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mercoledì 29 giugno 2016

Master's Hammer - Formulæ

#PER CHI AMA: Occult Black Sperimentale
Era il 1993 quando uscì 'The Jilemnice Occultist', un album che ebbe un forte impatto nella mia crescita di metallaro, grazie ad un sofisticato e progressivo sound black metal, fino ad allora senza precedenti. Sono passati 23 anni da quel lavoro e, dopo una serie di vicissitudini che hanno tenuto la band in standby per quasi tre lustri, i cechi Master's Hammer (MH) sono tornati a produrre dischi con una certa continuità. Ed ecco l'ultimo arrivato, 'Formulæ', una release contenente ben 15 nuovi psichedelici pezzi di black ipnotico ed occulto, chiaramente cantato in lingua madre, come da tradizione in casa MH. L'attacco, affidato a "Den Nicoty", ci consegna l'act di Praga in un buono stato di forma, con un pezzo non troppo lungo ma con una bella melodia di fondo, ancora in grado di riportarmi ai fasti di quel capolavoro che fu 'The Jilemnice Occultist'. È già con la seconda "Maso z Kosmu" che la proposta dei nostri viene contaminata pesantemente dall'elettronica, in un pezzo mid-tempo in cui affiorano più forti che mai gli sperimentalismi obliqui del terzetto ceco. Le caratteristiche di fondo della band sono comunque rimaste immutate nel corso di tutti questi anni: la voce inconfondibile di Franta Štorm cosi come le chitarre distorte e malate di Necrocock, mentre una lunga serie di elementi innovativi, ha trovato posto nella spina dorsale dei MH. Si parlava di sperimentalismi e 'Formulæ' ne è ben ricco: in "Votava" c'è l'utilizzo di un quello che credo che sia un trombone, mentre la successiva "Shy Gecko", oltre ad essere un pezzo assai tirato, offre un chorus molto ruffiano che mi lascia quasi del tutto disorientato. I Master's Hammer filano dritti che è un piacere con pezzi che si assestano tutti sui quattro minuti, contraddistinti da una carica di groove non indifferente e dall'utilizzo di una matrice elettronica davvero ispirata, talvolta addirittura un po' troppo spinta che per certi versi mi ha evocato il periodo più sperimentale dei Samael. Cosi, i synth, in stile elicottero, si affiancano alle vocals e all'impianto ritmico dei nostri in "Arachnid", in una traccia minacciosa e ossessiva. Una serie di break visionari spezzano l'irruenza di "Všem Jebne", mentre il riffing di "Biologické Hodiny" ha un che di spaziale nel suo incedere che la elegge quale mia song preferita dell'album. Nelle note di 'Formulæ' aspettatevi di trovare ben poco di convenzionale: "Phenakistoscope" è un brano etnico e tribale che sancisce il distacco quasi totale dei nostri dal black metal e apre la strada a nuove forme musicali assolutamente fuori dai normali schemi compositivi, cosi come accade nella frammentata "DMT" o nella delirante "Podburka", che ci conduce in altri territori inesplorati del mondo metallico. C'è anche modo di rievocare il passato con il riffing acuminato di "Jazyky", ma delle tastiere liquide e psicotiche, avranno il merito di deviarvi la mente verso la follia più totale. L'unico neo che potrei trovare al disco è relativo all'elevato numero di pezzi che lo costituiscono, forse avrei fatto a meno di almeno un paio di questi, certo non della southern western "Rurální Dobro" o dell'orientaleggiante finale affidato a "Aya", a confermare l'imprevedibile originalità di questo trio che da quasi 30 anni ci travia con le loro suggestive musiche aliene. (Francesco Scarci)

