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martedì 16 luglio 2019

Welcome Inside the Brain - Queen of the Day Flies

#PER CHI AMA: Psych Rock, The Doors, Iron Butterfly
Per prima cosa mi sono guardato il bel video di "Baptist Preacher", brano d'apertura del nuovo e terzo disco (uscito per la Tonzonen Records) dei tedeschi Welcome Inside the Brain, poi ho osservato la magnifica immagine di copertina, quell'irreale aria oscura e la sua folle, seria, magnificenza regale, cercando di capire come interpretare la musica di questo strano gruppo proveniente da Lipsia. Devo ammettere, che solo alla fine del disco, mentre ascoltavo la canzone di chiusura, "Hometown", ho realizzato quanto questo combo sia bravo, intenso ed artisticamente valido, con un sound ricercato e variegato, delle idee chiare e tanta cultura in campo psichedelico e progressivo. I brani, capitanati dalla voce stupenda di Frank Mühlenberg, psichedelica, istrionica come il signor Morrissey di "Something is Squeezing my Skull" (ascoltatelo in "Call Me a Liar"), glitterata come il miglior Jarvis dei Pulp (epoca del capolavoro 'Freaks') e dalle tastiere, piano e hammond di Johann Fritsche che sovrastano e danno corpo e colore a tutte le composizioni che si snodano attraverso un'infinità di rodati fraseggi e melodie psichedeliche di varie epoche. Ottima produzione e creazioni frizzanti che passano dall'heavy psych degli Iron Butterfly alle incursioni in territori vintage di hard rock blues di scuola Cream, attraversando il prog intellettuale alla Marillion/Echolyn e ultimi Anekdoten fino ad approdare sulle spiagge dell'avanguardia jazz di "zappiana" memoria nella già citata, conclusiva, favolosa "Hometown". Senza mai dimenticare che la band dimostra un'innata capacità di saper unire, grazia e tecnicismo, tanta bravura ed intuizioni progressive di tutto rispetto, un estro pop assai attraente e un'affinità da vera rock band, per un risultato finale pienamente soddisfacente. Sette brani da assaporare appieno, zeppi di sfumature colorate e geniali aperture, che forse talvolta peccano di derivazione ma sono ragionati e sviluppati in maniera molto personale, con una propensione allucinogena, delicata ed avvolgente, che punta all'acido suono dei The Doors quanto quello dei The Charlatans, sfiorando lidi stoner alla On Trial e pop di classe alla Paul Weller. Psichedelia, pop, '70 rock, avanguardia, rock progressivo, jazz rock, il tutto mescolato in una quarantina di minuti emozionanti che non guardano assolutamente alle mode ma solo alle emozioni e al piacere di ascoltare del buon sano sofisticato rock illuminato, dal suono caldo e senza effetti di moderna concezione, buoni solo a distrarre le menti dell'ascoltatore. Bravura, passione, fantasia ed un pizzico di (in)sana follia, ecco il segreto di quest'ottima band. (Bob Stoner)

Oui! The North - Make an O with the Ass of the Glass

#PER CHI AMA: New Wave/Electro Dark, Joy Division, The Cure
'Make an O with the Ass of the Glass' is the debut album by Peschiera del Garda (Verona) based band Oui! The North, from Marco Patrimonio and Marco Vincenzi (previously guitarists in the Italian rock band Le Pistole alla Tempia) with contributions from local musicians including Stefano Bonadiman (former LPAT bassist), Matteo Baldi (from WOWS) and Giorgia Sette, a local singer and songwriter, to name a few. The post New Wave journey begins with "Radio City Hall", which initially is light and uplifting and then descends into electronic darkness paying tribute to the New Wave sounds of the 80's. Following on from the opener we are treated to, what would sound like if Joy Division made a video game soundtrack, with simple heartbreaking lyrics, loaded with meaning, and as soon as the electronics kick in, we are racing towards a subdued Depeche Mode sound. "The Moon Of Tangeri" starts where "Radio City Hall" leaves off and feels like a twisting funky town training montage for the future. "Sermon" follows with it's stomping melody and the contradictory God loving preaching speech along with a funky electro sound that makes you realise, you need to see Oui The North live. "As Sincere As Never Before" has a tranquil Atari game accomplishment vibe, with ocean wave sounds mixed with aggressive jet engine sounds which somehow compliment each other making for a charming piece. "True Love" reminds us that Oui! The North can transition between darkness and tranquility with ease and "A Kind Of Aggression" reminds us just how good of musicians Oui! The North really are with their dark optimism that continues to surprise by never becoming repetitive. 'Make an O with the Ass of the Glass' by Oui! The North is a post New Wave romp, that delivers and is an album you didn't know you needed but definitely do. (Stuart Barber)

