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lunedì 23 marzo 2026

Skaphos – The Descent

Ascolta "Skaphos – The Descent" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Death
Dimenticate la luce che filtra tra le onde e quella rassicurante linea dell'orizzonte. Con gli Skaphos, il mare non è un paesaggio, ma un presagio, quello di morire affogati in quegli abissi infernali raffigurati nell'artwork del disco. La band di Lione torna con 'The Descent', e lo fa per la prima volta sotto l'egida della Les Acteurs de l’Ombre, un’etichetta che di oscurità se ne intende parecchio. Il nuovo disco è un rito di purificazione, una discesa iniziata anni fa con la trilogia 'Bathyscaphe', 'Thooï' e 'Cult of Uzura', che oggi viene ripresa e spinta oltre il limite della sopportazione fisica. Gli Skaphos hanno preso come base il materiale dei primi due lavori e lo hanno trasformato in un biglietto da visita definitivo, un vortice di abyssal death metal che ti trascina sul fondo del mare senza chiederti se hai abbastanza ossigeno nei polmoni. Otto brani di death metal dissonante, quello in cui le chitarre si avvitano su se stesse e in cui la sensazione, è quella di sentire la pressione dell'acqua che schiaccia sopra la nostra testa e sul torace. "Nese Ende" apre i battenti con l'acqua che inizia a entrare copiosa. La sezione ritmica è mostruosa, un capolavoro di claustrofobico black/death, in cui l'oscura voce growl è solo uno dei tanti tasselli che compongono la proposta del quartetto transalpino. Il mio personale suggerimento è di ascoltare il tutto in cuffia, il sound dei nostri vi stritolerà infatti in una morsa divorante, con uno sciame di blast-beat paragonabile alla contraerea, ahimè tanto attiva nell'ultimo periodo. "Okean" prosegue sulla falsariga, evocando incubi affini alle proposte di Ulcerate e Immolation, il tutto immerso in un universo smaccatamente lovecraftiano. "Mireborn" esala quell'odore di putrefazione che risale dalle profondità, con batteria, chitarre e basso, a creare un'atmosfera di morte esaltata dalla rancorosa espressività del frontman. "Ube" non si perde in troppi giri di parole, ci aggredisce immediatamente con la sua ritmica schiacciasassi, un divampare di schegge impazzite che vanno in ogni direzione, prima di un pericoloso e sinistro rallentamento ritmico. Ma la follia è dietro l'angolo e pronta a deflagrare ancora nella seconda metà del brano, in cui l'urlo del vocalist chiude l'incubo. "The Descent" è un'alternanza tra parti più lente e opprimenti ad altre sempre pronte a esplodere in improvvise fughe di caos primordiale mentre "Horror Squid" suona dapprima come una litanica danza di morte, poi come una violenta grandinata, presagio dell'apocalisse che incombe. Ci sono ancora un altro paio di pezzi prima della conclusione, ma le mie orecchie grondano ormai sangue per la profondità degli abissi raggiunti. Lascio quindi a voi il compito di nuotare ancor più in profondità per esplorare la Fossa delle Marianne. Ma attenzione, perchè il mare non perdona. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 75

giovedì 19 marzo 2026

Kerry Kaverga – Bestiae Somnium Noctis

#PER CHI AMA: Post Metal/Stoner
A volte il silenzio urla più forte di qualsiasi growl. Non serve un cantante per spiegare che il mondo stia letteralmente colando a picco, o che sotto la superficie di una città assolata come Alicante, si nascondano abissi che non vedono mai la luce. I Kerry Kaverga arrivano proprio da li, e con il loro debutto, 'Bestiae Somnium Noctis', hanno deciso di dar voce solo ai propri strumenti. Quarantaquattro minuti. Cinque tracce post metal per un viaggio strumentale che non ti prende per mano, ma ti spinge nel buio e ti sfida a trovare l'uscita. Nella proposta dei nostri si celano poi anche derive doom e stoner, ma quel suo retrogusto post-metal dilatato ricorda i momenti più ipnotici dei Neurosis o la pesantezza monolitica dei Bongripper. Non è musica da sottofondo: è un’esperienza che richiede tempo e soprattutto pazienza, visto che l'ascolto dell'opener, "Inexorabile Iter", potrebbe già anticipatamente portare a qualche sbadiglio di troppo per una certa ridondanza ritmica nel suo passo marziale che non ammette troppe deviazioni. Lo stesso dicasi dei quasi 13 minuti della successiva "Ritual", dove la struttura rituale dichiarata nel titolo, si traduce in una progressione lenta e ossessiva che uscirà dal suo pericoloso avvitamento su se stessa solo nel finale. "Circulus Clauditur" esordisce con toni più pacati e intimistici, tra un arpeggio e un leggero tocco di piatti, ma è palese che sia lì lì per esplodere, come un'eiaculazione liberatoria. Certo, quello che ne deriva dopo però, un blando sound stoner, è un po' come la classica sigaretta post-coitum, con un po' di noia che ti assale e il pensiero, ormai distante, dal sesso. Ecco quello che trovo non sia particolarmente brillante in quest'uscita, il fatto che il suono, che dapprima s'intrufola nelle orecchie, li alla fine non ci resti a lungo, e la voglia sia quella di skippare al brano successivo, "The Summon". La tribalità delle sue percussioni ci introduce al cuore del brano, qui un filo più post-rock oriented, ma il fatto che non ci sia una voce a condurre, forse ne penalizza l'esito finale, per quanto da metà in poi, il pezzo si confermi ben più vivace. In chiusura, ecco "Azathoth", un titolo che evoca la suprema caotica divinità lovecraftiana. Il suo caos si paleserà attraverso un più dritto ed efferato sound che ha tuttavia il difetto, di spaventare ben poco. Alla fine, il lavoro dei nostri è un disco ancora troppo in fase embrionale con idee troppo poco accativanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 58

