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lunedì 30 settembre 2019

Dream Death - Back from the Dead

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Doom/Speed
Quando ascolto un cd, la prima cosa che sicuramente mi balza all’orecchio è la qualità del suono: una registrazione perfetta e cristallina darà certamente valore alla musica che vado ad ascoltare; di contro, un’incisione pessima non mi dà modo di apprezzare del tutto il prodotto musicale. Questo preambolo, per dirvi che il cd in questione, 'Back from the Dead', degli statunitensi Dream Death (all'epoca dell'uscita sciolti e poi riformatisi nel 2011), è stato probabilmente registrato con un aratro nel retro bottega di uno dei membri della band, quindi lascio a voi immaginare la qualità del suono. L’album in questione è la release ufficiale (ristampata in vinile nel 2012 grazie alla Svart Records) che riunisce i tre demotapes del combo di Pittsburgh, demotapes risalenti alla seconda metà degli anni ’80, la cui qualità scadente dell’audio non agevola di certo il mio ascolto. Siamo ad ogni modo di fronte ad un lavoro che combina elementi metal, doom e speed, a voci hardcore. Sta di fatto che non ho parole per definire questa fatica; non trovo, infatti, il senso della sua pubblicazione, se non altro perché, alcuni membri della band, hanno poi contribuito a formare i più conosciuti Penance. 80 minuti di martirio per le mie orecchie non giustificano l’ascolto, tanto meno l'acquisto di questo prodotto, a meno che non siate fans sfegatati della band sopraccitata o vi interessi conoscere il doom in una delle sue forme primordiali e più brutali. Su una cosa devo però essere sincero: le tracce di quest’album hanno sicuramente influenzato le generazioni a venire, in ambito death e doom metal, e questo lavoro è probabilmente un riconoscimento al ruolo assunto dai Dream Death nell’aver influito al diffondersi del suono del destino. Qualcuno indica addirittura il presente album, quale sorta di collegamento mancante nell’evoluzione del doom, da quello tradizionale dei Black Sabbath e soci al doom/death metal dei giorni nostri. Il lavoro per quanto mi riguarda è scadente, al di là della sua valenza storica. Anacronistico. (Francesco Scarci)

(PsycheDOOMelic Records - 2005)
Voto: 45

https://www.facebook.com/DreamDeathSludge

Winter Solstice - The Fall of Rome

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash, As I Lay Dying
Non ho mai capito la politica della Metal Blade, capace di mettere sotto contratto valide band, ma anche di prendere degli abbagli clamorosi e offrire la possibilità di sfornare album a gruppi mediocri, inflazionando da sempre un mercato musicale sempre più saturo. Polemiche a parte, veniamo ai nostri: i Winter Solstice sono un five piece americano formatosi nel 2000, influenzato da thrash e hardcore che, dopo la solita gavetta, ha dato alle stampe nel 2004 un EP intitolato 'The Pulse is Overrated', prima del gran salto appunto e l’approdo alla Metal Blade con l’uscita di questo 'The Fall of Rome', inteso come una grande metafora storica ad indicare il declino della società, cosi come lo fu per i nostri antenati romani. Potrei iniziare un lungo discorso a riguardo, ma è meglio passare alla musica e qui la nota dolente: l’ostinazione da parte delle case discografiche nello sfruttare un genere che ormai non ha più niente da dire, il death/thrash. Il quintetto americano, infatti, pesca un po’ alla cieca all’interno del calderone death metal mondiale: echi di Meshuggah, Carnal Forge, As I Lay Dying, The Haunted e via dicendo, sono udibili all’interno di questo lavoro. Lavoro che si trascina stancamente per la durata di 40 minuti, attraverso dieci pezzi tutti simili tra loro: le classiche ritmiche serrate, stop’n go, cambi di tempo, voci roche al limite della logorrea, qualche vocals pulita qua e là, insomma troppo poco per giudicare positivamente un prodotto noioso come questo. L’unico sussulto, che mi ha fatto ben sperare, è in occasione della quinta traccia, dove una chitarra acustica introduce le note della title track, ma ahimè si è trattato solamente di un episodio isolato. Special guest Tim Lambesis, vocalist proprio degli As I Lay Dying, che compare nella nona “To the Nines”. Per il resto, ahimè bocciati. (Francesco Scarci)