Pervy Perkin - Comedia: Inferno

#PER CHI AMA: Experimental Extreme Prog Metal, Devin Townsend, Opeth
"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant'è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte". Cosi apre il nuovo lavoro degli spagnoli Pervy Perkin, tornati da poco con un nuovo capitolo discografico, 'Comedia: Inferno', che giustifica l'incipit dell'album. Un disco che si apre con "Abandon All Hope", una song che prosegue quel percorso iniziato nel 2016 con lo sperimentale e progressivo '.ToTeM.' e prima ancora da 'Ink'. Le coordinate sulle quali si muove questo terzo lavoro della band di Madrid sono sempre quelle del prog metal, venato da mille altre influenze che passano dalle scorribande death/black/speed/prog dell'opener, al brutal iniziale della seconda "The Tempest" che evolverà in un thrash metal di memoria "sanctuaryana" e successivamente prog rock sulla scia di Riverside e Porcupine Tree, sfoggiando lungo gli iniziali 13 minuti una miriade di atmosfere, influenze e vocals (sia in chiave growl che clean - complice anche la presenza di due guest al microfono, Kheryon degli Eternal Storm e Blue dei Bones of Minerva), da far impallidire. Considerate poi il fatto che più si ascolta il brano e più emergono nuovi dettagli, che ci portano anche all'alternative, al cyber metal e all'avantgarde, in un rincorrersi sonico davvero peculiare. Con "Three Throats" si cambia ancora registro visto che qui le voci sembrano provenire da un ambito blues hard rock, cosi come la musica, qui forse troppo morbida per i miei gusti. Passo oltre, sebbene il pattern musicale negli ultimi 120 secondi subisca un appesantimento importante a livello ritmico e un nuovo cambio di registro, questa volta verso l'elettronica negli ultimi istanti del brano. Eterogeneità, questo è il verbo che dimora nelle corde dei Pervy Perkin. Lo dimostra "All For Gold", un pezzo strano, oscuro, complicato, dove i vocalizzi somigliano a quelli più rochi di Dave Mustaine nei suoi Megadeth, mentre la musica viaggia in un mondo e in un modo davvero tutto suo, dove tutto sembra lasciato all'improvvisazione. Difficile anche star dietro a questi molteplici cambiamenti che confondono non poco l'ascoltatore, ma forse proprio qui risiede il punto di forza, ma qualcuno potrebbe obiettare di debolezza, della band originaria di Murcia. Io trovo che ci sia sicuramente un buon campionario di insana follia e grande creatività, sulla falsariga di Devin Townsend, ma che forse qui talvolta si vada oltre l'umana comprensione con dei cambi di stile davvero spaventosi. Ascoltare un pezzo come "All For Gold", tanto per citarne uno a caso, diventa veramente complicato e faticoso, nonostante i "soli" sette minuti di durata, perché necessita di un'attenzione non indifferente, visti i molteplici cambi di stile. "Row" fortunatamente dura meno e sembra - almeno in apparenza - anche più stabile caratterialmente, visto che da metà brano in poi emergono suoni stralunati e schizoidi, con il tutto che si conclude in un modo del tutto inatteso, quasi doom. "Open Casket" ci rimanda nuovamente al prog rock, ma è lecito attendere l'evolversi delle cose per non essere contraddetti un'altra scarrettata di volte, e faccio bene pure stavolta, visto che il quintetto madrileno parte per la tangente ancora una volta, con dei suoni debitori al free-jazz (ascoltate anche l'apertura di "Cult of Blood" per meglio comprendere, o forse non comprendere ls proposta dei nostri, considerata la vicinanza della band in questa traccia ai Testament). Insomma complicato affrontare sti ragazzi, soprattutto quando poi c'è da affrontare un pezzo di un quarto d'ora ("Malebolge"): quali contromisure adottare, cosa aspettarsi, come combattere il delirio di onnipotenza che sembra avvolgere la band? E i nostri ci rispondono rispolverando un techno death, voci schizoidi, frammenti rock, scorribande black folk, funk, musica classica, prog, campionamenti elettronici, industrial, cyber metal, thrash, che evocano mostri sacri quali Opeth, Leprous, Nine Inch Nails, Megadeth, Primus, Finntroll, Pink Floyd, Hawkwind, Meshuggah, King Crimson, Queensrÿche, Judas Priest, Nevermore, il tutto mischiato in uno spaventoso magico calderone. Sono arrivato al termine di questi settanta minuti di 'Comedia: Inferno' con "Worm Angel" e sapete una cosa? Non c'ho capito davvero nulla, meglio ricominciare daccapo e sperare di carpirne davvero l'essenza al secondo, terzo, milionesimo ascolto di questo delirante lavoro. (Francesco Scarci) 

(Self - 2019)

domenica 14 luglio 2019

Glincolti – Terzo Occhio/Ad Occhi Aperti

#PER CHI AMA: Prog/Stoner/Indie
Passarono gli anni e finalmente venne il giorno per Glincolti della prova live e questo nuovo disco, sfornato dalla GoDown Records, ne è il risultato. Le registrazioni sono avvenute durante l'esibizione dal vivo presso il Labirinto della Masone il 3 agosto 2017, vicino a Parma e mostrano la band trevigiana ancora molto in forma. Nei quattro brani del lato A di questa edizione deluxe, il combo si esprime egregiamente indicando chiaramente come la dimensione live sia la più consona ad esprimere il loro sound rigidamente strumentale, fatto di stoner e desert rock, digressioni prog alla Omar Rodriguez Lopez group, free rock e bicchieri di tequila dal tramonto all'alba, per una musica coinvolgente, ben strutturata, ben eseguita e fantasiosa. Il tocco indie li eleva dallo status riduttivo di solita o normale prog band e la bravura dei musicisti fa in modo che il live sia piacevole e frizzante con una buona registrazione che avvalora tutti gli strumenti, un calore nel suono che fa tanto piacere all'ascolto. Per ampliare la proposta, nel lato B, troviamo pubblicati tre brani inediti, registrati durante le session dell'album 'Ad Occhi Aperti', con alcuni ospiti d'eccezione, Sara B (Messa), Jason Nearly (Mad Fellaz, Sonic Wolves) e Andrea F. a supportare queste composizioni che fin'ora non erano mai state liberate. In "Triporno" il suono ha il sapore ed il groove di certo funk/acid jazz anni '90 ma, a mio modesto parere, la voce di Sara, doveva essere trattata in maniera più soul e nera, manca il calore giusto ed anche se l'interpretazione è assai buona, risulta troppo fredda, frenando leggermente la verve del pezzo. "Ad Occhi Aperti" è in linea con tutti i pezzi del precedente album e non si capisce perchè sia stato estromesso, polveroso e avvolgente, la perfetta colonna sonora da immaginare in sella ad una motocicletta sulla mitica Route 66, una versione vellutata del geniale tocco dei Fatso Jetson. "Insonnia" è l'ultimo brano, un esperimento ritmico/rumorista dal gusto etnico che spiazza un po' e che sinceramente non mi ha soddisfatto molto, quasi tre minuti che risultano un po' forzati nel contesto. Alla fine rimangono un buon documento live e tre inediti per i fans di questa buona band che può (e deve) ancora dire e dare molto nel panorama musicale alternativo italiano. (Bob Stoner)

(GoDown Records - 2019)
Voto: 68

https://www.facebook.com/GLINCOLTI/

venerdì 12 luglio 2019

Ordinul Negru - Nostalgia of the Full Moon Nights

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Norwegian Black Metal, Emperor, Immortal
Uscito originariamente nel 2011 per la Banatian Records, ma andato assai presto sold-out, 'Nostalgia of the Full Moon Nights' dei rumeni Ordinul Negru, viene a grande richiesta, riproposto dalla Loud Rage Music, in contemporanea con un'altra release dei nostri uscita nel 2008, 'Lifeless'. Per chi ancora non conoscesse la band di Timişoara, sappia che i nostri sono fautori di un acidissimo black metal, nelle ultime release corredato da aperture atmosferiche, ma che in questi primi episodi fanno in realtà capolino molto di rado. "In the Fullmoon Nights", l'opener del disco, è infatti una rasoiata che richiama i selvaggi anni '90 in Norvegia, un sound all'insegna di ritmiche tiratissime in blast beat e grim vocals. Echi di Dimmu Borgir (era 'For All Tid') affiorano in alcuni millisecondi sinfonici della seconda "Steps Over Time", che delinea accuratamente dove affondano le influenze dei quattro musicisti rumeni. La cosa si ripropone con più ardore nella terza "Crepuscul și Blestem", una traccia che oltre a mostrare ampi segni di sinfonicità, enfatizza con le classiche chitarre in tremolo picking, anche una certa vena malinconica, spezzata poi dalla tumultuosa veemenza black dei nostri. Il disco prosegue su questa falsa riga, infarcendo più o meno copiosamente, la violenta architettura ritmica dei nostri con spettrali inserti tastieristici che mitigano le intemperanze rabbiose offerte dal sound degli Ordinul Negru. I richiami al black anni '90 rimangono comunque molteplici: dai Burzum nella partitura iniziale di "Dark Realm" ai primi Ancient in "Forgotten in Apathy" ma pure echi di Gehenna, primi Immortal, Emperor e compagnia bella, sono più o meno udibili a 360 gradi in tutto il disco, anche quando emergono delle inattese clean vocals in "Beyond Twilight". Il disco alla fine è discreto, considerata peraltro una produzione non certo raffinata, un lavoro che deve stare assolutamente nella collezione dei fan della band rumena. Per gli altri, dò per scontato che nella loro collezione ci sianoin primis i grandi classici del passato, se poi rimane un po' di spazio, beh magari si potrebbe dare anche una chance agli Ordinul Negru. (Francesco Scarci)

