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sabato 29 ottobre 2016

This Burning Day - Elemental

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent, Tesseract
La scena rock/metal bulgara, questa sconosciuta: non riesco nemmeno a citare glorie passate e presenti del fiero paese dell'est Europa (chiedo venia per questo), quindi nella mia valutazione, mi sono basato più in generale sulla scena mondiale che ha influenzato la band di Sofia. I This Burning Day (TBD) nascono nell'inverno del 2011 nella capitale bulgara e hanno alle spalle la produzione di diverse tracce, ma solo dopo svariati live e festival, decidono di ritirarsi in studio per date alla luce il loro primo EP, 'Elemental'. I tempi lunghi di gestazione sono stati probabilmente investiti per affinare i suoni, gli arrangiamenti e riallineare gli obiettivi quando qualche elemento della band ha deciso di lasciare il progetto. I risultati sono sicuramente ottimi, a livello di sound i TBD raggiungono livelli professionali, non avendo nulla da invidiare a grandi nomi come Bring Me the Horizon, Tesseract e tutta la scena metalcore e djent da cui traggono ispirazione. Il quintetto è infatti cazzutissimo, con chitarre veloci e aggressive accompagnate da un basso che ricalca le linee melodiche, ma che insieme alla furente sezione ritmica, regalano brani incisivi e variegati. Il vocalist supera perfettamente la prova, districandosi tra un cantato melodico, growl e scream senza battere ciglio, aiutato da seconde voci che, messe nei punti giusti, aumentano l'impatto sonoro delle tracce. "A Former Life" è il concentrato di quanto appena detto, con i suoi quasi cinque minuti ben sviluppati con un'ottima contrapposizione tra sezioni ad alto contenuto di tensione ed oscurità che si risolvono in allunghi ariosi e distesi con ottima sinergia delle parti. Gli spunti elettronici aiutano nel complesso, anche se non sono determinanti, necessiterebbero di più spazio per esprimersi al meglio. Questo succede in "If You Feel the Same", in particolare verso la fine quando una timida tastiera tesse un semplice rintocco di note che, ricche di riverbero, evocano un suono astrale ed etereo. Gli assoli e i riff di chitarra sono come ci si aspetta, ma non diamo per scontato cotanta tecnica e varietà, anche se il livello generale degli ultimi anni è in netta crescita. Registrazione, mix e mastering sono da manuale, sarei curioso di ascoltare un live e vedere se tutto ciò è almeno in parte sostenibile fuori dall'ambiente ovattato e sicuro dello studio di registrazione. Dopo aver ascoltato i video della band sul tubo, sembra essere proprio cosi, e allora il quintetto può dirsi maturo anche in questa parte. Ben fatto il digipack e leggendo anche i testi, si nota la cura nel ricreare atmosfere oscure dove, tra ambientazioni urbane e opprimenti, lo spirito cerca una via di fuga e un modo per riscattare un'esistenza apparentemente circondata da sofferenza. Una band che dopo aver fatto i compiti per casa, ovvero aver studiato per bene la scena metalcore/djent attuale, ora è pronta a contribuire con la propria creatività. Speriamo sia così, sarebbe una gran bella sorpresa per il full length che arriverà, prima o poi. (Michele Montanari)