(Metal Blade Records - 2005)
Voto: 50

https://myspace.com/wintersolstice

sabato 28 settembre 2019

Warmrain - Back Above the Clouds

#PER CHI AMA: Prog Rock, Anathema, Pink Floyd
Non proprio una passeggiata dover affrontare tutto d'un fiato un doppio album di prog rock. Per quanto le atmosfere soffuse e le malinconiche melodie siano gradevoli da ascoltare, 'Back Above the Clouds' è pur sempre uno scoglio di oltre un'ora e mezza di musica che rappresenta il debut album degli inglesi Warmrain. E se penso a Gran Bretagna e a rock progressivo, l'equazione 2+2 mi riporta immediatamente ai precursori del genere, i padri putativi del prog, i Pink Floyd e di riflesso ai figliocci Anathema e Porcupine Tree. Volete una conferma? È presto data dall'opener "Fading Star" che in oltre otto minuti, ci fa saggiare immediatamente le notevoli qualità del quartetto originario dell'Hampshire/Oxfordshire nell'affrontare la loro personale (ma non troppo) visione del genere. Melodie toccanti, ottime vocals e momenti eterei che si ritroveranno un po' ovunque lungo il doppio cd (penso all'arpeggiato della seconda "Absent Friends" o a "I Should be Seeing Stars by Now" e "Live the Dream" nel disco due). E cosi 'Back Above the Clouds' si rivela un delicato flusso emotivo in cui immergersi e lasciarsi avvolgere dal calore delle chitarre, dalla cremosità della voce di Leon J Russell e dai solismi raffinati di Matt Lerwill, responsabile peraltro anche del sitar, dell'ukulele e del mandolino, che nel corso dell'ascolto faranno capolino. I pezzi sono sicuramente interessanti, anche se devo ammettere che avrei omesso quelli che si perdono un po' troppo su giri di chitarra acustica e voce (ad esempio "Running Out of Time" o la più noiosetta "Metamorphosis"), riducendo per questo la durata del disco ad un tempo più umanamente accettabile. I richiami ai Pink Floyd sono udibili un po' ovunque e per questo, ciò che concerne l'aspetto "originalità" del disco, viene un po' a mancare a causa di soluzioni musicali che rischiano di risuonare come già sentite. Un esempio è dato dalla strumentale "Lone in Silent Harmony" o l'oscuro incipit di "New Dawn", ma troverete anche voi facile riscontrare delle similitudini con i mostri sacri Gilmour & Waters. Poco male, ce ne fossero di artisti di questo calibro, il mondo musicale sarebbe molto migliore di quello che è oggi. E cosi la mia lamentela vuole essere solo uno stimolo in più per i quattro ragazzi albionici di far meglio il prossimo giro, di osare e andar fuori dal seminato, cercando di ricercare una propria personalità e prendere le distanze dai maestri di sempre. A chiudere la recensione vi segnalerei quelli che sono stati i miei pezzi preferiti: oltre alle opener dei due dischi, "Fading Star" e "A Hundred Miles High", citerei anche "Flying Dreams" e l'introspettiva ed molto Anathema-oriented, "Luminous Star (More than a Memory)" o la spettacolare conclusiene affidata ad "Equilibrium", probabilmente la mia song preferita. Alla fine, 'Back Above the Clouds' non è un album che passa certo inosservato, considerata anche la presenza della cover degli Eurythmics "Here Comes the Rain Again". Tuttavia, la raccomandazione per il futuro è di snellire la proposta per evitare di ricadere nel clichè del già sentito lungo il disco. (Francesco Scarci)

(Rain Recordings - 2019)
Voto: 75

https://www.facebook.com/warmrainofficial/

The Project Hate MCMXCIX - Armageddon March Eternal (Symphonies of Slit Wrists)

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Cyber Death, ...And Oceans
I Project Hate MCMXCIX sono un gruppo davvero strano per il sottoscritto: premesso che possiedo tutti i loro lavori, e quello recensito oggi rappresenta il loro quarto cd (se escludiamo il live 'Killing Helsinki'), non ho ancora ben capito se mi piacciano oppure no, mi spiego meglio. Trovo che la band abbia in taluni frangenti idee meravigliose e che riesca anche brillantemente a metterle in atto, in altre parti scadono ahimé, in trame già sentite migliaia di volte rendendoli pertanto del tutto anonimi. Il genere proposto sicuramente non è tra i più semplici da interpretare, perchè capace di spaziare da un death feroce a momenti di insospettata atmosfera, con la voce dell’angelica Jo Enckell a rendere il tutto più soave e indecifrabile. La band per chi non lo sapesse, abbraccia tra le sue fila, Jörgen Sandström, già conosciuto per le mortifere vocals sui primi tre album dei Grave e poi bassista di Entombed e anche membro dei Vicious Art; vi è poi il polistrumentista Lord K. Philipson e Petter S. Freed alla seconda chitarra, oltre alla già citata Jo alla voce femminile. Come già accaduto in passato, accanto al crudo cover-artwork o a titoli non proprio ortodossi (quasi da brutal-gore band), si celano invece gradite sorprese nei solchi partoriti da questo stralunato gruppo. Cercherò di chiarire meglio che razza di sound ci propongono i Project Hate: fondamentalmente su riffs e basi tipicamente death metal, si gioca il duello tra la voce eterea di Jo e i latrati di Jörgen, su cui si vanno poi ad inserire una serie di influenze provenienti da un po’ tutti gli ambiti metal. Suoni spaziali cibernetici, sulla scia dei Fear Factory, e breaks elettronici che si amalgamano alla perfezione con atmosfere doom disarmonico/avantguardistiche (simili ai The Provenance), ma non è tutto, in quanto frammenti di black sinfonico alla Dimmu Borgir o echi alla Arcturus, sono captabili in questo eterogeneo e originale lavoro, un vero caleidoscopio di forme, suoni e colori. Vi aggiungo un’altra cosa: la produzione, pulita e potente, è ad opera di Dan Swano nei suoi Square One Studios; il che garantisce una eccezionale resa sonora per i 65 minuti di suoni avvolgenti e bizzarri, la perfetta colonna sonora dell’Armageddon. Ora tutto mi è più chiaro: i The Project Hate MCMXCIX mi piacciono, eccome... (Francesco Scarci)

