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domenica 16 dicembre 2018

Svältfödd - King of the Burial Mound

#PER CHI AMA: Black/Death, Sarcasm
Si sa ben poco di questi Svältfödd, se non che arrivino dalla Svezia, da una cittadina non troppo distante da Stoccolma, chiamata Eskilstuna, che ha dato i natali a Daniel Gildenlöw, vocalist dei Pain of Salvation. A parte queste nozioni generali, 'King of the Burial Mound' rappresenta l'EP d'esordio dell'act scandinavo, che nelle cinque tracce qui contenute, si fa promotore di un black/death melodico. La title track, posta in apertura di cd, parte incalzante con le classiche ritmiche serrate, coadiuvate da diaboliche vocals ed un'impianto ritmico che va via via normalizzandosi, trovando anche dei rallentamenti piuttosto insoliti. Diciamo che non siamo di fronte a nulla di sensazionale, un pezzo che si lascia ascoltare e che raccoglie forse maggiore attenzione in un epilogo più rilassante. Molto meglio "Bloodsoaked Invocation", sempre bella tirata ma con le harsh vocals del frontman qui più convincenti e le linee di chitarra melodiche in linea con gente del calibro di Sarcasm o Dissection, anche se si sente più forte una venatura death metal che si farà più rimarchevole nella terza "Suicidal Rites" Quest'ultima è una song che sta in bilico tra thrash, death e black metal, in cui i gorgheggi del vocalist si fanno più cupi, proprio per essere in linea con la matrice sonora della band. "To Question the Word of God" vanta qualche richiamo alle linee di chitarra di Arch Enemy o Amon Amarth, anche se nelle scorribande più feroci, il black torna a farsi largo spazio, con lo screaming ad affiancare il growl. Diciamo che la band mi convince maggiormente però quando si lascia andare in mid-tempo o come accade in questa song, dove sembrano addirittura dar spazio ad una porzione solistica. Il disco volge al termine e lo fa con "Pestilential Whore", l'ultima scorribanda death black di una band che deve assolutamente crescere perché ha tutti i mezzi per poterlo fare e lo testimonia anche l'assolo con bridge annesso, che va a rievocare anche qualcosina dei Death, mica poco. Alla fine la proposta degli Svältfödd non è male, va semplicemente meglio inquadrata e messa più a fuoco, le potenzialità ci sono testimoniate dalla buona capacità tecnica dell'ensemble scandinavo. Serve coraggio però, il compitino rischia di non bastare più. (Francesco Scarci)

The Subliminal - Relics

#PER CHI AMA: Metalcore, Gojira
Dall'Olanda con furore, mi verrebbe da dire. A crearci qualche fastidio sonoro oggi, ci pensano i The Subliminal (da non confondere con gli ecuadoreñi omonimi) e il loro EP d'esordio, 'Relics', che segue un paio di singoli rilasciati tra il 2016 e il 2017. Finalmente è arrivato il momento di dimostrare la pasta di cui sono fatti questi quattro ragazzi di Utrecht, spesso indicati come epigoni di Gojira o Lamb of God. E allora cerchiamo di dissipare un po' di nubi e dire che i cinque pezzi contenuti in questo disco, pur soffrendo di qualche influenza proveniente dalle band sopraccitate, e penso all'opening track "Lowlife", mostrano, rispetto agli originali, un sound marcatamente più cupo. Certo, molti avranno da obiettare che la proposta dell'ensemble olandese è ancora un po' acerba, ma mio nonno diceva che "nessuno nasce imparato". E allora facciamoli crescere questi quattro musicisti e noi accompagnamoli nella loro crescita personale, godendo delle melodie e del groove, che comunque permeano i loro brani. "Defiance" è più roboante dell'opener, complici le chitarrone trituraossa e il vocione in formato growl di Milan Snel, ben più efficace però - e dove peraltro lo preferisco - nel cantato pulito. I nostri martellano che è un piacere, trovano tuttavia modo di spezzare il loro incedere feroce con un bel break melodico accompagnato dalle vocals a tratti ruffiane, ma estremamente accattivanti del frontman, che vanno via via migliorando nel corso di un brano che gode di notevoli cambi di tempo. Più dritta, ma in realtà solo nella prima parte, la terza "Unforeseen Demise", visto che la band si dimostra più intrigante nella seconda metà del pezzo, laddove ad un sound in your face, privilegiano un bel po' di cambi di ritmo (qui quasi dal sapore deathcore), ma c'è ancora tempo per lavorare e smussare gli angoli. Come quelli che ritroviamo in "Sleepwalkers", un altro pugno nello stomaco, che parte direttissima per poi divenire decisamente più ritmata, manco fossero i Pantera di "Walk". E poi giù di nuovo di mazzate, per un lavoro dietro la batteria davvero notevole. Ribadisco però che l'act tulipano riesce meglio dove i tempi sono più ritmati e il suono più ricercato. In chiusura, "Final Ordeal" è un'altra cavalcata dal forte sapore thrash metal in stile Testament/Exodus, rotta da ambientazioni melodiche e da un bel chorus che funge da ciliegina sulla torta per un EP che merita un po' della vostra attenzione, non fosse altro che potreste scaricare un po' della rabbia che questi giorni di festa inevitabilmente generano. (Francesco Scarci)

venerdì 14 dicembre 2018

Haiduk - Exomancer

#PER CHI AMA: Black/Death
Gli aiduchi erano formazioni di combattenti mercenari dell'area balcanica che furono impegnati nella resistenza contro l'impero ottomano a partire dal XVI secolo. C'è chi crede che la parola derivi dal turco haiduk per indicare i soldati di fanteria dell'esercito d'Ungheria o chi pensa che derivi dal magiaro per definire i mandriani. Ringraziando come sempre wikipedia, ci avviciniamo alla band di oggi, che ha scelto proprio questa parola come moniker. Si tratta della one-man band canadese degli Haiduk appunto, guidata dal factotum Luka Milojica, guarda caso un cognome che rimanda inequivocabilmente a quell'area geografica. E in assonanza col tema trattato, anche la musica di 'Exomancer', sembra voler ricalcare la veemenza dei temi bellici con un sound all'insegna di un oscuro death black. La contraerea sparata dall'opener "Death Portent" ne è la prova: ritmiche frenetiche, instabili e discordanti, con stop'n go che sembrano dettare i tempi di marcia dell'esercito contro il nemico. Le soffocanti growling vocals sono episodiche, largo spazio infatti è lasciato alla musicalità debordante del mastermind di Calgary. Lo stesso dicasi della seconda "Unsummon", ma più in generale di tutto l'album: la song è breve e sotto l'impianto estremo, mi sembra di captare un che di folkish mediorientale che potrebbe, ma solo lontanamente, evocare i vari Melechesh, Akhenaten o Arallu. Le progressioni di chitarra (contraddistinte da suoni ribassati) sono assai interessanti cosi come i tecnicismi messi in atto dal frontman canadese a stupire l'ascoltatore con il suo tumultuoso lavoro ritmico. "Evil Art" e "Subverse" ne sono chiari esempi: song dalle brevi durate che sembrano descrivere la furia della battaglia, e l'altalenante sviluppo dei brani a delinearne l'esito da una parte o dall'altra delle forze in campo. Sicuramente c'è uno studio dietro a questo flusso sonico continuo che non dà tregua e sembra voler imporre l'ascolto del disco tutto di un fiato. Sarebbe in effetti un peccato interrompere l'incedere distruttivo di tale lavoro. "Icevoid Nemesis", "Doom Seer" e via via tutte le altre, arrivano come una grandinata nel deserto, con le melodie del buon Luka (a cui suggerirei solo un aggiustamento a livello vocale) sempre in primo piano a dipanarsi tra accelerazioni paurose, trame dissonanti quanto mai tremolanti e momenti più claustrofobici, come nella morbosa "Once Flesh". Esausti, con le ossa triturate, si arriva alla conclusiva "Crypternity" che chiude con le sue ipnotiche chitarre un lavoro sicuramente interessante. Non ho ancora avuto modo di ascoltare i precedenti album degli Haiduk per stabilire pregi e difetti di 'Exomancer' rispetto al passato, però mi posso permettere di dire che l'album numero tre del musicista canadese, merita sicuramente una possibilità. (Francesco Scarci)

