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mercoledì 23 gennaio 2019

Self-Hatred - Hlubiny

#PER CHI AMA: Death/Doom, Saturnus
Prosegue la nostra esplorazione nell'ambito della musica del destino là, nell'infinito mondo creato dalla Solitude Productions. Questa volta l'etichetta russa ci accompagna in Repubblica Ceca, alla scoperta dei Self-Hatred. Come s'intuiva dalla mia apertura, ci troviamo al cospetto di una band death doom, che di primo acchito mi ha ricondotto a 'For the Loveless Lonely Nights', splendido EP dei Saturnus. Non chiedetemi perchè o per come, ma questo è quanto ho percepito dall'ascolto dell'opener "Konec". Forse un'affinità vocale, un mood malinconico come solo Saturnus e pochi altri sanno trasmettere o chissà, fatto sta che io ci ho sentito questo e l'ho apprezzato non poco. C'è poi chi storce il naso quando ci si muove in territori assai derivativi, ma d'altro canto che altro si può inventare in questo genere? Andare sempre più lenti è già stato fatto, essere più pesanti pure, tanto vale godersi qualche buon pezzo di musica emozionale, atmosferica, insomma del buon death doom (cantato peraltro in lingua madre), come quello sciorinato in "Odraz", una song diretta, melodica che va dritta al punto e alla fine dell'ascolto ti dici anche soddisfatto. Più lenta la title track, ma decisamente efficace nella sua linea di chitarra melodica. Ci si riprende alla grande con "Střepy" e la successiva "Vzplanutí", due song dinamiche dove la band di Plzen si discosta dai dettami del genere lanciandosi in pezzi più movimentati e brevi (tra i 5 e i 6 minuti, sebbene i dettami vogliano durate più importanti e ritmi più lenti). In "Apatie" è lo spettro dei primissimi Novembre a far capolino, con una ritmica (e delle vocals sussurrate) che per certi versi mi hanno ricordato alcune cose contenute in 'Wish I Could Dream It Again...'. A chiudere le danze di 'Hlubiny' arriva la strumentale "Epitaf" che chiude timidamente la prova dei Self-Hatred, una band da tenere sicuramente sotto stretta osservazione. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2018)
Voto: 75

https://self-hatred.bandcamp.com/

martedì 22 gennaio 2019

Taur-Im-Duinath - Del Flusso Eterno

#PER CHI AMA: Black, Umbra Noctis
Se Cristo si è fermato ad Eboli, proprio da qui parte la proposta dei Taur-Im-Duinath (che in lingua "tolkeniana" sta per foresta fra i fiumi), one-man-band di F., già membro dei Pàrodos e live session degli Scuorn. 'Del Flusso Eterno' è il full length d'esordio del musicista campano che affronta in queste otto tracce, il tema del viaggio spirituale, teso ad abbracciare la circolarità dell'Universo e le sue forze di creazione e distruzione. Temi filosofici interessanti che si accompagnano a quelli altrettanto delicati della condizione umana, sorretti da un sound votato ad un black metal epico e feroce, il tutto rigorosamente cantato in italiano. Scelta azzeccata, un po' controcorrente rispetto ad un monicker che si rifà invece alla tradizione elfa, ma niente da obbiettare sia chiaro, solo un pensiero ad alta voce il mio. Si parte con la classica sognante intro e poi spazio a "Rinascita" e ad un black secco ed essenziale, forte nell'epicità delle sue chitarre, un po' meno nel minimalismo artificioso della drum machine. Ottime le vocals, graffianti, e sempre intellegibili, che ci permettono di seguire le liriche del factotum italico. "Cosi Parlò il Tuono" irrompe selvaggia, con un sound che potrebbe ammiccare ai Windir per epicità, ma anche agli Emperor e ai nostrani Umbra Noctis, sebbene non manchino momenti più doom oriented, soprattutto nella parte conclusiva del brano che segue peraltro uno splendido assolo dal forte sapore rock che attenua una ritmica incessante, di nero sentore post-black. La title track è una traccia più classica, legata a schemi canonici e derivativi dalla fiamma nera: chitarre zanzarose, il classico screaming, buone melodie mid-tempo e apparentemente poc'altro. La song cattura l'attenzione infatti per un malinconico break centrale di chitarra acustica e delle voci sussurrate, e per una conclusione finalmente accattivante. Un mini break di quasi due minuti per prendere fiato e ripartire dalla primordiale "Il Mare dello Spirito", una song che miscela il black ad una sempre più sentita vena malinconica. Un intro di un minuto e mezzo prepara "Ceneri e Promesse", song dal piglio solenne, strisciante nel suo incedere, quasi al limite dello sludge, che sembra prendere le distanze dalle altre song del lotto. Insomma, gli ingredienti per fare bene ci sono tutti, sebbene un certo ancoraggio a sonorità del passato un po' troppo abusate e a certe leggerezze a livello di produzione. Peccato poi per un outro francamente inutile, avrei optato per qualcosa più in linea con la proposta della band. Considerato lo status di debutto, 'Del Flusso Eterno' è comunque una release positiva, per cui auspico una maggior cura nei dettagli nei lavori a venire. (Francesco Scarci)

Ananda Mida - Cathodnatius

#PER CHI AMA: Psych-rock '70s/Stoner/Garage, Brant Bjork
Gli Ananda Mida sono una creatura strana: il collettivo veneto è guidato da Max Ear (ex OJM) e Matteo Pablo Scolaro, entrambi coinvolti direttamente nell’etichetta GoDown Records. Da un primo, acerbo EP del 2015 a questo secondo full–length (che segue l’ottimo 'Anodnatius'), i due hanno suonato con line-up modulari, con o senza cantanti, aggiungendo tastiere, organi, percussioni a seconda delle necessità. Le coordinate musicali degli Ananda Mida, pur con la dovuta maturazione, sono tuttavia sempre rimaste costanti: l’ispirazione settantiana è fortissima, e premia una attitudine più garage che stoner (“Blank Stare”, con quel rullante insistentemente in battere), e sicuramente più psichedelica che metallara. Le vocals — c’è un ottimo Conny Ochs al microfono — sono calde, coinvolgenti, persino mistiche (la ballad acustica “Out Of The Blue” ne è un ottimo esempio). Melodia e timbrica ricordano da una parte il Jim Morrison dei The Doors, e dall’altra i recenti lavori di Brant Bjork — con i quali gli Ananda Mida condividono anche una certa passione per il rock/blues tinto di roots (“Pupo Cupo”). Fra i cinque brani di cui è composto 'Cathodnatius' spiccano i 22 minuti di “Doom and the Medicine Man”, che chiude il lavoro: una sorta di manifesto degli Ananda Mida, una suite lisergica dalle tinte southern (intendiamoci: qui di doom c’è solo l’ispiratissima lentezza dei bpm!), guidata dalle ottime chitarre di Matteo e Alessandro che trasudano delay e riverberi mentre macinano riff, accordi e soli. Bisognerà attendere la metà del brano per la prima accelerazione verso sonorità più stoner e spinte — ma il feeling è sempre lo stesso: occhi chiusi, braccia al cielo e testa che ciondola a tempo — per chiudere poi in un finale strappa-mutande dove a spiccare è nuovamente la voce del bravo Conny. Un lavoro scritto, arrangiato, registrato e prodotto con una precisione maniacale, che conferma gli Ananda Mida come vero gioiellino del panorama italiano. (Stefano Torregrossa)

lunedì 21 gennaio 2019

Ivan - Memory

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Nella definizione di mattone, accanto a quella di materiale laterizio o di cose o persone pesanti e noiose, dovremo aggiungere anche gli Ivan, un duo proveniente dall'Australia che ha rilasciato questo terzo lavoro, 'Memory', sottoforma di due brani davvero ostici da digerire. E non solo per una lunghezza estenuante, oltre 48 minuti, più che altro per un andamento davvero lento ed inesorabile. Come immaginerete, siamo nell'ambito del doom estremo, peraltro ben suonato, però a questi ritmi, davvero sfiancante. Si apre con il decadente suono di "Visions" e quello che preme innanzitutto sottolineare, è la performance (apparentemente) meravigliosa al violino, di Jess Randall, session man della band accanto ai due virgulti che portano avanti il progetto. Il violino di Jess si prende infatti la scena per quasi quattro minuti di strazianti melodie su cui poggeranno le vocals e la ritmica dei due musicisti di Melbourne. Tuttavia, il violino persiste nell'essere il vero driver del flusso sonoro degli Ivan, occupando per la maggior parte del tempo, il ruolo di indiscusso protagonista del cd, da un lato edulcorando la proposta del duo, dall'altro, mi verrebbe da dire che dopo un po', l'espressività, la poesia e l'effetto sorpresa legate al suono di quel magnifico strumento, vengono meno. Ed ecco, dopo una decina di minuti trovarmi a lamentarmi dell'ingombranza del violino stesso che alla fine si prende tutta l'attenzione, onori ed oneri, di un sound si claustrofobico, ma che alla lunga risulta troppo monolitico. Dura sorbirsi gli oltre 22 minuti dell'opener, privi di un vero spunto vincente, non parliamo poi dei 26 di "Time is Lost". La song apre con un'abbinata pianoforte/violino, che preannuncia quanto dovremo attenderci in quest'infinita suite, che vede proporre le classiche ritmiche funeral, abbinate a lamentose linee melodiche di chitarra e al growling da orco cattivo del vocalist, questo però propagato all'infinito. Certo, aspettatevi ancora qualche break affidato al solito strumento a corde, ma nessun altro particolare sussulto teso ad interrompere lo scorrere struggente di un disco che dire impegnativo è poco. Si, insomma un buon mattone da cui partire per costruire le basi future di un suono auspichiamo più dinamico. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2018)
Voto: 65

https://ivanbandau.bandcamp.com/album/memory

Velvet Dream - Darkened Mysteria

#FOR FANS OF: Ambient, Vinterriket
Now that the winter is with us, it is the perfect time to enjoy some freezing and cold music. On this occasion, I reviewed the new opus of a German project called Velvet Dream. I have no information about the memberst of this mysterious project, which I suppose only increases the veil of mystery that this project tries to create around its music. Velvet Dream plays a very bleak and cold form of ambient music, which inevitably reminds me one of the titans of the scene, the mighty Vinterriket. This project has obviously some similarities though they try to add elements which try to enrich a style not known for being very varied. 

