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mercoledì 22 maggio 2019

Cambrian - Mobular

#PER CHI AMA: Sludge/Doom/Hawaiian
Superata la (opportunamente breve) sciocchezzuola introduttiva "Melt", una sorta di equivalente stoner del concetto di accordatura di chitarra, la successiva, straordinaria, "Seaweed Shaman" convoglia gli intenti del disco in un modo che potrebbe ricordare certe cose dei We Hunt Buffalo così come potrebbe non farlo. Una chitarra aeriforme voluttuosamente floydiana-sì-ma-rigorosamente-pre-darkside e una sezione ritmica visibilmente concrezionale. La dicotomia elementale così codificata è destinata a propagarsi per l'intero disco, seppure con tinteggi marcatamente gilmouriani (cfr-tate "Hooded Mantanaut" con "Sorrow" e "Embryo") o ancora più marcatamente gilmouriani ("Mobular" potrebbe sostituire "Marooned" in una ipotetica reincisione sludge di 'The Division Bell' o, ancor meglio, commentarne lo straordinario videoclip, ricorderete, girato a Prypjat), e nonostante certe mutevoli devianze post (le sensazioni post-tumultuose di "The Lethargic Hours" in quota Mogwai; "Emperor Seamount", una volta contratta, potrebbe chiudere un album dei Faith No More) emergenti nelle istanze finali del disco. (Alberto Calorosi)

(Taxi Driver Records - 2017)
Voto: 70

https://cambriandoom.bandcamp.com/releases

martedì 21 maggio 2019

Orso – Paninoteca

#PER CHI AMA: Post Metal strumentale, Pelican
Sono sincero, con una copertina del genere e un titolo così, ho fatto fatica a prendere sul serio la proposta degli Orso. Tuttavia, alla prova del play sono rimasto piacevolmente sorpreso, a riprova del fatto che non va mai giudicato un album dalla sua copertina. La proposta degli Orso è un post metal sludggione strumentale, pregno di ambienti e di dissonanze che penetrano come lame sotto la pelle. Più si prosegue nel disco poi, più i toni oscuri e maligni entrano nel cervello come una colata di petrolio incandescente. L’incipit "Sloppy Joe" riversa lapilli di lava nei timpani dell’ascoltatore, tra bordate di batteria violente, arpeggi in stile Deathspell Omega da far rabbrividire anche il più efferato metallaro. "Choripan" con i suoi otto minuti abbondanti di ambienti, descrive degli scenari da film, senza privarsi di momenti pesanti dove i distorsori prendono il sopravvento sulle scie dei delay. "Horseshoe" dimostra poi come i quattro ragazzi di Losanna siano in grado di scrivere ottimi riff sludge riuscendo ad ottenere quei landscapes alla Pelican, ma anche alla Melvins, fino a sfociare in sfuriate vicine al post hardcore. In generale, ogni pezzo si svolge come una storia a sé e definisce come un racconto, fatto di pieni e vuoti, di rilassamento e di intensità. Un disco non facile 'Paninoteca', dove la sua seconda parte si dimostra assai più ardua da ascoltare, diciamo che avrei apprezzato fosse durato la metà, in ogni caso non è un difetto che disturba più di tanto, quanto la mancanza di significato. Mi spiego meglio, questo disco non manca di tecnica, non di buone canzoni o di arrangiamenti, semmai manca di un messaggio, tutto quello che sta intorno alla musica. Dobbiamo sempre ricordarci che le canzoni sono fatte per essere ascoltate e che l'ascoltatore ha bisogno di un contesto e di un significato per capire in cosa sta investendo, in questo caso quasi un’ora della sua vita. Ecco 'Paninoteca' non mi pare proprio un messaggio adeguato alla proposta musicale degli Orso; se non avessi ricevuto questo disco dal Pozzo dei Dannati, non mi sarei mai e poi mai lanciato nell’ascolto di un lavoro con un titolo del genere. Sarebbe un disco quasi perfetto musicalmente, con personalità, talento e attenzione ai suoni ma ragazzi, siate più seri, la mollica di pane in copertina non si può proprio guardare. Esistono artisti grafici talentuosissimi, per nominarne un paio STRX e Coito Negato che per un investimento esiguo avrebbero potuto rendere graficamente la vostra musica in maniera decisamente migliore; allo stesso modo in cui avete affidato il mix al chitarrista dei Converge e il master a Magnus Lindberg (Cult of Luna), avreste dovuto curare la parte grafica e il messaggio allo stesso modo. Un vero peccato che penalizza pesantemente il mio voto conclusivo. (Matteo Baldi)

(Czar of Crickets - 2019)
Voto: 62

https://orsoband.bandcamp.com/album/paninoteca

lunedì 20 maggio 2019

Orsak:Oslo - S/t

#PER CHI AMA: Instrumental Post Rock, Mogwai
Il post rock è un genere ormai inflazionato e vanta una produzione di band e dischi vicina alla saturazione. Tuttavia fa sempre piacere sentire una band che interpreta il genere in modo personale e originale, come nel caso di questo disco dei Orsak:Oslo, una lavoro che ricorda gli Earth ma anche gli Alcest e i Mogwai con una tendenza all’oscurità e alla meditazione. Sono paesaggi i pezzi di questo disco che si susseguono come in un lento viaggio percorso a piedi, con calma, senza la fretta di arrivare da qualche parte ma solo con la volontà di viaggiare e di scoprire nuovi luoghi. I pezzi scorrono con intensità tracciando scenari fiabeschi a tratti, e a tratti inesorabili e maestosi. Seppur il disco sia strumentale, la soddisfazione delle nostre orecchie così come l’attenzione mentale, è completamente catturata dai sentieri lunghi e impervi che questi ragazzi hanno costruito per noi. Si percepisce distintamente che non si tratta di una prima prova e che tra i musicisti ci sia un’alchimia particolare, un equilibrio unico in cui ognuno riesce a dare esattamente il contributo che serve alla musica, nulla di più, nulla di meno. Tra tutte le tracce spicca la cadenzata "Sleepwalker", decisamente la mia preferita del disco, che con i suoi gravi tonfi di chitarra e la sua ritmica mi fa sentire come se stessi partecipando ad una seduta di meditazione profonda, in mezzo ad incensi e candele, al cospetto dell’immagine del divino così severa nella suo palesarsi a chi l’ha invocata, e così piena allo stesso tempo di risposte e di domande, una contemplazione intensa e purificatrice. La seguente "Crying For Sleep" invece presenta degli spunti più trionfali, quasi celebrativi con i suoi ambienti rarefatti e i suoi arpeggi sbilenchi sembrano delle foglie di una foresta infinita che si muovono all’unisono sui rami di alberi millenari che mai saranno toccati da mano umana. Orsak:Oslo è un bell’intreccio d'improvvisazione e di composizione con degli sprazzi di psichedelia e blues ben amalgamati tra loro con grande maestria e con forte personalità. Davvero un ottimo disco, consigliato a tutti gli amanti del post rock e in generale a tutti quelli a cui piace perdersi nei pensieri, fissare il tramonto o guardare le nuvole che sornione passano e continuamente cambiano forma. (Matteo Baldi)

