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giovedì 30 agosto 2018

Empty Chalice - Ondine's Curse

#PER CHI AMA: Industrial/Ambient/Dark
L'oscuro progetto sonoro dell'italiano Antonine A., già autore di numerose uscite sotto differenti moniker (qui come Empty Chalice), conta un nuovo capitolo nella propria discografia, 'Ondine's Curse'. Una profondità criptica, buia ed introspettiva come base sonora fa capo ad un industrial dai toni solenni ma non gelidi, taglienti altresì avvolgenti, un rumore mai nemico dell'anima anzi, il suono si trasforma in sciamano per redimere lo spirito e penetrarlo nel più profondo del suo incanto, portandolo là dove la psiche diventa più contorta e sconosciuta. Un viaggio a vele spiegate verso il confine labile situato tra la follia e il buio, lontano dai soliti canonici tappeti della drone music, vicino a certe intuizioni ambient/rumoristiche moderne, in linea con gli umori degli Swans e alle atmosfere disarmanti della colonna sonora 'Loin Des Hommes' di Warren Ellis e Nick Cave, alla stratificazione del suono multiforme, come il colore di una tela dalle mille sfumature oscure e tetre, i rumori e l'attitudine verso certo un funeral metal più oltranzista e ancestrale. Nella scaletta, che consta di cinque titoli che affrontano il tema della Sindrome di Ondine (una grave apnea del sonno) troviamo un risveglio, tre capitoli e un addormentarsi nei pressi di un bosco fitto e buio, un giaciglio insano su cui poggiare la testa e dove un brano dalla lunga durata quale "IV" (a mio avviso il meglio riuscito), ci prende per mano e ci conduce per contorti pensieri in una meditazione arcaica. Un duro e moderno suono adatto alla poesia, un sound che supera il concetto del dark ambient rendendolo limitato, un tuffo in un mare incantato di leggende alchemiche governate dal mito delle Ondine (il mito alla base del disturbo respiratorio qui narrato), l'estensione emozionale di un industrial ambient che si riappropria della sua umanità, ritrova quell'anima che proprio alle Ondine serviva per aspirare al paradiso. L'album ha dalla sua una forza espressiva enorme, è curato e ben prodotto. Un disco alla fine decisamente ben assemblato. (Bob Stoner)

This Ending - Inside the Machine

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Swedish Death
Dalle ceneri dei A Canorous Quintet, death metal band svedese che ha avuto una certa notorietà in ambito underground negli anni ’90, sono nati i This Ending. E la proposta del quintetto scandinavo, identico nella line-up alla band originale, rigenerato dalla cura Metal Blade, in questo debut album non ha prodotto nulla di nuovo rispetto al passato. I nostri hanno cambiato nome, dopo una serie di esperienze con altri gruppi, ma il genere proposto risulta sempre lo stesso: il classico swedish death metal, riletto, se vogliamo, in chiave più moderna e tecnologica. Suoni bombastici, riffoni su basse tonalità, un growling cupo alternato ad uno screaming nervoso, una batteria bella corposa e sincopata grazie a interventi in blast-beat, ove nei frangenti più grind oriented risulta poco brillante (nonostante dietro le pelli sieda Fredrik Andersson, ex-batterista degli Amon Amarth), linee di chitarra melodiche ma non troppo, qualche vago inserimento industrial, giusto per modernizzare il sound, e il lavoro è completato. I dieci brani che compongono 'Inside the Machine' viaggiano tutti su mid tempos ragionati e calibrati, senza disdegnare in qualche frangente, fughe in territori più estremi, dove mi pare intuire, la band sembra trovarsi più a proprio agio. Il disco alla fine è piacevole, forse un troppo monolitico, con idee non del tutto originali e che alla lunga rischia di stancare l’ascoltatore. Tuttavia gli amanti del genere, un ascolto lo diano pure, potrebbero riscoprire qualcosa di interessante. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2006)
Voto: 65

https://www.facebook.com/ThisEndingband/

martedì 28 agosto 2018

Elderwind / Sorrow Plagues / De la Nostalgie / Dreams of Nature - Mater Natura Excelsa

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
It’s pretty usual in the black metal scene to release a split album among different bands in order to release new songs and gain some attention, while they can share the cost of cd producing. I must admit that I am not such a fan of those releases, but sometimes the quality of the involved bands makes the listen a must. 'Mater Natura Excelsa' is in fact one of those cases as the bands involved, no less than four, are top-notch in the atmospheric black metal scene. Elderwind is a Russian band which plays a beautiful atmospheric black metal, its debut album 'The Magic of Nature', is a gem which became a classic release for the fans of the genre. Slightly similar to this band but with a notorious influence from the Swedish band Lustre is the project Dreams of Nature, which has carved a cult status thanks to some great releases. The other two bands are more post-black metal oriented but still they share many musical characteristics with the former two. Sorrow Plagues comes from the UK and has released two excellent albums, while De la Nostalgie (from Venezuela!) released in 2017 an impressive debut, which it is perhaps more focused on ambient black metal.

Taking into account the aforementioned characteristics of the involved bands, it was clear that this split should be a fine collection of long compositions with an intense atmospheric touch, and believe me, it is. Every band delivers what we could expect from them. Stylistically they don´t go too far from what they have offered in their own full lengths. Each band has composed two songs and the album has a length of almost 80 minutes, so don´t expect short tracks, lasting the shortest of them no less than 6 minutes. Sorrow Plagues starts the split with two excellent tracks: “Vista” is a song which sums up all the characteristics which define the trademark sound of the British project. Fast paced tracks enriched by slowest sections where simply yet beautiful melodies, played by keys or acoustic-esque guitars, have a major role. One of the most relevant aspects of this band is how good the guitar solos are, they truly shine, especially in a genre where are not so common. De la Nostalgie also loves to create long compositions and the two tracks on this split are not an exception, clocking both of them around 11-12 minutes. Being the tracks that long there is room to compose quite rich songs with great atmospheric introductions and De la Nostalgie truly knows how to build a song which catches our attention. “Insomnia” for example, is a slower track if we compare it to what Sorrow Plagues has offered to us. It’s a long mid-paced song with catchy keys, which make the song sound intense yet emotional. As it happens in this genre, one of the things I really enjoy are those breaks, when the band focus on purely ambient sections, where the talent of this guys truly shines. The return of the guitars and of screams, which break the peaceful section, is also great, as it makes this heavier section sound, and for some reason, even better. In a similar way to its magnificent debut, the Russian Elderwind delivers two great tracks, “Temple” and “Fires of Autumn”. Little folk touches are mixed with absorbing keys in a mainly mid-paced song. Guitars sound a little bit “doomish” to me, which increases the melancholy of the track. The fast sections feature guitars which sound a little bit more post metal influenced, which fits perfectly well those speedier parts. As it happened in the debut both tracks sound beautiful with an ethereal touch. The honour to close this great split falls on Dreams of Nature. As I have already mentioned this band has a great Lustre influence, though it manages to forge its own distinctive sound. Dreams of Nature creates minimalistic and slower paced tracks which have an unique sense of beauty and melancholy. Anyway, a track like “Infinity”, for example, is far from being monorithmic, having occasional faster sections which make the song sound a little bit rawer. The closing track, “When the Leaves Fall”, is 100% Dreams of Nature, that is a hypnotic pace and minimalistic keys which sound simple awesome.