Waldgeflüster - Mondscheinsonaten

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal, Drudkh
Taking its Bavarian black metal style into a more anthemic and delicately adorned place, emotionally gripping high-resolution heartfelt heathendom travails twixt the timbers in search of the message within the 'forest whisperings' where Waldgeflüster finds its namesake. Far less dreary in production than the previous presentation but no less melancholic than 'Ruinen', these tickling strings through gruff folksy laments offer insights into how the fabled fury of black metal blasts and clip clopping cymbals can cry out through the deluges of choking atmospheric layering that make this band's music stand firmly within the boundary of black metal and curiously peek out to the lands beyond.

Epic anguished compositions consist of melancholic treble cries over humming rhythmic strums, the battle hardened black metal blast beat belabored by its forced march through this swirling nihil, and a majesty reached in “Der Steppenwolf” that is as proud as it is concerned with its struggle to endure has been brought to humbling fruition. Played in acoustic at the back end of vinyl versions of this album, these Jekyl and Hyde explorations of this strong song further express the turbulent dichotomous melancholy of being caught between the natures of man and wolf, an aperture through which Waldgeflüster both cherishes and laments the beauty in which it finds itself confined and simultaneously freed.

An echoing mix of awkward twanging and seas of reverb hammered into shape by blast beating makes “Gipfelstürmer” sound as much a storm as an echo of timelessness worn into stone as the longest piece on 'Mondscheinsonaten' dances a skyline of tempestuous gales and rides out a storm of withering emotions. Dense treble rainfall sloshes over thumping percussion as rhythmic vocals call out to the storm and attempt to subvert the deluge until drowning in the cries of cascading strings. Throughout this album is an expansive breadth of emotion with a focus on dragging out melancholic riffs, drowning them in the choral tones of a throaty choir, and accentuating the reverberating strings that twirl in the tremolo swirls of this clear and woeful sighing production.

Expressive sustain behind a trickle of guitar notes flourishes into a haze of grain, growing into a drastic gale of decaying strings struggling to hang on to their escaping breaths. The curvature of a chugging rhythm three minutes into “Rotgoldene Novemberwälder”, uplifted by more droning choral calls behind a rolling percussion, grips the heart with the psychedelic impact of Drudkh and the august heroism of Horn. Like reading the parallels between dramatic mythological rides into a deadly underworld, one is easily enwrapped in the throes of these decaying 'red-gold Novemeber forests' as life fades into another unquiet winter, hurriedly attempting to absorb the last nutrients of a time of plenty before enduring the coming cold. Thus “Und Der Wind. . .” and “Von Winterwäldern Und Mondscheinsonaten” take up a fierce anthemic mantle, cloaking the fading forest in swirling snow storms and making less distinct and more distant the cries of desperation emanating from the mouths of its victims as the onslaught of winter breeches the woodland refuge.

A breath caught in a whirlwind of emotions, imprisoned by the escapism of imagination within these arboreal walls, and falling to despair in a desperate struggle to stay upright, 'Mondscheinsonaten' strives to survive the privations of its station while still acknowledging the lustrous allure that such natural beauty can inspire in its meandering melodies. Yet still the tear of its fury must succumb to silence, the disquiet of its fitful attempts to survive fall to the desolation of existence's entropy. Such a knowledge is incredibly apparent throughout these foreboding forays yet still so mysteriously lingering between each heave of horrific glory, suggesting a beyond for which to strive despite such distinct decay and despair woven throughout these painstaking passages.

Where a song like “Und Der Wind...” flirts with the basics of a folk rock structure and energizes it with the fury of a black metal brutalization, the general cry of this cavalcade of corrosive textures becomes an understanding of the necessity of decay, the need to die in order to make life worth its struggle, and the endlessness that is entropy for fighting nonexistence through shout and shudder still realizes the same simple reality. Entropy cannot be reversed. (Five_Nails)

(Nordvis Produktion - 2019)
Score: 85

https://blackmetalwaldgefluester.bandcamp.com/album/mondscheinsonaten

Soulburner - Blessed by Fire

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash/Death, At the Gates
L'Australis Records, croce e delizia mi verrebbe da dire: rilasciano un album eccezionale come quello dei Target, riesumano un lavoro del 2008, questo dei cileni Soulburner, che forse cosi interessante non era. Ma partiamo dal principio. 'Blessed by Fire' è il debut album del quintetto di Concepción, un disco che includeva un paio di pezzi dell'EP 'Broken Mind', quattro dal demo 'Between Darkness', oltre ad una manciata di inediti. La proposta? Un death melodico tritaossa che contiente tutti i clichè di un genere che andava di moda negli anni '90 e che nel 2008 già puzzava di vecchio, figurarsi se riproposto nel 2019. Diavolo, e ora che vi racconto? Che l'opener "Bloodshow" è una sassata brutal tipicamente spaccaculi, che miscela la veemenza del death con l'arroganza del thrash, tuttavia sentito una miriade di volte. "Deadly Sin" e tutte le altre, proseguono ahimé su questa scia, dispensando ritmiche dinamitarde tiratissime, growling (e screaming) vocals, rari sprazzi melodici di matrice svedese (penso agli At the Gates nella terza "Broken Mind" o in "Sentenced From Beyond", in cui convogliano anche un che di influenze di Eucharist, Cardinal Sin o Ceremonial Oath), qualche buon assolo e francamente poco altro che possa far gridare al miracolo o più banalissimamente, giustificare la ristampa di questo lavoro. Nella storia del death/thrash infatti, di dischi di questo tipo ne sono usciti a migliaia e sono abbastanza certo, di aver potuto vivere serenamente anche senza ascoltare 'Blessed by Fire'. A proposito, dopo questo cd, i nostri sudamericani hanno fatto uscire un altro paio di release (nel 2014 e nel 2017) che viaggiano sui medesimi binari, magari vi dovessero interessare. (Francesco Scarci)

(Australis Records - 2008/2019)
Voto: 55

https://soundcloud.com/soulburnerofficial

lunedì 8 luglio 2019

Lustre - Another Time, Another Place (Chapter Two)

#FOR FANS OF: Ambient Black, Burzum, Mesarthim
Allowing electric sustain to decay into itself, like an ouroboros circling a distant star, “The Light of Eternity” gleams, suspended in space and only slightly changing during its vast lifetime as twinkling sunspots appear and dissipate along the surface of this bubbling sphere of sound. Below is chaos, the grumble of high-efficiency fusion churning vibrations down to string level and hoisting the weight of this newly formed sound by the fabric of space-time. Lustre attempts to burn eternal.