(Threeman Recordings - 2006)
Voto: 84

https://www.facebook.com/theprojecthate/

The Arcane Order - The Machinery of Oblivion

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Melo Death, Raunchy, In Flames
I The Arcane Order nacquero nel 2005 come valvola di sfogo del chitarrista Flemming C. Lund degli Invocator, qui coadiuvato da Kasper Thomsen (voce dei Raunchy), Boris Tandrup (bassista dei Submission e degli Slugs) e da Morten Løwe Sørensen (batterista dei già citati Submission, Slugs e degli Strangler). La band danese rilascia un anno dopo questo piacevole debutto, 'The Machinery of Oblivion', punto d’incontro tra il metal passato e futuro di quei tempi. Il quartetto scandinavo è bravo infatti nel miscelare sonorità tipicamente death (le ritmiche sono belle toste e incazzate) con le influenze alternative di cui risentiva in quel periodo, complici le derive degli In Flames, lo swedish death (un certo groove di fondo sembra infatti ammorbidire un lavoro che altrimenti risulterebbe troppo monolitico). La Metal Blade ci vede lontano e confeziona un buon cd, da ascoltare tutto d’un fiato, e scatenarsi in mosh frenetici, pogare come assatanati e sbattere come invasati contro le pareti. Se avete amato le uscite di Soilwork, In Flames e Darkane, dovete assolutamente dare un ascolto anche a questo interessante disco. Badate bene, gli ingredienti del cd sono sempre i soliti del genere, però qui ben amalgamati tra loro: chitarre belle potenti disegnano gradevoli linee melodiche, che si inseguono lungo le dieci tracce; la voce di Kasper (già ottimo nei Rauncy) è sinonimo di qualità e anche qui sfoga tutta la sua rabbia repressa; fantastica poi la componente solistica. Comunque sia, il livello tecnico-qualitativo della band è assai elevato; il rischio semmai, in dischi come questi, è che alla fine sia la noia a prevalere per una certa somiglianza di fondo tra i vari brani. A me gli Arcane Order non dispiacciono affatto e ancora oggi a distanza di anni, mi piace potergli dare un ascolto. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2006)
Voto: 70

https://www.facebook.com/thearcaneorder

venerdì 27 settembre 2019

Rotting Christ/Varathron - Duality of the Unholy Existence

#PER CHI AMA: Hellenic Black Metal
Per tutti i nostalgici del black ellenico e dei vecchi split anni '90, cosa di meglio se non gustarsi un 7", che mette insieme per la prima volta Rotting Christ e Varathron, due delle realtà black metal più rilevanti nate in Grecia? Ci ha pensato la Hells Headbangers Records, label americana che ha confezionato ben 999 copie in vinile (di cui 222 in vinile dorato) di questo 'Duality of the Unholy Existence'. Dieci minuti che faranno sicuramente la gioia dei fan (incluso il sottoscritto), non tanto per saggiare lo stato di forma delle due compagini (quello lo conosciamo già viste le ultime brillanti release per entrambe le band), piuttosto per avere in mano un lavoro che presto diverrà vero oggetto di culto. Le band dicevo, le conosciamo bene: i Rotting Christ ci offrono “Spiritus Sancti”, una song in classico stile Sakis & Co., con la consueta ritmica martellante, su cui si innesta il distinguibilissimo cantato del suo frontman. "Shaytan" è invece un pezzo più ragionato ed elegante, un black atmosferico dotato di ottime melodie di chitarra, venate del tipico suono mediterraneo, vero trademark della band di Ioannina. Insomma niente di nuovo all'orizzonte, se non la gioia di vedere due mostri sacri per la prima volta insieme. Hail to Hellenic sound. (Francesco Scarci)

Gurd - Bang!

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash Metal, Machine Head
I Gurd sono una band svizzera, la cui fondazione risale addirittura al 1994 e che in questi 25 anni si sono resi promotori dell'uscita di 11 album più altro materiale, tra split, live ed EP. Nati dalle ceneri dei leggendari Poltergeist, il combo ha spostato il tiro da un power thrash a sonorità più moderne ottenendo un discreto successo internazionale. L'ottavo Lp fu questo 'Bang!', 50 minuti di divertente headbanging frenetico dove il chorus della title track ancora mi accompagna mentalmente con il suo “Bang, Bang!” neanche fosse Dalida nel 1967 con la song omonima e ben più famosa almeno nel nostro paese. Allo stesso modo della title track, le altre songs si rivelano piacevoli per le loro linee melodiche e i cori ruffiani così facili da memorizzare. Per il resto, la fatica dei Gurd racchiude un thrash metal che combina pesanti riff alla Pantera con il groove tipico di band quali Prong o Machine Head, senza disdegnare neppure puntatine in territori Fear Factory. Il quartetto svizzero non è certo l’ultimo arrivato e si sente: assai preparati con i loro strumenti, i Gurd mostrano anche delle valide idee (talvolta un po’ troppo scontate o già sentite, vero limite di questo lavoro), con una gran voglia di divertirsi e farci divertire, sfoderando alla fine anche una discreta prova. Il sound è potente ed efficace sebbene in certi frangenti si sfiori l’asfissia ritmica, come accade in “Black Money”, in cui l’incedere è ipnotico e pachidermico. Ottima le prova dei tre vocalist, bravi ad alternare voci pulite con altre altrettanto sporche od effettate. L’ascolto alla fine è consigliato, per lo meno per sentire la cover dei Black Sabbath ”Children of the Grave”. Bang! You’re dead! (Francesco Scarci)

