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domenica 12 luglio 2020

Ewigkeit - Conspiritus

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Space Rock, Hawkwind
Un clacson che suona in mezzo ad una strada affollata, un telefono che squilla e una voce di un uomo che parla. Così si apre il quinto capitolo della saga Ewigkeit, one man band capitanata da James Fogarty (alias Mr. Fog) che nel corso degli anni ha saputo evolversi enormemente, passando dagli isterismi black dell’esordio Battles Furies' a questo 'Conspiritus' uscito nel 2005, a distanza di un anno dal già validissimo 'Radio Ixtlan'. Il genere proposto dal combo britannico è di difficile definizione, così come è stato arduo collocare dei nomi di riferimento per darvi un’idea di ciò che offre la band. Le influenze che convogliano in questo nuovo e innovativo lavoro sono infatti molteplici: il suono è una amalgama di malinconici riffs heavy metal con tastiere dal flavour prettamente seventies; suoni cibernetici vengono soppiantati da momenti psichedelici di intensa emozione, tanto che alcuni pezzi (ascoltatevi “Transcend the Senses” per esempio) potrebbero portarvi alla mente bands come Pink Floyd o Queensryche (periodo 'Operation Mindcrime'). È riduttivo parlare degli Ewigkeit di una band heavy metal, tali e tante sono le influenze; le emozioni che sprigiona un album come 'Conspiritus' sono infatti così profonde che si radicano nell’anima di chi li ascolta. Come non menzionare l'influsso esercita da altre splendide realtà che si conciliano in questo fantastico lavoro: Ministry, Prodigy, Massive Attack, Paradise Lost, la gothic wave anni ’80 e molto altro sono solo esempi di ciò che è realmente 'Conspiritus'. Gli Ewigkeit vi prendono per mano e vi accompagnano in un viaggio fantastico attraverso il loro corpo, nelle loro viscere, nelle loro menti, vi mostreranno i loro muscoli e vi faranno toccare la loro anima. È un crescendo di emozioni che vi porteranno ad un ecstasy spirituale, culminante nella acustica conclusiva title track. La musica è curata in ogni suo dettaglio, la produzione è ottima a cura di John Fryer (Depeche Mode, HIM, Paradise Lost), le clean vocals (c’è anche una voce cibernetica stile Fear Factory), rappresentano forse il vero punto debole di Mr. Fog, mancando di quella forza, di quella prepotenza che aveva contraddistinto i passati lavori. Anche la scelta di sistemare “How to Conquer the World”, un pezzo live collocato nel bel mezzo del percorso mistico intrapreso, non è proprio azzeccata. Un peccato perchè, il brano, assai gustoso di per sè e che pare poi partorito da una band anni ’70, l’avrei magari collocato alla fine come bonus track. Un’ultima segnalazione la voglio fare per “Theoreality”, song in cui fa capolino anche la vena folk della band. Vibranti. (Francesco Scarci)

(Earache Records - 2005)
Voto: 82

https://www.facebook.com/ewigkeitofficial

sabato 11 luglio 2020

Ossario - S/t

#PER CHI AMA: Black Old School, Darkthrone
Il trio degli Ossario si è formato solo quest'anno e in un brevissimo lasso di tempo, ha già fatto uscire un primo EP omonimo. Certo, i nostri non sono dei pivellini, viste le precedenti esperienze in Malauriu, Anamnesi, Progenie Terrestre Pura e Simulacro, giusto per citarne solo alcune. Quattro pezzi quindi per saggiare le qualità del trio siciliano e capire di che pasta siano fatti. Si parte con "We're All Born To Die" e quello che amo definire un back in time, ossia un salto indietro di quasi 30 anni nella storia del black metal, quello sporcato di venature thrash e che chiama in causa giganti quali Mayhem o Darkthrone, giusto per dare anche una connotazione geografica alla scuola di appartenenza della band nostrana. Dicevo quindi di sonorità di stampo nineties che si manifestano con ferali galoppate, harsh vocals e liriche votate alla morte. Il rifferama è quello classico votato ad un attacco all'arma bianca, con chitarre taglienti come rasoi e vocals al vetriolo. Tale schema è affidato un po' a tutti i pezzi, dalla seconda perversa ed irrequieta "Millenial Fears", in cui le vocals sembrano rievocare i primi Celtic Frost, quelli più oscuri e mefistofelici, fino alle successive "Torment Sweet Torment" e "Rigor Mortis Boner (Necromance)". La prima molto punk oriented che di nuovo riconduce agli esordi della fiamma nera con quel suo mood old school, mentre la seconda è votata definitivamente ad un black thrash senza compromessi, soprattutto nel suono glaciale della sua batteria e ad una produzione in generale fredda e minimalista che incarna alla perfezione i principi cardine del black metal. Nulla di nuovo sotto il sole se non un bell'esempio di black metal d'altri tempi che meriterebbe un voto adeguato, 666. (Francesco Scarci)

