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giovedì 26 marzo 2026

Withering Soul - Passage of the Arcane

#FOR FANS OF: Melodic Black Metal
If I could give this a rating in my realm of thought, it would be 1000%/100%! I was diligently waiting for about 4 years after 'Last Contact' (2021) was released, only to find that this LP here, would be in the “superior reign” over all of their discography. They’re not so much abandoning their dark black metal-esque style but rather blending it into an eerie vibe that’s chilling, ambient and warped. I would venture to say it reflects more melodic black metal than anything else, with a tint of evil atmospheric chaos in the sound throughout the recording.

The music is sort of like (to me) blackened death metal reflective of some bands such as Witchery, but possibly a bit darker. Or maybe also similar to the incredible LP 'At the Heart of Winter.' I mean, in that It's got that sort of atmospheric touch to it that reflects that period in time (1998) for the band Immortal. Even a little more modern like Old Man's Child with the drums double kicking, guitar tone/sound and the "dry" recording taste to it. Chris Grim did mention wanting Withering Soul's material to have that touch of Abyss Studios vibe to it, like that 'ATHOW' LP that I mentioned.

Brilliant song titles and lyrics of which the focus is on mainly ghosts, horror, the paranormal, and Death. Not really subjects I read about much, but the themes work well with their style of music and keep it underground.

I feel that I'm not "overrating" this LP, but yet, giving the band the justice they deserve on making a great sound conglomeration of music. Upon release of their first LP entitled 'Apparitions of the Surreal' in 2004, the band went through lineup changes, but they've also grown quite a lot since that debut. Some bands do progress musically and some just keep releasing the same LPs every 3-4 years that's basically the same sort of thing just a new album title and lyrics, musically it's the same recycled garbage. WS keeps improving musically and they're experimenting with new sounds without abandoning their dark black metal-Esque roots.

I found that I liked the songs "Attrition Horizon" and "Gallery to the End" the most, but check out the entire LP on their bandcamp website.

Withering Soul has their own sound, though as I pointed out, these above bands give you an idea what to expect. Not entirely, but at least you have some material now in your head on what will come out of your headphones or speakers! And again, please take a listen to the entire 41+ minute LP 'Passage of the Arcane', it'll blow your mind! Don't pass this up, it's one of the top metal albums from 2025 with a touch of black/blackened death/death metal all in one recording! (Death8699)

(Liminal Dread Productions - 2025)
Score: 90

mercoledì 25 marzo 2026

Cave Dweller – Showing Teeth

#PER CHI AMA: Black/Sludge/Folk
Il menestrello oscuro del Massachusetts è tornato con un disco che conferma la sua geniale originalità. Perseguendo le strade del suo stile unico e profumato di odori intensi, di natura ostica e selvaggia, fonde una forte componente spirituale con alternative country, post doom e black metal minimale dai rintocchi rituali. Apre le danze la lunga "The Savage Face of Tekoa", progressiva corsa che passa da un leggero folk recitato ad un sound figlio dei Melvins e dei Cathedral più criptici, con una ritmica pesantissima forte di un riff marmoreo ad elevata capacità di assimilazione per l'ascoltatore (una vera goduria per le orecchie), per finire in un doom atmosferico dal riff ciclico e ipnotico, che chiude con una coda figlia di un sound ridotto all'osso ma decisamente d'estrazione grunge. Le tracce sono di media molto lunghe e in sette formano un disco che nella sua totalità supera i 40 minuti, mentre il sound nella sua complessità, risulta tanto e deliziosamente sotterraneo, ipnotico, cavernoso e rude, ma estremamente attraente e, pur non lasciando mai il legame con quel senso di natura primordiale, per certi aspetti, è anche circondato da un certo tipo di feeling avanguardistico evoluto, scarnificato, visionario e secco come un ramo d'autunno privo di foglie. "Appalachian Alchemy" è letteralmente disarmante per il suo letale bagliore verso l'infinito, deflagrante, con al suo interno, un ponte folk, flauto e chitarra cristallina, a creare un'immagine surreale di via di fuga verso un cosmo violento ma protettivo. La ricerca sonora di Adam R. Bryant, ex membro della band post-black metal americana Pando, con all'attivo un sacco di altri progetti, si avvale di innumerevoli rumori e suoni di sottofondo, che rendono le sue opere particolarmente interessanti, sporche ed evocative, veri e propri campi di battaglia mentali per l'equilibrio umano. Come nei nove minuti di "Sunrise Offering (The Valley as an Altar)", dove una rumorosa ritmica in lontananza crea un mood sonoro soffocante, dalle evidenti sfumature esoteric black, sviluppandosi poi in pura rumoristica d'ambiente, sperimentale a dir poco, inquietante, con una chiusura mistica governata da percussioni rituali prese in prestito dalla world music più tribale. "Amanita Bisporigera" è il nome di un fungo del nord America, chiamato anche l'angelo distruttore, estremamente letale per l'uomo, ma anche il titolo dell'allucinata traccia più corta dell'album, che al suo interno al minuto 1:30, si avvale di un breve stacco inaspettato che riporta in vita la forza d'impatto delle prime note gelide di "Bela Lugosi's Dead", per poi aprirsi ad un esperimento cacofonico con un organo in sottofondo, altrettanto inaspettato, che gela il sangue, dando un nuovo significato mistico all'occult metal. Il finale è affidato al brano dal titolo "Panacea", dove Cave Dweller, torna ad esplorare le terre sconfinate dell'alternative country più buio e intimo, con un recitato dai canoni teatrali, pieno di effetti e doppie voci, rumori pesanti, rarefatti, e dal sapore quasi industrial/drone, a fotografare una foresta di ferro e acciaio, per un effetto cinematografico raggelante e tanto suggestivo, dal significato inequivocabile, dove solo la simbiosi con la natura può essere la cura di tutti i mali dell'essere umano. 'Showing Teeth' alla fine è un viaggio sonoro che conferma una figura artistica che disarciona i generi musicali più estremi, scomponendoli e filtrandoli con una sensibilità ignota ad altri artisti, un'enfasi folk apocalittica che rende questo musicista underground unico nel suo genere. Splendido album. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

