Cerca nel blog

venerdì 27 marzo 2020

Dark Fount - Become the Soul of Mist (幽浮林澗之霧)

#PER CHI AMA: Black/Acoustic Folk
Dati per dispersi da ben 13 anni, i cinesi Dark Fount tornano a farsi vivi, rilasciando un EP (tra l'altro disponibile in soli 30 pezzi esclusivi in cassetta) di un paio di brani, edito dalla Pest Productions. La one-man-band di Tai'An, guidata da Li Tao, si è fatta portavoce fin dagli esordi del black metal made in China, in compagnia dei soci di scuderia Zuriaake. Dicevo solo due pezzi per questo 'Become the Soul of Mist', che si aprono con il black mid-tempo di "幽浮林澗之霧", un esempio di glaciale e melodico sound oscuro che vede delle accelerazioni al limite del post black comparire nella seconda metà del brano, ove le grim vocals del mastermind cinese trovano ampio spazio, mentre la melodica linea chitarra ricorda un che dei Mahyem di 'De Mysteriis Dom Sathanas'. La seconda "餘燼" è una suggestiva song acustica che nel suo desolante e malinconico incedere folk, sembra tributare quell'ultimo saluto alle vittime del virus che sta falcidiando il mondo in questi giorni complicati. Certo la proposta del musicista cinese è un po' troppo risicata per delineare in modo strutturato il come back discografico dei suoi Dark Fount, per cui conto assolutamente di risentirli quest'anno in un disco dalla durata più importante, per ora da parte mia solo un ben tornato. (Francesco Scarci)

(Pest Productions - 2020)
Voto: 64

https://pestproductions.bandcamp.com/album/--8

Candles and Wraiths - Candelabia

#PER CHI AMA: Symph Black, Angizia, Cradle of Filth
Arrivano da Vienna i musicisti di quest'oggi, i Candles and Wraiths con un sound che, coniugando un black e death sinfonico con venature goticheggianti, ammicca non poco ai Cradle of Filth. Poco male, visto che di band di questo tipo non ce ne sono poi molte e allora, in attesa di ascoltare gli originali con una nuova release, perchè non distrarsi con una band di questo tipo, che dopo tutto, qualche idea niente male ce l'ha pure. Parliamo quindi del debut album del trio austriaco, intitolato 'Candelabia', un lavoro che si apre con la classica intro sinistra ed inquietante ch funge da apripista ad "After Midnight", una song che accosta immediatamente i nostri a Dani Filth e soci ma in cui trovo anche un che dei nostrani Ecnephias. Ecco quindi come prende forma il sound dei Candles and Wraiths, tra scorribande black, orchestrazioni pompose e screaming vocals. Un cantato quasi operistico sembra aprire "Nightmares on Forsaken Soil", ma è qualcosa di impercettibile lasciato proprio ad una frazione di secondo, visto che poi si riparte con delle accelerazioni infuocate, i consueti cambi di tempo tipici del sound dei nostri, il tutto corredato da ottime melodie di supporto. Una spinetta apre "Fire Amidst the Crashing Waves", un altro brano in cui sono sempre le ingarbugliate partiture chitarristiche a farla da padrona, con il cantato abrasivo (e nevrotico) di Prabhin Velankanny in primo piano che ben si adatta allo scorrimento instabile del disco. Un brano più convincente è "All Hallows Eve" che, partendo sempre da reminiscenze a la Cradle of Filth, si lancia in saliscendi tortuosi con un riffing nervoso ed una dirompente sezione di blast beat che configura il suono della band a quello di una sassaiola allo stadio. "Melpomene" è un pezzo strumentale, stile colonna sonora da film. Con "The Stranger" le ostilità riprendono come un flusso letale contraddistinto da ritmiche sincopate che trovano comunque un break centrale più meditato a concedere giusto quella manciata di secondi sufficienti per prender fiato e ripartire con un rifferama perennemente contorto e aggrovigliato su se stesso attraverso estenuanti giri di chitarra. Un altro brano che ho particolarmente apprezzato è "Wartorn Lovelorn", per quel suo approccio militaresco ma anche per l'utilizzo di clean vocals che arricchiscono ulteriormente la proposta della band viennese, che in certi tratti mi ha rievocato un che di un'altra band austriaca, gli Angizia, li ricordate? Alla fine, 'Candelabia' è un disco che sottolinea già la marcata personalità e professionalità dei nostri, e che pone le basi per una crescita futura, giusto per prendere le distanze da quelle che sono le influenze dell'ensemble austriaco. Per ora direi un buon punto di partenza, in futuro mi aspetto qualcosa di più spettacolare, visto che le potenzialità ci sono tutte. (Francesco Scarci)

The Pit Tips

Francesco Scarci

Lunarsea - Earthling/Terrestre
Madra - Bittersweet Temptation To Disappear Completely
Ulvik - Volume One & Two

---
Shadowsofthesun

Ramin Djawadi - Westworld (Soundtrack)
Orbital - Brown Album
Dynfari - Myrkurs er þörf

---
Alain González Artola

Violet Cold - Noir Kid
Faidra - Six Voices Inside
Barbarian King - S/t

Maya Mountains - Era

#PER CHI AMA: Psych/Stoner, Kyuss, Ufomammut
Era da un bel po' di tempo che non sentivamo parlare dei Maya Mountains, ossia dal 2008 quando i nostri fecero uscire il loro debut, 'Hash and Pornography'. La band si è poi disunita, cosi presa dai molteplici progetti paralleli. A distanza di 12 anni e soprattutto dopo cinque anni spesi a buttar giù idee e riff, ecco che 'Era' vede finalmente la luce. La proposta del terzetto veneziano è un concentrato di stoner rock dai risvolti psichedelici che si srotola attraverso le 10 tracce contenute in questo Lp, raccontando la storia di tal Enrique Dominguez (il titolo della opening track) e il suo vagabondare interspaziale che lo condurrà in un deserto di un mondo sconosciuto dove, pungendosi con un cactus, finirà in uno stato di allucinazione tale da condurlo ad incontri particolari. Detto del concept che sta dietro ad 'Era', veniamo anche alla musica qui contenuta che si apre con la tribalità della già citata "Enrique Dominguez" e dei suoi effluvi ritmici che ci portano a sballarci già con i primi 120 secondi di brano, almeno fino a quando i vocalizzi filtrati di Alessandro Toffanello, faranno la loro comparsa. Il riffing è compatto, lento, ossessivo, con i classici rimandi a chi ha fatto la storia di questo genere, Kyuss e Black Sabbath in testa. La parte solistica è suggestiva e, mentre la chitarra di Emanuel Poletto tesse interessanti linee melodiche, è il basso di Alessandro a pulsare il proprio magnetismo in sottofondo. Il sound dei nostri s'ingrossa man mano che scorrono le tracce: "In the Shadow" e "San Saguaro" scorrono via che è una bellezza, soprattutto la seconda con quel suo chorus cosi coinvolgente. Più pachidermica invece "Dead City", che parte lenta e possente, per finire con un rifferama decisamente più nervoso. Il mio pezzo preferito del disco è però "Raul", con quelle linee di chitarra ipnotiche e profonde, avvolgenti fino quasi a stritolarci; l'unico neo di questa traccia è però il fatto che sia strumentale e sapete quanto alla fine mi pesi la mancanza di un vocalist, sebbene qui non sia particolarmente evidente la sua carenza. Ribadisco comunque che tutto il lavoro ha un suo fascino, dopo tutto se i Maya Mountains ci hanno impiegato 12 anni per rilasciare un disco, si auspica che l'impegno non sia stato del tutto vano. E in effetti da un punto di vista qualitativo, il prodotto è davvero buono; se devo muovere qualche appunto è che forse sia uscito un po' fuori tempo massimo per riscuotere il successo che verosimilmente meriterebbe, d'altro canto di gioielli in questo ambito ne sono stati rilasciati ormai parecchi ed aggiungere qualcosa di nuovo e coinvolgente, a mio avviso, rimane davvero complicato. Comunque tutti coloro che amano sonorità di questo tipo, pregne di rimandi seventies o che strizzano l'occhiolino a gente del calibro di Ufomammut, Monster Magnet e Melvins, sapranno apprezzare alla grandissima le esplorazioni fantascientifiche di 'Era'. (Francesco Scarci)

