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lunedì 7 gennaio 2013

Epitimia - Faces of Insanity

#PER CHI AMA: Black/Post Rock
Epitimia: la parola deriva da un termine greco che tradotto significa penitenza, il che è già tutto un programma. Si, perché non so decisamente cosa aspettarmi in termini musicali da un lavoro, il cui flyer informativo cita il sound dei nostri, come un mix tra black atmosferico e post rock. Tuttavia, il combo russo è già alla sua terza release, quindi un po’ di esperienza la deve già aver accumulata, pertanto mi devo fidare. “Faces of Insanity” si apre con “Reminiscentia”, un’ottima intro strumentale di quattro minuti e più, i cui contenuti suonano effettivamente come black, avvolti però da una magica aura post rock. Quindi le aspettative nel mio animo si fanno più forti, perché coniugare due tra i generi che in questo momento prediligo, oltre a non essere cosa facile, mi darebbero un grande piacere. Quando parte “Epikrisis I: Altered State of Consciousness”, mi rilasso per la apertura sinistra affidata a chitarre dal flavour rockeggiante, prima che vedano sovrapporsi un secondo riff più pesante e un cantato harsh. La song vive di sussulti: prima una galoppata black, poi un’eterea voce femminile, di nuovo la furia che irrompe, spezzata solamente dalla malinconia che fuoriesce dalla chitarra. “Epikrisis II: Obsession” apre in acustico, per poi confermare che la formula segreta dei nostri, non è poi cosi tanto segreta: ossia l’aggiunta della voce corrosiva di K., una ritmica più incisiva, che si sposa alla perfezione con una produzione un po’ sporca, il tutto pervaso comunque da un tocco chiaramente decadente e intriso di disperazione. È il turno di “Epikrisis III: Megalomania”: inizio a mal digerire il cantato in lingua madre (russo), forse scelta per rendere la proposta più originale o per farsi seguire dal proprio pubblico, ma a mio avviso sarebbe meglio virare il tiro verso l’inglese. Il sound del trio russo conferma la propria vena depressive anche con “Epikrisis IV: Jamais Vu”, dove splendido è il lavoro delle chitarre, potenti ed epiche, mentre il vocalist invasato, arriva ad urlare belluinamente dentro al microfono. “Epikrisis V: Rorschach Inkblot” incuriosisce maggiormente per il contenuto lirico probabilmente riguardante le famose macchie di Rorschach, utilizzate in psicodiagnostica come strumento di indagine della personalità ed in questo caso, per misurare la delirante lucida follia del nostro terzetto. Scherzo, ora vi spiego meglio: “Faces of Insanity” tratta infatti il tema della sofferenza individuale a causa di disturbi mentali, quindi un argomento ahimè attuale e assai interessante. “Epikrisis VI: Leucotomy” vive sullo “sfarfallio” melodioso delle sue chitarre e su aperture pregevoli di scuola primi Katatonia; l’unico problema continua a rimanere la performance poco aggraziata del cantante che alla fine tende a calmierare un po’ tutti gli altri strumenti. A chiudere il disco ci pensano la lunga, malinconica ed oscura “Ds: Schizophrenia” e “Lethe”, deprimente e strumentale outro. “Faces of Insanity” è un album interessante musicalmente parlando; lo sarebbe anche in termine di contenuti se solo questi fossero in lingua inglese. Tante le cose da sistemare ed affinare: la voce e la lingua, un po’ di tecnica individuale, eliminando qualche banale ed inutile cavalcata black, che poco ha a che fare con il sound e le reali potenzialità di questi Epitimia. (Francesco Scarci)

giovedì 20 dicembre 2012

Emptiness - Error

#PER CHI AMA: Death metal, Morbid Angel, Immolation, Ulcerate
Giunti alla loro terza prova in studio, gli Emptiness ridisegnano i canoni del death metal aggiungendo un tratto personalissimo alla scrittura del genere. Nei suoni e nell'attitudine la band belga non sembrerebbe poi così dissimile dalla classica formazione cresciuta sugli intricati spartiti dei Morbid Angel, ma in "Error" c'è qualcosa di ancor più mostruoso e allucinante. "Deafer" ci fa intuire già dalle sue prime note che i quattro musicisti non sono affatto dei pivelli, ma se per assurdo volessimo continuare con un ascolto distratto e superficiale dell'album, probabilmente non riusciremmo a notare nulla di tanto geniale da farci sobbalzare sulla cosiddetta poltrona. È necessario scavare in profondità per accorgersi delle numerose stratificazioni di cui è composto ogni brano e di quanta personalità sia nascosta sotto questo terreno compatto fatto di grugniti, chitarre martoriate e atmosfere soffocanti. Chi ha orecchie ben allenate riconoscerà che gli Emptiness possiedono un'alchimia indefinibile, qualcosa di impossibile da descrivere con le parole, ma sufficiente a catturare l'attenzione di ogni cultore della nefandezza e della stortura musicale. Nonostante la scrittura dei pezzi sia nettamente in antitesi con qualsiasi processo lineare, l'ascolto non risulta affatto ostico o poco digeribile, perché in "Error" ogni cosa è al suo posto, nulla è lasciato al caso e persino le scelte che possono apparire più bislacche sono funzionali alla grandezza di ogni brano. Che sia il raptus grind di "It and I" o la jam schizofrenica di chitarre e sax posta in chiusura alla title track, tutto concorre a rendere fluido ciò che in realtà è estremamente composito e densamente amalgamato. L'odore sulfureo di cui è impregnato questo lavoro, giustifica in un certo senso l'etichetta "death/black" che è stata assegnata agli Emptiness, anche se il timbro di voce così gutturale e le divagazioni tecniche di "Worst" e "Low" sembrano più che altro accostarsi ad una concezione musicale prossima agli ultimi Immolation o Ulcerate, seppure in una forma più innovativa ed imprevedibile. Ad ogni modo, tentare di inquadrare la musica degli Emptiness all’interno di un filone risulterebbe riduttivo e tutto sommato noioso. Molto più appagante è invece perdersi nelle spirali impazzite di “Error” e prostrarsi di fronte ad un un’opera estrema di così alta caratura. (Roberto Alba)

