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mercoledì 22 luglio 2026

Fiesta Alba – Drops of Sunshine in the City of Spectres

#PER CHI AMA: Math/Experimental
A circa un anno dall'uscita di 'Pyrotehcnic Babel', esce un nuovo mini lp dei Fiesta Alba, un disco che continua la strada della band in una direzione del tutto originale, fatta di sussulti math rock e visioni poliritmiche afro-dance, elettronica e indie rock, una mistura particolare che viene amalgamata con gusto e raffinatezza. Si parte con "The City of Spectres II", che incorpora ottime chitarre strizzanti l'occhio all'avanguardia, ai ritmi dei Talking Heads, alle strutture che si possono trovare in "Discipline" di Fripp e soci, e al suono impazzito degli Animals as Leaders, ovviamente in una forma meno metallica, per un brano che reputo il migliore dei cinque in cartellone per questo lavoro. Anche la seconda track, "Inch by Inch", stimola molto la fantasia, tra un fraseggio ipnotico ed elettronica da Commodore-64, sembra una cover dei Devo rivisitata dal caro Captain Beefheart (la voce è di Diego Pandiscia), con tanto di accenni di violino per un tocco di classicismo e (in)sana follia folkloristica in memoria del miglior rock in opposition d'annata. Nel terzo brano, "Uncontacted", si celano ritmi etnici africani evoluti, sciolti in una elettronica sperimentale e contornati da accenni di rock progressivo sempre alla King Crimson; da notare il gran bel lavoro di chitarra e basso, per un meltin' pot di sicuro effetto, proprio un bel brano cantato dalla brava Tiziana Lo Conte. "The City of Spectres I", che alla voce vede Alessandra Plini, il terzo vocalist ospite in quest'album, è un pop di ottima fattura che ricalca alcune sfumature dei pezzi precedenti, rendendo il tutto più fruibile ed immediato, più dub, più trip-hop, capitanato da una voce femminile calda e sensuale, con finale sicuro alla Massive Attack. "Kinder Surprise Egg "chiude il disco, aprendo con un recitato in un inglese volutamente maccheronico per poi evolvere in una specie di jazz pop frizzante dal gusto funky, che non avrebbe sfigurato in un disco dei Float up CP di Neneh Cherry, negli anni ottanta. Musica atipica per i tempi attuali, ricercata, intellettualoide, virtuosa e con la fusione tra i generi musicali forse troppo accentuata, quindi, non per tutte le orecchie, una musica che non possiamo definire crossover, per cui sarebbe riduttivo, ma per attitudine possiamo accostarla alle idee contorte del punk funkoide alla Rip Rig and Panic degli anni ottanta, o meglio, alla sua evoluzione naturale. Noi vecchi fan di questi intrugli sonori di nicchia, possiamo dire con immenso piacere, che ancora oggi sia il signor Fripp che Neneh Cherry e il nonno Don, hanno degli splendidi estimatori in questa band romana, una band che non conosce confini sonori, neppure barriere musicali. Da ascoltare ad ogni costo. (Bob Stoner)

(Neontoaster Multimedia Dept./Altipiani - 2026)
Voto: 75

lunedì 20 luglio 2026

Cowards - Can You Hear Me?

#PER CHI AMA: Noise/Indie/Alternative
Subito dopo l'uscita di 'God Hates Cowards', mi gironzolavano per la testa alcune domande sul futuro della band marchigiana, su come avrebbero potuto evolvere ed espandere l'ispirazione e l'urgenza di questo loro bel primo disco senza incorrere o inciampare in ripetizioni compositive, cercando di restare interessanti, senza dover pagare il dazio a una così azzeccata uscita. Il nuovo disco in parte conferma i miei dubbi e in parte li smentisce. 'Can You Hear Me?' è il titolo del nuovo album e l'allacciamento con la celebre strofa della canzone "Christmas" dei The Who, "Tommy can you hear me", è già di suo una dichiarazione d'intenti, magari d'amore o di stima verso la storica band inglese. Per quanto riguarda la musica, possiamo dire che il disco si muove bene tra i suoi vicoli scuri, i musicisti navigati ci sono, e conoscono le coordinate del loro progetto, ne custodiscono i segreti e i dettagli, quindi le composizioni si snodano sciolte e liquide, capitanate dalle soniche chitarre che sono il marchio di fabbrica di questa band. Chitarre sempre curatissime ed intelligentemente rumorose, con quel tocco di garage psichedelico mischiato al noise rock che fa sempre un certo effetto stordente sull'ascoltatore. In realtà, il sound vira verso derive noise degli anni '90/2000 e suona meno post-punk del lavoro precedente. Ci sono poi echi e riverberi dei Loop o dei Girls Against Boys di "Stay in the Car", degli A Place to Bury Strangers, con vaghi ricordi anche di Jesus Lizard e ancora i primissimi One Dimentional Man, che ne fanno sicuramente un buon disco, che soffre di una produzione diversa e meno brillante rispetto a 'God Hates Cowards'. Alla fine, anche se il lungo brano intitolato "9 Minutes", è veramente ipnotico, il lavoro nel suo insieme acquista il sapore di dischi come 'Trompe le Monde' dei Pixies, un disco interessante ma non sviluppato alla perfezione per via di una produzione non all'altezza delle altre loro uscite. Quindi, 'Can You Hear Me?', a mio modesto parere, sembra essere un'ottima collana di B-sides come poteva esserlo 'Pisces Iscariot' degli Smashing Pumpkins o 'Barbed Wire Kisses' dei The Jesus and the Mary Chain a suo tempo, e anche il solo paragone a questi capolavori noise, è certamente da considerarsi come un gran complimento per chi parla la lingua del feedback. Per usare un termine calcistico, la band ha usato l'esperienza per evitare un fallo e rischiare così di non eguagliare il loro precedente lavoro, giocando di astuzia ed intelligenza, cambiando giusto un poco e il minimo necessario per rendere il nuovo album un'evoluzione logica ma che non può o deve essere messa a confronto con il disco dello scorso anno, per essere analizzata. Ammiriamolo così allora, con il suo rumore riverberato, l'atmosfera da seminterrato buio, più garage e a volte anche più ruffiano, come nel brano "Your Party is Gravy", con il suo taglio indie davvero coinvolgente, o quando le chitarre virano verso lo shoegaze ("No Return"). I Cowards rimangono una band che, orgogliosamente, non si colloca nelle mode musicali del momento, soffrono di un pregiato amarcord sonoro e restano una solida realtà nel panorama alternativo italiano, sicuramente una tra le più interessanti. (Bob Stoner)