lunedì 23 marzo 2026

Skaphos – The Descent

Ascolta "Skaphos – The Descent" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Death
Dimenticate la luce che filtra tra le onde e quella rassicurante linea dell'orizzonte. Con gli Skaphos, il mare non è un paesaggio, ma un presagio, quello di morire affogati in quegli abissi infernali raffigurati nell'artwork del disco. La band di Lione torna con 'The Descent', e lo fa per la prima volta sotto l'egida della Les Acteurs de l’Ombre, un’etichetta che di oscurità se ne intende parecchio. Il nuovo disco è un rito di purificazione, una discesa iniziata anni fa con la trilogia 'Bathyscaphe', 'Thooï' e 'Cult of Uzura', che oggi viene ripresa e spinta oltre il limite della sopportazione fisica. Gli Skaphos hanno preso come base il materiale dei primi due lavori e lo hanno trasformato in un biglietto da visita definitivo, un vortice di abyssal death metal che ti trascina sul fondo del mare senza chiederti se hai abbastanza ossigeno nei polmoni. Otto brani di death metal dissonante, quello in cui le chitarre si avvitano su se stesse e in cui la sensazione, è quella di sentire la pressione dell'acqua che schiaccia sopra la nostra testa e sul torace. "Nese Ende" apre i battenti con l'acqua che inizia a entrare copiosa. La sezione ritmica è mostruosa, un capolavoro di claustrofobico black/death, in cui l'oscura voce growl è solo uno dei tanti tasselli che compongono la proposta del quartetto transalpino. Il mio personale suggerimento è di ascoltare il tutto in cuffia, il sound dei nostri vi stritolerà infatti in una morsa divorante, con uno sciame di blast-beat paragonabile alla contraerea, ahimè tanto attiva nell'ultimo periodo. "Okean" prosegue sulla falsariga, evocando incubi affini alle proposte di Ulcerate e Immolation, il tutto immerso in un universo smaccatamente lovecraftiano. "Mireborn" esala quell'odore di putrefazione che risale dalle profondità, con batteria, chitarre e basso, a creare un'atmosfera di morte esaltata dalla rancorosa espressività del frontman. "Ube" non si perde in troppi giri di parole, ci aggredisce immediatamente con la sua ritmica schiacciasassi, un divampare di schegge impazzite che vanno in ogni direzione, prima di un pericoloso e sinistro rallentamento ritmico. Ma la follia è dietro l'angolo e pronta a deflagrare ancora nella seconda metà del brano, in cui l'urlo del vocalist chiude l'incubo. "The Descent" è un'alternanza tra parti più lente e opprimenti ad altre sempre pronte a esplodere in improvvise fughe di caos primordiale mentre "Horror Squid" suona dapprima come una litanica danza di morte, poi come una violenta grandinata, presagio dell'apocalisse che incombe. Ci sono ancora un altro paio di pezzi prima della conclusione, ma le mie orecchie grondano ormai sangue per la profondità degli abissi raggiunti. Lascio quindi a voi il compito di nuotare ancor più in profondità per esplorare la Fossa delle Marianne. Ma attenzione, perchè il mare non perdona. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 75

mercoledì 11 marzo 2026

Hegeroth - Soaked in Rot

#PER CHI AMA: Black/Death
C'è un tipo di marciume che non ha nulla a che fare con la sporcizia fisica. È quel senso di decomposizione morale, di pensiero masticato e sputato, che si respira quando le istituzioni e i dogmi diventano troppo pesanti per lasciarci camminare lungo la rettitudine. Gli Hegeroth, band originaria di Katowice, masticano questa materia oramai da 16 anni, e con 'Soaked in Rot' sembrano aver deciso che non è più il momento di sussurrare tra le ombre del symphonic black metal degli esordi. Ora preferiscono urlare. Il nuovo album del duo polacco è un blocco di metallo puro: produzione secca, quasi scarnificata con le chitarre che tagliano l'aria come rasoi e la batteria tiene il tempo quasi con ritmo militaresco. Non troverete troppi artifizi tipici di certe produzioni atmosferiche, qui tutto è sotto una luce cruda, impietosa, violenta. Brani come "You May Call Me A Witch" o "The Act of Lust" non sono solo canzoni, sono dichiarazioni d'intento. Ci potrete trovare certo, influenze derivanti dagli Emperor, ma sporcate da un'urgenza blackened death che evoca anche Behemoth e Morbid Angel, cosa che avevo già sottolineato nella precedente recensione. Quando Chors (il nuovo vocalist proveniente dagli Eclipse) urla, non sta solo seguendo una metrica, sembra stia vomitando fuori l'ipocrisia di un mondo che chiama santo ciò che è solo un macello. "Błogosławieni Ślepi" è un esempio di come gli Hegeroth possano pescare anche da altre realtà musicali per innescare il loro sound belligerante: tra echi alla Master's Hammer, dissonanze alla Deathspell Omega o martellanti ritmiche di basso e batteria alla Altar of Plagues, i nostri non fanno sconti a nessuno. E il disco continua a muoversi lungo binari similari, dove la concessione alla melodia non rappresenta certo uno dei punti di forza della band: sarà inevitabile sbattere il muso contro il cingolato sonoro espresso dalle chitarre in "The Nails" o respirare la furiosa epicità del tremolo picking di "Hypocrisy Demands Blood". Ogni brano è un racconto a sé, in cui il mondo diventa un luogo di putrefazione in cui la ribellione contro il “santo macello” ("Święte Szlachtowanie") diventa un semplice atto catartico. Più tecnica invece "The Degrees" mentre "The Swing", ha quel ruolo di concedere la classica pausa prima del gran finale affidato alla più riflessiva, per cosi dire, "Gdybym Istniał". Chiaro, se cercate la rivoluzione copernicana del black metal, forse dovete guardare altrove, perché qui non troverete innovazione, modernità o quant'altro, semmai un disco feroce, onesto, senza troppi fronzoli, spinto da quella necessità insomma, di ripulirsi dal fango del mondo per immergersi in un marciume per lo meno più sincero. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 69