(Self - 2016)
Voto: 75

Martin Nonstatic – Nebulae Live at the Planetarium

#PER CHI AMA: Ambient/Electro/IDM
In un contesto particolare quale può essere il planetario Zeus A Bochum in Germania, la Ultimae Records ha proposto ai suoi artisti di suonare live, un'occasione ghiotta di vedere questi illuminati dal vivo, in una situazione almeno in parte non consona al mondo musicale. Nel febbraio di quest'anno, Martin Nonstatic, supportato dalle proiezioni di Tobias Wiethoff, ha portato la sua musica visionaria in sintonia con l'ambiente circostante, creando un legame psicofisico con l'illusione spettacolare che può creare un planetario, geniale invenzione, che tra le tante proprietà, è in grado di riprodurre i principali movimenti dei corpi celesti e gli spostamenti apparenti dei pianeti e della Luna sulla sfera celeste. Così tra una costellazione e l'altra, nasce 'Nebulae', con il suo artwork di copertina esemplare, curatissimo e raffinatissimo, come spesso accade con l'etichetta di Lyon. La registrazione live della performance è di alta qualità e di sicuro effetto estatico. Martin centra perfettamente la sintonia con il viaggio interstellare, creando rumori e suoni ipertecnologici e futuristi, inflazionati da un concetto di infinito e spazio aperto senza confine, ammaliato da spettacolari corpi celesti. Una musica d'ambiente che vira profondamente verso la colonna sonora di un film di fantascienza, per un'ora di suoni elettronici hi-fi che comunicano con Kraftwerk e robot vari, che trasformano l'ambient di Brian Eno in un sogno cyborg, senza dimenticare l'elettronica anarchica degli Autrechre, rivista in una forma rallentata e rarefatta a dismisura, e dotata di una venatura chill-out da outsider, rifiutante le mode, rendendo alla fine il tutto attraente e affascinante. Le capacità dell'artista austriaco sono indubbie e la sua sensibilità compositiva merita apprezzamento e rispetto. La sua volontà di ricerca è assai propositiva e rivolta ad un pubblico che ama un ambient impegnativo ma anche coinvolgente, una sorta di rigenerazione sonora fatta di grappoli sonici minimali, rumori e ritmi profondi, ancestrali, ipnotici e cinematici. Una lunga colonna sonora eseguita dal vivo che testimonia una serata di grazia creativa e una maturazione raggiunta che può accompagnare il musicista di Linz ovunque nell'universo sonico. Martin Nonstatic sta scrivendo pagine interessantissime della musica ambient sperimentale, pagine che non possono passare inosservate. 'Nebulae' è un ottimo lavoro d'introspezione sonora, di esplorazione ambientale con un tocco di elettronica raffinata e intelligente, un'altra pietra miliare aggiunta alla discografia di un talento tutto da scoprire ed apprezzare. (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2016)
Voto: 80

venerdì 28 ottobre 2016

Ekstasis – The Adversary

#PER CHI AMA: Neofolk acustico
L'universo della musica folk è talmente inconsueto e trascendentale che se si evita il tradizionale e quindi omologato, per ovvi motivi, standard d'esecuzione, si hanno sempre nuove e ottime sorprese. La super band in questione viene da Olympia, Washington (anche se il loro sound non ha nulla di americano) e suona come una sorta di neofolk dalle tinte color pastello molto calde e avvolgenti, con una componente mistica di elevata intensità e, cosa che li contraddistingue dalla grande massa, è un confine labile tra classicismo barocco e folk acustico di rara bellezza e forte emotività. Al secondo album, uscito in collaborazione con la Pest Productions via Invisible Oranges, Johnny DeLacy alla chitarra e voce (Faun, Threnos, Fearthainne), coadiuvato alla seconda chitarra da Ray Hawes (Skagos, Iskra), e con Mara Winter ai flauti, Mae Kessler al violino, Marit Schmidt alla viola (Sangre De Muerdago, Vradiazei, Memory boys) e Michael Korchonnoff (Alda, Fiume, e Novemthree) alle percussioni e voce, i nostri Ekstasis sfornano un disco decisamente di alto livello riuscendo a compiere quel salto finale che li colloca tra le migliori uscite in ambito neofolk degli ultimi tempi. Già nell'album precedente, il paesaggio acustico era portato ad una bellezza senza tempo mentre in questo secondo lavoro la bellezza diviene infinita con picchi di qualità che sfiorano la divinità. In primis, il gusto espresso per un sound colto e rurale (passatemi il termine), una produzione egregia, e un suono talmente naturale che sembra di entrare in un paesaggio medievale immerso nella natura fin dalle prime note d'ascolto; poi, il legame con album epocali come 'Beautiful Twisted' di Sharron Kraus, 'Quaternity' dei Sabbath Assembly o le alchimie ancestrali dei bretoni Triptyque e del folk senza tempo dei mitici Sedmina, è indissolubile e inevitabile per una comune capacità di reinterpretare il folk in termini futuristi senza mai tagliare il cordone ombelicale che lo lega alle radici più oltranziste del genere. Nei sei brani spettacolari contenuti in 'The Adversary' troviamo diverse provenienze musicali riprese da mondi diversi, tutte attinenti al folk più radicale, ma sia chiaro, nessuna parentela con il folk metal o affini, qui c'è un totale isolamento dalla musica di routine ed un'enfasi estatica memorabile tradotta in influenze celtiche, musiche dell'est Europa e tanto altro. Non vi è un brano meno splendido dell'altro, tutti insieme formano una sorta di lungo pellegrinaggio verso una terra di nuova speranza, sofferta e cercata, passando da un impatto epico, sognante e malinconico. Musicisti navigati ed esperti gli Ekstasis, si mostrano oggi desiderosi di creare nuove pagine di una tipologia di folk concettuale, legata saldamente al passato ma lanciata più che mai nel costruire nuovi territori sonori acustici, affascinanti, intimi e barocchi. Senza tempo né origine geografica, universali connessi alle visioni eteree di band quali Ataraxia, Dead Can Dance e The Moon and the Nightspirit. Se il mondo si affidasse alle musiche di artisti come questi, la vita spirituale di tutti sarebbe di uno spessore decisamente più elevato. Capolavoro tutto da scoprire! (Bob Stoner)