lunedì 16 marzo 2026

Blackbraid - Nocturnal Womb

Ascolta "Blackbraid_Nocturnal Womb" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Se amate il black metal che sa di muschio e spiriti ancestrali, questo EP non è un'opzione, diventa quasi un testamento. Stiamo parlando dei Blackbraid, che bene han fatto parlare di loro begli ultimi anni e che ritornano con un nuovo EP, 'Nocturnal Womb'. Il progetto solista di Sgah'gahsowáh propone tre tracce per venti minuti di musica: due nuovi inni feroci più una versione acustica strumentale di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil" (song inclusa nel loro primo capitolo), in edizione in vinile 10" in due differenti colori. La proposta del mastermind nativo americano è il classico, dirompente e affannato attacco post black che arriva dalle profondità selvagge dei Monti Adirondack e si palesa con chitarre in tremolo picking, affilate come il vento glaciale che taglia la faccia tra gli alberi, con un senso di natura che non accoglie ma osserva con indifferenza, quasi con ostilità. È cosi che ci investe "Nocturnal Womb", la traccia d'apertura, con una tensione che va lentamente salendo fino a un cataclisma di blast beat, per finire poi in un maestoso finale evocante i Bathory più epici. In "Celestial Bloodlust", il factotum statunitense colpisce con furia devastante, diretta e senza troppi compromessi. A chiudere, ecco la chitarra acustica di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil", in una versione totalmente trasformata dall'originale, che vede un inno feroce trasmutato in una preghiera solitaria dalle forti tinte folk che verosimilmente richiama le radici animiste del progetto. Alla fine 'Nocturnal Womb' non è un riempitivo, ma un rito di venti minuti che profuma di terra bagnata, sangue antico e legna arsa. (Francesco Scarci)

(Wolf Mountain Productions - 2026)
Voto: 72

sabato 14 marzo 2026

Acid Blast – Doomsday

#PER CHI AMA: Thrash/Crossover
A volte la musica non arriva dai luoghi più scontati della Terra, ed è proprio quello il suo bello. Arriva da dove la terra scotta, da angoli di mondo come Pereira, in Colombia, dove il rumore non è un esercizio di stile, ma una necessità biologica. È lì che sono nati gli Acid Blast nel 2024, e ascoltare il loro EP d’esordio, 'Doomsday', all'insegna del thrash metal, è un po’ come prendere un pugno in faccia mentre cercavi di goderti il panorama: doloroso. C’è qualcosa tuttavia di profondamente onesto in questo lavoro. Non c'è trucco, non c'è inganno e nemmeno quella perfezione digitale che oggi rende tutto abbastanza artificioso. Le chitarre di Robin Martínez e Juan Ruiz grattano infatti come carta vetrata, il basso di Sebastian Marin rimbomba nello stomaco alla maniera dei vecchi Over Kill, mentre la batteria di Michael Tabares corre a testa bassa, senza mai voltarsi indietro. E poi c’è la voce di David Arango: stridula, sporca, autentica. È la voce di chi ha qualcosa da dire e sa che il tempo a disposizione è assai poco e visti i testi sembra qualcosa anche di scomodo. Le influenze poi, pescano a piene mani dai Sacred Reich, i già citati Over Kill, gli Anthrax e i Nuclear Assault, con i quattro brani che si dipanano tra ritmiche furiose e assoli incisivi, eco proprio di quegli anni in cui il genere è nato. "Doomsday", "Economic Hitman", "State Terror" e "Big Pharma" corrono forti e furiose tra liriche di una certa portanza politica, accelerazioni e deflagrazioni violente, in un mix di energico thrash/crossover che non ambisce a chissà quali palcoscenici, perchè vuole rimanere autentico. E forse la forza del quintetto colombiano sta proprio qui: non aver inventato la ruota certo, ma essersi iscritti a una tradizione gloriosa, quella colombiana dei Masacre, con l'umiltà e la sfrontatezza di chi non ha paura di nessuno. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 66