Time Lurker/Cepheide - Lucide

#PER CHI AMA: Post Black, Au Dessus
Time Lurker e Cepheide, due band che qui all'interno del Pozzo dei Dannati conosciamo assai bene. Uno split, 'Lucide', che consta di sole tre tracce per oltre trenta minuti di musica. Partono i Time Lurker con un paio di pezzi ("No One is Real" e "Unstable Night") che confermano quanto di buono avevamo già sentito nel debut della one-man-band di Strasburgo, capitanata dal buon Mick (qui peraltro accompagnato da un secondo vocalist, Thibo dei Paramnesia), ossia un post black atmosferico dalle forti tinte apocalittiche, con tanto di cavalcate infuocate, spezzate da ombrosi rallentamenti doom e grida disperate (e soffocate) in sottofondo. Questo è quanto si sente nell'opener track, ancora peggio (o forse meglio) con la seconda impetuosa "Unstable Night", un fiume in piena di abrasive quanto mefistofeliche melodie che sembrano prepararci al nostro incontro con il Signore delle Mosche e a quello che sentiremo da li a poco, con la lunghissima traccia (quasi venti minuti) dei Cepheide. Il duo parigino ci propina proprio la title track dell'album, che per genere, potrei ammettere di essere assimilabile a quello del collega che ha aperto il disco, con la sola differenza nell'uso di vocalizzi più strazianti (di matrice suicidal black metal). La musica poi è per certi versi affine ad "Unstable Night", deviata, diabolica, malvagia e melodica quanto basta per disturbare i sensi e il nostro sonno notturno. Un lungo incubo da quale sarà difficile destarsi, anche nella parte più ambient della traccia, alla fine quella che differenzia le proposte dei due gruppi transalpini. Un succoso split album che sa di riempitivo in attesa delle nuove fatiche delle due compagini, un breve malatissimo viaggio nelle perverse menti di Time Lurker e Cepheide, che conferma, ancora ce ne fosse bisogno, l'eccellente stato di forma della scena estrema francese. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs de l’Ombre Productions - 2019)
Voto: 72

https://cepheide.bandcamp.com/album/split-with-timelurker

Iron Flesh - Forged Faith Bleeding

#PER CHI AMA: Death Old School, primi Entombed, At the Gates
Diavolo, la Epictural Prod. mi ha da sempre abituato a release sinfonico/medievali, non potete pertanto immaginare quanto io abbia strabuzzato gli occhi quando il death purulento dei francesi Iron Flesh sia esploso nel mio stereo. La band di Bordeaux esordisce cosi con questo 'Forged Faith Bleeding', dopo un paio di EP rilasciati nel biennio 2017-18. La prima cosa che ho pensato ascoltando l'opener "Invade, Conquer & Dominate" è stato "cazzo i vecchi Entombed sono tornati", visto che si tratta di una scheggia impazzita di death old school di scandinava memoria con tanto di saliscendi ritmici, sassate solistiche e il classico cavernoso growl. Con "Malignant Kingdom" rimescoliamo, almeno inizialmente, le carte, con un sound decisamente più lento e malvagio, anche se poi il finale si lancia a tutta velocità come un camion contro una folla di persone, con arrembanti riff di chitarra. Il che prosegue selvaggiamente anche in "Ripping the Sacral", un'altra breve mazzata nei denti inferiore ai tre minuti, in una sorta di rivisitazione anche del vecchio e immortale 'Reign in Blood'. I nostri amici francesi non hanno però tempo da perdere, e nella successiva "Harbinger of Desolation" ecco un altro colpo di scena con un asfissiante rallentamento che ci conduce nelle viscere dell'Inferno con tanto di death doom abissale. Un caso isolato a quanto pare, visto che con "Celestial Disciple's Incarnation" si torna a correre come i vari Grave, Dismember e At the Gates erano soliti fare nei primi anni '90. Tanta ferocia, sfuriate brutali, vocalizzi efferati, ma anche una discreta dose di melodia che stempera le intemperanze messe in scena dal quartetto transalpino. Per quanto riguarda il resto del disco, non ci si discosta troppo da quanto proposto sin qui, quindi un death metal di scuola svedese, ben armonizzato, che non disdegna precetti doom ("Stench of Morbid Perversion" e la conclusiva "Where Universes Collide" dal forte sapore "katatonico") o sgaloppate di matrice punk hardcore dai contenuti comunque assai melodici ("To the Land of Darkness & Deep Shadow"), per un lavoro alla fine realmente indicato ai veri nostalgici del genere. Per gli altri, direi di andarvi a recuperare gli originali delle band qui menzionate. (Francesco Scarci)

Space Traffic - Numbness

#PER CHI AMA: Psych Rock
L'ho sudata (e fatta sudare) questa recensione, vuoi perchè ad un certo punto mi sono trovato dall'altra parte del mondo con la band che giustamente mi sollecitava alla sua pubblicazione sul sito, vuoi perchè, chi originariamente doveva scrivere queste righe, è scomparso. Alla fine è toccato a me descrivere le sensazioni emanate da questo primo capitolo dei valdostani Space Traffic intitolato 'Numbness'. Un salto indietro nel tempo che mi ha riportato ai vecchi e sempre più rispolverati ultimamente - penso ai The Mighties - anni '60. Lo si evince dall'opener "Numbness", la title track, ma in successione anche dalle varie "U Say U Love Me", "Power and Pride" e "Fire from the Depth". Inizio col raccontarvi di quanto sia suggestivo il motivo del moniker della band, legato a quel momento d'interruzione delle comunicazioni tra la navicella Apollo 10, in orbita nel 1969 sul lato oscuro della Luna, e la Nasa, e la comparsa contestuale a bordo della capsula di una strana musica che venne attibuita poi al traffico degli oggetti spaziali in collisione col campo magnetico della Luna stessa. Ma volgiamo lo sguardo verso il cielo e torniamo a parlare di musica e a quel suo sound parecchio vintage rock che scomoda facili paragoni con grupponi anni '60. Con "Time Machine" penso ad un ibrido tra blues/hard rock, psichedelia nelle sue note iniziali e quella spruzzatina di stoner che non guasta mai. Toni decisamente più pacati con la già citata "Power and Pride", la classica ballata strazzamutande dei vecchi dischi primi anni '70, la song che si metteva alle feste per il classico ballo lento, quello del tête-à-tête con la ragazza dei sogni, in una song che potrebbe richiamare Beatles e Pink Floyd allo stesso tempo. Non male, anche se devo ammettere di aver apprezzato maggiormente il basso, a braccetto con la chitarra solista, di "Hails of Love", un altro pezzo che per certi versi mi ha evocato i Floyd più rock oriented e meno sperimentali. "Mirror Game" tiene invece un ritmo più tirato con la voce del frontman qui più convincente che in altre parti nel cd. Si ritorna a suoni più compassati con "Blue Moon", almeno nella prima parte, cosi delicata e malinconica anche nel cantato di Marco Pica, prima di un finale che si lancia in un chitarrismo sfrontato di scuola zeppeliana (ripresa poi dal bravo Slash) che me la fa optare come mio brano preferito di questo 'Numbness'. C'è ancora tempo per un altro paio di brani, l'intimista "Tear it Down", dove largo spazio è riservato alla chitarra ispirata di Fabio Baldassarri e "Fire from the Depth" che menzionavo all'inizio come classico pezzo di rock'n roll sessantiano. Rimane un'ultima song, "The Dream", qui in versione live, per undici minuti di inossidabile psych rock di scuola floydiana che esalta le qualità del terzetto di Aosta in questa loro prima fatica. Sprazzi di luce, ma anche qualche ombra su cui lavorare (penso ad un perfezionamento a livello vocale ad esempio), ma la strada su cui si sono incanalati gli Space Traffic sembra promettere bene. (Francesco Scarci)