giovedì 27 ottobre 2016

Trust Your Heart - Not by the Sword But by the Cross

#PER CHI AMA: Dark/Christian Black Metal, Sine Macula
Erano i primi anni '90 quando sentii parlare per la prima volta di Christian death metal, in particolare di una band australiana, i Mortification, che inneggiavano alla cristianità e alla lotta al maligno. Da li in poi il fenomeno del metal cristiano (o anche white metal), ha visto qualche paladino elevarsi più di altri, e penso ad esempio ai Saviour Machine. Quest'oggi mi trovo fra le mani una one-man-band italiana dedita al medesimo genere, più che altro a livello di contenuti lirici. Si tratta dei Trust Your Heart, band capitanata da Cesare Sannino, mente per un decennio fra gli altri, degli Anima Capronii. 'Not by the Sword But by the Cross' è il sesto album nel giro di poco più di un anno per l'atipico mastermind italico. E ahimè, credo fosse meglio concentrarsi maggiormente sull'uscita di un singolo lavoro piuttosto che rilasciarne addirittura sei, quasi un record. Questo perché l'album, rilasciato in formato cd-r, suona terribile già a livello di produzione, proponendo poi un (un)black metal contaminato da litanici sermoni cristiani. Alla pessima registrazione si aggiunge poi l'orribile suono della drum machine, che dal primo tocco nella opening track, fino alla conclusione del cd, non cela le lacune tecniche del musicista di Sondrio. Il suggerimento in primis che mi sento di dare è quindi di assoldare un batterista in carne ed ossa e dare un'anima più viva al progetto, ne beneficerebbe fin da subito la musica, in cui peraltro il buon Cesare prova ad inserire qualche richiamo folk o addirittura rievocare il sound dei Sine Macula, band electro-dark-metal, che trovò un po' di visibilità all'inizio del 2001. Il disco alla fine contiene sei brani, in cui il musicista lombardo imbastisce dei semplici riff di chitarra, certamente non memorabili, su cui poi alterna uno screaming arcigno poco convincente e un cantato pulito scadente e in cui le parti più acute, risultano davvero stonate. I tentativi da parte di Cesare nel rendere vivace il proprio sound ci sono tutti, ad esempio l'utilizzo di caterve di synth elementari e atmosfere che verosimilmente potevano andare bene 30 anni fa; penso alla conclusiva "Victory Belongs to Jesus Christ" con i suoi richiami dark alla The Cure. Oggi, con tutta la tecnologia che si ha a disposizione, non è plausibile avere come risultato un lavoro di questo tipo. Bisogna fermarsi a riflettere quali siano i reali obiettivi nel rilasciare un lavoro come questo, se quello di catturare l'attenzione dei metalheads (fallito), se destare scandalo tra le 'zine (centrato in pieno) o semplicemente per divertirsi a far musica pur tenendo in considerazione gli scarsi risultati. Chiuderei pertanto la mia recensione con un celebre aforisma di Oscar Wilde, "Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”, che forse alla fine è il reale scopo dei Trust Your Heart. (Francesco Scarci)

