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mercoledì 21 ottobre 2026

Sacreligious - Brutality Incarnated

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Certi dischi nascono con il solo scopo di riempire le scaffalature dei collezionisti più compulsivi, e 'Brutality Incarnated', debutto sulla lunga distanza dei svedesi Sacreligious, sembra appartenere a pieno titolo a questa categoria. L'album si presenta come il classico minestrone riscaldato di death metal, thrash, black e hardcore, assemblato saccheggiando, senza troppi complimenti, il repertorio di icone come Slayer, Malevolent Creation e Bolt Thrower. La produzione sceglie la via di una patina volutamente sgranata e finto-organica, affogando il suono in distorsioni monolitiche, in cui chitarre sature, un basso profondo e una batteria che si limita a fare il compitino tra blast-beat scolastici e breakdown quadrati, fanno da passerella al solito, stancante growl abrasivo e gutturale. La perizia tecnica dei musicisti non si discute e le esecuzioni sono formalmente impeccabili, ma dietro questo sfoggio di muscoli si nasconde un deserto cosmico di idee. L'ascolto parte con i soliti clichè in "Thy End", traccia che sciorina plettrate veloci e ritmiche serrate viste e riviste un milione di volte, spianando la strada alle cadenze di "Vile", ennesimo polpettone basato su stop-and-go e tensioni dissonanti del tutto prive di mordente. La title track prova a fare la voce grossa flirtando con dinamiche thrash/death pensate a tavolino per scatenare il moshpit, ma il risultato finale ha il sapore di un pilota automatico inserito a inizio sessione. Con "Occasion for War" la band continua a sciorinare la solita minestra di riff marziali e battute serrate, seguita dai 120 secondi di "Hellscape", una scoppiettante ma del tutto irrilevante scarica hardcore/grind che vorrebbe sembrare nevrotica e finisce solo per risultare fine a se stessa. Potrei continuare ma sarebbe una valutazione pesantemente penalizzante per la compagine scandinava. Alla fine ci troviamo di fronte all'ennesimo prodotto da catena di montaggio che si limita a eseguire con precisione chirurgica la lezione dei padri fondatori, un ascolto riservato esclusivamente a chi accontenta la propria sete di metallo con la sola perizia esecutiva, lasciando che l'originalità resti un concetto del tutto sconosciuto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

lunedì 19 ottobre 2026

Les Bâtards Du Roi – Ici Meurt Ma Joie

#PER CHI AMA: Medieval Black
Con il loro nuovo EP intitolato 'Ici Meurt Ma Joie', i transalpini Les Bâtards du Roi affiliano le lame per consegnarci un epico assalto di black metal melodico, venato di oscure suggestioni medievali, che richiamano la solennità tragica di connazionali quali Véhémence o Darkenhöld. La produzione curata da Ben Lesous bilancia, ad arte, la nitidezza moderna con la sporcizia viscerale: la batteria di Daemonicus pesta con blast-beat chirurgici ed echi dinamici, mentre le chitarre tessono intrecci affilati sorretti dal basso pulsante di Barron, bilanciando le urla laceranti di Regicide e il canto pulito solenne di Æni. L'immaginario lirico del disco declina un tragico nichilismo storico e cavalleresco, permeato dal declino e dalla perdita di speranza tipicamente medievale. Il brano d'apertura, nonchè title-track, apre le danze imponendo fin da subito un ritmo serrato guidato da riff affilati come baionette e screaming vocals, capace di evocare visioni di battaglie insanguinate e desolazione senza alcuna via di fuga. Nella successiva "Et la Nuit s'Êternise", il gruppo arricchisce la propria tavolozza sonora grazie alla guest star Agathe "Diffamie" Boulanger (Galibot) al microfono, integrando cosi atmosfere più malinconiche e teatrali che si sposano perfettamente con la struttura mutevole delle chitarre. A chiudere l'EP troviamo poi "Où Pourri la Lumière", un episodio più cupo, in cui la sezione ritmica va accelerando implacabilmente, intrecciando tremolo picking serrati a linee vocali abrasive (ad altre più epiche) che suggellano il completamento della discesa nelle tenebre. L'uscita dimostra una buona maturità compositiva e una precisione esecutiva priva di sbavature, peccato solo una durata esigua che si assesta a poco più di 13 minuti, per un packaging peraltro molto elegante. Un ascolto imprescindibile per chiunque nutra il proprio spirito con le sonorità intransigenti del metal nero francese di stampo epico-medievale. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