'Darkened Mysteria' is in fact a long work, lasting one hour, that for the profanes in this genre, it may be too repetitive or boring, but as I supporter of this kind of music, I can find tiny details which make the album interesting. The keys have in general a dark tone, but sometimes they also sound ethereal and otherworldly. In contrast with the aforementioned ambient legend Vinterriket, the keys sound really hypnotic but not exclusively cold and wintry. Sometimes they are accompanied by other sounds, like footsteps in the snow, which can be heard the album opener “Winter im Gebirg”. In other occasions, the band adds some natural sounds, like water flowing as occurs in the second track “Calling of Morpheus”, or a thunder. Thanks to these adds, some songs sound like a soundtrack of a remote and isolated landscape and they have a more natural approach, which reminds me those nature themed ambient albums.

Anyway, the album has a general dark and tenebrous tone with songs which sound especially bleak and mysterious, like the third, the longest track “Im Kristallsaal des Herrschers”. But the project shines, if I can use this term taking into account the content of the album, when they combine those dark and monotonous keys with others more ethereal and gorgeous, like it happens in “In den Hallen des Basaltberges”. In those moments, the combination looks inspired and makes Velvet Dream´s music more enriching and interesting.

In conclusion, Velvet Dream has released a quite good album of dark ambient, which obviously sounds cold and bleak, but also warmer when the band introduces nature-esque sounds. Moreover, the project appears more interesting when they combine different keys avoiding too long and monotonous sections, so I hope they will offer us in the future, more songs in the vein of the excellent “Calling of Morpheus”. (Alain González Artola)

(Into Endless Chaos Records - 2018)
Score: 70

https://www.youtube.com/watch?v=ySpMV-iKs9g

domenica 20 gennaio 2019

HolyArrow - Fight Back for the Fatherland

#PER CHI AMA: Epic Black/Thrash, primi Bathory, Darkthrone
Una sorta di rivisitazione della marcia funebre apre questo 'Fight Back for the Fatherland', secondo lavoro per la one man band cinese HolyArrow, capitanata da Shi Kequan, membro dei Demogorgon, ed ex dei Black Reaper, due realtà che già abbiamo incontrato qui nel Pozzo dei Dannati. La proposta del factotum della provincia del Fujian, è legata ad un black melodico pervaso da una certa vena folklorica ma anche da un più classico heavy metal. Niente per cui strabuzzare gli occhi o fregarsi le mani, per carità, però l'artista cinese offre un sound onesto che, partendo dall'intro "Upon the Ashes and Ruins" fino a "The Massacre Feast", regala quasi cinquanta minuti di estremismi sonori narranti stralci di storia cinese. E cosi diventa interessante ascoltare i quasi undici minuti di "Flames of War" e quel suo sound intriso di un'epicità guerresca che si traduce in lunghe cavalcate melodiche. Quello che a volte stride però, e sarà palese anche nei pezzi successivi, è una certa caoticità di fondo a livello sonoro, con gli strumenti che a volte s'impastano un po' troppo tra loro. "To Defend Fatherland" è un buon pezzo black thrash che mostra più di un'affinità con i primi Bathory, non fosse altro per un'alternanza vocale tra lo screaming ed un cantato epico in stile 'Hammerheart'. "The Ispah Rebellion" narra con una certa irruenza, una serie di guerre civile occorse nella provincia del Fujian nel 14° secolo sotto la dinastia Yuan. Quindi, ancora una volta, ecco al nostro servizio una lezione di storia combinata con la giusta colonna sonora a supporto, in cui sottolineerei la prova delle chitarre, non tanto a livello tecnico ma per le melodie tessute che ricalcano propriamente attimi di veemenza magari legati alle narrazioni di battaglie, con altri più calibrati e melodici. Più thrash oriented la title track, che vive comunque di un carattere ondivago legato ai molteplici cambi di ritmo in essa contenuti, in un incedere che sa anche di Darkthrone. A chiudere, arriva "The Massacre Feast", e il suo attacco ferale in stile death floridiano che mette un po' di subbuglio alla proposta degli HolyArrow, considerato quel tremolo picking a livello ritmico e i suoni folk che da li a breve esploderanno nell'incasinata proposta dell'act cinese. 'Fight Back for the Fatherland' è alla fine un disco interessante, soprattutto per i contenuti storici affrontati nelle sue liriche, che soffre tuttavia ancora di qualche ingenuità di troppo e leggerezza che dovrà essere limata nelle prossime uscite. Nel frattempo l'ascolto del disco è per lo meno consigliato per avvicinarsi ad un'altra esotica creatura del panorama estremo asiatico. (Francesco Scarci)

Revolutio - Vagrant

#PER CHI AMA: Thrash/Groove, Nevermore, In Flames
A volte le copertine degli album hanno il potere di invogliarne l'ascolto. Ho provato quest'esperienza con i bolognesi Revolutio: quando ho visto la cover di 'Vagrant' infatti, ne sono rimasto affascinato e cosi mi sono avvicinato alla band. 'Vagrant' rappresenta il debutto sulla lunga distanza per i quattro musicisti nostrani, dopo l'EP d'esordio uscito nel 2013. Dopo un lustro di messa appunto, i nostri tornano con dieci pezzi nuovi di zecca che si aprono con le sirene dall'allarme di quella che immagino essere un'esplosione nucleare. Ciò che successivamente deflagra nei vostri impianti hi-fi con "Meek and the Bold", è una canzone iper pompata all'insegna di un thrash metal ultra carico di groove, che in fatto di sonorità mi ha ricordato un ibrido tra Nevermore, Overkill, In Flames e Gojira, mentre a livello vocale, la voce del frontman, si presenta assai graffiante. Quello che mi prende è comunque la carica energetica che i nostri sanno generare con le loro rincorse metalliche. Bella la cavalcata in "What Breaks Inside", che mette in mostra le abilità nei cambi di tempo del quartetto italico. Meno esagitata invece "The Oracle", ben più ritmata e ricca di cambi di tempo, con la voce di Maurizio Di Timoteo a mostrare le sue molteplici sfaccettature, dall'urlato, all'accenno di un cantato in growl, alle spoken words di inizio brano e molto altro ancora, a ricordarmi peraltro la performance di un vocalist, quello dei Rage, che non sentivo da quasi vent'anni. Insomma c'è un po' di tutto in questa centrifuga sonora, che ha anche il merito di sciorinare un bell'assolo di classica scuola metallica ed un break che evoca un che anche dei Pantera. Si torna a pestare sull'acceleratore con "Ozymandias", una traccia che definirei in classico stile Revolutio, che sfoggia un altro bel solo di scuola rock, con il sound che diviene via via sempre più possente. Più malinconica invece "Eclipse" un pezzo strumentale, dove la chitarra sopperisce adeguatamente all'assenza della voce. Un bel basso metallico apre "Silver Dawn", dove la voce cupa e sofferta di Maurizio, viene accompagnata da ottime percussioni e da un riffing oscuro di chitarra, in quella che è la song più stralunata del lotto che suona come una sorta di semi-ballad. Dall'orrorifico break centrale con tanto di riferimenti ai King Diamond, ad un'ascesa ritmica di matrice Metallica (e questa volta lo scrivo maiuscolo per indicare nei Four Horsemen il chiaro riferimento). Una chitarra acustica apre "Requiem", un pezzo che potrebbe essere accostabile ad una "Nothing Else Matters" o "The Unforgiven", con la voce di Maurizio che ammicca, pur non arrivandoci, a quella di James Hetfield. Ottimo il lavoro del chitarrista solista, che nella successiva "Daydream" sembra lanciarsi in atmosfere di settantiana memoria che si miscelano alla grande con l'irruenza dei nostri. La sensazione che mi ha colpito è però quella di stare ascoltando un album totalmente diverso da quello delle tracce iniziali, e questo assolutamente non è un male, perché alla fine di 'Vagrant' mi ha colpito la sua eterogeneità. Quello che invece ho trovato incomprensibile, più che altro per l'estenuante durata - quasi 15 minuti, è il finale affidato a "The Great Silence", che sembra essere il rumore di fondo che rimane dopo l'esplosione atomica, beh ecco, di una decina di minuti ne avrei fatto volentieri a meno. Ci resta alla fine una buona prova di una band che, pur essendo agli esordi, mostra già una certa maturità tecnico-compositiva. (Francesco Scarci)