(Dockyard 1 Records - 2006)
Voto: 66

https://www.facebook.com/gurdmusic

Damnation Army - Tyrant

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Black, primi Katatonia, Dissection
In attesa di ascoltare il nuovo (e a quanto dicono positivo) album della one-man band svedese dei Damnation Army, andiamo a ripescare il terzo album del buon Thomas Nyholm, intitolato 'Tyrant'. Il sound che esce dai solchi del cd è un black/death giocato su mid-tempo assolutamente non esaltanti. Non ho idea di cosa volesse ottenere il buon Thomas, però ho come la sensazione che l’esito finale volesse assomigliare ad un improbabile mix tra i Katatonia di 'Brave Murder Day' e i Dissection dei tempi migliori, con un tocco progressivo degli Opeth (quelli più primordiali però). Se così fosse, il risultato che ne verrebbe fuori avrebbe dello straordinario, in realtà 'Tyrant' comprende sette tracce anonime, noiose, senza alcun guizzo interessante. 40 minuti di giri di chitarra senza infamia e senza lode, poche (quasi nulle) le intuizioni positive di Thomas, scarse le emozioni trasmesse in quanto quello che manca a 'Tyrant' è la verve: mancano le linee di chitarra melodiche, quelle che ci sono non sono neppure toste ed incazzate, bensì sono piatte e ciò penalizza enormemente un disco in cui, con un pizzico di sudore in più versato, si sarebbe potuto anche salvare. Invece da non scartare qui c’è ben poco, se non la discreta voce di Thomas, troppo poco per consigliarne l’acquisto. Rimandati al nuovo a quanto pare guizzante album. (Francesco Scarci)

(Mascot Records - 2006)
Voto: 52

https://www.facebook.com/damnationarmyofficial/

Merrimack - ...Of Entropy and Life Denial

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black, Marduk, Satyricon
Il 06.06.06 si levò dagli inferi un’aria pestilenziale grazie ai leggendari Merrimack, combo francese che pensò bene di far uscire in quella data l'infernale '...Of Entropy and Life Denial', blasfemo disco di un rozzo e ferale black metal. La band transalpina non si preoccupa di inventare nulla di nuovo, ma solo di reinterpretare gli insegnamenti del passato di band storiche quali Satyricon e Marduk. Qui c’è solo black metal incontaminato al 100%: undici songs contraddistinte da chitarre tirate, da un'insolita buona produzione per il genere proposto, alcuni breaks che ci consentono di tirare il fiato tra una sfuriata e l’altra, voci demoniache (vero punto di forza di questo lavoro) e null’altro, tutti elementi che sicuramente faranno la gioia di chi ama questo tipo di musica. Glaciali riff di chitarra disegnano la struttura portante di questo lavoro dell'act francese, accompagnati da tracce di elementi doom e altre visioni apocalittiche. Le voci spaziano da momenti growl ad altri frangenti più caustici ed altri (rari) più puliti. Questo capitolo dei Merrimack è strano, in esso vi si respira un’aria torbida, satura di polveri di zolfo che potrà piacere anche ai più reietti al genere. A me non dispiace affatto, provate a dargli pure un ascolto, magari potrà colpirvi per quell'insano feeling malvagio trasmesso. (Francesco Scarci)

(Moribound Records - 2006)
Voto: 64

https://www.facebook.com/merrimackofficial

Huszar - Providencia (remaster)

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
Huszar is a one-man band created in Argentina in 2015 by Marcos Agüero, who has been pretty active in the scene since that year. In fact, he has created another three projects, which are related to the atmospheric black metal genre with the exception of Desprecio. Going gack to Huszar, we can say that this has been the most active project, as it has already released tree albums, alongside with some singles and splits. The album I am reviewing today is its last offering but not strictly a new one. The original recording was released two years ago and now it has been remastered and re-released by Morrowless Music, a new label founded by the well-known leader of the Swedish atmospheric black metal project Lustre, Nachtzeit. Thanks to this, Huszar’s 'Providencia' has a renewed production and a truly beautiful new artwork, which surely will catch the attention of more fans, especially those in the European scene, as this release was originally more restricted to the South American scene only.

This remastered version of 'Providencia' is a quite fine example of what Huszar does. The project is a quite interesting mixture of atmospheric black metal, some progressive influences and a good dose of post-metal. This means that the album´s tracks flow in a very natural way from the quite straightforward aggression, heir from its black metal influences, to a more quiet and instrumental esque sections, which are strongly influenced by post black and blackgaze. The instrumental post metal influenced sections cannot only be found as a part of the sung tracks, but also as full instrumental compositions, like for example the third track "Providencia III: La Flora que Crece Alrededor de Nuestras Catedrales". The most aggressive and blackish song like "Providencia IV - De los Cometas en Llamas Hicimos Vuestro Culto" balances the album with a welcoming forthright strength. Marcos delivers a quite competent vocal performance, with the expected shrieks which sound powerful, alongside with a quite well composed guitars with a unmistakable black metal style. Drums sound well executed, with a healthy combination of blast-beats and a more diverse patterns. The most pure mixture between the already mentioned influences have a greater room in the second and fifth songs, thanks to their generous length, clocking both over 15 minutes of time. Though the post, progressive and ambient influx can be found in almost every track, these longer compositions make possible to mix sections of every style in a quite natural way, flowing the track between seas of calm and moments of stormy fury. Those tracks are very tastefully composed and one of the best aspects is that you can´t complain about their length, which is always a good aspect. The remastered production makes the album sound more clear and balanced, especially on the guitars, which help the compositions to shine as a more solid set. 
 