mercoledì 11 marzo 2026

Hegeroth - Soaked in Rot

#PER CHI AMA: Black/Death
C'è un tipo di marciume che non ha nulla a che fare con la sporcizia fisica. È quel senso di decomposizione morale, di pensiero masticato e sputato, che si respira quando le istituzioni e i dogmi diventano troppo pesanti per lasciarci camminare lungo la rettitudine. Gli Hegeroth, band originaria di Katowice, masticano questa materia oramai da 16 anni, e con 'Soaked in Rot' sembrano aver deciso che non è più il momento di sussurrare tra le ombre del symphonic black metal degli esordi. Ora preferiscono urlare. Il nuovo album del duo polacco è un blocco di metallo puro: produzione secca, quasi scarnificata con le chitarre che tagliano l'aria come rasoi e la batteria tiene il tempo quasi con ritmo militaresco. Non troverete troppi artifizi tipici di certe produzioni atmosferiche, qui tutto è sotto una luce cruda, impietosa, violenta. Brani come "You May Call Me A Witch" o "The Act of Lust" non sono solo canzoni, sono dichiarazioni d'intento. Ci potrete trovare certo, influenze derivanti dagli Emperor, ma sporcate da un'urgenza blackened death che evoca anche Behemoth e Morbid Angel, cosa che avevo già sottolineato nella precedente recensione. Quando Chors (il nuovo vocalist proveniente dagli Eclipse) urla, non sta solo seguendo una metrica, sembra stia vomitando fuori l'ipocrisia di un mondo che chiama santo ciò che è solo un macello. "Błogosławieni Ślepi" è un esempio di come gli Hegeroth possano pescare anche da altre realtà musicali per innescare il loro sound belligerante: tra echi alla Master's Hammer, dissonanze alla Deathspell Omega o martellanti ritmiche di basso e batteria alla Altar of Plagues, i nostri non fanno sconti a nessuno. E il disco continua a muoversi lungo binari similari, dove la concessione alla melodia non rappresenta certo uno dei punti di forza della band: sarà inevitabile sbattere il muso contro il cingolato sonoro espresso dalle chitarre in "The Nails" o respirare la furiosa epicità del tremolo picking di "Hypocrisy Demands Blood". Ogni brano è un racconto a sé, in cui il mondo diventa un luogo di putrefazione in cui la ribellione contro il “santo macello” ("Święte Szlachtowanie") diventa un semplice atto catartico. Più tecnica invece "The Degrees" mentre "The Swing", ha quel ruolo di concedere la classica pausa prima del gran finale affidato alla più riflessiva, per cosi dire, "Gdybym Istniał". Chiaro, se cercate la rivoluzione copernicana del black metal, forse dovete guardare altrove, perché qui non troverete innovazione, modernità o quant'altro, semmai un disco feroce, onesto, senza troppi fronzoli, spinto da quella necessità insomma, di ripulirsi dal fango del mondo per immergersi in un marciume per lo meno più sincero. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 69

Dusk - Bunker

Ascolta "Dusk_Bunker" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Industrial
C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che il freddo più siderale, quello che ti entra nelle ossa e ti toglie il respiro, non arrivi dalle foreste innevate della Scandinavia, ma dai sobborghi di San José, in Costa Rica. I Dusk sono un’anomalia geografica, l'avevamo già scritto, ma dopo dieci anni di ricerca sonora, con 'Bunker' smettono di essere un esperimento per diventare una certezza, quella che avevo appreso di recente, con la recensione di 'Repoka'. E lo fanno con un sesto album che non chiede permesso a nessuno (in un periodo come questo poi, chi lo fa?), si limita a esistere, denso e inamovibile come una colata di cemento armato. Ascoltare questo disco si rivelerà un’esperienza psico-fisica di un certo livello, ve lo garantisco. Non sono canzoni quelle qui contenute, sono stadi di una discesa verso gli abissi della propria anima. La scelta di chiamare i brani semplicemente "Bunker I-VI" poi, toglie immediatamente ogni distrazione narrativa; non ci sono titoli evocativi a cui aggrapparsi, c’è solo la progressione numerica di chi si chiude dentro e tira il chiavistello. È un album di trenta minuti scarsi, ma sembrano ore passate sotto terra, dove l’elettronica non è un abbellimento, ma l’ossatura stessa di un mostro meccanico. Le chitarre e i blast beat ci sono, certo, ma restano spesso intrappolati sotto strati di synth che ricordano le visioni distopiche di Perturbator o il caos ragionato dei Blut Aus Nord. La voce? Non aspettatevi il classico vocalist che vi urla in faccia. Qui lo screaming è un eco lontano, un graffio sulle pareti del rifugio, un suono tra mille suoni. È come se la band volesse ricordarci che in un mondo post-apocalittico, l'individuo scompare: resta solo l'ambiente, l'atmosfera e il rumore della sopravvivenza. E poi c’è il gran finale. Reinterpretare "Dunkelheit" di Burzum è una mossa coraggiosa, se non fosse che i Dusk la rendono necessaria. Prendono un inno bucolico e meditativo e lo trascinano in fabbrica, lo sporcano di olio industriale e lo passano sotto una pressa idraulica. È il cerchio che si chiude. E restituisce una musica per chi ha bisogno di isolarsi o per chi cerca uno spazio vuoto dentro il rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto. 74