mercoledì 12 dicembre 2018

Opera IX - The Gospel

#PER CHI AMA: Esoteric Black Metal
Quando penso al black metal in Italia, mi vengono in mente tre band: Mortuary Drape, Necromass e Opera IX. Oggi siamo a celebrare l'agognato come back discografico di questi ultimi, che per rilasciare un nuovo album, ci impiegano da sempre, un bel po' di tempo. Avevamo aspettato otto anni dal poco ispirato 'Anphisbena' a 'Strix - Maledictae in Aeternum'; questo giro, ci accontentiamo di soli sei anni per dare il benvenuto a 'The Gospel'. Per chi si fosse distratto nel frattempo, sappiate che dietro al microfono di questo disco non c'è più Abigail Dianaria, che bene aveva fatto nel corso della sua militanza nell'ensemble piemontese. È approdata infatti negli Opera IX, Dipsas Dianaria, all'anagrafe Serena Mastracco, cantante romana (peraltro di molteplici formazioni black), di indubbio talento. E allora diamo un ascolto a come si è evoluto il sound dei nostri in questo lungo lasso di tempo. Le danze si aprono con la title track che mi riporta in un qualche modo agli esordi della band, complici quelle atmosfere orrorifiche che popolavano i miei incubi notturni ai tempi di 'The Call of the Wood' o 'Sacro Culto'. L'impatto non è affatto male, soprattutto perchè quella primigenia aura sinistra della band, pervade l'intero brano, mentre la voce maligna di Dipsas Dianaria, accompagna quelle esoteriche orchestrazioni che caratterizzeranno tutto il lavoro. Il clima si fa più tetro nella successiva "Chapter II", con un sound che ammicca alle vecchie composizioni dei nostri ai tempi di 'The Black Opera', e un riffing qui più nervoso e meno melodico rispetto al passato, che in taluni passaggi sfiora addirittura il post black nel suo infernale avanzare, e che arriva a toccare anche le partiture gotiche tanto care ai Cradle of Filth. Non mi dispiace affato, anche se per forza di cose, suona come già sentito. Peccato poi che la feroce cantante non riesca ad offrire, almeno fino a questo momento, variazioni alla sua voce, come era invece solita fare l'ineccepibile Cadaveria. Certo non si vive solo di passato, però francamente il pulito della storica cantante, aiutava non poco a caratterizzare il sound di Ossian e compagni. Ora ci troviamo di fronte ad un sound arrembante, estremo, con meno sbavature rispetto al passato e che dà maggior risalto alla porzione sinfonico-vampiresca con "Chapter III", dove finalmente emerge la peculiarità della vocalist, con una preziosa prova in pulito che rende qui la proposta degli Opera IX decisamente più ammaliante e magica, e dando contestualmente più ampio spazio ad ambientazioni mistiche ed arcane. La sacerdotessa alterna uno screaming ferale ad un cantato quasi cerimoniale, mentre le ritmiche si confermano tesissime, quasi un black primordiale, la cui irruenza viene stemperata dalle sempre invasive keyboards. "Moon Goddess" è la riprova che certifica l'adeguatezza vocale della neo arrivata all'interno della band: la musica si muove su linee di black sinfonico che mantengono comunque inalterate le linee serrate di chitarra, che molto spesso sembrano virare verso lidi death metal. Un assolo a metà brano aumenta il mio interesse per la release che ora suona anche più varia. Più lenta e poco originale "House of the Wind", una traccia anonima di cui avrei fatto volentieri a meno. Ben più interessante invece "The Invocation" e le sue tastierone in apertura, sparate a mille all'ora nel roboante impianto ritmico dei nostri, che vanno lentamente ritraendosi per lasciar posto ad un approccio ritmico dal sapore quasi militaresco. "Queen of the Serpents" è un inno dedicatao alla dea Diana che nel suo fosco e disarmonico incedere black doom, si lascia ricordare più che altro per il il chorus in italiano, e per l'utilizzo di strumenti ad arco, a cui avrei dato francamente più spazio, un esperimento alla fine mezzo riuscito. Arriviamo agli ultimi due episodi del disco, "Cimaruta" e "Sacrilego". La prima apre con i bisbigli della vocalist che torna ad incantarmi col suo cantato pulito, e ad una ritmica che si muove sui binari di un black death melodico ed orchestrale. La seconda è l'ultima tirata black di questo 'The Gospel', un rito negromantico, un incantesimo, un inno funerario (che chiama in causa anche il buon Chopìn) che sancisce il ritorno di una grande band sulle scene, da cui però è sempre lecito aspettarsi molto di più. (Francesco Scarci)

(Dusktone Records - 2018)
Voto: 75

https://dusktone.bandcamp.com/album/the-gospel

martedì 11 dicembre 2018

Hazards of Swimming Naked - Take Great Joy

#FOR FANS OF: Post-Rock, Godspeed You! Black Emperor, Mogway
This melodic Australian post-rock album is a joy for the people who like to dream during their listenings, a delightful piece of harmonious music, a work almost wordless except for the nostalgic and sweet remake of the Icelandic lullaby "Sofðu Unga Ástin Mín" where a female voice lulls fear and anger, letting us dive into a lake of peace and hope. Hazards of Swimming Naked reveal in this 2018 their second album, almost nine years after their debut ‘Our Lines are Down’ and promise to launch a tour starting apparently from the 15th of December 2018. This latter release is one of those albums that make me thankful to write music reviews, in a bunch of unknown artists this Brisbane’s collective switch a light on and illuminate my boring afternoons, a breathing proof that a singer is not necessary to compose a great rock album. What I liked the most is for sure the sensation of resonance and nostalgia played by the brilliant arpeggios, the feeling of an enjoyable sadness orchestrated by pieces of trombones, arches and bells. ‘Take a Great Joy’, in conclusion, is a sweet electric fable, one of these tales that we never want to stop listening: an epic announcement in "There Was Never a Right Time", an adventurous development in "Waiting for 5120", a breakdown in "Curtis", a mysterious ascent in "I Don’t Know This Road", a reflexion in "This Common Thread" and, in the end, an inevitable advice: "Accept the Mystery". Well done mates! (Pietro Cavalcaselle)

Rings of Saturn - Embryonic Anomaly

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Deathcore/Techno Death
Il vocalist Peter Pawlak passa dal growl simil maiale-sgozzato-con-un-grosso-fermacarte allo screaming tipo pitbull-malauguratamente-attaccato-al-tuo-polpaccio con la medesima disinvoltura con la quale il giallino diventa marronechiaro nelle mutande di un metallaro accampato da quattro giorni al Wacken Open Air. Il batterista Brent Siletto passa con altrettanta animalesca disinvoltura dal trrrrr velocissimo al trrrrr ancora più velocissimo al trrrr ancora più veloce dell'ancora più velocissimo. Il chitarrista Lucas Mann passa dai ghghgh-ismi ai laserchitarrismi con la disinvoltura con la quale il sottoscritto, notoriamente afflitto da sindrome di Tourette, passa dall'espressione "colgo l'occasione per porgerle i miei più cordiali saluti" appena prima di riattaccare all'espressione "mavaffan*ulo stron*odim*rda porcodun*io di quella puttanama*onna" subito dopo aver riattaccato. L'alien-prog "Seized and Devuored", in apertura, risulta l'unica canzone vagamente intelligibile. Il deathcore manieristico di "Grinding of Internal Organs" è inopinatamente introdotto da un suono dichiaratamente ottobìt. Forse reminscenze di una vecchia versione di Guitar Hero che girava su Commodore 64? (Alberto Calorosi)

(Unique Leader Records - 2011)
Voto: 45

https://www.facebook.com/RingsofSaturnband/

Tristania - Beyond the Veil

BACK IN TIME:
#FOR FANS OF: Death/Gothic
Drastic and bombastic, Tristania provides a fine example of the breadth of heavy metal in sinister symphonic tones, gothic theatrics, and a classic example of cleanliness and propriety meeting the hazy gloom of such an inverted style, making its simultaneously catchy and esoteric visions transform from an alluring siren into the violent succubus as its sinister other side appears. Flirting with the many tropes in classical music from startling operatic highs to a symphony of strings, sometimes synthesized and other times implied through an electric and acoustic guitar combination, 'Beyond the Veil' is a descent into perdition promising the privations populating such a plane with angelic allure.

Simultaneously, Tristania denies the classical sound its monopoly with a tinny drum recording that becomes the catalyst for more techno oriented exchanges later in the album and hazy harmonies that swell in short bursts. The schizophrenia of loosing fire at such gorgeous constructs is a common theme in metal, a juxtaposition that relishes the relationship between carefully created beauties and a destructive counterpart. In Tristania this becomes a major focus as subtle hints of the harsh reality 'Beyond the Veil' become a world of strife as the album progresses.