'Providencia' is definitively a very good piece of atmospheric black metal, enriched with interesting and varied influences, where the compositions have been matured to sound elaborated yet reasonable easy to listen. An album which lasts more than one hour can always be a demanding listen, but Huszar makes possible to enjoy it without complaining too much about its length. I recommend keeping an eye on this project on its future releases. (Alain González Artola)

(Self/Morrowless Music - 2017/2019)
Score: 82

https://huszarblvck.bandcamp.com/album/providencia-remaster

Ancient Moon - Beneditus Diabolica, Gloria Patri


#FOR FANS OF: Esoteric Black Metal
Ancient Moon is one of those projects which like to hide under a veil of mystery, presumably to create an aura of obscurity, which always help to reinforce its musical proposal. In fact, I don’t know a lot about this international project composed by three musicians whose names remain unknown to the general public. Ancient Moon was created in an unknown place and date, and the first thing we know is that they released a quite competent debut entitled 'Vvltvure', back in 2015 with the Russian underground label Satanath Records. That debut showed the love of the band for long songs as this debut was composed by a single mammoth song which almost lasted 30 minutes. Now, four years later and after a split album released in 2018, Ancient Moon returns with its sophomore work entitled 'Beneditus Diabolica, Gloria Patri'.

'Beneditus Diabolica, Gloria Patri' is another dark ritual consisting of two long tracks, clocking each one, around 17 and 20 minutes, respectively. Ancient Moon plays a very dark form of atmospheric black metal with adistinctive murky and obscure production, which fits perfectly well what this dark incantation wants to be. The album needs to be listened in its entirety as the band creates long pieces as a part of a unique tenebrous ritual, where each instrument and arrangements has a sole purpose, to build a dense atmosphere which wants to captivate the listener in an immersive music experience. The aura of mystery evolves both compositions which have long atmospheric sections created with keys, organs and other instruments, showing the skills of this musicians when they have to compose music with a strong sense of atmosphere. Pace wise both tracks have a general mid-tempo style, though thankfully the pace is not monotonous through the whole compositions, as both songs contain some faster sections adequately mixed the aforementioned ambient sections, slower and the most common mid tempo sections. The guitars have a murky tone, though the production can be considered good and well balanced, they even have a certain dissonant tone which fits the ritualistic chaos of these compositions. Their role in this album is quite relevant and they are certainly a strong point, as they sound well composed and with distinguishable melodies and a welcoming variety. This notorious role is shared with the already mentioned keys, which have a sole leadership in certain moments, as in others they are the perfect companion of the guitars. Sometimes, they appear in the front, like in the ambient sections or when the organs appear like for example in "Benedictus Diabolica, Gloria Patri Pt 1" and in other sections you can find them more in the background. Anyway, they are never overrepresented as they appear in an adequate quantity. Alongside the guitars and the keys, the vocals have also a strong performance, and as it happened with the instruments they adequate their tone and style to the different sections achieving an excellent result. The vocals can sound at times with a clear black metal style with those shrieks, while they can also have a death metal touch as they adequate their style to a lower and cavernous tone. In certain moments they also remind me Attila Csihar’s very personal and unique vocals. One of the best moments is when they introduce choir esque vocals, which fit perfectly well this kind of ritualistic black metal and are, in my opinion, one of the best moments of this album.

In conclusion, 'Benedictus Diabolica, Gloria Patri' is undoubtedly a quite strong second album and the best compliment I can say about it is that it achieves to create the ceremonious, murky and perturbing atmosphere that the band wanted to beget. (Alain González Artola)


The Pit Tips

Francesco Scarci

Advent Sorrow - Kali Yuga Crown
Chrome Waves - A Grief Observed
White Ward - Love Exchange Failure
 

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Shadowsofthesun

Tool: Fear Inoculum
Cult Of Luna: A Dawn To Fear
Blut Aus Nord: Hallucinogen
 

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Alain González Artola

Ramihrdus - Scars of a Stagnant Breeze
Grima - Will of the Primordial
Diplodocus - Slow and Heavy
 

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Five_Nails

Feradur - Legion
Laniakea - At the Heart of the Tree
Super Massive Black Holes - Calculations of the Ancients
 