(Bloody Sound - 2026)
Voto: 70

domenica 5 luglio 2026

Pontecorvo - Scheletri

#PER CHI AMA: Noise/Punk
Il terzo capitolo dei Pontecorvo, intitolato 'Scheletri', s'inserisce nell'underground italiano con un approccio tagliente che coniuga noise rock, punk, garage e sfumature stoner. Questo album è profondamente segnato dalla tragica perdita del bassista Alessandro Milani, riflettendo un'urgenza espressiva che permea l'intera opera. Realizzato e prodotto da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago, l'album presenta arrangiamenti fieramente viscerali e diretti. La chitarra e la voce abrasiva di Fili, al pari di Luca, la batteria potente e precisa di Fra, e le linee di basso suonate da Ste e Laura creano un sound compatto, privo di eccessi digitali. A livello tematico, 'Scheletri' esplora con disillusione e intensità emotiva il dolore della perdita, la memoria e la resilienza necessaria per andare avanti. I testi in italiano si trasformano poi in uno specchio lucido del disagio esistenziale. L'approccio spigoloso è evidente fin dall'inizio con "Un Altro Sbaglio", che colpisce con il suo punk ruvido e intenso. Seguono la title track e il singolo "Troppe Parole", pezzi trainanti che denunciano in modo rapido l’ipocrisia delle frasi fatte in occasione di un lutto. La tensione prosegue nella più dinamica "Cenere", per poi addentrarsi nella malinconia di "mAle". Qui, il suono raggiunge una potente fusione tra urgenza noise e pesantezza stoner, accompagnati da ritmi punk. Ulteriori brani arricchiscono l'album, dalla grooveggiante "Porter" alla conclusiva "Tramonto", che con i suoi quasi sei minuti di riflessione, offre la degna chiusura per 'Scheletri'. Un lavoro questo, nudo e crudo, pensato quasi esclusivamente per chi apprezza un rock genuino e intransigente, privo di qualsiasi compromesso. (Francesco Scarci)

(Argo Dog Sound/I Dischi del Minollo/Porco Rosso Records - 2026)
Voto: 68

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

lunedì 29 giugno 2026

Abrasive Trees – Light Remaining

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Post-Punk
Ci ho messo un po’ di tempo per assimilare il nuovo lavoro degli Abrasive Trees, non tanto perché la loro sia musica di difficile comprensione, ma perché lo stupore e la meraviglia che mi hanno investito dopo il suo ascolto sono stati davvero intensi. La scoperta di 'Light Remaining' (forse un gioco di parole che richiama il celebre 'Remain in Light' dei Talking Heads) ha, per un ascoltatore attento, la capacità di far ripercorrere la memoria avanti e indietro tra decenni di musica alternativa e underground, nota dopo nota, innescando quasi una gara mentale per individuare quali band del passato possano aver influenzato questo o quel brano. Mettendo subito da parte anche la più banale ipotesi di plagio, per questo quartetto inglese non posso che spendere parole estremamente positive: si tratta della loro miglior produzione fino ad oggi, con un sound ricercatissimo, ipnotico e spettrale, senza mai risultare eccessivamente cupo. Al suo interno si cela una vena di malinconia sognante e, soprattutto, emerge un’impronta mistica, delicata e profonda, davvero degna di nota. Volendo riassumere velocemente il loro sound, potremmo immaginarlo come una fusione tra il potere allucinogeno delle parti più morbide e intense di "Wrist of Kings" degli Isis e, in una versione meno tetra, il modo di intendere il post-hardcore dei francesi Year of No Light, il tutto amalgamato con il post-rock estatico dei Bark Psychosis di 'Hex'. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la capacità della band di attingere da riferimenti concreti come il post-punk dei The Chameleons o gli intrecci chitarristici che richiamano il periodo neo-psichedelico degli Echo & The Bunnymen, per poi costruire nuovi paesaggi sonori, in parte affini anche agli ultimi lavori degli storici The Danse Society (pur orientati maggiormente verso il prog rock). Prendiamo ad esempio "Flickering Flame", un brano spaventosamente bello, che unisce un’ipnotica psichedelia minimale a un senso di chiusura, quasi affine a una marcia funebre, come quella percepibile in "Decades" degli inarrivabili Joy Division, qui però trasfigurata in un mantra liquido dalle tinte post-rock. "Carved Skull", così come l’inizio di "Tao to Earth", richiama fortemente i The Church, ma la band riesce a fondere queste influenze con una concezione chitarristica che rilegge la psichedelia in chiave anni ’60: espansa, dilatata, con sfumature quasi doom, sicuramente ipnotiche e cerebrali. Ascoltate il lungo brano strumentale "I Didn’t Mean to Hurt You", che supera i dieci minuti: chiudete gli occhi ed entrate in uno stato di trance, trasportati da echi cinematografici dal sapore orientaleggiante disseminati lungo la traccia. Intorno al quarto minuto, una rullata improvvisa e un cambio di tempo, accompagnati da un arpeggio di chitarra fortemente evocativo, vi faranno sobbalzare, come se foste tornati a metà anni Ottanta davanti a un nuovo pezzo dei Fields of the Nephilim o dei The Mission, con un finale pseudo-elettronico che richiama i Section 25: pura delizia per gli appassionati di quel periodo. È davvero una sensazione straordinaria lasciarsi travolgere dal suono di questo disco, prodotto in modo sobrio e naturale, capace di mettere a nudo tutta la sensibilità dei musicisti. Il modo in cui riescono a intrecciare il post-punk degli anni ’80 con il post-rock e il post-hardcore più recenti risulta estremamente fluido e coerente, conferendo all’album un fascino senza tempo. Un disco prezioso, dal contenuto sonoro criptico. Ascolto caldamente consigliato. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 85