(Jihosound Records - 2016)
Voto: 80

https://www.facebook.com/MastersHammerOfficial

Interview with Wyrding



A funereal echo emanates from deep within the abandoned outskirts of Antigo, Wisconsin... 
Follow this link to know the incredible guys of Wyrding:

martedì 28 giugno 2016

Suicide Commando - Axis of Evil

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: EBM
Era il 2003 quando mi ritrovai tra le mani il nuovo album di Suicide Commando, senza ombra di dubbio l'uscita discografica che quell'anno attendevo con maggior impazienza! Vi posso assicurare che fu veramente sorprendente ciò che Johan Van Roy era riuscito a fare in 'Axis of Evil', un album che ad un primo ascolto poteva anche sembrarvi molto diverso dalla precedente produzione dell'artista belga. In particolare con 'Construct Destruct' e 'Mindstrip', Johan ci aveva infatti abituato ad una forma di EBM talmente personale ed inconfondibile che ogni singolo aspetto della sua musica sembrava perfetto esattamente così com'era, senza bisogno di cambiar nulla e senza che nessun fan si fosse mai aspettato in verità alcun stravolgimento di sorta. Suicide Commando rientrava insomma in quella categoria di progetti musicali ai quali non chiedi altro che i soliti ingredienti per rimanere soddisfatto, come se la forte dipendenza da una formula ormai ben consolidata e familiare ti facesse apparire poco attraente qualsiasi prospettiva di cambiamento. Così anch'io ho dovuto ascoltare 'Axis of Evil' alcune volte prima di riuscire ad abituarmi alla sua diversità che, seppure non eclatante, si poteva sicuramente avvertire in una maggior varietà delle vocals, in una produzione più morbida e soprattutto nella tendenza dei brani ad assumere una struttura più complessa che in passato. Il risultato fu un'apertura intelligente verso un suono che legava violenza e melodia dosando entrambe in quantità pressoché perfette ed eccedendo nell'una o nell'altra solamente quando ne convenisse ad un effetto complessivo di immediatezza, la quale sarebbe stata difficile da ottenere se non fosse che il responsabile di tali equilibri era un musicista con alle spalle già un'esperienza più che decennale nell'ambito dell'elettronica. Quello di 'Axis of Evil' era un flusso ininterrotto ed avvolgente di beat che instaurava un dialogo continuo con i vari campionamenti utilizzati e con le urla rabbiose di Joahn, il quale alternava alla sua tradizionale prestazione vocale inedite vocals robotiche che meglio si adattavano alla vena dance-floor di episodi quali "Face of Death", "Reformation" o "One Nation Under God". Trovo non vi sia nulla di studiato o di "sornione" nell'accessibilità di questi brani moderati ed orecchiabili, ma vi si intraveda piuttosto il desiderio di voler allargare lo spettro emozionale della propria musica su un campo più vasto, che potesse ricoprire una varietà di umori differenti. La fusione tra linee di basso distorte e pesantissime percussioni non venne comunque relegata in secondo piano trovando il suo sfogo più aggressivo in "Plastik Christ", il cui testo confermava ancora una volta la posizione fortemente critica di Johan nei confronti della religione. Ma il concept lirico dell'album affrontava in maniera dura e provocatoria numerosi altri argomenti d'attualità per l'epoca, dal tema del suicidio fino a quello spinoso dell'allora situazione politica internazionale. Non so se fosse corretto chiamarlo capolavoro, le premesse c'erano comunque tutte! Io non posso fare altro che consigliarne l'ascolto a tutti coloro che non conoscono Suicide Commando e a farsi conquistare da 'Axis of Evil', avvicinandosi in questo modo all'esempio forse più attendibile e convincente di quale significato assumesse il termine EBM nel 2003. (Roberto Alba)