(Dark Descent)
Voto: 85

http://www.emptiness.be/

Freitod - Regenjahre

#PER CHI AMA: Black Shoegaze, Katatonia, Alcest
Un digipack elegante, con una foto sfocata sulle sfumature blu e nero; ecco cosa ho fra le mani quest’oggi. Inserisco l’argenteo disco nel lettore e voilà, mi lascio immediatamente imbrigliare la mente dalle sue malinconiche melodie che evocano ricordi lontani e mi spingono in territori nordici, pensando a Katatonia (era “Brave Murder Day”) e Rapture. Signori vi presento i Freitod e quella che dovrebbe essere la loro seconda release, “Regenjahre”, fuori per la Van Records, dopo “Nebel Der Erinnerungen” uscito nel 2010. Ma se la title (ed opening) track può suonare come i mostri scandinavi, la seconda “Der Trauersturm”, pesta decisamente molto di più sull’acceleratore, con scorribande furenti in territori black. Non fatevi tuttavia ingannare, perché è solo mera apparenza: il duo teutonico ci sa fare con i propri strumenti e imbrigliare anche le vostre di menti, sarà un gioco da ragazzi. Ecco quindi che il black si miscela abilmente con una vena shoegaze, palesata anche da clean vocals che richiamano gli Alcest e con linee di chitarra pregne di romantico decadentismo. Dopo la seconda traccia, mi sento già molto in empatia con questa nuova band, a me sconosciuta. “Neue Wege” riprende le sonorità oscure degli esordi di Blackeim e soci, agghindandole con ottime voci pulite, break acustici e una tecnica eccelsa, coniugando le vecchie influenze con quelle attuali, dando alla luce ad un prodotto assai competitivo e che già ora mi sento di consigliare, e dire che non sono neppure a metà disco. Con “Letztes Wort” mi trovo a scollinare con la sua apertura interamente affidata ad un drumming dirompente e a delle chitarre che ringhiano, palesando in questo caso, l’amore dei nostri per i Celtic Frost. Il vecchio e il nuovo si incontrano, scontrano e compenetrano, nell’antro oscuro della bestia, in quello che probabilmente è l’episodio più ruvido dell’album. Con “Sterbenswert” si torna infatti su toni più rilassati: un bel giro acustico con voce pulita incorporata, una vena assolutamente nostalgica, un eco dei vecchi Paragon of Beauty (e dei nostrani Novembre) anche nelle ispiratissime chitarre elettriche; ma questa diciamocela, è una semi-ballad, non c’è da vergognarsene, ma anzi apprezzare la vena esplorativa del duo formato da Gerd Eisenlauer e Robert Seyferth. Con ottimo tempismo arriva “Nichtssagend”, altra perla di black shoegaze evocativo e ricercato, che getta le basi per la lunga (12 minuti) e conclusiva “Wenn Alles Zerbricht”, che chiude amabilmente un disco che identifica i Freitod tra le migliori espressioni di black melodico teutonico intriso di ispiratissimo shoegaze, in (ottima) compagnia di Lantlôs, Heretoir ed Infinitas. Ottima scoperta. (Francesco Scarci)