From this approach is a worthy wellspring of fresh and tantalizing variety, decadent and arousing while also crisp and cutting in spite of such lengthy and expansive riffs and harmonies that diabolically document the derangement of one's descent into a world of ritual and death. A long swinging churn to the title track brings unmistakable choral highs and tinkling cymbals, the wailing web of guitars delicately settles along a middling pace that easily worms into an ear and, in reaching apogee through soloing while buffeting such cries with double bass, finally finds the sonorous swing expand into a prickly deluge to satisfy even Satyricon with its torrents of grain. “Aphelion” and “A Sequel of Decay” make obvious the turn of intoxicating tones and inviting momentum into the demonic as you enter the embrace of the succubus, a creature literally fucking her way through “Opus Relinque” before tearing out swollen hearts. To say that Tristania's approach is transparent is an understatement, the obvious balance of harmony and hatred is belted across your face like domestic violence at the opera, but that doesn't diminish the theatrical enjoyment of the theme or the profane potency of “Angina” when a cavalcade of choirs clash for control.

The creativity and craft employed through this album ensure a consistently inventive approach that allows the band to experiment at times but also limit itself to only its most presentable attempts. Where “Aphelion” drags at times, its methodical sound accentuating a dormant beauty far from the heat of the Sun, its subtle movements enchant in symphony from the flowing chorus punched by double bass to a heart melting interlude where beautiful highs and a weeping verse pluck at each artery. The nearly eight minutes of this song shows the band patiently holding itself back until its dam breaks and ducts overflow. A piece that by far outruns the track lengths of the rest of the album, “Aphelion” becomes a staple show of the careworn strife breaking into rage that tantalizes Tristania and appropriately harbors its drastic breadth.

Shining in the spotlight are the sopranos from Vibeke Stene, her incredible vocal delivery brings beauty and strength with every cry and fulfills a an enticing half of a filthy combination when joined by Morten Veland's growls. Opening “A Sequel to Decay” with a choir of intense cries easily shows the rhythm employed in this nearly chanting operatic while Veland's range is more protracted, embracing the decadence and magnificent sound of a gruff and massive presence similar to Peter Steele of Type O Negative. At other times Veland employs heaving growls and, with a choir aided by drummer Kenneth Olsson and guitarist Anders H. Hidle, the ensemble completes its medieval majesty. The twinkling apogees and insidious abysses greatly compliment the instrumental deliveries showing that Stene and Veland's contributions are among the many masterstrokes in structuring as well as sounding out the album to make it such a memorable and astounding experience.

Synth plays a prominent role from tinkling classical piano keys and symphonic strings to the wild jarring horns later in its hellish progress. Employed by Einar Moen, one of the major forces behind the songwriting, the placement of synth enlarges the range of this album by giving it the unmistakable theatrical characteristics that capture the magnitude of Tristania's ambition. The snare drum, pacing the percussion at a laborious and lamenting step, has the sharpness of shattering glass and compliments these bouncing rhythms as guitar joins symphonic strings, winding around a choir to create machinery of chaos and hatred by the turn in “. . . Of Ruins and a Red Nightfall”. Like the heartless clanging denoting the fires consuming Fangorn Forest, Isengard melts and molds metals into a new mechanism of conquest.

An ever-energetic motion below the snare finds constant implementation. Double bass brings personality to the central hammer as it pumps like a bellows and brings heat to make malleable the clanging cymbals overhead. Like an endless ride down winding trails in “Lethean River”, the clip clop of double bass is where one notices how riding these percussive fills and interludes typify the bridges between verses and choruses. As majestic as mounting an eagle to escape from the imploding Mount Doom, these amorphous undulating movements create in sound the defined, sinewy, and romantically detailed image of Pegasus taking flight.

Where the band made emotions meander through its opera early in the album, things become more straightforward and streamlined through the back half. A personal favorite, “Angina” brings Stene's voice so high that it nearly becomes as comical as “Take On Me” and its high C. Still, the cascade of choir tumbling down from such a gorgeous summit is the epitome of Tristania's unusual and calamitous sine wave. Cymbals dancing in concert with piano keys while walled into a pit by a crowd of double bass conjures images of a stately show where metalheads meet aristocracy and all gather in lively celebration of the music. Distant organ and marching guitar riffing conjure images of a “Heritique” transported across space-time as flames engulf the stake, a raucous crowd receives its satisfaction, and a star bursts from a blasphemous chest.

Tristania's treble is mainly concerned with an energetic and elaborate labyrinth of strings, upheld by Morten Veland and Anders H. Hidle who tirelessly strum through lengthy lamentatious riffs that harmonize and break from one another with a smooth and studious flow, sometimes finding frenzy or chomping into a juicy rhythm, but never disabusing itself of the bountiful beauty found in resonating strings. In its most frantic moments, clarity is lost in the very treble oriented mix making such a saturated end become slightly hazy and indistinct. In a song like “Aphelion”, where its lumbering gait holds court for the majority of the song, this grandiose sound has a crispness that becomes muddled as layers are added on. Still, the majority of the production is listenable enough though in need of a bit more range on its low end to lend a tighter fist to this expansive energy and bring the necessary punch.

Tristania is a succubus in sound, one that many a man would happily embrace. Wearing a sinister grin as it consumes your soul, its once alluring form quickly contorts into a vengeful demon. Brimming with brief but compelling moments, 'Beyond the Veil' happily babbles like a brook throughout its enticing bubblegum bits, a denial of the darkness lingering behind the lovely cover of stark-naked sirens seemingly sleeping among the rocks of a hot spring refuge. Where the woman in the foreground appears to be enwrapped in a peaceful slumber, the fog settling across the background has begun to obscure bodies unceremoniously lying where they stood showing, as one figure lords herself over the fallen, that slaughter must take place in order for one's ascension. Like its magnificent music, Tristania's foreground of beauty belies the sinister reality that awaits 'Beyond the Veil'. (Five_Nails)
 

Windfaerer - Alma

#FOR FANS OF: Epic/Folk Black
The folk black metal scene has flourished a lot in recent times, not only in Europe, where due to the long and rich history of the continent makes it quite usual. But even in many other parts of the world, sometimes in countries with a long history and in others with a shorter period of existence. US is one of the most obvious cases where we can find some awesome bands like Ifing or Duskmourn, among many others. Sometimes the lyrics deal with Nordic mythology or American history and politics, like Panopticon does. However, I think this is the first time I find a US-based project which sings about Iberian history as Windfaerer does. As far as I know, some members have Portuguese roots, so this could explain this interest which makes Windfaerer’s music even more intriguing for me.

The band was originally created in 2006, so these guys are not newcomers. Some of the members, such as the two guitarists, have extensive experience in the extreme metal scene, though they have found time to release, prior to this new album, two full lengths, an EP and a split album. 'Alma', the name of this new creation, is the third album and as it usually happens, the third attempt is the one that definitively marks if the band's career can have a long-term future. Conscious of this or not, the band has put a lot of effort on this album, and the first positive sign comes before you even listen to the album. This is because for this album they have signed with the Italian label Avantgarde Records, which I personally rate very highly due to the consistent quality of the bands on their roster.

'Alma' starts with the powerful and immense “Dawn of Phantom Light”. The track begins with a short atmospheric intro, interrupted by some great guitars which form a solid wall, full of epic and strength sounds. Vocals are on par with some great screams, accompanied by occasional arrangements in the background, which enhance the greatness of the track. Musically speaking, the song is not repetitive, with occasional ups and downs in the pace and including a calm atmospheric short section. Another standing out element are the guitar solos, which are more elaborate and complex than in many similar albums. The album opener is a definitively good summary of what we will find in this record. Moreover, as we can hear in songs like “Becoming”, the band successfully adds some classical instruments, like the violin or cello, which sound great and give a definitive folkish touch to the songs. They even fit the music in the more straightforward tracks like “Journey”, where they create a quite unique melody, making the song more interesting. The album ends in style with the excellent “Under the Sign of Sol”, which shares many characteristics with the album opener, not only in terms of quality, but as it contains all of the elements which make this album a very pleasurable listen.

