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martedì 18 giugno 2019

Ysengrin - Réincrudation

#FOR FANS OF: Occult Black Metal, Mortuary Drape
Ysengrin is a French band founded in Normandy back in 2005. Currently, the band consists of three musicians, being Guido Saint Roch the only founding member of this band. Ysengrin began as a solo project, but Guido has traditionally been accompanied by other two musicians in order to complete the line-up. The current bass player, known as Alrinack and Inkantator Kour, who shares the duties of playing the keys, performing the vocals and other stuff with Guido, are involved in many other underground projects. So in practice Ysengrin continues to be Guido´s personal project.

The Ysengrin´s sound is usually defined as “hermetic dark metal” and it can hardly be restricted to only one subgenre. The band´s peculiar and primitive style flows between the boundaries of doom, death and black metal. Conceptually, the music is strongly influenced by esoteric and occult themes, which play a major role in the forge of Ysengrin´s very personal creations. The ambience is dark and suffocating and the production has been traditional raw, yet very atmospheric. Ysengrin´s core sound is clearly represented in the album 'Réincrudation'. This is in fact not a new work, but a compilation of the remastered old demos 'Archivum MMV-MMX' and 'Alchimëte'. 'Réincrudation' portraits the very personal sound of Ysengrin in its purest form. The compositions have a primarily slow pace, very doomish and atmospheric. The first half of the album contain tracks like “Abstinence”, which have a pretty repetitive pace with very simple drums and riffs with a quite raw and crushing tone. The variety only comes in form of interludes, which strengthen the mysterious atmosphere of the whole work. Anyway, the most interesting tracks come at the last part of this compilation. A remarkable example would be “Antéros”, which has more diverse structures. Vocally speaking, the band combines the typically death metal growling vocals with a clean one. The growls are quite primary and remind me the most traditional and underground death metal scene. On the other hand, the clean ones have a distinctive occultist touch, as they sound like a sorcerer invoking a demon. The peak of 'Réincrudation' is undoubtedly the longest and most elaborated track entitled “Mystéres De L ´Artifex”. The production in this track seems to be better balanced and cleaner, yet still rasping. It combines the aforementioned harsh and clean vocals with better structured guitars riffs. The track flows more naturally and it has a more coherent structure, less weird, which could be worse for some people, but it is much better in my opinion. It also contains some interesting keys in the background and even some bells who add a mysterious touch. Experimentation and weirdness don´t disappear as Ysengrin still introduces some dissonant guitars riffs which reinforce this gloomy and occult ambience.

Ysengrin´s music is in fact not an easy one to digest. Though I must admit that the 65 minutes that this work lasts have been a hard tack for me, there are still some good points to highlight, which save the album for me. When the tracks are better composed and have a more varied touch Ysengrin´s occult metal can have some interesting details and remarkable sections as it happens in songs like “Mystéres De L´artifex", for example. This is obviously a demo compilation, a fact which makes understandable that the band had yet some aspects to polish. Last tracks, as I have mentioned, mark the correct path for the band so it would be interesting to see what Ysengrin can offer in 2019. (Alain González Artola)

(I, Voidhanger Records - 2019)
Score: 55

https://i-voidhangerrecords.bandcamp.com/album/r-incrudation

Rancorum - The Vermin Shrine

#PER CHI AMA: Death Old School, Entombed, Morbid Angel
Se la francese Les Acteurs de l'ombre Productions è focalizzata nella promozione di band del proprio paese, ecco che un atteggiamento analogo viene perseguito anche dall'etichetta rumena Loud Rage Music, attenta nello scovare band interessanti nel proprio nutrito sottobosco. E cosi, ecco arrivare da Bucarest i Rancorum, moniker che non mi fa proprio impazzire, ma che a livello musicale, non appaiono proprio degli sprovveduti. Alfieri di un death metal old school, il quintetto rumeno esordisce con 'The Vermin Shrine', sei mortifere tracce che presentano vari rimandi nel proprio tortuoso sound. Se ascoltiamo l'opener "Voidification", è inevitabile non pensare ai Morbid Angel nei saliscendi ritmici imposti dai cinque musicisti. Ritmica solida, massiccia, poco spazio alle melodia, in un brano ritmato che mette in mostra certamente un bravo vocalist dietro al microfono, un'ottima produzione, bella potente ma poco altro. Con "Bedlam of Saints" ci trasferiamo invece in Svezia, Stoccolma per l'esattezza, per godere di quei riferimenti musicali che resero grandi gli Entombed nel periodo d'oro tra 'Left Hand Path' e 'Clandestine'. Certo non si raggiungono le velocità vertiginose di quei due album, ma i nostri Rancorum ci deliziano con un sound massiccio, assai ritmato che rievoca proprio i gods svedesi e i loro compari Grave e Dismember, il trittico delle meraviglie per ciò che concerne il death metal scandinavo. La musica non cambia poi di molto anche con le successive "Nadiral" e "The Shining", due brani che vanno dritti per la loro strada senza proporre troppi stravolgimenti alla proposta del combo rumeno, solo che questa volta nelle linee di chitarra ci sento un che di 'Testimony of the Ancients' dei Pestilence. Peccato solo manchi quella delirante componente progressive che rese grande l'ensemble olandese, sebbene non abbia nulla da obiettare nei confronti dei Rancorum per ciò che riguarda il livello tecnico-esecutivo. Il limite di 'The Vermin Shrine' sembra essere alla fine la sua eccessiva monoliticità che non apre neppure a qualche sprazzo melodico. Questo ne rende l'ascolto probabilmente poco entusiasmante, necessitiamo infatti di parecchi ascolti per assimilare la proposta della band. Si prosegue intanto con la veemente "Towards Below" che con la conclusiva title track, hanno ancora da regalarci quindici minuti di suoni percussivi, assai ritmati nel primo caso, che a metà brano sembra quasi avvicinarsi al death doom, ma che finalmente regala un tagliente assolo finale. Con l'ultima "The Vermin Shrine" ci caliamo negli abissi per un pezzo che ha ancora modo di evocare l'essenza di un mostruoso a tre teste formato da Morbid Angel, Entombed e Pestilence. (Francesco Scarci)

(Loud Rage Music - 2018)
Voto: 70

https://rancorum.bandcamp.com/

lunedì 17 giugno 2019

Zatemno - В петле

#PER CHI AMA: Black/Death/Folk, Moonsorrow
Dalla Russia con amore, ecco arrivare i moscoviti Zatemno con il loro full length di debutto, 'В петле', fuori per la sempre attenta Aesthetic Death. Un disco che include quattro soli pezzi di black/death metal melodico contaminato da influenze popolari. Per giustificare questa mia affermazione, vi basti dare un ascolto all'opener "Вступление", dove compare l'utilizzo di una fisarmonica, ma sia chiaro che non abbiamo a che fare (almeno in questa circostanza) con nulla di etno-folk in stile Eluveitie, visto che il duo picchia davvero duro con linee di chitarra iper tirate, relegando solo a pochi frangenti l'utilizzo dell'inimitabile strumento aerofono che torna nell'incipit acustico di "Лишь только ветер". Qui ad accompagnarla c'è un pezzo parlato (ovviamente in russo), poi la song prende una strana piega visto che si avvicina maggiormente ad uno di quei brani suonati dagli artisti di strada in una qualche fiera di provincia, con uno screaming (unica forma di musica estrema) che si sovrappone ad un cantato artistico-teatrale, in una sorta di rivisitazione dei Pensées Nocturnes. Sono un po' disorientato in effetti, ma la title track ripristina le cose con un sound più estremo, pur sempre contaminato da influenze popolari, in un incedere di violenza, folklore e follia che miscela i Pensées Nocturnes con i Moonsorrow. L'ultimo pezzo, "Копотью солнца", si muove tra un black stralunato, punk, linee melodiche death metal, folk e infine anche drone, affrontando poi a livello lirico, tematiche legate ai meccanismi distorti di alienazione e conflitto della mente umana, fino al suicidio. Insomma, 'В петле', il cui significato è "sulla forca" (o con il cappio al collo), è un album abbastanza eterogeneo e particolare che forse non demarca esattamente alcun limite imposto dal duo russo nella visione musicale che hanno in mente. Il mio consiglio è quello di dargli un ascolto attento, perché alcune cose lasciano intravedere una vena assai originale dei nostri. Bene, ma si può e deve fare ancora meglio. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2019)
Voto: 69

