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venerdì 23 gennaio 2026

Archvile King - Aux Heures Désespérées

#PER CHI AMA: Black/Epic
Non sono mai stato un grande fan della one-man-band capitanata da Baurus, un buon mestierante ma niente di più, almeno per il sottoscritto. 'Aux Heures Désespérées' è il secondo full-length per l'eroe transalpino che procede nel suo intento di voler proporre un black melodico intriso di un gran quantitativo di thrash metal. Lo si evince immediatamente dalle note dell'iniziale "Riposte", una song cadenzata, quanto nitida e tagliente, con le classiche linee di chitarra che corrono gelide lungo i binari di un black nordico, accompagnato da vocals acuminate e da intermezzi che richiamano un thrash anni '90. Tutto giusto per carità, ben suonato, carico di una enorme aura di malvagità, ma che in tutta franchezza, puzza di già sentito lontano un kilometro. La produzione è secca e pulita e rafforza quel senso di violenza che vuole rilasciare il disco, ma già alla seconda "Le Chant des Braves", mi accorgo che le mie corde non vibrano, per quanto, nel saliscendi ritmico dell'artista francese, si possano riconoscere echi di Windir o addirittura dei primi Dissection. La verità è che se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrei forse gridato al miracolo, ma oggi mi sembra un lavoro normale, tanto normale. E non bastano le buone aperture melodiche del secondo brano, i riferimenti ancor più forti ai Windir della terza "L’Excusé", o la ricerca frenetica di parti atmosferiche in "Le Carneval du Roi des Vers"; alla fine sembra sempre che manchi qualcosa che faccia spiccare il volo al disco. In "Sépulture", ammetto invece che ci sia una maggior ricerca di soluzioni alternative, non fosse altro che non ci troviamo di fronte al solito serratissimo attacco frontale, ma le parti atmosferiche, guidate dalle keys, hanno un ruolo meno marginale nell'economia del brano. Oggi, le vocals urlate, le ritmiche sparate alla velocità della luce, le chitarre aguzze non sono più sufficienti, vorrei più anima ed emozioni, proprio come accade in "Sépulture", dove il black abbraccia soluzioni più "gaze", che imprimono un senso di malinconia e che, alla fine dell'ascolto, mi fanno identificare qual è stato realmente il brano che più mi ha toccato nel profondo. Il resto, potrete constatarlo voi stessi: fatto salvo per l'outro, vi si pareranno davanti altri due attacchi frontali di un black metal che probabilmente, avreste trovato esaltante 20/25 anni fa. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 65

giovedì 22 gennaio 2026

Arallu - DMoon - From The Ancient World

#PER CHI AMA: Mesopotamian Black Metal/Thrash
Se c’è una band capace di far risuonare l’eco delle sabbie millenarie nel caos primordiale del metal estremo, quelli sono gli israeliani Arallu, dal momento che il silenzio regna sovrano dalle parti dei Melechesh. 'DMoon - From The Ancient World' è apparentemente il nono album della band di Ma'ale Adumim, in realtà il disco è una riscrittura completa del loro leggendario 'The Demon from the Ancient World', uscito nel 2005. A distanza di 20 anni da quel disco, ci ritroviamo a celebrare quel vagito, che francamente non ebbi modo di ascoltare all'epoca, ma da quel che ho capito, non ricevette grandi elogi a causa di una produzione piuttosto grezza (e oggi non posso negare come il suono di quel disco sia vicino a certe sgradevoli cose registrate nello scantinato di casa). Finalmente quel lavoro, per quanto seppe conquistare un certo status symbol, ha una nuova dignità, che esalta il black thrash del quartetto, da sempre in grado di alternare ferocia bellica (molto evidente in brani come "Sierra Nevada", la più roboante e carica di groove, "The Dead Will Rise Again" o ancora "Battleground", un nome, un programma) con quelle melodie folkloriche mediorientali che ci trascinano tra antichi dei sumeri e cronache di sangue e battaglie, con ogni colpo di batteria che sembra scandire la caduta di un impero. Tra i solchi di questo massacro, ecco che i miei brani preferiti si mostrano sottoforma dell'opener "Dingir Xul", per l'utilizzo di strumenti folk, della già citata "The Dead Will Rise Again", godibile soprattutto nella seconda metà, anche per quel suo assolo da paura. Ho adorato la tribale "Ishtar Will Rise (The Sumerian Words)" con quell'intreccio di chitarre e tastiere a esaltarne gli arrangiamenti, al pari di "The Devil's Massacre", un pezzo che potrebbe collocarsi a metà strada tra Slayer e Melechesh, in un'altalena ritmica micidiale. Ultima menzione per "War Spirit", e un incipit che sembra proiettarci indietro nel tempo di 2000 anni, verso la fonte di quella pozione magica che potrebbe anche rendere eterno un lavoro come questo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 78

De Profundis Clamavi - Artes Moriendi

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Metal
Un viaggio sonoro nel profondo abisso del black metal, quello che i De Profundis Clamavi ci offrono con il loro demotape, 'Artes Moriendi'. La band, segnata da un passato tormentato e da continui cambi di formazione, emerse dalle tenebre con un'opera che necessitava attenzione e dedizione. All'inizio, il suono di 'Artes Moriendi' può risuonare come un'eco di cliché già uditi, una superficie che sembrava troppo liscia per il mio palato affilato. Ma come una maledizione che si svela lentamente, ho scoperto che ogni ascolto successivo rivelava strati di complessità e oscurità. Questo lavoro non è solo un'espressione di black metal crudo; è un rituale sonoro che trascende il banale, un inno alla desolazione. Le composizioni si snodano in un abbraccio di riff gelidi e melodie sinfoniche, dove i tappeti di tastiera s'intrecciano con la furia delle chitarre, creando un'atmosfera densa e oppressiva. Ogni nota sembra evocare un senso di dolore e malinconia, trasportando l'ascoltatore in un viaggio attraverso le ombre della psiche umana, riflettendo perfettamente l'essenza di ciò che il black metal dovrebbe essere: un'istantanea della sofferenza umana. (Francesco Scarci)