martedì 10 marzo 2026

Cadavrul – Necrotic Savagery

#PER CHI AMA: Death Old School
Sembra che si siano persi per strada i rumeni Cadavrul visto che il precedente e unico album, 'Enter the Morgue', risaliva addirittura al 2013. Forti ora del supporto dell'etichetta Loud Rage Music, il quartetto di Costanza torna con il proprio death metal old school, ben radicato come sonorità, nei primi anni '90. Quindi è già chiaro cosa c'è da aspettarsi da questo lavoro: dieci pezzi morbosi di death nudo e crudo che dall'intro iniziale alla conclusiva "Fuck Fashion", vi segherà in due con un suono brutale, privo peraltro di qualunque orpello estetico o melodico, fatto salvo per qualche assolo interessante. Poi non c'è molto altro da dire: se siete amanti dello stile secco e ferale alla Cannibal Corpse, con growling vocals al limite del catacombale, rallentamenti doomeggianti ("Circle Pit (B.Y.H.)" o "Marș Funebru"), e violente liriche necrofagiche (d'altro canto, l'artwork è piuttosto esplicito), beh il lavoro potrebbe fare al caso vostro. Non certo al mio, devo ammetterlo. Questi suoni li ascoltavo trent'anni fa quando mi avvicinai ai primi Carcass, ai Vader (ma quest'ultimi sono già decisamente più melodici) o ai già citati Cannibal Corpse; quindi se proprio volessi riprendere in mano il genere, beh andrei ad ascoltarmi gli originali e lascerei da parte tutte queste band che popolano inutilmente l'underground con suoni troppo scontati. Se potessi invece salvare un brano, ecco che la mia scelta cadrebbe su "Fuck Fashion", peraltro bonus track del disco, per quel suo zozzo death'n'roll psicotico e malato. Per il resto, non c'è nulla di cosi interessante per cui dedicare l'ascolto a questi Cadavrul. (Francesco Scarci)

(Loud Rage Music - 2026)
Voto: 50

venerdì 6 marzo 2026

Our Oceans - Right Here, Right Now

Ascolta "Our Oceans - Right Here, Right Now" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Alternative/Prog/Post Rock
Siamo franchi, quando senti il nome di Tymon Kruidenier, la mente corre subito ai labirinti cerebrali degli Exivious. Ti aspetti incastri matematici, roba da far fumare il cervello a chiunque. Invece, con 'Right Here, Right Now', il nuovo disco uscito proprio oggi, il power trio olandese ha deciso di fare una cosa che nel mondo prog è quasi rivoluzionaria: aprire le finestre e lasciar entrare la luce. Non è un cambiamento da poco. Il singolo apripista del disco, "Abloom" (fioritura), era il primo tentativo di provare a far fiorire un qualcosa che probabilmente spunta dal fango e cerca il sole. Dimenticate quindi quei muri sonori impenetrabili o quella complessità tipica dei nostri che a volte sembrava fine a se stessa; qui le chitarre preferiscono fluttuare, creare atmosfera, quasi a voler disegnare degli spazi ampi dove la voce di Tymon può finalmente distendersi. È un suono arioso, stratificato, prodotto con una cura quasi maniacale, ma che non risulta mai fredda. Il tutto si evince anche dall'iniziale "Golden Rain", che abbraccia un progressive post rock squisitamente moderno, luminoso e dal taglio quasi cantautorale. Un marchio di fabbrica che potrete assaporare anche nelle successive "Lost in Blue", nella più elettro-criptica "Leave Me Be" o in "Just Like You", dove i nostri sembrano addirittura andare oltre, con una delicatezza inattesa, grazie a note vellutate su cui la voce del frontman va a poggiare, alla ricerca di una progressione musicale che a volte tarda fin troppo ad arrivare. "Untamed" prova a riprendere la rincorsa con una vena più hard rock oriented, giusto per calmierare le eccessive smancerie del disco e sembra anche riuscirci, sebbene perda un po' di quella verve che invece mi aveva catturato nell'opener. Se la jazzy "Drifting In The Drops" è trainata da un groove ritmico eccezionale, "If Only..." si addentra coraggiosamente in territori da iper ballad, forte di un delicato e azzeccatissimo duetto con la guest Evvie, ricordandomi peraltro per le sue atmosfere, "Verona" dei Muse. A chiudere il disco, ecco la già citata "Abloom", un epilogo grandioso e vibrante che sigilla alla grande il disco. Ecco, se state cercando blast beat o riff che vi prendono a schiaffi, lasciate perdere. Ma se siete fan di Leprous o Karnivool, e avete voglia di qualcosa in grado di evolvere ascolto dopo ascolto, allora dategli una chance. È un disco complesso, per chi ama le sfumature e non ha paura di una melodia che ti resta appiccicata addosso. (Francesco Scarci)

(Long Branch Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 4 marzo 2026

Mossystone - S/t

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Non è passato nemmeno un mese dalla mia recensione dei Trimarkisia e lo stesso mastermind di quest'ultimi, Wilhelm Osoba, mi ha inviato l'esordio del suo nuovo progetto solista, i Mossystone, freschi di un EP omonimo. Il suono del polistrumentista dell'Occitania francese, è fedele all'estetica del black atmosferico più oscuro e si capisce sin dall'iniziale "Unfulfilled Desire", e questo probabilmente spiega anche il motivo per cui abbia voluto dare un altro nome alla sua creatura. La proposta infatti è decisamente più veloce rispetto a quella dei Trimarkisia, meno contaminata da reminiscenze di "katatonica" memoria, ma non per questo, meno interessante. Accanto alle ritmiche furibonde, sorrette da una batteria d'assalto, c'è da sottolineare la presenza di synth sinistri in lontananza che imbastiscono una di quelle atmosfere da casa infestata, mentre le vocals abbracciano il tipico screaming del black metal. "The Passenger" è solo all'apparenza meno impetuosa dell'opening track, forse perchè il martellamento ritmico è mitigato dal tremolo picking alla chitarra e laddove la malinconica melodia nella seconda metà del brano, diventa decisamente preponderante. L'ultima song, "Silence of the Void", chiude con otto minuti e mezzo di suoni che partono più compassati, melodici, affabili, che vanno lentamente dilatandosi verso qualcosa di più etereo, quasi blackgaze, prima di ritrovare dopo 140 secondi, il dinamismo delle due precedenti tracce, tra scorribande ritmiche, un tono più oscuro e selvaggio, che comunque non rinuncia a porzioni atmosferiche, come quella in acustico verso il sesto minuto del brano, che porterà a un finale che si spegne senza annunciarsi, con la nebbia a diradarsi verso un barlume di luce. Un altro buon lavoro per Monsieur Osoba, peraltro forte dii un artwork di copertina che riproduce un bellissimo dipinto ("Solitude") del pittore ottocentesco francese Jean-Baptiste Camille Corot. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68