Unlike the previous compilation, the desperation in the howls from the torture of experiencing “The Light of Eternity” takes Lustre into a more dichotomous and significant territory where the drama and majesty of its celestial twinkling transfixes the mind while the achingly static inanity of lesser beings intrigue an artist obsessed with the broad brushstrokes of his universe.

Unfortunately, there is an insufferable inanity to “Waves of the Worm” where no nobility is experienced in its endless undulation. Through seven and a half minutes of a static Pink Floyd synth intro that would not be out of place throughout the opening moments of 'Wish You Were Here' and no songwriting to speak of backing its incessant idleness, this track has less appeal to it than the average Lustre experience and becomes a frustratingly placid piece of pretense even for this artist. For a band as low key and pedestrian as Lustre's music can get, this is a painfully slow disappointment with no redeeming qualities whatsoever.

Where Lustre's previous theme of gradually moving between the seasons and enduring the privations of the most desperate times of year made its early work enchant and lure a listener into its voluminous verses, this second segment of Nachtzeit's compilation series shows the inconsistency that even such a glacial ambient sound can have when a musician has yet to truly nurture his theme and hone his craft. This second chapter in Lustre's 'Another Time, Another Place' series consists of the Swedish bedroom band's earliest demo, 'Serenity' from November 2008, and rounds itself out with the September 2013 EP 'A Spark of Times of Old'. Clocking in only twenty-seven seconds longer than the previous seasonal styled release, this wider scope and breadth of scale from the concerns of the celestial to the minutiae of the minute have some difficulty in capturing the imagination despite displaying the musician's apparent desperation.

Despite “Waves of the Worm” coalescing into a lackluster track, synthetic xylophone returns, clinking along its counterpointing scale in a dull sighing lull, like slowly accepting the gravity of a singularity and observing the abyss overcome all vision in “A Spark of Times of Old” to redeem the release. Surrounded by truly sinister hissing, the dreary atmospheric organ synthetically shapes itself through the tinkle of an incontinent artist curling his spine and shrinking back into the cave from which he has so briefly emerged. After observing the majesty that awaits him, the daunting energies of the ever-burning celestial colossus, and the wretched struggle of the worm wriggling in the filth from which all life emerges, Nachzeit finally crawls back to do what he does best. Crying in his cave, feebly attempting to scare off the creepy crawlies that intrude into his small circle of light, this experiment with the outside world has confirmed his suspicions, there is nothing but dread outside his comfort zone. Instead, Lustre continues to linger, longing for its uninterrupted innocence and seeking simply a safe stagnation. (Five_Nails)

Dekadent - The Nemean Ordeal

#PER CHI AMA: Black/Death/Doom/Prog
Era il 2015 quando approcciai per la prima volta gli sloveni Dekadent, con il loro brillante lavoro intitolato 'Veritas', uscito peraltro autoprodotto. Come al solito, di acqua sotto i ponti ne passa parecchia in quattro anni, la band si è fatta conoscere anche al di fuori dei loro confini nazionali e da li al finire sotto osservazione da parte di un'etichetta discografica di un certo rilievo, il passo non è stato poi cosi lungo. La nostrana Dusktone Records infatti ha notato il quartetto di Ljubljana e credo non ci abbia impiegato poi molto a capire le potenzialità dei nostri e io non posso che esserne felice dato che avevo parlato benissimo della compagine a quei tempi (comprando peraltro l'intera discografia della band). Ed ora, in occasione del loro comeback discografico, torno ad esaltare le doti dei quattro musicisti guidati da Artur Felicijan. 'The Nemean Ordeal' è infatti un signor album, il quinto per i Dekadent, che confermano il pedigree della precedente release, andando quasi a fare meglio. Dopo la consueta intro, ecco accendersi le sinfonie magnetiche dei nostri con "Shepherd of Stars", un brano che, dalla robustezza della ritmica, al clangore delle chitarre soliste, passando attraverso le sue splendide melodie malinconiche affrescate dalle tastiere ed i vocalizzi del buon Artur, se non è perfetto poco ci manca, anche laddove accelera spaventosamente con un riffone di scuola Morbid Angel. Pelle d'oca, non aggiungo altro e sono passati solo cinque minuti scarsi. Ora li voglio alla prova del fuoco, con gli undici maestosi minuti di "Solar Covenant", un pezzo che parte in modo delicato, e persiste nel generare soffici emozioni di struggente godimento lungo i binari di un death doom emozionale sporcato di influenze più propriamente post-metal che arricchiscono il patrimonio musicale di questa esaltante realtà che spero quanto prima, possa raggiungere i risultati che merita. A me, parliamoci chiaro, i Dekadent piacciono parecchio e non lo scopro certo oggi. Sta invece a voi avvicinarvi senza remore alla band e farvi abbracciare dal suono avanguardista, progressivo, sinfonico, atmosferico, doomish, death, black e qualsiasi altra cosa ci vogliate sentire; non esitate, immergetevi nel sound sofisticato dei nostri che sembra avere cosi tante cose da dire, da lasciarmi quasi senza parole. "Wanax Eternal" è gioia per le mie orecchie: a parte la produzione spettacolare, è il gioco combinato di chitarre, keys e voci, a catturare definitivamente la mia attenzione in un lento incedere tra chiaroscuri temporaleschi e al contempo gioiosi che mi fanno sorridere, un attimo di gioia a pensare che ci sono ancora album in grado di solleticare amabilmente i miei sensi. I Dekadent ci riescono appieno anche con il trittico conclusivo formato dalle song "The Lavantine Betrayal", una traccia la cui essenza è vicina ad un caleidoscopio di profumi, colori ed aromi, con i nostri ad infrangere ogni regola, qualora ne esistessero, in ambito musicale. Vicini ad un che degli Akercocke, i Dekadent proseguono lungo la loro strada con esplosioni astrali e divagazioni prog. "Escaping the Flesh So Adamant" è il furioso pezzo black metal che non ti aspetti, dopo aver ascoltato cotanta meraviglia; sapete una cosa però, è la furia che non ti aspetti rivisto nella sua sprezzante originalità che assembla e disintegra suoni, percezioni e certezze, il tutto in pochi minuti. Si arriva cosi alla fine del sogno con l'intrigante title track, gli ultimi otto minuti che mettono insieme questa volta la roboante pesantezza dei Morbid Angel, la creatività dei primi Nocturnus, la follia degli Akercocke con la freschezza del post-metal, la vena sinfonica dei Dimmu Borgir, l'epicità il tutto riletto dall'immensa personalità di questi quattro musicisti sloveni. Per me 'The Nemean Ordeal' è già entrato nella top 3 dell'anno e se non ci saranno altri contendenti a rubargli uno dei tre gradini del podio, rischiano seriamente di stare in quello più alto. (Francesco Scarci)