(Southern Hell Records/Warhemic Productions - 2020)
Voto: 66

https://ossario.bandcamp.com/album/ossario-2

Maiastra - Nurt

#PER CHI AMA: Post Metal/Sludge
Quest'album mi è piaciuto quasi da subito per quel suo feeling mellifluo emanato dalle note iniziale di "W Mróz". Il neo che ho semmai trovato in quest'opera prima dei Maiastra, è l'utilizzo del polacco nelle sue liriche che limitano l'approccio alle tematiche ai fan più attenti anche ai testi ma anche per una certa armonia tra musica e voce. 'Nurt' infatti è interamente cantato nella lingua madre dall'ensemble originario di Szczecin, un errore veniale che si può anche perdonare, soprattutto a fronte di una proposta musicale piuttosto convincente. Si perchè quanto viene offerto dai nostri è uno sludge/post metal, che può rimandare a Neurosis o Cult of Luna, qui riproposti in toni più minimalistici e a tratti post-rock oriented. Lo si comprende dal timido esordio della seconda traccia, "W Ciszy", affidato ad un riffing che nei suoi primi 100 secondi, appare quasi sussurrato e che poi esplode nelle sembianze tipiche del genere, coadiuvato da un bel lavoro dietro le pelli e dalla voce sporca quanto basta del suo frontman. Interessanti, lo ribadisco, specialmente nel saper offrire tutti gli ingredienti nel genere in pochi giri di orologio (tre e mezzo per essere precisi) e lasciar il posto a "W Nurt". L'inizio del brano è affidato ad un giro di chitarra acustico che se ne va a braccetto quasi di nascosto con la batteria fino alla classica detonazione che comporta l'ingresso della grugnolesca voce e del basso, a tracciare buone linee melodiche, dotate di certe venature malinconiche grazie al lavoro del tremolo picking alla sei corde. Il risultato ancora una volta centra il bersaglio, ma c'è ancora un discreto spazio di miglioramento. Tuttavia, i nostri conoscono le loro potenzialità e con "Bez Barw" sembrano metterle maggiormente in mostra: l'intro è sempre tiepido, ma ci sta se poi l'intensità va accrescendosi di pari passo con il growling caustico del frontman ed una furibonda ritmica al limite del post black. "Bez Tchu" è un altro pezzo che si apre in modo soffuso, ma il copione sembra essere sempre lo stesso, ossia garantire un inizio gentile a cui cedere presto il passo ad una ritmica di matrice post, che qui tarda però ad arrivare, essendo relegata ai soli 45 secondi conclusivi del brano. L'ultima "Bez Szans" è contraddistinta da un discreto duetto tra chitarra, in versione tremolante, e dai rintocchi di basso, entrambi a poggiare su una batteria qui elementare e con le urla sporadiche del cantante a supporto, quasi a costituire una sorta di outro semistrumentale di questo compatto 'Nurt'. Il lavoro va ampiamente oltre la sufficienza, ora starà ai nostri cercare quelle migliorie tecnico-compositive che permettano alla compagine polacca di uscire dal mazzo. (Francesco Scarci)

Fordomth - Is, Qui Mortem Audit

#PER CHI AMA: Black/Doom
Solo quattro brani per sancire la rabbia accumulata dal quartetto siculo dei Fordomth nei due anni intercorsi dall'uscita di quel 'I.N.D.N.S.L.E.', che cosi positivamente avevamo recensito su queste stesse pagine e codesto 'Is, Qui Mortem Audit'. La band catanese, allegeritasi di un paio di elementi, è andata contestualmente virando anche la propria proposta musicale, passando da quel black funeral doom degli esordi ad un sound decisamente più ferale, pur mantenendo più o meno intatte le proprie inflessioni doomish. Lo testimonia l'infernale opening track "Esse", che tra sciabolate black, accelerazioni spaventose, urticanti scream vocals e momenti più atmosferici, mostra appunto come questa transizione tra il passato e il presente dei Fordomth sia ancora in corso, vista peraltro la dipartita del cantante dopo la realizzazione di quest'album. L'ascolto si fa ancor più convincente con la seconda "Audere", che mantiente uno stato di cupezza interiore coniugato alla perfezione con un deflagrante black metal che ricorda per certi versi quanto prodotto dai Mgła in Polonia. Notevole l'impatto ritmico dato dalla batteria in quell'incedere tempestoso che contraddistingue quella che sarà la mia song preferita del disco, cosi violenta e cosi in grado di sprigionare un elevato grado di malignità. La spinta mefitica prosegue abnorme nella terrificante terza canzone, "Scire", un pezzo che mostra similitudini con i brani precedenti ma che a livello chitarristico mi ha evocato qualcosa di 'Clandestine', capolavoro assoluto dei primi Entombed. La song si muove nella sua seconda parte in un mid-tempo controllato quasi a seguire un canovaccio che contraddistingue un po' tutti i brani qui contenuti, violenza-atmosfera-violenza-finale lento ed inquietante (qui permeato da quel senso di dannazione in stile Void of Silence che già avevo sottolineato nella precedente recensione). Non si discosta dalle regole del gioco sin qui tracciate neppure questa terza traccia, e questo segna un punto a sfavore della band in fatto di imprevedibilità, bilanciata tuttavia da un lavoro quadrato, potente e ben suonato. Con "Mors" l'ensemble siculo pare voler ancor più pestare sull'acceleratore con un inizio alquanto arrembante, frenato nuovamente da un break mid-tempo che sembra fungere da punto di ricarica per quella che sarà la grandinata finale prossima a pioverci sulle teste (ed ecco di nuovo quel neo che forse andrà aggiustato in futuro, la ripetitività). Fatto sta che dopo la sassaiola, si piomba negli abissi della perdizione e di un silenzio che ci accompagnerà per una cinquantina di secondi fino alla chiusura del cd, laddove ad attenderci ci sarà una sorpresa. Si, avete letto bene, perchè nel finale troverete la classica ghost track, senza titolo, che rappresenta una sorta di cerimoniale esoterico dai richiami orientaleggianti, che ci mostra finalmente un lato più sperimentale dei nostri, che andrebbe meglio esplorato in futuro. Per ora applaudiamo al come back discografico dei Fordomth, in attesa di vedere cosa il futuro ha ancora da offrirci. (Francesco Scarci)

mercoledì 8 luglio 2020

Unearthly Trance - The Trident

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Sludge, Neurosis
Dopo aver fatto uscire due buoni album con la Rise Above Records di Lee Dorrian, gli Unearthly Trance hanno debuttato su Relapse Records con questo psichedelico 'The Trident'. Il trio statunitense da sempre è portavoce di una personale visione dell’apocalisse attraverso un doom ipnotico che contraddistingue il sound dei tre newyorchesi. Visioni lisergiche, suoni asfittici, atmosfere claustrofobiche e un incedere quasi barcollante, rendono la proposta musicale dell'ensemble statunitense certamente di non facile presa. Gli Unearthly Trance possono rappresentare il collegamento mancante tra Neurosis e Winter: la musica dei nostri viaggia all’interno di torbide e rarefatte atmosfere che rappresentano gli incubi dello sconosciuto subconscio umano. È un viaggio in un abisso pervaso di mistero, fatto di momenti di malsana follia, insana oppressione e caos musicale. Screaming vocals sussurrano il dolore dilaniante che pervade questi tre loschi individui su ritmiche ripetitive e soffocanti, che trascinano l’ascoltatore in un baratro senza fondo. Ascoltare 'The Trident' è come catapultarsi in un pozzo senza fine, in un tunnel senza via d’uscita, in un giorno senza luce. La disperazione che trasuda dalle note di “Scarlet”, l’angoscia che pervade “The Air Exits, The Sea Accepts Me” o la rabbia di “Wake Up and Smell The Corpses”, rendono questo terzo lavoro dell’act nord americano, un inno profondo alla misantropia. Amanti di Neurosis, Sunn0)) e High On Fire hanno di sicuro amato questo lavoro, colonna sonora dei sogni più spaventosi. Brava come sempre la Relapse all'epoca, nello scovare nell’underground realtà interessanti da inserire nel proprio rooster e ancora una volta, la politica oculata della label americana, ha fatto centro. Ipnotici, oscuri, tetri, ragazzi eccoli gli Unearthly Trance. (Francesco Scarci)