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

martedì 2 giugno 2026

Monsieur Thibault – Port Cucu

#PER CHI AMA: Experimental/Alternative
C'è qualcosa che non mi spiego in questo nuovo e terzo album dei Monsieur Thibault, band che sicuramente non sfigura tra le file della interessante etichetta francese Dur et Doux, e che trovo perfettamente in linea con le sue stravaganti uscite, ma qualcuno mi deve spiegare come un disco possa cambiare completamente umore musicale e in parte le sue coordinate stilistiche, dopo la prima metà del suo percorso. Infatti, i primi quattro brani di 'Port Cucu', attingono da realtà sonore molto ampie e variegate provenienti dal mondo del prog e del jazz rock, Steve Howe e soci, i Primus di 'The Desaturating Seven', i progsters Samla Mammas Lanna, Frank Zappa, per uno stile personale, ricco in cambi di tempo inaspettati e sorprese musicali sempre dietro l'angolo, con un impatto notevole, sarcastico e dinamico, almeno fino al quarto brano, "Papanari". Dopo questo, l'impeto si dirada, selezionando e dividendo gli stili in maniera selettiva. La band non rinuncia al suo status e modus operandi ma il basso cambia completamente registro diventando più addomesticato, e un brano come "Maze" si trasforma in uno standardizzato math rock moderno, mentre "C'est Bien", una normale e curiosa song pop dal buon taglio jazz. Senza nulla togliere alla bravura e alla tecnica di questi musicisti, preferisco mille volte il piglio compositivo delle prime quattro canzoni, dove i generi si scontravano in campo aperto. Lì, l'esotico tocco caraibico alla David Byrne tende agguati al progressive rock di scuola Gong, Yes o di casa Karisma Records con le vocals che rincorrono ricordi d'avanguardia care ad artisti come Joan la Barbara e Meredith Monk e comunque, in certi momenti ben mirati, si mette in luce una componente di potente alternative rock e neo prog, sulla scia di band culto come Anekdoten o Arabs in Aspic. Nella seconda metà del disco tutta questa commistione di generi, questo crossover di stili va a sfumare, non scompare ma si normalizza, i brani sono sempre più rarefatti, meno folli e non contengono l'esplosività ostentata in precedenza e che contraddistingue i primi pezzi (i cambi di tempo di "BBT Beddy-Bye Time" sono pazzeschi!), chiudendo le composizioni all'interno di recinti più definiti, ovviamente recinti dorati, sia ben chiaro, perchè la band suona che è un piacere, ma l'idea che mi hanno lasciato alla fine è la stessa che si ha quando si va ad ascoltare 'And Then There Were Three...'dei Genesis, che è bello ma non è come dovrebbe essere. Nell'insieme, al netto di questa mia personale sensazione, alla fine dell'ascolto, ci troviamo davanti a un disco molto ben fatto e ben suonato, di sicuro valore artistico e compositivo. Un album indicato ad ascoltatori attenti e appassionati di suoni aperti a molte varianti e cambi di stile, fatti da una band alla ricerca di nuove forme di espressione per la propria arte, magari più morbida, meno frastagliata, per cui questo disco ne è la prova, la prima impronta di un' evoluzione futura. (Bob Stoner)