(Self - 2003)
Voto: 65


martedì 20 gennaio 2026

Ulver - Neverland

Ascolta "Ulver - Neverland" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Psych/Electro
L’annuncio di 'Neverland' ha scosso nuovamente le fondamenta di chi, vedi il sottoscritto, ha ormai perso ogni ragione per incasellare il sound degli Ulver in un unico perimetro stilistico. I lupi norvegesi, guidati dall'instancabile Kristoffer Rygg (per gli amici Garm), tornano a esplorare quei territori al confine tra il synth-pop cinematografico e l’elettronica d'avanguardia (un po' come fecero in occasione di 'Lyckantropen Themes' e 'Svidd Neger'), e portandomi a pensare che le foreste black metal delle origini sono ormai lontane nel tempo di oltre trent'anni. Tuttavia, qualcosa è rimasto intatto da allora, un senso di sacralità e mistero che soggiace a tutti i lavori del terzetto di Oslo, indistintamente dal genere proposto. Che dire allora di questo nuovo lavoro? Poco nulla, a dire il vero. La produzione è un capolavoro di design sonoro, con beat pulsanti che s'intrecciano a freddi synth analogici e droni eterei ("Weeping Stone"), creando un tappeto sonico straniante, in cui la voce di Garm non farà praticamente mai la sua apparizione. Ci sono semmai i sussurri celestiali di Sara Khorami nella già citata "Weeping Stone" o nelle retrovie dello stravagante incedere trip-pop della pulsante "Hark! Hark! The Dogs Do Bark" e ancora nella disturbata "Quivers in the Marrow". Il fatto è che più si avanza nell'ascolto, e più ho la sensazione che i brani si configurino come incorporei miraggi nel deserto, labili visioni di un qualcosa che realmente non esiste, il che potrebbe anche essere legato al titolo dell'album e a quell'isola che non c'è. "Horses of the Plough" e la ancor meno accessibile "Pandora's Box", sembrano giocare con strutture ritmiche quasi dance, slavate però in un minimalismo elettro-ambient sofisticato ma comunque di grande impatto. "Welcome to the Jungle" e "Fire in the End" sembrano essere i brani più normali del disco, con una struttura non troppo destrutturata e scusate il voluto gioco di parole. Alla fine 'Neverland' è probabilmente uno dei lavori più complessi da assimilare degli Ulver, forse troppo synth-oriented anche per chi come me, è un fan della band sin dalla notte dei tempi e se sono stato in grado di digerire tutte le evoluzioni sonore a cui i lupi ci hanno sottoposto, non farò certo fatica a capire e apprezzare anche quest'ultimo viaggio sensoriale nell'estatico universo ulveriano. (Francesco Scarci)

(House of Mythology - 2025)
Voto: 73

Blut Aus Nord - Ethereal Horizons

Ascolta "Blut Aus Nord - Ethereal Horizons" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze/Post Rock
Dopo l'immersione nell'abisso claustrofobico e dissonante della saga 'Disharmonium', i Blut Aus Nord riemergono dalle profondità della psiche per rivolgere lo sguardo verso l'alto, in una traiettoria di ascesa cosmica tanto inaspettata quanto necessaria. Se il precedente capitolo era un tributo all'orrore Lovecraftiano più denso e soffocante, 'Ethereal Horizons' si configura come un atto di liberazione. Non siamo di fronte a un semplice disco, ma a un pellegrinaggio spirituale verso la grazia, dove la materia oscura dei lavori precedenti si trasmuta in una nuova forma di trascendenza. È il suono di un'anima che, dopo aver attraversato il vuoto, trova finalmente la forza di contemplare l'infinito. Con questo sedicesimo album, il trio francese opera una rottura consapevole rispetto alle architetture del passato recente, andando a recuperare quella maestosità atmosferica che aveva definito capolavori come 'Memoria Vetusta III' e la sacralità geometrica di '777 – Cosmosophy'. La forza del disco risiede infatti nella sua capacità di sintetizzare black metal, blackgaze, post-rock e ambient in un flusso privo di suture, con le melodie ad aprirsi come veri e propri crepacci sonori, rivelando una profondità che rende il disco sorprendentemente accessibile anche per i seguaci di Enslaved o Alcest. In questo scenario, la performance vocale di Vindsval non funge da guida narrativa tradizionale, ma quasi da apparizione astrale, mentre i brani si susseguono con grande naturalezza. "Shadows Breathe First" è l'incipit perfetto proponendo un riffing atmosferico denso che va a intrecciarsi con chitarre sognanti, stabilendo immediatamente il tono etereo e quasi onirico che permea l'intero lavoro. "The Ordeal" combina sonorità blackgaze al prog che emerge in tutta la sua solennità, tra strutture articolate e cori celestiali, che creano inevitabilmente una tensione epica che tocca vette di rara intensità. "What Burns Now Listens" è una cavalcata cinematica nello spazio cosmico, mentre la conclusiva "The End Becomes Grace", con i suoi 12 minuti e passa, è forse il culmine dell'opera: qui la band transalpina contrappone ritmi serrati a una calma astrale surreale, in una catarsi sonica che alla fine riconcilierà l'ascoltatore con l'universo. Queste sono solo alcune delle tracce che compongono un album spiazzante che brilla di una luce propria, capace di ridefinire i confini del black avanguardistico moderno. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti Productions - 2025)
Voto: 80