mercoledì 19 dicembre 2012

Human Void - Era Zero

#PER CHI AMA: Cyber Black, Samael
Me la sono presa comoda, devo essere sincero, molto condizionato dal fatto che non mi sia del tutto chiaro se questa band italica esista ancora o si sia reincarnata in una qualche altra ipertecnologica creatura, ma mi auguro di potervi svelare ben presto il destino dei nostri. Gli Human Void ho avuto il piacere di incontrarli di persona, averli miei ospiti in radio quando ancora erano dei pivelli; ascoltare “Era Zero” mi ha dato l’enorme piacere di constatare la progressiva crescita musicale dei nostri, e la consapevolezza che ci siano ancora ampi margini di miglioramento. L’album consta di nove pezzi, che si spingono verso i meandri sconfinati e non del tutto esplorati, della musica elettro black, contaminata da influenze industriali. Certo l’attacco affidato ad “Extinction” suona decisamente più death a livello di chitarre (quasi swedish), black a livello vocale con l’affilata voce di Gabry (decisamente mai sopra le righe) ad imperversare, mentre tutto l’apparato noise/effettistico/elettronico, contribuisce a donare al lavoro quell’aura cibernetica, che emergerà prepotentemente e successivamente, all’ingresso di “Coronal Mass Ejection” (eletta mia song preferita), tanto da richiamarmi a livello sensoriale, il sound dei (defunti?) The Kovenant. La performance degli Human Void è piuttosto interessante, anche se qua e là si avvisano ancora delle sbavature da correggere (vedi l’uso della drum machine) per una prossima ipotetica release. “Critical Mind” è un breve intermezzo noise che spiana il terreno ad “Acid Rain” che si apre in un modo inquietante (tanto da rievocarmi “Generator” degli Aborym) per poi evolvere in un mid-tempo ahimè controllato (avrei infatti preferito un’esplosione dirompente di caos). Siamo ancora distanti anni luce, dai fasti della band capitolina, ancora troppo superiore rispetto al combo trentino, tuttavia non c’è da lamentarsi affatto della bontà della proposta. Sono convinto che col duro lavoro e con l’esperienza, gli Human Void possano evolvere e maturare ulteriormente e una song come “Tunguska” dimostra tutto il dinamismo, la vena cyber black (di scuola Samael) e la voglia di perseguire quegli obiettivi, che scorrono nelle vene degli Human Void. Il trittico finale di song ci regala gli ultimi quindici minuti di musica, che attraverso una traccia un po’ più banale ed un oscuro intermezzo, arrivano alla conclusiva “Metamorphosis”, un’altra song che, pur puzzando di cioccolato svizzero (chiaro il riferimento ai Samael), sancisce la qualità della proposta dei nostrani Human Void. Ed ora attendiamo fiduciosi per il futuro… (Francesco Scarci)

Blut Aus Nord - 777 Cosmosophy

#PER CHI AMA: Black Psichedelico
E il triangolo si chiude, si il triangolo magico che si era aperto un anno e mezzo fa con “777 - Sect(s)”, era proseguito con “777 - The Desanctification” ed ora trova la sua degna conclusione con “777 - Cosmosophy”, a chiudere la trilogia mortifera di una delle mie band black preferite in assoluto (se ancora possiamo definirli in tal senso). La band transalpina torna con un altro eccellente lavoro, in cui Vindsval e soci, giocano a portarci al culmine della follia, non tanto per l’utilizzo di ritmiche funamboliche o incontrollabili, da cui anzi siamo lontani anni luce, ma grazie ad una personalissima visione musicale. Il “Sangue dal Nord” ancora una volta ci prende per mano, trascinandoci nel proprio personalissimo incubo, fatto di melodie stranianti, disarmoniche e che non fanno parte affatto, di questo mondo. Spiritualità, esoterismo ed ascetismo, rappresentano ancora le chiavi di lettura per il nuovo lavoro dei Blut Aus Nord ed “Epitome XIV” ne è la prima esaltante testimonianza: una musica aliena, sensuale, sognante ed infine disturbante, il cui finale, è affidato ad un sorprendente climax ascendente fatto di alchimie misteriose, che mi regala uno degli attimi, musicalmente parlando, più intensi e vibranti della mia vita. Estasiato da questa visione, e corrotto dalla successiva “Epitome XV” e del suo cyber noise, mi lancio all’ascolto della maligna ed oscura “Epitome XVI”, che sembra voler ricalcare la produzione più tenebrosa del trio francese. Ci pensa poi la splendida ed eterea “Epitome XVII” a riconsegnarmi quella pace che pensavo perduta per sempre. In questo caso, i nostri sembrano orientare il loro sound alle ultime performance dei norvegesi Manes, con suoni cristallini, vocals pulite ed atmosfere rilassate affidate ad uno splendido lavoro di synth e chitarre, che mi fanno pensare alle precedenti produzioni della band della Normandia, come ad un lontano ricordo. Ma era inevitabile accadesse, perché è scritto nel DNA di questa formidabile band, che ogni qualvolta esce con un disco, ha un messaggio da consegnarmi ed io inevitabilmente, sento l’impellente necessità di condividerlo con tutti voi. “Epitome XVIII” chiude questo splendido capitolo della discografia dell’ensemble francese, tornando a minacciarmi con il suo incedere marziale, in una sorta di diabolica e potente reiterata formula sonora spirituale che ha la capacità di penetrare nella mia anima per portarmi ad un grado di spiritualità superiore. Metafisici. (Francesco Scarci)