domenica 18 ottobre 2026

Gormoth - Leaves and Antlers

#PER CHI AMA: Black/Ambient
Tra le nebbie fin troppo fitte e stantie di una foresta che invece di incantare finisce per sonnecchiare, 'Leaves and Antlers' si rivela l'ennesimo ed estenuante capitolo solitario firmato Gormoth. Dietro il progetto si cela il prolificissimo Adam, polistrumentista magiaro dal catalogo sconfinato ma spesso troppo privo di sfoltimento, che qui tenta di vestire i panni del cantastorie per portarci il suo ambient black metal al limite della contemplazione fiabesca. Guardando con troppa devozione al canovaccio già stritolato da realtà come Lustre, Eldamar e Saor, il disco soffre prima di tutto di una produzione dilettantesca e impastata: chitarre zanzarose annegate in un riverbero quasi fastidioso si fondono con arpeggi banali e tastierine dal sapore casalingo, mentre lo screaming, confinato nei bassifondi del mix, sembra più il lamento sommesso di chi si è smarrito in cantina che un rantolo disperato di reale trasporto emotivo. L'infinito soporifero ha inizio con "Sorrowful Autumn Trees", traccia che vorrebbe evocare la caduta delle foglie ma che si adagia subito su arpeggi telefonati e synth vetrosi che ripetono lo stesso identico ciclo fino allo sfinimento. La successiva "Fallen Leaves Cover the Antlers" prova ad alzare i ritmi, rispolverando un tremolo picking impolverato e una batteria ovattata da una drum machine economica, ma la struttura resta drammaticamente piatta e priva di mordente, rendendo le grida dello screaming solo un sottofondo stancante. L'apice dell'estenuante stasi arriva con "My Miraculous Winter Stag", pezzo che rallenta ulteriormente le battute, affidandosi a tastiere sognanti che vorrebbero dipingere paesaggi glaciali e incantati, ma che finiscono soltanto per restituirci un pezzo privo di qualsiasi mordente. Il supplizio si chiude infine con la lunghissima "October Landscape", ipnotico si fa per dire tramonto sonoro, dove le distorsioni sfumano nel nulla tra campionamenti d'ambiente riciclati e una contemplazione che sa soltanto di pigrizia compositiva. 'Leaves and Antlers' è la classica operina casalinga, che si dimentica un secondo dopo essere arrivati in fondo. Per chi cerca davvero atmosfere fiabesche, avvolgenti e profonde, il consiglio è di virare altrove e lasciare questo disco a prendere polvere nella ridondante discografia del suo creatore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

Namu - Wretched Spawns of Iniquitous Orders

#PER CHI AMA: Progressive Black/Melo Death
Illuminato da una visione cosmica tanto ambiziosa quanto concretamente a fuoco, 'Wretched Spawns of Iniquitous Orders' segna il debutto fulminante di Namu, progetto solista di base a Londra che, fin da subito, chiarisce di non voler fare da semplice spettatore nell'underground estremo. La creatura guidata dal poliedrico Toby Truman si muove in un'orbita affascinante, dove il progressive black s'intreccia al death melodico, il tutto condito da break atmosferici di pura matrice cosmica, richiamando, alla lontana, la maestosità di Enslaved e Borknagar o le allucinazioni spaziali di Mare Cognitum ed Oranssi Pazuzu, senza tuttavia mai scivolare nella sterile riproposizione. A sorreggere il tutto interviene una produzione ampia, nitida e soprattutto tridimensionale, perfetta nell'esaltare l'impatto dei classici blast-beat e dei tremolo picking, tanto quanto la delicatezza degli arpeggi acustici e le pulsioni di synth retro-futuristici che emergono con forza nei passaggi più alienanti. L'assalto parte con la cinematica e feroce "Catharsis in Stasis", una traccia che posiziona immediatamente l'ascoltatore in un vortice mentale di riff spietati, ma comunque melodici e in cui lo screaming del frontman graffia come una tigre in gabbia. Il tutto spiana la strada alla severa "Edict of Absolution" e alle vertigini più progressive di "Ineffable Constructs". Tra i pezzi migliori del lotto brilla "A Fold’s Gather", davvero un buon esempio dove far convivere una ritmica monolitica, momenti acustici e un groove di melo death di grande efficacia, seguita dalle gelide frequenze sintetiche e dagli ispirati strali di chitarra di "The Fibre Prismatic" (il mio pezzo preferito), a cui seguirà la furia sferzante di "Aberration of Light", impreziosita da assoli tecnici di eccellente fattura. La chiusura è affidata a "Triptych", una suite carica di stratificazioni vocali (quella pulita in stile Novembre) e spazi ritmici che per certi versi mi hanno evocato i Tesseract della prima ora, che vanno crescendo in un climax solenne, evocando l'ineluttabilità dell'invasione cosmica con una potenza visiva impressionante. Insomma, per quanto mi riguarda, questo debutto è un'opera che non cerca l'ortodossia ma regala una discesa affascinante e nitida nella paura dell'infinito, lasciando intravedere margini di crescita futuri che potrebbero portare il progetto verso vette ancora più inaccessibili. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