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Matteo Baldi

Cult of Luna - A Dawn to Fear
Fagelle - Helvetesdgar
Sneers - Heaven Will Rescue Us, We're The Scum, We're In The Sun

martedì 24 settembre 2019

Stargazer - The Scream that Tore the Sky

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death Progressive, Atheist
“Chi va piano va sano e lontano” citava un famoso detto popolare. È proprio il caso degli australiani Stargazer che, solo dopo 10 anni di gavetta, raggiunsero finalmente il tanto sospirato album di debutto. Era il 2005. L’intro “...Of the Sun” prometteva sicuramente qualcosa di interessante. Il genere musicale proposto dal duo proveniente dal continente oceanico è di difficile catalogazione, per la sua natura abbastanza eterogenea, e anche a causa del periodo in cui è stata composta (dal 1994 al 2000). Il sound proposto dai nostri è sicuramente estremo, ma lontano dai clichè del death e del black metal: cerca di raccogliere influenze derivanti da un po’ tutti i generi per poi coniugarle in un lavoro caleidoscopico di tangibile follia. Lo si deduce anche dalla copertina, un dipinto appartenente alla cultura tibetana del XIX secolo, cosi come pure le altre immagini all’interno del booklet, sono di derivazione Mongolo-Cinese. Questi due australiani, un po’ come tutti quelli provenienti dalla terra dei canguri, sono dei pazzi: su una base ritmica estrema, lontana da ben definite influenze, danno sfogo alla loro concezione di musica estrema. Una sorta di “free extreme metal”, dove l’improvvisazione rappresenta l’arma vincente della band: chitarre caustiche accompagnate da un fantastico basso che ricama pezzi da brividi, urla lancinanti e grugniti profondi, break acustici, cambi di tempo, momenti di claustrofobico funeral doom, altri di rock e schegge death-grind delineano più o meno questo 'The Scream that Tore the Sky'. Se posso aiutarvi ulteriormente nella definizione di un così difficile disco, avete presente un ibrido tra Atheist, Cynic e Death? Beh, la classe non sarà la stessa, però la proposta potrebbe essere facilmente accostabile ai maestri di sempre. Ora dovete solo aprire le vostre menti e dare un ascolto agli Stargazer. (Francesco Scarci)

Relinquished - Addictivities (Pt. 1)

#PER CHI AMA: Death/Black/Doom Progressive, Daylight Dies
Come un ecoscandaglio, prosegue l'opera di perlustrazione del sottosuolo da parte del Pozzo dei Dannati. Quest'oggi facciamo tappa in Austria, per conoscere i Relinquished, un quintetto formatosi nel 2004, ma al sottoscritto rimasti totalmente sconosciuti per tre lustri, un peccato. La proposta dei cinque tirolesi di Ebbs tocca un po' tutti gli ambiti del metal estremo, ammorbiditi però da una spiccata vena dark progressive. 'Addictivities (Pt. 1)' è il terzo album per la band uscito in digitale nel 2018 (ed in formato fisico solo quest'anno) a seguito di una lunga pausa presa dopo il rilascio delle release datate 2010 e 2012. Il disco si apre con il sussurrato di "Expectations", che mostra la pasta di cui è costituito quest'ensemble. Buona la prova infatti a tutti i livelli, dalla prestazione tecnica, alla capacità di emozionare con delle ottime melodie all'insegna del melo death o ancora di ringhiare grazie alle growling vocals del frontman Sebastian "Vast" Bramböck. Più marziale ed oscura l'intro della seconda "Bundle of Nerves", una song che vede aspre accelerazioni death spezzate da parti decisamente più atmosferiche, in cui il cantante si concede anche a vocalizzi puliti ed in cui gli accostamenti che mi viene da fare in tema di influenze, sono per lo più con Daylight Dies e Opeth. La prova è convincente, anche se ci sono alcune parti di chitarra che suonano, come dire, un po' vecchiotte, old school se vogliamo essere raffinati. Questo è confermato anche dalla terza traccia "Avalanche of Impressions", aperta da un lungo sibilo di chitarra che costituirà l'elemento trainante di un pezzo che guarda al death doom come fonte di ispirazione, in un alternarsi tra ritmiche roboanti e frangenti più calibrati che richiamano la vecchia scuola dark capitanata dai The Fields of the Nephilim, ma che strizza l'occhiolino anche ai Crematory, in un pezzo che sul finire si lancia in accelerazioni assai vicine al black, senza rinunciare a fantastici assoli o partiture eleganti. Forse qui sta il punto di forza della band austriaca, che altrimenti rischierebbe di sprofondare nell'anonimato di un genere che ormai ha già ampiamente dato. I nostri non si danno per vinti, piazzano un intermezzo elettronico, "Pulse", e poi giù di nuovo lungo il dirupo del dark doom melodico con le malinconiche melodie di "Damaged for Good", in un pezzo dal piglio molto classico, che vede in qualche trovata tecnologica, il punto di connessione della band con i giorni nostri. L'inizio di "Syringe" sembra non promettere nulla di buono e il mio intuito non sbaglia, almeno nel suo primo minuto che poi lascia il posto a suoni ancora una volta più compassati, forti peraltro di ariose aperture alla sei corde che concedono un po' di respiro. Questo per dire che l'ascolto di 'Addictivities (Pt. 1)' non è proprio di cosi facile presa, forse anche per delle tematiche alquanto pesanti che narrano la storia di un tossicodipendente lungo gli alti e bassi della propria dipendenza. Nel frattempo "Zero" suona nel mio stereo e capisco immediatamente che è la mia traccia favorita (confermata poi da molteplici ascolti) per quel suo costante ondeggiare tra death, sfuriate black e partiture melodiche che torneranno anche nella seguente "Into the Black", un tuffo nei più oscuri anfratti della mente umana, tra parti dark segnate da un'angosciante linea di basso e chitarra (ottimi peraltro gli assoli), ed un cantato quasi costantemente sussurrato che individuano la traccia come la mia seconda preferita del disco. A chiudere 'Addictivities (Pt. 1)', ecco il doom ipnotico e morboso di "Void of My Ashen Soul", una song interessante e malata (con fortissimi echi a "Time", colonna sonora di 'Inception') che apre a potenziali sviluppi futuri, sperando solo di non dover aspettare più di un lustro prima di sentir ancora parlare dei Relinquished. (Francesco Scarci)