(Dependent Records - 2003)
Voto: 85

http://www.suicidecommando.be/

lunedì 27 giugno 2016

Utuk Xul - Goat of Black Possession

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Satanic Black
Mi sa tanto che con questo album rilascerò la recensione più breve della mia vita, perchè prodotti di questo genere non ha alcun senso che esistano. In Italia ci sono tanti gruppi validi senza contratto e questi colombiani di Calì riuscirono nel 2005 a firmare addirittura con la Displeased Records (attraverso la sottoetichetta From Beyond Production)? Ci sarà pur una giustizia divina a questo mondo. Ridicola l’intro in apertura, dove si sente un rito di LaVey che declama i nomi di tutti i demoni dell’infermo. Dopo di che scatta il putiferio: produzione rozzissima, batteria tuntuntuntun, chitarre al vetriolo e urla da girone dantesco. Queste caratteristiche, insieme alla carenza di tecnica e alla totale assenza di soluzioni interessanti, sono valide dalla prima all’ultima traccia, ad eccezione di “Allax Xul”, dove fa capolino una flebile tastiera a smorzare il sound dannato di questo 'Goat of Black Possession' (titolo peraltro quanto mai banale, degno di una band di serie B degli anni ’90). Gli Utuk Xul dichiarano che il loro è un furioso Satanic War Black Metal (sulla scia, direi io, di Marduk o primi Enthroned), con un killer sound supremo; per quanto mi riguarda è soltanto una presa per i fondelli per chiunque debba sborsare la paghetta settimanale per acquistare tale immondizia. Forse sarò stato troppo duro, però per fare metal, non serve avere il face painting, essere satanisti convinti e suonare tre banalissimi accordi con la chitarra. Pollice verso anche per la casa discografica, che in passato è sempre stata attenta nel selezionare le band da mettere nel proprio roster. (Francesco Scarci)

(From Beyond Production - 2005)
Voto: 40

https://myspace.com/utukxul

domenica 26 giugno 2016

Skoll - Grisera

#PER CHI AMA: Black/Epic, Bathory, Summoning
Skoll. Abbiamo avuto modo di recensirli con la loro ultima release, 'Of Misty Fire We Are', di fare due chiacchiere interessanti con M (the bard) in un'intervista qui nel Pozzo dei Dannati, e ora ho pensato di riesumare il precedente album, 'Grisera', che segnava il ritorno sulla scena del "bardo" (nel 2013), dopo ben cinque anni di silenzio dal secondo lavoro, 'Misty Woods'. La versione in mio possesso (l'edizione coreana della Fallen Angels Productions), a differenza dell'edizione europea edita dalla Ewiges Eis Records, include anche la bonus track "The Bard", ma andiamo pure con ordine. Iniziamo la nostra carrellata da "Grush", una song che palesa in modo lapalissiano, l'amore viscerale di M nei confronti dei Bathory (come dichiarato anche da lui stesso in sede di intervista) e della loro epicità dei tempi migliori. Arpeggi acustici, cori epici, lo stesso vento che soffiava in 'Twilight of the Gods' e le sue aperture ariose, sottolineano la vena ispirata degli Skoll. Quello che mi lascia un po' perplesso è semmai una produzione un po' approssimativa che penalizza enormemente il risultato conclusivo, anche se magari è una cosa voluta appositamente per restituire alla musica, quello spirito genuino che è andato perduto nel corso degli anni. La title track continua la sua opera di rievocazione dello spirito di Quorthon, questa volta affidando l'evocazione ai testi in italiano, al suono di quello che credo essere uno scacciapensieri e all'arrembante proposta di M, che tuttavia affida la seconda parte del brano ad una emozionante parte acustica, in cui ad emergere è il violino di Laura. Con "Hrothahaijaz" a venir fuori è la componente più atmosferica degli Skoll, in un black metal mid-tempo, influenzato da Summoning ed Emperor, per un risultato comunque interessante. Di nuovo brividi di piacere corrono lungo la mia schiena, grazie ad un breve inserto di violino che introduce a "Wolves in the Mist", prima che i toni si facciano un po' più accesi, in una canzone che tuttavia stenta a decollare. Giungiamo infine alla bonus track, "The Bard", che oltre a mostrare una registrazione casalinga, sembra essere un messaggio diretto di M, colui che canta del tempo andato, degli eroi dimenticati e dei miti perduti. Epici. (Francesco Scarci)