domenica 7 luglio 2019

Mercy's Dirge - Live, Raw & Relentless

#PER CHI AMA: Black/Thrash, Celtic Frost, Possessed
Prosegue l'excursus sulle band rumene da parte della Loud Rage Music. Oggi è la volta del debut dei Mercy's Dirge, 'Live, Raw & Relentless', un album uscito autoprodotto nel 2018 e riproposto dall'etichetta di Cluj-Napoca nell'aprile 2019. In realtà, il disco contiene brani contenuti nell'EP uscito lo scorso anno e nei demo di metà anni '90 della band. Si proprio cosi, visto che il sestetto di Suceava aveva fatto uscire un paio di tapes nel 1993 e nel '95 prima di sciogliersi nel '97 e ritornare poi nel 2015. Il disco potrete pertanto immaginarlo come una sorta di bignami di rozze sonorità black/thrash/death di fine anni '80, un po' come mettere sotto lo stesso tetto Venom, Possessed, Celtic Frost, primi Sepultura, Kreator e Bathory, in un disco che francamente mi sento di consigliare solo ai nostalgici del genere. Undici tracce per quasi un'ora di suoni che definirei retrò proprio per non scrivere vintage e che poco ormai hanno da dirmi, avendo vissuto a quel tempo l'ondata di tutti quei mostri sacri. Se poi, siete giovani e non avete mai avuto tempo di approfondire le band di cui sopra, ma sarebbe un vero sacrilegio, allora provate a dare un ascolto anche al nevrotico sound dei Mercy's Dirge, alle architetture ruspanti (quasi punk-hardcore) di "Devilish Wish", ove accanto al cantato urlato, trova addirittura spazio una voce pulita. Tra gli altri brani, mi ha colpito l'epicità occulta di "In the Name of...", cosi evocativa nel suo cantato arcigno che troneggia su quella ispida ritmica sparata sul finire a tutta velocità. Il disco prosegue su questa scia fino alla conclusiva, seminale ed heavy "Senseless Agony", in una sorta di finestra su vista death/punk dei favolosi anni '80. Insomma, praticamente nulla di innovativo, solo un bel salto indietro nel tempo alla riscoperta di vecchi suoni ormai dimenticati nella notte dei tempi. (Francesco Scarci)

Mat Cable - Everyone Just Going Through Something

#PER CHI AMA: Alternative Rock
E questi Mat Cable chi diavolo sono? Leggo la loro biografia che mi riporta all'anno della loro fondazione, il 2013: da allora la band lombarda ha confezionato un paio di EP, fino ad arrivare a questo debutto sulla lunga (ne siamo proprio sicuri?) distanza. Fatto sta che 'Everyone Just Going Through Something' è il nuovo disco del trio italico, che esce per la Alka Record. La musica proposta la indirizzerei in un rock alternativo che da "The Rim" a "Your Fire", ci propina 28 minuti di musica che vede in molteplici influenze, la sorgente musicale per i nostri. Dirmi fan di queste sonorità che pescano un po' dal post-punk revival britannico, dall'indie e dall'alternative rock mi pare un po' eccessivo, però c'è un qualcosa nella musica del terzetto nostrano che talvolta catalizza la mia attenzione. Forse quella melodia di sottofondo dell'opening track che sembra la musica di una giostra infernale o il rock sporco della seconda "June" che s'insinua nella testa con quel suo rifferama arrogante quanto basta per indurci al più classico dell'headbanging. La voce di Raffaelle Ferri poi è sicuramente interessante, mi ricorda qualcuno che francamente non sono riuscito a mettere a fuoco, nonostante i molteplici ascolti. Incendiaria, almeno a livello ritmico la terza "Hey Doc" che vanta più di un qualche punto di contatto con gli Arctic Monkeys. Con "Hair" facciamo un salto temporale indietro nel tempo di 50 anni (accadrà anche con "You Like Me"), là dove mi immagino band sopra un palchetto con pantaloni a zampa di elefante, capelli cotonati, qualche schitarrata di accompagnamento, una voce suadente e il gioco è fatto. Con "Heart of Stone" facciamo un balzetto in avanti con i tempi e arriviamo a proporre un discreto punk rock, ruffiano nel chorus e nelle melodie. Il disco scivola via velocemente, complice la breve durata dei brani, fino ad arrivare a "Terror", scelta dalla band come singolo dell'album insieme a "Your Fire" e anche eletta dal sottoscritto come mia song preferita, forse per quel suo fare più pesante e ammorbande rispetto alle altre track. Dicevamo di "Your Fire", una bella mazzata nei denti che sancisce la fine delle ostilità di questo 'Everyone Just Going Through Something', lavoro interessante ma ancora un pochino acerbo. C'è strada da fare, meglio mettersi in moto dunque. (Francesco Scarci)

(Alka Record Label - 2019)
Voto: 64

https://www.facebook.com/matcablemusic/

Officium Triste/Lapsus Dei - Broken Memories

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi My Dying Bride
Lo scorso anno (2018), l'etichetta cilena Australis Records, ha fatto uscire un signor split album dove a condividere la scena figurano gli olandesi Officium Triste e i Lapsus Dei. Partiamo proprio da quest'ultimi e dalle loro tre song che ci consegnano la personale visione death doom melodica della band di Santiago. E diciamolo subito, "Human" (la mia song preferita), "Faithless" e "The Feeling Remains", sono tre pezzoni dediti ad un sound malinconico che per forza di cose rimandano ai primissimi Paradise Lost e ancor di più ai My Dying Bride, in un incedere costante, melodico e compassato, fatto di chitarre pesanti, atmosfere anguste (soprattutto nella seconda delle tre), contrappuntate da growling cavernosi. Poi ecco approdare gli olandesi di Rotterdam, gli Officium Triste, una vita nel doom, grandi album rilasciati e... tac, eccoli esordire con "The Weight of the World", una cover dei britannici Editors, una song davvero iper malinconica, in cui sei tulipani offrono una versione indie post rock assai vicina a quella originale per non dire ancor più nostalgica ed emozionale. Rimango un po' più dubbioso, dopo aver ascoltato questa perla, trovarmi di fronte alla scelta di accostare questa song alle due successive, "Crossroads of Souls" e "Pathway (of Broken Glass)", due pietre miliari della band qui in modalità live, che ci riconsegnano gli Officium Triste nella versione che già conosciamo, ossia oscuri alfieri di un death doom flemmatico e melodico, drammatico ed emozionale, che nulla aggiunge a quanto già sappiamo, ma che anzi aumentano la trepidante attesa per un comeback discografico che manca oramai dal 2013. Per ora ci si accontenta delle briciole, ma presto, sono certo, sentiremo parlare del ritorno degli Officium Triste, cosi come quello dei Lapsus Dei. (Francesco Scarci)