Haiku Funeral - Decadent Luminosity

#PER CHI AMA: Industrial/Dark/Ambient, Esoteric, Godflesh, Samael
In un mondo dominato dal conformismo, dove ogni forma d’arte e d'intrattenimento tende sempre più ad appiattirsi allo scopo di compiacere la maggioranza del pubblico e sulla spinta di logiche di mercato, è naturale che le voci fuori dal coro esplorino sentieri totalmente opposti, puntando su proposte singolari ed estreme, per porsi come alfieri di coloro che non accettano di essere omologati e incatenati alla deriva generale. Nobile scopo senza dubbio, ma da perseguire con accortezza, perché il confine tra provocazione e forzatura è molto breve. Prendiamo l’ultimo lavoro degli Haiku Funeral, duo francese (in realtà un americano e un bulgaro trapiantati chissà come a Marsiglia) che nel 2016 si era fatto notare con ‘Hallucinations’, album dalle coordinate nettamente metal, per quanto ricco di contaminazioni elettroniche e sonorità a cavallo tra l’industrial e le melodie orientaleggianti dei Septicflesh. Questo ‘Decadent Luminosity’ si libera invece di ogni elemento tradizionale, dando preminenza alla componente elettronica e danzando ipnoticamente tra la pesantezza apocalittica dei Godflesh, i tribalismi meditativi alla OM, e l’esasperante lentezza degli Esoteric. Il tentativo di diluire tutti questi elementi ha ovviamente influito sulla durata di questo mastodonte musicale, che si presenta come un doppio album di un’ora e mezza: da un lato ‘Decadent’, dove dominano la freddezza marziale della drum-machine e i rabbiosi giri del basso di William Kopecky, dall'altro ‘Luminosity’, che invece si muove in malsane paludi dark ambient in cui di luminoso troviamo ben poco. Sempre presente invece l’elemento vocale, con Dimitar Dimitrov che ci accompagna in questa specie di discesa negli inferi come un blasfemo Virgilio, alternando il cantato cadenzato in stile Blixa Bargeld allo scream black metal, a cui si aggiungono poi svariati effetti orchestrali, sax, violini, voci femminili e mormorii indistinti che non fanno altro che aumentare la sensazione di trovarsi in gita sulle rive del Flegetonte. È dunque la debordante ricchezza di elementi ed influenze, più che il minutaggio, a rendere quest'album molto ostico: delle due parti è sicuramente ‘Decadent’ a risultare più accessibile, caratterizzata da pezzi in cui la forma canzone è più definita e dove risaltano la marziale e meccanica "The Crown Of His Glory", le grandiose atmosfere sinfoniche di "The Dreams Of Celestial Beings" (in cui è avvertibile l’influenza degli ultimi Samael) e l’allucinante orgia ritualistica di “Dreaming Kali In The Temple Of Fire”, dove si combinano elementi orientali con la teatralità dei Kilimanjaro Darkjazz Ensemble. I richiami al collettivo olandese fanno capolino anche nella seconda parte dell’album ("Vision Pit"), ma qui basso e drum-machine ci abbandonano per dare spazio a stridenti feedback ed oscuri effetti elettronici, mentre si compie la metamorfosi del cantante da guida dantesca a vero e proprio sacerdote demoniaco, apparentemente impegnato nell’evocazione di creature non euclidee. Bisogna ammettere che la scelta di dedicare interamente metà dell’opera alla componente ambient rende faticoso anche per l’ascoltatore più eterodosso arrivare alla fine senza skippare qualcosa, questo perché il passaggio tra le pulsanti dinamiche di ‘Decadent’ all’esasperante lentezza di ‘Luminosity’, è forse troppo brusco (un po’ come passare da 'Pretty Hate Machine' dei Nine Inch Nails ad un disco dei Raison d'Être) e le due parti finiscono per avere ognuna vita propria. Il risultato finale è un esperimento affascinante ed ambizioso, ma poco equilibrato, talmente trasgressivo da rischiare di non essere preso del tutto seriamente. Una maggior sintesi delle varie tendenze della band e un minutaggio più contenuto avrebbe permesso a ‘Decadent Luminosity’ di risaltare maggiormente tra le uscite estreme di questi ultimi 12 mesi, ma forse gli Haiku Funeral preferiscono muoversi nella buia desolazione dei gironi infernali più profondi. (Shadowsofthesun)

(Aesthetic Death Records - 2018)
Voto: 66

https://haikufuneral.bandcamp.com/album/decadent-luminosity

domenica 19 maggio 2019

Primus - The Desaturating Seven

#PER CHI AMA: Funk Rock
Nella rilettura musicale de 'I Coboldi dell'Arcobaleno' di Ul de Rico musicata ed eseguita nientescoreggiadimeno che dallla formazione originale dei Primus, una prevedibilmente liquidissima (ed eccessivamente lunga) introduzione lascia spazio all'ahimè ormai consueta carrellata di (peraltro godibilissimi) trademarks Primus-Clapypoll-iani: sbilenchi vaudeville stompeggianti da stivali sporchi, orecchie a punta e parecchia birra in circolo ("The Trek" e, nel prosieguo, la più prosaica "The Storm", eppure in grado di trasmettere un certo senso di pathos stupefatto), marcette incazzofunky di quelle che ascoltereste volentieri mentre pigliate Anthony Kiedis a schiaffoni sul muso (la nervosa "The Scheme", oppure nella materica "The Seven", che durante l'ascolto assumerà fattezze proprie, fuoriuscirà dall'album, dal vostro lettore mp3, dalle cuffie, dalle vostre orecchie, per attraversare lo spazio ed il tempo e finire per collocarsi direttanete sul lato B di 'Discipline' dei King Crimson) e filastrocche strumentali ("The Ends?") che vi sembrano collocarsi grosso modo tra 'Chocolate Factory' e la torta di compleanno degli undici anni di Mercoledì Addams. Virale. (Alberto Calorosi)

(Prawn Song - 2017)
Voto: 63

http://www.primusville.com/

Bruce Lamont - Broken Limbs Excite No Pity

#PER CHI AMA: Drone/Ambient Rock
Languida eppure dronizzata (la ficcante "Excite No Pity", successivamente deliquescente verso un noise eversivo alla Godspeed You Black Emperor) od, oppostamente, etno-liofilzzata ("Neither Spare Nor Dispose"), la litania messianica Michael-Gira/ffazzonata messa in scena nei momenti più avant-garde del secondo disco solista di Bruce Lamont, appare comunque di primo acchito come una sorta di schizo-frantumazione del jazz-core stanziale nelle ineffabili menti disturbate dei chicaghesi Yakuza. Un (white) noise liquido, kelviniano (il gelo cosmico espresso in "8-9-3" ne è un esempio) o termodinamico (il caos ronzante di "The Crystal Effect" potrebbe ricordarvi anche un Minipimer rotto), oppure morfologicamente stratificato (gli infiniti loop di "Maclean", ma anche il divertito hereafter-surf "Goodbye Electric Sunday", volendo) nella direzione, sempre che quello di direzione sia un concetto vagamente significativo all'interno di questo album così scarsamente cartesiano, nella direzione dicevo, di una dissolvenza quintessenziale e definitiva: sostenuta da una riverberante chitarra acustica, la straordinaria "Moonlight and the Sea" in chiusura vi suonerà come una sorta di "Space Oddity" kubrickiana. Da ascoltare in cuffia mentre attraversate un buco nero pentadimensionale a velocità curvatura. (Alberto Calorosi)