Shadowsreign - Bloodcity

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Gothic/Thrash, Death SS
Non è mai bello stroncare un album, tanto meno, quando si tratta di una band italiana e soprattutto quando il frontman è stato il fondatore/cantante dei mitici Theatres Des Vampires. Sto parlando di Lord Vampyr, che dopo il debutto solista del 2005 è tornato con una creatura nuova di zecca, gli Shadowsreign. 'Bloodcity' doveva essere il primo capitolo di un progetto, suddiviso in due parti, intitolato 'The Forgotten Memories', Part 1 e Part 2, che aveva come concept di fondo una comunità di vampiri che popolano un’ipotetica città del futuro che versa in gravi condizioni atmosferiche e il cui cibo prediletto sono gli umani. A parte le visioni “succhia sangue” di Lord Vampyr, la musica del quintetto italico, rappresenta l’imperfetto punto di incontro tra il passato di Lord Vampyr nei T.D.V. (e quindi un black/dark melodico) e un sound orientato verso influenze thrash old school. Il tutto finisce però per disorientare l’ascoltatore che rimane stupito di fronte alla eterogeneità di alcuni brani, che spaziano da sonorità gothic a parti thrash, con tanto di riff anni ’80, ma anche con qualche richiamo al thrash/death di matrice svedese, e ancora cenni ai già citati Theatres Des Vampires. Non mi ha poi entusiasmato la performance vocale di Lord Vampyr, che si trova costretto a barcamenarsi tra tanti generi senza, alla fine, incidere più di tanto.'Bloodcity' suona come un album incompiuto, a cui manca quel quid per farlo decollare veramente: un vero peccato, perchè alcuni episodi nel disco sono davvero meritevoli di attenzione. Speravo che Lord Vampyr e soci potessero rifarsi col successivo lavoro, in realtà il progetto è stato abbandonato per dar voce ad altre manifestazioni sonore del mastermind capitolino. (Francesco Scarci)

lunedì 6 luglio 2020

Vacantfield - Idle

#PER CHI AMA: Black Avantgarde, Ved Buense Ende, Fleurety
Nati nel 2001, la band ateniese in 19 anni di carriera è riuscita a produrre uno split album e due EP, di cui l'ultimo arrivato è il qui presente 'Idle'. Il quintetto greco torna in sella dopo un silenzio durato ben cinque anni rilasciando queste quattro nuove song che si palesano con i suoni dronici dell'intro "Echidna". Poi finalmente le sonorità cibernetico rumoristiche lasciano il posto ad un avanguardistico sound che guarda a Ved Buense Ende e Arcturus, attraverso una  gamma sonora che miscela l'elettronica con il metal, prima che la proposta si faccia più cupa e anche quelle voci simili allo stile di Garm, cedano il posto ad urlacci tipicamente black. Ma che la nostra non sia una band convenzionale lo so dal 2011, quando acquistai il loro EP di debutto 'Iteration', ove già allora affioravano le forti influenze dei mostri sacri nordici. Sono passati dieci anni e in seno alla band ellenica, mi pare sia cambiato poco o niente, anzi mi sembrano migliorati, ispirati, pur non portando sostanziali evoluzioni in un ambito in cui si trovano davvero pochissimi esponenti degni di nota. Credo che i Vacantfield abbiano tutte le carte in regola per emergere dalla massa, offrire la loro disarmonica musica fatta di accostamenti tra l'estremo e l'avantgarde, una miscela che francamente non fatico ad apprezzare. In "Frequencies Total Symmetrik", i cinque musicisti sembrano addirittura emulare i Prodigy con un beat techno davvero imprevisto che materializza davanti agli occhi la figura del compianto Keith Flint. Gli ultimi sette minuti sono lasciati invece alle perverse sonorità black di "Fluid Earth Delusions", che mettono ancora una volta in mostra la grande ecletticità di una band che, se davvero vuole fare il salto di qualità, deve mettersi nell'ordine di idee di rilasciare finalmente un full length, viste le ottime premesse. (Francesco Scarci)

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My Darkest Hate - Combat Area

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death Old School, Massacre, Six Feet Under
“Che barba che noia, che noia che barba...” Così finivano sempre le sit-com di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini; allo stesso modo vorrei iniziare la recensione di quest’ennesimo gruppo tedesco dedito ad un sound trito e ritrito. Recuperiamo infatti i My Darkest Hate, nati a metà anni ’90 per emulare le gesta di Celtic Frost e Massacre, con il loro quarto Lp, Combat Area', sparato fra capo e collo. Il disco, il quarto della discografia, rilasciato in cinque anni, ricalca fedelmente le gesta dei loro idoli, soprattutto i mitici Massacre. I dieci brani che compongono questa fatica della formazione originaria di Ludwigsburg, riprendono tutti i clichè di un genere, che fu davvero grande negli anni ’90, quando le formazioni della Florida mietevano vittime nel mondo. Il sound proposto da questi teutonici è il classico death metal “made in USA” fatto di ritmiche pesantissime accompagnate da gorgoglii animaleschi e da latrati vari, velocità non molto sostenute, qualche assolo qua e là e il gioco è fatto, così come pure la mia recensione che non esiterà un attimo a stroncare l’ennesimo lavoro della clone band di turno. Ripetitivi. (Francesco Scarci)