(GoDown Records - 2020)
Voto: 74

https://www.facebook.com/mayamountainsera/

mercoledì 25 marzo 2020

Goatwhore - A Haunting Curse

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black/Hardcore, Darkthrone, Soilent Green
Era il 2006 quando la Metal Blade rilasciò un concentrato dinamitardo di brutal metal a cura dei Goatwhore, combo di New Orleans, che con questo 'A Haunting Curse' giungeva al terzo album, una band peraltro dove militavano il vocalist dei Soilent, Green Ben Falgoust e il chitarrista dei Crowbar, Sammy Duet. Dopo essere scampati alla ferocia dell’uragano del 2005 e ad altre innumerevoli sfighe, la band statunitense è tornata più tosta e decisa che mai: undici tiratissime songs di un feroce mix death-black, partorite ai Mana Studios di Erik Rutan. I Goatwhore con la loro musica, ci scagliano addosso violenti scariche adrenaliniche, massacrando il nostro cervello con un sound tritabudelle che prende in prestito un po’ di rabbia dal brutal death e un po’ di malvagità da un black metal old school. Potete ben immaginare il risultato che ne viene fuori: nessun accenno alla melodia, nessun momento atmosferico, nessuna pausa, nessuna voce angelica, solo rabbia, furia cieca, frustrazione all’ennesima potenza che si traducono in scariche elettriche, montagne di riff di chitarra che costruiscono un muro sonoro inespugnabile, impazziti blast-beat che devastano ogni singolo neurone sopravvissuto nei nostri emisferi encefalici. La voce di Ben vomita tutta la cattiveria che imperversa nell’animo di questi quattro ragazzi. Difficile trovare un termine di paragone per questa band, perchè poche erano le band in giro a suonare questo improbabile ibrido black-hardcore: un po' come se i Darkthrone suonassero alla Soilent Green. Questi i Goatwhore 2006: veloci, ferali, oscuri, brutali, malvagi; è proprio vero il detto “ciò che non uccide fortifica”... (Francesco Scarci)

Bernays Propaganda – Vtora Mladost, Treta Svetska Vojna

#PER CHI AMA: Punk/Indie/New Wave
Tornano dopo tre anni i Bernays Propaganda, band macedone di cui abbiamo seguito i passi fin dall’esplosivo 'Zabraneta Planeta' del 2013, passando per quel 'Politika' che già nel 2016, e sempre per la meritoria etichetta slovena Moonlee Records, aveva lasciato intravedere una svolta verso sonorità più dance-punk, con un uso piu massiccio di drum machine e chitarre più affilate che selvagge. Oggi, in 'Vtora Mladost, Treta Svetska Vojn' (seconda gioventù, terza guerra mondiale), la sterzata è completata in modo netto e deciso, tanto che la prima domanda che ci si fa è dove siano finite, le chitarre. L’evoluzione dallo street punk-wave tutto feedback e Gang of Four di 'Zabraneta Planeta' si è completata in favore di una decina di brani pop declinati mescolando influenze new wave più o meno “morbide” ed elettronica vintage e arriva a lambire interessanti contaminazioni con la musica balcanica e perfino certe strutture tradizionali africane. Il disco è basato sull’incastro e l’interazione tra ritmiche pulsanti, groove elettronici, linee di basso essenziali e un massiccio utilizzo di synth, con una scaletta attenta a bilanciare pezzi prettamente danzerecci e momenti più pensosi ed eleganti. In generale 'Vtora Mladost, Treta Svetska Vojna ' è un lavoro piuttosto stratificato e complesso, a dispetto di un’apparente semplicità e linearità, che richiede diversi ascolti per essere apprezzato al meglio nelle sue non poche sfaccettature Da segnalare la presenza del grande Mike Watt (dei leggendari Minutemen, e poi Firehouse, Stogees e tanto altro) al basso in “Ništo Nema da nè Razdeli”. Spiazzante ma godibile. (Mauro Catena)

lunedì 23 marzo 2020

Pyrior - Fusion

#PER CHI AMA: Stoner/Psych Rock strumentale
Terminata la trilogia iniziata con 'Oceanus Procellarum' e conclusasi con 'Portal', per i teutonici Pyrior è tempo di accedere ad un nuovo domani che comincia proprio da questa nuova release intitolata 'Fusion'. A distanza di quattro anni dal precedente lavoro, ecco che tornano i nostri musici berlinesi amanti di sonorità space rock che si sposano alla grande con stoner e psichedelia, il tutto rigorosamente proposto in forma strumentale. Le influenze stoner si palesano già con "Hellevator", la seconda traccia che segue la breve intro ("Guanine") di questo lavoro. L'inizio tribaleggiante (che tornerà con qualche similitudine anche nella monolitica "Norfair") lascia immediatamente posto ad un riffing roccioso, che si dimena in modo nevrotico tra cambi di tempo e melodie sghembe, che nelle porzioni soliste offrono forti rimandi classic rock. Tempo di un altro breve intermezzo desossiribonucleico ("Adenine" - una delle basi azotate insieme a Guanina e Citosina che formano il DNA e che ritroveremo come brani nel corso dell'album; probabilmente c'è un errore invece con la Timidina - doveva essere Timina per coerenza - nel suo utilizzo come titolo del pezzo acustico "Thymidine") e si riparte a rockeggiare con "Splicer" (non so se anche qui ci siano riferimenti alla biologia molecolare visto l'esistente processo di splicing), una scorribanda rock'n roll dove una bella voce roca avrebbe fatto certamente la sua porca figura. E invece no, giusto mantenersi coerenti alla propria idea di strumentalità fino alla fine? Mah, ho i miei dubbi. E allora andiamo a goderci "X", song dall'intro blues rock ma dalla successiva ritmica bella tosta e ostica da digerire, non proprio il mio pezzo preferito a dirla tutta. Molto meglio invece la title track, cosi sfrontata e visionaria, un calcio in culo per chiunque si metta all'ascolto di 'Fusion' e finalmente una song con carisma che ha modo di ammiccare anche ad un certo post-rock notturno. A chiudere il disco, ecco l'ambient onirico di "Cytosine", un pezzo delicato che sancisce la fine delle ostilità stoner proposte dai Pyrior. Francamente, mi aspettavo qualcosa di più, 'Fusion' mi sembra più un disco di transizioni per nuovi futuri viaggi interspaziali. (Francesco Scarci)

(Tonzonen Records - 2020)
Voto: 64

https://pyrior.bandcamp.com

domenica 22 marzo 2020

Selenite - Mahasamadhi

#FOR FANS OF: Funeral Doom
From the second half of the '90s, funeral doom has seen a constant growth of new bands which defined the core elements of a quite extreme genre. Slowness, abysmal vocals and super heavy riffs are a constant in a quite rigid genre, though it still leaves a little room for the bands that try to add their own touch. Anyway, it is quite difficult to stand out from the rest and many bands sound too similar between them. This initial difficulty wasn´t however an impediment for the Austrian musician Stefan Traunmüller to create a new project called Selenite, back in 2015. If anything has to be remarked about Stefan is that he is a super active musician, as he is involved in several projects, being some of them especially interesting bands like Rauhnåcht or The Negative Bias, among the others. Thanks to his different musical approaches in those projects, it is quite clear that he has enough talent and many ideas to create a funeral doom metal project, which could be reasonably interesting.