martedì 3 marzo 2026

Chaos Over Cosmos - The Hypercosmic Paradox

Ascolta "Chaos Over Cosmos" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Progressive Death
Li avevo conosciuti per sbaglio nel 2019, più per curiosità che per altro. Negli ultimi giorni mi sono visto recapitare il loro nuovo album, 'The Hypercosmic Paradox'. Si tratta del progetto solista del chitarrista e compositore polacco Rafał Bowman, qui coadiuvato alla voce dal pachistano Taha Mohsin che rispondono al nome di Chaos Over Cosmos. Avevo etichettato la loro proposta come un prog melo death sci-fi, che faceva l'occhiolino agli svedesi Scar Symmetry. Oggi mi devo scostare un po' da quella definizione, visto che li associo maggiormente a sonorità tipicamente progressive, con lunghe fughe chitarristiche, tra tapping frenetici, scale alternate sparate a velocità assurde e un'abilità tecnica che cade in territori affini agli Obscura. Se la prima traccia, "Nostalgia for Something That Never Happened", è completamente strumentale e suona quasi come una dimostrazione della perizia tecnica del buon Rafał, ecco che la seconda "When the Void Laughs" vede l'inserimento delle growling vocals di Taha che tengono banco alla velocità ipersonica delle chitarre, al baluardo di un drumming, si programmato, ma comunque efficace, e all'inserimento di synth cosmici (soffermatevi a tal proposito al minuto 4.20) che regalano un certo dinamismo al brano, eliminando quella sensazione iniziale di pura esibizione tecnica del polistrumentista polacco. E cosi, il percepito durante l'ascolto del secondo pezzo, mi porta a pensare ai Ne Obliviscaris, pur mancando la componente di violino tipica degli australiani. Notevoli devo ammetterlo, anche se talvolta eccessivamente sbrodolanti, ma comunque la proposta potrebbe aprirsi a un pubblico più vasto. "Event Horizon Rebirth" riparte con il medesimo e ubriacante intreccio chitarristico, almeno fino a quando entra in scena il cantante. In tutta franchezza però, il fulcro del sound ruota attorno alle linee melodiche di Rafał, alla complessità dell'architettura ritmica imbastita e ultimo, ma certamente meno importante, ai funambolici solismi del musicista polacco, che regala un lunghissimo e superlativo assolo conclusivo. In un battibaleno, ci ritroviamo ad ascoltare "The Cosmo-Agony: Requiem", forse la traccia più ambiziosa del lotto, sicuramente la più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Anche qui si parte con le chitarre lanciate a velocità estreme, quasi a volerci stordire con quell'ipnotico refrain e quel massiccio carico di groove che s'irrobustisce strada facendo, di un drumming incessante, su cui troveranno posto i vocalizzi del frontman. Ma l'attitudine, l'abbiamo capito, è quella di imbrigliarvi in un tessuto sonoro fatto di riff ultra tecnici e melodici al tempo stesso, che avranno la capacità di proiettarvi nell'iperspazio, prima di quel morbido atterraggio in un pianeta di una galassia sconosciuta, affidato alla conclusiva e strumentale "The Fractal Mechanism". 'The Hypercosmic Paradox' alla fine, non è un ascolto semplice, certamente però potrà regalare forti emozioni legate alla scoperta di suoni e mondi a noi poco familiari. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 75

sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65

giovedì 26 febbraio 2026

Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture - Slambiteration

#PER CHI AMA: Deathcore/Slam Death
Facile ricordare un nome cosi chilometrico, no? Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture, che noi abbrevieremo subito a GORT, è una one man band belga, guidata da Robbie Smeyers, votata a un brutal death slam con forti venature deathcore. 'Slambiteration' è il loro EP del 2025, fatto uscire poco dopo il debutto su lunga distanza, 'The Coomer Chronicles'. Quattro nuovi pezzi quindi a prenderci clamorosamente a scudisciate sul volto. Non aspettatevi ritmi vertiginosi però, almeno non con l'iniziale "Bludgeoned with IKEA Furniture" il suo black humor e le sue chitarre ultra compresse, perfette per far esplodere i palm-mute sugli impianti tamarri da auto, grazie anche a un basso ribassato, una drum machine da urlo, breakdown ignoranti e vocals che si muovono tra il growl animalesco, pig squeal e urlacci vari, con un'estetica che guarda agli statunitensi Chelsea Grin. Si prosegue con lo slam super grooveggiante di "Silverback Slamdown" che spinge, al pari della successiva "Clubcard Decapitation", sul lato beatdown, con pattern a tratti quasi hip-hop, sotto strati ritmici distorsivi allucinanti e disturbanti, e poi quelle vocals da "porco" che rendono il tutto ancora più assurdo. A chiudere il disco ci pensa "Slambliterated Beyond Belief" che si muove tra stop'n go, breakdown tonanti che andranno a sincronizzarsi come un unico colpo fatto esplodere in gola. Devastanti. (Francesco Scarci)

