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venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

domenica 5 luglio 2026

Pontecorvo - Scheletri

#PER CHI AMA: Noise/Punk
Il terzo capitolo dei Pontecorvo, intitolato 'Scheletri', s'inserisce nell'underground italiano con un approccio tagliente che coniuga noise rock, punk, garage e sfumature stoner. Questo album è profondamente segnato dalla tragica perdita del bassista Alessandro Milani, riflettendo un'urgenza espressiva che permea l'intera opera. Realizzato e prodotto da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago, l'album presenta arrangiamenti fieramente viscerali e diretti. La chitarra e la voce abrasiva di Fili, al pari di Luca, la batteria potente e precisa di Fra, e le linee di basso suonate da Ste e Laura creano un sound compatto, privo di eccessi digitali. A livello tematico, 'Scheletri' esplora con disillusione e intensità emotiva il dolore della perdita, la memoria e la resilienza necessaria per andare avanti. I testi in italiano si trasformano poi in uno specchio lucido del disagio esistenziale. L'approccio spigoloso è evidente fin dall'inizio con "Un Altro Sbaglio", che colpisce con il suo punk ruvido e intenso. Seguono la title track e il singolo "Troppe Parole", pezzi trainanti che denunciano in modo rapido l’ipocrisia delle frasi fatte in occasione di un lutto. La tensione prosegue nella più dinamica "Cenere", per poi addentrarsi nella malinconia di "mAle". Qui, il suono raggiunge una potente fusione tra urgenza noise e pesantezza stoner, accompagnati da ritmi punk. Ulteriori brani arricchiscono l'album, dalla grooveggiante "Porter" alla conclusiva "Tramonto", che con i suoi quasi sei minuti di riflessione, offre la degna chiusura per 'Scheletri'. Un lavoro questo, nudo e crudo, pensato quasi esclusivamente per chi apprezza un rock genuino e intransigente, privo di qualsiasi compromesso. (Francesco Scarci)

(Argo Dog Sound/I Dischi del Minollo/Porco Rosso Records - 2026)
Voto: 68

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” KÃ¥rstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

lunedì 1 giugno 2026

Numen - Erre

Ascolta "Numen_Erre" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black Metal
'Erre' dei Numen si presenta come un ritorno assai atteso nel black metal: un disco cantato interamente in lingua euskera (il basco), e legato a credenze antiche, caccia alle streghe e Santa Inquisizione. Fuori nei prossimi giorni per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, il disco si dipana attraverso un black metal old-school, rapido, aggressivo e dalle tinte melodiche, con una componente epica e improvvisi passaggi progressivi. Lo si evince bene dalle note dell'iniziale "Kez Beteriko Zeru Penatua", esempio di furia cieca black sparata ai mille all'ora che solo in taluni passaggi, apre a porzioni più atmosferiche. È chiaro che l'intento dei nostri punti chiaramente a una resa ruvida, a discapito di porzioni più ariose, che comunque troverete nell'album, al pari di riferimenti folklorici che già nell'incipit si palesano in un finale più melodico e affabile, ideale per ristorarci prima della successiva battaglia, affidata a "Negu Itxian Urtarril Hotza". La chitarra di Jabo innalzata al cielo, come una spada fiammeggiante nella notte, le percussioni tambureggianti di Sistre e le urla furiose del vocalist Aritz, caratterizzano un brano che di nuovo non ha nulla da mostrare e che mette a rischio la band nel rimanere prigioniera di una formula già scritta, e ormai troppo prevedibile nel 2026, da chi soprattutto mastica questo genere da quasi 30 anni. Anche i successivi brani, i cui titoli sembrano formule magiche scritte su pietra, soffrono cronicamente di questo problema e, pur evocando un finale apocalittico nella conclusiva "Euria Infernuko Sutan" (significa pioggia all'inferno), corrono il rischio di finire nel dimenticatoio con una certa celerità. Quindi, se cercate un ritornello che vi salvi la giornata, avete decisamente sbagliato indirizzo, qui troverete solo fuoco e cenere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 62