'Mahasamadhi' is the result of his four years working and it is indeed an album which doesn´t escape from the core sound of the genre, though it has enough elements to make it interesting. First of all, the concept of the lyryics has a strong Eastern influence, trying to avoid the quite typical lyrics of the genre. Still, the atmosphere is gloomy and dark as anyone could expect when you listen to a funeral doom metal album. Thankfully, Selenite is a band which tries to add plenty of atmospheric touches, making the album more interesting. Stefan manages to avoid the monolithic and sometimes quite boring compositions of some bands that sorely focus on repetitive riffs, without adding anything special. The songs have, unsurprisingly, a very slow pace where the ultra heavy riffs and the expected growls have a constant presence. Anyway, from the very beginning, Selenite creates a quite special atmosphere with, for example, some chants with a ritualistic touch, like it occurs in the album opener "Chanelling Chants From Beyond". Moreover, the background keys have also an important presence in their form of church-esque organs or eerie keys, which enhance the mystic atmosphere wraping the songs. Vocally, the album has the aforementioned growls, which sound quite good, though they don´t reach the level of deepness of another purely funeral doom metal projects. Apart from that, Stefan introduces some clean vocals, which try to sound evocative, like it happens in the mainly instrumental track "Hidden Presence". As another enriching element, we can hear some female vocals, which have a quite relevant presence in the track "Final Reckoning". All these efforts are used in order to widen the musical spectrum of the album and make it more varied. With regards to the guitars, the cavernous riffs have a major role, though Selenite tries to add some melodic riffs, which are quite good and also help to create songs easier to keep in mind. Heaviness and memorable melodies are not incompatible and its balance always helps to forge a more enjoyable work.

All in all, Selenites’s debut album 'Mahasamadhi' is a pretty good effort of funeral doom with a strong atmospheric and a ritualistic approach. This touch helps to make the album a quite enjoyable listen. 'Mahasamadhi' may appeal the fans of the genre, leaving us waiting what this project can offer in the future. (Alain González Artola)

Looking for people willing to write reviews in The Pit of the Damned? Are you interested?


---------------------------------------------

Sei interessato a scrivere recensioni e far parte dello staff del Pozzo dei Dannati?

sabato 21 marzo 2020

Empire of the Moon - Έκλειψις

#FOR FANS OF: Hellenic Black, Rotting Christ
Twentytwenty is being an interesting year for some veteran Greek bands, which clearly shows that this scene is still healthy both in quality and in quantity. If recently we enjoyed Kawir’s last and their great album ‘Adastreia’, now it is time to taste another fine release coming from the Hellenic country. Empire of the Moon is the project founded by R.W. Draconium and Ouroboros in 1996. This duo became a trio with the incorporation of S.V. Mantus, only two years later. Empire of the Moon has never been a prolific band, as it only released a quite dark and unique demo entitled 'For the Ancient Light of Sin' in 1997. After this seminal work, the band was swallowed by the shadows, where it remained for a long time until the project returned to the first line-up, releasing its long awaited debut in 2014. This debut has some excellent black metal compositions, still reminiscent of its occult and murky initial sound. After that, the band took its time to release a second album, spending six years to get the sophomore album 'Έκλειψις' ('Eclipse' in English).

'Έκλειψις' is undoubtedly a fine example of the trademark style of the Greek black metal bands. Independently if the approach is more aggressive, epic or atmospheric, almost all the Greek bands which I know, have a strong sense of melody in their guitar lines. Empire of the Moon is not an exception and though it plays a more straightforward form of black metal in comparison to Rotting Christ, the songs of this album always have a good degree of melody and atmospheres. Some songs like the third track "Per Aspera Ad Lunae - I. Th Reso" may have a demolishing start, with those speedy drums, crushing guitars and vicious vocals. But as it happens with other tunes, the song evolves to a not so fast section, where the guitars have a greater room to introduce very nice melodies. Furthermore, although this is a guitar oriented album, the atmospheric touches have a good presence here and there, thanks to the work by S.V. Mantus, which introduces occasional keys and choirs, which increase the ambience of the songs. The next track shows a pure Hellenic guitar riff, which inevitably reminds me some old classic Rotting Christ songs. The song shows a quite fluctuating pace, which makes it interesting. The guitar work is again excellent with magnificently executed riffs and a very nice solo. One of strongest points of this album is that the previously mentioned remarkable characteristics become increasingly present in the later part of 'Έκλειψις'. This is because the final part of the album contains the longest tracks, which usually means a greater room to create compositions with a more different structure. However, this makes more difficult to keep the interest and inspiration alive through the whole songs. Fortunately, Empire of the Moon has worked hard to compose tracks full of excellent riffs, well structured compositions and interesting atmospheric tweaks. This tasteful mix makes you feel that the occult and mysticism related to lyrics have their proper sonic representation. As a summary and a great farewell of this album, we have the closer "Per Aspera Ad Lunae - IV Son of Fire", which is an excellent and maybe the most epic song of this album, breathing grandiosity, thanks to the majestic riffs and sticky melodies. The track flows between atmospheric parts, with some calmer sections and the most powerful ones, with easiness and inspiration. This song is without any doubt the end that the album deserved.

Good thing may take a longer time to enjoy them, but when the quality is so great, the wait is worth of our time, as it has happened with Empire of the Moon’s second album. This is an excellent work of Greek occult black metal, equally balanced in aggressiveness, melody and atmosphere. (Alain González Artola)


The Spacelords - Spaceflowers

#PER CHI AMA: Psych/Space Rock, Cosmic Letdown
Solo tre pezzi è poco per valutare l'ultimo lavoro dei teutonici The Spacelords? Dai, non scherziamo, dal momento che 'Spaceflowers' sfiora i 50 minuti di durata. Eh si, il terzetto psych rock germanico ci propone infatti tre brani dalle lunghezze piuttosto impegnative. Si parte dalla fluttuante ed eterea title track, che offre, con i suoi suoni pulsanti e magnetici, cosi affascinanti e sognanti, il classico trip da sostanze lisergiche, ove abbandonarsi a luci soffuse, armonie accattivanti e atmosfere sfocate, in una sorta di danza che potrebbe ricordare il buon Jim Morrison sul palco durante i concerti dei The Doors. Tutto ciò non fa che confermare l'eccellente stato di forma di una band, ormai in giro dal 2008, e con un bagaglio artistico, musicale e culturale alle spalle davvero senza precedenti, considerate le esperienze dei vari membri della band in giro per il mondo, a conoscere ritmi ed etnie, dall'Africa all'India, facendo tappa anche in Russia. La song dura quasi 14 minuti, che i nostri sembrano gestire in punta di fioretto, senza mai affondare il colpo, ma inoculando melliflue melodie che sembrano trovare un po' più di robustenza solamente negli ultimi tre minuti della traccia. Con "Frau Kuhnkes Kosmos", il ritmo sembra più frenetico, comunque sempre all'insegna di una certa ridondanza dei suoni che donano quell'aspetto di turbamento mentale che tanto mi affascina in questo genere, nonostante la natura strumentale del trio. I ricami delle chitarre infatti celano la mancanza di un vocalist, mentre il drumming tribale evoca nella mia mente balli africani in una sorta di vortice cosmico vibrante che mi avvicina in un qualche modo alla divinità, in un estatico movimento di grande emozione. Molto più tiepida invece "Cosmic Trip", una monolitica traccia di oltre 24 minuti, in cui se si perde il filo al minuto quattro, lo si recupera tranquillamente al nono, questo per spiegare quella ridondanza sonora che menzionavo poco sopra. Fortunatamente al decimo giro d'orologio convergono nel flusso sonoro dei nostri melodie orientali, forse indiane che ci riconducono alle influenze ancestrali della band. Inoltre, ascoltando le melodie della traccia, mi sovviene alla memoria un'altra release che ho apprezzato molto negli ultimi anni, e che risente di melodie orientali, ossia 'In the Caves' dei Cosmic Letdown. La song comunque si avvita e srotola su se stessa una moltitudine di volte, rilasciando ottime melodie e vibranti emozioni, in una specie di rivisitazione della lunga parte strumentale di "Light my Fire" dei The Doors. Insomma, 'Spaceflowers' è un graditissimo ritorno per una band sempre sulla cresta dell'onda con il suo inossidabile concentrato di psych rock dalle tinte cosmiche. (Francesco Scarci)