mercoledì 15 maggio 2019

He Comes Later - Cognizance

#PER CHI AMA: Deathcore
La scuola americana deathcore fa proseliti anche in Italia. È il caso dei bolognesi He Comes Later, una band nata nel 2010 e votata inizialmente al metalcore, che ha poi virato il proprio tiro verso il deathcore con l'ingresso in formazione nel 2013 del bravo vocalist Andrea Piro. I punti di riferimento guardano ovviamente agli USA, dove negli ultimi tempi si è visto un pullulare frastornante di una miriade di gruppi dediti a queste sonorità che puntano ad emulare, ahimè senza grossi risultati, i gods Rivers of Nihil e i compari Fallujah. Con i nostrani He Comes Later siamo però un po' più distanti dalle melodie sognanti e un po' ruffiane di quelle due realtà, sebbene un uso massiccio dei synth già a partire dalla malinconica opener di questo 'Cognizance', intitolata "Despondency". Quello che mi sento immediatamente di sottolineare è la potenza di fuoco messa in mostra dal quintetto italico e da quel rifferama ribassato (coadiuvato da martellanti blast beat) che evoca, per forza di cose, i maestri Meshuggah. Il growling di Andrea poi è davvero notevole nella rabbia profusa e nella profondità della sua timbrica. Il disco avanza attraverso tracce quali la sincopata e djentleliana "Execution" e la più atmosferica "Detachment", detonando ritmiche possenti su cui s'installano i synth cibernetici (a tratti psichedelici) dei nostri, che per certi versi richiamano gli americani Honour Crest. In "Torment" il gruppo sperimenta soluzioni alternative, miscelando un urticante death metal (con tanto di pig squeal vocali) con la musica classica, rallentamenti paurosi ed una onnipresente dose di melodie, peccato solo che la traccia sfumi in modo brutale sul finire. Ancora atmosfere e ritmiche incendiare con la brutale "Healing", dove accanto ad ubriacanti sterzate ritmiche e vocalizzi animaleschi, la band trova ancora il modo di coniugare ottime melodie con stop'n go da cavare il fiato. Cosi come convincente è l'arrembante "Guidance", tra riffoni serrati, una buona sezione solistica ed ottime keys, quasi a evidenziare che di cali fisiologici la band emiliana non ne vuole sapere. Lo stesso dicasi di "Atonement", song assai ispirata a livello atmosferico, con keys spettrali davvero convincenti che non rappresentano un semplice corollario alla sezione ritmica ma che assumono invece un ruolo da assolute protagoniste. "Quiescence" è un breve brano strumentale che funge da bridging con la dinamitarda "Resurgence", song dalla ritmica a tratti compassata che mi ha ricordato un che degli statunitensi Kardashev. A chiudere ecco la furibonda title track ed i suoi quasi quattro minuti di killer riff, rallentamenti da paura, vocals belluine, synth di "tesseractiana" memoria e quanto di meglio possa offrire oggi il panorama deathcore. Interessante anche il concept che si cela dietro al disco, ossia la vicenda di un ragazzo depresso, voglioso di suicidarsi che tuttavia, nell'attimo di compiere l'atto fatale, fallisce entrando in uno stato cognitivo di pre-morte che lo porterà a vivere varie esperienze che lo arricchiranno di una nuova consapevolezza verso la vita. Insomma, 'Cognizance' è un buon debutto sulla lunga distanza dal quale iniziare la scalata verso le vette del deathcore mondiale. (Francesco Scarci)

(Self - 2018)
Voto: 74

From Another Mother - ATATOA

#PER CHI AMA: Math Rock/Punk
Al giorno d’oggi l’offerta musicale è talmente ampia e ramificata che si fatica a tenere il passo delle nuove proposte: inutile dire che le produzioni di formazioni affermate provenienti da scene “storiche” catalizzano l’attenzione di pubblico e critica, forti della maggior visibilità guadagnata nel corso degli anni. Tutto questo ha un prezzo: molto promettente materiale di realtà dell’underground non riceve la meritata attenzione, così come il lavoro di artisti provenienti da scene ancora lontane dalla luce dei riflettori. Ho pensato a questo quando mi sono imbattuto in 'ATATOA', seconda fatica dei croati From Another Mother, eclettico terzetto in azione dal 2013 che promuove una sorta di fusione tra math rock cerebrale alla Dillinger Escape Plane, sfuriate punk-rock e passaggi più orecchiabili: una gran bella miscela che richiede non poca abilità per essere concepita e amalgamata. La ricetta concentrata in queste nove tracce è ricca di sfumature e sicuramente interessante (per quanto un po’ acerba), tuttavia le informazioni presenti in rete sulla band sono davvero scarse e risulta quindi difficile farsi un’idea su ciò che ha portato alla genesi dell’opera: lasciamo dunque parlare la loro musica. La prima traccia “May” ci fornisce subito una chiara indicazione di come si svilupperà l’album: partenza leggera e accattivante, caratterizzata dal cantato scanzonato e dalla chitarra pulita, che dopo meno di un minuto lascia bruscamente spazio ad un esplosivo ritmo serrato a supporto di un travolgente assolo di chitarra e voci urlate. Il repentino alternarsi di parti melodiche e riff furiosi sembra essere il marchio di fabbrica del gruppo e viene ripreso anche in “First Things First” e “Song Number 9”, dove possiamo apprezzare l’abilità dei tre musicisti nel destreggiarsi tra i cambi di tempo e le irrequiete dinamiche che costituiscono l’ossatura di 'ATATOA'. Decisamente più atmosferiche e sognanti sono invece “Supernova” e “Walnut”, brani che risaltano grazie alle forti influenze post-rock e che richiamano i britannici And So I Watch You From Afar, ma nemmeno in questi i From Another Mother lesinano nello spingere sull’acceleratore, lanciandosi in tumultuosi crescendo rumoristici quasi shoegaze. “I Will Atone” e Slightly Wrong” si distinguono invece per le divagazioni jazzy e gli elaborati giri di basso, mentre in coda troviamo “Keep Your Head” e “Baited”, i brani più diretti e pesanti del mazzo, i quali meglio esprimono l’anima “heavy” della band senza per questo cadere nel banale. 'ATATOA' è un album che incanala l’entusiasmo del gruppo e trasmette per tutta la sua durata emozioni estremamente positive, riuscendo a coinvolgere l’ascoltatore e rendendo l’ascolto piacevole e leggero, malgrado i repentini cambi di tempo e le nervose strutture delle canzoni. Se da un lato la tecnica nell’esecuzione e la ricercatezza degli arrangiamenti non sono in discussione, va detto però che i pezzi, per quanto validi, si sviluppano in modo troppo eterogeneo, suscitando spesso la sensazione di ascoltare la registrazione di una divertente jam session. Nel complesso il lavoro sembra mancare di un’idea di insieme e fatica a trasmettere un concetto unitario, disperdendo molte ottime idee in un’impetuosa ricerca di varietà stilistica. I From Another Mother giocano tutte le loro carte sulla creatività sregolata, dando liberamente sfogo ad ogni idea e confezionando un disco energico e diretto; la band, invece di puntare con decisione verso percorsi più ambiziosi per valorizzare il proprio notevole bagaglio tecnico, sembra volersi accostare più ai rassicuranti filoni punk e alternative rock, ma per una giovane realtà dell’est europeo, ancora alla ricerca di un posto al sole, probabilmente va bene così. (Shadowofthesun)

