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giovedì 12 dicembre 2019

Außenseiter - S/t

#PER CHI AMA: Blackgaze
Dalla regione dell'Appalachia ecco arrivare gli Außenseiter (non certo un moniker tipicamente statunitense) con il loro EP omonimo, che parrebbe narrare proprio di quelle regioni montane cosi misteriosamente affascinanti. Lo dimostra subito l'opening track "Appalachia", attraverso il suo aspro blackgaze, le vocals disperate del suo frontman e le melodie scoscese propinate nei primi quattro minuti dell'EP. "Endless Fog" prosegue sulla falsariga con un sound decisamente raw che vive di uncinate accelerazioni in tremolo picking, urla disumane e qualche raro chorus che emerge dalla coltre di nebbia che impera nell'album. "Blind Existence" conferma lo status casalingo a livello produttivo puranche il genere che abbracciano questi sinistri Außenseiter in questo 4-track che con qualche miglioria a livello di pulizia di suoni, potrebbero anche risultare pienamente interessanti. Per ora, la proposta della band, confermata anche dalla conclusiva strumentale "Throw Me Into the Water", e alla stregua di quanto anche recentemente proposto dai Wounds of Recollection, rimane piuttosto acerba e necessitante di una certa sgrezzata a 360 gradi. Le potenzialità ci sono ma non possono nemmeno essere espresse in questo modo, vanno assolutamente convogliate nella giusta direzione. (Francesco Scarci)

mercoledì 11 dicembre 2019

Everdying - Black Acid Soul

#PER CHI AMA: Death/Black, primi In Flames, Dissection
Interessante la proposta di questi Everdying, duo dell'Illinois che si propone di combinare il sound dei primi In Flames con God Dethroned, Naglfar e Hypocrisy, senza dimenticare l'apporto di Opeth e Dissection, niente male no, almeno sulla carta. Ecco beh, io tutte queste influenze in un colpo solo non le ho sentite a dire il vero. Ascoltando l'opener di questo 'Black Acid Soul', "The Air You Breathe", ho percepito sicuramente i Dissection per quella melodia tagliente delle chitarre e lo screaming della voce, poco altro però. Le cose cambiano radicalmente con la title track, dove gli echi dei primi In Flames s'incontrano davvero con le band citate, però la sensazione è quella di ascoltare una band diversa da quella sentita nella traccia d'apertura. Francamente il risultato ha quasi del miracoloso sconquassando le mie orecchie con una buona dose di genuinità e ottime melodie, soprattuttto nella parte conclusiva del brano. Il terzo episodio dell'EP, "The Dead Heart", è interamente suonato dal polistrumentista e mastermind di questo progetto, ossia Johnny Dove. Le carte in tavola cambiano ancora e questa volta mi sembra di aver a che fare con i Rammstein, ma che diavolo combina Mr. Dove? Niente paura, perchè l'approccio industrial viene interrotto da un estremismo sonoro dirompente che perdura ahimè per pochi secondi, generando ancor più confusione nel sottoscritto. In definitiva, 'Black Acid Soul' è un esperimento piuttosto eterogeneo che per quanto possa risultare ai più ancora piuttosto acerbo, ha in serbo importanti buoni spunti e una discreta dose di originalità. Da tenere assolutamente sotto traccia. (Francesco Scarci)

(Voice of the Soul Studios - 2019)
Voto: 68

https://everdying.bandcamp.com/album/black-acid-soul

Raven Legacy - Sol Invictus

#PER CHI AMA: Symph Black/Death
I Raven Legacy sono un progetto capitanato da Wassim Amdouni (in arte Invictus) e Hugo Spezzacatene, originariamente nato in Tunisia nel 2003 col moniker Lord of Terror e poi trasferitosi in quel di Roma nel 2016. 'Sol Invictus' è il risultato di questa collaborazione, un EP di debutto contenente sei pezzi che si aprono con "Cleaving the Bones of Your God", un brano che caratterizza immediatamente le peculiarità del combo capitolino, ossia un death/black metal dotato di pesanti elementi sinfonico-orchestrali. L'assalto è a dir poco spaventoso con velocità iper tirate, un'alternanza tra screaming e growling vocals, ed una forte dose di tastiere. Un bel chorus contraddistingue invece la seconda song, "The Infernal Herald", che mostra dapprima una ritmica detonante per poi assestarsi su velocità più pacate, comunque davvero affascinanti, che avvicinano la band ai nostrani Ade. "As I'm Born in Hell" è un brano meno ricercato che mantiene comunque intatta la sua valenza sinfonica, ma che mette semmai in evidenza (finalmente) un bell'assolo di matrice classica, susseguito da un attacco ritmico davvero invasato. Si prosegue con lo strisciante black sinfonico di "The Abyssal Portrait", un altro esempio di come si possano combinare elementi di musica estrema con ottime orchestrazioni, il tutto ovviamente supportato da una produzione potente e cristallina che ne esalta il risultato finale. Queste in breve le caratteristiche dei nostri che anche nei conclusivi pezzi si adoperano per intrattenere i fan con tutte le armi in loro possesso. Se proprio devo trovare il pelo nell'uovo, direi che c'è una certa mancanza a livello solistico che rischia di appesantire la proposta dei nostri e indurre qualche sbadiglio di troppo già a livello della quarta song. E allora visto che le potenzialità tecnico-strumentali ci sono, vediamo per lo meno di sfruttarle fino in fondo. (Francesco Scarci)

Lesath - Like the Wind

#PER CHI AMA: Depressive Black
Quanto mi affascinano le band il cui moniker si rifà al nome di stelle: Lesath è infatti una stella azzurra della costellazione dello Scorpione che ha da poco intrapreso il percorso per diventare una supergigante. Non so quali siano le ragioni che hanno portato alla scelta di tale nome, fatto sta che la one-man-band di oggi ci propone un EP di due tracce (banalmente "I" e "II") intitolato 'Like the Wind'. La prima song si manifesta sottoforma di un black depressive che vive del contrasto tra chitarra acustica ed una ritmica mid-tempo su cui si affaccia la voce sussurrata del mastermind di questo progetto. Niente di stravolgente, se non l'emozionalità dirompente che scaturisce dalle tiepide note di questi primi minuti. Interessante proposta, che necessiterebbe di qualcosa di più stimolante per decollare. Eccomi accontentato visto che "II" è una devastante traccia black con tanto di chitarre e screaming ringhianti, che vanta tuttavia ottime melodie e avvincenti cambi di tempo. Rimango curioso di ascoltare un disco completo di questi Lesath per capire esattamente dove vogliano andare a parare con la loro musica, vista la discrepanza contenutistica di codesto 'Like the Wind', che non mi aiuta di certo a valutare in toto la proposta musicale del polistrumentista misterioso che si cela dietro a questo moniker stellare. (Francesco Scarci)

I Maiali - Cvlto

#PER CHI AMA: Noise/Post-Hardcore
Devo ammetterlo: il nome della band mi aveva fatto pensare ad uno di quei gruppi punk più interessati a scandalizzare che a confezionare un’opera in grado di stupire e rivolgersi ad un pubblico eterogeneo. Fortunatamente I Maiali, formazione romana attiva dal 2016, hanno infranto i miei pregiudizi con 'CVLTO', il loro debut album partorito quest’anno dopo un lungo travaglio, vuoi perché questa creatura luciferina è stata concepita là dove scorrono lo Stige e il Flegetonte, vuoi perché i ragazzi hanno preferito prendersi tutto il tempo necessario per lasciar maturare le loro idee. Se la seconda ipotesi è quella giusta, possiamo affermare che è valsa la pena aspettare.

Prodotto da Phil Liar (Monolith Recording Studio), masterizzato presso gli studi americani di Mistery House Sound e pubblicato per Overdub Recordings, 'CVLTO' si compone di dieci tracce roventi come i gironi infernali che evoca fin dall’introduttiva “Ave”, con la quale questo sulfureo concentrato di post-hardcore e noise-rock, inizia subito a scorrere nelle viscere dell’incauto ascoltatore come un filtro che abbia il potere di mettere a nudo i demoni nascosti in tutti noi. Gli ingredienti di questa pozione malefica? Versare copiosamente nel calderone le percussioni incazzate di Angelo Del Rosso, aggiungere le linee nevrotiche del basso di Matteo Grigioni e i taglienti riff della chitarra di Daniele Ticconi e non dimenticare la fondamentale formula magica recitata, urlata e bestemmiata da un mefistofelico Francesco Foschini.