mercoledì 18 marzo 2020

Pulcinella - Ça

#PER CHI AMA: Avantgarde/Jazz/Prog Rock
Cosa potrei mai dire per parlar male di una band che compone e suona in maniera egregia, che salta schemi a piè pari, che usa le basi del tango per distruggerne la tradizione con composizioni contorte e frizzanti e che in alcun modo può essere catalogata. Potrei dire solo, che il nome non si addice a questa band francese, poiché la quantità di colori espressi in musica potrebbe ricordare meglio un Arlecchino ed il suo abito, non certo il vestito bianco e pallido di Pulcinella. Comunque, qualcosa c'è in comune con la maschera partenopea, una certa verve mediterranea che contraddistingue il sound del quartetto transalpino, un calore avvolgente ed una vivacità coinvolgente. Provate ad immaginare il jazz, il moderno jazz impartito dal trio geniale di Medeski, Martin e Wood, calato in un bosco di suoni magici, esotici, tra cui il tango. Pensate poi agli accenti psicotici di Edgar Varese, al dark jazz stile Dale Cooper Quartet & the Dictaphones e ancora, a movimenti progressivi, atmosfere da colonna sonora di vecchi film romantici, o all'ombra immancabile del Zorn più compulsivo, per finire in digressioni etniche ed esperimenti rock vagamente psichedelici, in ricordo dei seminali Material. Tutto questo per avere una vaga idea del suono dei Pulcinella. Un cofanetto di musiche ricche d'atmosfere e situazioni imprevedibili, schegge impazzite, lampi di luce e meteore sonore che piovono per tutte le dieci tracce, di media, lunga o corta durata, poco importa, poichè il divertimento è assicurato visto che, la qualità d'esecuzione e la produzione sono altissime. 'Ça' è alla fine un album godibile, un disco candidato a divenire un ascolto obbligatorio, il classico must per tutti gli amanti del jazz contaminato, a volte composto, altre volte impazzito. Come resistere ad un brano destabilizzante qual è "Ta Mère Te Regarde"? Perchè non abbandonarsi alla cadenza notturna della desolata melodia di "Ici Hélas" con quelle sue pause mozzafiato? O perdersi nelle note folli di "Salut Ça Va", dove ritmi acid jazz vengono trafitti da carrellate di suoni elettronici rivisti, dalla Bubblegum music o rubati alla new wave dei D.A.F. del 1981? Inutile fuggire da questo gioiellino, inutile scappare dal talento di questa compagine di Tolosa, che dal 2006 ad oggi, ha già realizzato sei album, uno più bello ed interessante dell'altro. 'Ça' è un'imperdibile release, siete avvisati. (Bob Stoner)

(Budapest Music Center Records - 2019)
Voto: 80

https://pulcinellamusic.bandcamp.com/album/a

martedì 17 marzo 2020

Salmagündi - Rose Marries Braen (A Soup Opera)

#PER CHI AMA: Avantgarde/Krautrock/Noise Jazz
Ottima seconda uscita per questa band proveniente dalla provincia di Teramo che ci inebria con un album dal contenuto eclettico e variegato, classificabile solo con la dicitura avantgarde. Provate ad immaginare suoni new wave, sintetici e astratti a la The Residents mescolati all'ultra psichedelia rock dei 500 Ft. of Pipe, un sarcasmo zappiano, un post punk trasversale con una voce salmodiante a metà tra Jim Morrison ed il canto gotico dei Bauhaus, dei synth cosmici, krautrock e follie soniche alla Mike Patton e i suoi Mr. Bungle, per avere lontanamente idea del miscuglio ben generato e ragionato e con effetto molotov di questi Salmagündi, band raccomandata per appassionati di musica cerebrale, schizoide, senza confini nè limiti. I riferimenti sonori sono molteplici e ci si diverte parecchio durante l'ascolto di 'Rose Marries Braen (A Soup Opera)' nel cercare le connessioni con le varie influenze. Detto questo, bisogna ammettere che la band abruzzese, nelle sue evoluzioni strutturali progressive, ha un potenziale di originalità assai elevato e, a discapito di altre band sperimentali, i Salmagündi (il cui significato la dice lunga sulle intenzioni della band - trattasi infatti di una ricetta gastronomica franco-inglese, il salmigondis, che prevede un miscuglio o un mix di ingredienti eterogenei), nonostante la complessità dei brani, si lasciano ascoltare con facilità ed un certo interesse in quanto sono atipici e fantasiosi (l'organico è composto da un synth, due bassi, batteria) e con composizioni storte e intelligenti, mai improntate sul mero virtuosismo, semmai atte a sguinzagliare l'estro creativo dei musicisti, che ripeto, sono assolutamente senza barriere e confini strumentali. Il quartetto si sposta infatti in continuazione tra le note di un brano e l'altro, facendo apparire l'album come un viaggio multicolore, stralunato e folle, per raccontare la storia del pazzo mondo di Braen (un personaggio da Carosello, quel vecchio programma televisivo in onda tra il '57 ed il '77), arrivando a toccare vette di noise-jazz istrionico, come in "Cheese Fake" o "Cockayne". In altre composizioni invece, i nostri assumono tempi lenti e funebri, con il jazz di matrice zappiana, il rock in opposition e quella gradevole goliardica verve teatrale che ritroviamo anche nel disco capolavoro, 'Primus & the Chocolate Factory With the Fungi Ensemble" e che consentono ai nostri di scardinare definitivamente la supposizione che quest'ottimo gruppo rientri nella normalità. Un ascolto obbligato, per veri intenditori! (Bob Stoner)

domenica 15 marzo 2020

Bloody Souls - The Devil's Hole

#PER CHI AMA: Stoner/Doom, Candlemass, Black Sabbath
Tralasciando il fatto che la scena stoner internazionale sia immobile da tempo immemore e che sia popolata da una miriade di band bravissime ma tutte uguali o alla meglio, simili tra loro, che hanno perso progressivamente, dalle origini ad oggi, caratteristiche e meraviglie psichedeliche che hanno reso questo genere una musica di culto, ci avventuriamo alla scoperta di questa band abruzzese al suo debutto (pubblicato e distribuito dalla (R)esisto). I Bloody Souls suonano molto bene ma non fanno eccezione, non inventano niente di nuovo, hanno un sound retrò e ricalcano i versi e le costruzioni classiche, dai Black Sabbath ai Candlemass, attingendo anche a quell'oscura influenza che fu il diavolo secondo i Death SS, e aggiungendo un po' di quel fervore metal anni '80. Nonostante tutto, i nostri riescono a regalarci comunque un ottimo disco. Splendido nel suo essere discepolo dei grandi maestri, (mai come in questo caso, ho apprezzato tanto la chiusura ferrea, tra le fila di un genere, di un disco) diviso tra stoner rock cavalcante, oscure dottrine e doom/sludge dal retrogusto hard rock di matrice 70's di scuola Down e Saint Vitus. La bella voce di Johnny Hell (anche alla chitarra) è il collante giusto, aggressiva, diabolica, (con uno "Yeah!" spettacolare nell'ingresso con annessa risata malefica alla James Hetfield sul brano "Madhouse") per un sound scarno, pesante e potente, ribassato, con diverse suggestioni del passato e perfino un bel tiro alla Corrosion of Conformity di "No Cross No Crown" (il video promozionale di 'Devil's Hole' lo potete vedere in rete su youtube). "Solve et Coagula" ha un ritornello assai interessante che ricorda il prog italiano degli anni settanta, che evoca le più oscure invocazioni al maligno, mentre "Living in Darkness" si abbandona all'orecchiabilità mentre l'oscurità scende nella sabbathiana "Demon's March", una marcia funebre dai toni foschi e lugubri. La mia preferita rimane però l'omonima "Bloody Souls", che appare macabra e mastodontica, che incalza in poco meno di quattro minuti, i vari riferimenti musicali utilizzati dalla band per la composizione dell'intero disco. Quindi nessun miracolo, evoluzioni già sentite ma tanta cupa energia sonora, oscura espressività sputata in faccia senza alcuna remora, per un album dall'umore nero come la pece, travolgente, piacevole all'ascolto e trascinante al punto giusto. Un ottimo biglietto da visita.(Bob Stoner)