(Kapitan Platte - 2019)

The Mighties - Augustus

#PER CHI AMA: Punk/Garage Rock, Ramones
Non sono proprio la persona più indicata a recensire questo genere di suoni, ma visto che il lavoro è finito tra le mie mani (si tratta di un vinile), mi adatto e vi racconto quello che ho sentito. Sicuramente quello che si evince da "Caprice de la Drama", la opening track di 'Augustus', opera prima dei The Mighties, è che il disco dei nostri (non certo degli sprovveduti, avendo all'attivo già quattro EP ed una miriade di concerti alle spalle) abbia voglia di portarvi indietro di una cinquantina di anni e farvi divertire con il loro garage rock. Immaginatevi un po' la sigla di Happy Days, la sit com americana famosa a cavallo degli anni '70-80 per Fonzie e compagni, e quei ragazzi che ballavano il rock'n'roll, ecco l'intento della band umbra, ovvero quello di immergervi in quei suoni, riportando in voga il rock di quegli anni e diventando prodromico del punk che in paio di lustri si sarebbe sviluppato. E allora balliamo selvaggiamente al ritmo incalzante di "Chinese Drop", che ammicca ad un che dei Ramones, mentre con la successiva "Everybody's Doing" lasciatevi trascinare dal groove infuocato dei nostri per poi trovarvi a cantare a squarciagola col ritornello assai catchy della song. Non è musica certamente impegnata quella che ci offre 'Augustus', accogliendo un sound caldo e divertente, che la maggior parte dei giovani di oggi crederà appena concepito o peggio, inventato dai Blink-182, mentre in realtà affonda le radici proprio negli anni '60. Alquanto inusuale, almeno per il sottoscritto, è "Church of R'n'R", rilassata quanto affascinante nel suo sinuoso incedere. Le mie song preferite però sono "Girl in the Zoo", cosi oscura e maledettamente rock, sebbene nel suo refrain ci senta un che di "Seven Nation Army" dei The White Stripes e "Casablanca", scanzonata ma seria allo stesso tempo, con un assolo conclusivo davvero incazzoso. Insomma, con 'Augustus' c'è da divertirsi non poco per scoprire o riscoprire la freschezza di suoni che alcuni di noi pensavano persi nella notte dei tempi. (Francesco Scarci)

(We're at Fruit Records/SOB Records - 2019)
Voto: 72

lunedì 13 maggio 2019

Ho Gravi Malattie - Lithium (Mental Illness)

#PER CHI AMA: Noise/Ambient
Altro capitolo targato Ho.Gravi.Malattie, progetto che associa noise ed arte nell'intento di mostrare e svelare le sofferenze che stanno dietro alle tante malattie che affliggono l'uomo. Una malattia, un disco, questo è il format, con confezione handmade in CDr a tiratura limitatissima (solo 7 copie) ed in futuro prevista anche la versione in cassetta, oltre al formato digitale. Riporto una parte della presentazione dell'artista, perchè troppo bella: è il misantropo (H)organismo.(G)ravemente.(M)alato, un passato da recensore musicale per due importanti webzine italiane e performer del progetto merda-noise chiamato, appunto, HgM. Costui è anche il mentore e custode di questa coraggiosa, morbosa e fantasiosa label DIY torinese, che sforna idee così stravaganti e scomode, e nonostante lo shock iniziale dovuto ai temi non certo allegri delle opere trattate, una volta capito l'intento artistico ci si inoltra nella musica reale, o meglio nel rumore reale. Ho trovato questo a proposito di sperimentazione medica sui ratti: il litio rimane il trattamento più utilizzato per il disturbo bipolare, tuttavia, i meccanismi molecolari alla base delle sue azioni terapeutiche non sono stati completamente chiariti. A tal proposito presumo che il titolo scelto, seguito dalla dicitura "Mental Illness", si sposi benissimo con l'intento di portare in musica il concetto della malattia mentale e qui troviamo molto su cui riflettere. Un deserto sonoro fatto di lunghissimi rumori ambientali di sottofondo, come se fossimo sotto un cavalcavia di un'autostrada cosmica che porta verso l'ignoto, grida disperate e solitudine, isolamento, la tecnica della stratificazione del suono per ottenere un wall of sound fatto di noise e cicatrici sonore rubate all'ambiente che ci circonda. Due sole tracce molto lunghe di quindici ("Lithium") e venti minuti ("Arsenic Death") rispettivamente, esplorano questo triste declino della mente umana, cercando di esportarne le controverse e disperate emozioni che possono convivere in un paziente affetto da tale patologia. Detto questo, per capire al meglio quest'opera, ci si deve apprestare ad un ascolto assai emotivo ed impegnato, visto che stiamo parlando di un ambient/noise ortodosso e mal disposto ai compromessi. Un'opera dura, minimale ma d'impatto e corposa, una nebbia fitta che rapisce i sensi e rende palpabile questa forma atroce di malattia. Un disco/concetto molto violento, non tanto per la musica in sé ma in quanto alle sensazioni malate, è il caso di dirlo, che esso emana. Ovviamente, musica per ascoltatori forti di stomaco ed amanti del noise d'ambiente più estremo. (Bob Stoner)

Abraham - Look, Here Comes the Dark!

#PER CHI AMA: Post Metal/Sludge, The Ocean
Disco uno. Suoni pesanti. Wave. Stoner. Panico. La fine dell'anthropocene, il declino e la conseguente scomparsa del genere umano. Era ora. Disco due. "Phytocene". Immaginate che la specie dominante del pianeta Terra sia ora una gigantesca ortica telepatica e iraconda. Rarefazione, linfa pulsante. Disco tre. "Mycocene". Psichedelia. Spore. Quattrocentomila dopo Cristo. Grosso modo. La Terra è infestata di piccoli bizzarri funghetti del tutto simili a quelli che avete assunto l'altra sera. Disco quattro. "Oryktocene". Pulviscolo. Radiazione di fondo. Erosione. Estinzione totale. Quattro dischi quattro, uno per era geologica. Da oggi fino alla fine del tempo. Centotredici minuti di musica. Un'eternità. Sonorità grevemente concrezionali e limpidamente riverberanti, qualcosa a metà tra una specie di ultra-doom amniotico post-crepuscolare ("To the Ground", per esempio) e una sorta di psych-stoner diffratto e ultrapercettivo ("God Pycellium" per esempio). Di tanto in tanto, divagazioni jazz-core ("Wonderful World" per esempio) e magma-drone ("Wind" per esempio). Estenuante. (Alberto Calorosi)