lunedì 19 gennaio 2026

Deconstructing Sequence - Tenebris Cosmicis Tempora

#PER CHI AMA: Black/Death
Era dal 2018 che non avevo più notizie dai Deconstructing Sequence. Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, la band mi ha recentemente contattato per segnalarmi l'uscita un paio di mesi fa, di 'Tenebris Cosmicis Tempora', con cui i quattro polacchi tornano a scaraventarci in un vuoto siderale fatto di black death metal e qualche rara deriva elettro-avantgarde. Questo conferma quanto andavo già dicendo nell'ultima recensione di 'Cosmic Progression - An Agonizing Journey Through Oddities of Space', confermando come la band si confermi una realtà visionaria della scena estrema contemporanea. Questo nuovo full-length s'inserisce nel solco tracciato da titani come Limbonic Art e Akhlys, ma con una spinta modernista che guarda alle dissonanze dei Deathspell Omega o all'approccio elettronico dei nostrani Progenie Terrestre Pura. E cosi ci troviamo di fronte a un possente muro di suoni stratificati, dove le pochissime orchestrazioni non servono tanto a imbellettare, semmai a soffocare con le chitarre che agiscono come affilatissimi bisturi che vanno a coniugarsi con synth gelidi relegati nelle retrovie, mentre la sezione ritmica martella serratamente e senza troppe pause. Dopo le prime due tracce, "A Journey Through the Event Horizon" e "Echoes of a Dying World", mi ritrovo già stordito dalla violenza profusa dal quartetto e non so come arriverò alla fine di questo terrificante viaggio sonoro. Le cose infatti non cambiano certo con "Wulfsige Walbend", in grado di travolgerci nuovamente con una ritmica sputafuoco, sparata a tutta velocità con la voce, uno screaming lacerante, a fare da guida a questo annichilente e turbolento dedalo sonoro. Rispetto al passato, trovo che la band si sia ulteriormente incattivita, lanciando uno dopo l'altro, assalti sonori frontali che hanno il solo effetto di disorientarci e lasciarci e senza fiato. Spettacolare tuttavia il brano 'The Last Terraform - A Eulogy of a Failed Dream', che inietta una maggiore dose di melodia al tutto, pur sfoggiando un lavoro di batteria ai limiti del sovrumano, che chiama in causa per magniloquenza, anche gli Altar of Plagues. Il disco non è di facile digestione, ma questo credo sia un punto a favore della band, per non aver mai corsi il rischio di cadere nei cliché tipici del genere. Fatto sta che i nostri persistono senza sosta a tracciare trame musicali devastanti: "Cyber Angels - Masters of Opression", "The Final Battle for Dominance in the Binary Realms" e "The Undying Void" arrivano spedite come proiettili sparati in pieno volto, lasciandomi francamente sfinito e attonito al termine di un ascolto che troverà ben poche pause, il break atmosferico di "Torn Between Worlds" e quello cibernetico della conclusiva "Igniting the Skies of Creation". Quello dei Deconstructing Sequence è sicuramente un disco che potrà piacere agli amanti del black metal contaminato ma al contempo privo di compromessi, e anche per chi apprezza la furia dirompente degli Anaal Nathrakh. Provare per credere. (Francesco Scarci)

(Black Lion Records - 2025)
Voto: 75

venerdì 16 gennaio 2026

Secret Cameras - Silent Words

#PER CHI AMA: Alt Rock/Post Punk/Darkwave
Pur essendo comparso questa notte su Spotify, il nuovo mcd dei britannici Secret Cameras contiene brani che erano usciti in realtà nel corso del 2025 e che ben conoscevo. 'Silent Words' ha voluto semplicemente fungere da contenitore con l'intento della band volto a consolidare la loro posizione in quella terra di mezzo dove il rock alternativo incontra derive darkwave e venature post-punk, un territorio già battuto con successo da giganti come Editors o White Lies. Il lavoro contiene quattro tracce e si presenta come un’opera che affonda le radici in un sound prettamente britannico, distillando influenze che spaziano dal pop elettronico più colto dei Depeche Mode alla malinconia chitarristica degli anni '80, quasi un unicum per ciò che concerne i miei gusti. Si parte con le melodie crepuscolari di "Together Till the End", che confermano quella raffinata ricercatezza di atmosfere notturne, per un rock sofisticato che non ha paura di flirtare con l'elettronica. "No More" rafforza questo concetto, amplificando la componente elettronica ed esaltando quella forte componente malinconica, da sempre leit motiv associato alla musica del duo londinese. La voce del frontman si conferma eccezionale, calda ed espressiva, ma non è certo una novità che scopriamo oggi, se poi la gustiamo in quelle fasi che sembra quasi assumere connotati corali, come accade nella successiva "Under Attack", diventa una delizia per le orecchie. Il brano poi è una cavalcata synth wave/dark pop, capace di far vacillare con le sue derive elettroniche, anche il mio cervello, abituato a sonorità ben più violente. In coda, l'ultimo pezzo, "Back Against the Wall", la song più graffiante, trascinante, ma anche introspettiva dei nostri, per un lavoro che non lascia decisamente indifferenti. Ora, chiedo troppo per avere per le mani anche un famigerato full lenght? (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

Arcanum Sanctum - Pax

#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Un'attesa durata sei anni per sentire il comeback discografico dei russi Arcanum Sanctum. Tanto ci è voluto per partorire questo EP di quattro pezzi (che erano usciti nel corso del 2025), intitolato 'Pax'. Chissà se sia un chiaro riferimento alla pace che si chiede a gran voce per il conflitto ucraino o cosa, fatto sta che questo nuovo lavoretto (mi sarei aspettato un full length a dire il vero), prosegue sulla scia del precedente 'Ad Astra', ossia con death melodico davvero fresco e gustoso. Il tutto peraltro fatto con maggiore energia, consapevolezza nelle proprie capacità e idee. E cosi dalla lezione impartita dai vari Dark Tranquillity, Soilwork e Scar Symmetry, ecco che il 4-track ci attacca con un sound compatto di chitarre, growling vocals, esaltanti melodie che sin dall'iniziale "A Different Form of Life", passando per la più roboante e incalzante "Wake Up", mi convince appieno della nuova proposta del quartetto di Komsomolsk-on-Amur. "Resistance" attacca stracolma di groove, complici le ispiratissime tastiere che anche nel corso del brano ci accarezzeranno il viso, nonostante un riffing che si mantiene comunque serrato e trova modo di alternare una certa animosità anche con momenti più atmosferici e un comparto solistico davvero solido e gradevole. Il disco si chiude con "Song of Hope", la traccia forse più ordinaria e ancorata al passato, ma che nella sua seconda metà mostra anche un'anima più progressiva, un brano che decisamente non penalizza un lavoro che ha tutte le carte in tavole per competere sui palcoscenici internazionali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