giovedì 8 ottobre 2026

Aborym - Metachaos

#PER CHI AMA: Industrial Black
Ho smesso di ascoltarea gli Aborym nel 2017, quando il firmware guasto di 'Shifting.Negative' e la successiva catena di errori di sistema avevano disattivato per sempre una delle mie unità black-industrial preferite di sempre. Oggi la macchina capitolina, con questo 'Metachaos', esegue un riavvio d'emergenza inatteso e brutale, riconnettendosi direttamente ai suoi circuiti primordiali tra furia marziale, algoritmi spietati in stile Samael e l'infezione sintetica di 'Rebel Extravaganza' dei Satyricon. La calibrazione sonora guidata da Fabban e dai suoi terminali è finalmente di nuovo tagliente, gelida e chirurgicamente spietata: chitarre affilate come bisturi al laser e un basso a frequenze d'urto si fondono con sequenziatori corrosivi, mentre la batteria scarica blast-beat disumani e pulsazioni meccaniche opprimenti, scortate da tastiere industriali e da un voltaggio vocale abrasivo, alienato e mefitico. Il software lirico sviscera scenari distopici, nichilismo digitale e decomposizione psicologica, mappando il processo di disumanizzazione tecnologica con una freddezza cinematografica ed esoterica. L'hardware del disco si attiva con l'infezione ad alto voltaggio di "Red Latex Baphomet", traccia che scarica un vortice di metallo congelato e ritmi implacabili, erigendo un muro di suono cibernetico e disturbante sorretto da tastiere ipnotiche e tremolo picking sintetizzato. La title track pulsa come un motore a combustione chimica con un groove assassino, iniettando frequenze acide e melmose tra le crepe di un rigido telaio di chitarre distorte e ritmiche marziali. Con "Enshrined In Putrefaction", l'architettura black più intransigente collide direttamente con manipolazioni sintetiche malsane, scatenando una sovraccarica di furia primordiale fin dai primi nanosecondi. La successiva "The Afterlife" abassa la frequenza dei clock interni per plasmare un'atmosfera claustrofobica e decadente, dimostrando una maturità esecutiva capace di calibrare perfettamente i vuoti d'aria e le lame di luce al neon. "Creatures of the Night" riprogramma scenari orrorifici e alienanti attraverso una sezione ritmica quadrata e implacabile, mentre la violenza strutturata di "Satiate With My Sperm" alza la tensione al limite del cortocircuito. Il sistema deraglia calcolatamente con le strutture irregolari e i cambi di frequenza di "The Crescendo of Demise" (la mia traccia preferita, forse per un utilizzo vocale tra clean e scream), dove il distorsore incrocia inserti industriali dissonanti prima che "Altar of the Lacerated" porti il parossismo esecutivo, di scuola Morbid Angel, al punto di fusione tra assoli d'acciaio, groove distorti e una chiusura monolitica di rara intensità. L'autodiagnosi si conclude con la rielaborazione cibernetica di "Voci Notturne" di Ugo Laurenti, un tributo che sigilla l'opera come un codice sorgente maledetto. 'Metachaos' è un aggiornamento obbligatorio per chiunque pretenda l'estremo senza filtri biologici: quando la macchina incontra il nichilismo puro, il metallo trasuda sangue sintetico. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 78

martedì 29 settembre 2026

Teratum – Ordnance of Spiritual Warfare

#PER CHI AMA: Black/Thrash
Rinati dalle ceneri degli svedesi Beastiality, i Teratum debuttano sulla breve distanza con 'Ordnance of Spiritual Warfare', mettendo in campo un blackened thrash affilato che guarda in casa dei Nifelheim, Desaster e dei soliti Sodom. La produzione punta tutto su un'impronta sotterranea e analogica con chitarre corrosive, linee di basso solide e una batteria martellante a supporto di un cantato acido e condiviso, mentre i testi scelgono di concentrarsi su temi di guerra spirituale e apocalisse urbana. L'assalto si apre con la velocissima "Dead in the Marshes", mazzata thrashy di matrice teutonica che incrocia l'oscurità del black svedese, per poi passare all'incedere più ritmato e ossessivo di "Leviathan Rise", impreziosita da chitarre acuminate e sinistre. Se con la successiva "Total Void" il quartetto sferra un colpo frontale mescolando cadenze pesanti a ripartenze furiose, la conclusiva "Metropolis of Death" prova ad allargare le strutture intrecciando aperture epiche, linee melodiche ad accelerazioni devastanti. Tirando le somme, la perizia esecutiva c'è e la passione vecchia scuola pure, ma dopo quarant'anni di ascolti estremi quello che mi resta in corpo è soltanto la persistente sensazione di un già sentito senza fine. L'underground li accoglierà anche con entusiasmo per la loro sfacciata autenticità, ma per quanto mi riguarda 'Ordnance of Spiritual Warfare' è un disco che strappa un risicatissimo sei in pagella per rispetto al mestiere, rimanendo un lavoro innocuo e privo di spunti davvero interessanti. (Francesco Scarci)

(Dying Victims Productions - 2026)
Voto: 60

mercoledì 23 settembre 2026

Gast - Förbannelser

#PER CHI AMA: Black/Crust
Dopo oltre un migliaio di ascolti accumulati negli ultimi mesi, tocca ammetterlo con schiettezza:la media del panorama estremo sta scivolando pericolosamente verso una desolante piattezza, una catena di montaggio priva di guizzi in cui purtroppo vanno a schiantarsi anche i svedesi Gast. Uscito per Horror Pain Gore Death Productions, il loro nuovo 'Förbannelser' vorrebbe essere un nero manifesto capace di ibridare il black svedese (con vaghi rimandi a nomi del calibro di Marduk, Grá, Necrophobic e Profanatica) a marcate sfumature crust, anarcho-punk e deathrock, ma si rivela l'ennesimo saggio di maniera in cui la band attinge a piene mani da stilemi stracotti per confezionare un lavoro grezzo ed essenziale, dove chitarre abrasive, batterie ripetitive e uno screaming acido canteranno verosimilmente di nichilismo e misantropia (non ho i testi a disposizione), con il solo problema che sembra di aver già sentito tutto, meglio e altrove. L'assalto si trascina lungo binari decisamente prevedibili fin dall'opener "Köttet", che apre le danze con un riffing ruvido e cadenzato nel tentativo di trascinare l'ascoltatore in un'atmosfera soffocante ma con un tasso di originalità pari a zero, per poi passare alle cadenze di "Hyllning Till Slutet", pezzo che alza leggermente i bpm inserendo stacchi d-beat d'ispirazione punk privi di reali spunti innovativi. Con la successiva "Girighetens Näste" la formazione continua con la medesima tiritera, con derive black'n roll, spianando infine la strada alla conclusiva "Mardrömslik", un episodio che condensa l'essenza dell'opera tra un mid-tempo insulso, un crescendo furioso e una coda strumentale grezza che si dissolve nel vuoto senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. Senza infamia e senza lode, 'Förbannelser' è un album schietto e coerente con la propria nicchia ma tragicamente tutt'altro che memorabile, un ascolto da consigliare con grandissima riserva e zero entusiasmi giusto ai completisti più accaniti del black-crust più intransigente, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente tirare dritto. (Francesco Scarci)