(Fallen Angels Productions - 2013)
Voto: 70

https://www.facebook.com/BandSkollIta

Ogmasun - Out of the Cold

#PER CHI AMA: Psichedelia/Stoner/Post Metal
La piccola realtà crescente della Cold Smoke Records ci offre un appetibile cd su cui sfogare le nostre più svariate voglie psichedeliche. Uscito nel 2015, 'Out of the Cold' è il primo lavoro di questa splendida band di Friburgo, un riassunto live dell'elevata qualità compositiva ed esecutiva del quartetto svizzero, registrato e mixato da Christoph Noth (FireAnt Music) al Blend Studio in Svizzera nell'autunno del 2014. La performance in studio del quintetto è a dir poco stratosferica, impeccabile sia per tecnica che per varietà d'esecuzione, cosa che prende la sua forma eccelsa in "Cutty Sark, Pt.2", quando l'incedere nevrotico del brano, oscuro e complicato, sfocia in un intermezzo (ascoltate al minuto 04:13 cosa succede...una vera perla!) inaspettato fluido e caldo, classico e dal profumo estraniante, come solo Bugge Wesseltoft's, in certa musica acid jazz di classe, era riuscito a fare in un album come 'New Conceptions of Jazz', negli anni d'oro. Tornando ai nostri eroi Ogmasun invece, dobbiamo dire che musicalmente il disco si divide in quattro lunghe suite (in realtà tre, poiché "Cutty Sark" è divisa in due parti) indicate come nipoti di quel capolavoro che fu dei Pink Floyd 'Ummagamma' e tutta la progenie del genere che negli anni ha seguito, dai 35007 ai Russian Circle passando per i Long Distance Calling, disturbati dall'introduzione di muscolosi e lisergici atti sonici, con una velata punta di stoner alla Karma to Born, con trasversali scorribande nel mondo complicato e indomito del mathcore dei Candiria fino ad arrivare al post metal dei Callisto. Una miscela esaltante ed affascinante che richiede un ascolto impegnativo ma agevolato da una buona produzione e da una egregia regia che ne esalta la registrazione live, senza denigrare l'aspetto qualitativo del risultato finale, una specie di John Peel Sessions all'ennesima potenza, moderna e soprattutto fatta da musicisti capaci, produttori esperti, amanti e sperimentatori del genere. Un album da ascoltare tutto d'un fiato, immergendosi nelle variegate atmosfere e intercalandosi nei suoi meandri più cerebrali. Una via di fuga, un bagno cosmico ricostituente, pieno di vitalità, ricco di spunti riflessivi, di intelligente energia rock lisergica e free style, fatto da musicisti che hanno voluto varcare il confine cercando di spingersi oltre, al di là del già sentito ed anche se i paragoni sono quelli classici della psichedelia, questo live ci offre la possibilità di accostare nomi contrastanti tra loro come 35007, il Tricky più drammatico e sulfureo di 'Pre-Millennium Tension' e il post metal alla The Ocean. Album pazzesco! (Bob Stoner)