In conclusion, these great bands have released a long yet brilliant split album, which is undoubtedly a must for every atmospheric black metal fan. Expect no less than tons of ethereal and majestic keys, which will make the listener have a mystic travel through the forest. (Alain González Artola)

(Avantgarde Music/Flowing Downward - 2018)
Score: 90

https://avantgardemusic.bandcamp.com/album/mater-natura-excelsa

Contradiction - The Warchitect

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash, Sodom, primi Kreator
Recensire questo genere di album è sempre stata una passeggiata per il sottoscritto: in poche parole riesco a liquidare gruppi che hanno poco o nulla da dire. I Contradiction non sono esenti da questo genere di recensione, data la pochezza delle loro idee. Arrivano dalla Germania con la loro fondazione addirittura nel 1989 e il loro suono risulta influenzato dal death/thrash teutonico di anni ’80 che si rifà inevitabilmente a Kreator e Sodom. Il dramma è che nel 2006, quando uscì questo 'The Warchitect', quei suoni puzzavano irrimediabilmente di vecchio e stantio. Considerato il fatto che questa rappresenta la loro quinta release ufficiale (all'attivo altri due album nel 2009 e nel 2014), mi domando come abbiamo fatto a tagliare questo storico traguardo. Sicuramente saranno popolari in patria, certo è che non mi sento assolutamente di consigliare questo cd: chitarrone thrash che ripetono all’infinito gli stessi accordi dal primo all’ultimo brano, una voce growl aspra e fastidiosa ringhia tutto il proprio dissapore per la società. Sicuramente ben prodotti, le undici tracce (più l’orrida cover “Rock’n’Roll” dei Motorhead) non giustificano però l’acquisto di un prodotto che non avrebbe certo sfigurato di stare sugli scaffali trent’anni fa, non ora... (Francesco Scarci)

(Armageddon Music - 2006)
Voto: 50

https://www.facebook.com/contradictionmetal

Motorpsycho - The California EP

#PER CHI AMA: Psych Rock
Dipanati sulle quattro facciate giallocanarino di questo ruffianissimo tarallucio discografico, un rocchettino dritto-al-punto collocabile tra certo flower-rock fine '60 e i Motorpsycho del periodo flower-rock-fine '60 vale a dire quelli inizio '00 di 'Barracuda' e 'Phanerothyme' ("Quick Fix" vs. "High Times"), una specie di surf-blues lo-fi early '70 apparentemente fuoriuscito dai "Frammenti Motorpnakotici" ("Granny Takes a Trip" vs. "One Way or Another") seppur blandamente tower/izzato (il flauto...), e una confortevole indie-ballad mid-90 con un tocco (più che un tocco, uno spintone direi) apertamente cali-sixites ("California, I'am [sic] So Cold", per l'appunto). "Alain / The Messenger" è soltanto l'embrione di un'idea semplicemente troppo scarsa per meritare di essere sviluppata, e una facciata intera è decisamente troppo, anche se si tratta di una facciata seven inches a quarantacinque di un tour EP. Come 'Here Be Monsters Vol. 2' integrava minuziosamente l'esplorazione musicale del precedente 'H-B-M', addirittura spostando avanti di qualche misura l'asticella dell'ambizione, così questo 'The California' EP ritrae programmaticamente, e persino meglio di quanto accada su 'The Tower', il soleggiato mood jam-ottimismo-birretta-serale delle registrazioni. Ma se là, la caratura appariva almeno paragonabile, questa qui è una di quelle cose che uno come Mr. Sæther riesce a escogitare nell'esatto tempo che intercorre dall'istante in cui strappa uno strappino di carta igienica dal rotolo all'istante il cui lo strappino sporco di cacca tocca l'acqua del water. (Alberto Calorosi)

(Motorpsycho Archives - 2017)
Voto: 60

https://www.facebook.com/motorpsycho.official/

lunedì 27 agosto 2018

End of Green - The Sick's Sense

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Depressive Rock, Type O Negative
Il sesto album degli alfieri teutonici del "depressed subcore" (sic), un sottogenere languidamente mogio del gothic metal, vi sembrerà un po' un disco strimpellato dai Type O Negative a una convention emo, cantato dal tipaccio dei Seether mentre fa pulizia etnica di nutrie nella sua cantina e composto da Lydia Deetz nel giorno del suo ciclo mestruale. Cos'altro potevate aspettarvi da un mamlone di Stoccarda di uno e novanta che si fa chiamare Michelle Darkness (sic)? Con l'eccezione di un paio di chitarrismi alla Justice-for-raffiche (l'opener "Dead City Lights"), il resto dell'album si disperde freddo come una pozzanghera di sangue sul pavimento, tra melodie alla Mission, vocioni e tiritere pling-noise mid/ottanta ("Die Lover Die"). Ascoltate questo disco mentre vi recate al compeanno di vostra nonna indossando una t-shirt di rete a maglie larghe ostentando un anellino al capezzolo. (Alberto Calorosi)

(Silverdust Records - 2008)
Voto: 45

https://www.facebook.com/endofgreenofficial/?ref=ts

Sólstafir - Masterpiece of Bitterness

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Experimental Black Metal
Nell'ultradinamica e quintessenziale epica "I Myself the Visionary Head" (al termine della quale la band deve essere stata senz'altro frustrata, appagata e sfinita almeno quanto i Pink Floyd al termine di "Echoes") si riassumono i temi della rivoluzionaria (white) diffrazione (black) metal operata definitivamente dalla band islandese. Abbrivio ferino, pestaggio veloce e basso incalzante, vocalismi da plantigrado affamato. Prosieguo elementale. Terra: il drumming concreto e tagliente di Pálmason; acqua: il tumultuoso basso di Svabbi Austmann, bollenti vapori sotterranei, gelide creste ondose che erodono la costa; aria, il guitar riffing nebuloso di Pjuddi Sæþórsson; le lingue di fuoco Addi Tryggvason, sempre meno a suo agio con lo screaming. E poi, la dirompente ma obsoleta chiusura speed/tk-tk-tk. Dall'altra parte, la modulare e consapevole "Ritual of Fire", prossima e lontana da certo teutonic-wave. Le due epiche sono i fuochi nodali da cui scaturirà l'intera successiva produzione della band, senza dimenticare i rigurgiti black/lagunari di "Bloodsoaked Velvet" e l'epic thrash atmosferico (e amplissimo) di "Ghosts of Light" e "Nature Strutter", che completano mirabilmente questo straordinario e prodromico album. (Alberto Calorosi)

(Spikefarm Records - 2005)
Voto: 80

https://www.facebook.com/solstafirice

Pestilence - Consuming Impulse

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Techno Death, Morbid Angel
Il secondo album dell'immarcescibile collettivo olandese il cui primo, peristaltico demo porta il brodoso titolo di 'Dysentery', esplora un thrash-speed ipercinetico ("The Trauma" e "Dehydrated") microbiologicamente popolato da repentini cambi di tempo e ritmo-riffoni ga-ga-ga. Si disserta, con stuzzicante dovizia di dettagli, di ascessi, eviscerazioni, marcescenze varie e, per estensione, di ogni forma di mutiazione e degenerazione, possibilmente associata al dolore, dei tessuti umani, tanto che l'unica possibilità di evasione da cotanti laceratissimi sensi sembrerebbe la sospensione criogenica, cfr. "Suspended Animation" (a state of bliss?) e "Echoes of Death" (feat. un brevissimo solo, pensate, di tastiera). Non mancano pipponismi preterintenzionali sull'ecologia ("The Process of Suffocation"), sul degrado morale ("Chronic Infection") e sulla violenza intrinseca nella religione ("Reduced to Ashes" e "Deify Thy Master"). Brutale, limpido, ultraveloce, asfittico, infetto. Cult album, imprescindibile per qualcuno, tra i vagiti del neonato death-metal. E una copertina senza dubbio brulicante, da confrontare con quella di 'Straight Between the Eyes' dei Rainbow. Come? Non riuscite a immaginarvelo, un vagito death-metal? Dite sul serio? (Alberto Calorosi)

domenica 26 agosto 2018

Sathanas - Necrohymns

#FOR FANS OF: Black/Death
It's nice to hear some black metal with a swing to it, creating a rhythm that's more than an atonal hammering behind impersonal screams. Pennsylvania's Sathanas, now releasing its tenth full-length album, treads this path with a sharp lead guitar over swift double bass and a beatdown hailing from the Florida school of death metal. Its initial impressions impossible to ignore, the impact of “Upon the Wings of Desecration” and “Sacramentum” bring an initial burst of momentum before changing pace so as to propel such a weighty vehicle to conquer the incredible heights for which the treble strives. Like thrusting an eighteen wheeler into its low hill-climbing gear after getting a good run at a rising mountain road, Sathanas ascends the walls of Hell and perches atop the pit, and atop its perch it will stay for this band, born in the uncertainty of extreme metal's early movements, seeks to hone and define its terse and blunt sound.