(Horror Pain Gore Death Productions - 2026)
Voto: 55

lunedì 21 settembre 2026

Throneum - Love Is the Law But Death Is the Frame

#PER CHI AMA: Black/Death
I trent'anni di attività non hanno scalfito di un millimetro l'attitudine iconoclasta dei Throneum: con 'Love Is the Law But Death Is the Frame' (in uscita a ottobre via Godz Ov War Productions), lo storico combo di Bytom torna a sputare veleno e caos primordiale. Il trio polacco si conferma un baluardo del black/death più marcio e incontaminato, muovendosi nel solco tracciato da leggende della deviazione sonica come Possession, Sadistik Exekution e Necrovore. Nessuna concessione al moderno o al patinato: la produzione è un bagno di polvere, ruggine e frequenze sature dove chitarre caotiche e un basso sordo scortano una batteria selvaggia, mentre la voce di The Great Exegete si conferma uno screaming acido e sguaiato che declama inni a occultismo, morte e nichilismo senza speranza. L'assalto prende il via con le chitarre velenose e la sezione ritmica martellante di "In the Garden", una mazzata frontale che dichiara guerra aperta a qualsiasi leziosità. La successiva "The True Story" abbassa lievemente i bpm per concentrarsi su un riffing monolitico e opprimente; qui la band piazza la prima vera sorpresa, affiancando al frontman la voce allucinata e alienante dell'ospite Christiane Thomaßen (che tornerà con tutt'altro piglio nell'ultima traccia), capace di stamparsi a fuoco sopra un muro di suono roccioso e dissonante. Se l'incipit di "And Love Is the Law" profuma di Morbid Angel della prima ora, a spiazzare davvero è la sezione centrale, dove il pezzo deraglia in digressioni del tutto estranee al metal, lasciando intravedere l'embrione di un'evoluzione sonora inaspettata. Un'atmosfera spettrale e bizzarra che si ripresenta anche tra le pieghe di "The Fallen Ones", con echi che richiamano persino i nostrani Laetitia in Holocaust, confermando la voglia di spingersi oltre i propri confini storici. Il sigillo finale è affidato agli oltre dieci minuti di "Eve-Salome-Judith-Rehab", suite dalle fascinazioni medio-orientali che certifica questa misteriosa fase di ricerca. 'Love Is the Law But Death Is the Frame' è l'ennesimo capitolo dinamitardo dei Throneum: un disco sporco, viscerale e sfacciato che mantiene intatto il loro spirito intransigente, lasciando però intravedere affascinanti (ma ancora primordiali) crepe nel loro granitico muro di violenza. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 68

lunedì 14 settembre 2026

Dymna Lotva - Vyraj

Ascolta "Dymna Lotva - Vyraj" su Spreaker.
#FOR FANS OF: Black/Doom
The Belarusian band Dymna Lotva was founded in 2015, and since then, they have undergone a very interesting evolution. Their first albums already showed great potential, combining doom, black, and atmospheric sounds in a compelling way. The palette was rich and intriguing, although a doom-infused pace and its elements played a quite prominent role. Beyond these influences, singer Katsiaryna was a fundamental element of Dymna Lotva thanks to her characteristic and powerful screams. This resource, alongside tasteful guitars and atmospheric arrangements, managed to create truly alluring works that captured the attention of a growing fanbase.

With their new opus, titled 'Vyraj', the band takes a major step forward. This new effort sounds more majestic and intense. The palette of influences is even richer, with a stronger black metal presence successfully coexisting with classic doom, Slavic folk touches, and an ethereal atmosphere. The album opener, "Zory", is an inspired and representative example of this more intense, cinematic approach. It begins with a doomier pace before a purely black metal fury erupts. The tempo and intensity increase severely, and Katsiaryna’s vocals sound as brutal as ever. However, this intensity is further enriched by her clean, ceremonial voices that reinforce a ritual essence, alongside simple yet effective keys that heighten the overall hypnotic atmosphere. The following track, "Veha", is another interesting piece. It also combines fast and slow sections within a more atmospheric composition, where the vocals play a captivating role through a variety of styles, ranging from aggressive shrieks to clean singing and whispers. Enigmatic keys and these varied vocals, combined with sombre melodies, create a strongly ritualistic track that perfectly defines the band's distinct approach.

Doom metal influences reign supreme once again in the third track, "The Boat of Despair", with its slower pace. Clean female and male vocals take center stage this time, forging a deeply melancholic and spiritual track that adds great diversity to the album. By this point, it becomes clear that the keyboard work plays an interesting role: it carries an electronic essence that provides a unique contrast, yet fits seamlessly into the compositions and the overall spirit of the record. The shifts in tempo, the tasteful guitar lines, and a well-crafted atmosphere result in a very diverse album where each track possesses its own identity. This variety allows every listener to find their own favorite track, which is always a hallmark of quality. In any case, I would like to highlight another excellent piece, "Usta Za Mianie", where the contrast between atmosphere, clean vocals, and aggressive sections is once again fused with unquestionable taste. The captivating melodies are sure to delight the listener, not to mention the majestic closer, "Return My Coffin Home", which perfectly summarizes all the strong points of 'Vyraj' and leaves a lasting impression.