(Cold Smoke Records - 2015)
Voto: 90

https://www.facebook.com/cuttysarkofficial

mercoledì 22 giugno 2016

Master Crow - Die for Humanity

#FOR FANS OF: Melo/Techno/Deathcore, Arsis, Gorod
Hailed as a supergroup of French talent, this second full-length from the melodic/technical death metallers Master Crow bringing along plenty of highly enjoyable elements to make for one of the most explosive and enjoyable offerings in the style. The main segment at play here is the fact that the riff-work is just simply overwhelmingly technical and frantic, whipping up sizeable storms of complex chugging patterns driven along with plenty of ferocious industrial intensity, leaving this one to bring along the sort of blistering rhythms and cold, mechanical feel that’s simply devastating. The approach works in spades with the differing rhythm styles come along with the melodic leads that adds an accessible tone to those mechanical chugging patterns, furthering the overall enjoyment factor of the album with the wholly appealing facet where it’s complex and challenging rhythms that retain a wholly listenable approach with some appropriate and engaging melodies thrown into the mix. Though this does make the album seem somewhat one-note and without a whole lot of variation it’s still engaging and enjoyable enough for a wholly enjoyable listen. The tracks here represent that with a lot to like overall here. The opening title track takes an epic series of swirling rhythms before turning into ravenous pounding drumming and ferocious chugging riff-work leading through the stylized industrial rhythms and polyrhythmic patterns swirling along throughout the solo section and carrying into the frantic chugging patterns in the finale for a highly enjoyable opener here. ‘Down from the Sky’ features blistering technical polyrhythmic riff-work and light melodic drumming chugging along at a frantic mid-tempo pace offering plenty of stylish technical breakdowns alongside the swirling melodic leads bringing the tight riffing patterns through the final half for another highlight effort. ‘Road of Vice’ brings polyrhythmic technical charging patterns and blistering technical drum-work along through plenty of ravenous riffing and plenty of dynamic drum-blasts that bring the melodic flurries in small doses against the dynamic chugging whipping along through the finale for a decent enough effort. ‘Katyusha’ takes a slow, swirling series of droning riff-work and dexterous, technical drumming whipping along through highly complex rhythms full of feverish tempos blasting along through the breakdowns in the chugging rhythms through the solo section and keeping the frantic technical energy along through the chugging final half for another strong highlight. ‘Scream in the Night’ blasts through dynamic chugging riffing and pummeling drumming with plenty of driving technical rhythms firing along through the explosive series of overwhelming technical patterns blasting away against the melodic leads augmented with the clean vocals into the breakdowns of the finale makes for a wholly impressive offering. ‘Staind in Blood’ uses buzzing chug rhythms and mechanical patterns through a series of furious breakdowns that whip along through a wholly frantic and furious blast of blazing technical chugging alongside the blasting drum-work that chops along through the final half for a blazing highlight. ‘Born to Be Crucified’ takes stuttering technical rhythms and frantic mechanical rhythms with pummeling drum-work carrying along through the stuttering tempo as the melodic rhythms carry along through the explosive swarm of up-tempo rhythms along through the breakdown-laden solo section and on through the finale for a strong and overall enjoyable effort. ‘Eye of the Troll’ takes blistering, blazing drumming with plenty of tight, choppy technical rhythms alongside the furious technical, challenging riffing with plenty of stellar polyrhythmic runs along through the tight breakdowns as the choppy melodic leads carry the frantic paces along through the sprawling final half for a decent and enjoyable offering. Closing with the Theo Holander version ‘Down from the Sky’ which doesn’t really offer much of a difference from the earlier normal version and doesn’t offer enough of a change that there’s any reason for it to be included here as it’s the same blasting drumming over frantic technically-challenging chugging that appeared on the other version, leaving it a curious inclusion overall. Overall this one had quite a large amount to fully like here. (Don Anelli)