(Dur et Doux - 2026)
Voto: 65

martedì 26 maggio 2026

Gravity Sparks - The Dying Room

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Avete presente quel momento, nel cuore della notte, in cui ogni minimo scricchiolio della casa sembra amplificare i pensieri? Ti rigiri tra le coperte e ti rendi conto che non stai cercando il sonno, ma una risposta. Ecco, a me capita ogni notte, ed è proprio in questa penombra dell'anima che si sistemano i Gravity Sparks e il loro EP 'The Dying Room'. Si tratta di un lavoro di alternative rock che genera una tensione sottopelle sin dal suo lungo epilogo, una malinconia narrativa che non ha certo bisogno di urlare per farsi sentire. "Epilogue" è quindi molto convincente sebbene i suoi tratti strumentali, ma è con "Call Me" che la band ci spinge a scavare ulteriormente nel nostro io interiore e lo fa attraverso i vocalizzi delicati del frontman e a un suono che miscela prog, rock, alternative con un approccio crepuscolare, onirico che evoca stanze chiuse, confessioni sussurrate a denti stretti e scadenze interiori. Il sound dei nostri, di cui non ho trovato fondamentalmente alcuna informazione in rete, induce un brivido familiare, una nudità emotiva che fa quasi male, grazie soprattutto alla voce del cantante che nella title track si fa ancor più intima. "Waiting for the Death" prosegue lungo questo filo invisibile, che si dipana attraverso caratteristiche musicali assimilabili ai polacchi Riverside o alle cose più introspettive degli Anathema. 'The Dying Room' è un lavoro piacevole, forse troppo breve (20 minuti in cinque brani), dedicato a chi sa perfettamente cosa significhi sentirsi vulnerabili e, per una volta, decide di non vergognarsene e anzi, si mette a nudo (e la conclusiva "Naked" ne è il manifesto). Alla fine, il silenzio che resta dopo l'ultima nota non è vuoto, è solo il posto in cui le nostre paure hanno finalmente smesso di fare rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 72

lunedì 18 maggio 2026

Design - Faithless

Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)

(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75

martedì 24 marzo 2026

O.N.O.B - L'Invidia che Hai/Tracce Ematiche

#PER CHI AMA: Darkwave/Post Punk
C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi anacronistico, nel gesto di chiudere due EP dentro un unico pezzo di plastica. Gli O.N.O.B (acronimo che sa di manifesto futurista: Onirica Notturna Ostentazione di Bellezza) non sono certo una band da algoritmi o da grandi palcoscenici illuminati a giorno. Sono creature da sottoscala, da stanze umide, dove il riverbero non è un effetto digitale, ma la voce stessa delle pareti. L’unione di 'Tracce Ematiche' e 'L’Invidia che Hai' in un unico CD autoprodotto è il diario di bordo di un progetto che sta imparando a conoscersi, muovendosi tra le ombre del post-punk e della darkwave più viscerale, rigorosamente cantata in italiano. Il primo capitolo, 'Tracce Ematiche', ci riporta indietro al dicembre 2024. Diciotto minuti che profumano di Litfiba delle origini e di quella New Wave italiana che non ha mai smesso di masticare nebbia. "In Mano Nemica" apre le danze con un basso che pulsa come un cuore sotto sforzo durante una maratona mentre le chitarre tagliano l'aria senza troppi complimenti. Betty, la frontwoman, ci mette la faccia e la voce: un approccio cantautorale che racconta la paralisi di chi si sente ostaggio di qualcosa che non riconosce più. Non tutto è perfetto, ed è qui che sta il bello. "Al Delirio!... La Nera Natura Umana" è un mantra ipnotico che scava nel vissuto, mentre la voce di Betty, quando prova a spingere sulle tonalità più alte, mostra qualche spigolo di troppo. Ma è un’imperfezione che ha il suo fascino, come una cicatrice che non vuoi nascondere. Anzi, "Cicatrice" è proprio il titolo del breve intermezzo acustico che ci traghetta verso "Anguana", dove il basso torna a sussultare prepotente, lasciando che la voce si prenda tutta la scena. Facciamo un salto in avanti di dodici mesi e le cose con 'L'invidia che Hai' cambiano, cambiano decisamente. "Demone" ci schiaffeggia subito con un songwriting più maturo, più arrogante, che non ha paura di sporcarsi le mani con il noise rock sul finale. Qui gli O.N.O.B sembrano aver trovato una quadratura del cerchio: il dinamismo aumenta e la produzione "homemade" diventa un punto di forza invece che un limite. In pezzi come "Il Salto" e "Il Segreto", il sound si fa ruvido e armonico allo stesso tempo. È la dimensione che preferisco: quella in cui la voce di Betty non è più l'unico faro, ma si amalgama a linee di chitarra nervose e a ritmiche che sanno quando spingere e quando lasciarti respirare. La chiusura è affidata a "L'Invidia", una traccia che mastica rancore e lo sputa fuori in tre tempi: rabbia iniziale, riflessione centrale e una grinta finale che sa di liberazione. Ascoltare questo disco non è una passeggiata distensiva, sia chiaro. Non è musica per tutti, e probabilmente il nostro Bob Stoner e i suoi, lo sanno bene. È un lavoro che richiede attenzione, che ti costringe a leggere i testi e a scontrarti con una produzione lo-fi che non fa sconti a nessuno. Ma se cercate qualcosa di autentico, lontano dalle produzioni plastificate che infestano le radio, qui troverete pane per i vostri denti. È il suono di chi non ha bisogno di permessi per esistere, ma solo di un basso che pulsa nel buio. (Francesco Scarci)