In conclusion, Windfaerer did a step forward with 'Alma', which is a very well-balanced album. The production sounds excellent, clean and powerful. All the elements are very well done, though I would highlight the excellent guitars, which sound convincing and very tastefully composed. As previously mentioned, another remarkable point are the arrangements, especially those including the classical instruments, which embellish the composition and the album itself. (Alain González Artola)

(Avantgarde Music - 2018)
Score: 85

https://windfaerer.bandcamp.com/album/alma

lunedì 10 dicembre 2018

Shuffle - #WontTheyFade

#FOR FANS OF: NuMetal/Alternative Rock, Linkin Park, Incubus
After the 2015’s convincing debut album 'Upon the Hill', this nu-metal youngster quintet releases another raw diamond: '#WontTheyFade'. Everybody would initially spot this band somewhere in the USA, the sound takes us to the late '90s college rock but: first of all, these guys come from France (Le Mans) and second, they re-adapted a 20 years old sound to the XXI century’s second decade with modern lyrics and much more groove. I enjoyed this album a lot and I’m looking forward to monitor the bright future they’re promising, they have everything necessary to break trough the scene and already shown maturity in this latter release comparing it to the first one. The composition, the arrangements, the riffs and the melodies deserve more than a superficial glance, delicacy and brutality are perfectly merged together, I mean, if you are under 30 you have no reason to avoid this album, if you are over 30 and still able to dream, you also have no reason to leave this work un-downloaded. Shuffle is a wonderful reality made of young hungry guys ready to slap your face from the earliest live guitar plug, I’m already checking if they’re planning a gig in Italy! The ingredients of Shuffle are compliant for a world explosion, “Spoil the Ground” and “Faded Chalk Lines” will stay for a long time in my playlists and I will definitely let my girlfriend listen to “Oh Glop D’eternitat”, '#WontTheyFade' has songs for everybody. Emerging or not, material about this band can be found easily with a quick research and what really emerge are their passion and dedication. If the improving path won’t meet distractions, we will here about these guys very, very soon. (Pietro Cavalcaselle)

domenica 9 dicembre 2018

Tarja - The Shadow Self

#PER CHI AMA: Symphonic Metal, Nightwish
Prevedibile ultrametal si(n)fonico ultratastieroso ("Love to Hate"), ultraserioso al punto da risultare ultraprossimo al comico (la scapigliatura pianistica dell'onanistica "Innocence" post in apertura) con sparute pennellate (o, più precisamente, interi sacchi di vernice) genericamente vintage (potete dilettarvi a individuare purple/rainbow-ismi nella cover di "Supremacy" dei Muse), virate mélo-celtiche con tanto di cornamuse e cumulonembi in lontananza ("The Living End"), reminescenze Nightwish ("The Undertaker") e un'archetipica modulazione tutta finlandese del concetto di ballata ("Diva", forse "Eagle Eye"). Completano il quadro, aderenze in pelle nera, un batterista di grido(lino), quello dei Red Hot Chili Peppers e i consueti gridolini da cristalleria in cocci che non mancheranno di solleticare le generose ghiandole lacrimali di flottiglie di vichinghi provvisti di mani grandi e cuore tenero. Ascoltatelo ad alto volume mentre vi esercitate per i mondiali di lancio del cellulare di Savonlinna. (Alberto Calorosi)

(Sheer Sound - 2016)
Voto: 65

http://tarjaturunen.com/home-tarja/

Sabaton - The Last Stand

#PER CHI AMA: Power Metal
La band svedese che sembra sempre tornata ieri sera dall'Iraq, mette in scena l'ennesima inappuntabile power-frittella alleato-oriented intrisa di enfatiche progressioni, scale veloci, cori eterosessuali e rassicuranti vocioni da trincea, ottimamente calati nella parte ("Rorke's Drift" and many more). Tanto per sollevare un po' di polverone nel battleground, occorre collocare, invero sapientemente, qualche epic-sbraganza in apertura ("Sparta") e no ("The Lost Battalion"), poi alternare sporadici mimetismi prog-metal ("Blood of Bannockburn" con tanto, l'avreste detto, di cornamuse) e AOR/ismi tattici d'oltreoceano ("Hill 3234") o d'oltrebaltico ("Last Dying Breath"). Riguardatevi su youtube il video della band di rock duro, duro, duro chiamata I Budini Molli, dopodiché divertitevi a sentire questo disco coi testi davanti mentre, per qualche ragione che preferite non spiegare a voi stessi, vi immaginate l'emorroico culo mimetico di Joakim Brodén morbidamente adagiato su un puff rosa a forma di labbra. (Alberto Calorosi)

(Nuclear Blast - 2016)
Voto: 65

https://www.sabaton.net/

Steel Panther - Lower the Bar

#PER CHI AMA: Glam Rock
Un cogitabondo approfondimento della introspettiva poetica pattumiera-glam già esaustivamente affrontata nei dischi precedenti. Immagini oniriche ("Then she tried to suck my balls at her wedding reception" cantato in "Poontang Boomerang") a tratti vertiginosamente fantasiose ("Steal a Saturn 5 and fuck an astronaut / zero G anal and weightless cumshots" in "Anything Goes"), ardite metonimie ("I got what you want baby / five and a half inches of love" in "I Got What You Want") e inestricabili litoti ("Don't have to be a fireman / to ride the pole" in "Walk of Shame"), colte citazioni musicali ("I got a 20 year old wife and she's eager to please / But she made me throw away my Dokken CD's" in "Wrong Side of the Tracks") ed una inaspettata apertura omofobo-fobica ("Is it a chick or is it a dude? / Doesn't really matter if she looks good nude" in "Now the Fun Starts"). Van Halen ("Anything Goes"), Joan Jett ("Poontang Boomerang"), shock rock, Poison. Nel quarto album gli Steel Panther riescono nella impresa quasi epica di mantenere fede al titolo del disco, cioè abbassare ulteriormente l'asticella. D'altronde "all the critics said / our debut record was our peak" ("That's When You Came In"). Se lo dicono loro... (Alberto Calorosi)

(Open E Records - 2017)
Voto: 55

https://www.facebook.com/steelpanther/

Logrind - Overcome

#PER CHI AMA: Post Grunge/Rock
In copertina, un pianeta dilaniato da ogni genere di umane angherie come metonimia del campionario di emozioni prese in considerazione nello sviluppo del disco. I suoni esordiscono squisitamente grunge-pop primi 90's (i Soul-Asylum-in-carrozza di "Waiting for Your Call"; i Rem-losing-ma-spazientiti di "If You Wanna Cry", ma soprattutto i Pearl Jam-di-Alive di "Alive", forse una sorta di quasi-sequel; oh, ma ve li ricordate i Train?) eppure mutano con impercettibile costanza nella direzione di un melodic antico/moderno ("Hey Guy") o un ultramelodic ancora più moderno/antico ("Stand Tall"), con incursioni arena pop ("Pray For You") e immancabile lentone reggiseno-oriented ("Between Us"). Canovaccio consolidato, professionalità e una produzione precisa e persino pignola. Come dite? Cercavate novità? C'è sempre Brian Eno. Ha fatto un disco nuovo anche l'altro giorno. Sempre che riusciate a reggerlo. (Alberto Calorosi)

(Areasonica Records/Believe Digital - 2016)
Voto: 60

https://logrind.bandcamp.com/releases

sabato 8 dicembre 2018

El Tubo Elastico - Impala

#PER CHI AMA: Psych Rock/Math/Jazz
Chi pensa al classico album di post-rock strumentale, avvicinandosi agli spagnoli El Tubo Elastico, si sbaglia di grosso. L'unica cosa vera è infatti l'essere privo di una guida vocale, cosa che da sempre non mi rende felice, però se vi affiderete anche voi alle cure di questi musicisti provenienti da Jerez de la Frontera, beh credo per una volta uno strappo alla regola si possa anche fare. Perchè questa mia transigenza? Ve lo spiego subito: 'Impala' è un album caleidoscopico che si muove tra mille colori e sensazioni, coniugando il psych rock con il math, il funk ed altre divagazioni jazz che esulano quasi dalle mie competenze, suggestioni esotiche e reminiscenze dal sapore pink floydiano. Ascoltando e riascoltando il cd, sarete certamente più bravi di me a indovinare a cosa o chi i nostri s'ispirano, mantenendo comunque intatta la loro enorme personalità. Il tutto è testimoniato dalla lunga e strepitosa opening track, "Ingrávido", una song che sublima tutto quanto scritto sin qui in quasi dieci minuti di musica, impreziosita anche da qualche tocco di synth. Più calda ed intimista la seconda song, "Antihéroe", con l'elegante epilogo tra chitarra acustica ed elettrica, mentre in sottofondo battono pulsazioni electro. Poi è un crescendo entusiasmante, tra saliscendi ritmici guidati dall'egregio lavoro delle chitarre e da un'elettronica che va divenendo sempre più preponderante. Non è un album semplice 'Impala', ma sia chiaro che potrà regalarvi enormi soddisfazioni, come quelle che si assaporano nelle più sofisticate "Turritopsis Nutricula" prima, dove compaiono delle spoken words, e nelle due parti di "El Acelerador de Picotas (Pt. I Ignición / Pt. II Colisión)" poi. Nella prima delle due song, ammetto di aver temuto si trattasse più di un esercizio di stile che altro, per mostrare l'eccellente livello qualitativo del combo iberico. La tecnica del quartetto è davvero pazzesca e l'inserimento di alcuni ospiti di spicco, sembra elevarne ulteriormente la caratura, in un quadro qui fortemente virato verso il jazz. Nei dodici minuti di "El Acelerador..." mi sembrano invece confluire sonorità latine che ricordano il buon Carlos Santana che vanno a miscelarsi nuovamente col jazz ed una buona dose di rock progressivo, guidato dal basso magnetico di Alfonso Romero (mostruoso in tutto l'album), peraltro responsabile insieme a Daniel Gonzáles - uno dei due chitarristi - delle ottime keys di quest'album. Il massiccio impianto ritmico dell'ensemble spagnolo si completa poi con l'estrosa performance alla batteria e percussioni di Carlos Cabrera e Vizen Rivas all'altra chitarra. "La Avispoteca" ci guida in anfratti musicali che odorano quasi di Medioriente con le strutture percussive ad assumere altre forme e colori assai sofisticati. Sembra di trovarsi nel bel mezzo di un souk arabo, dove tra la calca di gente che affolla strade e piazze, si trovano abili musicanti, che affascinano ed ipnotizzano con la loro musica. L'ultima tappa del nostro viaggio esotico è affidata a "Impala Formidable", un brano che raccoglie tecnica, idee e deliri vari di questi incredibili El Tubo Elastico. (Francesco Scarci)