https://deathknellprod.bandcamp.com/album/-

Bjørn Riis - A Storm is Coming

#PER CHI AMA: Progressive Rock, Porcupine Tree, Pink Floyd
È davvero incredibile come dalla penisola scandinava escano continuamente proposte musicali originalissime e di una qualità altissima. Bjørn Riis, già frontman degli Airbag, ci delizia con questo 'A Storm is Coming', sei epici brani sul tema delle relazioni umane, della perdita di qualcuno di caro, scritta come un dialogo tra due persone. I pezzi sono struggenti ed emozionalmente intensi, si sente un lontano eco delle grandi band degli anni d’oro del rock, una su tutti i Pink Floyd, come nella splendida suite di apertura "When Rains Fall", cosi come pure band più recenti che portano in alto la bandiera del prog, e penso ai Porcupine Tree, come nel secondo pezzo "Icarus". Il dialogo tra la voce e la chitarra solista è il punto forte del disco, anche se ormai di assoli ne abbiamo tutti avute piene le orecchie, le evoluzioni di Bjorn sulla sei corde sono più che altro slanci di espressività che la voce non può raggiungere, layer di emozione che si posano uno sull’altro. Il risultato finale dei brani è senza dubbio qualcosa di unico e particolarissimo, che affonda le sue radici nella migliore tradizione del prog internazionale e che cerca di rievocare i fasti di uno dei generi musicali più belli mai inventati dall’uomo, a mio parere, con successo. Per tutta la composizione siamo come sospesi su nuvole di fumo bianco, in un cielo terso ed infinito, dove niente è turbato da niente e dove la perfezione è così immacolata da trasmettere tristezza e senso di impotenza come quella che prova un marinaio solo in mezzo al mare e in mezzo al cielo. Se non ci credete provate ad ascoltare "You and Me" e poi ne riparliamo. Si prosegue con "Stormwatch", un pezzo che con il suo quarto d’ora di lunghezza copre svariati paesaggi, oltre che alle usuali sospensioni estatiche anche dei pesanti riff distorti che arrivano come un fulmine a disturbare la calma del tappeto di synth e chitarra acustica, poi ancora assoli di gilmouriana memoria e linee vocali sentite e accorate. Ogni brano è un viaggio che porta ad esplorare le sfaccettature della propria interiorità e che porta a chiederci se siamo in grado di sopportare il dolore che una perdita può lasciare o il vuoto che le relazioni tra noi, per la loro profonda imperfezione, si lasciano dietro. 'A Storm is Coming' è un modo splendido di far fronte a queste emozioni che ci affliggono ma che ci permettono anche di andare oltre noi stessi, di crescere e trovare qualcosa che da soli non riusciremo mai nemmeno a cercare. Tutto questo nella consapevolezza chre non possiamo evitare il dolore e il vuoto, così come non possiamo fermare l’avanzata delle nubi cariche di pioggia e fulmini, così come di fronte alla tempesta che si avvicina minacciosa, non possiamo far altro che aprire le braccia ed accogliere tutta la sua magnifica e spaventosa potenza. (Matteo Baldi)

Moodie Black - MB I I I . V M I C H O A

#PER CHI AMA: Noise/Rap
Avevamo lasciato Moodie Black poco tempo fa con la recensione del precedente 'MBIII', ed ecco che a sorpresa il duo americano, rilascia una nuova release di altri quattro brani, dal titolo che si lega ed evolve il suo predecessore. Anche in questo 'MB I I I . V M I C H O A' troviamo l'incedere lento e le sonorità industriali che minano i codici canonici dell'hip hop originale e più standardizzato, focalizzando ancora una volta lo strappo artistico verso una scena troppo abusata e priva di fantasia e sperimentazione. A mio avviso, anche stavolta la band di Los Angeles coglie nel segno, aprendo le frontiere con un suono violento e gelido, che non si risparmia, sdoganato dai dogmi del genere, distorto, affascinante ed introspettivo, senza una continuità ritmica, anzi, il taglio sonoro è frastagliato, fatto di fotogrammi diversificati e scomposti tra loro, minimali, industriali, noise oppure orchestrali, con aperture nelle composizioni che sembrano piccole colonne sonore fatte per un paesaggio post bellico, post guerra nucleare, apocalittico, accompagnate da uno spoken word duro e drammatico, anch'esso prevalentemente distorto come fosse una band harsh/EBM. In quest'ottica la canzone più rappresentativa è la conclusiva "32" (anche se il disco mantiene costante uno standard di qualità e produzione molto alto), che si presenta come una perla preziosa, oscura e radiosa allo stesso tempo, che rappresenta a dovere il percorso artistico intrapreso dai Moodie Black in questi ultimi tempi, con un ponte al minuto 1:43 che spacca la song in maniera brutale, drammatica ed inaspettata, con una sensibilità compositiva da vero fuoriclasse, come se la musica fosse virata in un grigio e cupo brano dell'ultimo Nick Cave, per poi rientrare in una coda esasperata dalle tinte minimal-rumoristiche, ossessive e soffocanti. La musica dei Moodie Black è un aut-aut, uno strappo contro il mondo da cui è stata generata, una musica che si ama o si odia, che non si associa facilmente e banalmente al contesto hip hop, perchè è frutto di un risultato artistico che vuole essere più alto e libero dai confini commerciali e stilistici. Quattro brani tutti da scoprire, pieni di immagini musicali diversificate tutte da apprezzare. Altra prova molto interessante e fantasiosa che associata al precedente 'MB III', forma un full length di tutto rispetto. Ascoltare per credere! (Bob Stoner)