Man mano che i brani si susseguono come una raffica di pugni nello stomaco, ci si rende conto che a colpire non è soltanto la furia sonora (qualità che fortunatamente non manca nel panorama noise e hardcore nostrano), quanto la personalità del quartetto nel destreggiarsi tra reminiscenze di quel rock graffiante e al tempo stesso accessibile che ha fatto le fortune di Marlene Kuntz e Il Teatro Degli Orrori, mantenendo i piedi sempre ben piantati nell’underground e gli occhi puntati verso gente come Nerorgasmo e Negazione. Il risultato è un sound compatto, moderno e dinamico, che si mantiene sempre accattivante, nonostante la rabbia selvaggia sprigionata in “Carne”, le atmosfere cupe di “Abbandono” e la schizofrenia di “Danza come Manson”.

“Adora il cvlto, adora il cvlto” grida ossessivamente il cantante nell’irresistibile title-track, perfetta sintesi dei contenuti di un disco zeppo di riferimenti a rituali poco ortodossi che garantiranno alla band le consuete accuse di oscure venerazioni. Ma qual è il culto oggetto di tanto fervore? E che c’entra il maiale, sbattuto in copertina nell’inquietante artwork del maestro Coito Negato?

Nulla in 'CVLTO' è stato scelto per caso o al solo scopo di scatenare le ire dei paladini di presunte radici nazionali: il rapporto morboso e al tempo stesso contradditorio tra l’uomo e la simpatica bestia, quotidianamente servita sulle nostre tavole malgrado sia il simbolo per eccellenza di impurità, sporcizia e istinti animaleschi, sembra una metafora di una triste consuetudine della nostra società, ossia l’ostentazione fanatica di valori e principi puntualmente rinnegati e sacrificati sull’altare delle nostre ambizioni e dei nostri bassi istinti. Ed è forse proprio questo l’unico culto che onoriamo fanaticamente: l’ipocrisia. (Shadowsofthesun)


(Overdub Recordings - 2019)

domenica 1 dicembre 2019

Ketoret - Departure

#PER CHI AMA: Post Metal/Blackgaze
'Departure' non è altro che una prova per vedere di che pasta sono fatti gli israeliani Ketoret, pasta buona direi io. La band di Gerusalemme propone infatti tre tracce per 26 minuti di musica all'insegna di un post-metal riflessivo, impreziosito da certe venature blackgaze. Questo è almeno quanto ho potuto assaporare dall'ascolto dell'opening track "Ivy", una song che si dipana tra melodie solenni e decadenti assai simili ad una colonna sonora degna di un colossal, che solo sul finire prende le sembianze di un post-black (con tanto di screaming vocals) davvero ispirato, che non fa che aumentare la mia curiosità per questa compagine. Con mia sorpresa, l'incipit di "Box" è molto più pacato, con voci pulite che sembrano condurci in mondi alternativi (musicalmente parlando); poi sprazzi di ferocia, ma sono ancora le sonorità alternative a prevalere, prima che nuovamente la band si conceda ad un finale suggestivo all'insegna di un blackgaze sognante, che mi fa ben sperare per il futuro. E visto che ci siamo, diamo un ascolto anche all'ultima traccia, gli undici minuti di "Departure in a Heartbeat" che partono dai sussurri del vocalist che evolvono a grida di dolore su di un atmosferico tappeto di melodie soffuse che va via via crescendo fino all'esplosione di un pathos disarmante che mi lascia senza parole e per cui auspico, che quanto prima qualcuno si accorga di questi affascinanti Ketoret. (Francesco Scarci)

Isor - S/t

#PER CHI AMA: Instrumental Black
Gli Isor sono una misteriosa creatura proveniente dalla Germania, verosimilmente una one-man-band, la cui città d'origine mi rimane sconosciuta. Non so nemmeno se questo sia un EP d'esordio o cos'altro, visto che le informazioni sul web sono praticamente assenti oppure rimandano ad una omonima band inglese. E allora lasciamo spazio alla musica contenuta in questo 5-track omonimo che apre con l'intro sinistra di "Abgleiten" e prosegue con le melodie accattivanti (disturbanti, ridondanti e qualsiasi altra cosa che termini in -anti) di "Kein Zurück": una serie di impulsi sonori in grado di penetrare pericolosamente le nostre menti come se un trapano si avvicinasse alla fronte e li iniziasse a bucare per far fluire internamente i suoni ingannevoli di questa song, che a me ha affascinato per lo più per il suo carattere disperato e disperante. Mi aspettavo un cantato almeno nella terza traccia, "Einsamkeit", ma ancora non v'è traccia di una voce, e qui ancora peggio, dato che ci troviamo al cospetto di una stralunata song noise ambient. E allora ci si riprova con "Leibes Hass", ma il suo carattere cerimonialistico-tibetano, mi lascia presagire l'ascolto di suoni meditativi per tutti i suoi sette minuti. In realtà la song evolve la propria musicalità in melodie soffuse (sempre rigorosamente strumentali) che ci conducono fino alla conclusiva "Geist", l'ultimo atto di questo complicato 'Isor'. (Francesco Scarci)

Pènitence Onirique - Vestige

#PER CHI AMA: Symph Black
Della serie a volte ritornano nel Pozzo dei Dannati, ecco arrivare il tanto atteso comeback discografico dei francesi Pènitence Onirique, intitolato 'Vestige'. Detto che l'uomo fotografato in copertina somiglia a Jeff Bridges nei panni del Grande Lebowski, del combo della Valle della Loira avevo parlato già molto positivamente in occasione del loro debutto. Sempre supportati dalla Les Acteurs de l'Ombre Productions, la band transalpina sembra qui far addirittura meglio rispetto al passato, senza peraltro stravolgere di una virgola il proprio sound. Sempre di black sinfonico infatti stiamo parlando, un black però di alta qualità che dall'infima e malefica "Le Corps Gelé de Lyse" si giunge alla conclusiva ed epica title track. Detto che l'opener ci dice dell'attuale eccellente stato di forma dell'act di Chartres, "La Cité des Larmes" sottolinea ancora una volta la bravura con cui i nostri riescono a produrre un black metal elaborato, dinamico, atmosferico ma soprattutto estremamente convincente. Il tutto sostenuto da ottime trame ritmiche accompagnate da una grande performance vocale del nuovo arrivato Ebrietas e da un sontuoso lavoro alle tastiere che, per quanto non invasive, contribuiscono ad elevare la qualità dell'opera, che ancora una volta partendo dai vecchi insegnamenti dei Limbonic Art, li fa propri, e anzi li arricchisce di una propria personalità che si esprime appunto attraverso i pezzi già menzionati, ma soprattutto attraverso l'inquieta spettralità di "Les Sirènes Misérables", e di un suono che trasuda spaventosi incubi ad occhi aperti, in particolare nella sua debordante seconda parte. A calmare i tormenti dell'anima, ci pensa fortunatamente la strumentale "Hespéros" che ci regala quasi 180 secondi di delicate melodie mortali, prima che la pura devastazione prenda il sopravvento nelle rimanenti tracce del disco. Si perchè con "Extase Exquise" e a seguire con quello che è stato il singolo apripista, "Souveraineté Suprême", ma anche con la devastante title track, c'è solo da prepararsi al peggio, visto che il quintetto non scherza assolutamente. Ci attendono infatti gli ultimi 20 minuti di melodie malinconiche, blast beat furenti, screaming vocals e splendide atmosfere, che fanno di questo 'Vestige' finalmente un lavoro black di interessanti prospettive. (Francesco Scarci)
 