Absent/Minded - Raum

#PER CHI AMA: Death/Doom/Sludge/Depressive
È il terzo album dei teutonici Absent/Minded che recensisco, mi sono perso solo il debut 'Pulsar', semplicemente perché non li conoscevo ancora. Da 'Earthone' in poi, è stata una progressione nel mio indice di gradimento, che mi ha portato ad apprezzare sempre con grande entusiasmo, le proposte dell'ensemble bavarese. Ora, ecco arrivare la loro nuova release, 'Raum', per capire se le mie attese saranno nuovamente confermate. Sei i pezzi per i nostri, che aprono le danze con le vocals sussurrate di "Deep Roots Aren't Reached by the Frost", accompagnate dal classico rifferama ultra distorto della band e quel growling corpulento che da sempre, caratterizza i quattro musicisti di Bamberg. Come già detto per il predecessore 'Alight', in riferimento all'album precedente, non scorgo sostanziali differenze in fatto di genere proposto, vedo semmai la conferma di una qualità che si assesta sempre a livelli standard assai elevati. C'è chi potrebbe storcere il naso e parlare di immobilismo artistico da parte della band, francamente me ne fotto, preferisco rilassarmi e assaporarmi il suono delle poderose chitarre di Uwe che ama creare ambientazioni death doom per poi piazzarci dentro dei riferimenti legati al mondo sludge/post metal. Ancora meglio la seconda traccia, "Treasure", lenta, disarmante, a tratti spoglia, ma non con quella valenza negativa che può avere il termine. Penso semmai alla desolante propagazione sonica dei Cult of Luna o alla malinconica disperazione degli svedesi Shining, che forse in questo pezzo, hanno più di un punto di contatto con i nostri. E forse proprio in questo risiede la vera novità degli Absent/Minded targati 2018, ossia una maggiore vicinanza al black depressivo. Insomma, mica male mi viene da dire, soprattutto perchè tutto l'album si assesta su livelli medio-alti e perchè i pezzi migliori sembrano concentrarsi poi nella parte centrale del cd, quindi la qualità va aumentando man mano che si avanza con l'ascolto. "Fore-ever" parte assai lentamente, la voce bisbigliata di Stevie sembra quasi cullarci nelle sue struggenti e delicate note, almeno fino a quando il riffing deflagra nella sua pienezza e contestualmente s'accresce sinuosamente anche il ritmo. Con "Shore" si parte invece già belli carichi con una ritmica potente per poi fare il percorso inverso, rallentare in interessanti parti atmosferiche e riprendere con la stessa ferocia di inizio brano. Ci sono le onde del mare a darmi un senso di rilassamento in "Yrtm", dove una sorta di guida spirituale declama i versi della poesia "Funeral Blues" di W.H. Auden. L'ultima song è la lunga "Alpha", nostalgica nei suoi giri di chitarra acustica, ma sempre roboante nelle growling vocals e nel suo mastodontico riffing. Gli Absent/Minded sono tornati e non posso che esserne lieto, perchè la prova è sempre di pregevole qualità. Mi sarei aspettato qualche ulteriore variazione al tema classico (ed è per questo che non li premierò più del dovuto) perchè questi ragazzi hanno il dovere di dare e osare di più. (Francesco Scarci)

(Self - 2018)
Voto: 75

https://aminded.bandcamp.com/

giovedì 6 dicembre 2018

Entropia - Vaccum

#PER CHI AMA: Blackgaze/Trance/Post, Deafheaven, Thy Catafalque, Lux Occulta
'Vacuum' si candida ad essere uno dei miei dischi preferiti del 2018. La band che l'ha concepito è formata dai polacchi Entropia, che mi avevano già colpito favorevolmente col loro debut album del 2013, 'Chimera' ed in seguito con 'Ufonat'. Perché tutto questo entusiasmo vi chiederete? Perchè a mio avviso la band di Oleśnica ha ereditato lo scettro degli Altar of Plagues, l'ha arricchito con le idee deliranti dei Thy Catafalque, rilasciando un lavoro mostruoso per sonorità, sperimentalismi vari ed espressività, che mi ha fatto letteralmente perdere la testa. Il quintetto in un'ora di musica ed in soli sei pezzi, ne combina davvero di tutti i colori: si parte dagli oltre 15 minuti di "Poison", una song ipnotica che miscela elementi psycho trance con il metal estremo, black, post e tanto altro. È semplicemente follia, quella che vado ricercando da tempo immemore, quella che riempie e centrifuga il cervello, che nei suoi magistrali loop elettronici, pop-algebrici, incorpora tutto ciò che un visionario malato di musica metal, vorrebbe sentire in una canzone. I quindici minuti più destabilizzanti della mia vita, ma si sa che la scuola polacca ha altre band antesignane nel genere e penso ai Lux Occulta e alle loro ultime divagazioni avanguardistiche. Ecco, gli Entropia ci hanno messo tanto del loro, della loro classe che già era emersa in passato et voilà, ecco questo meraviglioso gioiellino di musica ascrivibile al genere sperimentale, avantgarde estremista, o come diavolo volete, a me non interessa. Per me è importante che voi diate un ascolto, anzi due, tre o forse dieci, a 'Vacuum' e al drumming ossessivo di "Wisdom" e alle folgorazioni dettate da non so quali sostanze proibite che hanno portato questi cinque pazzi musicisti a scrivere musica di tale consistenza. Delizia per le mie orecchie, e sarà altrettanto per tutti coloro dotati di una mente aperta, apertissima, perchè il disco non è proprio semplicissimo da affrontare. Citavo "Wisdom", un brano che mette in loop per cinque minuti lo stesso giro di chitarra e synth, prima di esplodere in una tremebonda cavalcata post black che sembra trarre ispirazione però da qualche riff prog rock di anni '70. Il tutto senza utilizzo di una voce (uno screaming peraltro fantastico che fa capolino qua e là nel disco) che farà la sua comparsa solo sul finire del pezzo, quando l'ultima centrifugata ci avrà dato il colpo di grazia. Ecco a cosa somigliano gli Entropia, ad una lavatrice che nella sua centrifugazione più estrema, rilascia splendide note musicali. Come quelle che aprono "Astral", un viaggio sparati nell'iper spazio più profondo alla ricerca di una qualsiasi forma aliena con cui interagire. Certo, la musica degli Entropia potrebbe essere un pericoloso biglietto da visita per la specie umana, gli extraterrestri la considererebbero un'arma pericolosissima visto che la ritmica della song somiglia di più ad un cannone laser. E nemmeno la title track ci dà modo di mostrare l'attitudine pacifica del nostro pianeta, è un'altra arma di distruzione di massa, che rallenta i suoi beat a tal punto da ipnotizzarci di fronte alla ridondanza sonica profusa. Un loop di suoni ed immagini che entrano nella testa e non accennano a lasciarci. Io questo album l'ho consumato, ascoltato decine e decine di volte, le sue melodie ormai le sento sotto la mia pelle, la sua furia belluina risuona nella mia testa, le sue geniali trovate le inserirei in un'ipotetica enciclopedia della musica metal, per spiegare come possono convivere differenti forme musicali sotto lo stesso vessillo. Con "Hollow", i suoni si ammorbidiscono un po', rimanendo nei paraggi di uno space rock malinconico, dove le vocals sono cosi cariche di pathos da far venire la pelle d'oca, grazie soprattutto all'eccezionale lavoro di tastiere e synth che accompagnano la progressione blackgaze che si sviluppa nella sua seconda metà. Gli ultimi dieci minuti sono affidati alle melodie di "Endure" e alla sua debordante quanto arrembante ritmica che sancisce la fine di questo capolavoro di musica estrema, che voglio consigliare anche a chi di estremismi non ne vuol sapere, ma ritiene di avere la mente abbastanza "open" da poter affrontare questa sfida targata Entropia. Album dell'anno per il sottoscritto? Mi sa proprio di si. (Francesco Scarci)