Im Dunkeln - Den Hellige Skogs Hemmeligheter

#PER CHI AMA: Black Ambient, Blut Aus Nord, Burzum
Brividi di piacere, di dolore, brividi di freddo, di calore, brividi di paura, brividi di terrore, brividi… una parola che si accosta molto bene a qualsiasi tipo di emozione, positiva o negativa essa sia, e che nel contesto dell’ascolto di questo album, si adatta alla perfezione. Brividi. Si quelli che si scatenano con l’attacco della demoniaca opening track, con cui si presentano gli Im Dunkeln, anzi il personaggio oscuro, Genchi, che si nasconde dietro a questo progetto. Una one man band, questa volta che arriva direttamente dalla nostra amata penisola; fuorviante infatti il nome e il titolo dell’album in tedesco, che mi avevano spinto ad optare per una qualche realtà germanica in stile Heretoir. E dopo tutto, almeno musicalmente non ci sono andato cosi lontano. Im Dunkeln propone infatti un sound glaciale, epico, torrenziale, malato ed oscuro, che attraverso gli otto capitoli contenuti in “Den Hellige Skogs Hemmeligheter”, ricalca gli insegnamenti delle band a cui mi sento ultimamente più legato. Blut Aus Nord in primis, per il loro fluire malvagio, una malvagità che permea le lugubri melodie di questo concentrato musicale quasi interamente strumentale, in cui pochissimo spazio è concesso alla componente vocale, se non per alcuni chorus o urla disumane. Citavo gli Heretoir in precedenza, ma è tutto il movimento shoegaze a venire in supporto all’artista capitolino, cosi sia echi teutonici che quelli francesi, si possono cogliere nelle note di questo meraviglioso disco. Lunghe le tracce, “Øyenstikkerens Ofring” va oltre i dieci minuti con il suo sound ritualistico sognante ed etereo, dal forte sapore etnico, un mix tra l’approccio ambient di Burzum e quello folk acustico dei Pazuzu. Tocchi di synth aprono “Albinoravnens Ensomhet”, prima che trovi spazio una gelida chitarra e la sintetica drum machine in un'ambientazione assai artificiale, mentre con “De Sultne Revers Soloppgang” sembra di entrare nell’orrorifico Grand Guignol, per quelle sue atmosfere tanto spettrali quanto macabre. Il secondo disco degli Im Dunkeln è un fiume in piena, una piena di collera, odio, purezza, stanchezza, epicità, malvagità, fantasia. Il mio brivido l’ho riconosciuto, e voi il vostro? (Francesco Scarci)

(Alchemic Sound Museum)
Voto: 80

http://www.myspace.com/imdulkeln

When Icarus Falls - Aegean

#PER CHI AMA: Post Metal, The Ocean, Cult of Luna
Avete pensato cosa trovare sotto l’albero di Natale o dentro la calza della Befana? Io ho scritto la mia letterina a Babbo Natale, chiedendo il nuovo full lenght degli svizzeri When Icarus Falls e sono stato immediatamente accontentato. Quindi mi posso gustare “Aegean” al calduccio di casa mia, mentre magari fuori nevica. Spero non abbiate pensato che si tratti di una compilation di canti natalizi, ovviamente è un concentrato di suoni post che si aprono con “A Step Further”, che mostra quale corrente, il quintetto di Losanna segua. Beh diciamo subito che i suoni sono piuttosto lenti, cadenzati e ben calibrati, con la voce di Diego Mediano che sbraita come un pazzo, su una ritmica ben assestata al terreno, in cui il drumming quasi tribale di Xaviet Gigandet, colpisce dolcemente tom e rullante, mentre la chitarra, in modo quasi leggiadro, arpeggia che è un piacere; mi rendo conto che con questa descrizione, siamo già scivolati alla seconda traccia, la title track, un lungo percorso di quasi dieci minuti di amabili atmosfere penetranti, in cui si toccano con mano le sensazioni che la band vuole sprigionare con questa release. Già, perché “Aegean” basa il proprio concept sull’opera di Elisabeth Kübler-Ross, una psichiatra svizzera, resasi famosa per “La morte e il Morire” un libro in cui viene data la definizione dei cinque stadi di reazione alla prognosi mortale: diniego, rabbia, negoziazione, depressione ed accettazione, al fine di ricercare nel modo corretto, di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica, cui la morte ci pone al cospetto. E proprio sulla base di queste reazioni/emozioni, di certo non positive, si basano i suoni assai oscuri, quasi mortali di questo interessante lavoro, registrato nel 2011 ma rilasciato solamente nell’autunno 2012. Le sette tracce mostrano tutte il medesimo comun denominatore, ossia l’assenza di velocità e di una certa pesantezza nelle ritmiche, quasi il combo elvetico voglia regalarci un platter di suoni post rock, contraddistinti da una straziante voce. Ciò che colpisce è poi la totale assenza di luce che contraddistingue questa release, che non fa altro che incanalare ogni sensazione che fuoriesce dalle note del quintetto, in un flusso di vorticanti emozioni cerebrali. Un po’ The Ocean, un po’ Cult of Luna, queste le influenze più forti nell’architettura musicale dei When Icarus Falls. L’odore della morte intanto, si fa via via più forte durante l’ascolto del disco, addirittura anche nell’intermezzo, “The Asphodel Meadows Part I” che unisce “Acheron - Eumenides” a “What We Know Thus far (An Inner Journey)”, che sembra voler acuire lo stato di cupa desolazione in cui lentamente stiamo sprofondando, di cui “Tears of Daedalus” sembra rappresentare la summa della disperazione. Forse siamo semplicemente sprofondati nella fase depressiva, alla presa coscienza della perdita a cui andremo incontro, non so, fatto sta che la sensazione di disagio e tristezza, che pervade il brano, fa venire i brividi. “Hades” chiude con i suoi dieci minuti abbondanti un album che sicuramente mostra il grande merito di saper trasmettere una forte emozionalità, anche se dai connotati piuttosto negativi. Ma che importa, ciò che conta per il sottoscritto è alla fine provare un qualcosa di forte, capace di sconquassarmi le budella, e “Aegean” vi garantisco essere in grado di fare tutto questo. Consigliatissimo per trascorrere momenti di taglio di vene natalizio… (Francesco Scarci)