(Inverse Records - 2018)
Voto: 70

https://revolutio.bandcamp.com/

sabato 19 gennaio 2019

Voidhaven - S/t

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Anathema, My Dying Bride
In Germania la corrente death doom sta prendendo una piega interessante: dopo Ophis e Doomed, ecco arrivare anche i Voidhaven, con il loro EP omonimo di debutto. E dove il doom è di casa, c'è sempre lo zampino dietro della Solitude Productions, abile a mettere sotto la propria ala protettiva, anche questo quintetto di Amburgo. Solo due i pezzi a disposizione dei nostri amici teutonici, che in poco più di diciotto minuti ci fanno comunque capire di che pasta sono fatti. L'opener, "The Floating Grave" è una song lenta, dai tratti malinconici, con un basso a metà brano che mi ha rievocato, ovviamente con le dovute proporzioni, "A Kiss to Remember" dei My Dying Bride. La song affonda le sue radici quindi in quel death doom di metà anni '90, affidando a ritmiche lente e profonde growling vocals, tutto il suo armamentario, senza dimenticarsi comunque di parti arpeggiate e clean vocals che rendono il tutto atmosfericamente più morbido e accessibile ad un più ampio pubblico. "Beyond The Bounds Of Sleep" apre con un altro arpeggio e delle voci sussurrate che si tramutano ben presto in un rifferama di scuola Anathema, quelli dei tempi di 'The Silent Enigma', combinandosi poi in parti più ariose (con voce pulita annessa) che chiamano in causa gli Swallow the Sun. Insomma 'Voidhaven' è un bel biglietto da visita per i nostri, in attesa di un album di durata più corposa. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2018)
Voto: 70

https://voidhaven.bandcamp.com/releases

Pensées Nocturnes - Grand Guignol Orchestra

#PER CHI AMA: Avantgarde Orchestral Black Metal
Nel Pozzo dei Dannati, ci eravamo fermati alla recensione di 'Nom D’Une Pipe!', quarto disco uscito per la Les Acteurs de l'Ombre Productions, poi il successivo 'À Boire et à Manger' fu autoprodotto e finalmente oggi il ritorno per l'etichetta francese, con il nuovissimo 'Grand Guignol Orchestra'. I Pensées Nocturnes sono tornati, con altre dieci tracce all'insegna di una follia avanguardistica grottesco musicale. Non sbagliano un colpo i nostri trapezzisti parigini, con un lavoro che fin dall'artwork e il booklet interno, colpisce per fantasia e originalità. Li ho definiti dei trapezzisti, ma potrei aggiungere clown, giocolieri, funamboli, mangiafuoco, ammaestratori di pulci o addestratori di serpenti, il risultato non cambierebbe. La band nelle dieci tracce qui contenute ne combina, come sempre, di tutti i colori, dal black orchestrale con tanto di fisarmoniche incorporate di "Deux Bals Dans la Tête" alla tanghera "Poil de Lune", cosi ricca di una serie di citazioni musicali e letterarie al suo interno, da far impallidire un candidato al premio Nobel. Pura follia musicale, lo dicevo all'inizio, delizia per il mio palato e per i miei sempre più delicati timpani, che ringraziano solennemente. Ovviamente intersecato a questo delirio musicale, ci ritroviamo sempre il personalissimo black pomposo dei nostri, che talvolta dirotta nel swing ("L'Alpha Mal"), non dimenticandosi tuttavia come creare atmosfere orrorifiche da Luna Park del terrore. I Pensées Nocturnes sono dei fottuti geni, che tuttavia non potranno piacere a tutti, data la complessità estrema della loro musica, che trova riferimenti ancora con la lirica, il jazz, musica etnica e classica, avendo cosi modo di completare un quadro musicale che potrebbe avere le fattezze della 'Guernica' di Picasso, il tutto poi cantato in lingua madre, giusto per non rinunciare alla grandeur francese. La violenza prevale in "Les Valseuses", ma si sa quanto possa essere passeggera nella musica del quintetto transalpino, che tra controtempi ultra-tecnici, stop & go, inserti di musica anni '30, stralunatissime vocals e sax (che torneranno anche nella successiva, inizialmente oscura, ma poi dai profumi quasi caraibico-balcanici, "Gauloises ou Gitanes?"), c'è da divertirsi non poco. L'improvvisazione è la parola d'ordine per questi mattacchioni francesi, con cui francamente mi piacerebbe fare due chiacchiere per capire realmente quanto la loro psiche sia veramente deviata. Da colonna sonora "Comptine à Boire", una song forse leggermente meno fuori dagli schemi, che evoca un che degli Arcturus, ma che evidenzia sempre una certa abilità negli arrangiamenti, nella composizione e qui anche nei solismi, con una fuga di sax nel finale, davvero incredibile. C'è ancora tempo per gli ultimi minuti di follia con le rimanenti "Anis Maudit" e "Triste Sade". La prima ci conduce in un qualche nobile salotto dove tra lirica e jazz, c'è spazio anche per devastanti incursioni black. La seconda chiude invece, con una certa vena malinconica, quest'ennesimo e folle piccolo gioiellino targato Pensées Nocturnes. (Francesco Scarci)

Broken Down - Drop Dead Entertainer

#PER CHI AMA: Industrial/Electro, Ministry
Da Bordeaux ci arriva il nuovo lavoro dei Broken Down, un miscuglio musicale non del tutto originale ma funzionale e ben fatto. Racchiuso in un album di ben diciotto tracce tutte di breve durata che strizzano l'occhiolino all'industrial metal dei Ministry e al punk/hardcore vecchia maniera, confezionato con un artwork che potrebbe essere tranquillamente l'immagine ideale per un disco shoegaze. A detta dell'artista, questo cd sarebbe l'apice di una ricerca sonora intrapresa qualche anno fa dall'autore, un viaggio di scoperta sonica, libera da ogni convenzione che dovrebbe portare effetti innovativi sull'uso di suoni ritmici e inventiva elettronica originale e assai personale. Il risultato è 'Drop Dead Entertainer', un buon disco giocato sul tiro dell'industrial rock ed un'elettronica old school (Nitzer Ebb), dotato di una gran fantasia nel creare vocals e cori ad effetto, con richiami agli inni migliori degli anthems dei Misfits. Le canzoni sono tutte carine e piacevolmente orecchiabili, buona la composizione che tocca stili particolari come in "Balance" dove il canto richiama persino lo spettro degli straordinari The Stranglers! Il cantato si alterna tra toni irriverenti che calcano anche i passi dei The Damned di metà anni ottanta e le liriche vengono spesso intervallate da chitarre e growl in odor di electro metal teutonico in stile Atrocity (ricordate 'Werk 80'?). Colpisce la volontà di comporre musica ad effetto che per quanto dura sia, mantiene una sorta di contatto con l'art rock ed anche con una certa veste glam digitale e sarcastica ("Raging Inside") che fa di questo disco un catino di tanti rimandi musicali per intenditori e nostalgici di generi alternativi in voga qualche decennio fa, un modo di fare musica per certi aspetti vintage, anche se rimodernato e rimodellato con passione. La produzione è ben curata ed il suono è volutamente reso sporco, acido e alternativo; canzoni come "You Turn Now" ricordano il suono più cavernoso di certo death rock, oppure un primordiale gothic metal lastricato di ricercate soluzioni radiofoniche che si rendono sempre efficaci e mai banali, coinvolgenti come pochi riescono ancora a fare oggi. Così potrei accusare questo lavoro di rifarsi ai miti citati prima ma non potrei mai sbagliarmi nell'affermare, che questo è un buon disco, sicuramente interessante a suo modo, una raccolta di brani che lasciano l'ascoltatore con la drammatica scelta di dover decidere se odiarli od amarli... ma la vera domanda è: come resistere ad un brano come "Down the Stairs"? (Bob Stoner)

(Altsphere - 2018)
Voto: 70

https://broken-down.bandcamp.com/

Moss Upon the Skull - In Vengeful Reverence

#FOR FANS OF: Prog Death, Gorguts
The way a band presents itself can sometimes be a perfect prelude for how it will sound. Inky details across a blank canvass show Belgium's Moss Upon the Skull as a band elaborating on a sound as filled in by the noise of generations as it is emblazoning itself on a new fiber. Moss Upon the Skull does its death metal well, not brilliantly with the frills that many a band may use to seem out of the norm and stretch its streaks across the death metal soundscape, but this band brings more a methodical and appropriately concocted conclusion able to burn slower and baste in its ideas. Smooth brilliance striped through simple motions make for calligraphy upon this tapestry of guitars that is seldom seen in a world of jagged edges and sharp poignant pieces. This band's jazz is as potent as its catastrophe and both work beautifully, intermixing each to form a disillusioning and disorienting world as seen through lucid eyes the burdens of horrific fate.