(Arachnophobia Records - 2018)
Voto: 90

https://entropia.bandcamp.com/

Bane - Esoteric Formulae

 #FOR FANS OF: Black Metal, Dissection
Sharing the name of one of Batman's most impotent villains in recent - Christopher Nolan stylized - memory, Bane is your friendly neighborhood black metal band, not-so-recently transplanted into the permafrost of the Great White North to irk those Canucks who say 'ehh', but not enough to the point of lodging any actual complaint. With abundant similarities to Dark Fortress and early Dissection, Bane brings a swath of sounds, all mystified by dry ice and diet black metal in the form of catchy riffs, relentless melodies, and as many allusions to darkness and chaos as one can squeeze into an album. Throughout 'Esoteric Formulae' is a new Bane bringing a sound that continuously promises such chaos but, due to its rigid pacing, some bottlenecks in songwriting, an air of propriety over pummel, and very rehearsed cries into that certain chasm, the chaos is less pronounced as opposed to the stuffy professionalism and strong musicianship presented by these battle-hardened death/black metallers. A bit too preened and perfected to feel raw, intense, and cold, the echoes of loud guitar and swaths of vocals lose the coldness that is mentioned throughout the album in favor of a more hearty expression of metal's guitar power over a dark and evil atmosphere.

Though the lineup featuring session guitarists, an aggressive drummer, and orchestral bookends may make Bane seem like a full-time group on paper, this album and the band's direction is very much dictated by Brainslav Panić, a twenty-eight year old musician from Serbia with a great grasp of the varying finishes of metal that may color an album cover and its various reminiscences. Variety plays out across the board from the more traditional sound of a song like “Reign in Chaos”, which takes a basic and accessible approach bordering on a familiar pop-punkish - think a slower and more accentuated aesthetic to Atreyu's “Ex's and Oh's” - verse in its lead riff, to embracing a sharp and purely evil sound in “Wretched Feast” and “Into Oblivion”. Where these latter two tracks hit the mark, aided by the input of guitarists Giulio Moschini from Hour of Penance and Amduscias from Temple of Baal, Bane's death metal side comes through as a more genuine and enjoyable approach than its lighter and theatrical black metal sound that seems more than a little lost in this wilder neck of the woods.

Employing the classic two-throated mask with high screams and low growls combining to form a mid-ranged hum, the onrushes of hatred in the vocals show themselves as far less drastic than Deicide or imperial as Behemoth, a drama that fails to capture anguish or even hint at the “chaos and confusion” so readily described in the lyrics. Rather, these dulcet invocations of a dark almighty show a larger bottleneck in Bane's formula that becomes as flat as a warm root beer sitting open in a cupholder during the third hour of a summer's road trip.

Fantastic at sinking hooks into an audience early on in each song, Brainslav seems to find trouble elaborating through these tracks with more than a cursory glance at evolution throughout each structure as opposed to eloping with the first bit of inspiration that comes to mind and marrying it to the flow of a three minute exploration of its curves. This makes for clear and obvious distinctions through the album between the traditional tones riffing through “Beneath the Black Earth” and “Reign in Chaos” compared to the shrill imperial intensity of “The Calling of the Eleven Angels” or the melodeath money track “Bringer of Pandimensional Disorder”. With Trivium intersecting with Dark Fortress in the latter, Behemoth opening the album, or NWOBHM taking the reigns to a trot, Bane is not so much building a bridge between death and black metal, but very clearly defining these distinctions without chaining all of these well-explored lands into a domain of Brainslav's chaos to round out these songs in anything more a singular series. This shoring up of borders by territory without unifying each country under a central system results in many disparate adventures but fails to draw together a cohesive direction or any experimental distractions from these one-dimensional songs espousing simply “chaos and confusion” for the “dark ones” with about as much personality and nuance as an interstellar Space Marine shouting “Blood for the Blood God” at every onslaught of orcs.

In spite of its varied song openings, Bane becomes bland as it overtly invokes its 'Esoteric Formulae' by bringing melodic riffs and a standard verse-chorus style buffeted by double bass and languishing with little variation. From this construction comes a structure bearing some striking similarities to Dark Fortress, Dimmu Borgir, and bits of later Nightside Glance, where melody supplants itself as the appealing focus of a band more apt to bathe in moonlight rather than ensconce itself in a cave as percussion blasts religion and tillable land away with a constant creep of impenetrable drumroll artillery. Still, shrillness makes little appearance. Bane's guitars have their tear but, with such wispy and airy delivery, fill the register with a hollow and localized Potemkin bustle that barely populates its soundscape enough to cause cavalcades when engulfed in flame. The side streets are empty, there is little more than the surface to observe, and it becomes a show of strength without the economy of ideas to back up such a faithful front.

Textural issues also plague this album's production. Too many times the snare snaps disappear behind the bassy mix, simply keeping time without finding places to accentuate that animosity so ready to rile an audience. Honza Kapák's drumming sparsely brings the blasting appeal that should show off the speed of the snare, erupting only at title moments throughout each song. This becomes a somewhat disappointing sound that echoes this absence of agency that accentuates the approach of bass behind melody but denies the rapidity and atonality of percussion so purposeful and unforgiving in the standard second wave style of black metal. A hollow hallow, as diametrically opposed to the desire of a band that seeks a professional mix, makes the sound of the underground and something as overproduced as the guitars in this album ruins the overall mix as much as each song's singular approach bottlenecks the release.

'Esoteric Formulae' leaves me feeling blocked by the Berlin Wall, observing through binoculars the failures of an entirely separate society, culture, and system on the other side with which there is no doubt that an even reconciliation will never occur. Constant descriptions of chaos come from an album so hell-bent on sticking to a single-minded prescribed plan that it gives off a feeling of many missing parts in this segregated series of songs, all in need of elaboration and fresh movements to stitch together a memory of this album. But each movement is only able to stick to its system lest they be cut from this path for the corruption it could bring to the integrity of a band that refuses to branch out with more expressive, unique, or devious deviations. The only collapse may come from within to bring about a new day as much as others may naysay such a stalwart and conclusive mindset, and the strength of this barricade ensures the impasse between both the mindsets of musician and its audience.

While Brainslav has his abilities and surely shows them while creating an album ready to reproduce in a live setting, it seems this leader is too willing to marry each idea to a single song without bringing in the plural partners necessary to create harems of harmony in these tracks, those that ensure the modernity and brilliance in blackened death metal that take a band from singularly seeing songs in a straight path to delicately balancing between fluid as well as fluctuation, showing the strength of each element in order to flourish and play with the improvisation that heavy metal is based in.

This is the main issue in 'Esoteric Formulae'. Here is an album rife with potential and proper production, but so brittle in substance and tightly laced that it would flow more elaborately if each song had its repetitive songwriting tropes boiled off and all of these great moments were incorporated into a bite sized snack EP rather than saddled with upholding a full-length meal so burdened by gristle that the first moments of each track are enough to understand the labor of the next three minutes of vicious chewing. Where are the solos in this album? Where are the drastic changes in pace, the nuanced steps that uplift these melodies, and drumming fills that move a song out of its comfortable one-riff verse-chorus cycle? Harmonies gorgeously come through in abundance with flying rejoinders to slice through the helix of guitars, but through the restrained drumming and songwriting that holds together “Beneath the Black Earth”, this is the only place where a solo attempts to make an appearance. Where it could have flown for a time, the segment's creativity is quashed by the flow of harmony rather than allowed a moment of unique expression and individuality. Another guitarist could have taken that place and made it his own. Instead Brainslav is showing slavish adherence to his own 'Esoteric Formulae' and quashing any agency, only allowing momentary space for friends where he would be better off enlisting longstanding allies for a fuller undertaking. Maybe I didn't get the memo, but I expect that somewhere in a bit of “chaos and confusion” there would result in a bit more scattering of multitudes than having each element in this wide berth of musicians and instruments wheel lockstep at every turn like an elite command crushing colonial contingents.

What makes a sharp difference between so many one-man bands against so many full groups is that the one-man situation tends to end up in a bottleneck. Here it shows that even in attempting variety, the bottleneck is in the songwriting department where Brainslav sticks against all odds to his verse-chorus formula, sparse on bridges and even sparser on deviations, while his session musicians show plenty of personality among the languishing and overly-thought flow of this album. Brainslav indulges his melodies well, I don't have to have heard all of his music to understand that as a major strength, but he needs fresh impulses to conduct his flows in order to generate the electricity necessary to power an audience to devotion.