martedì 21 giugno 2016

Nekhen – Entering the Gate of the Western Horizon

#PER CHI AMA: Doom/Drone/Dark Sperimentale
Sarà l'oscurità e l'aura mistica che circonda questa one man band italiana nata nel 2014, senza dichiarata dimora all'interno dei patri confini e capitanata dal polistrumentista Seth Peribsen, che rende spettrale ed appetibile questo primo ispiratissimo e sperimentale lavoro, uscito nel 2015 autoprodotto. Il tema trattato è l'antico Egitto, per l'esattezza il 'Trattato della Camera Nascosta', un libro connesso alla sepoltura trovato nella tomba del sovrano Menkheperra Thutmose. La band spiega sul proprio bandcamp l'esposto sonico in questo modo: l'album è inteso come un unico brano diviso in 12 tracce, composto seguendo la struttura del trattato stesso, come rappresentato nella tomba, raccontando il viaggio notturno del Dio Sole Ra nell'Amduat, ossia "Ciò che è nel mondo sotterraneo, nell'aldilà". La copertina, che rigorosamente richiama temi egizi e geroglifici, è ben curata graficamente mentre le dodici tracce, tutte di breve durata, sono legate dal filo unico conduttore di rendere l'ascolto un unico intenso viaggio nei misteri di un mondo sommerso e misterioso, espresso tramite una musica carica di evidenti aperture cinematiche e postrock, caratterizzate da sonorità doom influenzate da Electric Wizard, Ramesses, in parte dai Nibiru, dai Goatpsalm e dai Cathedral del brano "Halo of Fire", ovviamente senza il cantato, visto il concept strumentale proposto, il tutto corredato poi da un'alta concentrazione di suoni sperimentali e soluzioni musicali vicine anche allo sludge e all'ambient, con l'utilizzo di una strumentazione e percussioni di carattere folk etnico, ideali per ricreare il giusto pathos, dal sapore antico e dalla forte propensione mistica e sciamanica. Difficile trovare un brano sopra gli altri perchè l'album va apprezzato in toto ed ascoltato a volume alto o ancora meglio isolati da un paio di cuffie, in clausura e concentrazione, per assaporarne il vero valore. Anche se di non facile comprensione, dopo alcuni ascolti ripetuti, il concept diviene catartico ed ammaliante grazie ai suoi chiaroscuri e ad una macabra acidità sonica che colpisce, complice il retaggio degli immancabili Black Sabbath, i padri assoluti del genere doom. Il suono pesante delle distorsioni si incrocia sovente alle percussioni tribali ed etniche mediorientali, formando un'unica, infinita marcia funebre, un'iniziazione, un rituale pronto a farci scoprire segreti inimmaginabili. Questa fatica mastodontica di trenta minuti appena, deve essere valorizzata ed ascoltata perchè dischi del genere non escono tutti i giorni. Considerate poi l'autoproduzione che corrisponde ad una qualità impeccabile corredata da un'ottima produzione, 'Entering the Gate of the Western Horizon' dovrebbe trovarsi in cima alla lista dei desideri di ascolto di tutti gli amanti della sperimentazione in campo doom, drone e folk metal. Un' opera prima davvero notevole per questa promettente one man band italiana. (Bob Stoner)

domenica 19 giugno 2016

Keeper - The Space Between Your Teeth

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
Due song per i Californiani Keeper per dimostrarci di che pasta sono fatti vi sembrano poche? Niente paura perché i due brani in questione, durano rispettivamente 17 e 16 minuti scarsi. Più che sufficienti per delineare il profilo fangoso del duo statunitense, in questo EP uscito nel 2015 e intitolato curiosamente 'The Space Between Your Teeth'. "The King" è sludge doom allo stato puro: un riffing lento ma incendiario, che dal primo all'ultimo minuto mantiene intatte le proprie fattezze, muovendosi minaccioso attraverso atmosfere venate di pura tenebra e screaming vocals demoniache che rappresentano l'unico punto di contatto dei nostri col black metal. Poi è solo la distorsione delle chitarre a dominare, in uno slow tempo dai contorni asfissianti ma emotivamente intensi (merito anche di una produzione spettacolare), che per certi versi mi hanno ricordato la proposta dei francesi Crown, qui ancor più cupa e decadente. Non c'è stacco tra la prima traccia e "The Fool", se non un brevissimo attenuarsi a livello ritmico, uno sprazzo di noise/drone, come ideale ponte di congiungimento tra le due song. Poi, solo il marziale incedere del duo americano, a tracciare scenari desolati da fine del mondo e a creare un inevitabile disagio interiore, che va via via crescendo nel corso dell'ascolto della traccia. L'esito conclusivo è assai soddisfacente, se solo ci fosse un maggiore dinamismo a livello delle linee di chitarra, rischieremo di trovarci tra le mani una band dalle potenzialità enormi. (Francesco Scarci)