(Massacre Records - 2006)
Voto: 48

https://www.facebook.com/mydarkesthate?group_id=0

Fragments of Unbecoming - Sterling Black Icon

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Swedish Death, Dark Tranquillity, At the Gates
Mi sono sempre domandato che bisogno avesse la Metal Blade di assoldare questa band nella propria scuderia? I Fragments of Unbecoming rappresentavo infatti l’ennesima mediocre band tedesca di death metal melodico che s’ispira da sempre ai fondatori del genere: i Dark Tranquillity. Il sound che scaturisce dai solchi di questo 'Sterling Black Icon' (terzo capitolo della trilogia della band) suona anacronistico già nel 2006 con quei suoi continui richiami a 'Skydancer' e 'The Gallery', i primi due album di Michael Stanne e soci, risalenti a metà anni '90. Quindi, con un paio di lustri di ritardo, ecco arrivare il lavoro del quintetto teutonico, che ispirandosi fortemente anche ai primi dischi degli Edge of Sanity (quelli più brutali per intenderci, il che non fa altro che avvalorare la mia tesi) si candidò ad essere l'album ciofeca dell'anno. Sorvolando sul penoso suono della batteria, ovattato e molto simile in alcuni frangenti ad uno scatolone vuoto, la formazione tedesca propina un death metal canonico e scontato: brani aggressivi con sfuriate in pieno stile At the Gates, melodie che ricalcano totalmente quelle dei Dark Tranquillity, accelerazioni con improvvisi cambi di tempo e una buona la prova del cantante (unica nota positiva). Potrebbe anche sembrarvi un lavoro interessante ma alla fine è la noia a trionfare, grazie anche a quella sensazione di “già sentito” migliaia di volte, che tanto procura un forte senso di nausea. Per quanto mi riguarda i Fragments of Unbecoming non meritano molte chance a meno che non siate così nostalgici del passato, ma a quel punto è sempre meglio andarsi ad ascoltare gli originali. (Francesco Scarci)

mercoledì 1 luglio 2020

Psycroptic - Symbols of Failure

BACK IN TIME:

#PER CHI AMA: Techno Death, Cryptopsy, Neuraxis
Li avevamo già incontrati diversi anni fa in occaione della recensione di 'Ob(Servant)', ripeschiamo dalla discografia di questa band della Tasmania gli Psycroptic e il loro 'Symbols of Failure', e un techno brutal death sulla scia di act ben più illustri quali Cephalic Carnage o Nile, solo per citarne alcuni. Questo è il terzo disco della band di Hobarth, e come per i precedenti (ma anche per i successivi quattro) la proposta dei diavoli è una sonora mazzata negli stinchi di noi poveri umani. Velocità prossime a quelle della luce, cambi di tempo repentini, schizoidi e talvolta fin troppo articolati, blast beat a tutto spiano, grida malate contrapposte a gorgheggi da orco cattivo, contraddistinguono infatti un lavoro certo non cosi facile da digerire. Scarsa digeribilità certamente dovuta all’eccessivo incaponirsi da parte della band nel mostrare il loro lato più tecnico, con dei giri al limite dell’umano che alla fine rasentano la noia. Il disco rischia cosi di sembrare troppo freddo e poco incisivo, un esercizio di pura tecnica strumentale (mostruosa comunque la prova di ogni singolo musicista) fine a se stessa. A differenza delle band sopraccitate mancano infatti, quegli spunti d’insana follia che possono rendere il lavoro meno monolitico. Eccellente la produzione con un sound pulito e potente a corredare 40 minuti di musica spasmodica, efferata, brutale e convulsa, che nuocerà di certo le vostre orecchie e per cui vi invito a fare molta attenzione. (Francesco Scarci)

(Neurotic Records - 2006)
Voto: 64

http://www.psycroptic.com/

Mulla - EP 2020

#PER CHI AMA: Black Old School, Burzum
Devo ammettere che mi solleticava l'idea di recensire una band irachena, cosi come deve essere stata solleticata pure l'etichetta russa Narcoleptica Productions tanto da metterla sotto la popria ala protettrice e produrne un lavoro che era uscito digitale solo a fine aprile. Due pezzi di puro raw black contenuti in questo 'هل تحتاج إلى', il primo della durata di sette minuti e mezzo, il secondo, una maratona di oltre 19. Interessante quindi trovarsi di fronte a questi Mulla, di cui non è stato possibile raccogliere praticamente nessuna informazione in rete, complice un'origine culturale/religiosa verosimilmente un po' troppo pericolosa da propagandare. Eppure, nonostante ciò, l'ensemble mediorientale in questo 2020, oltre al cui presente EP, ha già rilasciato il full length d'esordio e un nuovo singolo. Tornando alla musica e più in dettaglio alla prima "الطريق إلى السعادة", quella dei Mulla è una ripresa del canonico sound burzumiano fatto di riff zanzarosi ripetuti in loop fino alla noia, su cui va ad installarsi il tipico screaming ferale del black metal. "خلال الشفق"non è da meno, soprattutto perchè sono 19 minuti di chitarre sul cui sfondo sembrano materializzarsi delle tastiere a creare una specie di brezza atmosferica, mentre gli urlacci del frontman dovrebbero trattare tematiche legate all'Islam, il che rende ancor più particolare e rischiosa questa release. La produzione non certo cristallina va ad enfatizzare all'ennesima potenza lo status underground per questi Mulla, che fondamentalmente non hanno nulla di nuovo da raccontare in termini musicali ad una scena satura già di per sè di simili sonorità, ma che forse potrebbe avere invece risvolti più interessanti a livello lirico. Per ora, accontentiamoci di queste primordiali forme musicali, in un futuro chissà cosa ci riserveranno. (Francesco Scarci)

(Narcoleptica Productions/Scorched Earth Records/Kryrart Records/Cianeto Discos - 2020)
Voto: 60

https://narcolepticaprod.bandcamp.com/album/ep

martedì 30 giugno 2020

Lyzanxia - Unsu

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash/Death, Soilwork
Mettiamo a ferro e fuoco il mondo, da sempre questo è il motto della storica band francese dei Lyzanxia, che dopo il feroce 'Mindcrimes' del 2002, che ottenne riscontri di critica positivi in tutto il pianeta, tornò a far male con questo lavoro dal titolo insolito ed enigmatico, 'Unsu'. Era il 2006 e avvalendosi sempre del bravissimo Fredrik Nordstrom alla consolle (In Flames, The Haunted) presso i Fredman Studios, i francesini tornavano a minacciare il genere umano con le loro dodici energiche tracce. Le songs qui incluse hanno infatti un unico comune denominatore: dei fantastici (anche se talvolta un po’ ripetitivi e statici) riffs di chitarra, che da soli valgono l’acquisto di 'Unsu', ad opera di David e Franck Potvin, i fratelli che oltre a dividersi la scena chitarristica, rappresentano anche gli eccellenti vocalist della band, l’uno in formato clean/scream, l’altro in growl. Questo quarto album spacca veramente i culi, unendo a quello swedish death che contraddistingue la band transalpina fin dagli esordi, un groove thrash in grado di bilanciare potenza e melodia. Ritmiche furibonde, stillati tastieristici, assoli taglienti e bellissime vocals caratterizzano uno dei lavori più sorprendenti della discografia della band di Angers, creando, a detta della band, un mondo ossessivo in cui bellezza e terrore convivono, uniti da un’incomparabile tecnica e da un approccio sì brutale, ma melodico. E la testimonianza di ciò, è la bellissima quinta traccia “Strenght Core”, summa di tutto ciò che erano i Lyzanxia a quel tempo: una band capace di stupirci per la loro aggressività ma anche per la bravura nel trasmetterci forti emozioni a suggellare l’enorme capacità tecnico-compositiva del quartetto francese. In 'Unsu' non ho sentito nulla fuori posto, è un album curato nei minimi dettagli, che non può prendere di più, in termini valutativi, semplicemente perché non inventa nulla di nuovo, ma che di sicuro potrà conquistarvi per il sempice fatto che è davvero piacevole da ascoltare (stupenda anche l’etnica title track), ideale per un pogo infuocato, ed eccellente da tenere in auto al massimo volume. 'Unsu', la colonna sonora ideale per mettere a ferro e fuoco il mondo. Notevoli, peccato solo che se ne siano perse le tracce dal 2010. (Francesco Scarci)