Helheim - Rignir

#PER CHI AMA: Epic/Viking, Bathory
Ci eravamo fermati al 2011 qui nel Pozzo a recensire i norvegesi Helheim. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti: due album di suoni vichinghi, 'raunijaR' e 'landawarijaR', fino ad arrivare al nuovissimo 'Rignir' (che significa pioggia) fuori per l'imprescindibile Dark Essence Records. Le novità in questi anni sono state diverse, assistendo al forte desiderio di sperimentazione da parte della band di Bergen. Lo avevamo colto negli ultimi due album, forse è ancor più forte in quest'ultimo arrivato. Diciamo che all'ascolto della mite ed epica opener, il black metal degli esordi sembra ormai essere solo un lontano ricordo. Niente paura perchè con la successiva "Kaldr", non posso che sottolineare l'abilità dei nostri di muoversi tra un black atmosferico (di scuola Enslaved) con tanto di sporadiche accelerazioni ed un suono che a tratti diviene evocativo e solenne, complice come sempre l'alternanza alla voce tra V'ganðr e H'grimnir che, grazie ai loro differenti registri, riescono a mutare drasticamente la proposta dei nostri, tanto da farmi strabuzzare gli occhi nella seconda parte di "Kaldr", una song che si muove tra il progressive e le sperimentazioni neofolk di Ivar Bjørnson & Einar Selvik. Cosi come pure quando inizia "Hagl", song che si sviluppa attraverso un incedere lento, sinuoso, un po' stralunato in salsa folk rock, con improvvise accelerazioni, di fronte alle quali non posso che rimanere piacevolmente sorpreso e colpito dalla voglia dei nostri di suonare originali. E dire che nelle file della compagine nordica, ci sono ex membri di Gorgoroth e Syrach. Comunque la band è convincente in quello che fa, dall'epica bathoriana di "Snjóva" alle suggestive melodie di "Ísuð", là dove soffia il freddo vento del Nord, in un altro piccolo tassello di suoni devoti a Quorthon e compagni. Con "Vindarblástr" mi sembra di aver a che fare con i Solstafir, visto quel cantato pulito che evoca non poco il vocalist dei maestri islandesi. C'è ancora tempo per un altro paio di song: "Stormviðri" è un pezzo malinconico e compassato che vede ormai rare tracce di un retaggio black ormai quasi del tutto svanito. La conclusiva "Vetrarmegin" è l'ultimo atto in cui compaiono ancora forme di un black ritmato ma ormai completamente affrescato da un epica di bathoriana memoria. 'Rignir' è un disco ben fatto sicuramente, ma degli esordi dei nostri ormai non v'è più traccia alcuna. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2019)
Voto: 75

https://helheim.bandcamp.com/album/rignir

Lucy in Blue – In Flight

#PER CHI AMA: Psichedelia/Prog Rock, Porcupine Tree
Non avevo mai sentito i Lucy in Blue prima d’ora ma di sicuro non li scorderò facilmente. 'In Flight' è un disco che mi ha stregato e mi ha fatto venir voglia di rispolverare i vecchi vinili dei Pink Floyd di mio padre e riascoltarmi la discografia completa dei Porcupine Tree. Siamo davanti ad una personalissima reinterpretazione del prog rock di stampo anni sessanta/settanta con una vena psichedelica e post importante. Gli ambienti dei Lucy In Blue sono immaginifici, sognanti e pieni di suggestione, saranno probabilmente stati i paesaggi ghiacciati e i tramonti islandesi ad aver conferito ai pezzi una tale cinematograficità e una tale intensità emotiva. Perfetto per una colonna sonora di un film, adattissimo all’ascolto in solitudine sulla poltrona a contemplare la notte, 'In Flight' riesce a riassumere la lezione delle grandi band del passato e a tramutarlo in qualcosa di nuovo, fresco e accattivante. Il dittico d’inizio "Alight" pt.1 e pt.2 è come un’infinita sequenza di lenzuola di seta che si stendono una sull’altra, senza peso, senza sostanza, fatte solo di leggerezza. La voce poi a ricordare moltissimo i primi lavori di Syd Barret con i Floyd, aggiunge quella componente malata e allucinogena che allarga la percezione e induce ad una trascendenza lisergica artificiale così piacevole e così profonda da sembrare tangibile. I pezzi sono vari ma lo stile e l’identità della band rimane; "Nùverandi" ricorda "Wish You Were Here" e lo struggente quanto leggendario rammarico per il compianto diamante pazzo. "Tempest" vanta la presenza di un frenetico prog rock che ricorda gli Area e i Jethro Tull, con quei suoni di organetto così evocativi dell’epoca d’oro del prog che quasi mi fanno commuovere. Una menzione merita anche la title track, indiscutibilmente il mio pezzo preferito del disco, che con i suoi quasi dieci minuti di lunghezza offre una selezione dei migliori ambienti dei Lucy in Blue e li conferma come maestri di espressività strumentale ed emozionale. Nonostante alcuni piccoli inciampi nel mood delle canzoni, il disco rasenta la perfezione. In particolare mi riferisco a momenti troppo frenetici seguiti da ambienti rarefatti ed intangibili, ove a volte la transizione appare troppo repentina, ma questo è il mio gusto personale, sono sicuro che altri ascoltatori potrebbero trovare questa caratteristica piacevole e interessante. Consiglio vivamente i Lucy in Blue a tutti i nostalgici della psichedelia e del prog, sono certo che troveranno gran soddisfazione nel volo di 'In Flight' e sono altrettanto certo che vorranno ripetere l’esperienza più e più volte finché la realtà non si squaglia e rimangono solo delle soffici nuvole dai colori pastello e un caleidoscopico cielo notturno adornato da un milione di stelle che lampeggiano ad intermittenza casuale e che non vogliono saperne di stare al loro posto. (Matteo Baldi)

(Karisma Records - 2019)
Voto: 82

https://lucyinblue.bandcamp.com/album/in-flight

domenica 12 maggio 2019

Anneke Van Giersbergen & Árstíðir - Verloren Verleden

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Indie Acoustic
Dieci limpidissimi e lamentosissimi lieder di provenienza assortita nello spaziotempo, limpidamente e nordicissimamente arrangiati utilizzando piano barra quartetto d'archi (di solito un violino e tre violoncelli) oppure chitarra barra quartetto d'archi (rispettivamente: "Bist Du Bei Mir", di Gottfried Stölze, compositore barocco coevo di Bach e il tradizionale inglese fine 800 "Londonderry Air - Danny Boy" di Frederic Weatherly) oppure limpidamente e noiosamente interpretanti a cappella ("Heyr Himna Smiður", Árstíðir) o quasi-a-cappella (il tradizionale islandese "Þér ég Unni", non-arrangiato dagli Árstíðir e già proposto nel live a Brema del 2013). Il torpore è allontanato di tanto in tanto, quando l'asticella emotiva sale intenzionalmente di qualche tacca (la summenzionata "Londonderry Air", ma anche "Russian Lullaby", Irvin Berlin, 1927, "A Simple Song", Leonard Bernstein per Zeffirelli, 1972, e pure il romanticismo nordico di "Solveig's Song", Edward Grieg dal Peer Gynt, senz'altro il più prossimo allo spleen Árstíðir) a scapito, provvidenzialmente, di un certo soggiacente e fastidioso narcisismo di fondo. (Alberto Calorosi)