venerdì 14 giugno 2019

Target - Deep Water Flames

#PER CHI AMA: Techno Death/Progressive, Meshuggah, Cynic
I Target me li ricordo bene: band cilena uscita con il debut nel 2011, 'Knot of Centipedes', un disco che sottolineava le eccellenti doti tecniche dell'ensemble di Santiago. Poi un gran silenzio, interrotto fortunatamente da un EP nel 2017, che mi faceva ben sperare per il proseguio della band che pensavo ormai desaparecida. Ed eccoli finalmente tornare con il secondo lavoro, questo 'Deep Water Flames' che ha permesso al quartetto di strappare un contratto con la Australis Records e strappare a me un sorriso per la loro proposta musicale. Quanto contenuto in questo disco infatti ha un che di miracoloso, dato che i nostri hanno pensato bene di combinare il techno death dei Meshuggah con il post metal dei The Ocean. Non capite quanto io abbia goduto e stia godendo tuttora all'ascolto di un pezzo come "Inverted Gloaming", che pone l'accento sulle capacità tecnico-esecutive, ma incredibilmente anche sulla creatività compositiva dei nostri. E allora preparatevi al classico muro di riffoni poliritmici, come i gods svedesi insegnano, ma anche a larghi tratti atmosferici, catchy quanto basta per far gridare al miracolo. Aggiungete a tutto questo un ottimo dualismo vocale, tra il growl e il suadente pulito dello stesso Andrés Piña e capirete il perchè del mio entusiasmo. "No Solace Arises" è più ritmata, ma altrettanto efficace nella sua portata emozionale, grazie a delle melodie di fondo assai gradevoli e ad una serie di cambi di tempo e break strumentali da URLO e lo scrivo in maiuscolo proprio per sottolinearlo a gran voce. Bravi, bravi e poi bravi. Non è una proposta semplice, ci vuole coraggio, perchè il rischio di essere etichettati come cloni è proprio dietro l'angolo, soprattutto quando pezzi come "Oceangrave" o la successiva "Surge Drift Motion", sembrano essere stati pensati da Jens Kidman e soci. Spaventosi a livello percussivo, paranoiche a livello chitarristico, orrorifiche per l'utilizzo dei synth, signori, 'Deep Water Flames' si candida ad essere uno dei top album sul versante techno death di questo 2019. Mamma mia che mazzate ci rifilano tra faccia e pancia, un uno due, diretto e montante, da knockout. E poi che dire quando in "Surge Drift Motion", la band smorza i toni, anzi spegne la luce completamente e regala un assolo (di scuola Cynic) da brividi. Un intermezzo ombroso per scrollarci di dosso l'incredulità che si è nel frattempo posata sulla mia faccia di fronte a tali sonorità ed è tempo di farci investire ancora dalla sublime ed ingannatoria atmosfera di "Drowned in an Everlasting Mantra", tranquilla all'inzio ma poi dirompente al massimo. Ancora tanta carne al fuoco, perchè mancano all'appello "Blackwaters", song assai mutevole nel suo incedere baldanzoso, e la lunga "Random Waves", oltre nove minuti di rabbiose e ubriacanti ritmiche, dove i Target saranno in grado di intrappolarci nella loro matrice sonora, merito delle tele intessute da questi incredibili musicisti e dell'ottima verve di cui è dotata la compagine sudamericana. Ah dimenticavo, l'ascolto di 'Deep Water Flames' è altamente consigliato da consumarsi in cuffia per assaporare al meglio la debordante miscela sonora (quasi noisy sul finire del penultimo pezzo) esplosa dalla strumentazione di questi artisti. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodervi addosso. (Francesco Scarci)

Darkenhöld/Griffon - Atra Music

#PER CHI AMA: Atmospheric Black/Folk
Torna la Les Acteurs de l'Ombre con una produzione nuova di zecca, tutta made in France, come da tradizione in casa dell'etichetta transalpina. Questa volta trattasi di uno split album, in cui a condividere il minutaggio, ci pensano i Darkenhöld, trio originario di Nizza, e i Griffon, quintetto proveniente da Parigi. La proposta di 'Atra Music', questo a proposito il titolo del dischetto, si apre col folk black di quest'ultimi e i loro quattro pezzi a disposizione con i quali farci assaggiare la loro personale visione del black. Oltre alle variegate contaminazioni folk, quello che colpisce in "Si Rome Vient à Périr", è un uso alquanto originale delle voci, tra il declamato e lo screaming arcigno, il tutto su un impianto ritmico a tratti nevrotico e urticante, ma in grado anche di deragliare in anfratti più sinfonici, proprio come accade nel finale dell'opening track. Lo sferragliare di "Souviens Toi, Karbala" sembra evocare il suono della battaglia grazie ad un black tirato, interrotto solo da qualche frangente più ragionato e melodico, nonchè tribale, ancora una volta sul finire del pezzo. In "Jérusalem" rieccheggia il suono di un black battagliero, di scuola "windiriana" che sottolinea le influenze della band ma che ci dice anche che non c'è nulla di nuovo all'orizzonte, aggrappandosi ad idee interessanti fino ad un certo punto, sicuramente già largamente sfruttate da tutto quello stuolo di band dedite ad un atmosferico ed epico black metal. L'outro folkish dei Griffon ci dà modo di prepararci al sound acustico di "Marche des Bêtes Sylvestres", la prima delle quattro frecce da scoccare da parte dei Darkenhöld. Con mia somma sorpresa però apprendo che la proposta dei nostri sia interamente affidata a suoni acustici e quella che io credevo una sorta di intro, rappresenta in realtà lo standard dell'offerta dei Darkenhöld anche nelle successive "Le Sanctuaire de la Vouivre", "Les Goules et la Tour" e via dicendo ove i nostri ci deliziano con un sound all'insegna di un medieval black metal, dove la parola black è affibiabile esclusivamente alle grim vocals. La ritmica infatti, è affidata a flauti, violoncelli, arpe e percussioni, il ttuo in versione completamente unplugged. La proposta del terzetto mi ricorda per certi versi il brano contenuto in 'Rotten Light', “Dialogue with the Sun”, dei nostrani Laetitia in Holocaust, per quel suo drumming incessante che va ad intersecarsi alle chitarre acustiche e ci permettono di conoscere qualcosa di più della personalità camaleontica dei Darkenhöl. Esperimento riuscito, anche se non so quanto possa aver presa sui fan. Vedremo. (Francesco Scarci)

Feradur - Legion

#PER CHI AMA: Melo Death/Thrash, Amon Amarth
In uscita questi giorni il comeback discografico dei lussemburgo-teutonici Feradur. 'Legion' rappresenta infatti il secondo lavoro per il quintetto originario della capitale del piccolo stato mittle europeo, con qualche membro poi dislocatosi ad Amburgo e Colonia, in Germania. 'Epimetheus', il debut del 2015 era arrivato solamente nove anni dopo la nascita della band, ora abbiamo atteso quattro anni per gustarci il secondo album dei nostri, con questo ritmo non è detto che il prossimo lavoro possa uscire fra un paio di anni. Comunque, parlando dei contenuti musicali delle undici tracce qui incluse, posso dire che in mano ci ritroviamo un Lp dedito a sonorità melodeath, dalle influenze più disparate. Si va dal sound degli Amon Amarth di "A Hadean Task" agli Iron Maiden di "Fake Creator", ma andiamo con ordine. I nostri sono sicuramente diligenti nello svolgimento del loro compito, affidandosi sin dall'opener "Deus (Finis Saeculorum)" a ritmiche robuste, ben dosate, una produzione bella piena, e ritmi incandescenti. Ascoltatevi a tal proposito la roboante "Kolossus", una bella cavalcata death thrash, che vi riporterà ai fasti degli anni '90, pronti per lanciarvi in un infuocato headbanging, anche se poi il finale sembra virare verso territori più moderni, ad un black death dotato di ottime melodie al servizio di una buona tecnica. Sia ben chiaro che nessuno ha scoperto l'acqua calda, un nuovo continente o inventato un nuovo genere musicale, i Feradur suonano quello che più amano e più ha plasmato la loro crescita musicale, un death metal venato di qualche influenza progressive, che trova addirittura il modo di sfociare in influenze folkloriche. Si perchè l'inizio acustico di "Omen of Incompleteness" ci proietta al Kantele finlandese di Amorphis memoria, in un brano che evolve successivamente in un sound macinaossa stile Arch Enemy. Ben più ruffiana "Fake Creator", vuoi per le melodie che si stampano immediatamente in testa, ma anche per l'uso delle keys, che lasciano poi il posto ad un bel rullo compressore fatto di ritmiche tirate e un growling omicida, merito dell'ultimo arrivato, in seno alla formazione, l'unico vero tedesco della compagnia, Mario Hann, che suona nei Reapers Sake e ha peraltro collaborato con altre band, sia dietro la consolle che come guest, vedi Firtan o nel nuovo EP dei Luzidity. Intanto, qui si continua a viaggiare su tempi sparatissimi con un bel tremolo picking in sottofondo, mentre le chitarre sembrano invece richiamare il NWOBHM con le linee melodiche in stile Iron Maiden. C'è tempo ancora di farci sparare in faccia altre granitiche tracce, il disco dura infatti oltre 50 minuti: "Of Greater Deeds" è una bella mazzata in pieno volto con una serie di cambi di tempo da urlo ed una prova alla batteria di "D-" Mich Weber davvero notevole, senza mai perdere di vista il lavoro dei due axemen, che ne combinano di tutti i colori alle sei corde. Più oscura "The Night They Were Taken", dura, quasi spettrale nella sua componente solistica, che mi ha evocato per certi versi i primi Testament, poi altro sublime cambio di tempo e sembra di ascoltare un altro brano, compresso, caustico, serrato, feroce. Si cambia ancora registro con il mid-tempo di "Amplification Monolith", un brano che s'ispira nuovamente agli Amon Amarth e che vede nel ricamo chitarristico delle due asce, il punto di forza della compagine lussemburghese. Poi il finale, affidato alla marziale "Maelstrom" e a quel prepotente gorgo che crea un ambiente denso ma atmosferico prima dell'uscita sparata a mille, con chitarre di Overkilliana memoria. Si arriva intanto alla conclusiva e strumentale "Into Stygian Depths", un breve outro che chiude questo secondo episodio della saga Feradur. Ben fatto. (Francesco Scarci)