mercoledì 26 ottobre 2016

Eterna Rovina - Metamorfosi

#PER CHI AMA: Black Depressive, Movimento d'Avanguardia Ermetico
Le one-man-band rischiano di essere fin troppo inflazionate ultimamente; l'ultima arriva da Urbino, gli Eterna Rovina, ed è opera di tal F., membro peraltro di Batrakos e Sonnenrad. Il giovanissimo musicista marchigiano (21 anni), ci presenta 'Metamorfosi', disco uscito per diverse etichette, tra cui la messicana Silentium in Foresta Records, che ha dato alle stampe la prima release di 'Metamorfosi' e la nostrana Adimere Records, che ha ristampato un cd che era andato velocissimamente sold-out. Questo potrebbe lasciar presagire le ottime qualità del mastermind italico, ma andiamo con ordine e cerchiamo di analizzare pregi e difetti di questo lavoro d'esordio. Intro rumoristica e poi il suono del mare ci conduce a "Decadendo nel Flusso", traccia di black mid-tempo, che sottolinea la vena atmosferica degli Eterna Rovina e di un sound che a più riprese, apparirà ispirato dalla natura e dalla cosmologia filosofica, ma che in termini di suoni, risulterà invece penalizzato da una registrazione a tratti imbarazzante. Peccato, perché la traccia d'apertura (che ritroveremo anche ne "Il Respiro del Silenzio") mette in luce un sound ancestrale, primigenio, condito da serratissime ritmiche su cui si stagliano gli aspri vocalizzi di F., ma che aprono anche a desolati paesaggi evocanti lo spirito del maestro Varg Vikernes. A questo aggiungete poi una diffusa vena malinconica che permea e dona una aurea di mistero all'intero lavoro, contribuendo anche ad una certa alternanza ritmica che si sposa egregiamente con la proposta degli Eterna Rovina. "Memorie del Caos" è un brano più ritmato, che dall'inizio alla fine non ha da offrire grossi sussulti se non una coerente linearità ritmica sovrastata dall'arcigna performance vocale di F. che ci accompagna fino al secondo intermezzo noise "Eco Astrale II". "Ombre di Cenere" non si discosta poi molto dalle precedenti, garantendo sonorità adombrate (quasi funeral doom) di cui sottolineerei il cantato in italiano facilmente intellegibile e uno spaccato di musica lirica da brividi, che eleva qualitativamente, anche se per pochi secondi, la proposta dell'oscuro individuo che si cela dietro al moniker Eterna Rovina, che si avvia verso un epico finale. Ancora una manciata di secondi all'insegna di suoni misteriosi e tocca a "Il Respiro del Silenzio" regalarci squarci di musica emozionale che si muovono tra depressive e post black (in un finale pazzesco), evocando a più riprese la proposta dei piemontesi Movimento d'Avanguardia Ermetico. Quel che stona però nella proposta del musicista italiano è una certa artificiosità nei suoni di batteria (ah, maledette one-man-band con la drum machine!!) e poi il grossolano errore a livello di volumi a fine brano (e inizio successivo) in cui sembra ci sia qualcuno che si diverta a fare su e giù con la leva dei volumi, un vero peccato, che comunque non pregiudica la prova dignitosa di un giovane musicista che ha davanti a sé tutto il tempo per migliorare, imparando dagli errori passati. Alla fine 'Metamorfosi' è un disco per certi versi interessante, ma che necessità di una maggior cura nei dettagli per evitare quei grossolani errori che rischiano di oscurare la buona riuscita di un album. (Francesco Scarci)

martedì 25 ottobre 2016

The Pit Tips

Francesco Scarci

Chiral - Gazing Light Eternity
Fjord - Portrait for a Reflection
They Seem Like Owls - Strangers

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Don Anelli

Untimely Demise - Black Widow
Brutally Deceased - Satanic Curse
Sin of God - Aenigmata

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Kent

16 Horsepower - Sackcloth 'N' Ashes
Nudist - See The Light Beyond The Spiral
Zippo - Maktub
 

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Stefano Torregrossa

Meshuggah - The Violent Sleep Of Reason
Brain Tentacles - Brain Tentacles
Monolord - Lord Of Suffering / Die in Haze
 