Sepvlcrvm – Vox In Rama

#PER CHI AMA: Drone/Ambient
I Sepvlcrvm, progetto anticonformista e ultraterreno, ci regalano 'Vox in Rama', album sacrale meditativo e trascendente. Un altro gioiello di casa Agronauta, che ho avuto il piacere di contemplare all’Argonauta Fest di quest’anno. Premetto che l’ascolto su disco e davanti ad uno stage sono due esperienze totalmente differenti per qualsiasi act, ma per i Sepvlcrvm il salto è ancora più grande. Dal vivo l’atmosfera è come se fosse in grado di fermare il tempo, ma non al momento presente, bensì in un momento non meglio specificato del medioevo oscuro ove gli animi delle persone erano tormentati dalla violenza, dalla fame e dalla sofferenza. 'Vox in Rama' appare come un’espiazione di colpa, una via crucis che purifica lo spirito ed eleva la coscienza. La classificazione del genere ci porta sotto l’ala del drone ritual/ambient, se vogliamo identificare progetti simili possiamo citare i Sunn O))) ma mi permetterei di andare indietro nel tempo fino a Brian Eno e ai King Crimsom anche se non finirebbe qui, visti gli echi di musicalità dimenticate da secoli: canti sacri, formule magiche e suoni ancestrali. La band si esibisce utilizzando svariati strumenti che vanno dai moderni sintetizzatori, looper e chitarre elettriche fino ai sonagli, ai flauti indiani e ai tamburi sciamanici. La commistione di nuovo e antico colloca i Sepvlcrvm fuori dal tracciato del drone moderno sconfinando nel sacro e meditativo ed in più, lasciando una volta per tutte i lidi della forma canzone, arriviamo ad una fruizione musicale inversa dal classico concerto rock. Qui l’ascoltatore non assiste a dei brani o a delle soluzioni musicali orecchiabili, ma è costretto a ricercare dentro se stesso il senso di quanto accade sul palco, come se la canzone si formasse direttamente nella mente dello spettatore, bypassando la percezione del senso letterale delle parole e del senso musicale delle note. Tutto è un unico flusso di energia che si evolve lentamente; ascoltare 'Vox in Rama' è come ammirare il tempo atmosferico che muta e si trasforma, rimanendo immobili in un limbo di coscienza cosmico. Ma ora premiamo play. Rumore, sonagli, la sillaba sacra intonata con fermezza: sembra una processione di monaci custodi di un segreto inaccessibile che, con il loro fardello, vagano senza sosta e senza destinazione. D’un tratto una radura sonica di qualche secondo e poi il tuffo nella prima mastodontica parte dell’opera. Si passa da voci provenienti dalle profondità abissali al suono dell’industria moderna. Difficile parlare di struttura quanto di melodia, ma ad ascoltare con attenzione, vi accorgerete quanto ogni elemento è curato e come ogni passaggio porti ad un ambiente complementare al precedente. La seconda parte, se mai fosse possibile, appare ancor più criptica della prima. I suoni si fanno più aggressivi e ruvidi, una jungla notturna di frequenze, in continua sospensione. Circa a metà della traccia, le voci ancestrali dei monaci escono di nuovo allo scoperto e si fanno più presenti ma solamente per sprofondare in un deserto artico dal quale emergono le prime voci umane, che sembra un accorato dialogo preso da un vecchio film in bianco e nero. Un ultimo assalto sonico ci riporta nella roboante tenebra propria dei Sepvlcrvm, ma lentamente anche questa sfumerà per approdare ad un finale deliziato da una voce femminile. La ragazza è quella del fim in bianco e nero, parla di sogni, religione e morte e ci lascia ancora un volta sospesi nel vuoto. L’ascolto del cd è un’esperienza forte, permette a chiunque si lasci completamente trasportare dalle onde sonore, di viaggiare nel profondo della propria anima e delle proprie paure. 'Vox in Rama' è un memento mori, è un monito che ricorda di vivere non nella paura ma nella consapevolezza della morte, come se il domani non esistesse. (Matteo Baldi)