As many metals melt monuments into the mountains surrounding Hell's sea of fire, and more sophisticated constructs frame perdition with the stately accouterments of a thriving and growing megalopolis, Sathanas' structure stands as a relic hailing the imposing fortress-like brutalism of yesteryear's architectural aesthetic. Its signature ascending arpeggios, screaming through grain and choking on embers, bouncing beats battered by blistering bass, and a filthy snare rhythm joining the fury make “Harbinger of Death” grind bones to dust while digging chains into the wailing walls of souls entombed in the fearsome kingdom. The chaos of this dominion is denoted in the gratifying carnage of a solo springing up from “At the Left Hand of Satan”, the obscure coven in which “Witchcult” practices its damnable rites, and the condemnation of “Raise the Flag of Hell” ensure that the consistency of an aging band retains its potency in venomous vocals and raucous riffing.

Sathanas isn't out to bring a new definition to a genre, attempt to pay homage to the past with young blood and flagging creativity, or to ruin a prolific and lengthy career with an egregious about face. Sathanas instead is honing its craft and reveling in its longevity. While embracing the mass of its sound and preoccupied with expanding its waistline rather than its musical horizons, the band brings the stamina that carries such a heavy burden endlessly upwards and continues to etch finer details into its basic and brutalist building. Still solid under its doughier surroundings, Sathanas stands strong. (Five_Nails)

(Transcending Obscurity Records - 2018)
Score: 70

https://sathanas.bandcamp.com/album/necrohymns-black-death-thrash-metal

venerdì 24 agosto 2018

The Pit Tips

Francesco Scarci

Baume - Les Années Décapitées
Vargrav - Netherstorm
Void of Silence - The Sky Over

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Alain González Artola

Akhenaten - Golden Serpent
Forelunar - Wine and the Limerent
Gargoylium - Chroniques de la Citadelle

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Matteo Baldi

Oranssi Pazuzu - Värähtelijä
Converge - Axe to Fall
Neurosis - The Eye of Every Storm

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Felix Sale

Omenfilth - Hymns Of Diabolical Treachery
Embalsamo - Embalmed Alive
Whipstriker - Merciless Artillery

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Michele Montanari

Otehi - Garden Of God
Holygram - S/t
The Red Coil – Himalayan Demons

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Alejandro Morgoth Valenzuela

Terra Tenebrosa - The Purging
Wolves in the Throne Room - Thrice Woven
AnnenMayKantereit - Alles Nix Konkretes

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Five_Nails

Atlas - The Destroyer of Worlds
Plini - Sunhead
Sathanas - Necrohymns

Wagooba - Total Emotion

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Psichedelia/Glam
La Loa Rising, nata inizialmente da una costola della nota Lucifer Rising di Steve Sylvester, si prefiggeva l'intento di produrre quei combo che esulavano dai soliti cliché della scena alternativa italiana, portando in superficie stimolanti realtà musicali ancora sommerse. Stimolante è appunto il termine più appropriato per 'Total Emotion', album di debutto dei Wagooba (peraltro rimasto senza un seguito) e prima uscita sul mercato per la Loa Rising. I Wagooba nascono nel lontano 1987 e vantano nella loro line-up, in veste di sensualissima cantante/urlatrice, l'eclettica Stefania D'Alterio, ai tempi caporedattrice di "Mondo Culto" (era un portale dedicato alla "weird culture" e al cinema considerato di bassa lega) e nera sacerdotessa che ha curato per anni rubriche di "cultura apocalittica" per testate quali Psycho! e :Ritual:. Cosa ci si poteva aspettare dalla carismatica Stefania se non un disco dannato, torbido e terribilmente sexy? 'Total Emotion' si presentò al pubblico proprio così, un calderone di sonorità che traeva le proprie influenze dai generi musicali più disparati come street-rock, disco-music, glam e psichedelia ma che, soprattutto, assorbiva la sua viziosità dal gusto per una certa cultura cinematografica porno-trash anni '70. "Mirrorball Love", "Woodoo Wagon", "Overload Jesus", "El Coche Fantastico", la bellissima ballad "Malhombre": un concentrato di brani bollenti ed eccitanti, ricchi di una forte carica sessuale e non privi di una certa ironia, questo è 'Total Emotion'! La colonna sonora della deviazione e della passione, l'ideale punto d'incontro tra la carne e lo spirito che danzano eccitati in un dannato rituale. 'Total Emotion' mi ha spiazzato, stupito, divertito, in un'unica parola emozionato ed emozioni è quello che proverete anche voi appena vi sarete impossessati di questo disco e l'ascolterete... Come and meet Wagooba! (Roberto Alba)

Voices of Masada - Four Corners

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: British Goth Rock, Fields of the Nephilim
Quella dei Voices of Masada fu la classica sorpresa che non ti aspetti, ossia l'incontro con sonorità che credevi sepolte sotto una spessa coltre fatta di uscite discografiche mediocri, concepite con il solo intento di soddisfare un mercato che stava rifiorendo o intese unicamente ad emulare le gesta di qualche vecchia gloria gothic-rock. Per quanto le release Strobelight non raggiungessero sempre livelli qualitativi eccelsi, la condotta dell'etichetta austriaca parve discostarsi da tali politiche e, in particolare, i Voices of Masada sembravano intenzionati a creare belle canzoni, piuttosto che tentare di assomigliare ai Sisters o ai Fields of the Nephilim. I Voices of Masada rappresentavano senza dubbio una tra le punte di diamante della scuderia Strobelight ed è sufficiente un rapido ascolto di 'Four Corners' per riconoscere le qualità uniche del quartetto inglese (anzi, italo-inglese, vista la presenza al basso dell'ex-Burning Gates, Danny Tartaglia), che dopo aver rilasciato un altro album nel 2006, se ne sono perse le tracce. Melodie dalle tinte crepuscolari, gusto sopraffino negli arrangiamenti e cospicue dosi di energia sono le armi seduttive con le quali i quattro musicisti vogliono conquistarci e se il loro intento è quello di scuotere l'ascoltatore, brani graffianti come "Days of November" e "Flight" raggiungono l'obiettivo in pieno, inebriandoci con sonorità dalle sfumature ora grigie, ora più limpide e scintillanti. La preparazione tecnica dei Voices of Masada è un altro elemento da non sottovalutare, se vogliamo comprendere il valore di quello che fu il loro debutto, perciò, vale la pena di soffermarsi sull'enorme lavoro di chitarre di Eddie Martin e Rob Leydon, assaporandone ogni fraseggio. Si ascoltino ad esempio i delicati arpeggi di "Fragments" o lo splendido assolo finale di "Shine". Buona anche la prova al microfono di Raymon Shah, anche se la sua voce calda e conturbante avrebbe le potenzialità per arrischiarsi su scale ben più tortuose. British Goth al meglio della sua espressione. (Roberto Alba)