Dusk - Bunker

Ascolta "Dusk_Bunker" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Industrial
C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che il freddo più siderale, quello che ti entra nelle ossa e ti toglie il respiro, non arrivi dalle foreste innevate della Scandinavia, ma dai sobborghi di San José, in Costa Rica. I Dusk sono un’anomalia geografica, l'avevamo già scritto, ma dopo dieci anni di ricerca sonora, con 'Bunker' smettono di essere un esperimento per diventare una certezza, quella che avevo appreso di recente, con la recensione di 'Repoka'. E lo fanno con un sesto album che non chiede permesso a nessuno (in un periodo come questo poi, chi lo fa?), si limita a esistere, denso e inamovibile come una colata di cemento armato. Ascoltare questo disco si rivelerà un’esperienza psico-fisica di un certo livello, ve lo garantisco. Non sono canzoni quelle qui contenute, sono stadi di una discesa verso gli abissi della propria anima. La scelta di chiamare i brani semplicemente "Bunker I-VI" poi, toglie immediatamente ogni distrazione narrativa; non ci sono titoli evocativi a cui aggrapparsi, c’è solo la progressione numerica di chi si chiude dentro e tira il chiavistello. È un album di trenta minuti scarsi, ma sembrano ore passate sotto terra, dove l’elettronica non è un abbellimento, ma l’ossatura stessa di un mostro meccanico. Le chitarre e i blast beat ci sono, certo, ma restano spesso intrappolati sotto strati di synth che ricordano le visioni distopiche di Perturbator o il caos ragionato dei Blut Aus Nord. La voce? Non aspettatevi il classico vocalist che vi urla in faccia. Qui lo screaming è un eco lontano, un graffio sulle pareti del rifugio, un suono tra mille suoni. È come se la band volesse ricordarci che in un mondo post-apocalittico, l'individuo scompare: resta solo l'ambiente, l'atmosfera e il rumore della sopravvivenza. E poi c’è il gran finale. Reinterpretare "Dunkelheit" di Burzum è una mossa coraggiosa, se non fosse che i Dusk la rendono necessaria. Prendono un inno bucolico e meditativo e lo trascinano in fabbrica, lo sporcano di olio industriale e lo passano sotto una pressa idraulica. È il cerchio che si chiude. E restituisce una musica per chi ha bisogno di isolarsi o per chi cerca uno spazio vuoto dentro il rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto. 74

sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65

mercoledì 25 febbraio 2026

Kowloon - Let's Sing! Let's Move Forward! / And Winter Turned Into Spring

#PER CHI AMA: Raw Black
Li avevo pescati per sbaglio lo scorso ottobre su Bandcamp, e li avevo recensiti più per curiosità che per meriti. I Kowloon infatti sono una band nord coreana che mi ha fatto subito simpatia pensando al loro cicciottello leader, non certo per le condizioni indecenti in cui vive la popolazione. Nel frattempo, la band deve averci preso gusto a registrare, visto che a novembre ha fatto uscire '노래하자! 전진하자!', una raccolta di tre pezzi dedicata alla madre patria, al compagno segretario generale, al Partito dei Lavoratori di Corea e alle amate madri in occasione della celebrazione della festa della mamma del 16 novembre. Ecco, regalare un compendio di musica black metal alla festa della mamma credo sia cosa alquanto originale, non so poi se sia stata cosa gradita. Se i primi due pezzi sono un inno al raw black di Windir ed Emperor, il terzo sembra invece una melodia popolare, con vocals pulite cantate rigorosamente in lingua madre, ma che ricorda un po' la sigla dei cartoni animati giapponesi dei primi anni '80. La band di Rason è tornata a mostrare anche recentemente i propri muscoli con altri due pezzi e un'altra dedica a Kim Jong-il, l'eterno segretario generale dell'amato Partito dei Lavoratori di Corea. E la proposta del terzetto sembra virare qui verso un black metal più atmosferico, sempre registrato grezzamente ma che almeno nel primo pezzo, sfodera uno strepitoso assolo, delicati arpeggi e un mid-tempo alquanto inatteso. Di tutt'altra pasta il secondo, con un black acuminato di scuola Mayhem, inviperito e selvaggio, grazie a uno screaming violento e a un sound malato ma alla fine, devo ammettere affascinante. E allora attendiamo con interesse una nuova release per confermare le doti o meno di questa abominevole creature nord coreana. (Francesco Scarci)

(Self - 2025/2026)
Voto: 65

martedì 24 febbraio 2026

Slagmaur - Hulders Ritual

#FOR FANS OF: Avantgarde Black
Slagmaur is a very particular project. Founded initially as a solo project in Norway almost 30 years ago by the musician known as General Gribbsphiiser, Slagmaur has always tried to create its own sound by combining the core fundamentals of black metal with a lugubrious and avant-garde approach. Its debut full-length, 'Skrekk Lich Kunstler,' forged the distinctive elements of the project’s sound, while the sophomore effort, 'Von Rov Shelter,' delved deeper into the ritualistic and heavy approach that has defined the project since then. Lyrically, the solo project, which later became a three-piece band, has tried to escape from the most stereotypical lyrics, focusing on horror, ritual, and deep psychological concepts that have obviously influenced the music itself.