(LADLO Productions - 2019)
Voto: 77

https://ladlo.bandcamp.com/album/vestige

Atom Made Earth - Severance

#PER CHI AMA: Psych Rock
Davvero interessante la proposta dei marchigiani Atom Made Earth, band comparsa da queste parti in occasione del precedente album 'Morning Glory'. Il gruppo, dopo gli ottimi responsi ottenuti con quel lavoro, torna con questo nuovo 'Severance' e otto brani nuovi di zecca, calibrati tra lo shoegaze dell'opener "First of a Second Split" ed un sound che ammicca in modo inequivocabile alla psichedelia dei Pink Floyd, così come avevamo avuto modo di sottolineare in precedenza. E nella stessa opening track balzano all'occhio, nella porzione solista, le influenze seventies della compagine italica, nelle cui tracce si ritrova peraltro un'elevata dose di malinconia. "Childhood Song" è un breve intermezzo strumentale che ci introduce a "Youth" attraverso atmosfere morbide e suadenti di un post-rock comunque dai connotati decisamente nostalgici che mi hanno evocato nel cantato anthemico, gli americani *Shels. In questo meraviglioso fluido sonoro, altri generi musicali invadono la musica dei nostri, dall'elettronica, quasi perennemente in background, al kraut prog-rock, che fanno della lunga "Youth", il mio pezzo preferito. "From Earth With Hurt" è un'altra piccola perla, in cui i nostri giocano con una girandola di colori a pastello e calde emozioni messe in musica, che si fanno però più scure nella seconda metà del brano. "Native" ha una forte componente etnico tribale nelle sue note, quasi un rito di iniziazione dei nativi d'America attorno al fuoco per un tributo alla Madre Terra. "El Roi" è invece il brano di cui avrei fatto volentieri a meno, troppo vintage per i miei gusti e a mio avviso troppo scollegato dai pezzi ascoltati sino ad ora, anche se la seconda parte va riprendendosi coi suoi frequenti rimandi ai Pink Floyd. Per fortuna con "In the Glow" si rientra nei binari del post rock qui ancora pervaso da un certo shoegaze. La title track chiude col suo ambient minimalista un disco affascinante che conferma le eccellenti doti tecnico-artistiche di una band, il cui nome è da imprimere nel proprio taccuino. (Francesco Scarci)

giovedì 28 novembre 2019

Kenneth Minor – On My Own

#PER CHI AMA: Rock Blues
Arriva dalla Germania l'acclamato terzo album dei menestrelli di Wiesbaden Kenneth Minor, premiati qua e là per i precedenti lavori e dopo aver suonato un po' ovunque in giro per l'Europa. Musicalmente si vedono evoluzioni stilistiche più intime e pop, la produzione è molto buona, forse troppo chirurgica e leggermente fredda, manca infatti un po' del sudore e della polvere del blues, mentre country e folk si fanno sentire, anche se non sempre con un carisma e calore perfetti. Più sporco sarebbe stato meglio, un errore forse legato alle tecnologie digitali moderne che hanno colpito anche i Rolling Stones nella loro ultima fatica. I brani filano e la voce nasale di Bird Christiani s'intreccia bene con quella di Athena Isabella ("Fed Up" – "Hidden Berries"), evocando il ricordo della mitica coppia Johnny Cash & June Carter in una forma più consona all'epoca attuale. Il blues sporcato di punk rock si presenta in "Wrap up a Deal", brano dinamico dotato di una buona verve e bei suoni, ma con modi troppo pop per poter esprimere una certa rabbia. Non male anche il blues fumoso di "On My Own" ma ai Kenneth Minor le vesti più intime del folk si prestano di più, cosa che emerge con forza nei riff della ballata "True", brano scarno fatto di voce/chitarra/armonica dal sapore rurale, di terra e cieli aperti, sognante e riflessiva allo stesso modo, in puro stile Dylan. In verità, la figura acustica ed elettrica del vecchio Bob si aggira spesso tra le note della band, cosa non disdicevole che non passa inosservata. Anche l'estro alla Andy White non sfigura nello stile dei nostri, associato peraltro ad una esposta vena alla Fab Four, ("Bad Conscience Blues" ricorda con il suo lento incedere da funerale "The Importance Of Being Idle" degli Oasis), forma un sound maturo e coinvolgente. In "Dash of Sadness" emergono per una manciata di minuti, cenni di sperimentazione tra le retrovie ritmiche vicine al Tom Waits dei giorni più acidi ma poi tutto torna alla normalità con una coda conclusiva che si divide tra umori rock alla Steve Earle, là dove il campo di suoni diviene più colorato e psichedelico, grazie all'ingresso delle tastiere e la perfetta chiusura con tributo finale al mito Neil Young di "My My, Hey Hey (Out of the Blue)". Un disco derivativo ma di certo ben fatto. (Bob Stoner)

Decem Maleficivm - La Fin De Satán

#PER CHI AMA: Death Avantgarde, Arcturus, Insomnium
Album di debutto per i cileni Decem Maleficivm, per cui la Les Acteurs de l'Ombre Productions ha voluto fare uno strappo alla regola alla propria policy legata alla promozione di sole band francesi (un'eccezione che avevamo già ravvisato con i baschi Numen e che d'ora in poi smetterò di sottolineare). Evidentemente la band di Santiago deve avere le carte in regola per aver solleticato l'interesse della label transalpina. Il genere proposto è essenzialmente in linea con i dettami dell'etichetta, ossia un black melodico, peraltro con alcune venature avanguardistiche che scomodano grandi nomi della scena norvegese, in primis Arcturus e Borknagar. L'opener di questo 'La Fin De Satán' infatti, nel suo veemente black fatto di ritmiche (un pochino obsolete) e grim vocals, sfodera una seconda voce che richiama proprio i vocalizzi in pulito delle band appena nominate, e per fortuna aggiungerei io. La musica del sestetto sud americano infatti non è che mi esalti granchè; nei primi cinque minuti di "The Ceremony", la proposta mi è sembrata alquanto scontata, ma le voci pulite di Daniel Araya tengono in un qualche modo a galla la band, almeno fino a quando non si sviluppa una splendida coda solistica che innalza sopra la media la performance dell'act cileno. E le cose tendono a migliorare con "Instinct" anche se francamente, devo ammettere di non aver amato particolarmente il suono stile barile (pensate ai Metallica del periodo 'St. Anger') del drumming e quel coacervo di suoni che si sviluppa nelle parti più serrate dei brani. Di contro, quando la sezione solista prende la scena, beh mi dimentico di tutte le imperfezioni sin qui descritte e mi lascio sedurre dalle splendide melodie delle sei corde. Gli accostamenti che mi sovvengono in questi frangenti, decisamente più prog death oriented, pongono i Decem Maleficivm al fianco di realtà quali Insomnium o Throes of Dawn. Certo poi bisogna anche sapersi preparare al peggio, al caos sonoro ad esempio della title track e ad un sound in alcuni passaggi un po' impreciso, legato mi pare, più al desiderio di voler strafare che ad altro. Poi signori, quando i due chitarristi decidono che è ora di regalare i loro famigerati solismi, beh non ce n'è per nessuno, si cali il sipario e chapeau per l'ottimo gusto melodico. Tuttavia, non posso far finta di niente e lasciare che le chitarre siano una sorta di tangente per farmi dire che 'La Fin De Satán' sia un album eccezionale, giammai. Vorrei dire piuttosto che c'è molto da lavorare per dare più personalità a brani come "After the Chaos" o alle vampiresche "The Birth of the Cursed Book" e "Denial Tragedy", che se non godessero di un eccellente lavoro nella porzione chitarristica, probabilmente finirebbero nel dimenticatoio alla velocità della luce, bollate per il loro tentativo di imitazione di band quali Dissection o Emperor. Un plauso finale alla più sperimentale "Before the Chaos", l'ultimo atto di un disco che ci dà molte indicazioni su dove questi Decem Maleficivm vogliano andare a parare. Questo è un momento cruciale per la carriera della band per capire se voler rimanere ad uno stato di profondo underground o fare pulizia nei suoni ed emergere dalle viscere degli inferi. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2019)
Voto: 68

https://ladlo.bandcamp.com/album/la-fin-de-satan

Obsidian Tongue - Volume III

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
Founded ten years ago in the US, Obsidian Tongue was initially one of those common one-man black metal bands, whose only member was the founder Brendan Hayter, currently involved also in other projects, all of them related to the extreme metal scene. The most notorious one is the excellent Canadian band Thrawsunblat, a folk infused melodic black metal ensemble, which is a quite interesting project. Going back to Obsidian Tongue, the project rapidly became a two-man band with the incorporation of a drummer. With an established line-up, the duo debuted with a decent first album, which was rapidly improved by the subsequent works, like the sophomore ‘A Nest of Ravens in the Throat of Time’ or the split ‘Northeastern Hymns’. This improvement caught the attention of the quite respected label Bindrune Recordings, which took the decision of releasing the Obsidian Tongue´s future works.