giovedì 4 luglio 2019

Lustre - Another Time, Another Place (Chapter One)

#FOR FANS OF: Ambient Black, Burzum, Mesarthim
Delving into Lustre's back catalog, 'Another Time, Another Place (Chapter One)' unearths an unreleased EP in the form of 'The Ardour of Autumn' (2013) and blends it into a reissue of the 2009 EP, 'Welcome Winter', to round out a forty minute foray into Lustre's ever-inviting comfort zone.

In a world of shrieking solos and furious drum fills, Lustre's delicate and intimate ambiances can leave a listener feeling as though he is the brutish beast accidentally intruding into a fragile shop brimming with decorative curios. The relaxing sigh of this music fogs the mind with easing endorphins as sprays of guitar foam hush the tinny keyboard resonance at the top, surrounding the space behind this crisp tinkering foreground with fuzzy gravitational waves. Like crossing that small shop's threshold and stepping into world stagnating in its antiquity, Lustre leaves the chaos of a city or the battles across a countryside swarmed by foes behind in order to bounce around Balamb or cast a line from Fisherman's Horizon in a mini-game of metal where its majesty is in its sickly sweet musical menagerie melting across an icy landscape and an even more frigid furrowed brow.

Dim flickering melodies happily bounce shadows away, like tongues of flame inviting company into the comfort of newly-created nostalgia. Holding back the chill of autumn breezes, the newly debuted 'Ardour of Autumn' is choreographed like the coordinated drips of condensation accumulating from stalactites as fingers of time run round the rims of glassy puddles of eternity to hum life into such stoic silence. With a background of weighty guitar grain chased down by hushed snarls, even the most sinister muffled shriek becomes a whisper of distant malevolence as fleeting furies etch their echoes into memory.

The bestial backdrop of “The Ardour of Autumn (Part 1)” swells and shrinks the chest like a cigarette sigh by the fire pit while the rest of the plastered party shakes the property's foundation at the basement battle station. A melancholic turn, as though the happy plodding of those sweatshirt-clad evenings has finally ushered in the first snows of November, heralds the drag of evenings into the wee hours of the morning as alcohol affects emotions and the second wind of the night brings a brain bursting with forlorn thoughts, the blur of guitar rising to more prominence in the mix and the peaceful synth shedding small tears tasting of bygone torments so far away yet lingering as woeful reminiscences of one's past innocence.

There is little jauntiness to these highly-structured tunes, merely a relaxing and mystical, brooding and funerary feel that implores a listener to contemplate not only its own relentless embrace but also the wandering thoughts that such strict structures incubate in a brain craving the chaos of creativity. Still, after the ears are deadened by another session of the metalhead's traditional form of therapy, the intrigue and ambiance of Lustre becomes an almost magical nightcap to an evening of howls and growls. (Five_Nails)


Breach - Kollapse

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Hardcore/Post-Punk
Non ricordo esattamente quando ascoltai 'Kollapse' per la prima volta. Ho iniziato a nutrirmi di post-metal quando mi fu consigliato 'Oceanic' degli Isis nel 2007 e da lì iniziai una caccia a tutto ciò che aveva “post” nell’etichetta, setacciando gruppi dagli elenchi di Wikipedia (sì, sono triste, lo so) o pescando album dai blog e credo di essere inciampato nei Breach così, mentre cercavo roba dei loro “vicini di casa” Cult Of Luna. 'Kollapse' era uscito nel 2001, sempre quell’anno i ragazzi di Luleå avevano capito che oltre era impossibile andare e si erano sciolti. Fu amore al primo ascolto e nel giro di poco tempo mi procurai 'Venom' (2000, altro disco allucinante), mentre solo più tardi avrei apprezzato a ritroso 'It’s Me God' (1997) e 'Friction' (1995). C’è qualcosa di malsano nel furibondo hardcore altamente contaminato dei Breach, un’energia selvaggia e ingovernabile che pochi altri gruppi riescono a trasmettere in modo così tangibile (vedi i Botch, band dal percorso simile): è come un’unione instabile tra forze contrapposte e, benché la loro uscita di scena sia definitiva (reunion lampo nel 2007 conclusa con la distruzione della strumentazione), non stupisce che ancora oggi siano una delle formazioni più influenti per gli amanti della scena post-hardcore e metal. 'Kollapse' è il canto di un cigno malato e incazzato nero per esserlo, un cigno che probabilmente sa di essere prossimo alla dipartita. È quella sottile malinconia che affiora qua e là tra le macerie a rendere questo album unico, straziante a livelli quasi insopportabili e profondamente introspettivo, malgrado quei chitarroni pesanti, le rullate tribali di batteria e quel basso che sembra voler fare tutto a pezzi. Anche la copertina minimal grigia, con l’aereo appena stilizzato e cristallizzato nell’attimo prima dello schianto, trasmette una sensazione di catastrofe imminente ed inevitabile: è facile leggervi tristi presagi relativamente al futuro della nostra società. Basta la traccia di apertura “Big Strong Boss” per farci venire la pelle d’oca: i Breach partono piano, quasi in sordina, lasciando spiazzati chi li aveva lasciati ad evocare demoni in 'Venom'; poi a piccole dosi iniziano a rilasciare gocce sempre più pesanti di disagio e le distorsioni acide a poco a poco, riempiono i precari paesaggi da sogno dell’intro deformandoli in un crescendo di mostruosità da cui non è possibile fuggire. Lo sviluppo dell’album è capriccioso e bipolare: pezzi come “Old Ass Player” e “Alarma” ci riconducono nel pieno delirio dei dischi precedenti e i Breach vi scatenano tutta la loro furia hardcore, o meglio, quel loro particolare hardcore bastardo e contaminato da sludge e da scorie di noise e di rabbia, mentre apprezziamo alla voce un Tomas Hallbom indemoniato più che mai nell’urlare contro un cielo buio e temporalesco. Gli inquieti intermezzi post-rock come “Sphincter Ani”, “Teeth Out” e “Seven”, pur nella loro calma apparente, rappresentano i momenti più disturbanti dell’album, onirici nelle loro atmosfere crepuscolari (in particolare "Teeth Out", in cui fanno capolino persino le delicate note di un glockenspiel), ma rese angoscianti dai nervosi fraseggi di chitarra e pronte a tramutarsi in incubi quando basso e percussioni iniziano ad aumentare di intensità. “Lost Crew” scompagina tutte le carte in tavola: furia punk rock, isteria post-punk e pesantezza metal, influenze mescolate tutte insieme in un cocktail omicida e sparate su un ritmo quasi danzereccio e su cui l’headbanging è obbligatorio. È probabilmente l’apice di un album che si mantiene costantemente su livelli altissimi, soffocandoci nel feroce hardcore di “Breathing Dust”, travolgendoci con la velocissima “Murder Kings And Killer Queens” e facendoci definitivamente impazzire insieme a Tomas, nelle allucinazioni sonore di “Mr. Marshall” (da chi avranno preso spunto i Daughters?). L’album si conclude con la lunga title-track, un pezzo strumentale che per certi versi richiama le sonorità di "Teeth Out", ma che si evolve tra cupi intrecci strumentali e fugaci bagliori di un tramonto lontano, lasciando un tangibile senso di perdita: i Breach si stavano infatti avviando verso l’addio, chiudendo e coronando la loro carriera con questo quadro dai colori stridenti, perfetta espressione di disagio esistenziale e desiderio di ribellione, pessimismo e speranza, emozioni contrastanti sperimentate tutte insieme. (Shadowsofthesun)