Dymna Lotva has gained attention due to political reasons, but ‘Vyraj’ serves as a powerful reminder that the band’s talent alone is more than enough reason to give them a listen. This album is a remarkable and successful example of how to fuse different influences into a truly captivating body of work. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 88

sabato 12 settembre 2026

Conduit - The World Turns in Sleep

#PER CHI AMA: Death/Black
Se cercate la classica struttura strofa-ritornello da canticchiare sotto la doccia, girate subito al largo: 'The World Turns in Sleep', EP di debutto del progetto portoghese Conduit, è un buco nero fatto di angosce cosmiche, dissonanze spietate e claustrofobia sonica. Dietro questa macchina da incubo si cela la figura di Nuno Verdades (già negli Ethereal Wound), affiancato alle pelli dal chirurgico Sathrath, per dar vita a un mostro sonoro a due teste che fa incontrare il black più malato con il death abissale, tirando in ballo l'estremismo contorto e distorto dei Portal e degli Altarage, affogato però nelle atmosfere gelide e opprimenti della scena islandese. La differenza la fa poi una produzione che evita il trappolone del muro di rumore inascoltabile, sfoggiando chitarre acide impregnate di un mefitico riverbero, un basso che sposta gli organi interni e una voce che vomita ruggiti cavernosi, declamati mefistofelici e urla da manicomio, per supportare un concept basato sull'alienazione esistenziale e sulle paranoie della mente. L'esperienza parte con i quarantasei disturbanti secondi della title track, un collage di frequenze ed elementi elettronici che funzionano come uno sbalzo termico per impostare subito il livello di tensione, per poi schiantarsi contro "The Old House (Apertures)", un pezzo impregnato di violenza pura dove blast-beat spietati e chitarre acuminate si alternano a rallentamenti improvvisi, catacombali, pensati solo per prolungare l'agonia, con la voce di Nuno a farci da Caronte verso l'inferno. Con "Resonance Mantra" il focus vira verso una trama ritmica, se vogliamo, ancor più contorta, in cui le percussioni s'intrecciano a vibrazioni spaziali ed alienanti, spianando la strada per la mazzata finale affidata a "Conduit to a Threshold". Si tratta di un altro episodio malmostoso, in cui dissonanze death e black di scuola Deathspell Omega, assieme a intriganti derive melodiche, alla fine peseranno come colate di piombo, con lo screaming nefasto della guest S.R. (compagno di Nuno negli Ethereal Wound) ad accompagnare l'ascoltatore dritto sul fondo del precipizio. 'The World Turns in Sleep' è un biglietto da visita spaventoso, maturo, ideale per ricordarci quanto possa essere affascinante e al contempo devastante, guardare dritti dentro l'abisso. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

martedì 8 settembre 2026

Miasmes - Violence, Blasphème et Pourriture

#PER CHI AMA: Black/Crust/Punk
Se speravate che i Miasmes fossero spariti dalla circolazione, ho una brutta notizia per voi: il trio di Vierzon sta per vomitare sul mercato 'Violence, Blasphème et Pourriture', tramite la Les Acteurs de l’Ombre, un secondo album che fa esattamente ciò che promette il titolo, sputando in faccia alla decenza con una scarica di odio, blasfemia e lordura sonica. Il riferimento è la solita scuola marcia d'Oltralpe, un frullato deviato che tiene insieme l'impatto becero di Impaled Nazarene e Darkthrone con la rozzezza stradaiola di Motörhead, Midnight e Toxic Holocaust. Schiacciare play significa farsi investire da una gogna di violenza cieca e gratuita dove non ci sono fronzoli o finezze, ma solo distorsioni arrugginite, un basso che martella ritmiche punk e rock'n'roll da taverna, una batteria che oscilla tra il blast-beat più becero e spietato, e uno screaming saturo di veleno che trasuda disprezzo per il genere umano. La recensione si potrebbe tranquillamente fermare al primo pezzo, perché il disco è una mazzata monotona e monocorde che picchia sempre nello stesso punto. L'opener "Déchéance" dà il via al massacro con un suono sporco e chitarre che tagliano come cocci di bottiglia, mentre la successiva "Écorché" spinge ancora di più sull'acceleratore, fondendo l'ostilità del black metal primordiale con la furia sguaiata del crust punk, senza concedere pause. Con "Nihil" si viaggia sui binari di tributo agli Impaled Nazarene, almeno finché la traccia non rallenta a metà corsa per sprofondare in una palude di riff oscuri, cadenze oppressive e desolazione pura. "Possédé" apre invece con un giro di basso sfrontato per poi trasformarsi in un pezzo ignorante d'ispirazione motörheadiana, sorretto da un groove rock'n'roll sporco e senza freni. Vi citerei ancora la velocissima "Vomi", un vero e proprio attacco all'arma bianca fatto di stacchi feroci, vocals sgozzate e una sezione ritmica devastante che tira dritto come un treno merci. A coronare il tutto arriva in chiusura la cover di "In the Name of Tragedy" dei Motörhead, che rilegge il classico dei maestri inglesi con la solita carica di blasfemia, marce distorsioni e irrispettosa violenza. Roba per tutti? Ma figuriamoci. 'Violence, Blasphème et Pourriture' è un abominio sonoro indigesto per chiunque cerchi melodia, tecnica o un briciolo di varietà: è un disco viscerale, grezzo e deliberatamente sgradevole, destinato esclusivamente a chi si nutre di crust, punk e black 'n' roll da bassifondi, mentre tutti gli altri faranno bene a starne sapientemente alla larga. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs de l'Ombre Productions - 2026)
Voto: 65