2020 will be the year when Obsidian Tongue’s new work will see the light of the day. The new opus is entitled ‘Volume III’ and, as it happens with the third album, this work should confirm whether the band has or not a promising future. Obsidian Tongue plays a guitar based atmospheric black metal with some quiet and intimate interludes, creating an interesting contrast with the most aggressive sections. For instance, the album opener "Anathk" is a pretty clear example of what the band can offer. This track, being the longest one, has indeed enough room to flow quite naturally between the blackest metal parts, with the expected aggressive vocals, being sometimes accompanied by some clean melancholic vocals, and the calmest sections. Those calmer sections have an introspective nature and they are like a bridge between the black metalesque sections. I find these serene sections quite interesting as they are tastefully done with very nice melodies. As for the guitars in the typically black metal parts, they are clearly less melodic as they fluctuate between more dissonant and aggressive chords and a trance inducing riffs, which I think are the most interesting ones. This contrast is clearly perceived in shorter songs like "Poison Greem Dream", which delivers both sorts of riffage. Furthermore, these songs, though being shorter, have also room for the aforementioned clean vocals, which at first didn´t like that much, but which I dig more as I listen to the album more times. Although musically speaking long songs like the album opener or "Empath" let the band introduce more serene and hypnotic parts, which is always nice, the shorter compositions have also interesting elements. Their immediacy and straightforward strength is always a necessary element to create a balanced album.

In conclusion, ‘Volume III’ is a good album and though I couldn´t consider it a groundbreaking record, it has enough interesting elements and quality in the compositions, to make it interesting. Any fan of atmospheric black metal or this sort of modern black metal made in the US will find absorbing elements in this record, which will make them enjoy the album. (Alain González Artola)

(Bindrune Recordings - 2020)
Score: 75

https://www.facebook.com/obsidiantongueband/

lunedì 25 novembre 2019

EUF - NBPR

#PER CHI AMA: Instrumental Noise/Post-Rock
Non mi è stato chiaro fin da subito quale fosse il nome della band e quale il titolo dell'album. NBPR e EUF, due acronimi che possono voler dire tutto e niente. Alla fine mi viene in aiuto il web e mi dice che gli EUF sono una band navigata della zona di Milano, dedida ad un post-rock strumentale, mentre 'NBPR' è il loro primo Lp (il cui acronimo sta per "Non Basta Più Rumore") dopo un trittico di EP rimasti a livello di underground. Il motivo di questa scarsa conoscenza del quintetto milanese può essere sicuramente legato ad un genere non certo malleabile come quello proposto dai nostri. Scrivevo post-rock strumentale nelle prime righe, ma facciamo subito chiarezza che non è nulla di celestiale, sognante o comunque di facile presa, quanto suonato dai cinque musicisti lombardi. Il disco infatti è davvero ostico e lo conferma immediatamente l'opener "I'm not WW" (ci risiamo con queste sigle, allora è un vizio?) che nel suo incedere più rumoristico che etereo, mi mette in difficoltà sin dai primi minuti, colpa di suoni freddi e dissonanti, quasi i nostri vogliano prendere le distanze da tutto quello che è invece morbido e affabile nel genere. Di sicuro, ascoltando la band, almeno in questa prima traccia, non c'è nulla che mi evochi la produzione dei Mogway, vista la maggiore scontrosità sonora da parte della compagine italica. Un miglioramento in tal senso, si può vivere nella seconda song, "I Know You Want This", ma francamente preparatevi ad un voltafaccia dai risvolti aspri ed incazzati, visto che dai suoni quasi celestiali (con tanto di voci di bambini in sottofondo) dei primi minuti, si passa nuovamente a chitarre spigolose, irrequiete e di difficile digestione. Ci si riprova con "Burn You! Slow Idiot, Again", un titolo che a costruzione sembra richiamare i Godspeed You! Black Emperor, ma che musicalmente mostra una stratificazione chitarristica abbastanza pesante. Si fa fatica ad ascoltare gli EUF, uno pensa che qui ci sia modo di rilassarsi, riposando le membra dopo una giornata faticosa, ma mi spiace deludervi, serve attenzione e forza per affrontare il disco. "No Escape for Surrenders" appare più abbordabile, complice verosimilmente l'uso in sottofondo di alcuni sample cinematografici che sembrano alleggerire (di poco in realtà) l'architettura musicale dei nostri, costantemente tenuti in tensione da ritmiche nervose ed inquiete. La musica nel suo crescendo musicale non offre poi il fianco a grandi aperture melodiche ma si conferma perennemente sospesa tra ridondanti e tortuose trame sonore e frangenti più minimalistici. Le spoken words si palesano nella voce di una ragazza anche nella conclusiva "A New Born", che continua in quel lavoro certosino di fughe strumentali di difficile assimilazione, dimostrando da un lato che si può suonare post-rock in modo originale, ricercato e talvolta sperimentale, dall'altro che, eccedere in questa direzione rischi di rendere un bel viaggio assai faticoso. (Francesco Scarci)

(I Dischi del Minollo - 2019)
Voto: 69

https://eufband.bandcamp.com/

ADE - Rise of the Empire

#FOR FANS OF: Techno Symph Death/Folk, Nile, Fleshgod Apocalypse
Recently, we have seen some death metal bands trying to combine the most brutal sound you can imagine with epic or folk touches, trying to forge a unique style where melody, majesty and relentless aggressiveness can coexist. The Americans Nile is, without any doubt, the most notorious example, but we can find through Europe other fine examples that shows us how theoretically incompatible styles can tastefully combined with some success. One of the best examples are the Italians ADE, a band founded 12 years ago in Rome. This city and the whole country have an enormously rich and grandiose history, so it is not a big surprise that these guys took the inspiration from their ancient history and tried to create a beast, equally influenced by the most aggressive metal and majestic history of Rome and Italy. From its inception, ADE has tried to mix a perfect technically executed death metal, with great Eastern/Mediterranean folk touches. The aim was to create a folk infused death metal, which sounds imposing, a key aspect because lyrically, the band is equally epic with lyrics based on the Roman Empire and its legendary history. The band debuted with an interesting album, whose limited attention didn’t stop the band´s hunger to reach higher levels. The sophomore album entitled ‘Spartacus’ was a higher step as it got more attention in the scene, not only because of its indubitable quality, but mainly due to the contribution in the drumming section of George Kollias, the master behind the drums in Nile. That was indeed a great excuse for many fans to discover the band. ‘Spartacus’ was an inspired album, where brutality, technics and epic infused folk arrangements were masterfully mixed. A key member in the latest aspect was Simone who played all the folk instruments. Sadly, he left the band after this album, and this had an important impact on the band, as in the later album the folk influences were decreased in favour of a more symphonic and epic approach. ‘Carthago Delenda Est’ was the third album and although it was a nice effort, I still preferred ‘Spartacus’, as it sounded more distinctive.

Three years later ADE returns with a surprisingly almost renewed line-up, where only the founder guitarist Fabio remains. With this initial surprise, I didn’t know what to expect, maybe a major change in ADE´s sound. Fortunately, at least for me, this isn´t the case as the band retains a great part of its core sound. ‘Rise of the Empire’ is another piece of powerful death metal, profoundly influenced by its epic and historical lyrics. The new vocalist doesn´t sound too different and his well executed growls remind me the previous front man. His cavernous voice has enough power to fit perfectly well ADE´s notoriously aggressive style and it is the perfect companion of the precise, yet brutal guitars. The drums played by the new member Decivs are as brutal and technically accurate as they were in the past, which says a lot, because ADE has been always a pinpoint machinery. The song "Veni Vidi Vici" is a clear example of how good the drums are, with many tempo changes, going easily for the fastest sections to more mid-tempo ones. This track, alongside other ones like "The Blithe Ignorance" and "Once the Die is Cast", for example, are also useful to write about one of the most important aspects of this album, the folk and symphonic arrangements. Although, as far as I know, there is no a specific member behind these duties, ‘Rise of the Empire’ seems to be a creature born from the combination of their previous two albums. I can happily say that this album contains more folk touches in the vein of ‘Spartacus’ as it retains the choirs and other majestic arrangements, but in a slightly lower degree than in ‘Carthago Delenda Est’. The closing track "Imperator" reflects this fusion as it combines both sides in a very tasteful way.