Technical, intricate, and intoxicating in its disorientation, Moss Upon the Skull festers and grows as harmonic leads are entangled and choked by an imposition of malignant bass, contorting each pleasant moment into an impending horror. Relentless rhythmic interchanges and an everflowing river of creativity ensure a consistent tension accompanies this bewildering Lethean journey as progressions meet ruination, animation is governed by decay, and each new structure builds off the last while simultaneously denoting the large swaths of time that elegantly acknowledge crumbling old pillars and the rises of new monuments sprouting up like mushrooms on the rotting carcasses of fallen giants. True to its name and album title, Moss Upon the Skull shows in its genetic coding the filth of the past generations of the metal milieu, playing 'In Vengeful Reverence' many terrifying twists on the harmonies of old to shore up a new technical monument to the past decades of abnormal progress.

Gritty and chewy guitars in “Disintegrated” masticate a rhythm, like a toothless hunger gumming down on a steak with sinew slowly dissolving in a wave of saliva, each enzyme breaking down molecules and reconstituting them in squalid squelching strings. However, that gushing sound is not an uncommon rejoinder to these unusual structures but a consistent foil to the burgeoning beauty behind these laborious deconstructions. Compelling harmonies and riffing in “Impending Evil”, searing guitar chords with prickly sprays of black metal sleet employed in an almost grunge fashion through “Lair of the Hypocrite” before a dingy disorienting harmonic breakdown, and, in an interlude as funky as it is contorted by the preeminence of evil in this band's sound, gorgeous riffing at the end of “Serving the Elite” show that these scraping riffs are the estuary from which spout intricate tributaries culminating in swamps of filth from elaborate contortions through rich mindful landscapes.

Unlikely to longingly linger on a nostalgic note or allow a breakdown to fester in its deterioration, the title track ensures that its fury retains an amorphous structure as it engineers a guitar bridge while under fire from volleys of blast beats. “In Vengeful Reverence” molds a monstrous amalgamation of prominent death metal structures while laying bare their bones as though witnessing the construction of Parisian catacombs. Throughout this album is an ever-focused timeless eye, one that utilizes its alchemy to piece together these contorted monuments and finally, by the time of reaching “Unseen, Yet Allseeing”, arrives with such fanfare akin to the metal standard that it sounds like a renaissance movement unearthed while exploring underground.

Homage finds itself imbued in the details among these intricate abnormalities. It comes through well in the end of “Peristalith” with the accursed Demilich round as it awkwardly walks through a storm of blast beating reminiscent of “The Echo”. This filthy and elaborate delivery expounds upon the technical squeals of a caged race enduring the bidding of its captors as songs flow with impressionistic fluidity underscoring the roles of numerous notes added to each flowing sound and the sharp grotesquerie of a structure when stripped down to its most basic components. Through a calculated mid-paced punch accentuated by a dragging lead guitar, “The Serpent Scepter” shows these swaths coming through in delirious distortions of chords and scrambles the harmony with scratchy technicality as it increases in intensity backed up by long drumming fills and crafty changeups. The anarchical desire to punch through these riffs with such funky drumming ensures that even the most rote moments of rise and drop smoothly worm their ways into impactful routines of technical exercise.

Gritty, cavernous, and intricate Moss Upon the Skull intermixes fierce technicality with gorgeous harmony to journey through its awkward and inverted 'In Vengeful Reverence'. Laying a groundwork of horror from which harmony must claw makes this inversion of every modern musical sensibility come through with elaborate and slyly perverse enjoyability. Esoteric curling harmonies and aggressive amorphous drumming show off a band unable to find contentment in sitting on a structure for too long while the decaying delay on the guitars works well to sharpen the impact of each note and also ensures a simultaneously dreary and dreamlike delivery. A flow that is as debilitating as the jarring madness of traversing the Leth river and humbling in its simultaneously haunting and enchanting, familiar and esoteric offerings, the cleanliness of the band's production compliments the relentless interchanges and ever-flowing creativity typifying an album that shows death metal remaining ripe in 2018. (Five_Nails)

venerdì 18 gennaio 2019

Anna Sage - Downward Motion

#PER CHI AMA: Hardcore, Converge
Grazie a Wikipedia, oggi ho scoperto che Ana Cumpănaș o Anna Sage era il nome di una prostituta austro-ungarica di origine rumena, soprannominata "la donna in rosso", che si rese famosa, non solo per aver aperto un bordello a Chicago, ma anche per aver aiutato l'FBI nel beccare il gangster John Dillinger. Forse affascinati da questa storia, i quattro ragazzi di Parigi devono aver scelto questo monicker per dare vita alla loro band che con l'EP 'Downward Motion', arrivano al loro secondo atto dopo l'EP del 2014 intitolato 'The Fourth Wall'. La band propone un feroce concentrato di hardcore sparato a tutta forza già dall'iniziale "Last Dose", una song che non lascia molto spazio alla melodia ma che anzi si diletta con un sound all'insegna della distruzione più totale. Due minuti e venti di ritmiche tese, voci rabbiose al vetriolo e rallentamenti apocalittici, che disorientano non poco l'ascoltatore. Con "Goddess", le cose non cambiano più di tanto: vi troviamo suoni dissonanti, vocals che tra urla varie, si danno una ripulita e trovano modo di fare l'occhiolino al post-hardcore, con un approccio più ruffiano. Non fatevi ingannare però, i nostri non devono essere proprio dei gentiluomini, anzi mi verrebbe da dire che sono crudeli violentatori della loro strumentazione che solo in un'apertura atmosferica, sembrano riuscire ad essere più avvicinabili. Per il resto, quelle che ascoltiamo, sono ritmiche di difficile digestione, che si muovono tra rallentamenti sludge e sfuriate metalcore. Ancor più fangosa la terza "When Prophecy Fails", che nella melodia di chitarra posta in sottofondo, sembra evidenziare un briciolo di umanità che pensavo non esistesse nelle corde dei nostri. Ma ripeto, non fatevi fregare, il quartetto transalpino ha un che di malvagio nel proprio sound, il che lo reputo estremamente seducente e caratterizzante. Non è però la solita solfa distruttiva quella che ascoltiamo nelle note nude e crude di questo 'Downward Emotion', la band infatti, nel suo rabbioso incedere, ha la capacità di catalizzare la nostra attenzione con un sound che vanta contenuti interessanti. L'incalzante interludio in posizione quattro del cd, fa da ponte con le ultime due canzoni del dischetto, gli ultimi sette minuti e qualcosa fatti di riffoni controllati, cattivi abbastanza per suggerirmi che ci sono punti di contatto tra gli Anna Sage ed i Converge ad esempio, e che "Missing One" è forse il pezzo più martellante, seppur più cadenzato, del disco. "Rope", l'ultima scheggia impazzita di questo 'Downward Emotion', è invece la song più incazzata delle sei qui contenute, sebbene a metà brano, i nostri espongano un vertiginoso cambio di ritmo, una tirata di freno a mano che provoca il più classico dei testa a coda in tangenziale, per gli ultimi novanta vertiginosi secondi di questo EP, che delineano la grande capacità dei nostri a muoversi sia su tempi serratissimi che su mid-tempo più ragionati. Sicuramente dei tipi da cui diffidare. (Francesco Scarci)