venerdì 4 settembre 2026

Lorn - Searing Blood

#FOR FANS OF: Black Metal
When we speak about the most relevant black metal scenes in Europe, I guess many of us will think of the Scandinavian or the Slavic ones, which have given us many great projects. Other highly interesting scenes are sometimes overlooked, such as the Italian one, where you can find excellent projects playing the most diverse types of black metal, from Forgotten Tomb to Graveworm or Aborym, quality and diversity go hand in hand.

This time we focus our attention on a lesser-known project called Lorn. Founded in 1999, the band has suffered some line-up changes, although founding member Radok has been the true creative force during this time. The pace in the release of new albums has not been particularly high, but Lorn has released some enjoyable albums, like the previous one, 'Arrayed Claws'. Black metal is obviously the genre played by Lorn, as this project combines rawness and atmosphere in a very interesting way. The number of members involved has decreased over time, and currently Radok is the only permanent member who has crafted and released the new opus entitled 'Searing Blood'.

The new effort has a slightly raw production, which is particularly noticeable in the raspy tone of the guitars. Lorn wants to sound old-school, as I think Radok considers that this sort of production reflects the genre’s essence more honestly. Another particularity of this album is the contrast in the pace and approach of the songs depending on where they are placed in the album. For example, the album begins with the most aggressive and fast compositions, such as the excellent album opener "Searing Blood". Relentless drums and sharp riffs are combined with the expected raspy screams. These are the most straightforward compositions, even though there is always room for atmosphere, as Lorn includes some background keys in certain parts of the first two songs. On the other hand, the middle section of the album contains the longest tracks, where slow and mid-tempo sections play a much greater role. "Leuchtenburg" is a slow-paced track where ambience is even more present, also including some acoustic guitars that enrich the composition. The pace is increased a bit in the next and second-longest song, entitled ‘Gallows’, where keys and the atmospheric essence in general are absolutely predominant. But it is the album closer, "Threshold’s Tragedy", that merges both sides of this album, achieving the best result in my opinion. I consider this to be the best-crafted track, as it combines speedy sections with mid-tempo and slow ones. Furthermore, the use of the keys here is also excellent in both quality and quantity, creating the most majestic track of this effort.

'Searing Blood' is undoubtedly an enjoyable album. The dense and dark atmosphere captivates the listener, while the diversity in the songs' pace can be interesting too. In any case, it is when both sides of this album’s approach converge, as happens in the final track, that Lorn achieves the best result. Exploring this well-done fusion is something its mastermind should consider for future releases. (Alain González Artola)

(I, Voidhanger Records - 2026)
Score: 76

mercoledì 2 settembre 2026

Serpent Lord - The Once Forgotten Ways of Old

#FOR FANS OF: Pagan Black
For newcomers, Serpent Lord might seem like a new project as the debut album has recently seen the light of day, but this is far from the truth. This musical endeavour was created back in 2003 by the well-known musician Jake Superchi, who has been (and still is) in some relevant and highly interesting bands like Ceremonial Casting and Uada, to mention the most prominent ones. It is quite obvious that his involvement in these and other additional projects made it remarkably difficult to keep Serpent Lord active, and apart from a few minor releases, this project was laid to rest for many years.

Fortunately, Jake has found the time and inspiration for reviving Serpent Lord, not only for a demo or split, but this time for the release of its debut full-length, which is indeed a key moment in every project’s existence. 'The Once Forgotten Ways of Old' confirms the master lines that one could glimpse in the earlier works. Once again, this musician shares his devotion to extreme metal, and more specifically, to black metal with a notorious approach to the pagan black metal niche. This debut album consists of six pieces where aggression and powerful riffs play a major role. This is indeed a riff-oriented project where guitars create a myriad of tasteful riffs with a good degree of variety. In any case, the most inspired moments come when these riffs have a melodic touch that makes them particularly enjoyable. The album opener, "Aries Ram", is a fine example with a good display of excellent riffing and a variable pace where fast, mid, and slow-tempo sections are excellently combined. "The Once Forgotten Ways of Old" shows again that Serpent Lord creates rich pieces where highs and lows in the pace are a very well-used resource. Vocally, it is also one of the most varied tracks, where the listener will find a great combination of aggressive vocals with a sort of chorus of clear voices in the background, which works very well. On the other hand, some of the weirder voices used in the first part of the track are not so satisfying, in my opinion. But you know, I can’t be too harsh when you take risks: sometimes it works, sometimes it doesn’t.

The album doesn’t have a lot of additional arrangements, although some occasional acoustic guitars can be heard here and there. One relevant example is the album closer, "Forever on the Grounds of Battle", which is one of the highlights of this debut effort. It successfully combines some of the most aggressive sections, which contain remarkably fierce riffs and relentless drums, with mid-tempo melodic sections that I particularly enjoy. This composition flows naturally between speedy parts and slow ones, incredibly easily and naturally. The more solemn final part of this composition shows the true potential of this project to create long compositions with an interesting degree of majesty.