(Burning Heart Records - 2001)
Voto: 95

https://www.facebook.com/breachofficial/

Arcane Voidsplitter - Voice of the Stars

#PER CHI AMA: Drone
Oltre un'ora di musica in tre brani strumentali, una super scalata da affrontare con i belgi Arcane Voidsplitter e la loro ostica proposta all'insegna di un drone dalle tinte funeral. 'Voice of the Stars' è il titolo del secondo album della one-man-band fiamminga, capitana da Stijn van Cauter, uno che suona, tra gli altri, in Until Death Overtakes Me, The NULL Collective e The Ethereal, tutte band che conosciamo bene qui nel Pozzo dei Dannati. Le danze si aprono con le tastiere cosmiche di "Arcturus", un brano che ci porta inevitabilmente verso l'infinito astrale, immersi in mille pensieri esistenzialisti e a quel concetto di finitezza umana di fronte all'immensità dell'Universo. Le melodie soffuse quasi ipnotiche dell'opener m'inducono a questo, a scollegarmi dal mero materialismo e collegarmi di contro ad una spiritualità superiore in un enigmatico flusso dronico che mi spinge a riflettere anche su un altro quesito della scienza "siamo davvero soli nell'Universo?". No, non lo credo, mi piace pensare che ci sia cosi tanto spazio a disposizione là fuori da contenere cosi tante forme di vita che nemmeno immaginiamo. Pensieri, mille quesiti, poche certezze si dipanano nella mia testa mentre scorrono le melodie droniche ancestrali dell'opening track e della successiva "Betelgeuse" che ci catapulta immediatamente sulla stella supergigante rossa che brilla nella costellazione di Orione. Le pulsazioni sonico ambientali che si scorgono in questo angolo della galassia sono piuttosto simili a quelle ascoltate sino ad ora, ma questi quasi 35 minuti di suoni stellari, che somigliano a quelle gigantesche ma minuscole esplosioni che punteggiano le stelle, servono piuttosto a raccogliere altri pensieri e suggestioni, alla ricerca di una pace interiore che sbricioli inutili paure interiori. È musica zen quella contenuta in 'Voice of the Stars', non certo metal, e nemmeno forse vuole esserlo. "Aldebaran" è l'ultimo atto di questo viaggio interstellare, una stella considerata fortunata, apportatrice di ricchezze e onori, ma che qui ci lascia avvolti in un senso di vuoto assoluto, privo di ritmi e d'intemperanze cosmiche, un senso che induce a sognare mondi paralleli, distanti solamente qualche milione di anni luce. (Francesco Scarci)

lunedì 1 luglio 2019

Tense Up! - S/t

#PER CHI AMA: Math Rock, Fantomas
Premesso che ho quasi sfasciato il cd per estrarlo dalla custodia (e questo anche il motivo perchè cui ci abbia impiegato un bel po' a recensire il dischetto), vi racconto un po' dell'EP omonimo dei Tense Up! Dall'area di Reggio Emilia, ecco arrivare un duo con le idee chiare e brillanti, che ha catturato le attenzioni della Dischi Bervisti cosi come pure la mia. Vincenzo e Luca s'incontrano, o forse meglio dire, collidono, dando alla luce questo lavoro di soli sei pezzi dove s'incrociano math rock, psych, punk e surf rock & roll, il tutto a creare una cavalcata tirata, dall'inizio alla fine, da "Mr: Memory" a "Private Traps", in un roboante e arrogante incedere di chitarre grezze, su cui si installano come uniche voci, estratti di film noir anni '60, spoken words, urla e addirittura versi di animali. Poi è un flusso di suoni angoscianti e tormentanti che si muovono su ritmiche inusuali, schizoidi ("Carrusel") e alternative, suonando a tratti davvero dissonante, e per questo, davvero avvincente. E allora, sebbene non mi ritenga un fan del genere, devo ammettere di essere rimasto ammaliato non poco dalla proposta dei due folli musicisti emiliani, la cui creatività risiedeva già nel proporre un artwork di copertina con la protagonista de 'La Donna che Visse Due Volte', ossia quella Madeleine, scelta da Hitchcock e interpretata da Kim Novak. E allora non vi rimane altro che farvi investire dai dialoghi (in inglese ma anche in italiano) inclusi nell'album che raccontano un po' di più della stravagante proposta di questi amanti del cinema, ma anche di una musica che nella sua riverberante e aberrante stravaganza, ho trovato davvero originale. Se siete degli amanti dell'imprevedibilità di casa Mike Patton, e cercate qualcosa che per una ventina di minuti sia in grado di catalizzare la vostra attenzione, beh i Tense Up! faranno sicuramente al caso vostro. (Francesco Scarci)