Tintinnabula - Mamacita

#PER CHI AMA: Alternative Rock, System of a Down
Con le considerevoli eccezioni della metal-patchanka "Mamma", della electrotribale "Pazzo", a metà strada tra un Marilyn Manson che assume tachipirina da un flute e un Vinicio Capossela che si mangia uno yogurt scremato al mango, della melodic-vigorosa "L'immensità", riuscita cover del più celebre singolo di Don Backy, con tanto di ospitata dell'autore, o dell'inaspettata concessione al discorrer di amorosi sensi in chiusura, quel medesimo discorrer di amorosi sensi ipotizzato nella copertina (individuerete una punta, ma solo una punta di Fausto Leali nella conclusiva "Sottovoce" e un iceberg, ma solo un iceberg del Marco Masini più Disperato nella seconda A di amaro nella canzone "Amore Amaro"), con la considerevole eccezione di tutto questo, dicevo, nelle sedici canzoni del terzo album dei "Sicily of a Down" troverete un nu-metal old-school a tratti prossimo ("Clochard"), oppure molto prossimo ("Pietà") o ancora spudoratamente prossimo ("Mamacita") agli scorticanti fulgori dalla metal band archetipica dell'intera storia del metal armeno e mondiale e, nelle liriche, un approccio lubricamente combat folk, qualcosa a metà strada tra i Modena City Ramblers con la faccia sul bancone ("Viva Mazzarà") e i Litfba con l'unghia del medio incarnita ("Auto Blù" [sic], "Pietà"). "(∂+m)ψ=0", il titolo della quattordicesima traccia, è un enunciato (trascritto erroneamente, suppongo per esigenze di copione) dell'equazione di Dirac, universalmente nota come equazione dell'amore per via di una forzosa seppure affascinante interpretazione del suo significato. La mamacita, invece, è un vezzeggiativo in lingua spagnola di quella categoria femminile che nel vostro porn site preferito è classificata sotto il più noto acronimo di MILF. (Alberto Calorosi)

(Areasonica Records - 2018)
Voto: 68

http://www.tintinnabula.com/band.html

Ultra Zook - S/t

#PER CHI AMA: New Wave/Avantgarde
Incontrare l'immaginario folle degli Ultra Zook è cosa inverosimile ma alquanto rigenerante. Inverosimile perchè l'insieme di musiche e generi usati dal trio (il cd è uscito per la Dur et Doux and Gnougn Records mentre il digitale per Atypeek Music, in vinile ed anche in cassetta per i nostalgici) che si fondono nel loro sound sono innumerevoli ed imprevedibili, rigenerante poiché alla fine di questo loro disco ci si sente acculturati e pienamente soddisfatti sotto il profilo musicale. Immaginate i suoni caraibici di Rei Momo (vedi David Byrne) e la ballabile schizofrenia dei primi Talking Heads usati per suonare musica cabarettistica dal rustico sapore di campagna francese, suoni che dal Sud America si muovono verso i synth della Plastic music e il jazz gogliardico di memoria Zappiana, dove il compito arduo è capire le complesse formule di 'Jazz from Hell' per avere una chiave di lettura della folle musica di questo ensamble francese, figlio dell'avanguardia di matrice The Residents quanto della Bubble music/synth wave dei primi anni ottanta e del synth pop odierno. Dentro questo album (il primo full length dopo una manciata di EP tutti assai interessanti) ci troviamo di tutto, accenni di folk celtico con tanto di bagpipe ("Conderougno") e thin whistle ("Kawani"). In un contesto tropicale e atemporale si snodano i brani irreali del trio transalpino, che coniugano stupore, fantasia e genialità nel costruire brani pop di sofisticato approccio, attitudine elettronica tedesca, irriverenza rock alla XTC e fine ricerca ai confini col rock in opposition. Il canto in madrelingua è la ciliegina sulla torta, rendendo il tutto un'amalgama perfetta, l'astratto è in scena, una porta spalancata sulla strada della follia, una follia reale, libera di creare e gioiosa, mai banale, intelligente e convincente, una sorta di paese delle meraviglie in salsa sonora, dove tutto alla fine è una scoperta. Un disco allucinato, fuori dal tempo, stralunato e coraggioso, il proseguio perfetto per la dinastia psichedelica della famiglia Renaldo and the Loaf. Un dovere l'ascolto di questo album, per gli amanti e ricercatori di nuove commistioni sonore tra vintage, avanguardia e lucida pazzia. (Bob Stoner)

(Dur et Doux/Gnougn Records/Atypeek Music - 2019)
Voto: 78

https://ultrazook.bandcamp.com/

No Man's Valley – Outside the Dream

#PER CHI AMA: Psych Rock, Danzig
Gli olandesi No Man's Valley con questo nuovo album (edito dalla Tonzonen Records) hanno fatto un passo avanti da vero gigante, in assoluto il loro miglior lavoro, un disco che comprende composizioni carismatiche, compatte e avvolgenti, canzoni abbaglianti sotto l'egemonia del garage rock psichedelico più ricercato, cosmico e solare che spazia tra Fuzztones e On Trial, tra The Church e The Spacious Mind, tra Giobia e Crime & the City Solutions, tra il primo Danzig e i The Doors. La musica è intrigante e nasconde sotto la matrice garage anche una punta di stoner vecchia scuola europea, stile 7Zuma7 o The Heads. Il suono si esalta e mette a segno il miglior colpo con l'imponente e sulfurea "From Nowhere", dove è d'obbligo l'associazione alla mitica e irraggiungibile "Skeleton Farm" dei Fuzztones, ed è doveroso aggiungere, che la band dei Paesi Bassi, pur ricordando vari maestri del genere psych, si assume la pesante responsabilità di una originalità di grande valore. I suoni sono praticamente perfetti, curati in maniera maniacale, luminosi, profondi, lisergici e allucinati quanto basta per sentirne il vero calore e tutta la reale efficacia sonica. Il canto è sofisticato, coccolato dagli effetti vintage, il beat scalpita ed offre un sapore antico sulla rotta dei 60s, in un mood incantato che emana poesia e magia in tutte le sue tracce anche quando si surriscalda sulla via del buon vecchio Glenn Danzig, modalità canora "She Rides" (ascoltate "7 Blows"), facendolo rientrare nel finale, in un contesto sonoro stile "The End" dei Doors. Un lavoro importante, fantasioso e rispettoso allo stesso tempo, per quelli che sono i canoni preimpostati del garage rock/psichedelia di qualsiasi annata, musica per lasciarsi trasportare, per immergersi in un viaggio, liberare la mente e gioiosamente godere di un rock stralunato (ascoltate il fantastico ritornello di "Lies" in salsa Crime & the City Solutions, periodo 'Shine') suonato alla grande, una cascata di suoni luccicanti pronta ad investirvi con un taglio dark molto coinvolgente. La copertina del digipack è fantastica, surreale, allucinogena ed il disco è bellissimo senza alcuna caduta di stile, un caleidoscopio di colori tutto da scoprire. I No Man's Valley si affacciano all'altare del rock internazionale in maniera splendida e credibile. Ascolto imperdibile! (Bob Stoner)

sabato 11 maggio 2019

Sirena Velena – The Blood Girls (Le Mestruo)