(Strobelight Records - 2004)
Voto: 75

https://voicesofmasada.bandcamp.com/album/four-corners

giovedì 23 agosto 2018

Overflowing - S/t

#PER CHI AMA: Alternative/Electro Music, Puscifer, Depeche Mode
Quando i primi secondi di "Blood is God" hanno invaso la mia stanza, ho immaginato la classica dance floor anni '80 con tanto di luci stroboscopiche e un giovane Tony Manero intento a ballare. Forse esagero un pochino visto che quella degli Overflowing non è proprio musica da discoteca bensì quello che si apprezza all'interno di questo brano (da cui peraltro è stato estratto un videoclip), è piuttosto un electro sound che evoca ad esempio i Depeche Mode più danzerecci. E dietro a questo moniker si cela Gian Maria Vannoni, musicista della Riviera Romagnola che propone cinque pezzi che si muovono all'interno di contorni non propriamente definiti. Se l'opener ammiccava appunto alla band di Dave Gahan e compagni, la seconda "How Far Now" è decisamente più compassata nel suo mite flusso sonico. Un mood che si conferma anche nella terza "Indigo", traccia dai suoni maturi che miscela una certa elettronica oscura da anni '80 con una più minimalistica no wave che arriva ad evocare addirittura i Genesis. "Youth", il quarto pezzo, è un malinconico beat di 150 secondi, mentre la conclusiva "Witch" ha modo di offrire gli ultimi tre minuti abbondanti di sonorità quasi trip-hop che chiamano in causa anche i Puscifer. Insomma, quello degli Overflowing è un EP che funge da antipasto a qualcosa che auspichiamo decisamente fuori dagli schemi. Seguire please nuovi sviluppi. (Francesco Scarci)

Veratrum - Visioni

#PER CHI AMA: Symph Death, Fleshgod Apocalypse
L'evoluzione dei Veratrum non trova sosta. 'Visioni' è il quarto lavoro della band bergamasca che mi trovo a recensire e dagli esordi brutal death/black, ora mi trovo tra le mani un disco che gode di ottime orchestrazioni, e che sembra aver virato ormai verso estremismi sonori dalle forti tinte sinfoniche. E io non posso che compiacermi di questa virata perché decisamente più vicina alle mie corde. Godo pertanto nell'ascoltare "Oltre il Vero", una song che alterna parti atmosferiche ad altre più isteriche e tirate, con le screaming vocals in italiano, sempre chiare e in primo piano. Ottima la componente solistica, ma sono soprattutto gli arrangiamenti a farla da padrone e conquistarmi con la loro magniloquenza e carica esoterica. Esoterismo ritual-demoniaco che trova sfogo nel breve intermezzo "Per Antares" che apre "L'Alchimista", song tiratissima ma che in sottofondo sfoggia sempre ottime orchestrazioni, ma di cui mi preme sottolineare la performance vocale di Haiwas, pungente e feroce quanto basta ma sempre intellegibile nei testi e questo non fa altro che permettermi di apprezzare anche i testi che sembrano godere di influenze "lovecraftiane". Sorprendente l'inizio de "La Stella Imperitura" con un chorus epico (che tornerà anche nel finale) che lascia subito posto alla tempesta cosmica scaturita dal continuo sferragliare in blast beat dei nostri, mitigato dall'imponente miscela sinfonica che ne costituisce il suo endoscheletro. Ottima anche qui la parte solistica a cura delle due asce formate da Haiwas e Rimmon, menti peraltro del progetto Voland. A chiudere l'EP, ecco un coro liturgico sorretto da un improbabile pianoforte e da un imprevedibile clarinetto a preparare il nuovo avvento targato Veratrum. Chissà cosa avrà da riservarci il futuro dei quattro demoniaci visionari italici. (Francesco Scarci)

Krakow - Minus

#PER CHI AMA: Experimental Post Metal/Prog/Stoner
Proprio in questi giorni, è in uscita il nuovo album dei progsters norvegesi Krakow, band che milita nell'underground musicale dal 2005 e che ha all'attivo quattro album, un live, un paio di EP e qualche altra cosetta interessante. La Karisma Records si prende l'incarico di far uscire il nuovo 'Minus', dopo i precedenti trascorsi dell'act di Bergen presso la Dark Essence Records. Il risultato è rappresentato da sei tracce che miscelano un sound che ammicca ad un post metal americaneggiante venato di influenze prog stoner, sulla scia di quanto fatto da Mastodon e Baroness. Proposta interessante, forse un pochino scorbutica da assorbire ad un primo ascolto. Ne servono parecchi infatti per apprezzare la psichedelia folgorata e decadente di "The Stranger", song che vanta ipnotici sbalzi umorali che questa volta strizzano l'occhiolino ai Sonic Youth. Mai quanto i quasi dieci foschi minuti della title track: song calda, sinuosa, compassata (pure troppo), interamente strumentale (ed è un peccato non apprezzare qui la voce di Frode Kilvik, che peraltro ho scoperto essere anche il vocalist di Aeternus, Gravdal e parecchi altri), che da metà in poi cresce che è una meraviglia liberandosi in eterei frangenti post-rock, che ricordano i Cult of Luna più ispirati e criptici. Se poi non siete amanti di note suadenti, non temete, l'opener "Black Wandering Sun" saprà bacchettarvi a dovere con quel suo fare arrogante (soprattutto nel finale dove una guest star, Phil Campbell dei Motorhead, sciorina un ottimo assolo di musica rock) che cela un che del post grunge degli Alice in Chains che va a combinarsi con un incedere sludge, e dove a mettersi in mostra è la buona performance vocale di Frode. Il bravo frontman si conferma su buoni livelli anche nella stridula seconda traccia, "Sirens", song che evoca fortemente i Baroness e da cui è stato estratto anche un video. A chiudere il disco, ancora note semi-strumentali, quelle di "Tidlaus" che ci anestetizzano con semi-acustici paesaggi sonori autunnali, sostenuti da una componente vocale potente ed evocativa che sancisce l'eccellente lavoro fatto da questi ottimi musicisti norvegesi. Consigliatissimi. (Francesco Scarci)

(Karisma Records - 2018)
Voto: 80

https://krakow.bandcamp.com/album/minus

mercoledì 22 agosto 2018

Extremities - Gaia

#PER CHI AMA: Djent, Meshuggah, Tesseract
Orfana dei Textures, la scena djent trova gli eredi della band olandese nella stessa Olanda con gli Extremities. Esordienti nel 2016 con un EP, 'Rakshasa', il quintetto di Eindhoven sbarca in questo 2018 con un debutto sulla lunga distanza, 'Gaia'. Otto pezzi di durata più o meno cospicua ("The Inward Eye" dura addirittura 18 minuti) che identificano la proposta musicale del quintetto tulipano che vede in Meshuggah, Gojira e gli stessi Textures, i riferimenti principale per il proprio sound. L'apertura è affidata alla granitica "Colossus", che strizza inevitabilmente l'occhiolino ai godz svedesi con le immancabili chitarre poliritmiche ed un vocione che richiama il buon Jens Kidman, mentre la musica vede alcune variazioni di natura electro-grooveggiante che permettono ai nostri di meglio caratterizzare la propria proposta e non risultare dei puri emuli delle band sopra menzionate. E il risultato non può altro che beneficiarne, visto anche un break dal sapore post-rock che si staglia a metà brano. Le ritmiche si confermano, come da tradizione, sghembe e disarmoniche sul finire dell'opener ma anche in altri pezzi successivi, e penso alla devastante "War" o alla più ritmata e "Reanimate", forse la song più legata al djent dell'intero lotto. Più ruffiana invece "Circular Motions" con quell'utilizzo di vocals pulitissime in stile Tesseract, per una song che si muove in territori più alternativi (e che tornerà anche successivamente in "Hydrosphere" e nella melliflua "Through the Dreamscape") e che peraltro vanta una sezione solistica da urlo. Violento l'attacco di "Emissary", con uno stile a cavallo tra death e thrash che cita indistintamente Pantera e Nevermore. Arriviamo all'ultima "The Inward Eye", un mattone di quasi 18 minuti, in cui le chitarre duettano con un sax mostrando la vena sperimentale di cui sono dotati i nostri in un saliscendi emozionale che arriva a chiamare in causa anche i Pain of Salvation, per una traccia che miscela abilmente deathcore progressive, jazz, dream-pop, djent e post rock e che non pone limite alcuno alla proposta musicale degli Extremities, forse i veri designati eredi dei Textures. (Francesco Scarci)