(Self - 2019)
Voto: 75

https://feradur.bandcamp.com/

giovedì 13 giugno 2019

Membrane/Sofy Major - Split Lp

#PER CHI AMA: Noise/Hardcore, Unsane, Melvins
Membrane e Sofy Major hanno da poco rilasciato gli ultimi capitoli della rispettiva discografia, il ruggente 'Burn Your Bridge' per il terzetto post-hardcore di Vesoul, e il graffiante 'Total Dump' per il gruppo di Clermont-Ferrand (che probabilmente qualcuno avrà potuto apprezzare live insieme agli Unsane al Solo Macello del 2016). Scopriamo che nel 2011 (riproposto nel 2017 dall'Atypeek Music) le due band transalpine, allora scarsamente conosciute dalle nostre parti, avevano unito gli sforzi registrando uno split fatto di distorsioni ipertrofiche e riff abrasivi. Aprono le danze i Membrane con “Gruesome Tall”, “Small Fires” e “Lifeless Down on the Floor”, pezzi ombrosi e che trasudano rabbia, perfetta sintesi delle coordinate della band: un post-hardcore molto pesante e metallico che richiama Breach e Today Is The Day, lanciato come un treno fuori controllo sui binari tracciati dalla batteria martellante e alimentato dallo sferragliare del basso. Ci pensano poi i cupi accordi di Nico e il cantato sofferente a raschiare ogni residua resistenza di fronte al cataclisma che i Membrane scatenano su di noi. La proposta dei Sofy Major è meno viscerale e più cafona (in senso buono), punta su suoni grossi e sulle distorsioni slabbrate create da quei Big Muff di cui non negano la dipendenza e l’abuso: “Ruin It All”, “Doomsayer and Friends”, “Some More Pills” e “Once was a Warrior” sono dei pugni in faccia a cavallo tra il pesante noise degli Unsane e lo stoner pachidermico dei Melvins, brani in cui la band dimostra tutto il suo potenziale sonoro distruttivo. Entrambe riconducibili al filone noise-core, Membrane e Sofy Major ci offrono due approcci differenti, con i primi maggiormente incattiviti e attenti a costruire atmosfere che coinvolgano l’ascoltatore nel loro abisso di angoscia, i secondi irriverenti e rumoristici servi di una qualche divinità del caos. Dal 2011 a oggi entrambi hanno affinato le proprie lame consegnandoci uscite memorabili, ma dando un ascolto a questo split c’è da dire che le premesse erano buone già all’epoca. (Shadowsofthesun)

Rature - Les Oublies d'Okpoland

#PER CHI AMA: Rap/Punk/Jazz, Massive Attack, Manes
Nel Pozzo dei Dannati si fa metal, che diavolo ne posso pertanto sapere io di rap/hip hop, manco mi piace, eppure c'è chi pensa che inviarci materiale di simili sonorità possa essere sempre un buon mezzo pubblicitario, il classico modo di dire "che se ne parli bene o male, l'importante che se ne parli". E cosi ecco trovarmi qui a parlare dei Rature, duo francese e del loro 'Les Oublies d'Okpoland', secondo atto della loro discografia. Diciamo subito che l'impressione che ho avuto all'ascolto di "Orgue", opening track dell'album (peraltro riproposta anche in versione remix con "Stone" alla fine dell'album), è stata più o meno la medesima di quando piazzai nel lettore cd 'Disguised Masters' degli Arcturus, con la sola differenza che qui si rappa e nel '99, in un disco estremamente sperimentale di una band già di per sé sperimentale, non lo si faceva. Poi ovviamente se sento uno dopo l'altro una serie di "yo", come accade in "Oldschool", non posso rimanere favorevolmente colpito, ripeto io ascolto metal e per quanto possa essere di vedute aperte, il rap non è certo il mio genere. Eppure quello dei Rature è un sound caldo che miscela in modo particolare hip hop, punk rock e free-jazz, insomma un bel pastrocchio. Non mi resta altro che farmi intrappolare allora e superare il mio blocco psicologico, facendomi avvinghiare dalle sinistre sonorità di "Poney" e da quel drumming elettronico accompagnato dalle litaniche vocals di arcturiana memoria. Sta a vedere che ci trovo anche godimento ad ascoltare questa musica, non lo escluderei aprioristicamente. È tempo di "Stone" e di un sound che mi evoca i miei trascorsi trip hop con Massive Attack (e gli album più sperimentali dei Manes) e diavolo mi ritrovo addirittura a scuotere la testa al ritmo strisciante dei Rature; questa sensazione tornerà anche in "Coma", dove ho ripensato a "Karmacoma" dei Massive. Che succede, la musica mi entra sotto la pelle, entra nelle vene e mi immergo completamente nel groviglio sonoro creato da questi due artisti. La successiva "Aeiou" non la amo particolarmente, forse troppo vincolata al rap e non proprio brillante a livello di testi, anche se poi quando parte il soundscape in background, ammetto di esserne particolarmente affascinato, vuoi perché riesco a trovare anche qualche similitudine con i CROWN. Il lavoro continua in questa direzione, abbinando alla trance sonica, una buona dose di sperimentazione che va ad ampliare ulteriormente i miei orizzonti musicali. Voi vi sentite pronti? (Francesco Scarci)