‘Rise of the Empire’ is definitively another great addition to ADE´s discography. Although it is a little bit early to compare it, in terms of pure quality, to albums like ‘Spartacus’, I sincerely hope that this album can be another step in the right direction. ‘Rise of the Empire’ should bring a greater recognition for a band, which clearly deserves it. (Alain González Artola)

(Extreme Metal Music - 2019)
Score: 85

https://adelegions.bandcamp.com/album/rise-of-the-empire

The Pit Tips

Francesco Scarci

Blut Aus Nord - Hallucinogen
Olhava - Olhava
Bliss-Illusion - Shinrabansho

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Matteo Baldi

Mamiffer - the brilliant tabernacle
Aaron Turner - Repression's Blossom
Blind Cave Salamander - The Svalbard Suite

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Alain González Artola

Nile - Vile Nilotic Rites
Wyrd - Hex
Wind Rose - Wintersaga

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Shadowsofthesun

Schammasch - Hearts Of No Light
Alessandro Cortini - Volume Massimo
Devin Townsend - Empath

Tӧrzs - Tükör

#PER CHI AMA: Instrumental Post Rock
Credo che la scena musicale ungherese abbia da sempre un suo perchè. A volte mi domando se l'originalità che molto spesso caratterizza le band magiare, sia in un qualche modo legata al fatto che la lingua parlata in Ungheria non abbia origini indoeuropee, sia nata negli Urali e da lì, diffusasi nelle grandi pianure danubiane. È per me pertanto interessante dare sempre un ascolto molto più coinvolto a quelle realtà che provengono da quella zona. E cosi, quest'oggi faccio la conoscenza dei Tӧrzs, un trio di Budapest che con questo 'Tükör' arriva addirittura al traguardo del terzo album. Il sound proposto nelle sei tracce incluse, è un post rock strumentale dai forti accenni malinconici: è chiaro fin da subito, dallo scoccare di quella chitarra acustica che in "Első" sembra quasi avvisare di prepararci a vivere forti emozioni. Ed è questo signori che faremo nell'arco dei quasi 40 minuti di musica che delicatamente sentiremo scorrere nelle orecchie ma anche nel profondo dell'anima. Che attendersi quindi se non un gentile flusso musicale, peraltro registrato live nell'Aggteleki Cseppkőbarlang, un sistema di grotte inserito all'interno di un parco nazionale ungherese, che sembra quasi amplificare quei riverberi generati dalle fughe chitarristiche dei nostri. Lo dicevo io che erano originali sti tizi e allora cosa di meglio che assaporare quegli anfratti atmosferici fatti di delicate pizzicature delle corde della chitarra, come accade nel break nostalgico di "Második", piuttosto che lasciarsi avvinghiare dalla vena psichedelica di "Harmadik", che farà certamente la gioia degli amanti dei Pink Floyd; qui in effetti le somiglianze con gli originali inglesi, rischiano di essere un po' eccessive. Il disco è comunque piacevole, anche se come sempre, io lamenti l'assenza di una voce che avrebbe potuto dare quel tocco in più ad un album che verosimilmente ne avrebbe giovato alla grande. I Tӧrzs sono alla fine un terzetto da tenere sott'occhio, ma mi sento in dovere morale di spronarli un pochino di più, spingendoli ad una maggior ricerca sonora per uscire dalla loro zona di comfort. Un primo passo è stato fatto con la registrazione nelle grotte, ora serve qualche step addizionale per spiccare il volo e assumere dei contorni di personalità ben più definiti. (Francesco Scarci)

(A Thousand Arms/Lerockpsicophonique - 2019)
Voto: 68

https://torzs.bandcamp.com/album/t-k-r-2

giovedì 21 novembre 2019

Asphodèle - Jours Pâles

#PER CHI AMA: Post Punk/Depressive Black/Shoegaze
Gli Asphodèle si sono formati nel 2019, ma non pensate che siano dei pivelli. La band francese che consta di cinque membri, include infatti batterista e chitarrista degli Au Champ des Morts, una band che ho particolarmente apprezzato nel 2017 con l'album 'Dans la Joie', la ex vocalist degli Amesoeurs, il cantante dei Aorlhac (che abbiamo già incontrato su queste pagine) e il bassista degli svedesi Gloson. Insomma, potrebbe risultare fuori luogo parlare di super gruppo però, se rapportato ai circuiti underground, non mi vergognerei affatto ad affermarlo. Che attenderci quindi da questo quintetto inedito? Vi risponderei semplicemente che tutti e cinque i musicisti hanno portato le loro pregresse esperienze in questo 'Jours Pâles', cercando di conglobarle con quelle degli altri. Pertanto, dopo l'intro strumentale di "Candide", ecco palesarsi in "De Brèves Étreintes Nocturnes" la voce di Audrey Sylvain, a portarmi con la sua timbrica, indietro di una decina di anni quando la brava cantante si dilettava con i vari Neige e Fursy T. nel loro inequivocabile concentrato di post-punk, shoegaze e depressive rock. Ad inasprire il sound però con echi post-black, ecco la chitarra sbilenca di Stéphane Bayle, uno che da 25 anni suona anche (e soprattutto) negli Anorexia Nervosa e ha pertanto una vaga idea di come fare male, a fronte anche di una nuova esperienza nei blacksters Au Champ des Morts. La musica degli Asphodèle si muove quindi in ambiti estremi anche se l'utilizzo massivo delle female vocals, smorzano la vena feroce della band, sebbene le ritmiche si confermino taglienti anche nella title track e il growling/screaming di Spellbound, cerchi di fungere da classico contraltare della soave performance della gentil donzella. Il sound dei nostri si arricchisce comunque di molteplici sfaccettature, dai break acustici della già citata title track, alle asprezze più black oriented di "Gueules Crasses", song dotata di una epica e gelida aura, grazie alle chitarre di scuola scandinava, mitigate dalle melodie vocali della particolare Audrey. Il disco scivola velocemente verso la fine attraverso altri pezzi, alcuni decisamente malinconici ("Nitide") ma comunque molto vari, altri che strizzano l'occhiolino più pesantemente allo shoegaze ("Réminiscences") song che trovo quasi fuori posto in questo contesto sebbene Spellbound cerchi di mantenere con la sua timbrica una certa connessione col depressive black. A chiudere invece "Décembre", un pezzo in stile Shining (quelli svedesi) che sancisce un disco interessante che sembra però mostrare qualche intoppo a livello di songwriting o comunque non avere una fluidità musicale ancora acclarata. 'Jours Pâles' è un lavoro discreto suonato da ottimi musicisti che paiono ancora non particolarmente amalgamati tra loro. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2019)
Voto: 68

https://ladlo.bandcamp.com/album/jours-p-les

Laika Nello Spazio – Dalla Provincia

#PER CHI AMA: Rock Alternative
In un panorama italiano devastato da banalità musicali, alcune realtà si fanno notare cercando di rinforzare quel percorso iniziato nei primi anni novanta da band storiche che hanno dato una certa credibilità e una dignità alla musica alternativa nazionale come Massimo Volume o Marlene Kuntz, quindi è inevitabile parlare di questo album come un valido lavoro a supporto di quelle lontane realtà. A partire dalle parti vocali, la parentela con i primi Massimo Volume è palese quanto la ricerca di vocaboli poetici non scontati per le liriche, uno stile compositivo che li accomuna a quel modo espressivo italico, alternativo e di tutto rispetto di fare rock per certi versi anche fortemente politicizzato. Musicalmente i Laika Nello Spazio si presentano con una formazione a tre, con due bassi ritmici e una batteria, e un intento atto a creare una musica squadrata e scarna, figlia del post punk con gli istinti dell'hardcore più melodico. Risulta difficile parlare di ricerca sonora ed originalità, l'album suona bene e seppur il sound sia minimalista e rumorosamente ben assemblato, sempre in tiro con melodie sicure e travolgenti, la musica risulta reale, onesta e i temi trattati sono credibili mentre parlano della vita difficile nelle province di oggi. Il cantato è denso, molto sentito e intriso di rabbia stradaiola, direi molto vicino per attitudine alla musica di denuncia dei New Model Army, anche se gli spettri di Clementi e Godano sono sempre dietro l'angolo assieme ai canti di protesta del Teatro degli Orrori e Petrol. Comunque i brani volano veloci, sanguigni, senza fronzoli e nascondono una bella vena poetica, ricercata, evidenziata con il bel video del singolo, "Il Cielo Sopra Rho", geniale ripresa artistica parallela al capolavoro di Wenders. I due bassi sostengono a dovere l'assenza delle chitarre e la ritmica pulsante è padrona indiscussa della scena, linee dirette ed efficaci, non v'è molto spazio per virtuosismi che toglierebbero spazio all'intensità del canto. Le belle canzoni dal titolo, "La Scala di Grigi" o "Dalla Provincia", come del resto tutti gli altri brani, sprigionano rabbia, rammarico e ricordano da vicino certe vette di intensità degli RFT ovviamente rivedute nello stile del trio lombardo. Questo bel lavoro è quanto di più distante si possa immaginare dalle patinate e glamour uscite di Manuel Agnelli & Co. mostrando quanto il sottosuolo lombardo non sia affatto una misera costola di X-factor e non a caso si riallaccia egregiamente all'aspro sentire del capolavoro, 'Lungo i Bordi', mantenendo la tensione di quel disco che ha fatto storia ed insegnato molto al rock italiano. Il suono di questa band non sarà innovativo (cosa comunque che non risulta nei piani della band) anzi ai più risulterà assai derivativo e limitato a livello sonoro ma questo album è fatto, concepito e vissuto con una aggressività contagiosa che non lascia scampo. Da ascoltare. (Bob Stoner)