mercoledì 27 maggio 2026

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising

Ascolta "Dimmu Borgir_Grand Serpent Rising" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C’è una strana forma di rassegnazione che ti assale quando aspetti qualcosa per otto anni, che ti fa guardare il cielo sperando di veder comparire di nuovo un lampo familiare, pur sapendo che, molto probabilmente, vedrai invece le solite nuvole grigie. Quando i Dimmu Borgir hanno annunciato l’uscita di 'Grand Serpent Rising', ero eccitato e preoccupato al tempo stesso, quasi stessi sentendo quella vecchia cicatrice ricominciare a prudere. Mi sono chiesto se ci fosse ancora del veleno in corpo alla band che aveva ridefinito i confini del symphonic black metal più di trent'anni fa, o se la proposta della band seguisse le orme del deludente 'Eonian'. La risposta, purtroppo, non è un urlo trionfale, ma un monumentale lavoro lungo 69 minuti che riflette una volontà tanto ambiziosa quanto poi in realtà, discontinua. Ascoltando la nuova release dell'ensemble norvegese si ha come l'impressione di camminare tra le stanze di un castello immenso, dove i corridoi cercano disperatamente di evocare i fasti di un tempo, mentre i saloni principali restano schiacciati sotto il peso di una pomposità barocca e teatrale. La produzione è al solito, un muro di suoni stratificati, una cattedrale di tastiere, sezioni orchestrali e frangenti gotici. Eppure, proprio quest'abbondanza finisce per essere la zavorra del disco: c'è infatti troppa materia che allunga il brodo, troppe composizioni, soprattutto nella seconda metà del disco, che accumulano quella percezione di già sentito, disperdendo quella tensione emotiva che un tempo toglieva il fiato. Quando parte "Ascent", mi sono illuminato nell'ascoltare un sound quasi miracoloso, tra la brutalità primordiale e la grandeur orchestrale, un qualcosa che la band non scriveva da anni. Tuttavia è già dal brano successivo, "As Seen in the Unseen", che non mi è chiaro dove i nostri vogliano andare a parare; sembra manchi la convinzione dei giorni migliori, forse per quel costante  desiderio di inseguire un'atmosfera che sembra voglia stemperare la furia dei nostri, nel tentativo di accontentare un po' tutti. Non sono affatto male gli arrangiamenti ma, si c'è sempre un ma, che rende l'ascolto poco a fuoco. Arriva "The Qryptfarer", e qui l'uso delle keys torna a tessere quelle trame raffinate che evocano lontanamente 'Enthrone Darkness Triumphant', ma che poi si perdono in una ridondanza ritmica quasi fastidiosa. E sta proprio qui il canovaccio di un disco che vede ogni suo brano partire alla grande, ma che finisce poi di perdersi nelle labirintiche trame di un qualcosa che puzza di una prevedibilità da manuale, che sa più di conservazione che di vera urgenza artistica. Non è un disastro, sia chiaro, le qualità degli scandinavi rimangono intatte, ma sembra che ci sia una svogliatezza di fondo dalla quale i Dimmu Borgir stentano a riprendersi. Non siamo di fronte al crollo di un impero, ma piuttosto alla sua lenta, maestosa burocratizzazione. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2026)
Voto: 66

martedì 26 maggio 2026

Gravity Sparks - The Dying Room

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Avete presente quel momento, nel cuore della notte, in cui ogni minimo scricchiolio della casa sembra amplificare i pensieri? Ti rigiri tra le coperte e ti rendi conto che non stai cercando il sonno, ma una risposta. Ecco, a me capita ogni notte, ed è proprio in questa penombra dell'anima che si sistemano i Gravity Sparks e il loro EP 'The Dying Room'. Si tratta di un lavoro di alternative rock che genera una tensione sottopelle sin dal suo lungo epilogo, una malinconia narrativa che non ha certo bisogno di urlare per farsi sentire. "Epilogue" è quindi molto convincente sebbene i suoi tratti strumentali, ma è con "Call Me" che la band ci spinge a scavare ulteriormente nel nostro io interiore e lo fa attraverso i vocalizzi delicati del frontman e a un suono che miscela prog, rock, alternative con un approccio crepuscolare, onirico che evoca stanze chiuse, confessioni sussurrate a denti stretti e scadenze interiori. Il sound dei nostri, di cui non ho trovato fondamentalmente alcuna informazione in rete, induce un brivido familiare, una nudità emotiva che fa quasi male, grazie soprattutto alla voce del cantante che nella title track si fa ancor più intima. "Waiting for the Death" prosegue lungo questo filo invisibile, che si dipana attraverso caratteristiche musicali assimilabili ai polacchi Riverside o alle cose più introspettive degli Anathema. 'The Dying Room' è un lavoro piacevole, forse troppo breve (20 minuti in cinque brani), dedicato a chi sa perfettamente cosa significhi sentirsi vulnerabili e, per una volta, decide di non vergognarsene e anzi, si mette a nudo (e la conclusiva "Naked" ne è il manifesto). Alla fine, il silenzio che resta dopo l'ultima nota non è vuoto, è solo il posto in cui le nostre paure hanno finalmente smesso di fare rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 72