martedì 13 gennaio 2026

Laetitia In Holocaust - I Rise With The Dead

#PER CHI AMA: Black Avantgarde
Con l'EP 'I Rise With The Dead', i modenesi Laetitia In Holocaust riaffermano la propria posizione di assoluti outsider del black metal d'avanguardia italiano, proseguendo quel percorso di destrutturazione sonora iniziato oltre vent'anni fa e che il sottoscritto, ha iniziato ad apprezzare con l'album 'Rotten Light' nel lontano 2011, dopo averli incontrati per un'intervista radiofonica. Il quintetto emiliano, reduce dal precedente 'Fanciulli d'Occidente', continua il proprio percorso in un territorio in costante precario equilibrio tra la lezione acquisita dai Spite Extreme Wing e le dissonanze liquide dei norvegesi Ved Buens Ende, mantenendo comunque un'attitudine orgogliosamente aristocratica e distaccata. La produzione, curata per esaltare ogni sfumatura di un songwriting stratificato, mette in primo piano il lavoro virtuosistico del basso fretless, che s'intreccia già nell'iniziale "Gioia e Pianto alle Teste dei Leoni", a chitarre mai banali, dalle trame serrate e psichedeliche allo stesso tempo, mentre lo screaming acuminato di A.Z., è simile a una grattugia che sbriciola listelli di ferro. Alla fine, i dodici minuti dell'opening track sono una valanga di pura estasi nichilista, dove l'intensità drammatica delle atmosfere, si combina con i consueti repentini cambi di tempo, marchio di fabbrica da sempre della band, andando a dipingere un paesaggio di rovine ed echi ancestrali, che si accompagnano con delle liriche improntate alla rinascita dei valori vitalistici, la caducità del vigore e della bellezza e il veleno del Cristianesimo. Con la successiva "Of Feathers and Doom", si continua con sonorità mid-tempo che comunque non soffocano i ruggiti bellicosi di un comparto chitarristico assai complesso e ispirato, soprattutto in quei passaggi strumentali che evocano una nostalgia cupa per un mondo perduto. In conclusione, 'I Rise With The Dead' è un'opera che consolida un'identità artistica granitica e inimitabile che da sempre vado sottolineando per i Laetitia In Holocaust, un lavoro sicuramente ostico ma comunque indicato per chi cerca nel black metal una profondità intellettuale che vada oltre il semplice impatto sonoro. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2025)
Voto: 74

Jours Pâles - Résonances

#PER CHI AMA: Depressive Black
Quarto album per i transalpini Jours Pâles che con questo 'Résonances', consolidano quella visione malinconica e decadente iniziata dopo la fine del progetto Asphodèle, confermandosi una delle realtà più lucide del panorama post black contemporaneo. Tre album, i precedenti, che abbiamo sempre trattato con i guanti qui nel Pozzo dei Dannati, vediamo allora come andrà con il quarto. Spellbound, il mastermind che si cela dietro il moniker, continua a tessere una tela sonora che affonda le proprie radici nel malessere urbano, strizzando l'occhiolino alle strutture disperate del depressive black degli svedesi Shining, combinadolo con il post-black e certe oscure aperture melodiche post-punk. La produzione è cristallina ma tagliente, capace di valorizzare un'intelaiatura ritmica che funge da esoscheletro a chitarre mai sature di distorsione, ma ricche di riverberi ed eleganza spettrale. La voce del factotum francese alterna uno screaming lacerante a passaggi growl, ad altri più puliti quasi sussurrati, conferendo al disco un dinamismo teatrale e profondo, in linea con liriche che deduco (sono in francese), esplorino i temi della perdita e della disperazione, analizzando il rapporto con la figlia Aldérica. All'interno della tracklist, dopo la lunga intro strumentale, citerei "Une Splendeur Devenue Terne", che evidenzia nei suoi 11 minuti, le caratteristiche sopra menzionate tra sfuriate black, intermezzi più intimistici, sprazzi di grande melodia, interrotti da una ferocia ritmica disarmante, con le vocals che si adattano appunto ai vari momenti del disco. "L'Essentialité du Frisson" è più breve della precedente, ma la qualità e la dinamicità non mancano ad esaltare la proposta del polistrumentista francese, questa volta supportato alla batteria da Ben B-Blast (Devoid) e nella sesta traccia, "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", dal vocalist Kim Carlsson, ex Lifelover e ora voce degli Hyportemia. Interessante peraltro l'utilizzo della fisarmonica all'interno del brano a donare un leggero tocco folklorico al tutto. "Cinéraire" si pone come una miscela incendiaria di blackaze e derive post punk, qualificandolo alla fine come il mio brano preferito. Un altro pezzo strumentale, "Incommensurable (Chanson pour Aldérica II)", è un inno che abbina melodia e malinconia, per poi lasciare spazio alla già citata "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", un pezzo dal forte tenore abrasivo. Un po' meno riuscita a mio avviso, è la successiva "Viens Avec Moi", troppo confusionaria nella sua progressione devastante, come se Spellbound avesse perso il focus in questo episodio, e nel successivo "J. Savile". Troppa carne al fuoco e il rischio alla fine è quello di bruciacchiare tutto. Forse un paio di brani in meno e le cose sarebbero risultate riuscitissime come per i precedenti lavori. Fortunatamente, "La Plus Belles des Saisons" ristabilisce l'inerzia dei primi brani e ci regala un finale da brividi, che avrebbe fatto volentieri a meno della conclusiva e fuori posto, "10-11-2021". Alla fine 'Résonances' rischia di non essere all'altezza dei precedenti lavori, ma sicuramente ci mostra una versione 2.0 dei Jours Pâles. (Francesco Scarci)