(NRI Records/Soul Food - 2019)
Voto: 74

http://relinquished.at/ 

lunedì 23 settembre 2019

Kora Winter - Bitter

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Math, Between the Buried and Me
Un paio d'anni fa, proprio in questo periodo, mi apprestavo a recensire 'Welk', secondo EP dei berlinesi Kora Winter. La band teutonica torna oggi con un lavoro nuovo di zecca, 'Bitter', il vero debutto su lunga distanza per i nostri cinque musicisti. Forti dell'esperienza maturata in tour con gente del calibro di Rolo Tomassi o The Hirsch Effeckt, la band ci offre otto isterici pezzi che proseguono con la proposta già ascoltata in passato, ossia all'insegna di un imprevedibile math/post-hardcore/screamo. "Stiche II" mette in mostra immediatamente tutto l'armamentario in mano ai nostri, con una dolce melodia su cui s'incagliano i vocalizzi psicotici (in lingua tedesca) del frontman; a dire il vero, il brano sembra più una intro che un pezzo vero e proprio, visto che è con "Deine Freunde (Kommen Alle in Die Hölle)" che emerge più forte la struttura canzone e con essa tutto il delirante approccio post-hardcore nelle partiture più ritmate e melodiche, che fanno da contraltare alla più ruvida e acida componente estrema della band, che sembra coniugare in poche ma efficaci accelerazioni post black, anche metalcore e mathcore, in un impasto sonoro davvero pericoloso quanto furente (ed efficace). I brani si susseguono in un altalenante mix di generi: con "Eifer" si parte in quinta, ma poi un chorus ed una linea di chitarra alquanto dissonante, ci conducono in territori stravaganti, quando, fermi tutti, la proposta dei Kora Winter, si sporca di influenze alternative, con tanto di voci pulite in una sorta di emo un po' ostico da digerire, almeno per il sottoscritto, che da li a pochi secondi, avranno comunque il tempo di abbracciare altri suoni che dire cattivi è dir poco. Ma niente paura, si cambia ancora registro con la spettrale title-track, che al suo interno sfodera sverniciate di violenza estrema, rallentamenti furiosi, aperture al limite dell'avanguardismo e di nuovo montagne di riff e rullanti infuocati, in un'altalena musicale ed emozionale spaventosa (che vede addirittura l'utilizzo di vocals evocative in stile Cradle of Filth). C'è di tutto qui dentro e se non si è abbastanza flessibili di testa, il rischio di switchare al nuovo album dei Tool, potrebbe rivelarsi assai elevato. Ancora suoni stravaganti con l'incipit di "Coriolis", in cui batteria e chitarra (e poi anche voci, in tutte le forme possibili) s'inseguono come in un gioco di guardia e ladri, in oltre otto minuti di frastagliatissime e funamboliche ritmiche che portano i nostri ad ammiccare un po' a destra e un po' a manca, e relegando alla seconda parte del brano, eleganti momenti post metal sulla scia dei connazionali e concittadini The Ocean. Prova convincente non c'è che dire, confermata anche dalla folle proposta di "Wasserbett", un pezzo che col metal, fatta eccezione per le pesanti chitarre, sembra aver poco a che fare. Scendono colate di malinconia, almeno a tratti, per la corrosiva "Das Was Dich Nicht Frisst", tra le song più tecniche dell'album, per questo ancor più complicata e sperimentale, soprattutto nella sua parte vocale. A chiudere quest'intrepida opera prima dei Kora Winter, ecco arrivare "Hagel", un'altra piccola perla che, se non avesse avuto il cantato in tedesco (per me il vero limite della band ad oggi), sarebbe stata ancor più convincente, visti i richiami anche ai Cynic e pure uno spettacolare assolo conclusivo. Per il momento accontentiamoci dell'incredibile portento sonoro offerto dai nostri, in attesa di altri sconvolgimenti futuri. (Francesco Scarci)