lunedì 25 maggio 2026

Artillery - Made in Hell

#PER CHI AMA: Thrash Metal
Il tempo non cancella nulla, si limita a stratificarsi sopra le cose, come la polvere sugli scaffali. Te ne stai a guardare un’uscita discografica e pensi quanti inverni sono passati da quando certe formule sembravano l'unica risposta possibile al rumore del mondo. Con gli Artillery dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di ben 44 anni: era il 1982 infatti, quando il quintetto di Taastrup si formava. Da allora, la band danese ha macinato parecchi chilometri e riff senza cercare troppe rivoluzioni, evitando anche quella patetica rincorsa alla giovinezza che spesso rende i veterani una caricatura di se stessi. Se ne escono cosi con questo EP, 'Made in Hell', un dischetto che mette insieme due canzoni nuove di zecca, una rilettura del passato ("Into the Universe", estratto dal mitico 'Fear of Tomorrow') e un pezzo registrato dal vivo ("The Almighty"). Diamo un ascolto ai primi due, la vera novità quest'oggi: la title track apre con echi che mi hanno riportato a 'Master of Puppets', muovendosi sui binari di un thrash metal dotato di un suono secco, frontale, e che non ha bisogno di troppi trucchi per farsi spazio nel petto di chi ascolta. I nuovi membri, il cantante Martin Steene, il chitarrista René Loua e il batterista Frederik Kjelstrup Hansen, mantengono intatta quella precisione chirurgica che da sempre è il marchio di fabbrica degli Artillery. Analogamente, "Ghost in the Machine" fa il suo, proponendo un suono che sembra virare in territori quasi più oscuri, un ponte gettato tra ciò che è stato e ciò che forse sarà, che ha il pregio di mantenere comunque intatto il DNA dei nostri. "Into the Universe" è uno degli inni per eccellenza della band, un brano che ho amato alla follia fin dal primo ascolto, per quella capacità di intersecare linee di chitarra e basso, seppellendo in sottofondo la batteria. "The Almighty", registrata a Roskilde nel 2024, anch'esso presente nel debut dei danesi, è una dimostrazione di quanto anche dal vivo, i cinque musicisti nordici siano davvero potenti. Alla fine, questo EP è dedicato a chi sa che il passato non è un posto in cui tornare, ma una radice profonda da cui continuare a trarre linfa. (Francesco Scarci)

(Mighty Music - 2026)
Voto: 70

venerdì 22 maggio 2026

Vertige – Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!

#PER CHI AMA: Post Black
Pubblicato il 6 aprile, a soli tre giorni di distanza da un altro suo lavoro altrettanto viscerale ('Chute-Libre'), 'Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!' è un titolo che morde. "Prendete gli avanzi, non bisogna sprecare!". Sembra quasi un invito rivolto a chi ci ha consumati, un gesto beffardo di chi, invece di elemosinare pietà, ti sbatte in faccia i propri scarti e ti sfida a farne qualcosa. È un black metal atmosferico che trasuda nelle sue note, una solitudine tutta umana. Sotto lo pseudonimo di Vertige, ecco riemergere Brouillard, la poliedrica artista francese (vero nome Marie) che abbiamo già incontrato in passato. Solo tre pezzi in questo EP, tre movimenti che scavano dentro l'anima, espandendosi come una macchia d'inchiostro su un foglio bianco. Si parte con "Écharpé", una ferita aperta che non cerca di rimarginarsi, ma si limita a presentarsi nella sua totale nudità black lo-fi, con suoni compassati, grim vocals paragonabili alla carta vetrata che striscia sulla carrozzeria di un'automobile e, le immancabili, atmosfere angoscianti. Poi arriva "Réchappé", e qui il ritmo sembra cambiare: è la cronaca di una sopravvivenza faticosa, costruita nota dopo nota, su un'iniziale malinconica chitarra acustica, che cederà poi il passo a una più lacerante linea di chitarra elettrica, tra vocals eteree in sottofondo e lo screaming della polistrumentista in primo piano, tra momenti più lenti ad accelerazioni più disperate. Infine, gli otto minuti abbondanti di "Vengeance". Un altro minuto di suoni delicati e poi il martellante post black di Marie a gridare vendetta. Questa è musica che sembra fatta per essere scoperta per caso, in un pomeriggio piovoso, quando si è troppo stanchi per fingere che tutto vada bene. È un invito a raccogliere i pezzi, anche se sono rotti, anche se sono "avanzi". Perché in quegli scarti, in quello che gli altri hanno scartato, si nasconde la versione più vera di noi stessi, quella che non ha più paura di restare nell'ombra. (Francesco Scarci)