Except One - Haunted Humanity

#FOR FANS OF: Melo Death/Metalcore, Eths, The Agonist
Emerging from the French underground, the new EP from Melodic Death Metal/Metalcore hybrid Except One have quickly become a vibrant part of the scene with the five-piece honing into a fine mixture of aggression and beauty. As is the case for most modern female-fronted efforts in the style, the main crux of the band is the ability to shift between the deep, heavy churning riff-work with the accompanied gruff, violent vocals while still maintaining a clear balance of lighter, groove-centered work throughout here that gives this a strong overall variety between the aggressive rhythms and relaxed melodies. While it’s somewhat of a one-note approach without really bringing any kind of differentiatly throughout here, for the most part there’s not a lot to dislike here with the consistency ringing true throughout here. Intro ‘Rise’ whips along through a series of tight chugging breakdowns and stylish mid-tempo groove-centered riffing that carries along nicely through the rather charged final half for a solid, impressive opening highlight. ‘Lost’ offers along a slightly more up-tempo and energetic variation with a greater emphasis on deep, heavy chugging and twisting metalcore-styled rhythms while ramping up the breakdowns and sprawling patterns into the finale for another strong highlight. ‘Schizofriend’ takes on slightly more melodic swirling riffing alongside some ferocious and strong grooves wrapping around the sprawling massive rhythms that chugs along into the final half for a fine if solid enough effort. ‘Revenge’ returns to the strong and tightly-wound chugging patterns found here with plenty of fine breakdowns amongst the groove-filled chugging into the finale for a much stronger effort. ‘Elm Street’ features a strong plodding chug rhythm and swirling breakdowns alongside the slower pace while bringing in the stronger and less intensive charging rhythms leading into the grinding finish. ‘Disease’ brings forth plenty of strong and straightforward grooves among the swirling riff-work offering ferocious and charging blasts of strong swirling melodies into the final half for another fine highlight. Lastly, album-closer ‘7even’ moves past a trinkling opener into another strong, swirling blast of grooves and churning riffing to a fine, melodic whole offering the charging breakdowns and grooves heading into the finale for another nice effort and a good lasting impression. On the whole there’s quite a lot to like here. (Don Anelli)