'The Once Forgotten Ways of Old' is a very good debut album by Serpent Lord. The riffing and the undeniable talent for creating enjoyable melodies should form the basis to build upon and create more unique pieces. Aggression must not be left behind, but it should be just one element surrounded by more ambitious riffs which could lead to creating truly epic compositions. (Alain González Artola)

(Eisenwald - 2026)
Score: 78

mercoledì 26 agosto 2026

Niveous – Cult of the Void Star

#PER CHI AMA: Black Metal
Prendete il manuale di istruzioni del black metal, spuntate tutte le caselle della lista e avrete 'Cult of the Void Star', il debut su lunga distanza degli statunitensi Niveous, un concentrato di black metal senza troppi fronzoli nè pretese. Fuori per la Hypnotic Dirge Records, il lavoro consta di sei pezzi sparati a velocità folle, screaming al vetriolo, chitarre di stampo scandinavo e liriche che parlano di male cosmico, mitologia e mondi boreali. Sorprese? Zero. Innovazioni? Nemmeno a pagarle. Eppure, per chi si nutre esclusivamente di pane e misantropia, questo lavoro fa esattamente quello che deve fare, senza troppi orpelli digitali o derive ammiccanti. Il disco si muove attraverso collaudatissimi binari che vanno dalla lacerante opener "Harbinger of the Void Star" fino alla conclusiva "Boreal Stronghold", passando attraverso blast-beat spietati, chitarre zanzarose, voci alla Attila Csihar (soprattutto in "Servants of the Monolith") e una rabbia glaciale che mettono subito in chiaro il tasso di prevedibilità (e violenza) dell'opera. In mezzo, poco altro per farmi esaltare di fronte a questo lavoro: musica sparata a mille, qualche rallentamento doom, un coro epico con tanto di accelerazione finale in "Frostborne Resistance" di tutto rispetto, andando cosi a ergersi come miglior brano del lotto. Poi, in tutta franchezza, poco altro per farmi gridare al miracolo. 'Cult of the Void Star' è un lavoro rigido e senza compromessi. Se nel 2026 avete ancora voglia di ascoltare per la millesima volta la stessa formula senza chiedervi il perché, fatevi sotto: trovate esattamente quello che state cercando. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 55

venerdì 21 agosto 2026

Horns of Abomination - S/t

#PER CHI AMA: Black/Death
Abbiamo superato la metà del 2026. Il mondo musicale corre dietro a produzioni laccate, intelligenze artificiali e suoni iper-definiti, e poi spuntano i canadesi Horns of Abomination con un disco che sembra registrato su una cassetta, consumata dentro un bunker antiatomico nel 1993. Rilasciato tramite la solita, per queste sonorità, Sentient Ruin Laboratories, il lavoro del progetto war/black/death metal è un'orgia di violenza cieca, sorda e ottusa, un assalto frontale così cavernicolo da far sorgere spontanea una domanda: ha davvero ancora senso d'esistere un demo-CD del genere nel 2026? Probabilmente no, ed è proprio per questo che i puristi dell'estremismo più marcio finiranno per amarlo. Il suono è una poltiglia viscerale, ruvida e volutamente polverosa: chitarre che grattano come lamette arrugginite, una batteria acustica che spara blast-beat senza grazia né dinamica, e una serie di animaleschi vocalizzi che si muovono unicamente tra il rantolo cavernoso e uno strillo alieno. La scaletta si commenta da sola, un massacro ritmico senza soluzione di continuità dalla title-track per concludere con "Black Blood Offering", in uno stupro sonico senza precedenti. 'Horns of Abomination' è un relitto bellico, un disco ignorante e anacronistico fino al midollo. Un ascolto raccomandato esclusivamente a quei pochi integralisti del dissonant war metal e del black/death che nel 2026 hanno ancora voglia di farsi sfondare i padiglioni auricolari da una registrazione che suona come una motosega dentro un fusto di latta. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories - 2026)
Voto: 60

venerdì 14 agosto 2026

Paradogmata - Necrosian Tastings

#PER CHI AMA: Epic/Black/Death 
Nera, imprevedibile ed eclettica: è la nuova pelle dei norvegesi Paradogmata. Con l'EP 'Necrosian Tastings', la formazione di Trondheim inaugura una nuova era. Merito degli innesti alla chitarra di Øystein Granamo Iversen (ex The Embraced) e alla batteria di Kim Sætre (ex Ad Inferos), che affiancano gli altri membri della band in un lotto di brani pensato come aperitivo in vista del full-length atteso per il 2027. Ad aprire le danze ci pensa "Kråkevisa (Kneippversjon)", spiazzante rilettura di un celebre brano popolare norvegese. La band lo spoglia del suo abito folk e lo getta tra le fiamme di un black metal nordico ruvido e affilato, guidato da ritmiche serrate e da uno screaming lacerante. Il primo pensiero mi ha portato direttamente ai Windir. Epico, oserei dire. La successiva "Leave the Crippled Behind" non spariglia certo le carte: qui accanto al black, c'è una puntina di melo-death spruzzato da un thrash più tirato, interrotti solo da un'atmosferica parentesi centrale. Con "Maladieu", il quintetto ci avvolge con uno spaventoso muro chitarristico che non rinuncia a giri melodici e a growling oscuri. A chiudere arriva la seconda anima di "Kråkevisa (Folkesangversjon)": un ribaltamento totale dell'opener, dove l'aggressività cede il passo ad atmosfere evocative, impreziosite dal violino e dall'Hardanger fiddle dell'ospite Ingvild "Sareeta" Strønen Johannesen. Insomma, alla fine uno spritz, patatine e olive, e il nuovo EP dei Paradogmata è servito. (Francesco Scarci)