(Skullcracker BE - 2025)
Voto: 67

mercoledì 25 febbraio 2026

Kowloon - Let's Sing! Let's Move Forward! / And Winter Turned Into Spring

#PER CHI AMA: Raw Black
Li avevo pescati per sbaglio lo scorso ottobre su Bandcamp, e li avevo recensiti più per curiosità che per meriti. I Kowloon infatti sono una band nord coreana che mi ha fatto subito simpatia pensando al loro cicciottello leader, non certo per le condizioni indecenti in cui vive la popolazione. Nel frattempo, la band deve averci preso gusto a registrare, visto che a novembre ha fatto uscire '노래하자! 전진하자!', una raccolta di tre pezzi dedicata alla madre patria, al compagno segretario generale, al Partito dei Lavoratori di Corea e alle amate madri in occasione della celebrazione della festa della mamma del 16 novembre. Ecco, regalare un compendio di musica black metal alla festa della mamma credo sia cosa alquanto originale, non so poi se sia stata cosa gradita. Se i primi due pezzi sono un inno al raw black di Windir ed Emperor, il terzo sembra invece una melodia popolare, con vocals pulite cantate rigorosamente in lingua madre, ma che ricorda un po' la sigla dei cartoni animati giapponesi dei primi anni '80. La band di Rason è tornata a mostrare anche recentemente i propri muscoli con altri due pezzi e un'altra dedica a Kim Jong-il, l'eterno segretario generale dell'amato Partito dei Lavoratori di Corea. E la proposta del terzetto sembra virare qui verso un black metal più atmosferico, sempre registrato grezzamente ma che almeno nel primo pezzo, sfodera uno strepitoso assolo, delicati arpeggi e un mid-tempo alquanto inatteso. Di tutt'altra pasta il secondo, con un black acuminato di scuola Mayhem, inviperito e selvaggio, grazie a uno screaming violento e a un sound malato ma alla fine, devo ammettere affascinante. E allora attendiamo con interesse una nuova release per confermare le doti o meno di questa abominevole creature nord coreana. (Francesco Scarci)

(Self - 2025/2026)
Voto: 65

lunedì 23 febbraio 2026

Sadael - Paralytic Thrall

Ascolta "Sadael - Paralytic Thrall" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Brutal Death
A me sembrava che i Sadael fossero una band votata al funeral doom, e invece quando ho fatto partire il disco inviatomi dalla Satanath Records, mi sono ritrovato di fronte a un attacco di robusto death metal. Che diavolo è successo a questo musicista armeno che distillava musica influenzata dal minimalismo dei Thergothon o dalle atmosfere più tragiche dei My Dying Bride? Che lo spostamento in Austria abbia in un qualche modo influenzato il sound dei nostri, o il banale cambio del logo significhi un totale cambiamento musicale? Chi può dirlo. Io so solo che la song iniziale di 'Paralytic Thrall' (ventunesimo album peraltro), mi ha preso a scarpate in faccia e nel culo. Ora distinguere dove siano posizionate entrambe potrebbe essere un quesito ardito ma non altrettanto interessante quanto capire cosa abbia portato il buon Sadael, col fido compagno Andrew Gossard (voce dei Putrefaction), a una svolta cosi radicale. Posso solo dire che "Into Absence" è puro death metal, al pari della successiva "Erasure", sebbene in alcuni momenti, si assista a un rallentamento quasi claustrofobico delle sue ritmiche (retaggio della vecchia creatura probabilmente). "Identity Dissolving" sfocia addirittura nello slam death metal con le voci tra il growl e il pig squeal e le ritmiche sparate a tutta birra. Ecco, non certo il mio genere preferito, per quanto qua e là (in "Leave the Weak Behind" ad esempio) gli assoli regalino momenti edificanti. Il resto però è puro death metal disturbante con una complessità strumentale non indifferente ma la cui brutalità fisica, lo va a rendere fin troppo caotico e furioso. Interessanti le melodie di "Screaming Earth" o l'asfissia emanata da un brano come "From Flesh to Void". Per il resto, allacciatevi le cinture, pronti a impattare con l'annientamento totale profuso da questo 'Paralytic Thrall'. (Francesco Scarci)