(Atypeek Music - 2019)
Voto: 74

https://business.facebook.com/AtypeekMusic/

mercoledì 12 giugno 2019

Ferriterium - Le Dernier Livre

#PER CHI AMA: Black, Windir, Satyricon
Oltre a Dies dei Malevolentia coinvolto nei Saturnus Terrorism, anche Raido, della stessa compagine, si è lanciato nel classico side-project, i Ferriterium. La band francese è però già al secondo album, ossia questo 'Le Dernier Livre', un lavoro diviso in sei lunghi capitoli. L'album chiama in causa come principale influenza i Windir, proponendo infatti già dall'opener epiche melodie di chitarra che accompagnano una ruvida matrice ritmica e le indemoniate vocals di quello che è in realtà il chitarrista dei Malevolentia. La musica è tiratissima in tutti i brani ma mantiene comunque quell'approccio evocato dalla musica classica, sviscerato peraltro dagli stessi Windir e dagli svedesi Dispatched. Se i primi due capitoli del cd guardano tendenzialmente ad un black algido ma atmosferico, "Chapitre 3" è più orientata al versante thrash black, pur esibendo un breve break strumentale ove poggiare le vocals invasate del frontman e ripartire poi di slancio con le classiche glaciali melodie intessute dalla sei corde e il serratissimo lavoro alla batteria di Bael. È tuttavia con il quarto capitolo del disco che si toccano gli apici sensoriali di questo lavoro. Una melodia estremamente malinconia scandita dal rifferama del chitarrista, affiancata da un drumming omicida aprono il pezzo, che in 90 secondi prova a cambiar ritmo, rallenta creando un po' di suspense, ma poi riparte col classico tremolo picking ed una serie di cambi di tempo da urlo, scanditi da splendide melodie e da una sezione solistica finalmente all'altezza, che eleggono il pezzo come il mio preferito del disco. Il pungente e ficcante tremolo picking apre anche "Chapitre 5" in quella che forse è invece la song più brutale del disco, là dove convergono le influenze dell'asse formato da Dissection, Satyricon e Mörk Gryning, anche se in realtà potrei citarvene mille altri, considerato che la song strizza poi l'occhiolino ad un certo black'n roll spaccaculi, soprattutto nell'ottimo assolo a metà brano. La carneficina termina con "Chapitre 6", l'ultimo episodio che mette ancora in mostra una certa abilità nella ricerca melodica messa poi a disposizione della durezza del combo transalpino, a scardinare i cuori gelidi dello stuolo di metallari e allo stesso tempo a testimoniare l'eccellente performance stilistica messa in atto da questi Ferriterium, una band assolutamente da non sottovalutare. (Francesco Scarci)

Marche Funèbre - Death Wish Woman

#PER CHI AMA: Death/Doom, primi Paradise Lost
In attesa di ascoltare il nuovo Lp dei belgi Marche Funèbre, la band ha pensato di regalare ai propri fan, nell'autunno 2018, un EP ('Death Wish Woman') di una mezz'oretta che tenesse calde le orecchie degli amanti del death doom del quintetto di Anversa in vista dell'inverno. E cosi, ecco tre nuove tracce più la cover "As I Die" dei Paradise Lost. E proprio ai primi vagiti di Nick Holmes e compagni, la band belga sembra rifarsi, anche se francamente siamo lontani dalla genialità dell'act britannico. "Broken Wings" è una stilettata death metal, solo leggermente sfiorata in qualche soluzione atmosferica, dalle reminiscenze doom che fanno parte del bagaglio dei nostri, mentre a livello solistico, i punti di contatto con il "Paradiso Perduto" si fanno più forti. Con la title track, il registro non sembra cambiare: ancora death secco e diretto ad inizio e fine canzone, mentre nel bel mezzo del brano fa la sua comparsa una voce pulita e una ritmica più adeguata ai canoni dell'ensemble, che ci riporta in mente i Candlemass più epici. "A Departing Guest" è un viaggio di quasi tredici minuti all'insegna di un doomish sound che questa volta evoca i My Dying Bride, ma la song è cosi lunga che nel suo malinconico svolgersi, si possono scorgere altre influenze, soprattutto nel dicotomico uso della voce, sia in pulito che growl e nella comparsa di atmosfere dal sapore quasi stoner che cozzano un pochino con le più intransigenti accelerazioni death. Non so, non mi convince granché, mi sembra un po' troppo eterogenea, anche quando le chitarre nel loro rifferama, celebrano nuovamente i primi Paradise Lost. E si arriva finalmente a "As I Die", visto che ero curioso di verificare come i Marche Funèbre avrebbero modificato il mitico brano dei PL: se nulla cambia da un punto di vista prettamente strumentale, è a livello di cantato che la song ne esce penalizzata, non tanto quando il vocalist dà libero sfogo al proprio growl, piuttosto quando usa il clean o continua a ripetere "As I Die", mah da rivedere. Alla fine mi sento di dire che 'Death Wish Woman' è un lavoro raccomandato solo per i fan del combo belga, per gli altri, il suggerimento è di ascoltarsi i precedenti full length dei nostri. (Francesco Scarci)

The Vasto - In Darkness

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
A partire dal nome, i The Vasto non le mandano di certo a dire, la furia distruttiva ed il gusto per la rabbia più pura e feroce sono infatti le caratteristiche principali del loro punk-core viscerale e questo 'In Darkness' segna il punto di definizione della loro identità artistica. Interessante la commistione tra assalti al vetriolo e momenti più calmi come l’inizio di "Fractures", come le onde del mare che prima di infrangersi sugli scogli formano una risacca che porta il fondale alla luce del sole. Non si pensi a qualcosa di post oppure troppo emozionale, la rabbia e l’intensità impregnano pesantemente ogni nota, ogni intro, ogni passaggio. Sì, la risacca funziona come metafora ma solo per mostrare un fondale marcio, pieno di plastica e detriti della civiltà umana, non c’è niente di idilliaco o di poetico, solo un rigurgito di nausea verso tutto e tutti, che non si ferma davanti a nulla. "Fractures" è forse il mio pezzo preferito del disco grazia alla varietà di ritmiche usate e alla sua potenza espressiva, si passa dalla classica ferocia punk ad una coda a ritmo dimezzato propria di generi distanti dalla radice core della band, a riprova del fatto che i The Vasto non sono solo rabbia cieca ma lucida creatività e consapevolezza artistica. "Constellation" con i suoi riff granitici e gli arpeggi dissonanti potrebbe sembrare a tratti una canzone dei Cult Of Luna o dei Deathspell Omega, senza mai perdere di vista il quel tocco personale che i The Vasto sanno conferire ad ogni loro brano. Chiude il disco un’adrenalinica "Crocodile Tears" dove la radice punk si fa ancor più evidente sempre accompagnata da ruggenti stacchi di distorsioni fino al rallentamento e alla conclusione finale di 'In Darkness'. Sicuramente un disco che soddisferà il palato degli appassionati del genere ma che sarà in grado di dare spunti originali ed inaspettati a chiunque lo ascolti. Se cercate qualcosa di arrabbiato e ruvido, ma che al contempo sia in grado di spaziare dal proprio genere di provenienza, qualcosa di personale insomma, di squisitamente unico e compiuto nella sua concezione, allora mi sento di consigliarvi vivamente questo ultimo disco dei The Vasto, sono sicuro non ne resterete delusi.(Matteo Baldi)