(Gwened Music - 2024/2025)
Voto: 70

venerdì 6 marzo 2026

Our Oceans - Right Here, Right Now

Ascolta "Our Oceans - Right Here, Right Now" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Alternative/Prog/Post Rock
Siamo franchi, quando senti il nome di Tymon Kruidenier, la mente corre subito ai labirinti cerebrali degli Exivious. Ti aspetti incastri matematici, roba da far fumare il cervello a chiunque. Invece, con 'Right Here, Right Now', il nuovo disco uscito proprio oggi, il power trio olandese ha deciso di fare una cosa che nel mondo prog è quasi rivoluzionaria: aprire le finestre e lasciar entrare la luce. Non è un cambiamento da poco. Il singolo apripista del disco, "Abloom" (fioritura), era il primo tentativo di provare a far fiorire un qualcosa che probabilmente spunta dal fango e cerca il sole. Dimenticate quindi quei muri sonori impenetrabili o quella complessità tipica dei nostri che a volte sembrava fine a se stessa; qui le chitarre preferiscono fluttuare, creare atmosfera, quasi a voler disegnare degli spazi ampi dove la voce di Tymon può finalmente distendersi. È un suono arioso, stratificato, prodotto con una cura quasi maniacale, ma che non risulta mai fredda. Il tutto si evince anche dall'iniziale "Golden Rain", che abbraccia un progressive post rock squisitamente moderno, luminoso e dal taglio quasi cantautorale. Un marchio di fabbrica che potrete assaporare anche nelle successive "Lost in Blue", nella più elettro-criptica "Leave Me Be" o in "Just Like You", dove i nostri sembrano addirittura andare oltre, con una delicatezza inattesa, grazie a note vellutate su cui la voce del frontman va a poggiare, alla ricerca di una progressione musicale che a volte tarda fin troppo ad arrivare. "Untamed" prova a riprendere la rincorsa con una vena più hard rock oriented, giusto per calmierare le eccessive smancerie del disco e sembra anche riuscirci, sebbene perda un po' di quella verve che invece mi aveva catturato nell'opener. Se la jazzy "Drifting In The Drops" è trainata da un groove ritmico eccezionale, "If Only..." si addentra coraggiosamente in territori da iper ballad, forte di un delicato e azzeccatissimo duetto con la guest Evvie, ricordandomi peraltro per le sue atmosfere, "Verona" dei Muse. A chiudere il disco, ecco la già citata "Abloom", un epilogo grandioso e vibrante che sigilla alla grande il disco. Ecco, se state cercando blast beat o riff che vi prendono a schiaffi, lasciate perdere. Ma se siete fan di Leprous o Karnivool, e avete voglia di qualcosa in grado di evolvere ascolto dopo ascolto, allora dategli una chance. È un disco complesso, per chi ama le sfumature e non ha paura di una melodia che ti resta appiccicata addosso. (Francesco Scarci)

(Long Branch Records - 2026)
Voto: 75

venerdì 16 gennaio 2026

Secret Cameras - Silent Words

#PER CHI AMA: Alt Rock/Post Punk/Darkwave
Pur essendo comparso questa notte su Spotify, il nuovo mcd dei britannici Secret Cameras contiene brani che erano usciti in realtà nel corso del 2025 e che ben conoscevo. 'Silent Words' ha voluto semplicemente fungere da contenitore con l'intento della band volto a consolidare la loro posizione in quella terra di mezzo dove il rock alternativo incontra derive darkwave e venature post-punk, un territorio già battuto con successo da giganti come Editors o White Lies. Il lavoro contiene quattro tracce e si presenta come un’opera che affonda le radici in un sound prettamente britannico, distillando influenze che spaziano dal pop elettronico più colto dei Depeche Mode alla malinconia chitarristica degli anni '80, quasi un unicum per ciò che concerne i miei gusti. Si parte con le melodie crepuscolari di "Together Till the End", che confermano quella raffinata ricercatezza di atmosfere notturne, per un rock sofisticato che non ha paura di flirtare con l'elettronica. "No More" rafforza questo concetto, amplificando la componente elettronica ed esaltando quella forte componente malinconica, da sempre leit motiv associato alla musica del duo londinese. La voce del frontman si conferma eccezionale, calda ed espressiva, ma non è certo una novità che scopriamo oggi, se poi la gustiamo in quelle fasi che sembra quasi assumere connotati corali, come accade nella successiva "Under Attack", diventa una delizia per le orecchie. Il brano poi è una cavalcata synth wave/dark pop, capace di far vacillare con le sue derive elettroniche, anche il mio cervello, abituato a sonorità ben più violente. In coda, l'ultimo pezzo, "Back Against the Wall", la song più graffiante, trascinante, ma anche introspettiva dei nostri, per un lavoro che non lascia decisamente indifferenti. Ora, chiedo troppo per avere per le mani anche un famigerato full lenght? (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 6 novembre 2025

Leaving Time - Loop / Live Beneath

#PER CHI AMA: Shoegaze/Dream Pop
Nell'ottica di evadere dagli estremismi sonori, ecco soccorrermi gli statunitensi Leaving Time, fautori di un sound a metà strada tra l'alternative e lo shoegaze. Solo due pezzi, che arrivano giusto un anno dopo l'uscita del loro album di debutto 'Angel in the Sand'. La proposta del quartetto della Florida è molto chiaro: dei bei chitarroni saturi e lineari, su cui estendere le vocals chiaramente eteree tipiche del genere. Niente di nuovo insomma, se non farsi cullare dal contrasto sonoro tra il melodico wall of sound eretto dai nostri e quelle linee vocali sognanti. Nessun sfoggio di tecnica fine a se stessa, niente assoli, fatto salvo per un bridge al limite del noise, nella coda di "Loop". La melodia regna sovrana in "Live Beneath", in quel suo tiepido inizio, parecchio ruffiano (zero chitarroni qui), molto dream pop e contraddistinto da vocalizzi quasi nascosti dal rumore delle chitarre che lentamente salgono di volume e robustezza. Poi, il canovaccio è il medesimo della prima traccia: vocals e melodie litaniche, un break atmosferico che si dilata nel tempo e nello spazio, un apporto chitarristico decisamente più graffiante e i giochi terminano qui, anzi tempo, giusto per saggiare di che consistenza sono fatti questi musicisti di Jacksonville, qualora non li conosceste. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 63