Doomed - 6 Anti-Odes to Life

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Paradise Lost e My Dying Bride
'6 Anti-Odes to Life' è il sesto album per l'artista teutonico Pierre Laube, il quarto recensito sulle pagine del Pozzo. Da sempre tessiamo le lodi del mastermind sassone, non possiamo pertanto esimerci dall'elogiare anche questo nuovo lavoro, che forse rappresenta la summa della discografia dei Doomed. Il sound del factotum tedesco, qui aiutato alle chitarre da quello che ipotizzo essere il fratello, Yves Laube, da Ina Lüdtke al basso e da tutta una serie di guest star (Willian Nijhof dei Faal, Andreas Kaufmann dei Charon e Uwe Reinholz), prosegue con quel suo flusso sonico dedito ad un death doom atmosferico che s'incanala fin da subito nelle note della lunga "The Doors": nove minuti di melodie dal forte sapore malinconico che evocano gli esordi di My Dying Bride e Paradise Lost, senza dimenticare le strazianti linee di chitarra di un altro grande gruppo nell'ambito, i Saturnus. I Doomed però hanno carattere a sufficienza per divenire ben presto un altro pilastro per questo genere, coniugando delle ottime sonorità con un impianto vocale che si muove altrettanto bene tra un growling profondo ed un pulito assai convincente. La chitarra acustica di Uwe in apertura di "Aura" chiama in causa gli Anathema di 'The Silent Enigma', cosi come pure la ritmica che s'innesca dopo il delicato pizzicare della 6-corde. Ampio spazio poi è affidato alla musica, sempre sognante, delicata e nostalgica, che vede la componente melodica accrescersi ulteriormente rispetto alle ultime release, anche grazie ad una proposta musicale che non esce mai dal seminato e si mantiene su un mid-tempo sempre ottimamente bilanciato. La musica si fa più minacciosa con "Touched", una traccia dal piglio iniziale vagamente post-black e da una ritmica potente definitivamente death; ottime anche le spettrali melodie di tastiera e le spoken word, cosi come il fluttuante ed ipnotico incedere della song che in undici minuti ne combina un po' di tutti i colori, visti i vari cambi di tempo, di cantato o un assolo virante al progressive, che sancisce l'accresciuta autostima della band. Un'inquietante base percussiva apre "Our Gifts": qui il pianoforte accompagna con raffinatezza, i tamburi ed una calda voce, mentre progressivamente entrano in scena anche le chitarre, in un brano che sa molto dei primi Riverside (fatto salvo quando riappare il cantato growl). Prova notevole, che merita qualche ascolto in più per essere capito nella sua interezza, visto che rimangono ancora da ascoltare la liturgica "Reason", lenta ma avvolgente nel suo solenne avanzare, con le vocals pulite che emulano quelle del mastermind dei Septicflesh e le chitarre che si confermano ancora una volta ispirate dal prog. "Insignificant" è un'altra perla di oltre 10 minuti di death doom di stampo '90s come i primi Anathema erano soliti fare. Diciamo che rispetto alle precedenti song, questa, più legata alla tradizione, rimane un gradino sotto le altre, tuttavia è innegabile la classe del combo germanico, soprattutto per la scelta di accompagnare la ritmica pesante con quella splendida chitarra acustica in background in un finale arrembante davvero violento (ancora al limite del post-black). A chiudere il disco, ci pensa l'ambient di "Layers (Ode to Life)", che sebbene i suoi sette minuti, funge fondamentalmente da outro del cd, uscito sia in formato digipack che standard. Insomma, altro gioiellino rilasciato dal buon Pierre, che a questo punto non dovete farvi assolutamente scappare. (Francesco Scarci)

lunedì 14 gennaio 2019

Miles Oliver – Color Me

#PER CHI AMA: Folk/Alternative/Indie Rock
La nuova fatica del compositore parigino Miles Oliver è da considerarsi la vetta di un iceberg, il punto più alto di una ricerca artistica molto personale e intima. Miles suona chitarra acustica ed elettrica, campiona loop e suona il piano, suona in solitudine, offre sempre performance altamente emotive, niente è lasciato al caso, nulla è banale, solo canzoni che aprono il cuore e dilatano le pupille, c'è sempre un misto di malinconia e speranza nel suo canto, una forma canzone fatta per raggiungere sentimenti nascosti e scavare nei meandri complicati dell'animo umano. Lo stile si alterna tra un osannato e acustico Bonnie Prince Billy di periferia ed una certa vena romantica tra dark rock ed elettrico, estraneante, astratto, acido, immediato e psichedelico post rock stradaiolo, carico di chiaroscuri e luminosità come nella bellissima "Saturdaze", una canzone geniale che fa trattenere il fiato. Il disco è in un continuo contrasto logico tra un brano acustico e distorto, un percorso raccontato a piene mani con una scrittura musicale d'alto livello e di godibile ascolto, una produzione più che ottima dove lo stile del cantautore trova la giusta via di espressione. Oliver non si scosta molto stilisticamente dai suoi lavori precedenti, rivisita e riordina il suo stesso modo di far musica, le sue azioni sonore, i rintocchi ritmici minimali vengono affilati, il tono della voce più maturo e le canzoni mirano dritte al cuore, colpendo e ferendo chi le ascolta. Un cantautorato alternativo che guarda al classico alternative country e al folk come all'indie noise con una profondità piena di pathos e un sound pieno di umanità, credibile, vivo ed interessante, un suono che non annoia mai e che al contrario stupisce e fa tanto riflettere. Spezzo una lancia per i tre brani più importanti, secondo me, di questa bellissima raccolta: la già citata "Saturdaze", "Synth Mary" e "Black Fence" con una coda nel finale che gode di un tocco di genio. 'Color Me' è un album curato nei particolari, alimentato da una vera anima artistica, ispirato e autentico, un'ottima prova, un disco consigliato per anime inquiete e sognanti. (Bob Stoner)

(Atypeek Music - 2018)
Voto: 80

https://milesoliver.bandcamp.com/

domenica 13 gennaio 2019

Oak Pantheon/Amiensus - Gathering II


#FOR FANS OF: Atmospheric Black/Prog/Folk/Metalcore/Post Metal
Short, sweet, and direct to the point of being curt, this fresh perforation of the heart is a worthwhile listen that shows each band involved eschewing much of the surplusage that held back the previous 'Gathering'. After half a decade and Oak Pantheon and Amiensus return for a follow-up to their first collaboration with a co-created song between an original apiece. Starting with a tune reminiscent of a cowboy clip-clopping into a town ready to gun down the gang controlling it, “A Demonstration” comes in with a combination as vividly Western as it is driven by the esoteric folkloric sound that has been driving European metal for years. Razor sharp guitars take this pace into a gallop down the deserted foresty path where Oak Pantheon is most accustomed, ensconced in the darkness of ancient growth and paying homage to the many bands before this new altar. This rambling pace makes pinches of strings and raps of snare slightly escape the flow of the song with a sort of earnest and humble folksy Celtic sound before tightening up into a tear and blast that quickly dissipates. The variety throughout this song flows majestically as the quick drastic hits fall back into the resonating reverence to conjure a series of solos that get knocked around by snare. Closing with the simple and impactful trickle of guitar notes, Oak Pantheon is a far cry from its early and more single-minded days in 'The Void' and 'From a Whisper' and now the band is showing a scope in a single song far wider than it once could explore in an album.

After Oak Pantheon's example of its increasingly inspiring course is the collaborative piece “Tanequil”, showing off a very melodic soundscape brutalized by aggressive drumming and rhythmic changes in a chorus of splendid scraping deviation, a flow that moves in a mixture of indie rock and grinds out the raging aspect of each band beautifully between dulcet verses dripping with emotion. As though tsunami waves overcome a seaside tower, these drastic deluges successfully compliment this more modern metalcore bounce and post-metal treble to create a sound that hints at the atmospheric blackened style of Oak Pantheon and the technical proclivities of Amiensus with a more streamlined flow able to gracefully combine these sounds without compromising their melancholy or fury respectively.

Amiensus' offering shows a stark change in the band's music from the first collaboration, as well as provides an astute cap to the experience. With a more emotional track, lilting in guitars and vocalization alike, as drumming continues to roar through technical tapestry alongside deathcore beatdowns, “Now Enters Dusk” shows off soloing guitars, a more straightforward blackened sound at the end joined by drawn out blasting, and a labyrinth of strings flowing in crisp harmony across the razor sharp atmosphere to round out the song. Providing compositional prowess without being too artsy for its own good as well as backing this sound with varied and moving production that captures the strengths shown throughout this track ensure that Amiensus has been on a steady path to improvement and presents it well throughout “Now Enters Dusk”. Years back, “Arise” did exactly as its title suggested, rising and rising in a relentless blinding elaboration with no payoff but pain with nerves seared by sunlight as more and more layers drive upward into the tones of tortured cats. Conversely, “Now Enters Dusk” inverts that explosion as it falls more gracefully, tumbling at times and bringing both the coldness and darkness to overcome the world as it becomes enchanted with the lengthening of shadows and waning of the sun.

Five years to the day after their first 'Gathering' Oak Pantheon and Amiensus have even tighter entwined their fates with a strong sequel, one where both bands show off some major strengths and especially show how they have come into their own over this past half decade. Where the last 'Gathering' seemed so disparate and Oak Pantheon came across looking the better, this release shows each band playing incredibly well and Amiensus coming out just a hair ahead of the other. Though this is no contest, both these bands are in the running for audience affections at any given time and their inspired collaboration in “Tanequil” shows the incredible accomplishments that can be made through this partnership as new ideas enhance the deliveries of both bands rather than highlight their differences as was too obvious five years ago. A tighter fit in the songwriting and production departments has also influenced each band's approach to 'Gathering II' making for such a cohesive combination that it seems as though written by a single band. (Five_Nails)
 
(Self - 2018)
Score: 85
 

Burial Hordes - Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis)