(Transcendance - 2026)
Voto: 64

mercoledì 20 maggio 2026

Taxology - A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology

#PER CHI AMA: Instrumental Psichedelia
'A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology' è la porta d'ingresso per il visionario mondo dei Taxology. Il disco segna il debutto su lunga distanza del duo di polistrumentisti originario di Taranto, attraverso un corposo viaggio di ben 15 brani, che è però assai distante dalle sponde del metal che solitamente frequentiamo. Quello che ci apprestiamo ad ascoltare infatti, sembra più qualcosa ideale per quei pomeriggi in cui la mente, stanca del solito rumore quotidiano, comincia a cercare un ordine diverso nelle cose, una logica che non sia quella dei doveri o delle scadenze, ma qualcosa di più profondo, quasi sotterraneo. Vi guardate intorno con la necessità di perdere ogni punto di riferimento tradizionale, per scivolare in un luogo dove le regole della fisica e della logica comune, sembrano sospese. Ecco cosa ci si para davanti, una raccolta di brani e intermezzi scientifici, da consumare distrattamente, magari con un bel cocktail in una mano e una canna (anzi Cannabis sativa), nell'altra. Cerchiamo di essere precisi visto che i titoli dei brani riprendono la nomenclatura botanica. "Azadirachta Excelsa", "Mandragora Caulescens" e "Aceranthus Sagittatus" sembrano estratti direttamente dalle pagine ingiallite di un vecchio manuale di medicina medievale o di botanica occulta, mentre il sound ci conduce attraverso atmosfere soffuse, ipnotiche e cinematiche, il tutto rigorosamente in veste strumentale. L'ascolto sottolinea inoltre come la proposta dei due artisti tarantini, misceli sonorità vintage con suoni più contemporanei, anche se a prevalere è sicuramente la prima. La psichedelia si fonde con pulsioni funk, break atmosferici e frammenti orchestrali. Beh, tutto molto bello ma dopo un po', se l'ascolto si fa più attento, per il sottoscritto diventa un filo noioso. Rimane il diktat iniziale allora, ossia di un ascolto distratto, per meglio assaporare le atmosfere caleidoscopiche messe in scena dai due autori in una sorta di jam session botanica. Se dovessi pensare a delle band con tratti similari, il primo nome che mi viene in mente è quello degli Eterea Post Bong Band, anche se quest'ultimi sono decisamente più vivaci dei Taxology. È un debutto eccentrico, coraggioso, perfetto per quelle serate in cui la solitudine smette di pesare e diventa lo spazio ideale per prenderci cura del nostro piccolo bonsai. (Francesco Scarci)