lunedì 24 ottobre 2016

Monkey3 - Astra Symmetry

#PER CHI AMA: Stoner/Prog Rock
I Monkey3 sono tornati e con molto piacere ho avuto modo di ascoltare il nuovo album da poco uscito, 'Astra Symmetry', gentilmente fornitomi direttamente dalla band. Per chi non li conoscesse, i Monkey3 sono una band svizzera nata nel 2001 che ha all'attivo quattro album, tra cui 'The 5th Sun' uscito nel 2013, osannato dalla critica internazionale come un masterpiece nel genere prog/stoner rock strumentale. La band infatti ha calcato i palchi dei più grandi festival sempre con ottimi riscontri da parte del pubblico. Le nostre scimmie tornano dopo tre anni di incubatrice sonora e sfornano un lavoro monumentale, un concept album incentrato sui quattro elementi fondamentali e le costellazioni che popolano il nostro cielo. La versione digitale pervenutami è infatti divisa in quattro cartelle (fuoco, aria, acqua e terra) per un totale di dodici brani che vanno dai quattro minuti scarsi agli otto abbondanti. Il quartetto, composto da batteria, basso, chitarra e tastiere, ha rivoluzionato il proprio sound, diventando più riflessivi nella composizione, concedendo largo spazio alla psichedelia stile Pink Floyd come ad esempio accade in "Arch". Un trip che parte da un'intro lunghissima, fatta di suoni drone a cui si aggiungeranno batteria e basso per costituire una colonna sonora eterea e liquida. Le chitarre entrano con calma, con feedback ed effetti space a rincarare la dose e quando la nostra mente è ormai sull'orlo dell'oblio senza fine, arriva l'esplosione ritmica con un assolo "gilmoriano" che vi farà scorrere un brivido lungo la schiena. "Seeds" esplora i confini del prog, ritornando ad un rifferama più vicino ai precedenti album, ma caratterizzato da una minor arroganza e da una certa ariosità, con uno studio maniacale dei suoni che rivestono un ruolo di pari importanza con quello delle linee di chitarra. La struttura infatti è articolata e segue un'evoluzione dinamica, sempre mantenendo un'impronta più introspettiva. Anche "Dead Planet's Eyes" segue questo filone, con archi che danno un tono epico, stavolta supportati da un cantato che si destreggia bene sulle note, dosando sapientemente dinamica e timbrica. Le ascese delle tastiere lasciano libertà alla chitarra che non deve occuparsi dei tappeti sonori e quindi tornano a srotolare i assoli classici del genere, decisamente ben fatti. Probabilmente il miglior brano se dovessimo sceglierne uno, ma preso da solo non ci fa apprezzare appieno le diverse sfaccettature che i Monkey3 hanno scolpito in questo 'Astra Symmetry'. "Crossroad" è inizialmente un brano più oscuro, viscerale, caratterizzato da chitarre più aggressive e da un cantato spirituale che ricorda gli OM. Poco dopo il mood cambia, come una raggio di luce che trafigge la spesse nubi e riporta la vita su un terreno sterile che aspetta solo una scintilla per ritornare rigoglioso. Con "Mirrors" la band affronta invece la psichedelia/prog degli anni '70, con chitarre leggere (anche acustiche) e un flauto sintetizzato che trasuda atmosfere folk da tutti i pori. Dopo circa settanta minuti di musica, possiamo dire che i Monkey3 sono cresciuti proiettandosi in avanti, lasciando (per il momento) indietro sonorità più aggressive, per regalare un album corposo, mistico e maturo, una intelligente evoluzione del loro sound e non un cambio di rotta. Evviva Darwin. (Michele Montanari)

(Napalm Records - 2016)
Voto: 80

https://www.facebook.com/monkey3band/

Astral Path - An Oath to the Void

#PER CHI AMA: Post Black, Wolves in the Throne Room
Formatisi solamente lo scorso anno ad Ottawa, i canadesi Astral Path si confermano già band abbastanza matura sotto il profilo musicale. Questo non è passato ovviamente inosservato alla sempre attenta Avantgarde Music, che scandagliando tutto il globo, ha pensato bene di mettere sotto la propria egida il duo composto da Ana Dujaković, basso e tastiere e Justin Bourdeau, che siede dietro alle pelli, viaggia a ritmi poderosi con la sua sei corde ed è anche voce dei nostri. Cinque brani che oscillano tra sonorità ambient (quelle del lungo interludio iniziale di "Maroon Sea") e post black atmosferico che divampano nella seconda parte della opening track, con un sound minaccioso, ritmiche incalzanti e uno screaming posseduto. Con la title track, i due continuano a correre come indemoniati con ritmiche propulsive costituite da abrasivi riff zanzarosi e blast beat schizoidi, anche se poi le ottenebranti atmosfere contribuiscono a rendere il flusso sonico più controllato e arioso, andando quasi a toccare un che degli Agalloch. "Between Appalachia and the Shield" ha una andatura più compassata, un black doom introspettivo dal forte flavour malinconico, le cui melodie aleggiano nell'aria come il vento gelido del Polo Nord, tagliente e spettrale, e con un finale affidato alla chitarra acustica di Justin. Furia iconoclasta contraddistingue invece "A Virulent Delusion", un pezzo di cui si poteva anche fare a meno, non aggiungendo nulla a tanta musica piattina che gira sul web. Gli ultimi undici minuti sono affidati a "To Vega... Nebulous Anatomy" e a quel suono cosmico proveniente dalla stella Vega, scandagliato da Jodie Foster nel film "Contact". Speravo in una migliore evoluzione della traccia, in realtà il brano si lascia andare tra cavalcate black e intermezzi strumentali in una song fatta di melodie siderali. 'An Oath to the Void' è un discreto punto di partenza da cui spiccare il volo verso la volta celeste. (Francesco Scarci)