(Dischi Bervisti - 2019)
Voto: 74

https://www.facebook.com/tenseupband/

Richard James Simpson – Deep Dream

#PER CHI AMA: Alternative/Indie Rock
L'ex chitarrista e cantante della band alternativa Teardrain, sto parlando di Richard James Simpson, ci delizia con un secondo album dallo stile per nulla catalogabile. Forte di un'esperienza alternativa di tutto rispetto, il musicista americano, si immerge in un'opera, 'Deep Dream', che propone brani dalle innumerevoli fonti di ispirazione, quindi, in maniera del tutto naturale, si parte da ben quattro brani di ambient/noise/elettronica, corti e dal taglio oscuro, per approdare al post punk di "Mary Shoots'em Fist", con le chitarre che ricordano degnamente i primi Christian Death. "Free" approccia qualcosa di vintage, un sound acido e molto rock anni '70, mentre la poliziesca "Half Brother, Half Clouds", rappresenta un altro esperimento sonoro dal sapore cinematografico. L' apertura verso il grunge più occulto e malato di "Job" va a sottolineare la versatilità dell'artista statunitense, che mi ricorda molto la camaleontica fantasia compositiva di John Frusciante. Il rumore la fa da padrone in "Psychedelic Mother", "The Giver" invece riprende i ritmi ferraioli di certa dance alternativa dei 90's mentre l'immobile "Pieces of You", è psichedelia profonda alla Psychic Tv in combutta con un Jim Morrison ritrovato. Tutte canzoni lampo, veloci, suonate d'istinto e velenose, buie e sporche. "Sugar Blue Inn" rispolvera la synth wave con una finta batteria d'annata, mescolandola con una chitarra tagliente, acidissima ma calda per una breve fuga mentale in compagnia di David Lynch. "Pimrose Bob" è una fottuta, violenta parentesi noise che uccide e che precede l' esperimento di The wall have ears, il tipico brano destabilizzante che starebbe bene come colonna sonora in un film horror quanto la psicotica penultima traccia "Human (Like I Versus Like Me)", che già il titolo la descrive a dovere. In conclusione ci troviamo "Cell" che è un rock allucinato, diretto e tossico, con aperture di chitarra lanciate e gonfie. Insomma 'Deep Dream' è un lavoro stralunato che ha tutte le caratteristiche per essere odiato o amato alla follia, un album che peraltro racchiude parecchi ospiti di fama internazionale che aumentano il valore del disco, tra cui Jill Emery (Mazzy Star, Hole), Don Bolles (The Germs), Dustin Boyer (John Cale), Paul Roessler (The Screamers, Twisted Roots), Mark Reback (Vast Asteroid), Ygarr Ygarrist (Zolar X) e Geza X (Geza X and the Mommymen, The Deadbeats), un'opera molto personale che mette sul piatto del giradischi un insieme di brani introversi e trasversali. A voi, ovviamente dopo un' infinità di ascolti ad alto volume ed in solitudine, la facoltà di giudicare Richard James Simpson, valutandolo come un vero genio, in stile Anton Newcombe, oppure un musicista perduto in un caos sonoro senza capo nè coda. (Bob Stoner)

Blindead - Niewiosna

#PER CHI AMA: Experimental Post Metal, Entropia
Lo dichiaro sin d'ora: sono sempre stato un fan dei polacchi Blindead, quindi potrebbe essere che la mia obiettività possa essere sporcata dall'amore che provo per questa band. Fin dalla mia prima recensione di 'Devouring Weakness', considero infatti gli amici di Danzica, una realtà musicale davvero importante nel panorama musicale europeo. Non nascondo che il vederli autoprodotti con questa nuova release, la prima con un titolo in polacco - 'Niewiosna' - mi faccia anche un pochino incazzare, però allo stesso tempo potrebbe essere un nuovo trampolino di lancio per chi in passato è stato sotto l'egida della Mystic Productions. Comunque veniamo a noi e alle cinque canzoni, mediamente lunghe, incluse in questo lavoro. Si parte subito alla grande con la title track che vede i Blindead alle prese con la lingua polacca, scelta per i testi di questo album. Il sound di "Niewiosna" si conferma come in passato, ipnotico quanto basta per avere una grande presa sul sottoscritto, ma qui forse ancor di più che rispetto ai precedenti lavori, maggior spazio è lasciato al lato strumentale e, fortunatamente, meno a quello vocale che francamente in polacco e per di più in pulito, perde un po' di interesse. Fatto sta che gli ingredienti storici dei Blindead sono sempre presenti, anzi qui forse ancor più enfatizzati. E cosi è davvero meraviglioso abbandonarsi alle fughe pink floydiane dell'act polacco, con la psichedelia che si fonde ad un post metal/sludge dalle forti tinte malinconiche. La tribalità della band cresce misteriosa in "Niepowodzenie", grazie a suoni ridondanti e ad un cantato liturgico che fortunatamente cambia spesso di tonalità e dona una certa variazione ad un tema forse alla lunga troppo stantio. La sperimentazione da sempre è parte del bagaglio dei Blindead e "Potwór Się Rodzi" lo testimonia con un cantato robotico iniziale che prepara ad un sound tra l'alternative e il post rock, in un incedere lento e suadente che sembra prendere drasticamente le distanze con quanto suonato fin qui dalla band. Ad un certo punto però ritornano i classici chitarroni post metal e pure un cantato più caustico che ci restituisce la dimensione in cui ho imparato ad apprezzare il nostro terzetto di quest'oggi. Il risultato è comunque più che piacevole oltreché dotato di una forte vena sperimentale che in questi casi non guasta mai, arrivando quasi a destabilizzare la mia mente con giri di batteria ancora una volta tribale, effluvi ritmici marziali, ripetitivi, oscuri, insani che per certi versi mi riconducono ai primi album della compagine polacca. Il disco mi piace e la band in questa sua nuova veste ancor più sperimentale, qui quasi dronica, la trovo in super forma, segno che anche il passare del tempo non usura la genialità di un gruppo di musicisti che ha fatto un passo per certi versi simili a quello compiuto dai conterranei Lux Occulta ai tempi del loro ultimo album. "Ani Lekkomyślnie, Ani Bezboleśnie" poi è un pezzo infiltrato da un industrial abrasivo che accosta i Blindead alle ultime produzioni di un altro gruppo di musicisti schizofrenici polacchi, ossia gli Entropia, segno che il nuovo vento della musica post-core sperimentale arriva da Est e non più dalle lande oltreoceano o dal nord Europa. In Polonia lo ribadisco, la scena è importante, ci sono un sacco di grandi band e i Blindead con questo piccolo gioiellino, tengono il passo o forse addirittura lo dettano. In un lavoro, in cui mi preme citare anche la partecipazione di Nihil (Massemord, Morowe) a voce, basso e chitarra, manca ancora l'ultimo tassello, "Wiosna" a chiudere, con un ambient immaginifico, un disco che ha tutti i crismi per essere una delle sorprese di questo 2019. (Francesco Scarci)