(Painted Bass Records - 2018)
Voto: 75

https://extremitiesnl.bandcamp.com/

Kyterion - Inferno II

#PER CHI AMA: Swedish Black, Dark Funeral, Marduk
Dante Alighieri non ha fatto scuola solo nella letteratura o nel cinema (penso ad 'Inferno' di Dan Brown), ma anche a livello musicale con i bolognesi Kyterion a seguire le orme del maestro fiorentino attraverso il loro secondo capitolo 'Inferno II', ispirato appunto alla cantica omonima de 'La Divina Commedia', il tutto peraltro rigorosamente cantato in italiano vernacolare. Non deve fuorviare però l'utilizzo della nostra lingua del XIII secolo e farci pensare a qualcosa di medievale o folk abbinato al metal perché, per chi non conoscesse questo misterioso combo emiliano, la proposta è invece votata ad un infuocato e canonico black metal, come è giusto che sia se si vuole descrivere il calderone peccaminoso dell'Inferno dantesco. E cosi lungo le undici tappe incluse nel cd, non dobbiamo far altro che immergerci nella furia black di stampo scandinavo (scuola Dark Funeral, Necrophobic per intenderci), espletata dai quattro enigmatici membri dei Kyterion. Spazio quindi alle rasoiate ritmiche di "Mal Nati", "Dite", della più compassata "Pena Molesta" o di "Cerbero il Gran Vermo", tanto per citare i momenti più convincenti della prima metà del cd, poi a "Cocito" e "Vallon Tondo" le overture strumentali che introducono le successive "Dolenti Ne la Ghiaccia" e "Li 'Ndivini", in cui la veemenza del black nudo e crudo, continua ad aver la meglio. Peccato non aver introdotto qualche momento più ragionato o declamatorio, in cui potesse sentirsi forte l'influenza medievale del gran maestro nelle note di questo 'Inferno II' che perde ahimè la caratterizzazione legata al nome di Dante Alighieri. Questo per dire che 'Inferno II' poteva essere concepito in Svezia, negli Stati Uniti o in Cina, e la differenza non era assolutamente percepibile. Un peccato, perchè si poteva sfruttare in un modo diverso e forse più convincente. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2018)
Voto: 60

https://kyterion.bandcamp.com/album/inferno-ii

martedì 21 agosto 2018

Giancarlo Onorato - Quantum

#PER CHI AMA: Rock cantautorale
Un songwriting palpitante e fervido di chiaroscuri sovente collocati in cinematica sospensione tra aspirazioni eteree e tentazioni carnali, apparentemente istintivo eppure, si sospetta, fattivamente cesellato canzone per canzone, nota dopo nota. Nei suoni, la distanza dal wave/post-wave italiano (Diaframma e Litfiba) degli Underground Life si assottiglia come linea di pensiero fino a compiersi, infinita e immaginifica. Fatta eccezione per "In Grazia", s'intende. La produzione, dilagante e caratterizzante eppure sapientemente misurata, fa venire in mente un po' il Daniel Lanois che si spende per Peter Gabriel ("La Norma dell'Attesa") e, un po' di più, il Gianni Maroccolo che si azzuffa con Giorgio Canali nei CSI (soprattutto "Scintillatori", ma anche altro). C'è tanto Nick Cave, nel pianoforte epico e dolente alla Bad Seeds early-90s, quelli di "Let Love In", in "Le Belle Cose", per esempio, o nel coro anodinico della successiva "Il Barocco del tuo Ventre", da confrontare con la maestà tragica di "Hallelujah". In Italia, Battiato (per motivi diversi: "Senza gravità" e "Primavera di Praga"), Claudio Rocchi e il secondo Battisti. Ehi, a proposito, capita anche a voi di canticchiare "I Giardini di Marzo" mentre ascoltate "Scintillatori"? No? Dite sul serio? (Alberto Calorosi)

(Lilium - 2017)
Voto: 80

http://www.giancarloonorato.it/

Roamer - What The Hell

#PER CHI AMA: Noise/Alternative
I Roamer sono quattro musicisti provenienti da Olten, città svizzera incastonata tra le montagne e attraversata da un fiume cristallino che ha sicuramente stimolato i sensi dei nostri ragazzi. Attivi dal 2011 con un paio di EP ed un album, sono tornati aprile scorso con il nuovo album 'What the Hell' edito dalla Czar of Revelations, ovvero il lato meno aggressivo dell'etichetta svizzera Czar of Crickets Productions (la Czar of Bullets infine si occupa di metal e genere affini). "Open my Pants" è la prima traccia e dopo poche battute veniamo scaraventati in una dimensione che non rispetta le comuni regole della fisica. La ritmica sintetica disturba a causa della sua non linearità, ma viene dominata da un basso baldanzoso e dal vocalist che ci sussurra all'orecchio con fare provocatorio. Finalmente il brano si distende, entrano le chitarre con un assolo a tratti dissonante, mentre il martellante e malizioso ritornello ci trasporta verso la conclusione di un brano scarno che ci lascia in bocca il sapore plastico di un noise/alternative pop. "Today" mischia le carte ricordando vagamente l'appeal degli Anathema grazie al pianoforte potente e alla kick drum pulsante, con lo sviluppo che prende poi una strada diversa fatta di una grande intensità ritmica dato dal supporto delle chitarre distorte. Nel frattempo il vocalist cerca melodie dal percorso inaspettato che alleggeriscono il mood del brano. Da una pazzia all'altra, è il momento della title track, "What the Hell", che spinge verso sonorità ancora più noise e pattern poco friendly che mettono alla prova l'orecchio pop rock dell'ascoltatore. Dopo il delirio cacofonico, tutto si ferma con uno stacco leggero di pianoforte e cantato, appesantito solo da un'imprecazione che viene scandita più volte fino alla chiusura. Per addolcire l'album, i Roamer ci deliziano con "Touchscreen" che gronda groove da tutte le parti grazie alla sezione di basso e batteria con gli immancabili innesti eterei, oramai marchio di fabbrica della band elvetica. Un brano che scivola bene, nonostante la composizione sia complessa, grazie agli arrangiamenti che a volte ricordano i Radiohead imbastarditi con i NIN quando serve un po' di grinta in più. Il livello compositivo si mantiene medio alto anche negli altri brani che si differenziano con qualche piccolo excursus alla QOTSA ("Rebel") o ancora NIN ("Number"), caratterizzati però sempre dal cantato che deve molto alla scuola brit dei vecchi Blur. 'What the Hell' è alla fine un album assai godibile, che spezza la monotonia di una serie di produzioni simili tra loro e con poca creatività. I Roamer hanno il merito di aver saputo forgiare un proprio stile che, nonostante lo scarso mainstream, gode del dovuto rispetto. (Michele Montanari)