After the aforementioned albums, Slagmaur has taken its time to release a new opus, which has seen the light of day this year. 'Hulder Ritual' is the name of the new beast and has included the participation of the legendary Snorre of Thorns as an additional producer of the album and as a contributor of some guitar lines. Those who have been aware of the album's release may know that the project reported the false disappearance of both musicians in the forest as part of a bizarre promotion for the new album, which is both ridiculous and the most black metal thing you can ever imagine.

Musically, 'Hulder Ritual' is exactly what we could expect from this Norwegian trio, as it displays a wide range of elements deriving both from the essential core of the genre and from the avant‑garde. The production, for example, is remarkably raw and reminds us of how many albums sounded back in the ’90s. The harsh and murky tone of the tremolo‑style riffs is truly loyal to the genre’s most authentic foundations. The guitar lines are a pleasure for those who have always enjoyed the distinctive melodies of black metal, and Slagmaur has, of course, not forgotten how to create plenty of them. Pace‑wise, the band focuses much more on mid‑tempo sections that fit better with their ritualistic and macabre sound, although there is room for some speed, as happens in "Huldergeist", for instance. While the basis strongly recalls the genre’s origins, it is the arrangements and specific details of each composition that contribute to forging a more original, adventurous, and distinctive style. "Hexen Herjer" combines raw riffs with a hypnotic piano and phantasmagoric voices, creating the aforementioned ritualistic atmosphere. The vocals also have a peculiar and dramatic touch. All these elements together create a rather theatrical black metal song that perfectly defines what Slagmaur aims to offer to the listener. Although the initial tracks may create the impression that the main vocals follow a more traditional approach, as the album progresses it becomes quite clear that "Aatselgribb" delivers a rich palette of voices that fit perfectly with the band’s tenebrous and mysterious vision. The album closer, "Rathkings," is another highlight of this opus. This composition opens with a ferocious section where blasting drums and aggressive guitars take the lead, while the second part delves deeper into Slagmaur’s hypnotic and dramatic style, including some tiny but perfectly placed arrangements that reinforce this haunting atmosphere.

'Hulder Ritual' by the Norwegian band Slagmaur is indeed an interesting record. The well‑structured combination of raw and traditional elements with more adventurous ones creates an album that delivers the best of both worlds and can attract fans from both sides. The ritualistic ambience established here is also a defining element, contributing to forging a sound that makes Slagmaur a truly original band. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 81

Mortal Decay - Forensic

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Brutal Death/Black
Musica da camera… mortuaria. La band è al suo secondo full-length (se si esclude la raccolta su cd dei primi tre demo rimasterizzati, intitolata 'Gathering of Human Artifacts'), dopo 'Sickening Erotic Fanaticism'. Se non li conoscete ancora, questa è l’occasione buona per farlo. 'Forensic' è un album death cupo e straniante. Stenterete a crederci, ma non è neppure esageratamente noioso, né del tutto prevedibile nei suoi passaggi. Merito di un songwriting abbastanza creativo. Il libretto riporta la seguente epigrafe: “Vorremmo estendere le nostre condoglianze alle vittime dei tragici eventi dell’11 settembre”. Ammetterete che un album brutal death è una collocazione piuttosto insolita per una frase come questa. I testi riservano un’ulteriore sorpresa: vi si coglie qualche timido accenno di giudizio morale. Appena un barlume, intendiamoci. Un esempio? "Monkey Cage" tratta di vivisezione ma, pur soffermandosi su particolari atroci, non reca segni di compiacimento per le crudeli sevizie inflitte agli animali. Si parla infatti di folli esperimenti e di scienza impazzita. In "My Mind Bleeds Tragedies" ecco la confessione di un medico legale, per cui si legge: “Non ci si abitua all’odore delle vittime carbonizzate, o alla vista dei bambini morti”. Un decennio di testi improntati al nichilismo più bieco ci ha fatto scordare che esiste una cosa chiamata Etica. Brutal death e black metal ci hanno riservato la glorificazione del peggio: l’apologia della violenza e della sopraffazione. Cos’è accaduto, nel frattempo, per far sì che un gruppo di deathsters statunitensi si riavesse – parzialmente e, temo, in via del tutto transitoria – dall’obnubilamento indotto dall’appartenenza alla suddetta scena? È accaduto che tremila persone perdessero la vita in poche ore, assassinate da dei fanatici, sotto gli occhi dell’intera nazione americana e del mondo.

(Unique Leader Records/Dissonant Tapes - 2002/2024)
Voto: 65

venerdì 20 febbraio 2026

Krsnī - Neige Éternelle

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
L'Uzbekistan non è solo terra di grande cultura ma da oggi diventa per il sottoscritto, anche la culla che ha dato i natali a questa one-man band di Tashkent, i Krsnī . E 'Neige Éternelle' è addirittura il quinto capitolo, dal 2022 a oggi, del mastermind Trizna, un lavoro di minimalista raw black metal atmosferico. Lo dimostrano le lunghe note strumentali dell'incipit "Passage", un brano glaciale e strumentale che sembra uscito dalla mente diabolica del buon vecchio Burzum. E la successiva "Marche d'Hiver" non cade troppo lontano dall'albero, con un sound che si conferma ipnotico e rarefatto al pari di quello di Varg Vikernes, con le chitarre in tremolo stratificato, un'atmosfera super lo-fi, un drumming tra blast-beat e mid-tempo ritualistico, e lo screaming efferato e lontano del polistrumentista uzbeko, un eco di un lamento smarrito in una tormenta di neve, a cantare stranamente in francese. Probabilmente, album del genere ne abbiamo recensiti a tonnellate, quindi mi viene un po' difficile trovare le parole giuste per descrivere in modo originale un tale lavoro. "Paysage Enneigé" prosegue nel suo cammino innevato con melodie più malinconiche e atmosfere più delicate, con la voce a nascondersi nel sottofondo della steppa infinita. Il disco potrebbe evocare tante immagini nelle vostre menti, paesaggi desolati e innevati in primis, lasciandovi addosso un senso di profondo disagio e inadeguatezza che troverà il suo acme nella conclusiva "Long Voyage". Questa si palesa come un claustrofobico viaggio senza ritorno lungo fiumi ghiacciati, foreste innevate in cui udire il cantato del frontman vicino all'ululato dei lupi, in totale contemplazione della natura nelle profondità di un silenzio eterno. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 64