(Listenable Records - 2006)
Voto: 80

http://www.lyzanxia.com/

lunedì 29 giugno 2020

Kruelty - Immortal Nightmare

#PER CHI AMA: Death Metal Old School, Grave, Dismember
Nostalgia per il death metal anni '90, quello di Entombed, Dismember, Unleashed e Grave? Niente paura perchè a distanza di quasi 30 anni, si aggirano nel mondo ancora degli emulatori di quel sound. Stiamo parlando dei Kruelty, band originaria di Tokyo, formatasi nel 2017, con un album all'attivo, 'A Dying Truth' e una serie di EP all'attivo, tra cui quest'ultimo 'Immortal Nightmare', uscito in cassetta un paio di mesi dopo il full length. Tre pezzi a disposizione, di cui uno, è la cover "Into the Grave" dei Grave stessi e gli altri due sono vecchi brani ri-registrati. Si parte infatti con l'angusto sound di "Narcolepsy" che dichiara apertamente l'amore dei giapponesi verso la proposta oscura ed asfissiante delle band svedesi citate, sciorinando i classici chitarroni ultra profondi e corposi, mai sparati a velocità disumane, il tutto corredato dalle growling vocals del frontman, e poco altro. Mi aspettavo almeno un apporto solistico convincente ma niente da fare, neppure quella sorprendente vena melodica che contraddistingueva i big four all'epoca. La seconda "Desire" sembra fare addirittura peggio, cosi piatta e scontata, con addirittura un break centrale all'insegna del... nulla. L'ultima è appunto la cover di quel mitico album uscito nel 1991 che nessun amante del death metal scandinavo potrà mai dimenticare, soprattutto per quel suo giro di chitarra che sembra preso in prestito dai Black Sabbath e poi sparato in orbita alla velocità della luce con quella tipiche venature punk hardcore che ne hanno contraddistinto gli esordi di tutte quelle band svedese. I nostri giapponesi fanno il loro compitino e nulla di più, sfruttando peraltro Brendan Coughlin (Mourned) per il famigerato e splendido assolo conclusivo del brano. Detto che mi aspettavo qualcosina in più, ora mi vado ad ascoltare anche l'album d'esordio per valutare al meglio i giapponesi Kruelty. (Francesco Scarci)

domenica 28 giugno 2020

Tourettes Syndrome - Sicksense

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Crossover/Nu Metal, Korn
Dalla terra dei canguri arrivano da sempre mirabolanti creature in grado di sconquassare il mondo musicale con misture imprevedibili di musica. Per quanto concerne i Tourettes Syndrome, stiamo parlando più in specifico di hardcore, nu-metal e altri elementi (groove death in primis) a creare un sound apoplettico e bizzarro. Il quartetto di Sydney all'epoca del loro secondo disco, 'Sicksense' che è seguito cinque anni dopo il debutto omonimo del 2001, ci attacca con undici sciabordanti tracce (sono inoltre incluse tre bonus video tracks), in cui su una ruvida ritmica hardcore si staglia l’incredibile voce di tale Michele Madden (oltre che brava anche molto bella). Ho scritto incredibile, perché non avevo intuito, neppure lontanamente, che i profondi grugniti growl fossero i suoi, tanto meno le “grungeriane” clean vocals. L'album è un concentrato di chitarre possenti e aggressive in pieno stile Korn, su cui s’inseriscono elementi elettro-noise, punk e industriali; ciò che continua a stupire per l’intera durata dell’album è comunque l’eclettismo vocale di Michele, vera figura carismatica della band australiana, capace di passare in modo disinvolto dal growling a voci isteriche, da suadenti clean vocals al cantato grunge. Rabbia, frustrazione e depressione, sono contenuti in questo secondo capitolo di questa compagine originaria di Sydney. Anche se non totalmente originalissimi, i nostri sono carichi di energia e hanno creato un ottimo disco che potrà interessare chi non è troppo vincolato a generi o sottogeneri, al metallaro dalle visioni allargate a 360°. Sebbene io non rientri in questa classe, a me i Tourettes Syndrome sono piaciuti, peccato solo che dopo il successivo album del 2007 se ne siano completamente perse le tracce. (Francesco Scarci)

Comity - ...As Everything is a Tragedy

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Post Hardcore, Dillinger Escape Plan
Li abbiamo recensiti in occasione del loro ultimo lavoro, 'A Long, Eternal Fall', li ripeschiamo oggi con il vecchio '…As Everything is a Tragedy', quando ho potuto apprezzarli per la prima volta nella loro ossessiva e asfissiante veste musicale. I parigini Comity sono essere un interessante ibrido tra The Dillinger Escare Plan, Neurosis e Meshuggah, i primi per la loro follia di fondo, i secondi per la loro genialità, i terzi per la capacità di costruire ritmiche monolitiche ammorbanti, atmosfere rarefatte e oppressive. La struttura dei brani di questo lavoro si rivela infatti veramente delirante a causa della sua elevata complessità: i nostri sono dei maestri nel portarci al limite del baratro con dei momenti di frustrante ultra doom, per poi scaraventarci giù dalla rupe con la violenza profusa dalle schizoidi ritmiche. La musica dei Comity non è del tutto ortodossa e difficilmente potrà piacere ad un vasto pubblico, tuttavia chi ama questo genere di sonorità non potrà fare a meno di dare un ascolto alla spirale emozionale messa in atto da questi pazzi scalmanati autori di un’astratta musica brutale. Non posso segnalarvi un brano piuttosto di un altro perché il disco fra le mani consta di 99 schegge impazzite (suddivise in quattro suite), frapposte a momenti di inusuale calma e melodia che preludono al caos primordiale. Qui c’è da farsi male! (Francesco Scarci)