(Argonauta Records - 2016)
Voto: 85

My Answer - Pictures & Reminders

#PER CHI AMA: Post Hardcore
Già con un certo seguito nel mondo dell'underground transalpino, ho scoperto solo di recente i My Answer, quintetto post hardcore di Nantes, con all'attivo due EP. 'Pictures & Reminders' sembra essere Lp di debutto, anche se la durata di 28 minuti scarsi, farebbe propendere per un altro Extended Play. Il dischetto attacca con "Mistakes", song che possiede tutte le carte in regola per ammaliare i fan con melodie cariche di groove (ma anche di una forte vena malinconica, quasi shoegaze) su cui si pianta lo screamo efficace di Saymon. Un bell'urlaccio apre "Untitled", traccia oscura, dal ritmo nervoso che incanta per delle strazianti chitarre in tremolo picking, per quelle sue variazioni continue al tema e un certo alternarsi tra screaming e growling. Le song filano veloci grazie a delle durate mai eccessive e mi ritrovo senza rendermene conto a "Just a Breath" e alla sua ritmica pungente, calda e pesante, dove ancora mi preme sottolineare la performance vocale di Saymon, veramente bravo in tutte le manifestazioni dello spettro vocale. Si prosegue con "Unsignificant", altra song bella dritta, con interessanti aperture melodiche alle chitarre, un growling profondo e un intenso break atmosferico nella seconda parte del pezzo. Il disco prende questa direzione anche con le successive tracce: "Nightmares" palesa una ritmica serrata, a tratti schizofrenica, senza rinunciare anche a dei rallentamenti e a delle brusche accelerazioni. Con "Our Own Grave" i toni si fanno ancora più dimessi e plumbei, corredati da tutte le caratteristiche del sound targato My Answer. "Coward" chiude un disco, da cui francamente avremo voluto ascoltare qualcosa in più, e lo fa mostrando il lato migliore dei nostri: grande dinamicità, buon impatto emotivo e ottima prestanza. Per il prossimo disco un unico suggerimento, sforzarsi di suonare almeno dieci minuti in più. (Francesco Scarci)

giovedì 16 giugno 2016

Magoth - Der Toten Gesang

#PER CHI AMA: Swedish Black, Dark Funeral, Narvik, Dissection
Mi sembra che nell'ultimo periodo ci sia stata una sorta di recupero della primordialità del black metal per cui in giro per il mondo, esista un vero e proprio movimento che spinga per un ritorno alle origini del genere. Neppure la Germania è rimasta immune a questo richiamo e dalla regione della Westphalia, ecco arrivare i Magoth con il loro demo cd 'Der Toten Gesang' ('Il Canto Funebre'), che include sette brani di black old school che chiama in causa i maestri scandinavi degli anni '90. Tempo di una brevissima intro e poi il sound dei Magoth irrompe con il ruvido riffing della title track: chitarre semi-zanzarose, drumming serrato e screaming vocals demoniache. Per tipologia della proposta, oltre a rievocarmi per intensità e velocità i gods svedesi Setherial e Dark Funeral, ho trovato anche qualche similitudine con i loro conterranei Narvik. C'è da dire che la furia belluina dell'inizio lascia ben presto spazio ai toni sulfurei della seconda metà del brano, grazie a un black mid-tempo condito dalle urla dei dannati in sottofondo, destinati all'eterno dolore della città dolente. I ritmi si fanno ancor più cruenti ed esasperati con la successiva "Sheol", song che lascia comunque un certo spazio alla melodia delle chitarre e a rallentamenti occasionali, che permettono almeno alcuni attimi di tregua dalle scorribande dell'act teutonico. "Craving Blood", oltre a viaggiare su ritmiche glaciali ed impetuose, trova il modo di costruire impalcature da brividi, alternando interessanti giri di chitarra con sfuriate da manuale del black, scomodando qualche paragone con gente del calibro di Unanimated e Dissection. "Mental Fortress" è invece un pezzo che miscela il black al thrash con epiche galoppate in stile Old Man's Child, per un risultato che, per quanto possa essere palesemente derivativo, ha comunque il suo perchè. Si continua sulla linea del riffing melodico (e pure malinconico) con "Requiem Deus", altra traccia che in fatto di velocità e intensità, non lascia scampo. È però nei momenti più bui e meno caotici, che l'act di Bonn risulta più convincente e coinvolgente nella propria proposta. E l'ultima "Funeral" non fa che confermare le mie parole: spettrale, agghiacciante, tracimante odio e portatrice di atmosfere primigenie, è forse la mia canzone preferita, peccato solo che non vi sia traccia delle truci vocals di Heergott. 'Der Toten Gesang' alla fine è un buon biglietto da visita per i Magoth, in attesa che riescano ad affinare al meglio lo stile, plasmando una propria personalità. Comunque promossi con alti voti. (Francesco Scarci)