Predatory Void - Atoned in Metamorphosis

#PER CHI AMA: Sludge/Black/Hardcore
Pur non essendo un fan della band originaria di Gent, volevo dare il mio contributo, parlandovi di questo lavoro, visto che se ne parla un po' ovunque. Pubblicato il 6 febbraio 2026 sotto la solida guida della Pelagic Records, 'Atoned in Metamorphosis' rappresenta l'atteso ritorno della super-band belga Predatory Void, nata dall'estro di Lennart Bossu (Amenra, Oathbreaker). Non avevo ascoltato il debut 'Seven Keys to the Discomfort of Being', devo ammetterlo, che esplorava un black sludge viscerale. Questo nuovo EP sembra invece spostare il proprio baricentro verso un approccio più educato ma non per questo, meno violento, influenzato tanto dal post-hardcore quanto dalla dissonanza del black metal moderno. Se da un lato ero andato un po' in confusione con le litaniche e ingannevoli vocals dell'introduttiva "Make Me Whole", dall'altro la furibonda linea ritmica post-black della successiva "New Moon", appiana un po' tutte le mie titubanze, lanciandoci addosso sonorità estremiste e dissonanti, con le vocals di Lina R che rappresentano il vero fulcro emotivo del disco, passando da urla disumane, lamenti vari, clean vocals e quant'altro (leggasi spoken words), mentre la musica, acida come un lago vulcanico, si dipana tra accelerazioni improvvise, cambi di tempo, parti atmosferiche e deliri vari, a cavallo tra black, hardcore e sludge. Non è da meno la successiva "Peeling Cycle", con il suo andazzo sludge doom, breakato da parti più furibonde e disperate. A chiudere l'EP ci pensa "Contemplation in Time" e quella sua linea di chitarra in tremolo picking che squarcia il cielo, in totale simbiosi con i vocalizzi striduli e scorticanti della frontwoman, che mi lascia quella sensazione addosso di quando ti togli il cerotto con un bel colpo secco. Ci sono anche parti più delicate, a consegnarci alla fine un lavoro caoticamente melodico. Insomma, non quella che definirei una tranquilla passeggiata. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records - 2026)
Voto: 72

venerdì 6 febbraio 2026

Trimarkisia - The Light Keeper

#PER CHI AMA: Black/Death/Doom
Con 'The Light Keeper', la one man band francese dei Trimarkisia si riappropria dell'oscurità più pura, consegnandoci un'opera che affonda le radici nel black/death/doom melodico, memore della lezione dei primi Katatonia. Un primo vagito che ci fa già ben sperare per il futuro del mastermind originario dell'Occitania. Il disco si presenta subito in palla con la title-track e le sue melodie accattivanti, che richiamano Jonas Renkse e soci, ai tempi di 'Brave Murder Day'. Le chitarre non disdegnano aperture atmosferiche di rara bellezza, tra il sinistro e il malinconico, mentre le vocals si muovono più su un growl oscuro, senza tuttavia rinunciare a qualche urlaccio qua e là. Ma è con la seconda "Last Days of Rain" che la band mi conquista definitivamente, sebbene qualche momento un po' troppo ancorato alla vecchia scuola doom. Il dischetto (dura quasi 29 minuti) è comunque un bel biglietto da visita per il factotum transalpino e anche le due restanti tracce, "Aven" e "When the Sun No Longer Rises", si confermano qualitativamente sullo stesso piano delle precedenti. Forse c'è ancora qualcosina su cui lavorare e da levigare, ma è innegabile come la qualità della melodia, la pesantezza ritmica, e anche una certa fluidità musicale, risuonino a meraviglia in questo EP di debutto. Spettacolare, a tal proposito, il bridge di "Aven" con le sue coinvolgenti melodie tastieristiche che ci accompagneranno fino alla fine di quello che sarà anche il mio pezzo preferito. L'ultimo brano è forse un filo più scolastico; ecco, avrei osato un po' di più, alla ricerca di un nuovo filone melodico dedito al black/death/doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 74

lunedì 26 gennaio 2026

Viserion - Fire and Blood

#PER CHI AMA: Black Metal
Emergono direttamente da un Kali Yuga in fiamme questi estremisti sonori statunitensi chiamati Viserion. 'Fire and Blood' è il loro nuovo vagito dopo l'EP di debutto del 2020, l'album del 2021 e uno split del 2023. La proposta sonora puzza tuttavia di vecchio e stagnante, pur proponendo un incendiario black-death. Il loro nuovo lavoro s'inserisce infatti nelle pieghe di quel filone dove l’aggressività nuda cruda del black incontra la perizia tecnica del death, richiamando l’oscurità dei primi Behemoth. Sgomberando subito ogni dubbio sul risultato ottenuto, diciamo che quanto sentirete in questo EP è già stato proposto in ogni tipo di salsa: le classiche chitarre affilate immerse in un mare di pece, sostenute da una sezione ritmica che non concede respiro e da una prova vocale efferata grazie ai suoi scream laceranti. Quante volte avrete ormai letto di lavori di questo tipo? Io ne ho scritti a palate, e per quanto le tematiche siano profondamente radicate nell’immaginario dark-fantasy de Il Trono di Spade, il risultato alla fine sarà di una noia mortale, sin dall'opening track, nonché anche traccia che dà anche il titolo al dischetto. L’apertura mostra subito la pasta di cui è fatto il quartetto di New York, tra ritmiche serrate e blast beat che trascinano l’ascoltatore in una fucina sonora di nichilismo puro. E con i successivi pezzi il risultato non cambia di una virgola, anzi la band sembra ulteriormente accelerare, senza mai però impressionare realmente, fatto salvo per la glaciale "Blackfyre" o la più melodica "Harrenhal". Alla fine quel che conta è che il disco rimane nella testa giusto il tempo di un ascolto, perché la voglia di riascoltare questo lavoro si rivelerà alquanto improbabile. Un suggerimento? Lasciate perdere va. (Francesco Scarci)