lunedì 1 settembre 2025

Enzø - Noisy Ass Makes You Smile

#PER CHI AMA: Alternative/Hardcore/Psichedelia
Prendete la ritmica di un brano come "Then Comes Dudley" dei Jesus lizard, solo la ritmica mi raccomando, e immaginatela il più distorta possibile. Aggiungete un po' di sano sarcasmo e critica agli usi e costumi della società odierna, poi un pizzico di quell'attitudine caotica che richiama certe idee dei DNA, riviste con un taglio alternative/hardcore molto aggressivo e istintivo, come vi capiterà di ascoltare anche nel brano, diciamo piacevolmente astratto, "Pazzi Smith" degli Enzø. Ecco, se riuscirete a mettere insieme tutto il mosaico, avrete una vaga idea sonora di quello che propone il duo beneventano. Sulla linea dei Lighting Bolt, con un'idea di canzone più accessibile e meno sperimentale, la band suona veramente in modo pulsante, rumoroso e dinamico, e spesso si sente anche una buona vena psichedelica di memoria grunge. Il progetto è composto solo da un batterista e un bassista/cantante, il quale riesce sempre a distinguersi nel marasma sonoro prodotto, per un bel timbro vocale potente e una certa attitudine alle melodie orecchiabili, sempre di giusto impatto, che fanno da contraltare al suono quasi perennemente ultra distorto dei nostri. Il singolo "Wah" resta un must di questo disco, per immediatezza e fluidità, con annesso un video assai carino. "Ballad of Enzø" è bellissima e ricorda la follia di certi Primus mischiati al Tom Waits più sbilenco e distorto. Anche la ritmica di "Les Good to Sail in a Pool of Clay", nella prima parte ricorda i Primus di un tempo (e non solo per il suo titolo bizzarro), e in generale, il funk metal degli anni '90. Nel suo insieme il disco è molto buono e stimola l'ascoltatore a valutarlo da tante angolature diverse, grazie a un sound monolitico che a suo modo è in continua mutazione. Basti pensare a "Pigface" che, complice un cantato davvero potente e un sound ipnotico, inaspettatamente, mi porta alla mente la voce e la forza irriverente e devastante dei Venom o quella di Tom Gabriel Fischer nei Trypticon. Alla fine, questo nuovo album degli Enzø, con una bella e folle copertina curata da Maria Caruso, e dal titolo 'Noisy Ass Makes You Smile', dove già il titolo la dice lunga, si dimostra una lunga e interessante carrellata di idee che mettono in mostra il modo rude, scarno e contorto di esprimersi dei due musicisti, di fare musica alternativa senza troppe regole. E la Overdub Recordings ha pensato bene di non farsi scappare questo progetto. La buona musica alternativa in Italia esiste ancora, magari come in questo caso, non cantata in lingua madre ma a tutti gli effetti, ancora esiste e resiste. (Bob Stoner)

sabato 30 agosto 2025

Urban Cairo - Dysphoria

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Fin dal primo ascolto, l'impressione che ci lascia il nuovo lavoro del trio alessandrino degli Urban Cairo, band devota al DIY e nel rooster della Scatti Vorticosi Records, è molto positiva, e anche se risulta un tantino derivativo, è pieno di energia, genuino e reale. Le canzoni sono urlate come ai bei tempi di 'Feedtime' dei Motorpsycho, con le storture vocali dell'alternative più radicale, con i suoni del primo grunge e l'urgenza creativa che spinge da tutti i pori, una ribellione che non è più di questi tempi. Un disco normale se rimpiangiamo l'epoca di 'Bleach' dei Nirvana, con tutti i crismi del periodo, per un genere musicale che fa dell'istinto sonico un'arma bianca, un suono immediato che non lascia spazi a fronzoli tecnologici o a beghe da school of art. Il punk, il grunge e l'alternative che si sormontano e sorpassano nella corsa all'espressività garage, che a volte risuona anche nel ricordo dei Mudhoney, come in "Land(e)scape", o dei Fugazi, e mi piace immaginarli con il cantato in lingua madre, se non fosse per l'uso dell'inglese nei testi, una sorta di Gazebo Penguins dispersi nella Seattle dei primi anni '90. 'Dysphoria' è il titolo del secondo full length della band piemontese, ed è un bel disco fatto di cuore e sudore, spuntato dal sottosuolo e suonato con una gran bella energia, niente di eclatante ma qualcosa di sicuro impatto, come accade per il brano "Brush", con quel riff che lo ricordi al primo ascolto ma che viene sputato in faccia, ancora e ancora una volta, come si deve fare e come si faceva a modo, qualche decennio fa. "Dinah' Sour" richiama i Buffalo Tom di 'Birdbrain', mentre "Daisy's Charm" si sposta verso i Dinosaur Jr, con uno stile di ballata distorta e melodica che tocca le corde oblique del cuore, perché in quest'album, l'urgenza espressiva è l'arma segreta che risulta vincente. Il brano "The Nun" fa il verso ai sottovalutati Bush, e per questo, è evidente che non tutto risulti originale, per quanto sia grande l'ammirazione per il modo di fare musica di questo tipo. Alla fine potete comunque sparare nelle casse del vostro stereo questo disco senza alcuna remora, vi farà rivivere vivide emozioni, purtroppo oggi troppo frettolosamente dimenticate. (Bob Stoner)