(Overdub Recordings - 2018)
Voto: 78

https://thevasto.bandcamp.com/

lunedì 10 giugno 2019

Satori Junk - The Golden Dwarf

#PER CHI AMA: Doom/Stoner, Electric Wizard, primi Black Sabbath, Cathedral
Uscito originariamente nel 2017, ristampato nel 2018 e finalmente recensito nel 2019, compare sulle pagine del Pozzo dei Dannati, la recensione di 'The Golden Dwarf', opera seconda dei milanesi Satori Junk. Un disco di sette tracce (di cui l'ultima è la cover dei The Doors "Light My Fire") che confermano quanto già precedentemente apprezzato nel debut album dei nostri. La proposta del quartetto italico ci porta dalle parti di uno stoner blues rock doom di stampo settantiano che ammicca per forza di cose, agli Electric Wizard, ma che prova in un qualche modo ad offrire anche una propria originalità, frutto della cospicua personalità in seno alla band, intuibile peraltro già dalla coloratissima cover del disco. Quindi non stupitevi, ascoltando "All Gods Die" di rimanere impressionati di fronte alla bravura dei quattro sapienti musicisti lombardi nello sciorinare un muro di chitarre ultra stratificato. Non sono certo degli sprovveduti e la musica imbastita ne è certamente testimone, soprattutto nella fumosa "Cosmic Prison", in cui si scomodano facilissimi paragoni con i primi Black Sabbath, vera fonte d'ispirazione dei nostri, in compagnia di Cathedral ma anche dei Baroness, due realtà che già comunque traevano ispirazione dai maestri di sempre. La componente synth-effettistica impreziosisce di molto la proposta dei Satori Junk, e li avvicina per certi versi agli psych stoner veronesi Kayleth. Per ciò che concerne i vocalizzi poi, siamo dalle parti di una voce pulita, un po' effettata ma certamente convincente. Andiamo avanti nell'ascolto e per godere del roboante rifferama della brevissima, si fa per dire, “Blood Red Shine”: oltre cinque minuti, un lampo se confrontata con la successiva "Death Dog", dove sono invece più di quindici giri di lancette a dettare legge, in una melmosa sezione ritmica formata da basso e chitarra, due primizie, soprattutto la sei corde e le sue mirabolanti aperture solistiche, da applausi. La voce invece rimane un po' più nelle retrovie, concedendo maggior spazio all'apporto strumentale dei nostri, in cui a mettersi in evidenza c'è ancora un ispiratissimo synth. Tra lugubri rallentamenti, parti robuste più ritmate ed altre decisamente più atmosferiche, un finale ambientale, i quindici minuti sembrano scivolare anche abbastanza velocemente andandosi a collegare direttamente con la song che dà il titolo all'album per un altro sfiancante giro di dieci minuti secchi, in una traccia dal chiaro sapore sabbattiano, quello del primissimo Ozzy per intenderci. L'incedere è dapprima lentissimo, affidato alla voce del frontman, alle keys e ad un drumming ossessivo, poi ecco a subentrare chitarra e basso, in un pezzo ammorbante, ansiogeno e orrorifico. E passiamo alla cover dei The Doors, ultimo atto del cd: che dire, se non che sia praticamente irriconoscibile. Nemmeno nell'introduttivo giro di chitarra si riesce a riconoscere la famosissima melodia di Jim Morrison e soci; direi che l'unico punto di contatto con l'originale rimane il chorus centrale, visto che la voce di Luke Von Fuzz non ricorda nemmeno vagamente quella del suo ben più famoso collega e la parte solistica prende una piega tutta sua con i nostri a dar vita ad una versione funeral stoner di una delle canzoni più famose della storia del rock. Esperimento comunque riuscito e che ancora una volta, sottolinea la spiccata personalità del quartetto milanese. Con qualche correttivo, auspico che il terzo album sia molto meno derivativo di questo 'The Golden Dwarf' dando modo ai Satori Junk di essere ben più originali. (Francesco Scarci)

(Endless Winter - 2018)
Voto: 74

https://satorijunk.bandcamp.com/

Laetitia in Holocaust - Fauci tra Fauci

#PER CHI AMA: Black Sperimentale, Blut Aus Nord, Janvs
Era la fine del 2011 quando recensii 'Rotten Light' su queste stesse pagine ed intervistai i Laetitia in Holocaust negli allora studi di Radio Popolare Verona. Da allora un lungo silenzio, che mi ha portato più volte a pensare che il misterioso duo di Modena, si fosse sciolto. Poi ecco che spunta il coniglio bianco dal cilindro del mago e come il classico fulmine a ciel sereno, i nostri tornano con un lavoro nuovo di zecca, 'Fauci tra Fauci', fuori per la Third I Rex, che ha avuto il grande merito di credere in questi due ottimi musicisti. Diciamo subito che il sound dei nostri non è cambiato poi di molto rispetto a quel disco che tanto mi aveva impressionato, sebbene siano trascorsi quasi otto anni. I due misantropi N. e S., continuano nella loro proposizione di un black scevro di ogni riferimento e contaminazione, come se il tempo si fosse fermato a quel lontano 2011 e che nessuno abbia nel frattempo partorito idee vicine a quelle schizoidi della compagine emiliana. E quindi ecco che gli sperimentalismi ritmici dei nostri tornano a frastornarci nell'opener "Diva Fortuna", grazie a quel riffing che io trovo inimitabile, forsennato, straniante, sul quale poi poggia il cantato grattato di S.. "Through the Eyes of Argo" ha un attacco più punk oriented, anche se poi la traccia si muove lungo le coordinante di un black che rievoca per certi versi Janvs e Spite Extreme Wing, e dove sottolineerei l'ottimo lavoro di basso di N. in sottofondo, mantenendo comunque intatta l'originalità, da sempre marchio di fabbrica del duo modenese. "In Cruelty and Joy" è una song più vicina a quanto fatto dai nostri in passato con il classico rincorrersi delle chitarre tra improvvisi cambi di tempo, ritmiche convulse e ammorbanti, che crescono dentro come un virus mortale. La cosa che mi stupisce dopo tutto questo tempo è l'osservare che la band, pur non brillando per un largo sfoggio di melodie, ha la capacità di convogliare nelle proprie ritmiche, un fluido immaginifico che ha il potere di attrarre e sedurre coloro che si mettono all'ascolto della musica dei Laetitia in Holocaust. E quindi nel caos primigenio della terza traccia, io abbandono i miei sensi e mi lascio annegare in una furia iconoclasta avanguardista sperimental-esticazzi mi verrebbe da aggiungere. Questo perché i due sovversivi musicisti fanno ancora una volta quel diavolo che gli pare, sbattendosene di canoni e stilemi vari del genere e sbattendoci in faccia un suono privo di ogni tipo di rigidità strutturale. Figurarsi poi quando mi ritrovo ad ascoltare il pianoforte di "Exile" (opera di Dark Shaman) con le clean vocals a supporto, che cosa posso pensare? Che siano dei fottuti geni o che ci stiano prendendo tutti per il culo, fatto sta che i Laetitia se ne fottono di quello che posso pensare io o chiunque altro e vanno dritti per la loro strada fino a "The Elders Know". Un brano questo, in cui i chiaroscuri si fondono con la distorsione delle chitarre, con il suono che rimane sempre in bilico tra vertiginose e scoscese accelerazioni e frangenti più introspettivi, che confondono le idee non poco, cosa che accade anche durante l'ascolto della successiva "The Foot That Submits", ove emergono le influenze alla Ved Buens Ende. Mi soffermerei invece sulla lunga ed epica "Gods of the Swarm", nove minuti e mezzo di accelerazioni indemoniate guidate dalle demoniache vocals e dalle chitarre tanto semplici quanto efficaci, elaborate dal duo italico, frammentate da angoscianti rallentamenti che regalano ampio spazio strumentale al graditissimo comeback discografico dei Laetitia in Holocaust. Speriamo ora non dover aspettare un altro paio di lustri per sentir parlare di questi due stralunati musicisti. (Francesco Scarci)