Where Bane does hit the mark is in its unexpected and thankfully expansive places. “Burning the Remains” brings the classic second wave of black metal sound across well with a few death metal guitar crunches to drive the point home, finally bridging a bit of a gap between death and black styles, the vocals even inhaling the scent of a decomposing raven in order to accentuate the cracking knuckles of cold in the guitars, and finding brutality in its melodic melancholy. Such an astute show of force in this song dispels any thought that Bane simply didn't know what sound would make the day, but consciously attempted avoiding it for as long as possible in search of a streamline to keep each song in place. The by-the-numbers sounds in the lighter songs throughout the album make for potent and enjoyable listens totally out of this expected scope as “Burning the Remains” caps a run that made “Wretched Feast” and “Into Oblivion” stand so brutally far out.

The money track, “Bringer of Pandimensional Disorder” has an astounding lead riff. Brutalized by blast beating and harmonized to the hilt, this song cannot help but bring the most memorable moments in the album while so elegantly gliding towards the all-too-forgettable chorus that keeps repeating the title. Great at arranging his music but in need of fresher ideas, this song brings hope that Bane will continue to bring out the best in a riff even in spite of its lacking direction as a piece like this, even on its best footing, ends up in the hands of too many surface sounds rather than digging deeper below a hatred that even Bullet for my Valentine harmonizes about but never really grasps.

Finally getting downright crunchy in achievement of what had been lacking throughout the previous twenty-eight minutes, “Acosmic Forces of the Nightside” allows the guitars to flow from gritty riffing moments into melodies through a beautiful interplay, flirting with the arena style of NWOBHM, and showing that Brainslav can concoct an expansive sound with a bit of edge to it. There is hope on the horizon that Bane can be coaxed into this more varied, improvisational, and complex creativity rather than simply sitting on a single sound as though it will get up and bite the band's backside. If the rest of the album had this sort of approach, I would be much more receptive to 'Esoteric Formulae' due to its progressive propensities rather than relentless restrictions. Rather, things are the other way around and Bane is far too enamored with sticking to 'Formulae' without too many sprinklings of the 'Esoteric', ending up playing host to too many insipid bottlenecked moments that fail to make a memorable impact, sightseeing in the realm of accessibility without much exploration even there, in spite of its incessant invocations of dark deities.

Fomulaic in substance and barely esoteric in aesthetic, Bane seems to be living far too in kind with one of its homonyms. Bane finds its esoteric aesthetic hampered by too many power metal moments dulling its blade and making more theater out of its sacrificial show than conjuring the forthright notions of the reclusive ritual for which black metal is better known. Even in its darkest hour, 'Esoteric Formulae' is far too accustomed to the rays of the Sun, burning off its thin atmosphere as well as its poisonous potency. Luckily, there are no egregious moments of cringe on this album but it also seems like that sort of zealous venture out on a limb wouldn't have ever entered the members' minds going into the album either. Brainslav could do well to find ways to express himself with more variety between each hook and chorus so as to avoid pigeonholing each track into a single tone and direction. Though the album employs variety in its approaches, it doesn't take them much farther than these basic beginnings, which comes across as though a flat trajectory results from each song's blast off and ends up without atmosphere or compelling reasons to stick around after the first thrust of melodies is exhausted. Surely there is more on the cutting room floor than made it into this release because this album can't help but feel like it is missing many pieces. (Five_Nails)

(Black Market Metal Label - 2018)
Score: 75

https://baneband.bandcamp.com/album/esoteric-formulae

lunedì 3 dicembre 2018

Moonfrost - III

#PER CHI AMA: Black/Death, Celtic Frost
Ci hanno impiegato ben sei lunghi anni gli svizzeri Moonfrost per tornare sulle scene, con il seguito discografico di quel 'Starfall', che non aveva pienamente convinto gli addetti ai lavori, per quel suo sound che integrava influenze provenienti dal black scandinavo di anni '90 con il cosmic black metal dei connazionali Darkspace. Oggi, il quartetto di Solothurn torna con questo nuovo 'III' un numero che sta ad indicare il loro terzo full length, in oltre dieci anni di carriera. Il sound di questo  lavoro sembra però virare verso altri lidi, se lo compariamo alle performance passate del combo elvetico. Interessante senza ombra di dubbio, l'approccio stilistico di "Too Drugged to Dream", cosi intenso ed elegante a livello ritmico, ma ancora sgraziato a livello vocale. Parlare di black metal qui però mi sembra quasi una forzatura, potremo infatti citare gli Enslaved come influenza principale, anche se le chitarre cosi oscure, sembra vogliano evocare lo spettro dei Celtic Frost. Più ritmata la seconda song, "Frontier Spirit", una traccia che evidenzia la dissonanza a livello chitarristico quale marchio di fabbrica dell'act svizzero che palesa tuttavia un certo desiderio ad abbandonarsi a sfuriate dal sapore post black. Con "Transitions" le cose cambiano ulteriormente e ciò che mi preme sottolineare qui, è invece la performance a livello solistico in un squarcio chitarristico da applausi. La song prosegue poi in quel suo sporco lavoro, in grado di bilanciare egregiamente estremismi sonori (decidete un po' voi se death o black) con suoni commutati da influenze dall'orientamento progressive, che rendono il lavoro di sicuro interesse, ma ancora un pochino difficile in fase digestiva. Forse il classico rimedio della nonna, un po' di bicarbonato per intenderi, potrebbe tornarvi utile per assimilare al meglio la musica dei Moonfrost, ma tranquilli perchè il quartetto viene incontro alle nostre esigenze e confeziona una quarta traccia, "Obsidian", più abbordabile e magnetica, almeno nella sua prima lunga metà; la seconda parte, più dirompente, mostra una certa versatilità di fondo dei nostri nello sperimentare suoni che danno largo spazio al basso, in frangenti dal sapore post punk che chiamano in causa gli An Autumn for Crippled Children. Ecco cosa intendevo per virata stilistica all'inizio di questa recensione: i Moonfrost non sono rimasti con le mani in mano in questi sei anni e hanno sperimentato a tutto tondo cosa il proprio sound aveva da offrire per risultare più interessante. Detto che anche le successive "Doors of Perception" e l'ispirata "Beyond Death" confermano questo trend, vorrei aggiungere che quello dei Moonfrost sembra un cantiere ancora aperto, in cui l'ensemble svizzero sta lavorando alacremente per trovare una propria identità ben definita. Non posso che essere lieto di questa mutazione in seno alla band, che mostra anche nelle conclusive e atmosferiche "Halcyon" e nella rockeggiante "Thorns for a Dying Day", la loro volontà di inseguire qualcosa di originale e al passo con i tempi. La strada imboccata è di sicuro quella giusta, e lo sprono che posso dare io è di smussare quelle spigolature nel sound che rendono la proposta dei Moonfrost ancora a tratti ostica da affrontare. Partirei col ridurre la componente vocale dando maggior spazio alla musica atmosferica che a più riprese nel corso di 'III' sembra emergere. Migliorerei anche la pulizia a livello dei suoni e la loro coesione, per il resto rimango dell'idea che questi ragazzi del nord della Svizzera, hanno tutte carte in regola per poter emergere dalla massa. Per ora il mio è un voto un po' al ribasso uno stimolo a fare molto meglio in futuro, senza dover necessariamente attendere un altro lustro per ascoltare una nuova release targata Moonfrost. (Francesco Scarci)