domenica 23 ottobre 2016

Aanod - Yesterday Comes Tomorrow

#PER CHI AMA: Metalcore, In Flames
Che non sia un fan del metalcore è risaputo da tempo, quando poi ricevo i cd in formato CD-r tendo ad innervosirmi parecchio e propendere per il mio sport preferito, il lancio del disco fuori dalla finestra. Questa volta devo ammettere di aver cercato di mitigare il mio caratteraccio per dare una chance ai francesi Aanod, concedendogli qualche attenuante che non starò qui a spiegare. Placata la mia furia, eccomi all'ascolto di 'Yesterday Comes Tomorrow', dischetto di sette pezzi, votati a sonorità metalcore. Gli Aanod sono parigini e si dilettano nel proporre pezzi immediati, energici, un po' ruffiani sebbene attingano le proprie influenze anche dall'hardcore, cosi come pure da tutta quella miriade di band che fa dell'utilizzo di ritmiche sincopate il proprio credo, non dimenticandosi ovviamente il dualismo vocale pulito (emo?)/growling. Ebbene, immagino anche voi abbiate già capito dove incasellare la proposta di questa band, tuttavia non è tutto da buttare nel cestino del già sentito il disco degli Aanod. Sebbene le prime due tracce puzzino lontano un miglio di già sentito, è in realtà con la terza traccia che i nostri iniziano a svoltare e catturare la mia attenzione. Date pertanto un ascolto veloce alle prime due canzoni ma concentratevi piuttosto su "Resource" e il suo stile che omaggia in primis gli In Flames, ma che poi s'incupisce in un riffing più ritmato e decisamente oscuro, in un brano che vede ricordare, a livello di cori, anche un che dei Deftones. "Pariah" è un'altra song che coniuga il metalcore melodico con una certa vena cibernetica, in cui comunque sottolineerei la performance, parecchio convincente, del vocalist. Si prosegue sulla stessa scia anche con i successivi brani, dove i synth provano a regalare una maggiore freschezza a brani altrimenti un po' piattini. Sebbene ci sia ancora da lavorare parecchio alla ricerca di una propria ben definita personalità che qui fa fatica ad emergere, il disco si lascia ascoltare piacevolmente, tra piacevoli alti e noiosissimi bassi. Per ora, per soli fan del genere. (Francesco Scarci)

venerdì 21 ottobre 2016

Seventh - The Herald

#PER CHI AMA: Post Metal/Sludge, Neurosis
Sette sono i colori dell'arcobaleno, sette sono i giorni della settimana; sette sono i colli di Roma e sette sono i mari secondo gli antichi Greci. Ancora, sette sono i peccati capitali e sette sono le virtù, sette è tante cose, il numero simbolo per eccellenza della ricerca, che rappresenta ogni forma di scoperta e conoscenza. Con il numero sette si va poi all’esplorazione delle parti più intrinseche dell’esistenza fino ad arrivare alla scoperta del suo significato più profondo. Questo preambolo per introdurvi i Seventh (settimo), il nome della band veneziana che ci regala questo 'The Herald', un concept album contenente (ovviamente) sette pezzi che ci conducono in un viaggio cosciente della mente e dell'anima. E il disco è concepito come un viaggio allegorico di un uomo comune che sostiene la libertà e nega la religione e le restrizioni culturali di ogni genere, una storia dai contenuti assai interessanti. Cosa di meglio allora di una perfetta colonna sonora per accompagnare questo intrigante racconto? Detto fatto, i Seventh ci regalano quasi tre quarti d'ora di musica che si muove negli anfratti più oscuri del post metal, con sette piccole gemme, di cui vi citerei immediatamente le mie preferite: la opening track, "The Apostate", che dischiude l'irruenza, la morbosa schizofrenia e l'imprevedibilità di questo trio, in una traccia che, se fosse stata scritta dai Neurosis, avremmo gridato al miracolo. "The Desert" ha un incipit più marziale e un'andatura successivamente più ipnotica, calda, addirittura anthemica. Un break centrale ne spezza l'incedere ritmato e lo screaming caustico di Maximilian si tramuta per alcuni istanti in un cantato pulito e rassicurante, in una traccia comunque dal forte sapore sperimentale, che troverà la sua naturale continuazione in un'altra apparentemente più delicata, la successiva "The Tower", in grado di regalare una prima metà decisamente soft a cui fa da contraltare una seconda parte più feroce. Contorta non poco invece "The Exile", forse la song più complessa del lotto, in cui rabbia, melodia, malinconia, ambient, post metal, alternative, progressive (e tanto altro) convivono beatamente in un flusso magmatico che talvolta appare liquefatto e in altri casi si rivela duro come la roccia. "The Monarch" è un altro esempio di sonorità intimiste, complice nuovamente l'uso di vocalizzi puliti inseriti in un contesto musicale rilassato, almeno per una manciata di minuti, prima che la traccia muti forma e natura, volgendosi verso un riffing di matrice statunitense che chiama nuovamente in causa i paladini Isis e Neurosis, con le vocals che qui si palesano verso uno stile più votato all'hardcore. "The Dawn" ha un piglio decisamente ambient, per quel cantato quasi litanico del frontman e per una traccia che va insinuandosi nei meandri del noise/drone. "The Throne" è l'ultimo pezzo, un'ultima rivisitazione da parte dei Seventh, del post metal americano qui intrisa da pesanti atmosfere doomish. A proposito, che sbadato, dovevo menzionarvi solo i miei brani preferiti e alla fine li ho descritti tutti, forse perché realmente sono meritevoli di un approfondito ascolto. (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2016)
Voto: 80