(NOS Records - 2026)
Voto: 68

sabato 16 maggio 2026

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 14 maggio 2026

Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part

#PER CHI AMA: Epic Black
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70

martedì 12 maggio 2026

Hexcastle - The Hexcastle

#PER CHI AMA: Raw Black/Dungeon Synth
Il tempo è un giudice severo si sa, ma talvolta anche distratto, uno che lascia cadere tra le crepe della memoria alcuni lavori che meriterebbero un pizzico di attenzione in più. Quando nel 2022 Lucifero Errantis Bellator, artefice solitario dietro al progetto messicano Hexcastle, consegnò al mondo queste nove tracce, lo fece nel silenzio quasi assoluto, quello di una manciata di musicassette. Eppure, c’è un motivo se nel 2026, la Flowing Downward ha pensato di ridare visibilità, con un bel vinile, a questo fantasma. Ascoltare 'The Hexcastle' è infatti come varcare la soglia di una castello in rovina, infestato di spettri. E non è solo l'organo di "Funeral Mist" a darci questa sensazione ma tutto un insieme in cui non c’è nulla di moderno, nulla di patinato. Il suono è lo-fi e lo si evince immediatamente quando "The Hex Castle" si palesa nel mio stereo, per una scelta estetica deliberata, una nebbia che avvolge le chitarre per proteggerle dalla luce del sole. Un nichilismo che guarda dritto negli occhi la seconda ondata black norvegese, con una sensibilità, tuttavia, diversa, più densa, quasi rituale. Non solo black però, visto che Bellator ha pensato di arricchire la propria proposta anche con pezzi dungeon synth ("Ancient Shadow", "The Fallen" e qualche altro momento di ambient neoclassica che non è un semplice riempitivo), cosi da completare il raw black più feroce (penso all'assalto frontale di "Profane Ritual" o la più controllata "Chaotic Boreal Paganism") del polistrumentista messicano. Questo disco non è solo musica, è un luogo dove rifugiarsi quando il mondo fuori diventa troppo luminoso e superficiale per essere sopportato. È la prova che alcune storie, per quanto oscure e nascoste, trovano sempre il modo di tornare a galla, perché il vuoto che colmano, è lo stesso che portiamo dentro noi stessi. (Francesco Scarci)

(Canti Eretici/Flowing Downward - 2022/2026)
Voto: 66

domenica 10 maggio 2026

Dewichor - No Tomorrow

#PER CHI AMA: Epic Black
La Russia si conferma luogo che mastica il black metal e lo sputa fuori sotto forma di melodia disperata. Non è la raffinatezza barocca di certe produzioni nordeuropee, né il rumore bianco e indistinto di chi cerca di nascondere la mancanza di idee dietro un muro di distorsione lo-fi. Con i Dewichor, e con il loro esordio 'No Tomorrow', la sensazione è quella di trovarsi davanti a un incendio che divampa in una foresta ghiacciata, in cui l’aria che respiri taglia i polmoni. L’album, uscito sotto l'egida della Satanath Records, non perde tempo a spiegarsi. Tolta la strumentale e introduttiva "Hell Unchained", capisci poi che qui non si scherza. Le chitarre da "The Great Divide" iniziano a correre su tremolo infiniti, palesando il contrasto tra le accelerazioni rabbiose e rallentamenti marziali, intrecciandosi poi in armonie che sanno di epica antica. È un black metal melodico quello del quintetto di Novosibirsk, ma con quel cuore slavo che trasforma i riff in una condanna a morte. Non ci sono troppi fronzoli moderni, nemmeno tastiere invadenti che cercano di addolcire la pillola. C’è solo la consapevolezza che il domani, come suggerisce il titolo, è un concetto che non ci appartiene più. La voce non è un canto, è un ululato che arriva da lontano, va a fondersi con le asce fino a diventare un unico elemento atmosferico, quasi naturale, come il vento che soffia tra le rovine. L'unico problema è che pezzi come "Requiem", "Face the Hellfire" o "Heresy" suonano un po' troppo scontati e derivativi, un sound già sentito dozzine di volte. Solo "Barbed Wire" e "The Light of the Dead World" sembrano voler prenderne le distanze, cercare un filo di sperimentazione avanguardistica, proponendo l'utilizzo di un sax in un'atmosfera oscura, quasi da lounge bar. E queste si, diamine se mi piacciono. Per il resto 'No Tomorrow' è sicuramente un onesto lavoro di black metal, confermato anche dalla conclusiva e glaciale "Frostfall", perfetto per quei momenti in cui il silenzio fuori è troppo forte e hai bisogno di qualcosa che urli al posto tuo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 67