(Overdub Recordings - 2024)
Voto: 75

https://urbancairo.bandcamp.com/album/dysphoria

domenica 27 luglio 2025

Amyl and the Sniffers - Cartoon Darkness

#PER CHI AMA: Garage Rock/Punk
"Jerkin'", prima traccia, quarto singolo, il collegamento subliminale tra l'invettiva slum punk alla Sleaford Mods (di cui sarà opportuno riascoltare "Nudge it", prima traccia di 'Spare Ribs', 2021) con la ruvida primitività ante-fuzz old school stoogesiana: "Jerkin'" collide, devia e si ingarbuglia, asintoticamente prossima al classicismo londinese fine70 (UK subs? Sex p.?) ma non nei contenuti, squisitamente twenty-twenty (guardatevi il video). Sentite anche "Motorbike Song" (ma che idea stramba quei suoni psych di chitarra...), ma anche e soprattutto "It's Mine", dove l'asintoto potrebbe essere individuabile addirittura nei Discharge di 'Hear Nothing See Nothing Say Nothing'. Ma anche il riot grrrl postulato dai Blondie, ed evocato in "Bailing on Me" (trattenetevi dal cantarci sopra po/po-po-po/po-po e gustatevi il fischiettio coxoniano nel finale) e canonizzato dalle Hole (il secondo singolo "Chewing Gum", ma non solo). Il primo singolo "U Should not be Doing That" (altro videoclip grandioso) garantisce la continuità col fuzz-rock ultra-catchy del precedente 'Comfort to Me', proprio come la successiva "Do It" (Social distortion?). La tecnofunkettosa "Me and the Girls" in chiusura (chi ha citato gli ultimi Clash? I Chk-chk-chk? I Daft punk?) insinua nuovi stuzzicanti scenari. E poi c'è "Big Dream", straordinaria, malinconica, immensa sunset-ballad accompagnata da un video infinito, girato in un'unica take, imprescindibilmente sottocutaneo, piccolo capolavoro di composizione e produzione. Una delle cose migliori di questi aridi anni '20. (Alberto Calorosi)
 
(Rough Trade Records - 2024)
Voto: 75
 

lunedì 21 luglio 2025

Eels - The Deconstruction

#PER CHI AMA: Alternative/Indie
Visioni pessimistiche sul futuro ("The Deconstruction", "Sweet Scorched Earth"), amori tristi ("Premonition") o finiti male ("Bone Dry"), nostalgie assortite ("The Epiphany") e ripensamenti da mezz'età ("Today is the Day"). Quel mezzotempo alt-rock-tikabum garage-barattoloso eppure ritoccato da sapienti orchestrazioni escogitate in punta di archetto che rendeva straordinari i primi album, è riprodotto sì stancamente, ma con una certa residua efficacia (la title track e "Bone Dry" sono collocate saggiamente in apertura) quando non assume connotazioni prossimo-caricaturali (sentite il quasi-surf di "You are the Shining Light" oppure Today is the day, talmente indie-a-palla che a confronto i Rembrandts vi sembreranno i King Crimson), cede gradualmente il passo ai (troppo) numerosi lamentini centopercento anguillosi fangosamente intrisi di pessimismo che popolano la seconda parte del disco (le già citate "Premonition", cosi come pure "The Epiphany", "Sweet Scorched Earth", "There I Said it", "The Unanswerable", "In Our Cathedral") a conferire quella sbadigliosa patina forzosamente autoriale che ricopre la quasi totalità della discografia terzomillennio di Mr. E-ntusiasmo. (Alberto Calorosi)

(E Works - 2018)
Voto: 55

https://www.eelstheband.com/

lunedì 7 luglio 2025

Fleet Foxes - Shore

#PER CHI AMA: Indie/Alternative/Folk
L'acqua. Vista dalla spiaggia. 'Shore'. Nuotare, crogiolandosi nella dimessa rivelazione dell'amore sentimentale ("Wading in Waist-High Water") o nell'amore ammirato per i miti del rock ("Sunblind", una sorta di non-solo-white hymnal annata twenty-twenty), con un'attitudine laicamente ma catarticamente battesimale. O più semplicemente, rievocare le onde dei ricordi passati, nelle istantanee della memoria ("For a Week or Two"), opposte agli angoscianti marosi dei presenti avvenimenti mondiali. Omaggiare Victor Jara (l'uomo, più che l'artista) significa cantare le sue canzoni sulla spiaggia ("Jara" introduce, nelle parole dell'autore, il suo personale concetto di headbanging, il che è tutto dire), e poi diciamocelo, cavarsela nella vita è un po' come navigare ("I'm Not My Season"). Se da un lato i riverberanti chiaroscuri della bellissima "Featherweight", al contempo semplicissimi e complessissimi, o la dissolubilità sussurratamente progressive di "Quiet Air / Gioia" riportano al precedente 'Crack-up', è altrettanto vero che complessivamente quest'album, maieutico e al contempo massimamente terapeutico (le ansie da foglio bianco raccontate in "Can I Believe You", ma anche quelle per il mondo che rotola a rotoli in "A Long Way Past the Past"), intende allontanarsene per sonorità e approccio tematico, riapprodando per quanto possibile, a quel freschissimo spleen pastorale, ruralissimo (ma soltanto sotto tortura userò il termine "pasturalissimo"), che rendeva grandi, anzi enormi, i primissimi lavori. (Alberto Calorosi)