((R)esisto Distribuzione - 2020)
Voto: 74

https://www.facebook.com/bloodysoulsband/

sabato 14 marzo 2020

Karmatik - Unlimited Energy

#PER CHI AMA: Prog Death, Cynic
Nel mio costante scandagliare l'underground metallico, questa volta mi sono fermato in Canada, nello stato del Quebec, per dare un ascolto alla seconda prova di questi melo deathsters che rispondono al nome di Karmatik. La loro ultima release, 'Unlimited Energy', è uscita nel 2019 a distanza di sei anni dal loro debut album, 'Humani-T'. Perchè soffermarmi sulla proposta di questo quartetto di canadese? Perchè sono interessanti interpreti di un sound che coniuga il melo death con prog e techno death. Lo dimostrano subito con i fatti e l'opener "Universal Life", una traccia che mette in luce la caratura tecnica del combo, una certa ricerca per il gusto, e questo loro combinare riffoni death, sempre pregni di melodia sia chiaro, con rallentamenti più sofisticati che mi hanno evocato i Cynic. E la band di Paul Masvidal e soci torna anche nell'incipit di "Tsunami Sanguinaire", con quei rallentamenti acustici da brividi, prima che la band ingrani la marcia e riparta con un rifferama compato, carico di groove, ma pur sempre bello incazzato, ove la voce di Carol Gagné trova modo di sfogare tutta la propria rabbia grazie al suo possente growl. Poi è solo tanto piacere grazie a quei break sopraffini di chitarra e basso, per non parlare dell'eccellente apparato solistico che ci delizia con ottimi giri di chitarra. Diamine, 'Unlimited Energy' è un signor album allora? Si, per certi versi rischia di essere un masterpiece, per altri mi viene da dire che l'album è ancora fortemente ancorato a vecchi stilemi di un death metal di cui si potrebbe anche fare a meno. Perchè dico questo? Semplicemente perchè quando i nostri si adoperano nel classico sporco lavoro death old school, finiscono nel calderone del già sentito. Questo capita con "Black Sheep... Be Yourself", una song che ha il suo primo sussulto solo sul finire del brano. E allora l'invito è cercare di essere un po' più fuori dagli schemi anche in quei frangenti più classiconi, altrimenti la possibilità di non farsi notare si acuisce ulteriormente. Il disco è comunque una prova di tutto rispetto che evidenzia luci ed ombre di una band che potrebbe dare molto di più. Vi segnalerei un paio di pezzi ancora che mi hanno entusiasmato più di altri: in assoluto "Transmigration of Souls" che, nonostante la sua natura strumentale, suona come un mix esplosivamente melodico tra i Death e i Cynic. E ancora, vi citerei i giochi di chitarra di "Defeat or Victory" in un contesto comunque deflagrante e la più sperimentale "As Cells of the Universe" per l'utilizzo di vocals meno convenzionali su un tappeto ritmico fortemente influenzato dalla scuola di Chuck Schuldiner. Ben fatto, ottima la prova dei singoli (basso in testa) ma ora mi aspetto il definitivo salto di qualità. (Francesco Scarci)

venerdì 13 marzo 2020

The Roozalepres - S/t

#PER CHI AMA: Punk Rock
Dalla Toscana con furore mi verrebbe da dire, dopo aver ascoltato queste 12 fottute tracce dei The Roozalepres. Trentaquattro minuti di suoni punk rock lanciati a tutta forza. Cori accattivanti annessi ad assoli arroganti ("Rough'n'Roll Rooze 'Em All"), merce rara per il genere e non solo. "Come and Go" è una bella cavalcata punk che mi hanno evocato gli esordi dei Rostok Vampires e di quell'indimenticabile, almeno per il sottoscritto, 'Transilvania Disease'. Ancora chitarre velenose, melodie che inducono ad un bell'headbanging che a quest'età rischia ormai di procurarmi qualche problemino alla cervicale. Ma sapete che penso, me ne fotto e mi lascio trascinare dal sound di questo quartetto che, pur non inventando nulla di nuovo, assembla in quest'album omonimo un mare di influenze che smuovono anche sua maestà Glenn Danzig ai tempi dei Misfits, coniugando quindi dark, punk e rock'n roll, senza dimenticarsi qualche scorribanda in territori hardcore. Inutile stare qui a fare il classico track by track ed elencarvi peculiarità, pregi e difetti di ogni song, molto meglio lanciarsi allora in pogo sfrenato creato dal combo italico e cercare di dimenticare per una mezz'ora abbondante quel frastuono che ci circonda. Il punk rock dei The Roozalepres (ecco sul moniker avrei di che ridire) è sicuramente molto più rumoroso e divertente. Difficile identificare una song piuttosto di un'altra ma dovendo esprimere la mia opinione, devo dire di preferire la band su ritmiche più tirate come "Frankenstein Heart" o "Riding Cosmos", dove i nostri trasmettono grande energia, piuttosto che pezzi più mid-tempo come possono essere "Black Magic Killer" o "Mean Mean World", una song quest'ultima più Ramones oriented. Alla fine, mi sento di consigliare la fatica di quest'oggi a tutti gli amanti di questo genere di sonorità, poco impegnate e scavezzacollo. (Francesco Scarci)

(Go Down Records - 2020)
Voto: 69

https://www.latest.facebook.com/roozalepres

Borgne - Y

#PER CHI AMA: Black Sperimentale, Aborym, Dodheimsgard
Impugnate la vostra matitina e prendete nota di questo disco perchè già oggi si candida ad essere una delle migliori release in ambito estremo di questo tribolato 2020. Gli svizzeri Borgne sono tornati con un lavoro spaventoso per intensità e qualità esecutiva. 'Y' è il loro nono album, e devo ammettere di non aver particolarmente amato i precedenti otto, un disco che propone uno sconfortante concentrato di black metal sporcato da contaminazioni industrial e visioni post apocalittiche (che in questo periodo ci stanno davvero alla grande). Sette le tracce a disposizione dei nostri per 65 minuti di musica malefica che sembra essere uscita direttamente dalle porte dell'Inferno, carica di odio ma anche di una massiccia dose di melodia. Il cd, in splendido formato digipack, si apre con le tonanti melodie di "As Far as My Eyes Can See", un pezzo che irrompe nel mio lettore con la medesima deflagrante violenza che aveva avuto "Disgust and Rage (Sic Transit Gloria Mundi)" pezzo apripista di 'Generator' degli Aborym. Ecco gli Aborym di quell'album potrebbero essere un bel punto di contatto per la nuova release del duo di Losanna. Tuttavia mi verrebbe da pensare anche ai Dodheimsgard e al loro black avanguardistico industriale per descrivere quello che i Borgne sono oggi. Come detto, non sono mai stato un fan della band elvetica, tuttavia mi ritrovo ad infiammarmi ed entusiasmarmi per un disco mastodontico. Ascoltatevi il ritmo incalzante di "Je Deviens Mon Propre Abysse", quasi una traccia dance all'inizio (e anche alla fine) che muta in una violenta melodia che governa un pezzo cosi incredibilmente ricco di pathos e ottime orchestrazioni. Ancora ammiccamenti di matrice industrial-cibernetica per la lunga e sorprendente "A Hypnotizing, Perpetual Movement That Buries Me In Silence", sorprendente per un finale che sembra chiamare in causa addirittura i Depeche Mode (soprattutto a livello vocale). Con "Derrière Les Yeux De La Création" i Borgne sembrano spostarsi invece in territori dark folk, complice quella chitarra acustica in apertura dal sapore cosi bucolico, seguita poi da un'atmosfera quanto mai glaciale e funesta che rende l'aria pesante da respirare anche quando i nostri cercano con spaventose accelerazioni, di mutare quel mood catastrofico che la song si porta dietro, figlia di giorni di sconforto e terrore. Si cambia ancora questa volta con la follia sintetico cerebrale di "Qui Serais-Je Si Je Ne Le Tentais Pas?" e la sua colata di melodie informi che si muovono tra sonorità a rallentatore e altre elettroniche, prima di immergerci nell'ambient malato di "Paraclesium", una pausa di nove minuti in attesa del gran finale affidato a "A Voice In The Land Of Stars". L'ultima song infatti include ben oltre 17 minuti di musica in cui converge tutto quanto creato sin qui dal duo formato da Bornyhake e Lady Kaos: l'inizio è lento ma poi la velocità e l'umore nero della band elvetica, hanno il sopravvento creando un wall of sound orrorifico, complici peraltro le splendide keys gestite dalla bravissima Lady Kaos. Alla fine devo ammettere che 'Y' è un signor album, moderno, sofisticato, alquanto originale a cui sarebbe il caso di dare una grossissima chance. (Francesco Scarci)