sabato 1 dicembre 2018

Kevlar Bikini - Rants, Riffage and Rousing Rhythms

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
Era da un po' che non ascoltavo del buon punk/hardcore e devo dire che l'ultima fatica dei croati Kevlar Bikini è arrivata a puntino. Nati come quartetto a Zagabria nel 2010, i Kevlar Bikini hanno prodotto un paio di buoni album e dopo essersi ristretti in un trio, hanno da poco pubblicato 'Rants, Riffage and Rousing Rhythms' grazie al legame con la Geenger Records. Il packaging non smentisce lo stile perpetrato dalla band, un jewel case con una grafica in stile collage che vede un ninja che stende a calci un avversario mentre un occhio gigante fa da sfondo e vigila sul combattimento. Ci troviamo di fronte a dieci brani brevi ed intensi, appunto una raccolta di sproloqui, riff e ritmi trascinanti, dove i primi sono caratterizzati dal cantato forsennato del vocalist che si fa gonfiare le vene del collo fino a farsele esplodere come in "Clerofashionistas". L'intro sommessa ed oscura lascia piano piano il posto al palm muting di chitarra che cresce fino all'esplosione ritmica, con un susseguirsi di riff rabbiosi e corposi che non hanno niente a che fare con lo stile minimalista e scarno di molte band del genere. Un brano che scorre in un attimo e lascia posto a "Nailbiter Blues" che per poche battute ci inganna spacciandosi per un pezzo black metal, ma l'illusione dura poco e si va nella direzione prestabilita, relegando questo omaggio a brevi break disseminati nei quasi quattro minuti di canzone. Lo stile dei Kevlar Bikini convince sempre di più, grazie anche agli arrangiamenti ben fatti e alle influenze noise/metal dei nostri. I pattern furiosi di batteria macinano battute su battute, mentre la timbrica del cantante assomiglia sempre di più a carta vetrata dalla grana grossa e urticante. L'esperienza dei nostri amici croati si fa sentire in ogni passaggio, break e allungo, mescolando sapientemente le loro idee e fregandosene delle influenze che si portano dietro come un cantastorie errante. Il miglior brano è sicuramente "Homo Rattus" che unisce desert/psychedelic/grunge rock in un'atmosfera da film western, dove il sole acceca e la sabbia si infila in ogni orifizio accessibile. La chitarra gioca su una melodia briosa alla maniera di Josh Homme, per poi allungarsi verso power cord onirici, poi il tutto si mescola e si rincorre, dando luogo ad una traccia quasi interamente strumentale lontana dall' hardcore/punk ascoltato fino ad ora. L'entrata del sax però spiazza tutto, esibendosi in un assolo al fulmicotone, semplice ma non toglie che sia un tocco da maestri. Tutto si chiude com'era iniziato, lasciandoci soddisfatti e allo stesso tempo stupiti davanti a cotanta bravura. Non sappiamo se tre è meglio di quattro, ma i Kevlar Bikini sono cresciuti alla grande e sono pronti per far parlare di sè. (Michele Montanari)

(Geenger Records - 2018)
Voto: 80

https://kevlarbikini.bandcamp.com/

Istina - Revelation of Unknown

#PER CHI AMA: Depressive Black, Burzum, Xasthur
Nel 2014, mi ero preso carico di recensire il debut album dei russi Istina, un disco quel 'Познание тьмой', che conteneva un black furioso frammisto a parti atmosferiche. Ebbene, a distanza di quattro anni da quel lavoro, mi ritrovo fra le mani il nuovo cd del gruppo di Krasnoyarsk, 'Revelation of Unknown', cosi come tradotto dal cirillico in inglese dalla band stessa. Ben dodici pezzi per 70 minuti di musica fatta di sonorità mortifere che proseguono quanto iniziato con il loro debut. Tutto è molto palese sin dall'introduttiva "At the Peak of Madness", una scheggia di tre minuti e mezzo di black ferale che scarica parte della sua nera energia distruttiva in un breve atmosferico break centrale. E quando parte "Decayed Threads", il registro non sembra mutare troppo: il treno ritmico riprende alla grande tra blast-beat e ritmiche ribassate, ma dopo un minuto ecco lo stop a smorzare gli animi per almeno 30 sec di reminiscenze burzumiane. Poi la veemenza dei nostri riparte verso sconosciute mete lontane, ove fare sporadicamente pause, emananti forti sensori tastieristici cari al buon vecchio Conte Grishnackh. Il black degli Istina, come già scritto in passato, paga un grosso dazio alle prime release di Burzum, palesando anche qualche ulteriore influenza di scuola Xasthur. Inevitabile che un lavoro di questo tipo non possa aprirsi a grandi palcoscenici, il sound è troppo oscuro e parecchio incazzato, lo screaming ferale di N., uno dei due musicisti dell'ensemble russo - l'altro è M., non agevola l'ascolto ai profani del genere, quindi il mio consiglio è indirizzato a chi simili sonorità, le mastica già da tempo. E se "Alien One" è un litanico e doomeggiante pezzo, ipnotico quanto basta per indurci a paranoici pensieri, con la brevissima e drammatica "Awakening", la band prova ad introdurci ad ancor più insalubri anfratti della psiche umana. "Solitude" è un pezzo lento, su cui s'inseriscono le vocals ululanti del cantante, e in cui il depressive black si mostra in tutta la sua stentorea decadenza, tra ammiccamenti a Shining (quelli svedesi, mi raccomando) e ambientazioni da incubo. Non è un lavoro semplice da digerire, lo scrivevo quattro anni fa, lo confermo oggi. Gli Istina sono portatori di tenebrose ed orrorifiche ambientazioni (le strumentali "Contemplation of Mysteries" e "Perfect Shining of Darkness" nesono un esempio), ma anche di violente scariche che sembrano addirittura provenire dal punk, come quanto si sente nell'arrembante title track, una song che sembra però risentire di un certo caotico sound primordiale nelle sue linee di chitarra, il che la rende assai più ostica da assimilare. Ancor più spaventosa in fatto di violenza emanata, "Losing Control", dove i nostri sembrano davvero perdere il controllo della loro diabolica proposta, con sonorità glaciali, a tratti al limite del brutal death. Turbato emotivamente da simili sonorità, mi avvio all'ascolto delle ultime tracce: "Stopping Time" mette il freno alla violenza sin qui dissipata dall'act russo, con una proposta più controllata, all'insegna di un black doom ritmato e angosciante. Gli oltre dieci minuti di "The Return" e i lugubri minuti rimanenti affidati a "Ruins of Innermost", condensano un po' tutto quanto sentito sin qui in questo 'Revelation of Unknown', un lavoro fottutamente malvagio, riservato solo a pochi intimi fruitori di sonorità dannate. (Francesco Scarci)

giovedì 29 novembre 2018

Marilyn Manson - Heaven Upside Down

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Ventennalmente in sospeso nell'iperuranio del vorrei(essereunmusicista)-ma-non-posso (perchénon-hounbricioloditalento), il reverendo Manzotin Manson continua a fluttuare lì attorno come un fantasma abitudinario, tra un Alicecoooperino poltergeist shock rock ("Tatooeed in Reverse" significherebbe non avere rimorsi, nelle fumose parole di Manzotin medesimo), ditonelculosi doppelganger old-school cyberpanchettini (la discreta "Saturnalia"), fatue evanescenze new wave ("Blood Honey") barra David Bowie ("Heaven Upside Down") e, per tutto il resto del disco, un ectoplasmatico consesso glam oltretombale stile Nine Inch Dolls ("Say10" è senz'altro un titolo carino) cantato con la timbrica e la perizia di uno che ha appena finito di vomitarsi sulle scarpe. Il satanismo dei testi ha lo spessore di un monologo di Bargnocla e gli insistenti autobiografismi sono persino peggio (l'importanza del ruolo dell'artista: "I write songs to fight and to fuck", "Je$u$ Cri$i$"; la complessità matematica del cosmo: "One, two, three, four, five, six, seven, eight, nine, ten / revelations come in twelve", "Revelation #12"). "Threats of Romance" macina improvvidamente i riff di "Gypsy" (Uriah Heep) e "Whole Lotta Love" (dei Led Zeppelin). È l'unico motivo per cui varrebbe la pena ascoltarsela. (Alberto Calorosi)

(Loma Vista - 2017)
Voto: 50

http://www.marilynmanson.com/

One Day as a Lion - S/t

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Rapcore, Rage Against the Machine
Il lungamente atteso e velocemente dimenticato extended play dei One Day as a Lion mette in scena l'unica e ultima furibonda espressione successiva alla fuoriuscita dai R-A-T-M del lirismo acuminato e formidabilmente incursivo di Zack de la Rocha. L'insensatezza oscena delle guerre sante, tristemente attuali, ovviamente sconfessate dai profeti Cristo e Maometto nella fucilante "Wild International" diventa ahimè generica invettiva anticlericale (“Your God is a homeless assassin”, come non essere d'accordo?) nella prosaica "Last Letter". "If You Fear Dying" racconta il ruolo necessariamente e fieramente militante dell'autore, quello stesso ruolo che condusse allo sciagurato discioglimento dei Rage Against the Machine. E poi la brutale violenza di strada ("Ocean View") che assurge a espressione di un'inevitabile apocalisse moderna ("One Day as a Lion"). Se "Wild International", in apertura, riporta vagamente alla memoria il R-A-T-M sound che ricordavate, asciugatevi le lacrimucce, il dissonante prosieguo drum n' drone, squisitamente lo-fi, confusamente collocabile tra certo gangsta-noise ("If You Fear Dying") e i Jane's Addiction impallinati in un driveby ("Last Letter"), riuscirà, per motivi opposti, a fare esattamente ciò che fece il primo album degli Audioslave: confondervi. Il motto “meglio un giorno da leoni che una vita da pecora”, erroneamente attribuito a Benito Mussolini e recentemente ritwittato da Adolf Trump, fu commentato da Gramsci con queste parole: “la fortuna [di questo motto è] particolarmente grande in chi è proprio e irrimediabilmente pecora”. Chissà se Gramsci è mai stato tra le letture di Zack D-L-R. (Alberto Calorosi)