(Terminus Hate City - 2026)
Voto: 48

Olde Outlier - From Shallow Lives To Shallow Graves

#FOR FANS OF: Black/Thrash
From the always intriguing Australian underground scene emerges a new project called Olde Outlier. This band consists of four members who, in most cases, have previous experience in other extreme metal projects, which is usually a sign that this project was born with a clear vision. There have been no previous demos or EPs, as the band has straightforwardly released its debut opus entitled 'From Shallow Lives To Shallow Graves' with the always reliable label Iron Bonehead Productions.

'From Shallow Lives To Shallow Graves' is a short album, lasting roughly 35 minutes, but it is highly enjoyable as it navigates between the traditional realms of metal and black metal. In my personal view, the strongest ties are within metal, while a remarkable influence of traditionally black metal-related elements can still be felt. Contrary to other albums that combine these subgenres, brutality does not play a major role here, as Olde Outlier creates long compositions where atmosphere, melody, and a captivating darkness capture the listener's attention. The four compositions in this album are primarily based on a mid-tempo or slow pace, and they have an aged aftertaste that I personally like. This does not mean that the songs' pace is monotonous. Although more subtle, the tempo changes are adequately used, as the listener will appreciate and enjoy in the excellent album closer "All is Bright," for example. As mentioned, atmosphere and melodies are the core elements here. The album opener "The Revellers," which is the most intense track of the album, gives us a glimpse of this, but it is the longest composition of this record, entitled "The Pounding of Hooves," which explores and displays the melodic essence of this album more intensively. The guitar work here is top-notch, combining a good range of rhythmic and lead chords that enrich the song significantly. Even though it is not a particularly heavy track, the composition has a headbanging-inducing essence that makes it remarkably enjoyable, while the listener savors the excellent work done with the guitars.

As with the music, the production has an old-school touch, but it is very well-balanced, allowing both the instruments and vocals to be enjoyed and distinguished perfectly. Olde Outlier’s musical approach does not need a pompous production, but one that perfectly balances tradition and clarity to properly enjoy the melodies.

In conclusion, 'From Shallow Lives To Shallow Graves' is an album that fans who want to focus on melody and atmosphere will find highly enjoyable. The slower pace and long compositions create a great space for these guitar melodies to shine, and believe me, they are tasteful and pleasurable. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 78

venerdì 23 gennaio 2026

Archvile King - Aux Heures Désespérées

#PER CHI AMA: Black/Epic
Non sono mai stato un grande fan della one-man-band capitanata da Baurus, un buon mestierante ma niente di più, almeno per il sottoscritto. 'Aux Heures Désespérées' è il secondo full-length per l'eroe transalpino che procede nel suo intento di voler proporre un black melodico intriso di un gran quantitativo di thrash metal. Lo si evince immediatamente dalle note dell'iniziale "Riposte", una song cadenzata, quanto nitida e tagliente, con le classiche linee di chitarra che corrono gelide lungo i binari di un black nordico, accompagnato da vocals acuminate e da intermezzi che richiamano un thrash anni '90. Tutto giusto per carità, ben suonato, carico di una enorme aura di malvagità, ma che in tutta franchezza, puzza di già sentito lontano un kilometro. La produzione è secca e pulita e rafforza quel senso di violenza che vuole rilasciare il disco, ma già alla seconda "Le Chant des Braves", mi accorgo che le mie corde non vibrano, per quanto, nel saliscendi ritmico dell'artista francese, si possano riconoscere echi di Windir o addirittura dei primi Dissection. La verità è che se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrei forse gridato al miracolo, ma oggi mi sembra un lavoro normale, tanto normale. E non bastano le buone aperture melodiche del secondo brano, i riferimenti ancor più forti ai Windir della terza "L’Excusé", o la ricerca frenetica di parti atmosferiche in "Le Carneval du Roi des Vers"; alla fine sembra sempre che manchi qualcosa che faccia spiccare il volo al disco. In "Sépulture", ammetto invece che ci sia una maggior ricerca di soluzioni alternative, non fosse altro che non ci troviamo di fronte al solito serratissimo attacco frontale, ma le parti atmosferiche, guidate dalle keys, hanno un ruolo meno marginale nell'economia del brano. Oggi, le vocals urlate, le ritmiche sparate alla velocità della luce, le chitarre aguzze non sono più sufficienti, vorrei più anima ed emozioni, proprio come accade in "Sépulture", dove il black abbraccia soluzioni più "gaze", che imprimono un senso di malinconia e che, alla fine dell'ascolto, mi fanno identificare qual è stato realmente il brano che più mi ha toccato nel profondo. Il resto, potrete constatarlo voi stessi: fatto salvo per l'outro, vi si pareranno davanti altri due attacchi frontali di un black metal che probabilmente, avreste trovato esaltante 20/25 anni fa. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 65