(LADLO Prod - 2020)
Voto: 83

https://ladlo.bandcamp.com/album/y

Sertraline - These Mills are Oceans

#PER CHI AMA: Blackgaze, Agalloch
Sertraline atto terzo, quanti gli EP (solo in digitale ahimè) fatti uscire negli ultimi tre anni dalla band di Buffalo, che prende il nome del generico dell'antidepressivo Zoloft. Ora avrei un desiderio, ossia che l'etichetta canadese Hypnotic Dirge Records che supporta la band, mettesse tutti e tre gli EP su supporto fisico, grazie. Ma veniamo a 'These Mills are Oceans', lo splendido lavoro di oggi. Tre pezzi per venti minuti di musica che combinano post metal, post black atmosferico e depressive con grande maestria ed efficacia per un risultato che ho trovato semplicemente intenso ed emotivamente destabilizzante. Perchè queste mie parole? Ascoltate la malinconicissima "Eyes as Tableau", un pezzo che viaggia su una ritmica post metal che vive di qualche sporadica accelerazione black, ma soprattutto di melodie struggenti su cui poggia il cantato in screaming del frontman Tom Muehlbauer. La seconda "Their Cities" potrebbe essere un mix tra Agalloch, Shining e Cult of Luna, il tutto ovviamente suonato in tremolo picking con una portanza emotiva davvero da applausi, tra rallentamenti in acustico e malefiche sfuriate post black, con la melodia sempre collocata in primo piano. A chiudere il dischetto ecco "Prague": lunga intro ambient con tanto di voci malvagie in sottofondo che cedono il passo ad un estatico intermezzo acustico e clean vocals per passare poi ad una tiepida atmosfera blackgaze con le chitarre che ammiccano qui agli *Shels. L'intensità va salendo e il riffing riprende quota acuendo la propria cattiveria a pari passo con lo screaming arcigno del vocalist, per un risultato finale veramente notevole. A parte desiderare i tre EP in cd, gradirei ora anche uno sforzo da parte della band, ossia un full length. Grazie mille per prendere in considerazione i miei desideri. (Francesco Scarci)

Omeyocan - S/t

#PER CHI AMA: Black/Doom
Palesemente influenzati dalla civiltà azteca (vedasi la piramide di Teotihuacan in copertina), il duo formato da Popocatépetl e Iztaccíhuatl (nella mitologia azteca, Popocatépetl era un guerriero che amava Iztaccíhuatl ma ora sono in realtà il nome di due delle tre montagne più alte del Messico) ci propongono una singola traccia di ben 17 minuti e 17 secondi (chissà se c'entra qualche riferimento numerologico) dedita ad un black atmosferico. L'epilogo della song omonima è una lunga intro tastieristica, di matrice burzumiana, terminata la quale i nostri affidano alla chitarra la conduzione dei giochi in uno spettrale mid-tempo di melodie malate ed infernali. L'atmosfera solfurea che si respira e propaga nell'aria è a dir poco angosciante, complice una registrazione forse un po' troppo casalinga. I riferimenti agli Omeyocan mi portano dalle parti un black (più che altro per le screaming vocals) doom tormentato e decadente che, soprattutto in questo ultimo riferimento, mi hanno rievocato gli australiani Disembowelment. Per quanto non ci sia granchè di unico e originale in questa lunga traccia, devo ammettere che il risultato finale è davvero affascinante, soprattutto per il lavoro delle keys nel cesellare atmosfere orrorifiche con le chitarre a incanalarsi in questo flusso con un lavoro oscuro ma comunque efficace, soprattutto nei momenti in cui si alternano tra arrembanti cavalcate e un tremolo picking suggestivo. Il finale è poi da brividi, laddove il duo dalle origini sconosciute, prende spunto dall'epicità dei Windir sia a livello chitarristico che vocale con un cantato pulito quasi declamato. Ora mi attendo decisamente qualcosa di più di un singolo da questi musicisti, perchè se il buongiorno si vede dal mattino... (Francesco Scarci)

giovedì 12 marzo 2020

Holy Fawn - The Black Moon

#PER CHI AMA: Shoegaze/Post Rock, Slowdive
Credo che 'The Black Moon' sia uno dei lavori che più ho ascoltato negli ultimi tempi. Nelle ultime settimane, appena tornato a casa e acceso il pc, la prima cosa che facevo era far partire "Candy", la opening track di questo EP degli statunitensi Holy Fawn. D'altro canto, la band di Phoenix mi aveva già sedotto nel 2018 con 'Death Spells', ora questo 3-track mi ha preso ancor di più, rapendomi l'anima con le sue fluttuanti atmosfere shoegaze che instillano un senso di malinconia esagerata, un nodo alla gola quasi straziante, rotto solamente da qualche schitarrata (e urlata) che ci ricorda il retaggio black metal della band dell'Arizona. Poi è solo emotività allo stato puro che ci avvinghia e stordisce in un momento in cui la nostra sensibilità appare ancor più enfatizzata. L'animo fortemente shoegaze (e post rock) della band si riflette nei pesanti riverberi sonori e vocali, con la voce del frontman davvero calda e avvolgente. "Tethered" lascia spazio a suggestioni mentali, al desiderio di scappare da tutto quel caos che ci circonda e magari abbandonarci a scrutare il cielo stellato in una qualche isola sperduta nel bel mezzo del Pacifico. "Blood Pact" è l'ultimo atto dell'EP, una song di sette minuti affidati a sonorità ancora in bilico tra shoegaze e post-rock, questa volta contaminate dal drum-beat e da paesaggi sonori che evocano i maestri Slowdive, in una eterea matrice sonora sorretta dalle splendide vocals del frontman che nel finale si lanciano addirittura in uno screaming che fitta perfettamente con il messaggio musicale lanciato da questi musicisti di talento. Ora attendo solo il nuovo album. (Francesco Scarci)

My Purest Heart For You - Change of Heart

#PER CHI AMA: Post Black, Deafheaven
Ispirati all'anime giapponese 'Neon Genesis Evangelion: The End of Evangelion', i My Purest Heart for You sono l'ormai più non comune one-man band americana, come ce ne sono tante altre. Capitanata da tal Gwynevere, la band, dopo aver rilasciato tre Lp, di cui l'ultimo nel 2018, torna a farsi risentire con questo EP intitolato 'Change of Heart', in attesa di un nuovo platter da lanciare. L'EP consta di tre tracce che, dall'iniziale title track attraverso la successiva "Heavy Lights", fino alla conclusiva "Mirror Water", vaga per i territori non tanto inesplorati, del post black di scuola Deafheaven(iana). Preparatevi quindi a farvi investire da una matrice sonora corrosiva lanciata a tutta velocità, su cui si piazza la voce molto arcigna del factotum della South Carolina, che si diletta nel regalare anche attimi di quiete in mezzo a quel caos (melodico) generato. Si insomma, avrete intuito che l'attitudine (e forse anche il risultato finale) sono parecchio assimilabili a quelli della band di San Francisco. Fondamentalmente, la cosa non mi dispiace, soprattutto quando i tempi sono più rallentati e in mezzo a quel sound cosi impastato (e talvolta volutamente caotico), affiorano le melodie di cui Gwynevere si fa portavoce. Il problema è semmai che la proposta della band non è troppo originale: il tremolo picking chitarristico è seducente, accattivante, quello che volete, ma è qualcosa di già sentito. Allora forse la band è più efficace nel proporre quel riffing debordante come nella cavalcata conclusiva che ci mostra qualcosina di più interessante e apre a nuovi spiragli di novità nella release di cui auspico una veloce uscita. (Francesco Scarci)