(Headstrong Music)
Voto: 80

https://www.facebook.com/whenicarusfalls

Posthum - Lights Out

#PER CHI AMA: Black/Death, Enslaved
Continua la politica della Indie Recordings, nel proporre band scandinave (Enslaved, God Seed, Kråke, Nidingr), tutte dotate di una forte carica atmosferica, ma comunque inserita in una contesto black/death. I Posthum, norvegesi di nascita, ovviamente non possono essere da meno ed il loro biglietto da visita, “Untame”, ci dimostra immediatamente di che pasta sono fatti. Ritmica da subito nervosa, vocals al vetriolo, ma il tutto poi perfettamente calibrato in un sound che può rimandare al vecchio “Monumension” dei già citati Enslaved, anche se decisamente meno psichedelici e più lineari: la sfuriata finale della opening track ne è la prima testimonianza. Il suono delle chitarre di “Leave at All to Burn” continua a richiamare gli ex compagni di scuderia, capitanati dal duo Grutle ed Ivar, anche se poi nell’arco del brano, mi pare che l’impronta si faccia decisamente più post rock oriented, su cui vanno a poggiare le torve vocals di Jon, sempre ben supportate da azzeccatissimi arrangiamenti e desolate ambientazioni che provano ad imitare il corrosivo sound dei Cult of Luna (prossimi all’uscita anch’essi per la label norvegese); le stesse sensazioni le ho percepite anche per la successiva “Scarecrow”. Quando i nostri accennano nel voler ingranare una marcia in più ed aumentare la propria velocità, ho come la percezione che perdano un po’ in lucidità, lasciandosi accecare dalla voglia di strafare, e smarrendo la loro brillantezza. E questi sono i momenti in cui cala l’entusiasmo per questo “Lights Out”: la “windiriana” “Red” vuole essere infatti un improbabile ibrido tra l’epic black dei Windir ed una forma più sporca di metallo, che decisamente stona nella proposta dei Posthum. Decisamente a proprio agio si confermano nelle ritmiche mid-tempo, piuttosto che su presunte sfuriate black, che mal si coniugano con la proposta progressiva del combo di Nannestad, più abili infatti nel lavorare di cesello, che di violenza. E cosi in “Lights Out”, si confermano gli episodi migliori quelle tracce che lasciano ben poco spazio all’irruenza dei nostri, ma libero sfogo viene concesso alla creatività del bravo Jon, supportato alla grande da Martin (chitarra e basso) e da Morten (alla batteria). Un po’ più deludenti le composizioni in cui la compostezza e l’intelligenza musicale cedono il passo alla feralità del black: “Resiliant” e “Down in Blood” sono due brani che non convincono granché, anche se la seconda metà di “Down in Blood”, prendendo in prestito un po’ dell’oscura caligine degli Shining, riabilita un pezzo che inizialmente avevo bocciato. L’oscurità ed il cupo selvaggio terrore del mortifero sound dei Posthum, echeggia severo con “Summoned at Night”, song carica di umori sinistri, che spalanca le porte alla malinconica e strumentale “Afterglow”, prima della chiusura affidata alla title track, che ancora una volta, vede i Posthum ricalcare le gesta degli Enslaved, e pertanto mostrare il lato migliore della loro proposta. Complice anche un inebriante break centrale e delle ariose aperture di chitarra, risulta lampante come il sole, che le performance migliori arrivino esclusivamente quando i nostri decidono di lanciarsi in vibranti elucubrazioni che in un prossimo disco, auspico, possano sfociare nel psichedelico, forse la strada più calzante da percorrere. E allora ragazzi, non abbiate paura di metterci ancor più personalità in quello che fate, sono convinto che in un prossimo lavoro se ne potranno sentire davvero delle belle. (Francesco Scarci)