#PER CHI AMA: Death/Black, Portal, Deasthspell Omega
Da sempre ho una passione per il mistico sound ellenico, quell'ancestrale e malvagia forma di estremismo sonoro che con Necromantia, Varathron e Rotting Christ, diede vita ad una scena più unica che rara. Quando vedo pertanto release arrivare da quell'angolo di Mediterraneo, ripenso a quei suoni che da trent'anni rieccheggiano nelle mie orecchie. Da Atene ecco giungere i Burial Hordes, band che include membri di Dead Congregation, Embrace of Horns e Ravencult, con quello che è il loro quarto album in carriera dal 2001 a oggi. Non troppo prolifici per carità, sebbene nella loro discografia compaia anche un considerevole numero di split, EP, demo e compilation. 'Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis)' è un album di sei pezzi che irrompe con la fuligginosa "Human Condition", un mid-tempo all'insegna di un doomish black death catartico e mortifero, che sembra trarre ispirazione proprio dai Dead Congregation. Più arrembante ma decisamente più obliqua, la seconda "Thrownness and Falleness of Being", una traccia che vede nelle ronzanti chitarre l'elemento black dei nostri, mentre nel growling oscuro di Chtonos, l'elemento death metal; in tutto questo aggiungeteci poi un approccio chitarristico dissonante degno dei Deathspell Omega più ispirati, dei rallentamenti al limite del funeral e dei cambi di tempo da far venire un bel mal di testa. Le deviazioni di scuola transalpina si fanno ancor più palesi in "Lurk in the Shadows", psicotica in quel suo incedere vicino anche a qualcosa di Portal ed Aevangelist, in una song che mantiene comunque costante quell'articolata commistione tra sonorità estreme, siano esse votate alla morte, all'apocalisse o alla fiamma nera. Spettacolare nella sua divampante furia "Erkenntnis", mirabolante a livello ritmico in quelle sue improvvise accelerazioni quanto in quelle brusche frenate che, da 200 km/h ci conducono a 0 in pochi terrificanti attimi. Con "Death is Omnipotent" si torna al classico mid-tempo, con un sound decisamente melmoso in cui a mescolarsi questa volta sono death, sludge e black. L'ultima "From Synthesis to Aposynthesis" è una lunga suite di quasi 17 minuti, suddivisa in tre parti, che irrompe con una prima parte dal piglio più classico, death/black. La seconda parte suona più malefica, decisamente più vicina al black soprattutto per la velocità d'esecuzione e le sue chitarre cosi taglienti. La terza e conclusiva sezione, invece si affida ad un sound dapprima ferale ma che va via via divenendo più ritmato, oscuro, sublimando verso lidi funerei che sanciscono la diabolica proposta del combo ellenico. (Francesco Scarci)

giovedì 10 gennaio 2019

The Entrepreneurs – Noise & Romance

#PER CHI AMA: Noise Rock, My Bloody Valentine, Sonic Youth
Musicalmente sono nato tardi e per molti anni non sono uscito dalla rassicurante galassia delle chitarre zanzarose e delle percussioni a mitraglia finché nel 2008 un amico mi consigliò di ascoltare 'Loveless' dei My Bloody Valentine e i miei preconcetti vennero spazzati via da quella marea di muri sonori. Ricordo ancora il rimpianto per aver perso gli anni dell’esplosione di noise rock, shoegaze, dream pop e post-punk, salvo poi scoprire che l’interesse per quei generi si stava rinnovando al punto da concedere una nuova giovinezza alle formazioni storiche e favorire la nascita di una schiera di epigoni. In mezzo a questa pletora di gruppi (non sempre in grado di offrire spunti memorabili) troviamo gli Entrepreneurs, formazione al debutto con l’album 'Noise & Romance', ben decisa ad uscire dalla periferia della scena alternativa: a differenza di molti colleghi infatti questo ambizioso terzetto di Copenaghen si sforza di proporre nuove sperimentazioni, pur con chiari omaggi ai pionieri del passato. È dunque la contrapposizione alla base di questo lavoro, non solo tra vecchio e nuovo, ma anche nell’alternarsi di esplosioni di rumore e distorsioni sferzanti con armonie piacevolmente pop e condite da testi romantici (da qui il titolo), contrasto reso anche in copertina dove un’intrigante ragazza è immersa in una vecchia vasca piena di liquido blu, immagine che peraltro sembra richiamare l’artwork di 'Around the Fur' dei Deftones, autori anche loro (pur in chiave più dark) di un efficace connubio tra musica estrema e melodie seducenti. Le dieci tracce che compongono l’album sono un caleidoscopio di stili diversi: si parte con i feedback a cascata e le basse stordenti di “Session 1”, una sorta di rivisitazione in chiave moderna "Only Shallow" dei MBV, per poi passare alla cavalcata psichedelica di “Say So!”, quasi isterica nei suoi continui cambi di dinamica e che ci lancia nel singolo “Joaquin”, una corsa scatenata in stile Sonic Youth, guidati dalla voce scanzonata del cantante. Le ritmiche pulsanti di “Sail Away” e gli intrecci sonici di “Be Mine” ci conducono ad “Heroine”, dove esplosioni di volume e riff pachidermici, fanno da contraltare a strofe colme di dolcezza: è l’apice del disco, in cui le diverse influenze del gruppo si fondono in perfetta armonia. I brani che seguono appaiono più crepuscolari, dando spazio al dream pop elettronico di “Ages” e alle schitarrate in stile Pavement di "Despair". In chiusura troviamo l’immancabile traccia acustica (“Morning Sun”) e la malinconica e quasi Radiohead “D Tune”, pezzi ugualmente intensi ma forse un po’ meno ispirati. Dunque, come valutare l’opera? Del buon revival per ascoltatori malinconici o una produzione matura e davvero indipendente? Gli Entrepreneurs strizzano l’occhio ai nostalgici riproponendo soluzioni le cui paternità sono evidenti, tuttavia la capacità mostrata nell’amalgamare omaggi al passato e spunti più moderni rendono 'Noise & Romance' una novità piacevole e tutt’altro che derivativa. La loro energia, abbinata ad una crescita nella stesura dei pezzi, potrebbe riservarci piacevoli soprese per il futuro. (Shadowsofthesun)

Martin Nonstatic - Ligand Remixes

#PER CHI AMA: Electro/Ambient
Il segreto di questa rivisitazione di 'Ligand' sta nel fatto che il buon Martin Nonstatic, a mio parere, è talmente innamorato della sua musica che, come farebbe qualsiasi buon padre, vorrebbe vedere la sua prole crescere e migliorare sempre e di continuo nel tempo, accettando nuove sfide e investigando nuove strade. Eccoci quindi ai remixes di quello che già di per sè era un ottimo album, per accorgersi poi che da un sostrato sonoro già buono può rinascere nuova musica, animata da nuova linfa vitale. Se poi notiamo che a lavorare e rieditare questi brani ci sono anche compagni di etichetta come AES Dana, Scann–Tec, MikTek e molti altri artisti da varie parti d'Europa, la percentuale di riuscita del sound è certificata. Ambient liquefatto, impulsi elettro/trance e dub e spirito chill out, c'è più ritmo in queste versioni, anche se pur sempre moderato, calibrato e sofisticato, delicato e nobile. Noto che il lato visionario che animava 'Ligand' è stato un po' alterato a discapito di un'immediatezza più concreta, più dinamica e meno spirituale. Nelle tracce si cerca l'effetto sorpresa e si sente che l'omogeneità concettuale dell'originale è stata leggermente compromessa, non del tutto rimossa, riveduta giustamente da nuovi occhi. "Ligand (Roel Funcken Remix)" diventa un ballo spaziale dal tocco cosmico, sospeso e carico di ricordi ritmici stilizzati della cara drum'n bass di qualche anno fa. Il cosmo è base costante della musica di Martin e Scann–Tec ce lo confeziona come se "Parabolic View" fosse una hit suonata in un lounge bar di Saturno, pulsante e cristallina come una schiera di stelle in caduta libera. Riprendere brani di un album molto ben fatto poteva essere un'operazione rischiosa ma la professionalità di questi artisti è ben nota, come le loro capacità di rigenerazione musicale e il suono profondo della nuova "Methodical Random" ha la qualità perfetta per incantare. La Ultimae Records stupisce e colpisce sempre per la qualità delle sue release, ci ha abituati ad uno standard elevatissimo e questo lavoro di remixes non è da meno, bravi artisti, ottima musica, ricerca sonora, orecchiabilità e sperimentalismo in campo elettronico da dieci e lode. Da ascoltare a 24 bit in assoluta contemplazione. (Bob Stoner)