(Overdub Recordings - 2019)
Voto: 70

https://www.facebook.com/laikanellospazio/

Golden Heir Sun - Holy The Abyss

#PER CHI AMA: Ambient/Experimental/Drone, Earth, Popol Vuh, Neurosis
Da piccolo amavo esplorare i boschi nei dintorni di casa mia: in realtà più che di boschi si trattava di strisce di verde risparmiate da campi e cemento, ma per un bambino era come entrare in un altro mondo che la fantasia ingrandiva a dismisura e dove il tempo perdeva significato. Una volta mi resi conto dell’arrivo di un temporale solo quando il cielo sopra le cime degli alberi era ormai diventato del colore del piombo e il vento aveva iniziato a fare scempio di rami e foglie: per qualche minuto rimasi immobile, incantato da quello spettacolo al tempo stesso meraviglioso ed inquietante, come se una presenza invisibile stesse manifestando un brusco cambiamento d’umore.

Oggi di quei boschi rimane ben poco, ma l’ascolto di 'Holy The Abyss', primo disco di Golden Heir Sun, mi riporta alla memoria quelle immagini ed un indefinito bisogno di isolamento e contemplazione. Del resto il nuovo frutto del progetto solista di Matteo Baldi, già protagonista in una delle migliori formazioni post metal in circolazione, i veronesi Wows, si configura proprio come un inno in onore della natura, fonte di vita ma anche in grado di scrollarsi di dosso da un momento all’altro questa fastidiosa infestazione di esseri troppo spesso inconsapevoli del fatto di essere solo l’ennesima specie di passaggio su questo pianeta.

Come il precedente 'The Deepest', 'Holy The Abyss' è costituito da un'unica composizione di ben venti minuti di lunghezza che si snoda tra ampie sezioni dominate da atmosfere sacrali, eterei intrecci di chitarra ed esplosioni di dinamica, il tutto concepito come una sorta di rituale catartico volto a ripristinare l’armonia tra l’essere umano e la sua spiritualità più ancestrale. Non a caso, ad accoglierci troviamo il suono oscillante di una campana tibetana affiancata da un lento e malinconico arpeggio di chitarra, mentre da questo ipnotico tappeto sonoro emergono alcuni accordi più duri che si smorzano all’ingresso della voce di Matteo, quasi assorto in un mantra:



“On my hands, Before the Dawn I kneel, in awe.
On my knees, Before the Sun I kneel, in awe.
On my hands, Before the Clouds, I see, rain down.”

Così come l’universo tende inevitabilmente al caos, alla conclusione della “preghiera” corrisponde l’imporsi della chitarra distorta, lanciata in un furibondo crescendo ove il brano aumenta di intensità, raggiungendo il climax al riprendere del cantato, ormai trasformatosi in uno straziante grido:



“Nature is enough, Nature always wins.”

Improvvisamente l’apocalisse sonora si consuma e si disperde come vento: al suo posto riaffiora il vibrare della campana e alcuni tenui accordi che infondono sia un senso di rinnovata quiete che di precarietà, quasi a voler rappresentare il ciclo perpetuo di ordine e disordine che domina il cosmo, nonché il pericolo sempre in agguato degli istinti distruttivi dell’umanità.

Trasporre in note la propria interiorità, le proprie emozioni e suggestioni rappresenta una vera e propria sfida con se stessi, ma a Matteo (non a caso discepolo di maestri quali Neurosis, Godspeed You! Black Emperor e Tool) piacciono le imprese difficili, tanto da concepire questo lavoro come qualcosa che va oltre l’aspetto meramente musicale e che si fonde con altre forme di espressione, allo scopo di coinvolgere l’ascoltatore in questo viaggio introspettivo: parte integrante dell’opera sono infatti le ammalianti coreografie di Giulia, danzatrice che accompagna le esibizioni di Golden Heir Sun, e gli evocativi visual creati da Elide Blind, due componenti fondamentali del progetto che possiamo apprezzare nel videoclip creato per il brano.

Dunque, quale è il messaggio di 'Holy The Abyss'? Una critica ad una vita quotidiana resa sterile dalla superficialità e dalla dipendenza da troppi beni inutili? Un invito a lasciarci alle spalle tecnologia, consumismo e lavori alienanti? Forse. O forse è solo una riflessione su quanto sia meschina l’esistenza senza una presa di coscienza di quanto ci sia di meraviglioso nell’Universo e su quale sia il nostro reale posto in esso. Non basterà a curare questa società malata, ma forse spingerà me a tornare tra i pochi alberi rimasti della mia infanzia e ad inginocchiarmi sulla terra umida mormorando una preghiera:


“Holy the Abyss, free us all.”


(Karma Conspirancy/Toten Schwan/La Speranza Records - 2019)

Suzan Köcher - Suprafon

#PER CHI AMA: Psych/Folk/Rock
La musicista tedesca Suzan Köcher e la sua band pubblicano per Unique Records il secondo disco intitolato 'Suprafon', una miscela di dream pop, folk e psichedelia che ricorda i Velvet Underground ma anche i Fleetwood Mac per la pacatezza e morbidezza dei suoni, oltre che al piacevolissimo ascolto. Proprio la facilità d'ascolto secondo me è il punto di forza di questo lavoro, può funzionare da sottofondo infatti in qualsiasi occasione e non richiede una concentrazione particolare, anzi ha il potere di sciogliere la tensione emotiva e ristabilizzare le emozioni anche se per un breve tempo. Il singolo “Peaky Blinders”, peraltro aperto da un bellissimo video dai toni plumbei e piovosi, è una ballata calma e sognante, le chitarre sono chiare e riverberate e accompagnano la splendida voce di Suzie nella sua passeggiata musicale tra synth melliflui e nuvole sonore. Sentire 'Suprafon' è come andare a fare un picnic in campagna, circondato da campi di grano e raggi di sole, la pacatezza e l’atmosfera sono avvolgenti ed esortano a prendere la vita non troppo sul serio, a divertirsi e pensare positivo. Una song da citare è sicuramente "Night by the Sea" che con il suo dolce incedere tra chitarre acustiche e l’accoratissima linea vocale che sembra rievocare un’atmosfera western, perfetta per la colonna sonora di un film di Tarantino, senza dubbio risulta il mio pezzo preferito del cd. Impossibile non nominare l’incantevole chiusura del disco, la title track "Suprafon", forse la summa delle intenzioni che la band ha voluto riversare in questo secondo disco. Le vibrazioni sixties si sentono prepotentemente, una pulsante linea di basso fa da sfondo ad una ballata rock'n'roll dai toni chill out lisergici e colorati, con un ritornello così catchy quasi a far venire nostalgia della summer of love, di woodstock e degli hippie. Suzan Kocher & co. hanno sfornato un disco altamente godibile, consigliatissimo a tutti gli amanti del folk rock che abbiano voglia di sentire una band nuova dal suono originale e che porti il vessillo della musica sessantiana senza alterarne l’idea originale, ma anzi arricchendola di freschezza e nuove idee. (Matteo Baldi)

(Unique Records - 2019)
Voto: 78

https://suzankoecher.bandcamp.com/

Slow – VI: Dantalion

#FOR FANS OF: Funeral/Doom
Dehà, the mastermind behind the moniker Slow, is known for his vast expanses of noisy Funeral Doom. To me, this record was highly anticipated, because I loved the path from number 'IV: Mythologie' to 'V: Oceans'. It’s also special because it was the first Funeral Doom record I ever purchased. I was relatively new to the genre, but hooked instantly. From the start of this new album, I can tell right away that he chose to stay on path, without compromising any of the brutal aspects of sound.