(Czar of Revelations - 2018)
Voto: 75

https://roamer.bandcamp.com/album/what-the-hell

Moto Toscana - S/t

#PER CHI AMA: Stoner/Funk/Alternative
Uno strano nome, una strana formazione a tre, una scelta stilistica particolare con un sound stoner oriented ricercato e atipico. Il suono della band tedesca è caratterizzato dalla presenza di una batteria che riempie e fa da tappeto ad un basso distorto, padrone della scena, e ad una voce che mette ordine nelle strutture complesse delle composizioni. L'ottima performance del vocalist Andy, sensuale e allucinato alla perfezione, rende assai attraente il lavoro. Quel suo cantato a cavallo tra psichedelia e alternative metal anni novanta, è molto convincente cosi come il sostegno dietro le pelli di Chrisch. Discorso a parte per il basso che qui si rende il vero padrone, tutto è a suo carico, la melodia e le ritmiche pendono dalle sue corde visto che non ci sono altri strumenti utilizzati per arricchire il suono. Il bassista Michi si muove agile e sostiene molto bene le strutture tra bassi gravi e distorti, ritmiche funky, quasi in ricordo della Henry Rollins Band, ed escursioni stoner alla Core di 'The Hustle is On'; a volte il basso saltellante ricorda anche il tiro dei Rage Against the Machine ma Tom Morello non compare mai, e qui sta la particolarità della band e probabilmente anche il suo limite. Tutti i brani sono delle potenziali hit, suonate bene ed orecchiabili, fluidi, trascinanti, non presentano momenti bui e sono a tratti carichi di un vero magnetismo rock, che mi ricorda la musica degli allucinatissimi The Hypnothics, suonata però con tutto il peso di un mammut ed un virtuosismo spinto. L'album è sì interessante, ma non sarà ben accettato da tutti vista l'assenza di strumenti portanti, una chitarra o delle tastiere, cosi verosimilmente, molti lo reputeranno inspiegabilmente incompleto ed il disco risulterà di nicchia, non tanto per il fatto che i brani non siano buoni o troppo eccessivi, per il fatto che come già notato per gli OM, la combinazione di solo basso e batteria, alla lunga, porti a risultati ottimi ma per un pubblico di soli appassionati, musicisti, cultori e sperimentatori. Sicuramente dal vivo questo trio tedesco sarà uno spasso da vedere, e il loro disco, uscito per la Tonzonen Records, è sicuramente da ascoltare. Sono bravi e fantasiosi questi Moto Toscana, quanto bizzarra e coraggiosa è la loro proposta... certo è, che con brani del genere e un range di suoni più ampio, a questi tre preparati musicisti non resterebbe altro che diventare leggenda! (Bob Stoner)

(Tonzonen Records - 2018)
Voto: 75

https://mototoscana.bandcamp.com/releases

lunedì 13 agosto 2018

Firtan - Okeanos

#FOR FANS OF: Pagan/Black
Firtan is a well known German band founded in 2010 in Lörrach, a nice city located in Baden-Wüttemberg. From the first inception of this project there are only two original members left. Oliver König, who plays the bass and performs the backing vocals and Philipe Thienger, who plays the guitars, keys and the main vocals. They are accompanied by other two members who have joined the band in the last two years. Firtan plays a blend of pagan and black metal with an atmospheric touch played on the stage with a great passion. Their good performances helped them to carve a cult status among black metal fans across Europe. During these eight years the band has released two EPs and an interesting debut entitled 'Niedergang', reviewed on these pages.

Due to the line-up changes, it has taken some time to compose the sophomore album entitled 'Okeanos'. The second effort is always a pivotal release for any band, because it can confirm the potential of the debut, but it also demands a step forward in the band’s evolution. 'Okeanos' is thankfully a move forward for the band and it should confirm Firtan’s potential in this genre. The album opener “Seegang” is a truly powerful and long track, which sums up Firtan’s characteristics. As it is traditional with many German black metal bands, the vocals are truly powerful, very high pitched and full of hate. Philip makes a great job on vocals with polyvalent and strong screams which fit perfectly well the music. Musically speaking, the band sounds more progressive than ever, adding many tweaks to the compositions. The song flows easily from the heaviest and more straightforward sections to the instrumental and calmer ones, which act as a bridge to the next vigorous section. In those calm sections, acoustic guitars are a commonly used resource which works quite well. Other tracks follow a similar pattern, which is not bad at all, because it means that each track of the album is highly dynamic and brings a wide range of riffs and a progressive touch which make the compositions quite interesting. Though the album is clearly a guitar driven work, it contains some atmospheric touches in the form of occasional keys and the addition of some violins in “Nacht Verweil” and the beautiful and melancholic instrumental “Purpur”. Moreover, the band adds some interesting choirs which shine specially in “Uferlos”. They do sound solemn and dark making this track the most atmospheric one. It´s difficult to choose a favourite track but the closing epic song “Siebente, Letzte Einsamkeit” is indeed a serious contender. In its nine minutes, the composition contains all the characteristics that define this album. The background keys play a good role, while the guitars sound as strong and varied as ever. This is indeed a good way to close this second effort.

In conclusion, Firtan has achieved their target with 'Okeanos' which is supposed to happen with a sophomore album. 'Okeanos' sounds like a step forward reinforcing Firtan’s strong points and being a more mature release, with a stronger progressive nature. A band to follow. (Alain González Artola)


(Art of Propaganda - 2018)
Score: 80

https://firtan.bandcamp.com/album/okeanos

Lenore S. Fingers - All Things Lost on Earth

#PER CHI AMA: Gothic Rock, The Gathering, Anathema
Il secondo album dei calabresi Lenore S. Fingers uscito per la My Kingdom Music, conferma la linea intrapresa dal precedente 'Inner Tales', proponendo musica malinconica, piena di pathos con piccole digressioni progressive e incursioni mirate e controllate di metal gotico. La formula funziona alla perfezione e gli stacchi neo prog di "Rebirth" e della title track "All Things Lost on Earth", unite alla soave, decadente e romantica voce di Federica Lenore Catalano, completano un panorama sognante e cupo alla stessa maniera. Immancabile la vicinanza sonora con i The Gathering anche nelle lievi incursioni elettroniche (vedi la conclusiva "Ascension"), verosimilmente l'aver suonato con i Kirlian Camera deve aver avuto un certo effetto sulla straordinaria voce di Federica perchè il suo tono è sempre esposto al meglio, con una leggera venatura di nordic folk unita ad un tocco raffinato e di classe come poteva essere quello di Harriet Wheeler, regina dell'alternative britannico sotterraneo di fine anni ottanta/inizio novanta, e questo paragone è per me il valore aggiunto della band, che ha tra le sue armi, il potere e la volontà di riscrivere pagine di un genere abusato e per molti versi non più credibile. Così, arpeggi e voce in prima linea a costruire musica dalle tinte grigie, dall'umore triste, con chitarre distorte che escono al momento opportuno e il piano, colmo di note struggenti sul calar del post rock e del classicismo volto alla luna si uniscono per far uscire canzoni come "Lakeview's Ghost" o "Ever After" che simulano il piano di volo degli ultimi ancestrali Anathema. La vena di un gothic metal moderno e dinamico è sempre presente, la bravura dei musicisti si sente in ogni singola composizione, tra l'altro molto interessanti e ben sviluppate in un disco omogeneo ed interessante da ascoltare fino in fondo. Sorpresa sull'intro/ritornello in lingua madre di "Luciferines", anche se la resa migliore resta la lingua d'albione per questo tipo di approccio musicale. Una carrellata di brani ben studiati e sviluppati dove tutto è al posto giusto, buona la produzione che non spinge troppo sui canoni metal favorendo un ingresso naturale del cantato melodico anche nelle linee più dure mantenendo un'ottima naturale qualità d'ascolto. In quest'album niente è lasciato al caos nel nome dei maestri d'arme Novembre. La melodia e la malinconia sopra ogni cosa, uno splendido lavoro per una band in grande crescita. Consigliato l'ascolto. (Bob Stoner)

Kayser - Kaiserhof

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash/Doom, Slayer, Black Sabbath
Kayser non si riferisce al prefisso di una nota squadra di calcio tedesca, nemmeno il nome di una marca di acque minerali, bensì trattasi della creatura formata da Spice (ex-Spiritual Beggars), Mattias Svensson (The Defaced), Bob Ruben (ex-The Mushroom River Band) e Fredrik Finnander (ex-Aeon), una super band che fu scovata a suo tempo dall'attenta Scarlet Records. Questo super gruppo, traendo spunto dalle formazioni di origine, e da altre influenze che si rendono palesi fin dai primi dieci secondi del disco, rappresenta l’anello di congiunzione che mancava, tra Slayer e Spiritual Beggars. Il risultato, devo ammettere, è molto affascinante, perchè rievoca nella mente, echi ormai lontani, di 'Season in the Abyss' degli stessi Slayer, abilmente miscelati alle melodie seventies di 'Ad Astra' degli Spiritual Beggars, con richiami più o meno forti a Black Sabbath e Megadeth, abilmente reinterpretati con il sound moderno e le tecnologie oggi disponibili. 'Kaiserhof' sfoggia un’ottima produzione, affidata ai Caesar Studios (che hanno ospitato anche Soilwork e The Defaced), presenta un ottimo songwriting e buone vocals che si rifanno palesemente agli Spiritual Beggars, band nella quale Christian "Spice" Sjöstrand ha offerto i propri servigi per anni. La band svedese mostra poi tutta la sua grandissima classe attraverso le prestazioni dei singoli: alla buona prova del cantante si aggiunge l’ottima performance dei due axeman, bravi e già affiatati sia in fase ritmica che in quella solistica (da delirio gli assoli in “Like a Drunk Christ” e “Cemented Lies”); preparato come sempre Bob Ruben alla batteria, con il suo stile molto vicino al fenomenale Dave Lombardo. Insomma, se apprezzate le band sopra citate, non dovreste farvi mancare neppure il debutto 'Kaiserhof'; se poi non siete amanti dell’attitudine “hard seventies” degli Spiritual Beggars, non vi preoccupate, perchè qui troverete di che divertirvi anche con quella cattiveria tipica degli Slayer. (Francesco Scarci)