#PER CHI AMA: Dark/Industrial/Ambient
Per la collana di produzioni Ho.Gravi.Malattie. a sfondo artistico/concettuale dell'etichetta torinese underground, HgM, ci giunge un nuovo capitolo tutto da scoprire. Nell'ambito dell'intento di portare a galla e sensibilizzare l'ascoltatore verso malattie o disagi più o meno gravi della vita quotidiana e moderna, l'artista palermitana in questione (Leandra Ardizzone), ci offre un EP, scandito da una voce narrante e scorribande rumoristiche varie, di sole tre tracce, sul tema delicato ed intimo del mestruo femminile, considerato in certe culture una vera e propria malattia discriminatoria per il genere femminile. L'aspetto visitato di questo rituale è visto con severa drammaticità e nel contesto del lavoro ci si addentra in un tipo di sofferenza che enfatizza il lato più doloroso e psichico di tale disagio. Le grida sul finale del primo brano dal titolo "Indisposizione" sorprendono per realistica interpretazione, il pulsare ritmico e ripetitivo dei rumori ed il recitato di "Le Ho", fanno avvicinare il nostro stato d'animo a quello della donna che vive queste situazioni una volta al mese. Unica pecca, ma voluta per esigenze sonore/stilistiche, è che il testo, in italiano, è poco comprensibile per via degli effetti usati che lo disperdono un po', ma resta comunque validissimo il risultato finale, drammatico e tagliente, a dir poco destabilizzante. La tensione si carica ulteriormente sul conclusivo terzo brano dal titolo "Non Posso Alzarmi", con quella sensazione di infermità e incapacità percepibile che la bella voce narrante di Sirena Velena (modella d'arte, performer, sperimentatrice noise) riesce a trasmettere legata al suo modo, molto intelligente, di paragonare ad ugual valore, l'arte del rumore ad una composizione musicale di tutto rispetto. La violenza di questo lavoro è palpabile, coerente e molto veritiera, in un suono diviso tra lo-fi noise, rumoristica e minimal industrial ambient, con il cd che contiene copertina ed un inserto a tema sanguinolento per rimarcare il concept delle composizioni. Il lavoro è disponibile anche in edizione limitata a 26 copie in cassetta (rossa/bianca) all'interno di un assorbente in busta di plastica rossa (peccato non siano stati inseriti i testi dei tre brani). Questa è la linea di confine estrema che separa la musica d'intrattenimento dalla musica di riflessione, l'espressione artistica che, tramite rumori e parole, dà sfogo alla lotta di sopravvivenza quotidiana della donna. Un EP sicuramente molto particolare, ispirato e di nicchia ben riuscito. Musica di culto e d'arte che non può e non vuole essere rivolta a tutti, poichè necessità di una sensibilità più alta per essere recepita ed apprezzata. (Bob Stoner)

The Worst Horse - The Illusionist

#PER CHI AMA: Hard Rock/Stoner
Una mitragliata hard-stoner-fucking-rock’n’roll ci getta violentemente in questo 'The Illusionist'. L’opener “Tricky Spooky” ci aggredisce e ci trascina giù, vorticosamente nel disco, al grido rabbioso dei milanesi The Worst Horse. Un grido che sale dal basso e si protrae fino alla successiva “313 Pesos”, che non accenna a diminuire i toni, con l’imposizione del suo groovvone metallico e fregiandosi di richiami (e ricami) hard blues, sempre ovviamente con gli amplificatori sparati al massimo. 'The Illusionist' è in realtà un concept, improntato appunto sulla figura appunto dell’Illusionista. Questo tetro personaggio è artefice ma allo stesso tempo vittima di malvagità, ormai schiavo di quei mostri interiori che ha voluto seguire ma che ora si impongono al suo volere, gli stessi mostri che sovente s'impossessano anche dei cupidi esseri umani. Le tetre fantasie che s'incontrano nei brani, sono infatti profonda allegoria di una realtà che troppo spesso cede alle malvagità, quei demoni che raschiano il fondo dell’anima umana e tuttavia ne sono anche parte integrante. La title-track, coi suoi richiami ai Motorpsycho più recenti, funge appunto da descrizione-presentazione del nostro Illusionista e della sua eterna caduta. L’album procede senza intoppi, sempre sfoggiando riffoni e groove trascinanti in puro stile Worst Horse, tra pure sonorità stoner alla The Sword ed ispirazioni dark-blues sabbathiane. Elemento fondamentale, anche per lo storytelling del concept, le vocals potenti e laceranti (come nel brano “XIII”) di David Podestà, fondatore del gruppo assieme al guitar-man Omar Bosis. Dopo essere passati per oscuri anfratti e scabrosi pensieri, arriviamo in conclusione, dove ci aspettano sette abbondanti minuti con la sparata hard-rock “It”, brano solido, dal titolo già decisamente evocativo in ambito di demoni e terrori. La struttura è decisamente articolata rispetto agli altri brani, ma pur sempre coesa, traduzione di un ottimo lavoro a livello compositivo e di arrangiamenti del trio milanese (oggi quartetto con l’ufficializzazione dell’ingresso del nuovo bassista). Da segnalare anche la presenza su quest’ultima traccia di un ospite d’eccezione: Luca Princiotta (Doro Pesch, Blaze Bayley) come chitarra solista. Diretto e deciso, ma molto più profondo del previsto nelle tematiche, questo concept-album è sicuramente un’eccellente prova da parte dell’ensemble milanese, che prima di 'The Illusionist' aveva pubblicato un EP omonimo, 'The Worst Horse'. Negli ultimi anni la frequente attività live deve aver temprato le corde di questi ragazzi dal grande potenziale, che ci regalano un’altra piccola chicca da inserire nell’ampio panorama dello stoner-rock nostrano, arricchito però da quell’anima groove ed aggressiva che li contraddistingue. (Emanuele "Norum" Marchesoni)

(Karma Conspiracy Records - 2019)
Voto: 82

https://theworsthorse.bandcamp.com/album/the-illusionist

Kamala – Your Sugar

#PER CHI AMA: Psych Rock/Jazz
È un tocco di sana vena artistica quello che supporta la creatività di questa band tedesca, una verve che da tempo non sentivo, forse dai tempi dei super album di Paul Weller oppure degli Aztec Camera, album incantevoli come lo è 'Your Sugar', raffinato, ricercato e colorato. Non mi trovo d'accordo con la dicitura esposta sull'adesivo di copertina che etichetta il quintetto di Lipsia come "the new way of jazz & krautrock", cosa che a mio avviso svia la vera identità della band, ovvero, personalità jazz molto classica in salsa pop, innesti di soul e R'n B e una propensione psichedelica ed easy listening di classe, ottimi musicisti ma di krautrock neanche l'ombra. Questo non è un male visto che la band si contraddistingue per un sound vivace e frizzante, con un cantato intenso e caldo, chitarre avvolgenti che a volte sfiorano certa pop/wave degli anni '80, (il ricordo vola verso Johnny Marr) un paragone di dovere è anche l'accostamento a band di culto dell'acid jazz negli anni '90/2000 come potevano essere gli splendidi Corduroy, con la sofisticata raffinatezza e nobiltà stilistica degli album degli Style Council, mischiata al suono morbido e ultra dilatato dei Kikagaku Moyo (vedi l'album 'Masana Temples') anche se, in termini allucinogeni, molto meno spinti ma comunque capaci di tener sempre aperta la porta verso l'approccio psichedelico. Musicisti di ottima qualità che offrono composizioni aperte e solari ("Chronic Burden" è un gioiellino), dal taglio sonoro molto inglese, un'opera completa e fantasiosa, un percorso che nella sua mezz'ora abbondante di musica ci fa riscoprire il gusto per certe forme di jazz morbide e suadenti, a volte più sbarazzine e pop rock oriented, mai banali o lasciate al caso, a volte più intensamente elaborate ed intriganti. Tutti i sette brani dell'album sono di ottima fattura e nessuno sfigura all'interno della compilation (uscita per Tonzonen Records), mostrando una produzione più che eccellente con una profondità, una definizione e pulizia di suono degni di nota e assai appetibili per chi apprezza veramente la registrazione del suono reale che in più di un momento rispolvera il sound del buon vecchio, classicissimo, caldissimo disco in vinile di alcuni capolavori del jazz internazionale. Il disco, che crea una frattura ed al contempo un'evoluzione con i lavori precedenti della band, è contagioso, di qualità, fatto apposta per chi ama la musica di scoperta e multicolore. (Bob Stoner)

(Tonzonen Records - 2019)
Voto: 78

https://kamalapsych.bandcamp.com/album/your-sugar