I love how the slow riffs drags the melody onwards, with the haggard screams perfectly echoing the depressive and gloomy atmosphere. Like a descending vortex of destruction, complete with drums which pummels you to the ground whenever you reach upwards. Dehàs vocals are a mixture of screams and whispers, and has always been a hallmark of this project. It always fits well with the rest of the instrumentation. The synth strings are playing a big role in supporting the constant barrage of noise, and there is little room to breathe among these dense melodies of fading hope throughout the album. Whenever I catch a break, it’s only to harden myself for a brief while before the next attack ensues. There are some small parts of guitar only, but the eerie tone does little to ease the tension in this album. It plays like a single symphony of dilapitation and disarray, filled to the brink with noise. The overall mix if bottom heavy, and it feels steadily rooted at the base. The bass lines keeps everything level, and the guitars are never too loud. It’s like the backdrop of a howling wind, which blows only for you to hear it whenever there is a quiet moment away from the ongoing slaughter.

Towards the end of the record, the strings are more prominent. The album gets more intense, quickens the pace, and the guitar screams more. The drums are more like a march, driving the listener through an ominous terrain riddled with overture notes. As the guitar echoes in solitude, it seems like a fog horn has entered, and along with it even heavier drums and Dehás bone chilling howls of torment. The throbbing pulse is slow and steady. In keeping with the other great acts of the genre. As we journey onwards, it becomes more saturated, and almost drowned in a sea of noise. A clean set of vocals are following an alternate chorus line, and it seems to be working well, despite the initial oddness. Like a starting fire, the song rages on, increasing in intensity, until it finally dies, and only the "Elégie" remain. It’s a beautiful simple melody which starts with two strings being strummed, creating a sense of desolation and sadness. As with life, they fade away into a gentle synth and strings hybrid, which cements the feeling of despair and loneliness otherwise embraced on the album. A fitting funeral anthem to be played at the great departures of great men. (Ole Grung)


(Code666 Records - 2019)
Score: 85

martedì 19 novembre 2019

Tome of the Unreplenished/Starless Domain - Epistolary of the Fall

#PER CHI AMA: Experimental Ambient Black
Se degli Starless Domain abbiamo parlato da poco del loro primo lavoro, 'EOS', dovete sapere che i Tome of the Unreplenished sono una band anglo-cipriota formata da membri tra gli altri di Voz de Nenhum e Spectral Lore, tutte band già conosciute qui all'interno del Pozzo. Ma porgiamo l'orecchio attento a questo interessante 'Epistolary of the Fall', split album rilasciato dalla Aesthetic Death. Due soli pezzi per quasi un'ora di musica a farvi capire che ci sarà parecchio da faticare per digerirne l'ascolto. Sono i ciprioti ad avere l'onore di aprire le danze con "Proskynesis", una song (se cosi vogliamo definirla) di quasi 19 minuti che si apre con un rumore in sottofondo, quasi si tratti dell'accensione dei razzi di un'astronave. Non ho idea se dobbiamo attenderci un qualche viaggio intergalattico, ma per non saper nè leggere nè scrivere, io mi allaccio le cinture, pronto ad un balzo temporale a velocità oltre a quelle della luce. La preparazione è di sicuro assai lunga, visto che almeno fino all'ottavo minuto sembra non accadere nulla se non essere circondati da un disturbante rumore. Potrebbe anche essere che questa sia la stravagante proposta della compagine cipriota che affianca al noise, flebili voci in sottofondo ed ipnotiche distorsioni sintetiche che ci accompagneranno da qui alla fine di questo primo capitolo, girovagando per mondi extraterrestri. Esauriti i primi venti minuti del cd, mi viene da pensare che le prospettive siano di un ascolto tutto in discesa, visto che verosimilmente la parte più complicata la dovremmo aver già superata. Questo perchè "CERES", il pezzo degli Starless Domain, ha tutta la forma di una canzone con capo e coda, cosa che mancava nel precedente brano. Chiaro che anche in questo caso, non abbiamo nelle orecchie una musicalità del tutto convenzionale, poichè la band statunitense è portatrice di un oscuro cosmic black metal che prosegue la linea musicale intrapresa con i precedenti 'EOS' e 'ALMA'. La song, come preventivato, è una lunga fuga di quasi 40 minuti tra ritmiche serrate, synth surreali quanto mai freddi e desolanti e demoniache vocals in sottofondo. A supporto di una simile situazione subentrano saltuariamente ampi momenti atmosferici che contribuisco a rendere il tutto ancor più onirico e visionario (soffermatevi al ventesimo minuto per capire di cosa stia parlando). Alla fine, 'Epistolary of the Fall' è un viaggio nel tempo e nello spazio, un'avventura spaziale per sole anime forti che abbiano la mente abbastanza aperta per nuovi interessanti incontri con forme aliene. (Francesco Scarci)

Mur - Brutalism

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Post-Black
Periodo prolifico per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, che in poco più di due mesi, ha rilasciato un considerevole numero di release (e il meglio sembra che debba ancora venire). Questi Mur, da poco nelle mie mani, sono in realtà un side-project di act francesi quali Today is the Day, Glorior Belli, Mass Hysteria, Comity e Four Question Marks. 'Brutalism' è il loro debut sulla lunga distanza, sebbene i primi vagiti dei nostri risalgano al 2014 con un EP autoprodotto. Il risultato mi sembra piuttosto buono visto che non sembra il classico lavoro del roster LADLO Prod. La band infatti ci aggredisce con il sound intenso e fresco di "Sound of a Dead Skin" che pare coniugare il post-hardcore con una più sotterranea vena black, espressa probabilmente solo a livello di screaming vocals e di una robusta cavalcata conclusiva al limite del post-black. Ma questa è solo una delle sfaccettature espresse dal sestetto francese in questo lavoro, viste le disturbanti contaminazioni elettroniche disseminate un po' ovunque e un sound comunque più radicato negli estremismi hardcore che black. Ovviamente, bisogna mettere in conto che l'ascolto del disco non sia la classica passeggiata domenicale, viste le influenze rivolte al versante punk/hardcore. È bene quindi prepararsi mentalmente alla "rozzaggine" sonora di "I Am the Forest" o al più imprevedibile approccio catalizzante di "Nenuphar", dove rock, doom, hardcore, black, grind, post ed electro-noise si fondono all'unisono in una miscela polverizzante di suoni. La quarta song dal titolo lunghissimo, che vi risparmio per cortesia, è in realtà il classico raccordo tra la terza e la quinta traccia intitolata "Third", singolo apripista di 'Brutalism'. Scelta più che mai azzeccata viste le stranezze iniziali, le devastanti aberrazioni musicali, le dirompenti vocals, le stranianti ritmiche che probabilmente identificano "Third" come brano più violento e riuscito del disco. Ma le sorprese non finiscono certo qui, c'era da aspettarselo, visto lo stralunato e folle incedere di "My Ionic Self", una proposta non proprio alla portata di tutti, anzi direi da proibire assolutamente ai più deboli di cuore. Mi sa che dovremmo farcene una ragione perchè l'impressione è che man mano si vada verso la conclusione del disco, le sperimentazioni si facciano ben più presenti: "Red Blessings Sea", pur essendo più controllata nella sua furia, ha un impianto ritmico un po' malato. L'incipit elettronico "I See Through Stones" sembra quasi evocare la sigla di 'Stranger Things', prima di evolvere in dirompenti schiamazzi noise industrial black. La cosa che più mi sorprende è che il caos profuso dai Mur alla fine suona sempre piacevole e dinamico e questo è un grosso punto a favore della compagine francese. Un altro pezzo assai interessante (e forse il mio preferito) è rappresentato da "You Make I Real", una traccia emotivamente instabile, dotata di ottimi arrangiamenti e atmosfere apocalittiche che ci introdurranno all'epilogo di "BWV721", l'ultimo atto ambient/noise di questo inatteso 'Brutalism', graditissima sorpresa di fine anno. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2019)
Voto: 76