Madness of Sorrow - Confessions From the Graveyard

#PER CHI AMA: Dark/Gothic/Horror, Type O Negative
Quinto disco in sette anni per i toscani, ormai trapiantati in Piemonte, Madness of Sorrow, una compagine che fino ad oggi non conoscevo minimamente. Complice un sound che sembra non confacersi ai miei gusti, mi sono avvicinato con una certa titubanza a questa band, che considera la propria proposta sonora all'insegna di un gothic/horror. Per tale motivo, ho vinto le mie paure e ho deciso di avvicinare i nostri, in quanto ho trovato affascinante quanto il terzetto volesse esprimere. E cosi, ecco concedermi il mio primo ascolto di 'Confessions from the Graveyard', un lavoro che si apre con le spettrali melodie di "The Exiled Man", una song che miscela il doom con l'heavy metal, in un lento vagabondare tra riffoni di sabbatiana memoria, sporchi vocalizzi puliti (concedetemi l'ossimoro, ve ne prego) e ottime keyboards, responsabili proprio nel creare quelle flebili e orrorifiche ambientazioni che sanno tanto di castello infestato. Il taglio di questa prima traccia è molto classico, mentre la seconda "The Art of Suffering" ha un piglio più arrembante e moderno. Ciò che fatico a digerire è però il cantato del frontman, Muriel Saracino, forse troppo litanico in alcune parti e poco espressivo in altre, ma considerato il nutrito seguito della band, credo sia semplicemente una questione di abitudine alla sua timbrica vocale. Più dritta e secca la ritmica di "Sanity", che tuttavia evidenzia qualche lacuna a livello di produzione nel suono della batteria, non troppo curata, a dire il vero, in tutto il disco. La song sembra risentire di qualche influenza dark/punk che le donano positivamente una certa verve old-school. Più rock'n'roll invece "Reality Scares", che mostra una certa ecletticità dell'act italico, ma che al tempo stesso potrebbe indurre qualcuno (il cui presente ad esempio) a storcere il naso per un'eccessiva diversità con le precedenti tracce; io francamente non l'ho amata troppo. La situazione si risolleva con la gotica "The Path": voci bisbigliate, atmosfere rarefatte, influenza di scuola Type O Negative, in quella che a parer mio, è la miglior traccia del cd. Ritmiche più tirate (ed ecco ancora la scarsa fluidità musicale) per "The Garden of Puppets", un brano che gode di un discreto break centrale, mentre apprezzabile è il chorus di "No Regrets", una traccia che ammicca al Nu Metal e che, anche in questo caso, non trova troppo il mio gradimento. E che diavolo, "No Words Until Midnight" stravolge ancora tutto, e ora sembra di aver a che fare con una band black/death per la veemenza delle ritmiche, non fosse altro che i vocalizzi del frontman ripristinano le cose, essendo il marchio di fabbrica dei Madness of Sorrow. E si continua a picchiare senza soluzione di continuità anche in "The Consciousness of Pain", almeno fino a quando Muriel Saracino non entra con la sua voce: in quei frangenti infatti, l'efferatezza delle chitarre perde di potenza per lasciar posto ad un mid-tempo più controllato. In questa song, appare anche un riffone di "panteriana" memoria, da applausi, mentre un ottimo e tagliente assolo sigilla il pezzo. A chiudere il disco, arriva "Creepy" con i Madness of Sorrow in formato 3.0, a stupirci con un pezzo dal forte sapore dark wave ottantiano, con la classica tonalità ribassata delle chitarre ed un'apprezzabile voce sussurrata (buona pure in versione urlata) che ci consegnano una band che fa dell'eterogeneità il suo punto di forza, ma a mio avviso anche di debolezza. La band, di sicuro rodata e forte di una certa personalità, credo che necessiti tuttavia di sistemare alcune cosine, dal suono della batteria ad una voce che a volte perde di espressività. Buone le chitarre, cosi come le atmosfere, resta solo da chiarire quale genere i nostri vogliano proporre. Chiarito questo, direi che siamo a cavallo. (Francesco Scarci)

martedì 8 gennaio 2019

Muon - Gobi Domog

#PER CHI AMA: Stoner/Doom, Electric Wizard, OM
Leggo e sento spesso considerazioni molto pessimistiche sulla musica underground italiana (metal e non), tra cui la ben nota triade “mancano i gruppi”, “mancano i locali dove suonare”, “mancano le idee”: se da un lato la scena è bella proprio perché esclusiva, dall’altro diventa difficile proporre nuovi progetti, nuove occasioni per live e nuove idee quando il movimento si esaurisce in una cerchia ristretta di eletti. Malgrado queste problematiche, il filone doom-psych-stoner nostrano sembra essere più florido che mai, grazie a nuove formazioni che spuntano come quei funghi che spesso stimolano la fantasia dei musicisti. Non conoscendo la dieta dei Muon, quintetto veneto dedito ai muri di amplificatori e a visioni sciamaniche, immagino che abbiano ottenuto l’ispirazione per il loro disco d’esordio dal monolite nero di “2001 Odissea nello Spazio”: come quest’ultimo 'Gobi Domog' è solido nella sua semplicità, un album quadrato e dal sound classico, eppure in grado di regalare spunti interessanti all’ascoltatore attento. Dopo una breve traccia introduttiva, veniamo storditi dall’impatto devastante di “New Born”, l’austero sottofondo di un rituale primordiale con cui verremo iniziati alla setta dei Muon: la voce salmodiante del cantante sembra infatti guidare immaginarie processioni pagane in cui i penitenti sono continuamente terrorizzati dai riff mastodontici di chitarra e basso detunati e sferzati dalle percussioni selvagge. L’iniziale violenza è poi mitigata da melodie orientaleggianti, le quali non fanno che acuire la sensazione di essere trasportati in un mondo surreale. Ci facciamo strada attraverso il canyon creato dalle colossali distorsioni di “The Second Great Flood”, il racconto reso in musica di un cataclisma ancestrale dove a sopraffarci non sono le maree del diluvio, ma penetranti onde sonore di potenza inaudita: è da sottolineare il perfetto lavoro in fase di post-produzione grazie al quale siamo letteralmente immersi nell’esecuzione dei brani, quasi come se stessimo assistendo all’esibizione dal vivo della band. Le tenebre calano su di noi quando un marcissimo giro di basso apre alle ritmiche imponenti di “Stairway to Nowhere”, pezzo in cui l’ascoltatore è portato a perdersi tra dune impossibili di paesaggi desolati mentre il cantante-profeta intona, con voce sconvolta, lunghi sermoni. Chiude la maestosa “The Call of Gobi”, un’insana fuga al ritmo della batteria martellante e caratterizzata da un finale psichedelico, con il quale il mostro, che dà il titolo all’album, verrà finalmente evocato. La fine del cd ci coglie un po’ di sorpresa, ormai stregati dalle melodie ipnotiche alla Om e dalle distorsioni senza ritegno in stile Electric Wizard, lasciandoci un nuovo interessante tassello della sempre più affollata offerta musicale stoner/doom italica. Va però detto che i Muon possono e devono crescere nel songwriting, imparando a riempire meglio gli ampi spazi sonori da loro creati, perché i produttori di riff cafoni ci piacciono, ma la concorrenza nel mestiere inizia a diventare spietata. (Shadowsofthesun)

(Karma Conspiracy Recors - 2018)
Voto: 65

https://muonstonerdoom.bandcamp.com/releases

Dendera Bloodbath - Ascariasis

#PER CHI AMA: Noise/Ambient
L'artista americana Verge Bliss, in arte Dendera Bloodbath, ci omaggia di un nuovo lavoro, uscito per l'etichetta torinese, DIY, Ho.Gravi.Malattie. 'Ascariasis' è l'ottavo capitolo della collana di opere sonore che portano il nome di malattie che colpiscono la popolazione, al fine di concepirne l'esistenza e permetterne la conoscenza. La musica dell'artista statunitense è un collage di rumori e suoni di sottofondo, direi anche assai interessanti e non animati da una particolare oscurità, che si fondono in un concetto industriale deviato al psichedelico dove suoni ancestrali, fatti uscire da una ghironda suonata dall'autrice, donano un tocco folk, surreale ed arcaico, ai movimenti sonori. Interferenze e piccole, ma ben piazzate, geniali trovate ritmiche e rumoristiche qua e là, rendono il disco accessibile, un noise ammaliante, un sogno industrial che non si dimostra gelido, rigido, non è un incubo, al contrario, si avvolge su se stesso, si srotola come se fosse qualcosa di vivo, che si dimena, vuole uscire e farsi sentire. Il concetto di vecchia radio e cattiva sincronizzazione è vivido in questa release, in un intersecarsi di grovigli sonori continuo che risultano redditizi per l'economia dell'intera opera. In un genere così sofisticato ed estremo, riuscire ad estrapolare da parte dell'autore, quella che può essere l'anima di un rumore per renderlo suono e focalizzarlo, dandone il giusto significato poetico, è compito arduo, ma qui è spesso e volentieri portato a compimento in maniera egregia. Vi è un'anima parlante in queste nove tracce, un'anima piena di calore in questi versi rumorosi, cosa rara nell'industrial di oggi, cosa che si può trovare solo nelle produzioni più intime, umane, genuine e sotterranee. Dendera Bloodbath ci è riuscita con quest'affascinante opera in poco meno di mezz'ora atta a ridare un'anima al rumore, un concetto, un fuoco, raccolti in un disco di grande intensità, pensato e ragionato da un punto di vista totalmente diverso, che non vi creerà alcun disturbo, dal quale non fuggirete, anzi, vi legherete e alla fine lo apprezzerete per lo splendido album che è. L'esperienza sarà imperdibile! Industrial, umano, troppo umano! (Bob Stoner)