(Indie Recordings)
Voto: 75

https://www.facebook.com/posthumofficial

lunedì 17 dicembre 2012

Ethereal Blue - Essays In Rhyme On Passion & Ethics

#PER CHI AMA: Black/Death/Progressive, Opeth
Le sonorità post vanno molto di moda nell’ultimo periodo negli States e anche e soprattutto in centro Europa e su questo argomento credo di aver speso già parecchie parole; la cosa strana è vedere come questo genere si stia diffondendo a macchia d’olio anche in altri paesi e con differenze sostanziali da quella che è la corrente principale. Quest’oggi facciamo tappa a Ioannina in Grecia, località da cui provengono questi Ethereal Blue, quintetto mediterraneo, le cui sonorità sembrerebbero invece quelle piovose bostoniane, sembrerebbero appunto... Anche se il pensiero ci potrebbe indurre a considerare erroneamente il sound dell’ensemble ellenico, un mix tra Isis e The Ocean, vuoi per le lunghe parti strumentali o quel feeling evocativo, quasi epico che si respira, c’è qualcosa che mi spinge ancor più lontano. “Mother Grief” apre il disco in modo piuttosto ruvido, sebbene sia concesso ampio spazio alle parti ambient ed acustiche e ad una ritmica pacata, quasi mai sopra le righe. L’aura malinconica è molto forte e molto spesso a venir fuori è invece un retaggio death doom, anche nel connubio vocale (growl-clean) che fa immediatamente perdere le tracce dal post iniziale, indirizzandoci verso altri lidi ancora non meglio identificati. “Ethics”, la seconda track, non mi aiuta ulteriormente: si apre con una delicata danza che sa di orientale (e anche un po’ di Orphaned Land), con la voce pulita di Efthimis in primo piano; poi a prendere il sopravvento è una ritmica che si muove in modo imprevedibile, solo come i suoni progressive sono in grado di fare, per sfociare comunque in un pot-pourri finale che mi rende davvero vita difficile nel voler dare un nome al genere proposto dalla band greca. Mi devo affidare obbligatoriamente alla terza traccia, sperando non mi incasini ulteriormente le idee perché, come avrete capito, io non ci ho ancora capito granché. “John Wood” ha un bell’attacco frontale, con le ritmiche che suonano ora in modo avantgardistico, ma la voce potrebbe essere identificabile come black ma giusto per una manciata di minuti perché ancora una volta, succede di tutto, con un’apertura ariosa, splendide vocals pulite (Opeth style?), attacco di follia di scuola System of a Down, grattata black, squarcio post e finale folkish. Ebbene? Mi sa tanto che siamo punto accapo e da qui non ci si muove, nemmeno con le successive “Passion” che strizza l’occhiolino nuovamente al post, prima di reinventarsi e palesare ovviamente altre mille sfaccettature, con una ritmica che questa volta, richiama fortemente nelle parti più lineari, gli Opeth; ve ne sono anche altre più deliranti, a tratti addirittura brutal. Fortunatamente, un attimo di tregua ce lo concede “The Letter”, dal momento che ho ascoltato quasi l’album interamente (le tracce sono sei e tutte molto lunghe) e non ne sono venuto a capo di nulla, complici gli innumerevoli cambi di tempo, e la mutevole propensione sonora di un combo che è in grado di proporre tutto ed il suo contrario, ma che abilmente potrà infiammare l’ascoltatore di ogni estrazione musicale, dall’heavy prog, al black, passando da death, doom e post. Insomma nelle note di “Essays In Rhyme On Passion & Ethics” è possibile davvero trovare di tutto; forse troppa carne al fuoco probabilmente è il primo pensiero in cui si incorre, ma ben vengano progetti di questo tipo, mi diverto decisamente di più a scrivere. Ora mi attendo un nuovo disco, visto che questo risale ormai al 2010. Non potete immaginare quale curiosità mi attanagli cosi tanto la testa, per capire quale nuova strada gli Ethereal Blue abbiano intrapreso… funambolici. (Francesco Scarci)

(Casket Music)
Voto: 75

http://www.etherealblue.org/

Grand Alchemist - Disgusting Hedonism

#PER CHI AMA: Musica Estrema Sinfonica
I norvegesi Grand Alchemist si presentarono, con “Intervening Coma-Celebration”, come una fra le più promettenti band in territorio black sinfonico. Era il 2002, da allora in poi il silenzio, tanto da aver più volte creduto che la band avesse mollato gli ormeggi e si fosse sciolta. Poi nel 2012, l’annuncio di un nuovo album, dopo ben una decennio; ma che diavolo hanno combinato in tutti questi anni, spero proprio che non abbiano meditato cosi a lungo per la composizione di “Disgusting Hedonism”. Quel che conta però, è che io abbia finalmente il loro nuovo album nelle mie mani, e se poi mi è stato inviato direttamente dalla band, tanto meglio, fa ancora più figo. Quando “Crème de la Crème Collapse” attacca, con l’urlo del buon vecchio Sigurd, e le tastiere di Ole Christian Teigen tornano a ricamare raffinate perle sinfoniche, io non posso che godere come un riccio. Ragazzi, i Grand Alchemist sono ritornati, i dieci anni totalmente azzerati, e per quanto mi riguarda, questa nuova release prosegue parimenti, il discorso là dove si era semplicemente assopito, con il primo capitolo. Il black (?) sinfonico dell’act scandinavo, si fonde alla perfezione con partiture rock progressive e orchestrazioni da colonna sonora, confermando che la band è totalmente al passo con i tempi. Imbrigliato dalle magistrali fughe chitarristiche dei nostri, i sontuosi tocchi di pianoforte e i pomposi arrangiamenti, nonché dal dualismo vocale growl/clean dell’onnipresente Sigurd, anche alla chitarra e ai synth, mi abbandono anche alla successiva “Deserted Apocalyptic Cities” che conferma di non disdegnare le nuove tendenze progressive anche in ambito estremo. La title track suona assai epica e stranamente punteggiata da suoni quasi orientaleggianti, anche se poi, il sound (a volte fin troppo) articolato della band, finisce per farci perdere il filo della ragione e anche un pizzico di dinamicità all’intero prodotto. Ma si sa che tutto il mal non vien per nuocere, in quanto proprio quella complessità a livello della matrice musicale dei nostri, contribuirà ad incrementare invece la longevità di un disco, che rischierebbe probabilmente di aver vita breve. Cibernetica, suoni carichi di groove, death e black (?) bombastico, tornano a confondermi nella poliedrica “Strongly Addicted to a Stimulating Despair”, mentre “Alcohol and Gambling” apre come se fosse un pezzo dei Pink Floyd, suonato in piazza a Damasco, mantenendo comunque un format squisitamente sinfonico, vero trademark del five-pieces nordico, che trova il suo apice nella malinconica “Synthetic Physical Intercourse”, nella nervosa e progressiva “Touching the Cause of my Muse” e in “A Brilliant Dissonance”, altra arabeggiante perla di un metal estremo, che oramai non ha più motivo di essere etichettato come black. “Disgusting Hedonism” rappresenta l’ultima frontiera di musica estrema, non tanto estrema alla fine, ma aperta ad ogni tipo di soluzione stilistica tale da lasciarmi a bocca aperta. Ottimo ritorno, ma ragazzi, non facciamo scherzi adesso; intenzione di aspettare altri dieci anni, io non ne ho proprio. Forza Sigurd, datti da fare per scolpire nella roccia un altro splendido capitolo della discografia targata Grand Alchemist! (Francesco Scarci)