(LADLO Prouctions - 2025)
Voto: 74

sabato 27 dicembre 2025

Dawn of a Dark Age - Ver Sacrum

Ascolta "Ver_Sacrum_Clarinet_Avant_Garde_Black_Metal" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Avantgarde/Folk
'Ver Sacrum' dei Dawn of a Dark Age segna il ritorno della creatura di Vittorio Sabelli, un progetto che ha saputo ridefinire i contorni del black metal d'avanguardia, innestandovi una colta sensibilità jazz e soprattutto radici folk. La nuova opera, la nona della discografia del polistrumentista italico, qui accompagnato peraltro da nuovi fidi scudieri, prosegue chiudendo quell'esplorazione legata alla tradizione rurale sannita di cui Vittorio si è già fatto portavoce in passato, elevando l'artista a figura centrale per chi cerca un sound raffinato che sia narrazione storica oltre che assalto sonoro. Il nuovo disco s'inserisce quindi nel solco di una sperimentazione che da sempre contraddistingue il mastermind molisano. La visione concettuale prende vita grazie a una produzione cristallina, la cui abilità non sta solo nel far convivere il calore della narrazione con la freddezza delle distorsioni black, ma anche nel dare a ciascun elemento uno spazio definito, scongiurando il caos con gli arrangiamenti che si esplicano come un mosaico sonoro di rara coesione. L'album si sviluppa come un percorso narrativo in quattro tappe che vedono il proprio incipit in un brano, "Il Voto Infranto (L'Ira di Mamerte)", in cui il clarinetto di Sabelli si conferma una splendida voce solista in grado di duettare con chitarre stratificate e una sezione ritmica dinamica, mentre il cantato spazia da screaming ferini a passaggi narranti. Il finale si dipana quasi come un rito di iniziazione (complice anche il tema del disco legato alla Primavera Sacra - il Ver Sacrum appunto - dei Sanniti, un antico rito italico di fondazione e migrazione, promesso agli dei per scongiurare carestie o sovrappopolazione) che rafforza quell'idea di fondo di Vittorio di utilizzare la propria creatura per narrare un viaggio antropologico, in cui il legame con la sua terra assume sembianze ben più profonde e viscerali. Il viaggio prosegue con "Il Consiglio degli Anziani (L'oracolo)", in cui buona parte del brano viene affidato alla musica, fatto salvo per alcuni cori che si palesano tardivamente, in un folk black affascinante che tocca il suo culmine di drammaticità a ridosso dell'ottavo minuto. Qui, la musica assume sembianze tribali mentre la voce narrante spiega quale fosse il tributo al dio Mamerte e la devozione alla sua figura. Chiaro che di fronte a questa proposta musicale, il rischio è di rimane incantati o disorientati, anche perchè l'aspetto musicale sembra concatenarsi con quello visuale e concettuale. Sappiate però che il finale del brano è una cavalcata black di 90 incendiari secondi. Si arriva quindi a "Il Rito della Consacrazione", un mid tempo, in cui voci salmodianti in stile Attila Csihar, si ergono sopra un tappeto ritmico glaciale, sciolto solamente dall'estetica calda e suadente del clarinetto di Vittorio e da un'atmosfera che si fa via via più malinconica. "Venti Anni Dopo: la Partenza (Nascita della Nazione Sannita)" è l'ultimo capitolo del disco: 14 minuti di grande intensità ed eleganza, tra ritmiche roboanti, grim vocals, sprazi acustici e dalle tinte epico-folkloriche, narrazioni storiche e ovviamente, l'immancabile clarinetto, che stempera la furia primordiale black che divamperà a più riprese nel brano. Il pezzo è un gioiello di rara eleganza, tra atmosfere bucoliche che sembrano sospese nel tempo, momenti intimistici (attorno al decimo minuto) e un finale affidato a un'invocazione litanica che sembra rievocare la conclusione de 'La Tavola Osca', da cui tutto ebbe inizio. 'Ver Sacrum' alla fine sottolinea la maturità artistica ormai raggiunta da diversi dischi dal buon Vittorio, un lavoro che chiude un capitolo storico e narrativo della discografia dei Dawn of a Dark Age. L'auspicio è che da questa conclusione possano germogliare, proprio come nel rito che le dà il nome, molti altri capitoli futuri. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music - 2025)
Voto: 82

martedì 23 dicembre 2025

Eternal Enemy - Fatal Disease Called Life

#PER CHI AMA: Techno Brutal Death
Tra gli album che non ho particolarmente apprezzato in quest'ultimo scorcio d'anno, figura 'Fatal Disease Called Life', opera prima (all'attivo hanno solo un EP) dei canadesi Eternal Enemy. Se al primo ascolto ero stato gravemente critico nei confronti della band originaria di Victoria, tanto da pensare di massacrarli in sede di recensione, al secondo, il buon senso ha prevalso. Questo non significa che andrò a premiare il disco del duo nord americano, ma di certo non lo bistratterò in malissimo modo. Otto i brani inclusi (la cui durata media è di tre minuti) che si rifanno al classico old school americano, fatto di riff cavernosi ultra ribassati e vocals effettate probabilmente dall'utilizzo di soda caustica durante i gargarismi pre-registrazione. La musica sembra piuttosto piattina al primo impatto, la produzione non ne agevola peraltro l'ascolto, ma la proposta viene salvata in un qualche modo, da soluzioni chitarristiche/assoli vari che mi hanno indotto a immaginare la band come un mostro mitologico che combina il virtuosismo dei primi Nocturnus, coniugato con l'abominio degli Autopsy e alla follia recondita degli Akercocke, il tutto annaffiato dalla putrescenza dei teutonici Carnal Tomb. Una bell'accozzaglia di suoni insomma che probabilmente, alla fine non accontenterà nessuno. Tuttavia qualche buon pezzo, almeno musicalmente parlando, c'è: "Dark Days Ahead" non sarebbe infatti male, se poi non ci fosse quella voce mostruosa che rovina il tutto. Anche la successiva "Corpse Stench", song stralunata e sperimentale, potrebbe avere qualcosa di interessante da dire, se solo avesse una componente vocale di tutt'altra caratura. "Massacre the Masters" ha una linea di chitarre fresca, sinistra e melodica, ma nuovamente, il vocalist ci mette del suo per rovinare il tutto. Lo stesso dicasi dell'altrettanto atmosferica "Rivers of Ghosts", e da un taglio progressive completamente devastato da un cantato a dir poco peccaminoso. Il verdetto finale è un peccato che penalizza la proposta del duo. Il potenziale compositivo non basta infatti a superare lacune tanto gravi. La diagnosi è chiara e il rimedio uno solo: rinnovare chirurgicamente le corde vocali del frontman. Senza questo intervento cruciale, sarà impossibile per gli Eternal Enemy ripresentarsi con una proposta più solida e decorosa. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 58