sabato 27 giugno 2020

Words of Farewell - Inner Universe

#PER CHI AMA: Melo Death, Scar Symmetry
Da Marl, cittadina della Renania settentrionale-Vestfalia, ecco arrivare questi Words of Farewell, che i più attenti di voi se li ricorderanno in giro da almeno tre lustri e con tre album già in cascina. Il sestetto teutonico, in pausa dal 2016 quando uscì l'ultimo 'A Quiet World', ha pensato bene di dare un segno di vita ai propri fan, rilasciando questo 'Inner Universe', EP di quattro pezzi. Il lavoro si apre con la grandinata melodica di "Chronotopos" che mi permette di comparare immediatamente il sound dei nostri con quello degli svedesi Scar of Symmetry: chitarre fresche e frizzanti, tastierine stile Bontempi, growling vocals alternati a clean vocals, lampi progressive, begli assoli e signori, il gioco è servito per mostrarci lo stato di forma dei Words of Farewell. La band è tornata in sella e pian piano si rimetterà in sesto per offrire anche un nuovo full length, ma nel frattempo godiamoci questo lavoretto. "Whispering Deeps" è leggermente più cupa dell'opener, pur mantenendo intatti gli ingredienti sopra menzionati e con le melodie delle sei corde a giocare un ruolo fondamentale come guida per i fan nell'ascolto del disco. Ottima quindi la linea di chitarra che si concretizza ancora meglio nel confezionare un assolo davvero lungo e coinvolgente che da solo varebbe il cosiddetto prezzo del biglietto. Il trend melodico si conserva anche nelle successive "Offworld" e "Alter Memory": la prima dapprima caratterizzata da una forte componente malinconica, con le tastiere che costruiscono splendide atmosfere e in seconda battuta, la song sembra prima assumere toni orientaleggianti e poi di un melo death in formato Insomnium, il tutto in poco più di quattro minuti. L'ultima traccia invece è la più diretta, ruvida e veloce ma dotata di un bel break atmosferico ove compare una parte parlata, da quanto ho capito, estratta dal discorso conclusivo di Charlie Chaplin ne 'Il Grande Dittatore', che sancisce un comeback discografico davvero interessante. (Francesco Scarci)

Dark Divinity - Messianic

#PER CHI AMA: Death/Black
Mentre sulle piattaforme musicali in patria i Dark Divinity sono già seguitissimi, nel resto del mondo nessuno sembra essersi accorto della release di debutto della band di Wellington. Ci troviamo in Nuova Zelanda ovviamente e 'Messianic' è l'EP d'esordio dei nostri dopo una sfilza di singoli usciti dal 2017 in poi. Il dischetto consta infatti di alcuni di quegli stessi singoli più un paio di novità. Ah, dimenticavo, il genere proposto è un death black dalle tinte melodiche, ma questo è chiaro sin dalle oscure note iniziali di "Set in Stone", che ci dice come la band sia ispirata dai grandi classici svedesi, At the Gates e Dissection, in primis. Quello che sorprende a parte la tagliente ritmica, sono le vocals possenti della tatuatissima Jolene Tempest, il cui stile è un mix tra un growl e uno screaming comunque intellegìbile. Se la prima song mi ha conquistato subito per forza, melodia e brutalità, la seconda "Vertigo" (una delle due nuove) mi ha lasciato un po' più con l'amaro in bocca, senza trasmettermi nulla di che, se non investirmi con quel muro di chitarre che alla fine lasciano il tempo che trovano. "Cambion" sarebbe la seconda news ma dura solo 80 secondi e funge più da collegamento, nella sua interezza strumentale peraltro dotata di un'ottima melodia, con "Night of the Witches". La terza canzone continua a picchiare con quel suo piglio scandinavo, forse un po' troppo freddo e poco coinvolgente che palesa sicuramente un'ottima preparazione tecnica e poco altro. Il quintetto chiude la sua prima fatica con "Seasons of Dark" che in fatto di violenza death/black, probabilmente non è seconda a nessuno in questo loro lavoro d'esordio. Ora, bisogna guardarsi negli occhi e decidere che fare, continuare su questa scia ed essere i signori nessuno, oppure dotare i pezzi di un bel po' di personalità. Ai Dark Divinity l'ardua scelta... (Francesco Scarci)

Before the Common Era - Anthropologic

#PER CHI AMA: Prog Death/Groove
I Before the Common Era sono un quintetto originario di Londra che con questo 'Anthropologic' varano il loro debut assoluto nel mondo metallico. La proposta offerta dai cinque British in questo EP è all'insegna del death progressive. Questo si evince dal bombardamento ritmico di "Sol", il piccolo gioiellino posto in apertura che indica la via seguita dal quintetto, che si muove tra influenze di meshuggana memoria e rimandi a Devin Townsend e Tesseract, motivo questo per cui i nostri hanno avuto una immediata presa sul sottoscritto. Le melodie sono interessanti, la classica poliritmia di matrice svedese fa il resto con le vocals del frontman che si muovono tra il growl e il pitch pulito, stile ampiamente sfruttato soprattutto nella seconda "Hadeharia". Certo non siamo al cospetto di nessuna novità stilistica, però mi piace poter segnalare nuove band che approcciano da poco il mondo musicale, sperando un domani di aver avuto ragione nel sottolinearne le qualità. La band continua a macinare riff carichi di quel groove che gronda da tutti i pori e "Repudiation" è il manifesto di buoni propositi in termini di belligeranza, esposto dal rifferama caustico e serrato della band. A chiudere questo primo capitolo, ecco "The Tenth Dimension" un brano che miscela in modo bilanciato melodia e violenza in questo primo EP targato Before the Common Era, che meritano di una chance più lunga e strutturata per un giudizio finale meglio delineato. (Francesco Scarci)