Camilla Sparksss – Brutal

#PER CHI AMA: Indie/Elettronica/Darkwave/Post Punk
Due splendide foto di Camilla Sparksss sovrastano in copertina, la sua immagine delicata e introversa esplode tra i colori grigi dell'artwork divisa tra il glam dei 60's e la divina bellezza di una Nico del terzo millennio. La sua immagine rispecchia la musica, introversa, trasversale, delicata, ruvida, ruffiana, come se la Siouxie di 'Peek a Book' entrasse nelle note di una Tying Tiffany in vena di emulare Zola Jesus, che a sua volta vorrebbe presentarsi in una veste indie elettronica molto cool e accattivante. All'interno del disco la nostra visual artist e musicista svizzero/canadese, già parte del duo Peter Kernel, esplora innumerevoli paesaggi sonori, dando linfa vitale al mondo dell'elettronica più variegata, tra electro-post-punk, indie e dance alternativa, in un mondo pieno di colori e attitudine punk soprattutto nel canto. La voce di Camilla ha mille sfaccettature, si passa dall'ammaliante e suadente sussurro, alla prestazione vigorosa, al delay gotico degli anni ottanta fino al rap underground. Il villaggio sintetico è servito poiché l'ispirazione compositiva è vicina al synth pop e alla new wave di Chris & Cosey, con un gusto pop destabilizzante, apparendo al pubblico con una veste istrionica e ribelle di grande classe. Il tocco sperimentale appare in tutte le tracce senza mai esagerare, ma fornendo ai brani il giusto tocco astratto, ideale per stimolare l'ascoltatore e non annoiarlo mai, poi in alcune tracce, l'aurea "lynchiana" ed una leggera dose di dark wave fanno il resto, ovvero, rendere l'album appetibile fino all'ultima nota emessa. Del resto la qualità e l'esperienza della Sparksss è indiscutibile dopo un numero così consistente di uscite. Quando in "Messing With You" ci si inoltra in un miscuglio sonoro tra trance elettronica e la magia degli Opal, il gioco è fatto e ci si perde in un vortice di emozioni irresistibile. Le stonature della conclusiva "Sorry" sono un vero capolavoro, tra richiami bui della prima Florence and the Machine e il genio dei Cocteau Twins, un brano di neanche tre minuti in cui potremmo perderci e volare in un'altra dimensione, una vera e propria gemma. Un disco che ci permette di sognare liberandoci da confini sonori, sogni colorati di grigio, pieni di carattere e istinto anticonformista. Un album originale e composto in maniera esemplare. Lavoro notevole! (Bob Stoner)

(On the Camper Records - 2019)
Voto: 75

https://camillasparksss.bandcamp.com/album/brutal

Automb - Esoterica

#PER CHI AMA: Black/Death, Behemoth, Obtained Enslavement
Da Pittsburgh Pennsylvania, ecco a voi gli Automb, progetto black/death che vede tra le sue fila il batterista dell'album 'K' dei Morbid Angel, Scott Fuller, Serge Streltsov (ex Necrophagia) alle chitarre e tal Danielle Evans, gentil donzella (si fa per dire) per voce, basso e tastiere. Il quadro è cosi completato, ora vi serve solo capire la proposta del trio statunitense in questo primo Lp dal titolo 'Esoterica'. Dicevamo di un black death che punta più sulla veemenza delle proprie ritmiche che su un approccio melodico, e la devastante "Horned God" sembra poterlo confermare con una ritmica massiccia, serrata, un muro di cemento armato contro il quale andarci a sbattere. Eppure in questo grandinare di riff, sento una certa vena melodica di sottofondo, sorretta poi dal vociare grugnolesco della brava Danielle, che propina un growl energico, feroce ma soprattutto convincente, che permette qualche accostamento a quella Angela Gossow che sbraitava qualche tempo fa per gli Arch Enemy. Nel frattempo il suono degli Automb viaggia compatto anche con le successive "Summoning the Storm" o "Mourned", sebbene in quest'ultima, per gentil concessione, i nostri ci regalino il primo momento per prendere fiato con un breve break strumentale. Niente paura, nulla di particolarmente atmosferico, vedevo già molti di voi storcere il naso. La band riprende a macinare e viaggiare su ritmi infuocati, con un solo unico obiettivo: la distruzione dei nostri timpani. Tuttavia ascoltando più attentamente le chitarre di questa song mi viene da fare un paragone col suono delle chitarre dei gods irlandesi Primordial, anche se poi qui siamo distanti anni luce dalla proposta pagana del buon Alan Nemtheanga e soci. In questo 'Esoterica', l'avrete capito, non c'è troppo spazio per le melodie o le atmosfere, impegnati i nostri come sono nella loro opera distruttiva. Eppure anche in "Call of Hekate" riecheggia in un qualche modo, una rivisitazione sicuramente più primitiva dei Primordial a cui aggiungerei però un altro nome della scena norvegese che ahimè è scomparsa dopo un meraviglioso lavoro. Sto parlando degli Obtained Enslavement e del loro 'The Shepherd and the Hounds of Hell' che qui, in talune porzioni di disco, sembra riemergere, mostrando il lato più black oriented degli Automb. Un album per certi versi che vede nelle devastanti e annichilenti "Blood Moon" e "Into Nothingness" altri due momenti interessanti del disco. Sicuramente non siamo di fronte a nulla di originale, eppure quest'opera prima può rappresentare un buon punto di partenza per questo trio americano, da tenere sotto traccia assolutamente. (Francesco Scarci) 

(Satanath Records/Final Gate Records - 2018)
Voto: 68

https://satanath.bandcamp.com/album/sat202-automb-esoterica-2018

Sofy Major - Total Dump

#PER CHI AMA: Noise-core/Stoner Rock, Unsane, Melvins, Sonic Youth
Il percorso dei Sofy Major è incentrato su suoni ruvidi e riff pesanti: da 'Permission To Engage' (2010) a 'Waste' (2015), passando per il convincente 'Idolize' (2013), la loro formula non ha visto grosse novità e la band francese si è mantenuta imperterrita sulla rotta tracciata dai loro idoli Unsane. I tre lavori risultano così ugualmente energici e non mancano qua e là spunti interessanti, troppo poco tuttavia per farsi notare in un ambiente ormai inflazionato come quello a cavallo tra noise, sludge e stoner. A quattro anni dall’ultima uscita, dopo un periodo dedicato all’attività live (il contesto migliore per poter apprezzare il power-trio di Clermont Ferrant), ecco 'Total Dump', il cui titolo richiama in modo evidente (così come il precedente 'Waste') il suono sporco e pesantemente distorto dei Sofy Major e non fa che sottolineare l’irriverenza e l’ironia che caratterizzano l’approccio della band. Già dal primo, ascolto ci si accorge che i parallelismi con gli Unsane non mancano neppure questa volta e non solo a livello di stile musicale: è Dave Curran, iconico bassista della band newyorkese, a impostare il mix dell’album in modo ben riconoscibile, ossia con basso bulldozer sparato in faccia all’ascoltatore, la chitarrona contenuta con un filo di prudenza a riempire di colori lo sfondo, l’asciuttissimo rullante della batteria a cadenzare il ritmo delle canzoni. Se brani come la title track e “Giant Car Crash” non sono che l’ennesimo graffiante tributo alla scena noisee hardcore della East Coast, bisogna ammettere che in 'Total Dump' le influenze sembrano più variegate e meglio amalgamate rispetto al passato, con risultati apprezzabilissimi come “Franky Butthole” e “Tumor O Rama”, pezzi ibridi ottenuti dall’incrocio tra l’acidità dello stoner alla Fu Manchu e lo sludge a tinte psichedeliche che possiamo rintracciare in Torche e Baroness. Anche il songwriting appare più ragionato e grazie a questa inedita maggiore cura dei dettagli, la band si cimenta in confronti eccellenti, con i Sonic Youth nell’esperienza malinconicamente allucinata di “Cream It” e con i Melvins nello sludge tossico che caratterizza “Kerosene”. Lo sforzo dei Sofy Major di essere meno intransigenti nella proposta, dando spazio ad un ricco campionario di sfumature e aprendo a sonorità meno arcigne del classico noise-core, premia senza dubbio 'Total Dump' , che risulta così molto più dinamico e cattura l’attenzione dall’inizio alla fine. I suoni, massicci e sbeccati come da tradizione nineties, ci sfilano accanto come una mandria di pachidermi senza però travolgerci, cosa importante per un disco che voglia aprire le porte anche a nuove platee di ascoltatori. C’è da dire che forse la pecca sta proprio qui, nel giusto mix tra la cafonaggine e la ricerca di soluzioni più garbate: i ceffoni ci sono, ma non fanno poi così male, d’altra parte è facile avvertire molto citazionismo e ancora poca personalità nelle composizioni melodiche alternative. Per quanto ben congegnato e piacevole, 'Total Dump' è ancora lontano dall’essere un album in grado di lasciare una traccia indelebile, tuttavia gli amanti delle distorsioni sguaiate non se lo devono assolutamente fare sfuggire. (Shadowsofthesun)