giovedì 22 gennaio 2026

Arallu - DMoon - From The Ancient World

#PER CHI AMA: Mesopotamian Black Metal/Thrash
Se c’è una band capace di far risuonare l’eco delle sabbie millenarie nel caos primordiale del metal estremo, quelli sono gli israeliani Arallu, dal momento che il silenzio regna sovrano dalle parti dei Melechesh. 'DMoon - From The Ancient World' è apparentemente il nono album della band di Ma'ale Adumim, in realtà il disco è una riscrittura completa del loro leggendario 'The Demon from the Ancient World', uscito nel 2005. A distanza di 20 anni da quel disco, ci ritroviamo a celebrare quel vagito, che francamente non ebbi modo di ascoltare all'epoca, ma da quel che ho capito, non ricevette grandi elogi a causa di una produzione piuttosto grezza (e oggi non posso negare come il suono di quel disco sia vicino a certe sgradevoli cose registrate nello scantinato di casa). Finalmente quel lavoro, per quanto seppe conquistare un certo status symbol, ha una nuova dignità, che esalta il black thrash del quartetto, da sempre in grado di alternare ferocia bellica (molto evidente in brani come "Sierra Nevada", la più roboante e carica di groove, "The Dead Will Rise Again" o ancora "Battleground", un nome, un programma) con quelle melodie folkloriche mediorientali che ci trascinano tra antichi dei sumeri e cronache di sangue e battaglie, con ogni colpo di batteria che sembra scandire la caduta di un impero. Tra i solchi di questo massacro, ecco che i miei brani preferiti si mostrano sottoforma dell'opener "Dingir Xul", per l'utilizzo di strumenti folk, della già citata "The Dead Will Rise Again", godibile soprattutto nella seconda metà, anche per quel suo assolo da paura. Ho adorato la tribale "Ishtar Will Rise (The Sumerian Words)" con quell'intreccio di chitarre e tastiere a esaltarne gli arrangiamenti, al pari di "The Devil's Massacre", un pezzo che potrebbe collocarsi a metà strada tra Slayer e Melechesh, in un'altalena ritmica micidiale. Ultima menzione per "War Spirit", e un incipit che sembra proiettarci indietro nel tempo di 2000 anni, verso la fonte di quella pozione magica che potrebbe anche rendere eterno un lavoro come questo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 78

De Profundis Clamavi - Artes Moriendi

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Metal
Un viaggio sonoro nel profondo abisso del black metal, quello che i De Profundis Clamavi ci offrono con il loro demotape, 'Artes Moriendi'. La band, segnata da un passato tormentato e da continui cambi di formazione, emerse dalle tenebre con un'opera che necessitava attenzione e dedizione. All'inizio, il suono di 'Artes Moriendi' può risuonare come un'eco di cliché già uditi, una superficie che sembrava troppo liscia per il mio palato affilato. Ma come una maledizione che si svela lentamente, ho scoperto che ogni ascolto successivo rivelava strati di complessità e oscurità. Questo lavoro non è solo un'espressione di black metal crudo; è un rituale sonoro che trascende il banale, un inno alla desolazione. Le composizioni si snodano in un abbraccio di riff gelidi e melodie sinfoniche, dove i tappeti di tastiera s'intrecciano con la furia delle chitarre, creando un'atmosfera densa e oppressiva. Ogni nota sembra evocare un senso di dolore e malinconia, trasportando l'ascoltatore in un viaggio attraverso le ombre della psiche umana, riflettendo perfettamente l'essenza di ciò che il black metal dovrebbe essere: un'istantanea della sofferenza umana. (Francesco Scarci)

(Self - 2003)
Voto: 65


martedì 20 gennaio 2026

Blut Aus Nord - Ethereal Horizons

Ascolta "Blut Aus Nord - Ethereal Horizons" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze/Post Rock
Dopo l'immersione nell'abisso claustrofobico e dissonante della saga 'Disharmonium', i Blut Aus Nord riemergono dalle profondità della psiche per rivolgere lo sguardo verso l'alto, in una traiettoria di ascesa cosmica tanto inaspettata quanto necessaria. Se il precedente capitolo era un tributo all'orrore Lovecraftiano più denso e soffocante, 'Ethereal Horizons' si configura come un atto di liberazione. Non siamo di fronte a un semplice disco, ma a un pellegrinaggio spirituale verso la grazia, dove la materia oscura dei lavori precedenti si trasmuta in una nuova forma di trascendenza. È il suono di un'anima che, dopo aver attraversato il vuoto, trova finalmente la forza di contemplare l'infinito. Con questo sedicesimo album, il trio francese opera una rottura consapevole rispetto alle architetture del passato recente, andando a recuperare quella maestosità atmosferica che aveva definito capolavori come 'Memoria Vetusta III' e la sacralità geometrica di '777 – Cosmosophy'. La forza del disco risiede infatti nella sua capacità di sintetizzare black metal, blackgaze, post-rock e ambient in un flusso privo di suture, con le melodie ad aprirsi come veri e propri crepacci sonori, rivelando una profondità che rende il disco sorprendentemente accessibile anche per i seguaci di Enslaved o Alcest. In questo scenario, la performance vocale di Vindsval non funge da guida narrativa tradizionale, ma quasi da apparizione astrale, mentre i brani si susseguono con grande naturalezza. "Shadows Breathe First" è l'incipit perfetto proponendo un riffing atmosferico denso che va a intrecciarsi con chitarre sognanti, stabilendo immediatamente il tono etereo e quasi onirico che permea l'intero lavoro. "The Ordeal" combina sonorità blackgaze al prog che emerge in tutta la sua solennità, tra strutture articolate e cori celestiali, che creano inevitabilmente una tensione epica che tocca vette di rara intensità. "What Burns Now Listens" è una cavalcata cinematica nello spazio cosmico, mentre la conclusiva "The End Becomes Grace", con i suoi 12 minuti e passa, è forse il culmine dell'opera: qui la band transalpina contrappone ritmi serrati a una calma astrale surreale, in una catarsi sonica che alla fine riconcilierà l'ascoltatore con l'universo. Queste sono solo alcune delle tracce che compongono un album spiazzante che brilla di una luce propria, capace di ridefinire i confini del black avanguardistico moderno. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti Productions - 2025)
Voto: 80