domenica 8 marzo 2020

Nawabs of Destruction - Rising Vengeance

#PER CHI AMA: Prog Death
Mi piaceva l'idea di recensire una band proveniente dal Bangladesh e cosi non ho resistito a prendere in mano l'EP di debutto uscito nel 2019 e a darci un ascolto attento, in attesa che venga rilasciato il prossimo aprile il loro album su lunga distanza. I Nawabs of Destruction arrivano da Dhaka, la capitale del paese e propongono in questo trittico di song, un concentrato di death progressive davvero entusiasmante. Se non avessi letto l'origine della band su Metal Archive, avrei pensato sicuramente alla Scandinavia, non solo per la freschezza a livello di suoni, ma anche per una perizia tecnica da parte del duo asiatico, davvero ineccepibile. E allora, fatevi investire anche voi dai suoni potenti e melodici di questo 'Rising Vengeance' e dalla spettacolare title track che apre le danze in modo coinvolgente tra cambi di tempo, epiche cavalcate e fantastiche melodie, il tutto in un'alternanza vocale assai interessante, tra il classico growl e un cantato tipicamente prog. Come quello che compare all'inizio della più tiepida "Beginning of the End", un mid tempo che non tarderà a crescere di intensità e a tenervi con le orecchie incollate ai funambolici giochi di chitarra del duo bengalese, davvero incazzato sul finire della song. Ultimo pezzo affidato a "In the Verge of Death", tre minuti di death metal grooveggiante bello tirato e con un assolo stile band thrash anni '80. Ora la curiosità per il full length in uscita per la Pathologically Explicit Recordings si fa davvero forte. (Francesco Scarci)

Anizvara - Atman

#PER CHI AMA: Blackgaze Strumentale
Un'altra one-man-band questa volta proveniente dal Cile, con un EP di tre pezzi che non deficitano certo in personalità. Gli Anizvara, stravagante moniker di questa creatura sud americana, propone un 3-track intitolato 'Atman', un dischetto che strizza l'occhiolino allo stesso tempo a blackgaze e post metal e che stuzzica non poco la mia curiosità in vista di una release più ufficiale di questa esclusivamente digitale. Comunque sia, i tre pezzi del lavoro si aprono con le furiose accelerazioni di "Krisis", stemperate dalle melodie malinconiche del mastermind di quest'oggi e da quelle suadenti atmosfere su cui il musicista cileno non lesina affatto. Bello immergersi in siddetti suoni con tanto di tremolo picking sempre in primo piano; vi basti ascoltare "Fire on Your Forehead" per schiarirvi ulteriormente le idee sulle eccelse qualità di questo progetto, cosi come pure con la conclusiva "Unknowable", due esempi di come si possa coniugare alla grandissima sonorità estreme con anche un più sognante post-rock intriso di splendide orchestrazioni e passaggi acustici (onore alla traccia di chiusura). Sin qui tutto benissimo ma, si c'è un ma, altrimenti mi toccherebbe parlare di un gran bel gioiellino. Ovviamente manca l'apporto vocale, per cui auspico già un cambio di rotta a partire dal prossimo album. Sapete quanto mi stia sulle scatole la mancanza di un vocalist che qui avrebbe rappresentato la classica ciliegina sulla torta. E allora, per favore, caro Anizvara, mettiamo un paio di urlacci sulla prossima release e un alto voto sarà qui garantito, promesso. (Francesco Scarci)

Leprous - The Congregation

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Prog Rock, Pain of Salvation
Un esordio incessantemente funk-prog, se esiste o è mai esistito qualcosa che si può chiamare funk-prog, con tanto di vocalismi alla Muse, ma persino più sofferenti, con una punta di un Vince Cavanagh semisbronzo, insomma, ed un ritornello immensamente Pain of Salvation style ("The Price"), programmaticamente destinato a perdurare per l'intera durata del disco, vale a dire oltre settanta fottutissimi minuti ("Red", "Down"), spericolatamente fervido di pindariche divagazioni difficilmente o impossibilmente concettualizzabili ("Third Law", ovvero The Mars Volta vs. Ronnie J. Dio e "Rewind", ovvero System of a Down vs. Freddie Mercury sono soltanto due esempi), eppure sideralmente allineato a quella (recentemente) popolosissima traiettoria kappa-dimensionale che conduce da qui/ora al concetto astratto di non-rock utilizzando propellente prog-metal (Anathema, Major Parkinson, Pain of Salvation, appunto). La maestà vocale e il magnetismo acchiappareggiseni di Tor Oddmund Suhrke sono ormai consolidati ed indubitabili. E secondi soltanto a quelli di Daniel Gildenlöw. (Albertro Calorosi)

(Inside Out Music - 2015)
Voto: 75

https://www.facebook.com/leprousband/

martedì 3 marzo 2020

Global Scum – Odium

#PER CHI AMA: Death/Industrial, Meshuggah, Fear Factory
Dovrei dire che l'album in questione è un vero ossimoro del genere metal, che mette in antitesi strutture ben consolidate di scuola Soulfly/Sepultura con una produzione modernissima e al limite della forma industrial metal. Brani che aggrediscono e opprimono l'ascoltatore con una verve tecnologica vicina al futurista sound dei Meshuggah ed anche se le composizioni sono più dirette e old style (bello il video di "Feader" disponibile sul web), l'effetto claustrofobico non perde nemmeno un briciolo della sua potenza, ipnotica ed ultraterrena. Traccia dopo traccia, con un orecchio ben ancorato alla corrente thrash metal di anni novanta, ci si immerge nella descrizione di un mondo carico di violenza, corruzione e quant'altro la perversione umana sia riuscita fin qui a generare di sinistro (viene citato nel disco anche Josef Fritzl, l'uomo che tenne segregata la figlia in cantina per ben 24 anni!). Il disco è giustamente intitolato 'Odium', e l'artwork di copertina si abbandona ad una grafica senza mezzi termini, completamente circondata da macerie, dove appare in primo piano una figura nascosta in volto da una maschera a gas, imbrattata di sangue sui vestiti, e mettendo bene in luce gli intenti espressivi dell'opera. I brani, rispettando sempre i canoni del genere, sono fantasiosi e mantengono una qualità compositiva ed una produzione assai notevoli, curati a dovere dall'infaticabile Manuel Harlander, "proprietario" del progetto Global Scum. Manuel è infatti potente voce, braccio e mente di questa nuova realtà austriaca, dove si diletta a cantare e a suonare tutti gli strumenti, cercando di portare sempre più in alto questa sua violenta e solitaria one man band. Il disco contiene 13 brani tutti sparati in faccia all'ascoltatore, senza remore, divisi da un breve spartiacque atipico per il genere, nella veste del brano strumentale "Back Beats", che presenta una sezione ritmica vicina alla dance e richiama alla mente gli esperimenti techno metal di Godflesh e Fear Factory. Difficile trovare il brano migliore su di un disco che si lascia ascoltare molto volentieri senza mai abbassare la guardia sotto il profilo della potenza e che contiene un così alto standard tecnico. Un masso sonoro che si esprime al meglio, almeno nel mio modesto giudizio, nel tagliente riff di "Call of Resistance". Quindi agli amanti di thrash e feath, infarciti di ambient futuristico e atmosfere al limite dell'horror, non resta altro che lanciarsi in questo secondo disco dell'artista austriaco, per una nuova, affascinante esperienza sonora. Attenzione, album dall'alto potere esplosivo, maneggiare con cura. (Bob Stoner)