venerdì 8 maggio 2026

Rejuvenation – The Pinnacle of Violence

#PER CHI AMA: Techno Death
C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui i Rejuvenation hanno deciso di bussare alla porta di questo 2026, un anno che sembra già soffocarci sotto il peso di troppa informazione, troppa musica e troppa guerra. 'The Pinnacle of Violence' vuole essere un’anatomia lucida della nostra fine, eseguita con la precisione chirurgica di chi è cresciuto a pane e techno death, anche se non mi lascerei troppo ingannare dalla quella dicitura. Certo, c’è la scuola europea, c'è quel rigore algido che ha reso grandi gli Obscura o i Cognizance, ma qui batte un cuore diverso. Le chitarre, di Bozhko Bozhkov e di Vladimir Voloshchuk, non corrono per il gusto di arrivare prime, ma per tessere una tela in cui l'ascoltatore rimane, inevitabilmente, impigliato. È un organismo coeso, un respiro unico dove il basso di Nedislav Miladinov e i pattern di Nikola Ognyanov creano un pavimento solido, su cui il growl di Teodor Bakardjiev esala puro tormento. Il disco si apre con "Timeshift Pt. II: Abyss", e il titolo non è un caso. È un salto verso gli abissi, un maelstrom di suoni iper tecnici che ci stordisce sin dalla prima nota. "The Forest Calls" si muove su coordinate simili, ma quando il basso e la chitarra si mettono a tracciare saette pulsanti e note graffianti, sembra di assistere a un dialogo tra due parti della stessa anima: una che implora e l'altra che condanna. "Mortality Inevitable" funge da ponte tra la prima e la seconda dell'EP, che sfrutta la veemenza della title track per confermare un concentrato di ferocia e melodia che lascia senza fiato. Un altro breve pezzo e poi è il momento della chiusura, affidata a "Shades of Perception", un altro brano tirato, old-school, che ha però il pregio di sfoggiare un'ottima e più progressiva sezione solista. Alla fine, 'The Pinnacle of Violence' è un disco che non chiede di essere capito, ma di essere subìto. C’è un’eleganza brutale nel modo in cui tutto crolla, eppure, per un istante, sembra quasi che valga la pena restare a guardare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65


mercoledì 6 maggio 2026

Scarab - Transmutation of Fate

#PER CHI AMA: Techno Death
Il Cairo non è una città che si dimentica tanto facilmente, e non è solo merito delle piramidi di Giza e della Sfinge. C'è una densità particolare nell'aria, una miscela di polvere, rumore moderno e un silenzio millenario che sembra rimasto intrappolato tra le crepe dei palazzi. È lo stesso tipo di densità che ti si piazza sul petto quando facciamo partire il disco degli Scarab, una band death metal originaria proprio della capitale egiziana. E non si tratta poi degli ultimi arrivati, visto che il sestetto è in giro dal 2006. Chi segue i sentieri meno battuti del death, sa bene che la band non è un nome come un altro, sono una specie di anomalia geografica e spirituale, un organismo che ha passato vent'anni a raccogliere frammenti di riff nel buio per poi fonderli insieme in un'unica, spaventosa colata di piombo che ha trovato la sua forma definitiva in 'Transmutation of Fate'. Qui non troverete l'aggressione cieca, quella fretta adolescenziale di spaccare tutto e tutti che spesso penalizza le band più giovani. Qui stiamo parlando di techno death dalle classiche tinte mediorientali, un sound che ci investe, sin dall'iniziale "Vow of the Sphinx {Abo El-Houl}", con arrangiamenti fitti, quasi soffocanti, e armonizzazioni stratificate che avanzano con la solennità di una processione funebre. Sembrerebbe addirittura che l'uso del ritmo sia modellato su incantazioni fonetiche antiche e concetti neoglifici. È un suono comunque pesante, oscuro, talvolta quasi teatrale nella sua drammaticità, che mi ha evocato i nostrani Fleshgod Apocalypse, quest'ultimi forse un filo più orchestrali. Brani come la già citata opening track, considerata da più parti, la pietra angolare dell'intero EP, la belligerante "Hands from the Sun {Amon}" con le sue scariche di blast-beat e la pulsante (complice un basso da urlo) "Epistle of Secrets {Creators of III}", non sono semplici canzoni, ma nodi concettuali che parlano di risvegli violenti, di memorie sepolte nella carne e di una resa dei conti karmica a cui nessuno può sottrarsi. La mia preferita rimane però la conclusiva "Monarch of Violence {Oriasirius}", una centrifuga di suoni, atmosfere, cori cerimoniali che sembrano proiettaci indietro nel tempo di 3000 anni. 'Transmutation of Fate' in definitiva, è un lavoro maturo, che usa l'immaginario esoterico come l'ossatura di un discorso morale più profondo. (Francesco Scarci)

(Brutal Records - 2026)
Voto: 72