(Lydfella)
Voto: 85

http://www.grandalchemist.com/

giovedì 13 dicembre 2012

Lord Agheros - Demiurgo

#PER CHI AMA: Black Ambient dalle tinte folk, primi Ulver, Summoning
Evangelou Gerassimos è colui che si nasconde dietro il monicker Lord Agheros, che ho iniziato a seguire (e recensire su queste stesse pagine) sin dal secondo lavoro “As a Sin”, che avevo indicato essere come uno dei più affascinanti prodotti usciti nel 2008. Dopo più di quattro anni, tra le mie mani sbuca la quarta release dell’artista siciliano, sempre targata My Kingdom Music, e sempre pronta a guidarci nei meandri della cultura mediterranea, enorme fonte di ispirazione per il mastermind siculo. “Demiurgo” è un album ambizioso che muove i suoi passi su un concept, diviso in due parti, che dovrebbero rappresentare le due facce dell’anima, il bene e il male. Queste due anime sono personificate dai figli di Erebo (l’oscurità) e della sorella Nyx (la Notte), divinità della mitologia greca, che sembrano apparentemente differenti, ma in realtà risultano unite da un unico nucleo, l’io. Il Demiurgo (il creatore dell’universo per Platone) è colui il quale può catturare le vibrazioni e trasformarle in musica, modellando il suo universo emozionale a sua immagine e somiglianza. Analizzato quello che è l’interessante background culturale del disco, meglio addentrarsi in quello musicale dove posso mostrare una maggiore competenza. Dopo un breve prologo, ci viene data la possibilità di conoscere da vicino tutti i figli del duo Erebo/Nyx, a cui sono dedicati i titoli delle canzoni. “Eris” (la discordia) mette immediatamente in luce (meglio in ombra in tal caso) la sostanza del lavoro, in grado di coniugare e bilanciare perfettamente, la malvagità di un black metal a tratti primitivo con elementi di epica intensità, parti ambient e copiosi momenti atmosferici. Non mancano neppure i richiami alla musica classica; “Styx” (l’odio) ne è un esempio, grazie a quei soavi tocchi di pianoforte che si alternano a sulfuree cavalcate black, in cui lo screaming ferale di Lord Agheros, ci accompagna nel suo delirante viaggio in 17 capitoli. Non starò qui certo a descrivervi ogni singola traccia, anche se il richiamo intrigante della mitologia svolge ampiamente il suo dovere, spingendomi a documentarmi ulteriormente per conoscere l’origine di “Thanatos” (la morte) in cui il factotum italico canta anche in italiano su un tappeto fatto di ruggenti chitarre, un martellante drumming e rapsodiche tastiere. “Moros” (il destino) ed il suo irresistibile potere in grado di modificare il futuro, mi conquista con le sue ancestrali melodie, che nella mia memoria rievocano i fasti di “Minas Morgul” o “Lugburz” degli austriaci Summoning. “Nemesi“ (la vendetta) nella sua intro ricalca “Kveldsfanger” degli Ulver, cosi com’era successo nel secondo capitolo della saga firmata Lord Agheros. Con “Lyssa” (il furore cieco) iniziano i momenti prettamente ambient dell’album, che si alternano comunque a schegge impazzite di black old school, sempre perfettamente orchestrato da Evangelou e sul cui feroce tappeto di nera lava, riescono a trovare spazio anche soavi vocalizzi femminili. La seconda metà, verosimilmente la parte “buona” del disco (o forse dovrei pensare a quella cattiva ed ingannatrice), vede i pezzi ridursi in fatto di durata dissipando del tutto la spietatezza, e lasciando quasi completamente lo spazio ad un liricismo più etereo, ad una musicalità scevra di violenza e in cui il folklore mediterraneo, emerge forte, dalle note del disco. Lo dicevo all’inizio che “Demiurgo” era un progetto estremamente ambizioso, ed ora che ne sono giunto al termine del suo ascolto, non posso che confermare il fascino ed il mistero che un prodotto del genere riesce ad infondere in chi lo ascolta, ma anche un pizzico di rammarico per non aver preso una maggiore distanza dai gorgheggi e dalle parossistiche galoppate black, che ormai non appartengono più al musicista catanese. Probabilmente si è un po’ giocato sul dualismo dei contenuti lirici del lavoro, e pertanto su quelli musicali e sull’inevitabile scontro bene e male, per non deludere musicalmente i propri fan, accontentare tutti o forse nessuno, non so, a voi la consueta ardua sentenza a giudicare una release che catalizzerà sicuramente il vostro interesse quanto è stato in grado di farlo col mio. Sofisti. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music)
Voto: 75