(NRT-Records - 2019)
Voto: 74

http://global-scum.com/

domenica 1 marzo 2020

The Revenge Project - Deceit-Demise

#PER CHI AMA: Death, Vader
Burgas, da non confondere con la città spagnola di Burgos, è un importante centro turistico sulla costa del Mar Nero. La cittadina oltre a vantare un gradevole litorale, rappresenta anche il luogo di origine di questi The Revenge Project, una band in giro dal 2000 votata puramente ad un death metal di vecchia scuola. 'Deceit-Demise' è il quinto album per il quintetto bulgaro in vent'anni di onorata carriera, non proprio dei musicisti prolifici, però una band con un seguito abbastanza nutrito in patria. E allora proviamo a farli uscire dai confini nazionali questi The Revenge Project, raccontandovi del lavoro di quest'oggi che include otto tracce più intro ("Enter Oblivion") che ci prenderanno a calci in culo con la furia del loro death old school che chiama in causa campioni statunitensi del calibro di Malevolent Creation o Monstrosity. Lo si capisce immediatamente con "Unholy Soul", una song robusta che mette in evidenza tutti gli ingredienti del genere, inclusa la classica ritmica devastante, un growling da orco cattivo ed una sezione solistica (assai melodica) da urlo, vero punto forte a favore dell'ensemble bulgaro. Poi quando riparte "The Fine Print", ecco che i nostri ci stritolano con il loro rifferama ultra compatto ed efferato, per una sorta di ritorno alle origini del death made in Florida. Devo ammettere però, che nelle note di questa traccia ho scorto l'influenza di un'altra band, questa volta europea, ma pur sempre devota alla causa americana, i Vader. Quello che ancora una volta mi colpisce e fa rivalutare un lavoro che verosimilmente rischierebbe di rimanere nell'anonimato, è di nuovo il comparto solista con una ricerca melodica di gran gusto. "Confess to Sin Again" è invece un mid-tempo che sembra aver poco di che spartire con quanto ascoltato sino ad ora, almeno nei suoi primi 60 secondi, prima di esplodere in un feroce assalto sonoro che chiama in causa anche il thrash metal dei Sepultura. 'Deceit-Demise' è un disco in effetti un po' troppo derivativo, ma in questo genere che cosa pretendere dopo tutto, visto che ormai anche le grandi band si autoreferenziano  album dopo album? Francamente me ne fotto e mi lascio maciullare le orecchie dal granitico riff della compagine, interrotto qui da una porzione ritmica decisamente più controllata, laddove anche il growling lascia posto a delle pseudo clean vocals. Ma la mattanza non finisce certo qui: "You Have to Know", la più ricercata "Prayers Go Unheard" e via via tutte le altre, proseguono nella loro opera di demolizione muovendosi costantemente a cavallo tra un death tecnico e un più selvaggio thrash metal. Mi verrebbe da dire che la band debba esplorare maggiormente il proprio lato progressivo per potersi affermare anche fuori dal proprio paese e non essere additata come la classica clone band. Diciamo che per ora, i The Revenge Project sono sulla strada giusta per ciò che concerne l'aspetto puramente tecnico e melodico, ora servirebbe lavorare maggiormente sulla ricerca di una personalità ben più caratterizzata a livello ritmico giusto per non scadere nello scomodo clichè del già sentito. (Francesco Scarci)

(Self - 2019)
Voto: 65

Donarhall - Helvegr

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Donarhall è una one-man-band teutonica capitanata da tale Gnav, musicista che abbiamo già avuto modo di conoscere nei Sinister Downfall e che al contempo, porta avanti una nutrita serie di progetti paralleli (Crypt Witch, Death Carrier, Hexengrab, Necrochaos e Nihilisticon, giusto per citarne qualcuno). 'Helvegr' è il quinto album per l'artista originario della Bassa Sassonia, un concentrato di black strumentale assai tirato che si dipana dall'intro d'apertura, "Byrdh", fino alla conclusiva "Liflat", attraverso un percorso interamente affidato alla sola musica, per un esperimento parzialmente riuscito. Detto che non sono un fan delle release prive di un vocalist in ambito post-rock, immaginerete quanto possa esserlo ancor meno in territori prettamente estremi. Tuttavia, il mastermind tedesco prova a giochicchiare con un po' tutti gli strumenti a propria disposizione proprio per supplire all'assenza della voce. Ci riesce, con tutti i limiti del caso, sia chiaro. "Vinda" è una violentissima traccia nei cui solchi si ritrovano comunque rallentamenti acustici che fanno da contraltare alle ruvide scorribande in territori post-black. "Hyrr" è la terza song che apre con un'altra parte arpeggiata, accompagnata successivamente da una ritmica mid-tempo che costituirà la matrice della song. Non mancano le melodie affidate al tremolo picking, cosi come una certa ricorrenza nell'utilizzo della chitarra acustica che contribuisce ad acuire quel feeling decisamente malinconico che aleggia in tutto il lavoro. La sensazione è di ascoltare un che di Burzum, il tutto rivisto ovviamente in chiave più moderna, peccato solo che manchi una voce a guaire sulle note roboanti e pesanti di "Heimr" o "Vagr". Stranamente all'inizio di "Sunna" sembra esserci un etereo coro in sottofondo, offuscato successivamente dalla pesantenza del riffing portante, un peccatuccio veniale che mi sarei risparmiato proprio per dare una parvenza di voce alla song. Comunque, il lavoro si lascia piacevolmente ascoltare, pur non facendo gridare al miracolo, muovendosi tra riffoni tirati e altre parti decisamente più atmosferiche che rendono 'Helvegr' un gradevole passatempo di ascolto di musica strumentale. Se solo ci fosse stata una voce però, chissà che voto avrei dato al buon vecchio Gnav... (Francesco Scarci)

(Symbol of Domination Prod. - 2019)
Voto: 68

Officium Triste - The Death of Gaia

FOR FANS OF: Death/Doom, early Paradise Lost
The death-doom scene was rather prolific during the second half of the '90s and it has maintained a healthy level of quality during the first years of the current century. One of the most respected bands, founded in the '90s, is the Dutch project Officium Triste. Prior to the inception of Officium Triste, the original members played in a pure death metal band called Reincremated. However, it didn´t last too much as the project disappeared and the same members founded a new project, which was more influenced by the sound of early Paradise Lost, just to mention an obvious influence of the project, which evolves from standardized death metal to something darker and slower. Even though Officium Triste has had a long career, their discography is not particularly extensive, as the band has released six albums only during almost three decades of their existence. From the first line–up, almost half of the band still continues in the band, which it's a great example of their compromise with this project.

As already mentioned, the band hasn´t been particularly prolific with its releases, especially from the 2000s to onwards. Anyway, the quality has always been present and though the wait is usually long, as it has happened since ‘Mors Viri’, issued in 2013, the release of a new album is always a matter of excitement for the fans. Finally, and after six years of silence, Officium Triste released in 2019 their new opus ‘The Death of Gaia’. The band´s core sound is still present and, fortunately, with a bunch of quite inspired tunes. Officium Triste plays a classic death-doom full of sorrow and mid/slow paced compositions, where the melancholic feeling is present in every note. From the first track, "The End is Nigh", we can feel this sense of misery in every melody. The guitars sound powerful with slow paced riffs, always full of sad melodies, which are a pleasure for my ears. Pim’s vocals sound as strong and dramatic as always and the keyboards are present in many moments, but without being overused. They added an extra point of atmosphere to the compositions, like the fog wraps the mountains in an autumnal day. The pace is, as expected, quite slow but never sounding overwhelmingly monotonous. This is possible thanks to the excellent guitar work and the solid and well composed rhythmic base. Apart from the mentioned guitars and keys, the band tries to enrich its compositions with the use of classic instruments like the cello or violin in the opening track, or in songs like "The Guilt". This one is a marvellous piece of the best and most emotional death-doom you can imagine. Even though the tracks may have a similar structure due to the nature of the genre, each composition has always a distinctive melody, which is reasonably easy to keep in mind. The album maintains a very high level but I personally enjoy its second half with a particular brilliant song, the already mentioned "The Guilt", where the singer Mariska van der Krul shows us her great voice. The following "Just Smoke and Mirrors" and "Like a Flower in the Desert" complete a trilogy of impressive tracks, the true highlight of this excellent album. The first one has an awesome keyboard introduction and some outstanding guitars, making this song a little hypnotic, while the later has a more slightly vivid pace with some vicious riffs and a totally addictive melody.

At the end, Officium Triste is, thankfully, another fine example of how a veteran band can still deliver quality stuff after many years. ‘The Death of Gaia’ could be considered one of their finest releases, clearly indicating how good this work is. No doubts about it, this is a must for every fan of death-doom. (Alain González Artola)