(Anti-Records - 2020)
Voto: 75

https://fleetfoxes.bandcamp.com/album/shore

mercoledì 18 giugno 2025

Māyā - Artíficio Fantástico

#PER CHI AMA: Indie/Alternative
Forse in un blog che parla di metal e dintorni, è difficile concepire un disco del genere. Questa è roba che ti prende per mano in maniera morbida, distesa e sognante, che ti porta in giro per una parte di mondo, almeno accostandone musica, artwork di copertina e titoli delle canzoni, con un titolo esplosivo poi, 'Artíficio Fantástico'. I Māyā, progetto interamente italiano, sfodera una fucina di suoni che sconfinano in generi musicali come cumbia, calypso, dub, indie elettronico e world music dal taglio ambient, un connubio che un povero rockettaro potrebbe definirlo, approssimativamente, come un incrocio ben riuscito tra il guitar style dei The Shadows e la caraibica mania compositiva di David Byrne di 'Rai Momo', senza voce e in veste strumentale, per un giro nel mondo dai suoni calienti. Il clima compositivo del trio, è rilassato e disteso, a volte raggiunge momenti di malinconia, altri di frizzante e primaverile brio sonoro, dinamico e rigenerante, comunque sempre poco concepibile per un rockettaro duro e puro, anche se alcuni richiami al rockabilly, nello stile chitarristico, non mancano. D'altro canto, i The Shadows hanno fatto storia nel mondo del rock e se questo progetto li vuole omaggiare con una visione più ampia ed estesa a livello geografico, oltrepassando il selvaggio west, ben venga, ed è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare. Quindi, "Bivouac", si aggiudica il premio come miglior composizione, "Tristeza" per il sound ovattato e appunto triste. Un posto privilegiato per il suono e la ritmica di basso e batteria, che non smetterei mai di ascoltare, va a "Steaming Hot", che per attitudine, mi riporta alla mente, alcuni splendidi dischi, con un suono decisamente naturale, di Medeski, Martin & Wood. Un disco, distribuito dalla Bloody Sound, ben costruito, interessante, mai eccessivo, sempre moderato. Un modo e un'angolatura musicale intelligente di vedere e raccontare il mondo. Un ascolto consigliato a chi vuole ampliare i propri orizzonti sonori. (Bob Stoner)

(Bloody Sound - 2025)
Voto: 70

https://www.facebook.com/mayaglobalgroove

giovedì 1 maggio 2025

Cowards – God Hates Cowards

#PER CHI AMA: Post Punk/Noise Rock
In effetti ci ho messo un po' per assimilare 'God Hates Cowards' al meglio: tanti e ripetuti ascolti, per capire cosa mi rendesse dubbioso, ma alla fine ho capito che la differenza tra un album derivativo e un album conservativo è molta, ed è molto importante riconoscerne la differenza. Nel nuovo disco dei Cowards, ci sono suoni e trame che al primo ascolto potrebbero essere confuse o scambiate per il solito clone di band più blasonate, ma a un attento ascolto, ci si accorge che la band marchigiana ha saputo cogliere al meglio quell'essenza musicale che spinge verso un periodo di rock alternativo ben definito e per un post punk intenso e oppressivo. La sua chiave di ascolto la si può trovare nei suoni distorti di chitarra, suoni che sono curatissimi, distorsioni e riverberi adorabili che rimandano a band di culto come My Bloody Valentine, A Place to Bury Strangers, Sonic Youth, Pixies e God Machine, come in una sorta di catarsi compositiva, dove raccogliere i frutti di questi artisti per trarne ispirazione, calcarne le orme e intraprenderne un cammino sonoro similare. Ecco svelate le mie perplessità, tra il derivativo e il conservativo. Quindi, questo è un album che conserva e ripropone le teorie e le gesta magiche di band che hanno fatto la storia del rock trasversale, grigio, sonico, inserendosi tra le loro note, vivendo di persona il significato del loro suono fino a comprenderlo e farlo proprio, e partorendo alla fine un album che vale la pena ascoltare. "Storm" e "About a Friend" sono due brani molto intensi, le chitarre di "3020" fischiano che è un piacere, come le ricercate stonature chitarristiche shoegaze di "Scream". Giulia Tanoni al basso e alla voce, che divide con il chitarrista Luca Piccinini, emula i vecchi fasti di Kim Gordon, mentre è in "Barefoot Walking the Head", che la band tocca una vetta notevole tra chiaroscuri sonici, intensi e ruvidi. L'apporto di Michele Prosperi dietro le pelli, già con i Jesus Franco & the Drogas, chiamato a sostituire il membro fondatore e batterista, Peppe Carella, dopo la sua tragica scomparsa, e a cui è dedicato l'intero album, dona l'impulso necessario per rendere ancora più aggressivo e immediato l'effetto sonoro di questo lavoro. Cogliere l'urgenza creativa che si nasconde tra le note di questi brani è facile quanto capirne l'umore cupo che li ha ispirati, un intenso modo, superbamente retrò ma altrettanto attuale di fare musica, che può insegnare ancora molto alle giovani leve di oggi. Il modo più giusto, semplice e rumoroso di concepire il rock alternativo. E per cui l'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)