Mother Island - Motel Rooms

#PER CHI AMA: Indie/Surf Rock
Uscito esclusivamente in vinile, "Motel Rooms" è il terzo album dei vicentini Mother Island, entità al sottoscritto completamente sconosciuta, complice un genere che non bazzico poi cosi di frequente. Stiamo parlando di un psych rock sensuale e dalle tinte western, che ha saputo conquistare anche la mia anima estrema. Mi sono messo comodo, rilassato, fatto partire il disco senza essere troppo prevenuto nei suoi suoni e via "Till The Morning Comes", con la voce femminile della frontwoman Anita Formilan a farmi da guida, le calde melodie avvolgenti e quelle atmosfere psichedeliche che ci riportano a fumosi party in terra statunitense di fine anni '60. Queste le immagini che mi sovvengono ascoltando l'apertura di questo lavoro dai suoni sicuramente vintage (la cui definizione stilistica orbita in realtà dalle parti del jangle pop), ma comunque traslati in un contesto attuale più ricercato e dal risultato sicuramente piacevole. Più movimentata la seconda "Eyes Of Shadow", che mantiene intatto quello spirito surf rock "made in USA", già ampiamente apprezzato nell'opening track che di sicuro mai mi farebbe collocare le origini di questa band nelle lande venete. Detto questo, proseguo nel mio ascolto del disco, facendomi sedurre dalle melodie di "And We’re Shining", cosi come dalla vena prettamente seventies di "Summer Glow", un brano un po' più deboluccio rispetto ai precenti episodi dell'album. "We All Seem To Fall To Pieces Alone" è una ballad country parecchio malinconica che mi ha evocato nell'utilizzo dei fiati, certe cose sperimentali degli *Shels (ma anche una certa vena morriconiana), riproposti in una chiave decisamente più soft. Ancora una manciata abbondante di brani, ove vi segnalerei l'inquieta "Santa Cruz" che nelle sue corde ha un che di proto-punk e la conclusiva e suadente "Lustful Lovers" che chiude con le sue note languide e lisergiche un disco che ascoltato cosi, d'emblée, senza conoscere i pregressi della band, me ne ha fatto apprezzare proposta e attitudine. Per ora lascio un giudizio su un disco senza conoscere la precedente discografia della band, spero solo di non dovermi rimangiare le parole in futuro. (Francesco Scarci)

(GoDown Records - 2020)
Voto: 69

https://www.facebook.com/Motherisland/

Seims - 3 + 3.1

#PER CHI AMA: Math/Post Rock/Avantgarde
Quello dei Seims è il tipico lavoro di casa Bird's Robe Records, un'etichetta che seguiamo ed apprezziamo da anni qui nel Pozzo dei Dannati. E cosi, un po' come tutte le band della label australiana, anche la compagine di Sydney propone un sound (semi)strumentale, all'insegna di un ibrido sperimentale tra post rock e math. Peraltro, come il titolo suggerisce, '3 + 3.1' include l'album '3' uscito nel 2017 e l'appendice successiva, '3.1' appunto, rilasciata lo scorso anno, qui ora raccolte in un'unica release. Sette pezzi quindi da ascoltare, cominciando dall'opener "Cyan", una song che inizia a fare chiarezza sul concept relativo ai colori e alla scelta ora più sensata dell'artwork di copertina. Una traccia che parte come avvolta in un nero velo che sembra lentamente in grado di dischiudere colori via via più brillanti, muovendosi da un post rock chiuso e riflessivo verso lidi western (splendide le trombe e gli archi a tal proposito) e poi sul finale, follemente più math rock oriented, con un risultato piacevole e originale, che non manca di robustezza e divagazioni electro jazz avanguardiste. Il secondo colore è "Magenta", e sfavillante quanto la sua tonalità, anche il brano sembra lanciarsi in sonorità dirompenti, che tuttavia non raggiungono la medesima qualità emozionale dell'opener, ma palesano piuttosto una difficoltà nella costruzione di un'architettura sonora altrettanto convincente. "Yellow", il giallo, è la terza tappa nel mondo dei colori dei Seims, e anche qui la proposta del quartetto capitanato da Simeon Bartholomew (supportato da una marea di ospiti) sembra trovare qualche difficoltà in termini di fluidità sonora, sebbene i nostri vaghino in stralunati ed asfissianti mondi noise, math, prog, psichedelicamente ondivaghi come il suono delle chitarre qui contenute. Il pezzo dura oltre 12 minuti e vi garantisco che non è cosi semplice da affrontare senza rischiare la follia mentale (soprattutto nella seconda parte), complice anche l'utilizzo di vocalizzi che sembrano provenire da un gruppo di amici completamente ubriachi ed un finale affidato ad un ambient etereo che stravolge completamente quanto ascoltato fino ad ora. L'unione dei primi tre colori genera il nero imperfetto che dà il nome alla quarta "Imperfect Black", ove ad evidenziarsi è la voce femminile di Louise Nutting su di una linea melodica completamente dissonante che ci conduce ad "Absolute Black", primo pezzo di '3.1' che mostra nuovamente quella verve splendente che avevo apprezzato nella traccia d'apertura e che anche qui risuona in un'ingovernabile struttura matematica davvero imprevedibile soprattutto quando imbeccata da viola, violoncello, tromba e trombone che rendono il tutto decisamente più godibile. Fiati ed archi non mancano nemmeno in "Translucence" (che dovrebbe essere la trasparenza), un pezzo che fatica un pochino a decollare ma che nella sua seconda metà mette in mostra comunque qualche ulteriore buona cosa dell'act australiano. A chiudere il disco ci pensa la roboante e melodica "Clarity", il brano probabilmente più immediato del cd e più semplice se si vuole avvicinarsi alla band. La melodia è davvero coinvolgente e funge da colonna sonora al video estratto dal disco, una sorta di mini documentario sull'esperienza della band in tour in Giappone che ci racconta qualcosina in più di questi meritevoli Seims. (Francesco Scarci)

(Bird's Robe Records - 2020)
Voto: 74

https://store.seims.net/album/3-31

The Pit Tips

Francesco Scarci

A Light in the Dark - Insomnia
Postvorta - Porrima
Clouds - Durere

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Shadowsofthesun

Paradise Lost - Obsidian
Wake - Devouring Ruin
Regarde Les Hommes Tomber - Ascension