https://ladlo.bandcamp.com/album/brutalism

lunedì 18 novembre 2019

Scintillescent - Dread

#PER CHI AMA: Symph Black, Mesarthim
Di questi Scintillescent non sono riuscito a recuperare praticamente nulla dal web se non la loro origine, la Nuova Zelanda, poi altre informazioni sono totalmente irreperibili. Non so nemmeno se 'Dread' sia il loro debut EP o cos'altro, quindi portate pazienza se sono qui a scrivere un mare di cazzate. Fatto sta che l'ensemble neo zelandese mi ha colpito per quel suo sound fresco capace di miscelare l'elettronica con il black, in una versione più fruibile dei Mesarthim. Qui infatti non ci troviamo di fronte song dalle durate oceaniche, ma quattro brani diretti, efficaci e melodici, che si aprono con la title track e le sue ariose melodie su cui si staglia lo screaming non cosi efferato del frontman. "Breakneck" continua positivamente su questa linea, con un brano breve (quasi quattro minuti), essenziale, che va al nocciolo della questione senza stancare. Le melodie si confermano piacevoli, e il lavoro alle tastiere si conferma di grande valore, dando maggior rilevanza alle atmosfere piuttosto che alle chitarre. Qualcuno storcerà il naso per questa mia affermazione, eppure francamente trovo 'Dread' un validissimo EP, anche laddove la band decide di riproporre le due song in versione strumentale e (ancor più) sinfonica, qualora ce ne fosse stato bisogno. Avrei evitato quest'esperimento un po' banalotto e riempipista per proporre un paio di song in più. Comunque attendiamo fiduciosi le prossime evoluzioni di questi misteriosi Scintillescent. (Francesco Scarci)

martedì 12 novembre 2019

N█O - Isolates

#PER CHI AMA: Black/Death
I N█O mi avevano piacevolmente colpito quando esordirono nel 2017 con il loro 'Adrestia'. Tornano a distanza di un paio d'anni con un EP, giusto per dire ai fan che la band ucraina è viva e vegeta e che sta lavorando a qualcosa di nuovo. La proposta del terzetto di Kiev prosegue sulla scia del debut con un post-black condito da contaminazioni post-metal. Se l'inizio di "Void" parte in sordina con un approccio mid-tempo, a metà brano la band scalda i motori, ingrana la quarta e inizia a pigiare sull'acceleratore con una bella scorribanda di oscuro post-black. I nostri sono imprevedibili, e forse per questo li avevo apprezzati, cosi a fronte dell'accelerata, assistiamo anche ad una bella frenata con tanto di testa a coda incluso, ossia un break acustico a cui fanno seguito le classiche melodie glaciali dell'ensemble, su cui vanno a piazzarsi le grim vocals del buon Andrey Tkachenko. Poi è solo una cavalcata verso l'infinito a chiudere questo primo pezzo. "The Room" è un angosciante intermezzo semi-acustico che ci conduce a "Dreamcatcher", una song che parte ritmata e prosegue con il medesimo piglio almeno fino ad un minuto dalla fine, quando gli strumentisti ucraini si scatenano per l'ultima furiosa scarica metallica. 'Isolates' alla fine non è altro che un discreto antipasto per tenere a freno gli appetiti voraci dei fan della band ucraina. (Francesco Scarci)
 
(BloodRed Distribution - 2019)
Voto: 65


https://bloodreddistribution.bandcamp.com/album/isolates

domenica 10 novembre 2019

FrostSeele - Kalte Leere

#PER CHI AMA: Melo Death/Post Rock, Insomnium
La one-man-band di quest'oggi l'avevo recensita in occasione del debut del 2012, 'PrækΩsmium'. Da allora il mastermind teutonico ha rilasciato uno split e un paio di EP, di cui l'ultimo è questo 'Kalte Leere'. Mi sono domandato come sia cambiata la musica del factotum di Baden-Württemberg dal 2012 ad oggi, e quindi eccomi a raccontarvelo. Il nuovo lavoro si apre con le tenui melodie di "Kalt", una sorta di lungo incipit acustico (almeno per i primi tre minuti) su cui poggiano le spoken words del carismatico leader, prima che negli ultimi 90 secondi si sprigionino le forze oscure della compagine tedesca. L'apertura di "In Traumhaft" mostra un beat simil-elettronico, che lascia presto il posto ad atmosfere più ragionate, soffuse e malinconiche, con la voce pulita di Mr. FrostSeele ad alternarsi con il gracchiare di Danny, l'ospite del disco. La linea melodica della song ha sicuramente una certa presa per il sottoscritto che per certi versi mi ha ricondotto all'arioso sound finnico di Throes of Dawn o Insomnium. "Der Dunkle Zenit" ha un incipit più alternativo, anche se poi il sound dei nostri si muove sempre verso coordinate che ormai si sono svuotate della loro componente black per assumerne una più votata ad un ipotetico ibrido tra post-rock e la freschezza del death melodico di matrice finlandese. Francamente, il risultato è più che soddisfacente, pur non facendo certo gridare al miracolo. "[ ]" è l'ultimo enigmatico pezzo, visto anche un titolo di questo genere: l'inizio sembra suggerire quasi un trip hop di scuola britannica, per poi muoversi su suoni tipicamente post-rock, forse la nuova direzione artistica intrapresa dal polistrumentista tedesco, per una nuova interessante tappa della discografia dei FrostSeele. (Francesco Scarci)

sabato 9 novembre 2019

Reido - Anātman

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Era novembre di otto anni fa, quando su queste stesse pagine, parlavo del secondo lavoro dei biellorussi Reido, un disco che vedeva il terzetto di Minsk virare da un industrial funeral doom, ad un più arioso (se cosi si può dire) post-metal/sludge. I nostri si sono presi un'altra breve pausa, di circa otto anni, hanno cambiato etichetta, approdando alla Aesthetic Death e finalmente, hanno rilasciato un nuovo album, 'Anātman'. Ebbene, l'inizio non è dei più promettenti visto che con "Deathwave", il combo sembra di nuovo essersi perso negli anfratti di un angusto funeral sound. In realtà, l'opener funge più da lunga intro prima di lasciare posto alla plumbea cortina fumogena innalzata da "The Serpent's Mission", una song di oltre undici minuti, lenta e affannosa, portatrice di una discreta dose di angoscia a causa di quel suo indolente incedere che conferma il ritorno alle origini da parte dell'ensemble biellorusso, sebbene ora sia deprivato della componente industriale. Già sfiancato dalla prima vera traccia, mi avvio all'ascolto di "Dirt Fills My Mouth", un pezzo che inizia più in sordina, con una voce sussurrante accompagnata da una tiepida chitarra che a poco a poco, cresce d'intensità, ma non troppo in coinvolgimento, almeno fino a quando il suono della sei corde si tramuta in deprimente assolo, che dona finalmente un certo mordente ad una song fin qui troppo anonima; da questo punto in poi, grazie ad un migliore utilizzo della componente atmosferica, il brano assume una sua personalità e con esso la band stessa. E per fortuna, visto che c'è un baluardo imponente da assaltare, chiamato "Liminal": quasi 17 minuti di sonorità non troppo affabili, per non dire decadenti, sempre sorrette dalle growling vocals di Alexander Kachar e da un riffing in sottofondo che evoca un che dei My Dying Bride. C'è da dire che da metà brano poi, la band si concede un lunga pausa ambientale che spezza un po' quella lugubre e sfibrante andatura del pezzo. La title track è un pezzo strumentale fatto di campionamenti a sfondo sci-fi, che ci introducono all'ultimo scoglio del disco da superare, ossia i 14 minuti di "Vast Emptiness, No Holiness", un'altra non proprio banale passeggiata da affrontare in scioltezza. Ritmiche logoranti, voci ringhiate e tutti i consueti elementi che contraddistinguono il funeral, per chiudere in bellezza un lavoro di certo di non facile assimilazione, almeno per chi non è un fan sfegatato del genere. Speravo francamente in qualcosa di più, il disco non è male, ma mi aspettavo una qualche progressione a livello di songwriting che ahimè è venuta a mancare, complice un'astinenza dalle scene davvero lunga. Un peccato. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2019)
Voto: 67

https://reido0.bandcamp.com/releases