(Atypeek Music/Solar Flare/Deadlight/Antena Krzyku/Corpse Flower - 2019)
Voto: 69

https://sofymajor.bandcamp.com/album/total-dump

domenica 9 giugno 2019

Voz De Nenhum - Sublimation

#PER CHI AMA: Black Sperimentale, Deathspell Omega, Aborym
L'Aesthetic Death da sempre mostra una capacità superiore di scovare le più stralunate band del pianeta per inserirle nel proprio roaster. Il progetto di oggi nasce da musicisti provenienti dalla scena cipriota e da quella inglese, inglobando in questi strani Voz De Nenhum, gente che arriva da esperienze precedenti in Bestia Arcana, Frozen Winds o Tome of the Unreplenished, tanto per fare alcuni nomi. Il quintetto internazionale propina in 'Sublimation' un black sound che sembra già maturo e "Ia'Iaxa" ne è la dimostrazione, grazie ad una proposta tortuosa, esoterica, selvaggia ed ispirata. Non che i nostri stiano inventando chissà che, ma quello che suonano alla fine si dimostra assai affascinante, un po' come sentire un improbabile mix tra Mayhem, Aborym e Deathspell Omega, con suoni sbilenchi, voci catramose (e non solo) alla Attila Csihar, scorribande selvagge (forse ancor più enfatizzate nella seconda doomish "Hornbearer"), oscuri break sperimentali dal vago sapore noisy ed una buona dose di melodia che permea l'intero lavoro. Le canzoni poi non mostrando durate impossibili, si fissano nella testa già dopo il primo ascolto e pur essendo 'Sublimation' un lavoro collocabile in ambito estremo, alla fine finisce per risultare ben più accessibile di altre proposte apparentemente più morbide. "Nails" ad esempio ha un attacco morbido, acustico, con tanto di voci pulite, mentre in sottofondo sembrano rombare i motori di un macello pronto ad esplodere da li a breve, ma che in realtà rimarrà strozzato nelle sole urla del vocalist e nulla di più, quasi un peccato. Suggestivo, ancor di più con l'ascolto della compassata industrial/cibernetica, "Chains", un pezzo dall'andamento quasi marziale, accompagnato dai vocalizzi urticanti del frontman e poi da una schizofrenica ritmica che sfocia in un caos primordiale che mi ha evocato il famigerato finale di "Raining Blood". Nient'affatto male. E il finale ha ancora alcune carte da giocarsi. "They" ad esempio, nel suo chitarrismo noise a rallentatore, successivamente accompagnato da un drumming quasi tribale e da una dose di synth che costruiscono atmosfere siderali, mostra un'altra faccia, più ponderata sicuramente, dei Voz De Nenhum. L'ultimo atto è affidato al bisbetico incedere di "Voidsworn" e alle sue sghembe melodie di derivazione francese, che viaggiano a braccetto con i caustici vocalizzi dei due cantanti. In definitiva, 'Sublimation' è un lavoro interessante, soprattutto in chiave futura se i nostri terroristi sonori sapranno meglio miscelare le loro influenze con la loro personalità non indifferente. Bravi. (Francesco Scarci)

Radare - Der Endless Dream

#PER CHI AMA: Post Rock/Dark/Alternative
Nel nuovo album dei Radare c'è qualcosa di molto speciale, una concentrazione emotiva che è spinta al massimo da suoni e costruzioni di alta qualità, buon gusto ed una lussuosa sensibilità musicale. Con il verbo del post rock, la band tedesca si permette di dar vita ad una creatura senza confini di suono, che abbraccia le atmosfere astratte di "New Space Music" (Brian Eno) e le converte nel libero gergo del (post) rock, aprendo un punto di contatto tra la colonna sonora del film 'Million Dollar Hotel' e le tensioni che abbiamo amato in '2°' dei seminali Ulan Bator, sfornando brani carichi di magistrale malinconia, del tutto simile all'umore grigio dell'ultimo, ottimo ma poco compreso, lavoro degli Suede ('The Blue Hour'). Prendete questi riferimenti ed immaginateli, mescolati alla forma più oscura del dark/jazz/ambient della Dale Cooper Quartet & the Dictaphones (epoca 'Metamanoir') e avrete un'idea in quale tipo di ascolto vi state per inoltrare. Un connubio sonoro esagerato, da assaporare ad alto volume e tutto d'un fiato, senza riprendere mai il respiro, in una specie di estasi buia, perchè questo è un disco spietato dal lato emozionale, geniale a livello compositivo, considerando tutte le sue ricercate, splendide dissonanze ed inoltre, altamente godibile per tutti gli amanti del suono di qualità, con una spettacolare e certosina, ottima produzione ed una masterizzazione a cura di Harris Newman, che ha dato al disco un'identità notturna assai originale. Il disco uscito per la Golden Antenna, con i suoi quaranta minuti circa, divisi in sette brani di media durata, riesce a penetrare l'animo dell'ascoltatore stringendolo saldamente in una morsa emotiva per tutta la sua durata, anche grazie alla sua attitudine progressiva che lo rende vivace e dai mille risvolti sonori. La personalità di questo 'Der Endless Dream' si discosta dai suoi precedecessori per l'accentuato ricorso dei canoni rock a discapito del dark jazz, da sempre la vera ossatura nel DNA della band. Il merito va attribuito certamente alla chitarra, la quale, usata in maniera esuberante, rilancia in grande spolvero il suono psichedelico e rock che ha reso famoso il grande Link Wray. Decisamente interessanti le distorsioni cristalline, sommerse di riverberi e tremolo, ma anche gli innesti inaspettati ed imprevedibili di sax ("Loup de Mer") e clarinetto della title track danno il loro contributo, confermando sin dal primo ascolto, l'idea e l'impressione di essere di fronte ad un ottimo disco strumentale, suonato alla perfezione e in maniera chirurgica, con un appeal maledetto che lascia sempre un gusto amaro in bocca ed una nostalgia assassina. Questo è un album che spiazza fin dallo splendido artwork di copertina, che una volta aperta, ricorda molto le pagine di qualche rivista di moda anni '90. Un insieme di canzoni rock dai tratti umorali, dotate di un potenziale enorme e grandi pregi compositivi, come ad esempio la coda finale, dissonante, malata e infinita di "Eternal Love" (brano delizioso) che ci proietta in un universo di riflessioni e stati d'animo d'altri tempi. Un album di altissimo valore, ove rock, dark jazz, tanta fantasia, ragionata sperimentazione e sensibilità da vendere danzano insieme. (Bob Stoner)

(Golden Antenna - 2019)
Voto: 83

https://radare.bandcamp.com/