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Bob Stoner

Krakov - Minus
Buckethead - Worms From the Garden
John Zorn - Salem 1692

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Alain González Artola


Ancient Boreal Forest - A Relic From the Sands of Time
Ygg - The Last Scald
Fellahin Fall - Tar a-Kan

giovedì 25 giugno 2020

Harms Way - Oxytocin

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Heavy/Doom
Un inizio in crescendo apre questo lavoro degli svedesi Harms Way, ormai datato 2006: una chitarra travolgente mi fa ben sperare per un gruppo di cui non ho mai sentito parlare, poi stop. Un Ozzy Osbourne dei poveri mi fa capire che il disco che ho fra le mani è una reinterpretazione dei Black Sabbath scoperta dalla Black Lodge Rec. che ha pensato bene di produrre questo quartetto scandinavo e di darlo in pasto agli avidi ascoltatori. Il risultato non è malaccio, trattandosi appunto di una versione, riletta in chiave più attuale, dei vecchi insegnamenti di Ozzy e soci, e non solo. Si capisce subito dalle ritmiche pachidermiche e ossessive prodotte dalle due asce, con quel loro incedere asfissiante, e quei giri di chitarra che ricamano montagne di riffs a sostegno di una batteria bella potente, che gli Harms Way amano il glorioso passato heavy doom ove si collocano non certo come degli sprovveduti tecnicamente. In alcuni momenti si respira proprio l’aria degli anni ’70; in altri, dove è il basso di Dim a dominare la scena, i ricordi si fanno relativamente più recenti, ad 'Heaven and Hell' degli stessi Black Sabbath, ma anche ad alcune cose dei primi Iron Maiden e al fantastico basso di Steve Harris. Altri giri di chitarra mi rievocano le cavalcate di Adrian Smith ai tempi di 'Killers'. Poi inevitabilmente c'è sempre qualcosa che fatico a digerire e qui è la voce dello stesso Dim, poco potente ed inespressiva; peccato, sarebbe stata l’arma in più, per ottenere un responso critico più positivo. (Francesco Scarci)

(Black Lodge Records - 2006)
Voto: 66

https://blacklodgerecords.bandcamp.com/album/oxytocin

Shaman Elephant – Wide Awake but Still Asleep

#PER CHI AMA: Stoner/Psych/Prog
Tornano sulla scena in grande stile i norvegesi Shaman Elephant, con un secondo splendido album che vede la luce attraverso i canali della Karisma Records, la creativa etichetta che ci ha fatto godere negli ultimi anni diversi ottimi artisti. Il sound del trio di Bergen, mantiene i canoni del precedente album, evolvendosi in maniera esponenziale nella composizione e nella qualità esecutiva. Brani elaborati, lunghe performance acide, melodie e parti vocali ricercate, suoni caldi e vintage, musica impegnata, eseguita e costruita con intelligenza e dedizione (mi piacerebbe sapere perchè un brano si intitola "Steely Dan", proprio come il gruppo statunitense degli anni '70). L'introduttiva "Wide Awake but Still Asleep", che porta il titolo dell'intero box, ci mostra come la band riesca a mescolare varie influenze stilistiche senza mostrare affanni, rendendo anzi la trama fresca e originale, piena di spunti interessanti. Quindi, in un calderone magico, lo sciamano con la proboscide, impasta suoni psichedelici di rock progressivo e alternativo, space rock contaminato da una sezione ritmica molto vivace che scivola felicemente, spesso e volentieri, dalle parti degli Stone Roses, epoca 'Second Coming'. La voce del chitarrista Eirik Sejersted Vognstølen, evoca magia e in alcuni momenti arriva a toccare vertici da brivido, molto vicini al primo Chris Cornell dei Soundgarden, gruppo fondamentale che ritorna alla mente ascoltando questo album (periodo 'Ultramega Ok'), assieme all'energia dei Motorpsycho di 'Demon Box'. Il disco è variopinto, si snoda tra passaggi lisergici vicini allo stoner/acid/prog rock più europeo alla the Spacious Mind/Anekdoten, accostato al progressive tipico di estrose e raffinate band di culto dal forte carattere psichedelico, come Camel o Egg. Rimango stupefatto all'ascolto di "Ease of Mind", una morbida ballata ai confini tra il Jeff Buckley di 'Grace' (impressionante la somiglianza vocale con il compianto cantautore americano) e un certo jazz/folk progressivo, arioso e sognante. La coda del disco, con il penultimo "Traveller", un pezzo di oltre 11 minuti di lunghezza (diviso in tre parti), sintetizza la mia impressione che ci sia un'anima, all'interno della band, devota alla libertà lisergica di interpretare il rock a la Motorpsycho, con le armonie, la spinta degli accordi e il tiro della ritmica che portano proprio sulle loro coordinate soniche. Si chiude definitivamente con la psichedelica "Strange Illusions" e con una magistrale prova vocale, un ottimo album. Un disco denso di emozioni e rimandi musicali che hanno fatto epoca, rimessi in corsa con bravura e conoscenza storica, una band piacevolissima, ottimi musicisti e una produzione ben fatta che mette in linea temporale i suoni di 'Shades of Deep Purple' del 1968 con il nostro tempo. Tanta originalità nel mischiare le carte di un modo di fare rock che ha fatto storia, un disco da ascoltare a fondo e perdersi in un vortice di coloratissime sonorità.

(Karisma/Dark Essence Records - 2020)
Voto: 80

https://shamanelephant.bandcamp.com/album/wide-awake-but-still-asleep

martedì 23 giugno 2020

Halo of Shadows - Manifesto

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Melo Black, Children of Bodom, Dimmu Borgir
La Finlandia da sempre sforna gruppi a ripetizione: il rischio era che prima o poi la qualità musicale tendesse ad abbassarsi, un vero peccato per una nazione che ha dato i natali a band veramente uniche e importanti nel panorama metal internazionale. Questi Halo of Shadows (il cui nome deriva da un noto videogame) propongono un sound a cavallo tra il death tastieristico dei Children of Bodom e un black melodico, in linea con il materiale più soft dei Dimmu Borgir. Non posso dire che la band sia malvagia perché le carte in regola per fare bene ci sono tutte, l’unico problema è che si tratta di un sound già sentito centinaia di volte: cavalcate maideniane (anche se non mi piace assolutamente il suono assai retrò utilizzato per le chitarre) segnano la ritmica delle dieci tracce che compongono questo 'Manifesto', su cui s'inseriscono le classiche tastiere alla “Figli di Bodom”, la pessima voce black del vocalist (nè screaming nè growling in sostanza), dei piacevoli assoli (in pieno heavy metal style) a cura dei due axemen (da brividi peraltro quello di “Drowned in Ashes”) e momenti sinfonici vicini a quanto fatto da Shagrath e soci. Ecco quindi che il gioco è presto fatto: se vi piace questo genere di musica, recuperate questo loro unico vagito, ormai datato 2006, altrimenti gli originali restano sempre i migliori da ascoltare!!! (Francesco Scarci)