso anno fecero uscire quasi in contemporanea, 'EOS' e 'ALMA', quest'ultimo però solo in formato digitale. La Aesthetic Death, presasi in carico dell'uscita in cd del primo lavoro, ha pensato bene di rilanciare in questo 2020, anche il secondo, che riparte dalle medesime coordinate sonore che avevo già apprezzato in 'EOS'. Stiamo parlando di un black cosmico che si palesa nei 44 minuti dell'unica traccia qui contenuta. Facile pertanto per il sottoscritto descrivere i contenuti di "Alma" che rispetto al precedente album, perde forse in imprevedibilità e ci consegna un lungo e reiterato black fatto di sonorità terrificanti. Questa è la prima parola che mi sovviene durante l'ascolto, in quanto quelle urla che si dipanano in sottofondo, mi fanno immaginare a quelle dei dannati imprigionati nell'Inferno dantesco o se vogliamo rifarci ad un paragone più attuale, a tutti coloro nel mondo che oggi sono bloccati nelle loro case dal lockdown. È pertanto pauroso quindi l'effetto che ne deriva, mi angoscia, mi attanaglia la gola, l'ansia cresce frenetica e non bastano francamente quei break atmosferici, a base di elevate dosi di synth, a stemperare il delirio che nel frattempo è esploso nei miei emisferi cerebrali. Ancora una volta la musicalità disturbante del trio dell'Oregon si rivela poderosa, ma non so francamente se a questo punto sono ancora cosi predisposto ad ascoltarla. Detto questo, confermo le ottime impressioni che avevo palesato ai tempi di 'EOS', certo è che l'ascolto diventa sempre più complicato in questi folli tempi di morte. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2020)
Voto: 75

https://starlessdomain.bandcamp.com/album/alma

Sibireal - Blood Color Sky

#PER CHI AMA: Thrash Black
Ogni giorno mi rendo sempre più conto di quanto sia infinito l'underground musicale. Dalle zone dell'Altai, la porzione siberiana al confine col Kazakistan, ecco arrivare il quartetto dei Sibireal e il loro immaginario thrash black. La proposta dei quattro russi è sicuramente molto particolare, schizoide mi verrebbe da dire. Se l'intro "Aktilirauw" potrebbe somigliare più ad un rituale sciamanico, la successiva title track sembra mostrare i deliri schizofrenici di cui la compagine di Biysk sembra essere affetta. La proposta è infatti una carneficina di urla iraconde che poggiano su ritmiche tipicamente thrash metal per un effetto dapprima disturbante ma che comunque mostrano il loro perchè. Niente di rivoluzionario sia chiaro, però mi sento di dire che non va necessariamente bollato come negativo cosi di primo acchito. Al suo interno è pure frequente fare incontri con il punk/hardcore ma non solo, visto che, cosa più sconvolgente, ci ritroviamo aver a che fare anche con quegli evocativi cori che si trovano poi in "Through the Pain", che mescolano le carte in tavola. Diciamo che il problema dei Sibireal risiede forse nel non aver ancora messo a fuoco la direzione che i nostri vogliono intraprendere in quanto c'è un po' di marasma sonoro e ancora una certa immaturità che probabilmente ne penalizzano il risultato finale. "The Way of Ego" è un pezzo black che probabilmente risulterà più interessante per ciò che concerne le liriche che trattano temi di psicanalisi legati alla conoscenza di se stessi. Anche "Giennah" è ancora un po' troppo scolastica per quanto l'assolo non sia affatto male. Gli altri pezzi qui contenuti, lasciano presagire una certa vena di follia, ma per ora francamente il tutto è ancora in fase di maturazione, considerato che la stesura dei brani (fatto ovviamente salvo per la cover dei misconosciuti thrashettoni ucraini Fatal Energy) risale addirittura al periodo 2008-2010. E allora sarei un po' più curioso di sapere come suonano i Sibireal oggi e vedere in 12 anni quali progressi siano stati fatti. Per ora niente più che un'ordinaria sufficienza. Ma mi aspetto decisamente di più, pena una fragorosa bocciatura. (Francesco Scarci)

(GrimmDistribution/Wings Of Destruction - 2020)
Voto: 60

https://grimmdistribution.bandcamp.com/album/063gd-sibireal-blood-color-sky-2020

Intaglio - S/t

#PER CHI AMA: Funeral Doom
A distanza di 15 anni dalla data del rilascio ufficiale del debut album dei russi Intaglio, la Solitude Productions ha pensato bene di tornare a riproporre quel lavoro completamente remixato, con un nuovo artwork, un interludio in più e i titoli delle canzoni tradotte in inglese (tanta roba insomma). Era il 15 ottobre 2005 allora, è il 15 ottobre 2020 oggi, quando la release ha spento le sue prime 15 candeline. Per chi non li conoscesse e per chi non avesse mai avuto a che fare con la label russa, beh sappiate che fra le mani abbiamo un discreto lavoro di funeral doom, che parte dalle abissali sonorità di "Dark Cherry Day" che per 12.57 minuti (13 secondi in meno della traccia originale), ci spingono nel profondo con le catacombali atmosfere create dal combo originario di Orël. Gli ingredienti inclusi in questo lavoro sono inevitabilmente i soliti, con le classiche ritmiche a rallentatore, le voci dall'oltretomba e qualche lungo frangente acustico che stempera una pesantezza a tratti sfiancante per quanto desolante essa sia. Il brano non disprezza nemmeno una certa vena melodica, chiaro che per chi non mastica il genere, non è che sia cosi facile avvicinarsi ad una proposta cosi conservatrice. "Interlude" lega con la sua placida malinconia strumentale il precente pezzo con "Solitude", per un'altra estenuante song di nostalgica battaglia interiore. Oltre dodici minuti di sonorità opprimenti che seguono sulla falsariga, quanto tracciato dal precedente brano, insomma la colonna sonora ideale per chi è rimasto recluso in casa in uno dei tanti lockdown sparsi nel mondo e stia vagamente pensando a farla finita. Ecco, "Solitude" credo che potrebbe dare la giusta spinta a tutti coloro che si trovano in tale situazione di equilibrio precario, quindi vi prego, maneggiate con cura e se non siete proprio dell'umore giusto, beh forse è meglio posticipare l'ascolto degli Intaglio a tempi migliori. Soprattutto perchè a rapporto mancano ancora gli angoscianti dieci minuti di "Wind of Autumn" (nella sua versione originale peraltro ne durava più di 17): la song parte piano con lievi tocchi acustici che lasciano ben presto il posto ad un riffing marcato, pesante, plumbeo quanto basta per darci il colpo di grazia definitivo e farci sprofondare nella disperata mediocrità della nostra vita. Amen. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions/Weird Truth Productions - 2005/2020)
Voto: 68

https://intaglio.bandcamp.com/album/intaglio-15th-anniversary-remix