(Holy Mountains Music - 2025)
Voto: 62

venerdì 20 febbraio 2026

Krsnī - Neige Éternelle

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
L'Uzbekistan non è solo terra di grande cultura ma da oggi diventa per il sottoscritto, anche la culla che ha dato i natali a questa one-man band di Tashkent, i Krsnī . E 'Neige Éternelle' è addirittura il quinto capitolo, dal 2022 a oggi, del mastermind Trizna, un lavoro di minimalista raw black metal atmosferico. Lo dimostrano le lunghe note strumentali dell'incipit "Passage", un brano glaciale e strumentale che sembra uscito dalla mente diabolica del buon vecchio Burzum. E la successiva "Marche d'Hiver" non cade troppo lontano dall'albero, con un sound che si conferma ipnotico e rarefatto al pari di quello di Varg Vikernes, con le chitarre in tremolo stratificato, un'atmosfera super lo-fi, un drumming tra blast-beat e mid-tempo ritualistico, e lo screaming efferato e lontano del polistrumentista uzbeko, un eco di un lamento smarrito in una tormenta di neve, a cantare stranamente in francese. Probabilmente, album del genere ne abbiamo recensiti a tonnellate, quindi mi viene un po' difficile trovare le parole giuste per descrivere in modo originale un tale lavoro. "Paysage Enneigé" prosegue nel suo cammino innevato con melodie più malinconiche e atmosfere più delicate, con la voce a nascondersi nel sottofondo della steppa infinita. Il disco potrebbe evocare tante immagini nelle vostre menti, paesaggi desolati e innevati in primis, lasciandovi addosso un senso di profondo disagio e inadeguatezza che troverà il suo acme nella conclusiva "Long Voyage". Questa si palesa come un claustrofobico viaggio senza ritorno lungo fiumi ghiacciati, foreste innevate in cui udire il cantato del frontman vicino all'ululato dei lupi, in totale contemplazione della natura nelle profondità di un silenzio eterno. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 64

Glassbone - Ruthless Savagery

#PER CHI AMA: Death/Hardcore
Secondo EP all'attivo per i parigini Glassbone, che tornano, dopo il lavoro del 2024, 'Deaf of Suffering'., con questo 'Ruthless Savagery'. Il genere proposto? Presto detto, un granitico e brutale slam death metal, sporcato di influenze hardcore. Un macigno monolitico e fangoso che sin dall'iniziale title track, ci schiaccia con i suoi suoni cingolati e la voce cavernosa del frontman che cerca in tutti i modi di spaventarci. L'hardcore in tutto questo dov'è? In qualche passaggio spigoloso, nei breakdown che evocano gli anni '90 e in una narrazione di violenza urbana e degrado morale. A seguire la ritmica serratissima ma a tratti anche asfissiante, della più ignorante "Dryin' Up of Their Blood". Il massacro prosegue sulle note di "Apostasy Imperium" e un death metal accademico, che francamente, in pochi si ricorderanno da qui a qualche mese, non fosse altro per quel tagliente assolo che dopo un minuto, fa la sua comparsa. Poi, poco altro a dire il vero. Anche "E.K.F.I.V." non è nulla di che, se non pura dimostrazione che si può ancora pestare come fabbri ma niente di più, perchè queste note non arrivano là dove dovrebbero arrivare, sebbene il quintetto sfoderi un altro bell'assolo anche in questo brano. Troppo poco però per toccare le mie corde. E anche il featuring dei nostrani Fulci in "Testimony of Death" mi lascia indifferente, sebbene la carneficina venga servita nel migliore dei modi. Forse il brano che maggiormente ho preferito è la conclusiva "Driven by Sinister", martellante e spettrale al tempo stesso, ma che fondamentalmente non inventa nulla, se non cercare il colpo del definitivo ko. (Francesco Scarci)

(Iron Fortress Records - 2026)
Voto: 60

Predatory Void - Atoned in Metamorphosis

#PER CHI AMA: Sludge/Black/Hardcore
Pur non essendo un fan della band originaria di Gent, volevo dare il mio contributo, parlandovi di questo lavoro, visto che se ne parla un po' ovunque. Pubblicato il 6 febbraio 2026 sotto la solida guida della Pelagic Records, 'Atoned in Metamorphosis' rappresenta l'atteso ritorno della super-band belga Predatory Void, nata dall'estro di Lennart Bossu (Amenra, Oathbreaker). Non avevo ascoltato il debut 'Seven Keys to the Discomfort of Being', devo ammetterlo, che esplorava un black sludge viscerale. Questo nuovo EP sembra invece spostare il proprio baricentro verso un approccio più educato ma non per questo, meno violento, influenzato tanto dal post-hardcore quanto dalla dissonanza del black metal moderno. Se da un lato ero andato un po' in confusione con le litaniche e ingannevoli vocals dell'introduttiva "Make Me Whole", dall'altro la furibonda linea ritmica post-black della successiva "New Moon", appiana un po' tutte le mie titubanze, lanciandoci addosso sonorità estremiste e dissonanti, con le vocals di Lina R che rappresentano il vero fulcro emotivo del disco, passando da urla disumane, lamenti vari, clean vocals e quant'altro (leggasi spoken words), mentre la musica, acida come un lago vulcanico, si dipana tra accelerazioni improvvise, cambi di tempo, parti atmosferiche e deliri vari, a cavallo tra black, hardcore e sludge. Non è da meno la successiva "Peeling Cycle", con il suo andazzo sludge doom, breakato da parti più furibonde e disperate. A chiudere l'EP ci pensa "Contemplation in Time" e quella sua linea di chitarra in tremolo picking che squarcia il cielo, in totale simbiosi con i vocalizzi striduli e scorticanti della frontwoman, che mi lascia quella sensazione addosso di quando ti togli il cerotto con un bel colpo secco. Ci sono anche parti più delicate, a consegnarci alla fine un lavoro caoticamente melodico. Insomma, non quella che definirei una tranquilla passeggiata. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records - 2026)
Voto: 72