lunedì 19 gennaio 2026

Deconstructing Sequence - Tenebris Cosmicis Tempora

#PER CHI AMA: Black/Death
Era dal 2018 che non avevo più notizie dai Deconstructing Sequence. Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, la band mi ha recentemente contattato per segnalarmi l'uscita un paio di mesi fa, di 'Tenebris Cosmicis Tempora', con cui i quattro polacchi tornano a scaraventarci in un vuoto siderale fatto di black death metal e qualche rara deriva elettro-avantgarde. Questo conferma quanto andavo già dicendo nell'ultima recensione di 'Cosmic Progression - An Agonizing Journey Through Oddities of Space', confermando come la band si confermi una realtà visionaria della scena estrema contemporanea. Questo nuovo full-length s'inserisce nel solco tracciato da titani come Limbonic Art e Akhlys, ma con una spinta modernista che guarda alle dissonanze dei Deathspell Omega o all'approccio elettronico dei nostrani Progenie Terrestre Pura. E cosi ci troviamo di fronte a un possente muro di suoni stratificati, dove le pochissime orchestrazioni non servono tanto a imbellettare, semmai a soffocare con le chitarre che agiscono come affilatissimi bisturi che vanno a coniugarsi con synth gelidi relegati nelle retrovie, mentre la sezione ritmica martella serratamente e senza troppe pause. Dopo le prime due tracce, "A Journey Through the Event Horizon" e "Echoes of a Dying World", mi ritrovo già stordito dalla violenza profusa dal quartetto e non so come arriverò alla fine di questo terrificante viaggio sonoro. Le cose infatti non cambiano certo con "Wulfsige Walbend", in grado di travolgerci nuovamente con una ritmica sputafuoco, sparata a tutta velocità con la voce, uno screaming lacerante, a fare da guida a questo annichilente e turbolento dedalo sonoro. Rispetto al passato, trovo che la band si sia ulteriormente incattivita, lanciando uno dopo l'altro, assalti sonori frontali che hanno il solo effetto di disorientarci e lasciarci e senza fiato. Spettacolare tuttavia il brano 'The Last Terraform - A Eulogy of a Failed Dream', che inietta una maggiore dose di melodia al tutto, pur sfoggiando un lavoro di batteria ai limiti del sovrumano, che chiama in causa per magniloquenza, anche gli Altar of Plagues. Il disco non è di facile digestione, ma questo credo sia un punto a favore della band, per non aver mai corsi il rischio di cadere nei cliché tipici del genere. Fatto sta che i nostri persistono senza sosta a tracciare trame musicali devastanti: "Cyber Angels - Masters of Opression", "The Final Battle for Dominance in the Binary Realms" e "The Undying Void" arrivano spedite come proiettili sparati in pieno volto, lasciandomi francamente sfinito e attonito al termine di un ascolto che troverà ben poche pause, il break atmosferico di "Torn Between Worlds" e quello cibernetico della conclusiva "Igniting the Skies of Creation". Quello dei Deconstructing Sequence è sicuramente un disco che potrà piacere agli amanti del black metal contaminato ma al contempo privo di compromessi, e anche per chi apprezza la furia dirompente degli Anaal Nathrakh. Provare per credere. (Francesco Scarci)

(Black Lion Records - 2025)
Voto: 75

martedì 13 gennaio 2026

Laetitia In Holocaust - I Rise With The Dead

#PER CHI AMA: Black Avantgarde
Con l'EP 'I Rise With The Dead', i modenesi Laetitia In Holocaust riaffermano la propria posizione di assoluti outsider del black metal d'avanguardia italiano, proseguendo quel percorso di destrutturazione sonora iniziato oltre vent'anni fa e che il sottoscritto, ha iniziato ad apprezzare con l'album 'Rotten Light' nel lontano 2011, dopo averli incontrati per un'intervista radiofonica. Il quintetto emiliano, reduce dal precedente 'Fanciulli d'Occidente', continua il proprio percorso in un territorio in costante precario equilibrio tra la lezione acquisita dai Spite Extreme Wing e le dissonanze liquide dei norvegesi Ved Buens Ende, mantenendo comunque un'attitudine orgogliosamente aristocratica e distaccata. La produzione, curata per esaltare ogni sfumatura di un songwriting stratificato, mette in primo piano il lavoro virtuosistico del basso fretless, che s'intreccia già nell'iniziale "Gioia e Pianto alle Teste dei Leoni", a chitarre mai banali, dalle trame serrate e psichedeliche allo stesso tempo, mentre lo screaming acuminato di A.Z., è simile a una grattugia che sbriciola listelli di ferro. Alla fine, i dodici minuti dell'opening track sono una valanga di pura estasi nichilista, dove l'intensità drammatica delle atmosfere, si combina con i consueti repentini cambi di tempo, marchio di fabbrica da sempre della band, andando a dipingere un paesaggio di rovine ed echi ancestrali, che si accompagnano con delle liriche improntate alla rinascita dei valori vitalistici, la caducità del vigore e della bellezza e il veleno del Cristianesimo. Con la successiva "Of Feathers and Doom", si continua con sonorità mid-tempo che comunque non soffocano i ruggiti bellicosi di un comparto chitarristico assai complesso e ispirato, soprattutto in quei passaggi strumentali che evocano una nostalgia cupa per un mondo perduto. In conclusione, 'I Rise With The Dead' è un'opera che consolida un'identità artistica granitica e inimitabile che da sempre vado sottolineando per i Laetitia In Holocaust, un lavoro sicuramente ostico ma comunque indicato per chi cerca nel black metal una profondità intellettuale che vada oltre il semplice impatto sonoro. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2025)
Voto: 74