sabato 20 dicembre 2025

Who Bastard - Ghoul

#PER CHI AMA: Black/Punk
Della serie album diabolici e come evitarli, vi presento oggi il nuovo EP (il secondo della loro discografia) degli australiani Who Bastard. Quattro brani, soli dieci minuti di black punk che vi corroderanno le orecchie. Ecco in soldoni 'Ghoul', uscito da poche settimane autoprodotto. Si parte col basso assassino di "Raven" che innesca la prima traccia, tra ritmiche punk e screaming vocals che, in poco meno di un minuto, risolverà la pratica in tutta la sua banalità. Si prosegue con la lunga title track, ben quattro minuti di sonorità che evocano, almeno a livello musicale, un che della creatura che ha preceduto gli Entombed, ossia i Nihilist, qui solo in una veste più thrash metal e meno death furibondo. Un bel tuffo indietro nel passato quindi, tra suoni old school che s'intrecciano con l'acidità del black odierno e addirittura sprazzi doomish che si palesano a metà brano. Poca tecnica, zero solismi, una gran voglia di spaccare culi e poco altro. Il tutto si conferma anche in un brano più compassato, come il sulfureo "Grave Hag", un pezzo che inizia piano per poi aumentare il numero di giri in un paio di riprese. Per evocare (ma sarebbe stato meglio invocare) i mostri sacri svedesi, ecco la conclusiva "Deathbringer", un'altra zampata di diabolico black punkeggiante che chiude un dischetto di cui io farei francamente a meno. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 58

giovedì 18 dicembre 2025

Dusk - Repoka

Ascolta "Dusk_Repoka_Industrial_Metal_Breakdown" su Spreaker.
#PER CHI AMA: EBM/Industrial/Black
Costa Rica "Pura Vida": questo era il mantra che i costaricensi continuavano a pronunciare durante il mio soggiorno in quel paese meraviglioso, un luogo fatto di sole, mare e natura sconfinata. E da un posto cosi assolato, mai mi sarei aspettato di ritrovarmi un lavoro come il qui presente 'Repoka', un emblematico esempio di industrial black a dir poco disturbante. I Dusk non sono certo dei pivelli, avendo alle spalle ben cinque full length e tre EP, tra cui il dischetto di oggi. La proposta dei nostri è un furibondo esempio di fredda estetica cibernetica nichilista che evoca i fasti dei Mysticum, miscelati alla pesantezza dei Godflesh. Al pari del sound sparatoci in pieno volto, un iceberg frantumaossa, la produzione è un monolite di freddezza chirurgica, costituita da un'indiavolata drum machine su cui si stagliano effetti sintetici ubriacanti, beat meccanici e spietati, con suoni in bassa frequenza. Dall'iniziale "Dark Shaman .2.25" alla conclusiva, e qui sta la sorpresa, "Raining Blood .2.25" (cover degli Slayer), il quartetto di Heredia, ci spiattella uno sciame di effetti alienanti, accompagnati da uno screaming de-umanizzato che resta sepolto nel sottosopra, come un rantolo proveniente da un mainframe impazzito. L'effetto finale è quello di un'atmosfera sospesa (special modo in "Directive7 .2.25") in cui la componente elettronica unita a quella estrema, collidono con violenza inaudita. La scelta di coverizzare "Raining Blood" degli Slayer poi non credo sia un omaggio alla band californiana, piuttosto una radicale operazione di rielaborazione. L'aggressione primordiale e viscerale del classico thrash viene qui trasmutata in un terrore freddo, psicologico e meccanico: il brano è quasi irriconoscibile, se non per il riff portante che emerge a fatica da un inedito e terrificante turbinio musicale in cui convogliano EBM, interferenze industrial noise, voci che sembrano uscite direttamente da 'Stranger Things', elettronica e tanta malvagità. ‘Repoka’ è un'opera di una coerenza feroce. Dall'inizio alla fine, i Dusk perseguono la loro visione estrema senza il minimo compromesso, costruendo un'esperienza sonora che non cerca di piacere, ma di sopraffare. Il risultato è un disco volutamente ostico, un assalto sensoriale che definisce con precisione chirurgica il proprio pubblico di riferimento. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

mercoledì 17 dicembre 2025

Cathedral - Society’s Pact With Satan

#PER CHI AMA: Psych/Doom/Stoner
'Society’s Pact With Satan' è un pezzo inedito che risale all'ultima incisione dei Cathedral in studio, prima del loro scioglimento, un pezzo che era andato perduto ma ritrovato dal produttore dell'ultimo 'The Last Spire', che con la band ne ha concordato la sua pubblicazione. Il degno atto conclusivo della loro metamorfosi stilistica? Come sempre, ai posteri l'ardua sentenza. Questa song, di quasi 30 minuti, sigilla la transizione magmatica che ha condotto la band dal doom metal più asfissiante e primigenio degli esordi, a una matura e complessa psichedelia occulta di inequivocabile matrice settantiana. Il DNA musicale del quartetto di Coventry è quello di sempre, ancorato quindi a un patto oscuro siglato tra la pesantezza monolitica dei Black Sabbath e l'estetica gotico-orrorifica di una certa cinematografia anni '70. A livello prettamente musicale, non si può certo rimanere delusi dalle chitarre di Gaz Jennings, che impartiscono una lezione di abrasività controllata, con la sua sei corde che gratta l'aria come carta vetrata su un muro di cemento grezzo, scolpendo riff che sono al contempo primitivi nella loro essenza e diabolicamente efficaci nel definire il mood opprimente del disco. Il basso di Scott Carlson è un'àncora che impedisce ai riff psichedelici di Jennings di dissolversi nell'etere, mentre la performance alle pelli è una scossa tellurica, che detta la cadenza di una marcia funebre inesorabile (i primi sette minuti) ma anche quella delle sfuriate che imperversano verso il dodicesimo e ventiduesimo minuto. Su questo fondale strumentale, si erge la performance vocale di Lee Dorrian che oscilla costantemente tra le urla acide quasi hardcore (sentitevela tra l'ottavo e il decimo minuto, sembra quasi il vocalist degli Entombed), il lamento e l'evocazione teatrale, a veicolare l'immaginario occulto che permea la traccia. Una song che si muove da un incedere lento, quasi liturgico, prima di virare improvvisamente verso sonorità più grooveggianti, dove a mettersi in mostra sarà sempre la chitarra ispirata del buon Gaz, sia a livello solistico che di costrutto melodico, per poi trascinare l'ascoltatore verso un abisso inevitabile. Voci da più parti aprono alla possibilità che i nostri possano ritornare, sarebbe un bel colpo per i maestri del psych doom. (Francesco Scarci)