(Ho.Gravi.Malattie - 2018)
Voto: 80

https://hgmmusic.bandcamp.com/album/ascariasis

As I Destruct - From Fear to Oblivion

#PER CHI AMA: Death/Metalcore, Dark Tranquillity, Hypocrisy
Debut album per gli australiani As I Destruct che dall'anno della loro fondazione, il 2014, ad oggi, non avevano ancora rilasciato materiale ufficiale. Dopo un singolo messo online nel 2017 su bandcamp, ecco finalmente il tanto agognato full length, 'From Fear to Oblivion'. Come inquadrare la proposta del quintetto di Adelaide? Come un death melodico sporcato da qualche influenza metalcore e groove metal, ma che pesca essenzialmente da un sound di matrice scandinava, penso a Hypocrisy e Dark Tranquillity in testa. Dopo il classico prologo, ecco esplodere "Shattered Hearts", la traccia che delinea fondamentalmente la proposta dell'ensemble, ed evidenzia tutti gli ingredienti tipici del genere ossia un ottimo impianto ritmico che a più riprese chiama in causa tutti i grandi gods svedesi, una buona dose di melodia mista ad un bell'apporto energizzante. Non mancano ovviamente il classico growling e un bel lavoro nel comparto solistico. Con "Black Tie Stigma", il sound si fa più cupo e minaccioso ed il rifferama ancor più serrato, con la batteria letteralmente impazzita (prova magistrale del drummer). Il disco prosegue su questa falsariga, lasciandosi alle spalle un pezzo dopo l'altro senza offrire ahimè troppo spazio alla fantasia. Qui risiede infatti la prima pecca di un album assai robusto ma fin troppo monolitico, che trova in "Question of Faith" una song più convincente delle altre, un mix tra Meshuggah e Hypocrisy, con la muscolosità dei primi a servizio della melodia dei secondi, per un risultato nientaffatto malvagio, seppur dall'esito già scontato. Ecco, la scontatezza, il secondo punto a sfavore dei nostri: ottimi musicisti sia chiaro, però mancano le idee, quelle che ti fanno strabuzzare gli occhi e dire "cazzo che bell'album!". 'From Fear to Oblivion' è un disco che alla fine vive di qualche sussulto: i vocalizzi vampireschi della guest star Mel Bulian (voce dei In the Burial) in "Asher's Lullaby", il forcing esagerato di "My Endless Love", il riffing iniziale di "Thredson" che paga un certo dazio ai Morbid Angel o la forsennata "Vultures of Virtue". Tanti piccoli segnali che ci dicono che la band ha grosse potenzialità ma che evidentemente non le sfrutta ancora appieno. (Francesco Scarci)

(Firestarter Music - 2018)
Voto: 65

https://www.facebook.com/AsIDestructBand/

lunedì 7 gennaio 2019

Psychotropic Transcendental - .​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.

#PER CHI AMA: Experimental/Dark/Post Metal
La storia dei Psychotropic Transcendental non è delle più semplici: formatisi nel 2000 a Bielsko-Biała, i nostri rilasciano immediatamente 'Ax Libereld...', un discreto album di prog metal. Poi il silenzio assoluto, durato praticamente fino al 2018, quando la band si è riaffacciata sulla scena con questo '.​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.'. In realtà, il quartetto polacco non ha mai smesso di scrivere musica, visto che le song contenute in questa loro seconda fatica, sono in realtà state scritte tra il 2005 e il 2008, in varie imprecisate locations. La peculiarità dei nostri sta comunque nell'utilizzo di testi scritti in una lingua, il var-inath, inventata dal batterista Gnat, volta a miscelare in uno stesso idioma, l'atmosfera germanica con il calore dell'accento slavo. Non mi è dato pertanto sapere di cosa trattino i testi, quindi meglio concentrarsi sulla musica di questi stravaganti musicisti. Il disco si apre con "Mahad Lavor Sa-zax", una song che unisce in modo esplosivo, rock progressive, post-metal, dark e post punk, con delle atmosfere che richiamano inequivocabilmente i primi anni '80, tra The Cure e Misfits. Decisamente più cupa la successiva "...Luvan Daar Quorkugh", una traccia che poteva stare tranquillamente stare in un disco tipo 'Wildhoney' o 'A Deeper Kind of Slumber', due capolavori assoluti dei Tiamat. La malinconica melodia della song è guidata dalla splendida chitarra di Mariusz Kumala, mentre le vocals, molto buone, di K-vass (voce dei Moanaa e dei Sigihl, tra gli altri) si palesano come una versione molto graffiata e incazzata di un pulito. La title track è un flusso ipnotico tra psych e post-metal, su cui si pongono le urla drammatiche e litaniche del vocalist, peccato solo non se ne intuiscano nemmeno lontanamente i contenuti, a quel punto forse sarebbe stato meglio utilizzare un bel growling incomprensibile. "Lavor ni Termaned" è una lunga traccia di oltre 13 minuti, che si muove tra eteree sonorità post-rock, dark e progressive che evocano un che dei connazionali Riverside, in una progressione emozionale che pone questa tra le mie canzoni preferite dell'album, nonostante la sua eccessiva durata, che nell'economia dell'album forse costituisce un elemento limitante, a tratti in effetti, eccessivamente prolisso e ridondante nella sua evoluzione. "Iin Varandhaar Iin Badenath Mahad Karviin" segna invece la follia del combo polacco in un arrembante brano dalle sonorità un po' stralunate, in cui le vocals di K-vass si alternano tra il suo caratteristico vocione e delle urla sgraziate, in una song di difficile collocazione musicale, che mi lasciano un attimo spiazzato. Si torna ad atmosfere (e vocals) più graziate con "Float Wid Xeruaned Rattha", song decisamente più raffinata, che gode di atmosfere rock psichedeliche di derivazione pink floydiana, che diverranno decisamente più aggressive negli ultimi minuti del pezzo. Il disco ha un'altra mezz'ora da offrire col trittico finale, ma francamente mi sento esausto dall'ascolto impegnativo che richiede l'album. "Zig Il-saghar iin Il-saghar" è troppo ripetitiva e lamentosa nei suoi quasi dieci minuti, fosse durata solo la metà ne avrebbe di sicuro beneficiato l'ascolto. "Wid Arra Float" non ci va troppo lontano almeno per i primi quattro minuti, poi finalmente il brano prende quota e diviene più sperimentale nella seconda metà anche se il lungo finale risulta sfiancante. A chiudere quest'insormontabile disco, ci pensa “Hoxathilag”, quasi dieci minuti di suoni e melodie soffuse in sottofondo che la fanno somigliare più a un cd di tecniche di rilassamento che ad un lavoro metal. Insomma, alla fine l'impronunciabile '.​.​.Lun Yolina un Yolina Thu Dar​-​davogh.​.​.' è un lavoro per certi versi interessante per scoprire nuovi mondi sommersi, chissà solo se nel frattempo, la band polacca ha scritto qualcosa di nuovo, che verosimilmente potremo ascoltare solo nel 2031. (Francesco Scarci)

The Devil's Trade - What Happened to the Little Blind Crow

#PER CHI AMA: Folk/Doom/Rock
Arrivo ad avere questa chicca tra le mani in una sera gelida d'inverno, osservo la grafica di copertina cercando di intravedere segnali per capire di quale musica mi dovrò nutrire e se alla fine il pasto sarà succulento. Inserito il dischetto mi si apre un mondo inaspettato fin dalle prime note della breve intro arpeggiata, è il folk a farla da padrone in questo disco dalla copertina tetra e attraente. The Devil's Trade (al secolo Dàvid Makò) è il moniker con cui questo spettacolare cantautore ungherese esporta la propria arte e la propria maestria, musicale e vocale. Immaginate un banjo che s'interseca con chitarre acustiche, foraggiate da moderate distorsioni cariche di solitudine ed un canto profondo, al limite di una sacra litania cantata con l'estro del Vedder di 'Into the Wild' e l'estasi arcana dei migliori Steve Von Till e Scott Kelly, una voce cosi profonda capace di evocare spiritualità in continuazione, con il tocco oscuro ed epico udibile nei pezzi dei Tyr e in grado di far scatenare una forza così heavy da poterlo immaginare all'opera con i mitici Gran Magus. Il disco in questione è il suo ultimo, perfetto lavoro, intitolato 'What Happened to the Little Blind Crow', licenziato dalla Golden Antenna e devo ammettere che è un'opera splendida, ricca e convincente, nonostante si tratti di una one man band che suona tutto in solitudine. La magia che il cantautore magiaro riesce a far esplodere è frutto di una ricerca che ha portato ad uno stile chitarristico proveniente dai classici del folk e del rock, contaminati e rivisitati con le atmosfere e le cadenze solenni tipiche del doom, si, proprio del doom e seguendo questa direzione, unendola ad una vena epica tipicamente metal, il mastermind ungherese è riuscito a intagliarsi questo stile che lo eleva al di sopra delle righe di un semplice folk singer. The Devil's Trade è straordinariamente rock, oscuro e indomabile ma allo stesso tempo riesce ad essere intenso, primordiale, un bardo seduto in una foresta immersa nella nebbia, di fronte al fuoco e accerchiato dai lupi, che canta storie desolate e di resurrezione umana, in una forma folk rock apocalittica e mantrica (I brani "To an End" e "12 to Die 6 to Rise" con "Your Own Hell" sono delle vere gemme). Otto brani perfetti, prodotti divinamente, suoni profondi, reali, caldi e potenti. La voce si gusta appieno, in tutta la sua forma migliore, maestosa, piena e orgogliosa, il banjo è pura ovazione per la natura e brano dopo brano, ci si immerge in un suono atipico, semplice, ricercato e geniale. Un disco da ascoltare in solitudine, da apprezzare fino in fondo, un artista che merita attenzione, il suo miglior album ad oggi, che può essere idolatrato da ambienti metal, folk, dark o rock indifferentemente. Un album di notevole caratura. (Bob Stoner)