The Eternal - Celestial

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Ho amato 'Skinwalker' nel 2024, ma temevo di dover aspettare molto più tempo per sentir ancora parlare della band australiano-finlandese dei The Eternal. E invece, eccoci qui con un EP, 'Celestial', nuovo di zecca, con ben cinque pezzi inediti (anche se uno in realtà, è una intro di poco più di un minuto) e una riedizione di "Everlasting" che compariva sul loro secondo disco del 2005, 'Sleep of Reason'. La band torna quindi a solcare le acque profonde del gothic/dark atmosferico, consolidando una certa maturità compositiva e quell'intensità emotiva che mi ha saputo conquistare in passato. Bando alle ciance e andiamo ad analizzare i nuovi pezzi: liquidata bruscamente l'introduttiva e orchestrale "Absence of Light", ci immergiamo nelle contemplative melodie di "Celestial Veil" e di un gothic doom che evoca immediatamente i Katatonia dell'era 'Discouraged Ones'. Gli ingredienti sono quelli classici: atmosfera malinconica sorretta da ottime linee di chitarra e dalla voce intensa di Mark Kelson, e un finale, bello robusto a livello ritmico, e con un assolo da spettinarci. "It All Ends" sorprende per le sue aperture sintetiche e un approccio ultra grooveggiante che mi ha evocato i Paradise Lost di 'Host' e andando, via via, irrobustendo il proprio sound verso sonorità alla Swallow the Sun. "Bleeding into Light" prosegue su binari affini, con quel senso di malinconia opprimente, vero trademark della band. "Casting Down Shadows" apre con una tribalità quasi mediorientale, per poi spingersi in territori meno battuti, prendendo in prestito le ipnotiche atmosfere degli Amorphis, con la voce di Mark sempre esemplare nelle sue tonalità pulite. Brano notevole, che potenzialmente apre le porte a nuovi sviluppi futuri. La conclusiva "Everlasting MMXXVI" è una riedizione, un filo più ammiccante e pulita, della vecchia versione, niente di trascendentalmente diverso, ma comunque utile per dimostrare come i nostri abbiano le carte in regola per seguire la nuova direzione della bussola. Solidi e credibili. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 75

lunedì 16 febbraio 2026

Viamaer - In Lumine Lunae

Ascolta "Viamaer_In_Lumine_Lunae" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze
L’esordio sulla lunga distanza della one-man band polacca Viamaer, intitolato 'In Lumine Lunae', si staglia nel panorama estremo come un’opera di raffinato blackaze, capace di richiamare l’attitudine sonora di band come Alcest o Deafheaven. Inserendosi in questo solco, la creatura di Krystian Jurkiewicz si presenta come un'opera alquanto matura, intima e stratificata. L'incipit, affidato a "In Excitatione Terrae", convince subito con le sue melodie malinconiche in cui le dinamiche emozionali, guidate anche da vocals tipicamente shoegaze, vanno a collidere con l'estremismo sonoro del post-black. Risultato? Subito pollice alzato, per quanto siano palesi le derive sonore di alcestiana memoria. La coerenza stilistica del mastermind di Varsavia si conferma anche nella seguente traccia, quella che dà il titolo al disco. Grandi atmosfere, ottimi fraseggi di chitarra che si muovono prettamente nella direzione di crepuscolari melodie shoegaze. "Dimensio Mortis" non va troppo lontano rispetto a questa dimensione onirica, con le vocals che sono tipicamente quelle pulite eteree dello shoegaze e solo raramente, sfociano in un grim carico di tormento. Da sottolineare le sapienti linee di chitarra a metà brano, a creare un ulteriore coinvolgimento emotivo con l'ascoltatore. Al giro di boa, il polistrumentista polacco sforna un convincente pezzo strumentale, "Ultra Insaniam", ideale per farci mettere in ordine i pensieri. Da qui, possiamo ripartire con "Liberum Arbitrium" per capire un pochino di più un progetto, in cui l'artista volutamente mostra le proprie debolezze, le ossessioni, i ricordi e sogni, attraverso la sua lingua madre, il polacco, il solo strumento con cui riesca a esprimere i tormenti della sua anima. Tutto molto bene, ma il rischio di esser vittima del proprio fardello emotivo, si fa più alto nelle ultime tracce, dove per evitare di far pesare eccessivamente la componente shoegaze, la band si espone con più ruvide accelerate post-black, in stile Deafheaven. È il caso di "Haec Vox", che rompe quel sound che rischiava di diventare un filo troppo noioso. Con le conclusive "Magna Paranoia" e "Smaragdus Somnium" (stravagante comunque la scelta di adottare i titoli in latino, a detta dell'artista per dare una dimensione che il linguaggio di oggi giorno non riesce a dare), i Viamaer persistono nella proporre una ricetta sonora ormai consolidata, tra forti echi shoegaze, evocativi passaggi orchestrali, un profondo tocco di malinconia contemplativa e qualche vocalizzo black. Il tutto, a suggellare un debutto introspettivo ma comunque interessante, ideale per chi ama sonorità riflessive. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74