(Rise Above Records - 2025)
Voto: 74

martedì 16 dicembre 2025

Belnejoum - Dark Tales of Zarathustra

Ascolta "Dark Tales of Zarathustra" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
I Belnejoum nascono dalla mente di Mohamed Baligh "Qaswad", che con questo 'Dark Tales of Zarathustra', vorrebbe imporsi nel vasto e competitivo panorama del symphonic black/death metal, con un'opera dall'ambizione parecchio evidente, forse troppo. L’album attinge a piene mani dall’eredità di giganti come Nile e Fleshgod Apocalypse, due influenze non proprio messe qui a caso, che emergono chiaramente sia nell'approccio tematico, sia nell'opulenza degli arrangiamenti orchestrali, accompagnati a una marcata vena mediorientale che ne fanno un prodotto alquanto originale, capace di distinguersi in un genere spesso affollato da imitazioni. La produzione, elemento fondamentale per una proposta così articolata, si presenta tuttavia come una lama a doppio taglio. Da una parte, gli arrangiamenti sinfonici, impreziositi da strumenti tradizionali orientali come il ney, sono curati nei minimi dettagli. Dall'altra, la sezione ritmica, nonostante la presenza di musicisti del calibro di George Kollias (Nile), Fabio Bartoletti e Francesco Ferrini (Fleshgod Apocalypse), sembra mancare di quella potenza necessaria per rendere l'esperienza d'ascolto memorabile. Eppure, le chitarre spiccano con un sound incisivo e affilato come ci si aspetta nel black metal, mentre le harsh vocals si alternano a growl profondi, calandosi alla perfezione nella narrazione drammatica dell'opera. L'aspetto lirico è sicuramente uno dei punti di forza del disco, con i testi che scavano nella figura e nella filosofia di Zarathustra, esplorando la sua progressiva corruzione con un viaggio tra desolazione, insanità e discesa spirituale. A livello musicale invece, tra i brani più rappresentativi, citerei la lunga opener, "Prophet of Desolation", che emerge come un manifesto della ferocia sinfonica dell’album, abbinando maestosità orchestrale a martellanti blast-beat. "Tower of Silence", aperto dalla dolcezza del ney (il flauto tradizionale della musica mediorientale), combina aggressività e momenti più atmosferici, con tanto di vocals femminili, a celebrare l’essenza orientaleggiante del concept. "Elegie" è un interludio caratterizzato da un pianoforte e dal raro (fato da tal Rugieri a Cremona nel 1695) violoncello di Jeremy Garbarg che stempera la poetica (per la presenza dello splendido violino di Mohamed Medhat) irruenza di "On Aeshma's Wings", sigillando uno dei brani più brutali dell’album. "In Their Darkest Aquarium", con la sua melodia cinematica, sembra condurre l'ascoltatore in un film di fantasmi, sebbene poi le liriche narrino la storia di un bambino intrappolato in un acquario oscuro. L'arrangiamento alterna momenti eterei con esplosioni di blast-beat e cori spettrali, creando un'atmosfera sinistra che lo distingue come uno dei momenti più evocativi e disturbanti del disco. In sintesi, 'Dark Tales of Zarathustra' è un’opera che merita l'attenzione di chi cerca nel metal estremo non solo velocità e violenza bruta, ma anche profondità narrativa e costruzioni sonore intricate e suggestive, un disco che potrà essere una tappa obbligata per chi è appassionato di sonorità sinfoniche, dal sapore esotico. Un debutto che fa ben sperare per il futuro. (Francesco Scarci)

(Antiq Records - 2025)
Voto: 73

Starlit Pyre - Veins of Sulfur

#PER CHI AMA: Melo Death
Il debut EP dei francesi Starlit Pyre, 'Veinsof Sulfur', si colloca con una certa prepotenza nel panorama del melo-death con qualche robusta iniezione di metalcore, per un sound che evoca tanto la potenza degli Arch Enemy, quanto la vena melodica degli In Flames, pur mantenendo un'identità fresca e contemporanea. La produzione è pulita, quasi chirurgica: le chitarre sono affilate e tridimensionali, con un croccantezza ben definita che non sovrasta mai il basso, presente e roccioso; la batteria poi è dinamica e potente. La voce di Nicolas Potiez infine, è una buona amalgama di growl e scream più ruvidi che aggiungono uno strato di aggressività ben calibrata. Il dischetto si apre con la marcia inarrestabile di "Empire's Downfall", che s'impone come un inno di battaglia, caratterizzato da riff cadenzati e un coro che è pura adrenalina, un vero manifesto della loro miscela melo-death di scuola svedese, che si confermerà anche attraverso la ritmica, forse ancor più incisiva, della successiva "Solar Rays". La title track, "Veins of Sulfur", è un altro pezzo roccioso che si dipana tra sassate di grancassa e ringhiate di chitarra, in un viaggio sonoro che non rinuncia neppure a momenti tecnici, a un bridge di grande impatto e a un assolo da urlo. "On My Own" si affaccia, almeno inizialmente, sul lato più melodico e orecchiabile della band, con un'architettura più aperta, che ben presto si trasformerà, attraverso incisive dinamiche compositive, in un'arma tagliente e letale che chiude alla grande un lavoro convincente e da ascoltare obbligatoriamente. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 73