(Hymns for the End of Times - 2026)
Voto: 68

giovedì 23 luglio 2026

Autumnblaze - Glut

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Gli Autumnblaze sono una cult band, ma solo in parte conosciuta, dell'universo gothic/dark rock tedesco, che dal lontano 1997, sforna dischi di ottima qualità, senza rimorsi o perdite di direzione su quale sia la strada odierna da percorrere, e quella strada è fredda e umida, proprio come una notte d'autunno. Al loro decimo album, la classe si manifesta in un disco compatto che si lascia ascoltare tutto d'un fiato, nonostante la lingua madre che incute sempre una certa ostilità d'ascolto, ma che per gente come il sottoscritto, è più che indicata in questo contesto musicale, fatto di malinconia e tristezza. Il segreto del duo teutonico si nasconde proprio in questo modo di rileggere le fondamenta del gothic in maniera personale e a suo modo, proprio in veste romantica, anche quando calcano la mano nel growl o nella distorsione. I facili paragoni si possono perdere per definire gli Autumnblaze, tra Paradise Lost, Moonspell e tanti altri, ma la band tedesca, a mio avviso, si mette su di un piano emotivo diverso, meno depressivo e più sognante/malinconico, direi più vicino agli ultimi Tribulation e ai romani Novembre, con un modo d'intrattenere l'ascoltatore, tanto rivolto al buio quanto congeniale nel fargli dilatare le pupille, e investendolo costantemente con riff di chitarra maestosi e aperti, chiaroscuri continui, che da sempre sono una prerogativa della band, accompagnati poi da arpeggi di sospensione emotivamente compromettenti. La genesi di questo modo di fare musica nasce qualche decade fa e miete ancora vittime d'innamoramento dopo il suo ascolto, ed il duo originario di Illingen, si rende cosi artefice di un disco che difficilmente vi lascerà indenni. In questo 'Glut' non ci sono novità musicali evidenti e la band, che oggi mostra la sua completa maturità e che in passato ha sperimentato molte strade (dal gothic al black metal passando da suggestioni acustiche), non nasconde la sua contrarietà verso un ritorno alle radici del genere. Le 13 canzoni di questo album alla fine, sono veramente da apprezzare e da ascoltare a tutto volume, in una giornata di pioggia, e in rigorosa solitudine. Dicevo gotico, ma con il giusto peso, granitico quando serve e raffinato in più punti, con un equilibrio tra le parti notevole, complice anche l'ottima produzione di Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak, altre due realtà accostabili ai nostri/ndr) che gli dona un suono ancora più propenso all'infinito. Ultima curiosità: l'album è uscito anche in una tiratura limitata a 500 copie che prevede una seconda produzione con una diversa lettura, più dura e pesante, degli stessi brani da parte del produttore Charles Greywolf (Powerwolf); lascio a voi la scelta per giudicare quale veste oscura sia la migliore per questi. Però, lasciatemi dire che "Licht Aus", con il suo magnifico cantato straziante è bellissima, che "Polarlicther" sembra un brano magnificamente rubato ai The Mission e quanto è sognante poi l'arpeggio di "Geisteskind"? L'esperienza conta e in questo disco mostra tutto il suo peso; l'ascolto di 'Glut' non vi lascerà indifferenti è garantito. Innamorarsi di questa piccola perla nera, vi risulterà inevitabile. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 75

domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74

mercoledì 8 luglio 2026

Vintregal - Towards the Last Dawn

#FOR FANS OF: Pagan Black
The eastern lands of Europe have always been a great niche for excellent black metal. The combination of an equally soulful and aggressive subgenre with rich folklore and the fiery Slavic character has created excellent projects whose music is highly appreciated by fans.

Ukraine is certainly a land where great bands have appeared over the years, and fortunately the arrival of new gems seems to remain active. Vintregal is the name of this new beast, a very obscure project as we don’t know the names or number of members. In any case, the music itself speaks volumes, and the result is the excellent debut EP entitled 'Назустріч Останньому Світанку | Towards the Last Dawn'. Vintregal plays very enjoyable pagan black metal where rudeness, melody, and atmosphere coexist with great balance. Considering that this is a debut effort, the production is remarkably solid. It tends to be a bit raw, but vocals and instruments are perfectly distinguishable, and the sound is overall powerful and clean enough.

Pace-wise, the structures flow very naturally between fast and furious parts, creating very enjoyable pieces. Acoustic-style guitars and occasional keys create a great mysterious atmosphere that fits perfectly with the aggressive vocals and relentless guitars. The EP opener "Wolf’s Heart" is a perfect example of this tasteful use. In five minutes, all these elements are perfectly combined. The band also seems to be inspired when composing melodic guitar parts. There is a nice number of catchy melodies that fans will enjoy, as we can appreciate in the great composition "Steadfastness," for example. The atmospheric essence of Vintregal appears in its full glory in the EP closer "Sons of Winter," where keys have a majestic touch, helping to create the most epic track of this short yet fruitful release. It’s great to see once again how good this project is when it wants to combine fury and atmosphere. This is probably my favourite song and a reminder that this project should add more keys if they are as good as these.

Vintregal definitely appears to be a great addition to the pagan black metal scene, and I am reasonably hyped about a future full-length where this project should show all its potential. (Alain González Artola)

(Self - 2026)
Score: 82