(Scarlet Records - 2005)
Voto: 75

https://www.facebook.com/Kaysertheband

Mindgrinder - Riot Detonator

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Cyber Death, primi Fear Factory, Morbid Angel
Un grido di guerra apre il secondo capitolo targato Mindgrinder, band norvegese, scoperta dalla Nocturnal Art, che già nel 2004 aveva impressionato positivamente la critica con il debut album 'Mindtech'. Il gruppo scandinavo, formatosi per mano dell’ex batterista/tastierista dei Source Of Tide, Cosmocrator, ha registrato 'Riot Detonator' agli Akkerhaugen Lydstudio (Emperor, Zyklon, Windir) nell’inverno 2004/2005. Il presente cd, contenente tra l’altro 2 videoclips, non sembra discostarsi dal lavoro di debutto, dove il cyber metal alla Fear Factory si fondeva con la veemenza dei Morbid Angel. Di quell’album, è rimasta sicuramente inalterata la violenza, che passa da registri squisitamente thrash (riscontrabili nella parte centrale del disco), ad altri che rievocano i Fear Factory di 'Soul of a New Machine' (nelle prime due tracce), ma con gli inserti dei synth sensibilmente ridotti, mentre parecchio pesanti restano i riferimenti ai Morbid Angel, soprattutto nei conclusivi due brani. Comunque, un po’ tutte le influenze death/thrash metal degli ultimi 20 anni, convogliano all’interno delle nove tracce di 'Riot Detonator'; pur essendo ben suonato, con una produzione ok, buoni assoli, e una batteria il cui uso talvolta lascia un po’ a desiderare, il motivo di risultare un super polpettone di stili e influenze alla fine stanca l’ascoltatore. Cosa volete che vi dica: a parte qualche episodio, “The Rebellion” ad esempio, dove le influenze dei Grip Inc. sono assai evidenti nell’uso delle chitarre e nell’assolo conclusivo, il resto dell’album viaggia su binari non proprio eccellenti, che meritano sì una sufficienza, ma solo per l’onestà della proposta. Per il resto roba già sentita. (Francesco Scarci)

(Nocturnal Art Productions - 2005)
Voto: 60

https://www.facebook.com/MINDGRINDERNORWAY

Construct of Lethe - Exiler

#FOR FANS OF: Black/Death
Bleak and barbaric, Construct of Lethe creates worlds of cataclysm governed by furious fates and overwhelming oblivion obfuscating its open originality with a haze that drains the color from the land and the living. In a twisted underworld where a guide wearing an azure-plumed hat gazes down the left hand path toward the sea on which subsists a writhing mass frozen in its romantic frenzy, this confinement on the edge of unreason brings the horrified humans to a hopeless realization. There is no salvation as even the Christian visage, crowned in thorns, wails in despair as he demeans himself by reaching out in deference to his new god.

Where a first listen would easily draw comparisons to the dismal crush of Immolation, Construct of Lethe thoroughly explores its confinement with rich and obsessive precision, finding splendid sorts of intrigue in every dingy corner to unearth a new truth of its island while supping from the dark waters of amnesia surrounding it. A churning of constant terror brings itself out even more horrifically when obfuscated by the bewilderment of amnesiac disorientation. This is no oasis, no life-bringing land from which to unburden the confined, but a place of squalor and screams where the fates seek to strip every semblance of sanity from their quarry as the Stygian passage opens to the paths of horror awaiting their true judgment by long ignored deities.

Throughout its bleak forty and a half minutes, moments of color rise, like the cloaked Hermes reveling in his own deified halo as he sets to the light-bringing task of diverting even the son of another god to an Olympian underworld. The confusion, betrayal, and bewilderment show themselves through the hallucinations in “Fugue State”. The liberation from dogmatic principles as holy suns abate comes in sweeping guitars clawing out of blindness and escaping the cradle of madness in blasting fits of “A Testimony of Ruin”, and the rolling reversal, an Immolation mainstay that inverts convention and sensibility in favor of a plummeting pummeling sound, makes “The Clot” hammer a heart into submission.

The Greco-Roman imagery and mixtures of Latin and Greek language in the lyrics accentuate the inescapable darkness throughout 'Exiler', one caused on Earth by the condemned Christ and his cohort now wailing among the insignificant mass, capturing a dauntingly detailed and unapproachably undulating atmosphere where confusion and captivity create a chaotic mindset manically manifesting myths and terrors. Such flights of fancy fantastically reflect the “Fugue State” across the entire album, endlessly blurring the lines between reality and imagination in order to further forge fear in its every aspect.

The opening in “Rot of Augury” is a strong misdirection, laying its melodic soloing with a bevy of blasting behind it as though calmly guiding sheep into a meat grinder. Stabs of soloing in “Soubirous” bring a moment of calm before fresh tortures are unleashed, taking the tone of the album to glimpse the sanctity of Elysium before being subjected to the “Terraces of Purgation” where puking in the background, angels abominably apostatizing, and Latin chanting create a scene as scary as it is goofy. Nilotic pinches ensure that riffing and lilting guitar moments stay fresh and challenging, brash soloing and varied riffing atop an ever-refreshing cavalcade of drumming pay homage to Morbid Angel as the closing song, “Fester in Hesychasm” shows a band with the stamina and range to expansively explore its esoteric notions. This construct is truly horrifying. (Five_Nails)

(Everlasting Spew Records - 2018)
Score: 80

https://constructoflethe.bandcamp.com/album/exiler

domenica 12 agosto 2018

Grind Inc. - Executed

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Brutal Death, Suffocation
Tolgo dal mio lettore il cd dei Gorerotted e infilo il lavoro dei Grind Inc.; con mia grande sorpresa e stupore, mi viene il dubbio che si tratti dello stesso album, in realtà confrontando la durata e il numero dei brani mi rendo conto che in effetti è 'Executed', il cd di debutto dei teutonici Grind Inc. E ora che faccio, cosa posso dire di diverso rispetto alla precedente recensione? Ok, ci provo... La band, proveniente dalla Germania, è stata fondata nel 2001, come side project di Adriano Ricci dei Night in Gales e Jochen Pelser, ma dopo un paio di demo e l’ingresso di Jan e Chris degli Hatefactor, è diventata una band a tutti gli effetti, e ha firmato un contratto con la Morbid Records che ha pubblicato il presente 'Executed'. Sedici brani per 35 minuti di musica: anche qui, ci troviamo di fronte ad un brutal death metal, privo di qualsiasi spunto innovativo e/o interessante e ispiratosi (male) ai maestri di sempre, Cannibal Corpse e Suffocation. Buona la base ritmica, complice anche una produzione che dà estrema enfasi alla potenza del quintetto tedesco. Il solo problema è, che di band che propongono questo genere, ne esistono a migliaia e, se non si lavora nel tentativo di emergere dalla massa, si rischia di rimanere intrappolati nella mediocrità generale, e divenire quindi il bersaglio preferito delle mie recensioni. Mi fermo qui, non voglio infierire, per ulteriori informazioni, leggasi la recensione dei Gorerotted, tanto per me gli album sono identici... (Francesco Scarci)