mercoledì 10 dicembre 2025

Nimbifer – Vom Gipfel

#PER CHI AMA: Raw Black
L'ultimo assalto sonoro dei tedeschi Nimbifer, l'EP 'Vom Gipfel', è una nuova incursione in quel black metal crudo e ferale, che li ha resi uno dei nomi caldi della scena underground dopo l'ottimo 'Der Böse Geist' dello scorso anno. Un nuovo trittico di tracce a incarnare il nucleo più gelido e battagliero del black teutonico, che potrebbe riecheggiare nella potenza grezza e nello spirito nichilista dei primi Darkthrone, con una vena epica che non disdegna neppure l'influenza di certe atmosfere dei Bathory più ancestrali. La produzione sembra volutamente lo-fi, funzionale e in linea col genere, un muro sonoro dove il tremolo picking delle asce, affilate come lame di ghiaccio, si fonde in un impasto sonoro che lascia poco spazio a pulizia e modernismi, mentre il basso si muove in sottofondo come un'ombra minacciosa e la batteria, martellante e primordiale, suona secca e distorta. Il cantato di Windkelch è poi un urlaccio disperato, che squarcia il magma sonoro con urgenza quasi ritualistica. "Der Berg" spicca per la sua marcia inesorabile e le sue algide melodie ossessive, un'esemplificazione perfetta della loro miscela tra furia ed epicità, mentre il lancinante cantato del frontman, fa sgorgare sgraziatamente dalla propria gola tutto il proprio dissapore. Subito dopo, "Das Ende" s'introduce più compassata, ma non temete perché il ritmo sfocerà ben presto in un blast beat corrosivo con una qualche venatura folk in sottofondo a evocarmi un che dei Windir, soprattutto nella parte conclusiva. La chiusura "–Rückkehr–" è ahimè un inutile brano ambient che nei suoi quattro minuti scombina tutto quanto ascoltato sin qui. In conclusione, 'Vom Gipfel' è un lavoro di raw black metal, essenziale, onesto e brutale, caldamente consigliato a chiunque sia devoto al suono dei primi anni '90, ma soprattutto a chi non cerca produzioni patinate o elementi progressivi. (Francesco Scarci)

(Vendetta Records - 2025)
Voto: 66

lunedì 8 dicembre 2025

Asunojokei - Think of You

#PER CHI AMA: Blackgaze/Post Hardcore
Il terzo album dei giapponesi Asunojokei, 'Think of You', rappresenta un ulteriore e deciso passo avanti nella definizione del loro stile unico, da loro battezzato Blackened J-Rock. Questa particolarissima commistione di blackgaze, prende vita grazie a un sapiente equilibrio tra la grinta del black metal atmosferico e l’eleganza melodica tipica del pop e del post-hardcore nipponico. È un mix che s'ispira a illustri predecessori come i Deafheaven, ma che porta queste sonorità su un piano inedito, aggiungendo una profondità emotiva rara. La produzione è incredibilmente pulita, fin quasi al limite della perfezione per un genere che solitamente abbraccia una certa ruvidità sonora. Questo rende però possibile cogliere ogni singolo dettaglio degli arrangiamenti. Le chitarre di Kei Toriki brillano con un carattere cristallino, dove i riff in tremolo picking si distendono in melodie aperte e luminose. Il basso fretless di Takuya Seki dona una dimensione jazzata che sorprende per quanto s'integri naturalmente nel tessuto sonoro. Alla batteria, Seiya Saito si muove con estrema versatilità tra frenetici blast beat e passaggi più lenti e riflessivi. Dal canto suo, Daiki Nuno si destreggia tra urla screamo cariche di intensità emotiva e linee vocali pulite molto più confidenziali rispetto ai lavori precedenti. Ci sono momenti in cui il suo screamo, talvolta dal taglio quasi punk, può sembrare un po' in contrasto con la ricchezza strumentale, ma questa scelta aggiunge una tensione che non passa inosservata. L’album si apre con "Dawn", una traccia che funge da dichiarazione d’intenti. Qui i toni post-hardcore iniziali sbocciano in una travolgente esplosione blackgaze, stabilendo subito il mood del disco. "Stella" è un altro snodo fondamentale: i delicati arpeggi iniziali creano un’atmosfera sospesa che viene poi interrotta da growl rabbiosi, in un gioco di contrasti tra presente e ricordi più oscuri. "Angel" si distingue per una tonalità più melodiosa nella sua apertura e si impreziosisce ulteriormente con un assolo di basso sinuoso e jazzato che sembra quasi avvolgere l'ascoltatore nel cuore della notte, prima di sfociare nell’inevitabile climax sonoro. Il richiamo ai Deafheaven rimane ben percepibile lungo tutto l’album, ma gli Asunojokei sanno come affermare la propria identità, seppure con influenze evidenti. Ad esempio, in "Zeppelin", il gruppo intraprende un viaggio che parte da un’introduzione emo-punk dal taglio malinconico per arrivare a esplosioni di riff travolgenti e orecchiabili. Questa traccia emerge come uno degli inni più memorabili del disco, rimanendo impressa nella mente molto dopo l’ascolto. 'Think of You' alla fine brilla per personalità: ogni brano mostra la maturazione della band, sia nella composizione che nelle intenzioni emotive. Il risultato è un lavoro potente e ben definito, in grado di sposare la forza del metal con una sensibilità più melodica e riflessiva. È una colonna sonora perfetta sia per le giornate illuminate dal sole sia per le notti cariche di malinconia. Un ascolto consigliatissimo per chi ama il lato più emozionale e intimo del metal, dove le atmosfere "gaze" prendono il sopravvento sull’austerità tipicamente associata al genere. (Francesco Scarci)

(Vinyl Junkie Recordings - 2025)
Voto: 73

Tsorvat - Reflections of Solitude

#PER CHI AMA: Suicidal Black Metal
M piace andare a pesca negli acquitrini più isolati, lo trovo decisamente stimolante. Il pescato di oggi mi porta negli States con la one-man band dei Tsorvat e il demo di debutto, 'Reflections of Solitude', che si colloca nella scia del depressive suicidal black metal, con riferimenti stilistici che vanno dai primi Shining (quelli svedesi) agli umori rarefatti e disperati di altre formazioni più atmosferiche (Lustre). Come spesso accade in questi casi però, non si va a reinventare la ruota, si prova semmai a farla girare nel modo più corretto per i canoni del genere. Questo per sottolineare che il mastermind originario della California, non propone nulla di nuovo, regalando riff glaciali, tetri e al contempo introspettivi in un contesto estremo, mitigato dalla presenza di sinistre tastiere ("From the Ruins of Memory"), quasi una rinnovata versione dei Burzum dei tempi d'oro, quelli dotati di un suono monotono e ipnotico, in cui il gracchiato isterico delle vocals s'insinua in una ritmica in cui la batteria predilige blast beat veloci ("White Nail") per contrastare la melodia delle chitarre o un sound che si farà decisamente più oscuro ("The Murmuring Grove"). La catarsi si raggiunge nella conclusiva "Spiritbound", il pezzo migliore del lotto, per frenesia, convinzione, melodie e disperazione delle sue vocals. Insomma, un disco per pochi fan incalliti del depressive, che cercano nella musica, uno specchio delle proprie angosce più profonde. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 61