https://seventhofficial.bandcamp.com/releases

giovedì 20 ottobre 2016

All You’ve Seen - Elements – Part II/Translucence


#PER CHI AMA: Post Rock/Ambient, Mogway, Mono
Di questi All You’ve Seen si sa ben poco, se non che si tratta di un trio proveniente dalla Svizzera, e che 'Elements – Part II' (di cui però non mi risulti esista anche una 'Part I') dovrebbe essere il loro secondo album sulla lunga distanza, in una discografia che, dal 2009, conta peraltro un paio di EP. L’artwork elegante del cd non contribuisce a svelare il mistero, recando informazioni che si limitano ai titoli dei brani e ai crediti delle fotografie e dei field recordings. Il loro è un rock strumentale in cui le chitarre sussurrano e gridano come nella migliore tradizione post rock di modelli come Mogwai o Mono, con una spiccata capacità di costruire crescendo emozionali davvero importanti. Non sono certo dei virtuosi, ma la loro musica tende a toccare ben altri tasti, tutta improntata all’impatto emotivo, al fragore contrapposto ai silenzi, in una perfetta sintesi di quella che sembra essere l’ispirazione del disco, ovvero la potenza degli elementi naturali. Se 'Elements – Part II' viveva di contrasti molto forti e molto fisici, 'Translucence', lavoro del 2016, è un album dai toni più lenti e riflessivi. Il disco ha un andamento ondivago, dall’impatto fragoroso della traccia di apertura "Glass Outline" alle rarefazioni di brani come "Veiled" o "Sinus", gli otto brani sembrano immergersi l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, come diversi movimenti di un’unica sinfonia. Mentre il disco precedente era improntato essenzialmente sulle chitarre, in 'Translucence' la sei corde è anche capace di defilarsi e lasciare il campo a tappeti sonori di stampo quasi ambient, tanto che il vero e proprio strumento guida dell’intero lavoro sembra essere la batteria, che scandisce il tempo in maniera solenne, come fosse la pulsione vibrante di un qualche organismo vivente. Il suono degli elvetici sembra fatto di una materia gassosa, capace di diradarsi fin quasi a rendersi impalpabile, tanto quanto poi di espandersi improvvisamente occupando tutto lo spazio a disposizione e saturando l’atmosfera. È una musica fatta di movimenti ampi e lenti, che si muove al ritmo di un respiro largo, consapevole, mai affannoso. Due dischi alla fine non facili ad un primo ascolto (soprattutto l’ultimo), per quanto risultino fin da subito conturbanti. Ma è un fascino sottile e scuro, fatto di strati sottili e semitrasparenti che si depositano uno sull’altro lasciando però intravedere quello immediatamente sottostante, fino a costruire architetture ardite e sempre fortemente guidate da un’emotività mai sopita. (Mauro Catena)