(Auf Ewig Winter - 2019)
Voto: 76

https://korawinter.bandcamp.com/album/bitter

Vardan - Serial Demo III

#PER CHI AMA: Black, Burzum
Dall'Italia con furore: è il caso di Vardan, one-man-band catanese autore di oltre 30 lavori (tra full length e split) negli ultimi sette anni, un record, anche se il polistrumentista ci tiene a sottolineare che si tratta di lavori concepiti in tempi diversi. Quest'oggi il mastermind siculo si presenta con una demo di due pezzi, e chissà poi perchè una demo dopo questo mare di release, costituita da un sound che prosegue sulla scia del black depressive desolante espresso nei precedenti lavori, un sound che evoca inequivocabilmente il buon Burzum o gli Xasthur. È palese sin dall'opener "III - 5", dove sul rifferama monolitico di scuola norvegese, poggiano i vagiti del musicista nostrano. La proposta puzza inevitabilmente di già tremendamente sentito, però le melodie di sottofondo sulle quali poggia l'architettura del pezzo, hanno comunque il loro fascino. C'è molto del conte Grishnakh nella musica di Vardan, forse ancor di più nello spettrale black mid-tempo di "III - 6". La cosa che forse potrebbe far storcere il naso ascoltando questo 'Serial Demo III' potrebbe essere una certa ridondanza di fondo nelle linee di chitarra ma fortunatamente il lavoro si ferma dopo soli 14 minuti, il tempo sufficiente per non farci stancare della natura monocorde di questo two-track. (Francesco Scarci)

Wires & Lights - A Chasm Here And Now

#PER CHI AMA: Post-Punk/Darkwave, Joy Division, Bauhaus, The Cure
La teatralità e l’inganno sono strumenti potenti” è una frase ricorrente nella trilogia del Cavaliere Oscuro, con la quale il regista Nolan sottolinea come il nostro Batman, tanto privo di superpoteri quanto ricco di ingegno e furbizia, riesca ad avere la meglio su avversari più forti e numerosi grazie ad astuti trucchi.

In campo musicale non ci sono ovviamente vite innocenti in gioco, tuttavia al giorno d’oggi è in atto una sorta di lotta per la sopravvivenza in scene ormai saturate da mille proposte ed è quindi naturale che molte band scelgono di utilizzare alcuni “trucchi” per emergere, come puntare stilisticamente sull’usato sicuro e ammantarsi di un’estetica ben riconoscibile, in modo da stuzzicare l’attenzione di uno specifico target di pubblico.

Gli Wires & Lights con il loro atteso album 'A Chasm Here And Now' non si stanno certo facendo beffe di noi, anzi: ci troviamo di fronte ad un solidissimo album post-punk pensato e (ben) costruito per soddisfare le preferenze degli amanti di Joy Division, Sisters Of Mercy e The Cure, rimaneggiando i capisaldi del genere attraverso un sound più moderno.

L’intenzione della nuova creatura del cantante-chitarrista Justin Stephens (già noto nell’ambiente grazie al precedente progetto Passion Play) è evidente fin dalla prima traccia “Drive”, un dirompente singolo trascinato dalle dinamiche di batteria e dai giri avvolgenti del basso, dove le atmosfere sognanti della chitarra lasciano spazio ad esplosioni di rumore che si spingono fin quasi allo shoegaze.

Il tema portante di questo disco è per lo più la lotta contro i demoni interiori della depressione, ben rappresentata dalle atmosfere decadenti e tormentate che gli Wires & Lights ricamano attraverso le varie sfumature di post-punk, gothic rock e dark wave. Tuttavia, la band sembra voler descrivere uno scontro in cui il male è infine destinato ad essere sconfitto: ecco perché nello sviluppo di brani come “Swimming” e “Cuts”, traspare sempre una chiara determinazione ad uscire da queste paludi mentali e non mancano raggi di luce pronti a squarciare le ombre.

I dieci pezzi dell’album, quasi tutti della durata compresa tra i quattro e i cinque minuti, si susseguono piacevolmente riuscendo a mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore, tra raffinati richiami al passato e l’inserimento discreto di elementi moderni e più catchy. Menzione speciale per la struggente “Anymore”, l’evocativa ed etera traccia dark-wave “24h” e la seducente “Sleepers”, riuscitissime canzoni che si elevano su un insieme comunque di buonissimo livello.

Cosa manca dunque? Forse un po’ di temerarietà nell’andare oltre confini ben definiti: i nostri amici berlinesi mostrano di essere a proprio agio nell’affrontare i bassifondi del post-punk, sfoderando tutto il campionario di riferimenti e cliché del genere, ma evitando abilmente di apparire troppo stereotipati. Il costume di nuovi alfieri di questa scena pertanto calza a pennello agli Wires & Lights e bisogna ammettere che di 'A Chasm Here And Now' non è difficile innamorarsi, ma va anche detto che potrebbe essere altrettanto facile dimenticarsene. (Shadowsofthesun)

domenica 22 settembre 2019

Bodily Ruin - Malevolent Existence

#PER CHI AMA: Death Old School
Un'altra demo sulle pagine del Pozzo, questa volta ad opera degli americani Bodily Ruin. La band originaria di Los Angeles, ci propina un 3-track di death metal di vecchia scuola, in cui il tempo sembra essersi freezato ormai a 30 anni fa. Capisco la nostalgia per i grandi del passato, ma francamente non se ne può più, bisogna andare avanti, portar fuori il carrozzone da quel pantano in cui è tragicamente finito. Quindi servono idee e non scopiazzamenti ai primi Death come accade in 'Malevolent Existence', perchè poi la mannaia del recensore cattivo si abbatte senza pietà sulla testa della band di turno. Dei tre pezzi, l'unica nota significativa va ad uno stravagante (ma brevissimo) assolo che compare in "World of Nothingness", tutto il resto è francamente noia. (Francesco Scarci)