(Morbid Records - 2005)
Voto: 50

https://www.facebook.com/grindinc666

Gorerotted - A New Dawn for the Dead

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Grind, Cannibal Corpse, primi Carcass
I Gorerotted sono stati una mediocre band inglese attiva tra il 1997 e il 2008. Il ridicolo nome, una funerea copertina che raffigura il viso di una ragazza in evidente stato di decomposizione, banali titoli gore, sembrano già delineare quale sia l’attitudine macabra della band. Il disco, rilasciato peraltro anche in edizione limitata con incluso un bonus DVD (con estratti live del Summer Breeze Festival, un video ed altri extra), è stato registrato agli Aexxys-Art Studios di Schwandorf (in Germania) da Markus Roedl, mixato da Stephan Fimmers (dei Necrophagist) e masterizzato da Tim Turan (Status Quo, Marilyn Manson, Emperor, Discharge) ai Turan Audio. Il genere? Beh sicuramente l’avrete già capito... truculento brutal death metal influenzato dai primi lavori di Carcass e Cannibal Corpse, mescolato a passaggi thrashy e ad altri (molto più rari, a dire la verità) in cui emerge la discreta tecnica dei sei ragazzi britannici. Per il resto, a caratterizzare questa 'Nuova alba per i morti' sono le solite chitarre grezzissime, sostenute come sempre dalla disumana prova del batterista (batteria che a volte ricorda più il suono di una pentola che di un tamburo), sfuriate grind, vocals che come sempre si altalenano tra il tipico cantato growl e timbriche più demoniache. Terzo full length per il gruppo albionico ed ennesimo lavoro, in cui alla fine, a dominare è solamente la noia. Esclusivamente per amanti dello splatter-gore. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2005)
Voto: 50

https://www.facebook.com/gorerottedofficial

Davide Laugelli - Soundtrack of a Nightmare

#PER CHI AMA: Instrumental Prog, Devil Doll, Goblin
Nelle torbide elucubrazioni bassistiche di "A Night in Stonehenge", la linea melodica pare prog/ressivamente inabissarsi alla ricerca della sensazione più primordiale. La paura. L'horror-prog strumentale di Davide Laugelli vi sembrerà arrischiato ma affatto inedito: nel sogno avrete la sensazione di fluttuare dalle parti di Devil Doll (la suspense), John Carpenter (l'iperuranio sintetico da cui emergono gelidi i suoni), Goblin (la costruzione architettonica del brano). Suoni sinistramente funzionali, fatta eccezione per la batteria, troppo compressa, specie a basse frequenze (sentite il tùp della grancassa). Sensorialmente opposta la conclusiva "Climbing the Wrong Mountain", emotivamente ascensionale e indubitabilmente claudiosimonetti/ana. L'album si apre con una prosaica renderizzazione dell'Opera 49' di Brahms, la ninna nanna di tutti i carillon per bambini di questo mondo e si chiude con il bi-bip della sveglia collocata sul vostro comodino, incorniciando l'album e fornendo una (fin troppo) precisa collocazione all'interno della vostra psiche. (Alberto Calorosi)

Motorpsycho - The Tower

#PER CHI AMA: Alternative Rock
In comune con 'Black Hole/Blank Canvas' ci sono la durata pachidermica (in entrambi i casi prossima agli ottantacinque minuti) e la singolarità storica (specificamente, la volatilizzazione del batterista). Ma più di tutto una sorta di generalizzata attitudine trasversalmente secante. Là, tra i fervori anni '90 e le sofisticazioni, perdonate, fusion early '00. Qui, di nuovo i bollori anni '90 e le galoppate psych-prog affiorate negli anni '10. Generalmente si esordisce con un granitico riff-proto-metal 21st century crimsoniano, successivamente digressivo verso interludi quasi pastoral-prog (c'è il mellotron in "The Tower", il flauto in "In Every Dream Home") e prolungati tumulti psychotic-jam, vale a dire niente di troppo differente da ciò che trovaste su 'Behind the Sun' a suo tempo. La violentemente going-to-californiana "Bartok of the Universe" è invece aperta da un sconquassato riff che potrebbe riportare alla mente certe malvagità di 'Folk Flest' ("Kebabels Tårn", giusto per stare in tema di torri). Più che altrove, succede che le canzoni si decompongano in prominenti improvvisazioni ternarie modalmente psych-jazz (i 6/8 di "Intrepid Explorer") o jazz-psych (i 12/8 di "A Pacific Sonata"). Come già accadde in 'Child of the Future', si presta rinnovata attenzione alle armonizzazioni vocali, dichiaratamente CSNY/esche ("Stardust" e "The Maypole"), un lavoro senz'altro complicato, trattandosi delle armonizzazioni vocali di figuri quali Tacchinobentstrozzato e Tacchinosnahstrozzato. Il ruffianissimo singolo "A.S.F.E." fuoriesce da Barracuda con un colpo di coda per addentarvi direttamente il cervello. "Ship of Fools" sposta in avanti di qualche decibel la transenna della conoscenza umana relativamente al concetto di roboanza. Il ventiquattresimo babelicissimo album dei Motorpsycho, il primo con Tomas Järmyr, ex Zu, a manovrare i tamburi, vi parrà una supernova di energia e creatività. Avete sentito bene. Il ventiquattresimo album. Roba da non credere. (Alberto Calorosi)

(Stickman Records - 2017)
Voto: 85

http://motorpsycho.no/2017/07/the-tower/

Fotocrime - Principle Of Pain

#PER CHI AMA: Dark/Post Punk
Gli anni '80 in tutto il loro oscuro splendore rifulgono potenti in 'Principle of Pain', album d'esordio degli americani Fotocrime. I Joy Division sono uno dei riferimenti che mi salta più alla mente, dato dalle sonorità delle chitarre quasi strozzate, mai troppo aperte e che illuminano il sentiero come una moltitudine di fiaccole su un viale notturno in pieno inverno. Anche la batteria cadenzata e regolare, riporta alla mente gruppi seminali come i The Cure e i Depeche Mode, il rullante pare un colpo di revolver e le ritmiche sono coinvolgenti e fanno venir voglia di tenere il tempo con il piede. La voce di R. infine agglomera tutto e tiene insieme le canzoni con versi decadenti, timbriche scure e toni bassi in stile vagamente Trent Reznor. La sensazione generale è di equilibrio e di pace, ma non una pace angelica e splendente, più una pace che deriva dall’accettazione di sé, dall’accettazione che il male esiste e che è parte della vita, e che il male può essere bellissimo. Uno dei pezzi che mi ha più colpito è "Confusing World", una traccia in pieno stile post punk, ove la melodia è triste seppure il ritmo del pezzo sia incalzante, fino ad arrivare ad un ritornello orecchiabile in stile Killing Joke. Notevole anche "Gods in the Dark" con la collaborazione di una voce femminile assolutamente azzeccata per il genere e per la canzone, che per l’occasione sfoggia una lauta sezione di sequencer degna dei migliori Kraftwerk. Le rose, i serpenti e i pugnali si impongono nell’immaginario dell’ascoltatore, in un ambiente gotico, notturno quasi vampiresco, dove sembra di stare in un castello medioevale ad un ricco banchetto di carne al sangue, frutta e vino rosso versato in grandi coppe dorate. Gli astanti ridono sguaiatamente e s'intrattengono in orge ed ebrezza, i demoni alati danzano liberi assieme agli spettri, ad illuminare la stanza solo le fioche candele e la luce della luna filtrata delle lunghe tende di seta che pigre si muovono con il vento. Un ambiente da favola, un’atmosfera che fa venire una grande nostalgia di quello splendido periodo di musica che erano gli eighties, del chorus sulle chitarre, degli eyeliner e dei vestiti in pelle con milioni di fibbie. (Matteo Baldi)