http://lordagheros.bandcamp.com/music

Huldra - Monuments Monolith

#PER CHI AMA: Post Metal, Psichedelia, Isis
Gli Huldra sono ormai alla stregua di amici per il sottoscritto: li ho conosciuti ed imparati ad apprezzare un anno fa, con il loro EP “Signals from the Void”. Li ho incontrati nuovamente con lo split cd, condiviso con i Dustbloom, la scorsa estate ed ora, alla vigilia del loro debutto ufficiale, la band mi contatta, offrendomi la possibilità di recensire in anteprima il nuovo disco, in uscita a metà gennaio. Che dire, se non esserne onorato; ma so già che la band di Salt Lake City non mi deluderà, perché finora non l’ha mai fatto. E difatti, quando faccio partire “Monuments”, vengo investito dal suadente e possente post metal del quintetto proveniente dalla capitale dello Utah. Lento come il mare magmatico che si muove silenzioso dal cono vulcanico, la musica del five-piece statunitense mi prende immediatamente con il suo fare ipnotico e ben strutturato. Ma si tratta di un pezzo breve, sui quattro minuti, che scivola via veloce e mi lascia li per li dubbioso, se qualcosa sia nel frattempo cambiata in casa Huldra. Quando parte “Twisted Tongues and Gnarled Roots”, e i suoi oscuri otto minuti mi cullano deliziosamente, mi rendo conto che il combo statunitense ha solo affinato (e notevolmente) la propria proposta: la band ha sì preso le distanze dal sound granitico e dirompente dei maestri Neurosis, e ne ha acuito la componente onirica che già si andava delineando nell’ultimo split cd. Musicalmente mostruosi, e al contempo sontuosi, gli Huldra mostrano la loro originalità con un break psichedelico che avrebbe ben figurato in “Panopticon” degli Isis. Le vocals di Matt poi sono sempre molto pacate nella sua forma pulita, anche se qualche bel growl cavernoso non ce lo fa certo mancare. “Noctua” è un interludio ambient che apre a “Ursidae” e ai suoi dodici minuti di suoni caldi e magnetici. Lo spettro dei gods di Boston aleggia ancora nell’aere, ma d’altro canto era indispensabile trovare dei degni eredi di A. Turner e soci, e a mio avviso, gli Huldra si candidano fortemente a raccogliere lo scettro lasciato vacante. Con somma predilezione per suggestioni strumentali figlie del post rock, incantate parti d’atmosfera e fantastiche aperture ariose, i nostri relegano le parti vocali ad una minima parte nell’economia dei brani. Chiaro che la band del west non si è rincitrullita del tutto, ha mollato gli ormeggi e si è messa a suonare ninne nanne per bambini; quando “Thousands of Eyes” esplode nel mio stereo, godo che è un piacere. Il riffing robusto ed ondeggiante dell’act torna a sibilare tra la sabbia, in un vorticoso andirivieni ritmico, dall’incedere compassato ed ubriacante. Chiudo gli occhi e provo a vedere se sono in grado di rimanere in piedi senza barcollare, ma ahimè non posso far altro che crollare al tappeto, stordito dai colpi all’insegna di un trip delirante, a cui la band mi ha avviato. L’ensemble nord americano ha compiuto passi da gigante negli ultimi mesi, e quindi tutto appare estremamente elegante e degno di una big band. “As Above, So Below” o la conclusiva “The City in the Sky” rappresentano altri grandi pezzi che confermano le mie parole e che mostrano quanta classe, si propaghi armoniosamente dagli strumenti di questi cinque ragazzi. La verve, il sound carico di groove, il pathos che gli Huldra emanano, è cosa rara e preziosa, e questo “Monuments Monolith” alla fine, mi ha prodotto lo stesso impatto emotivo che grandi album del passato (e cito nuovamente e non a caso “Panopticon”) hanno avuto sulla mia crescita musicale. Non esagero troppo col voto, per non ritrovarmi magari fra un anno, a dover rivedere le mie scale valutative. Comunque sublimi. (Francesco Scarci)

martedì 11 dicembre 2012

Subterranean Disposition - Subterranean Disposition

#PER CHI AMA: Death/Doom, My Dying Bride
Se non fosse uscito un mese fa il nuovo album dei My Dying Bride, avrei potuto confondere l’omonimo debut dei Subterranean Disposition, come la nuova release dei gods inglesi. E invece, eccola arrivare la nuova, ennesima, one man band dall’Australia, (e quest’anno abbiamo superato ogni record), a rilasciare questo five-tracks di quasi 55 minuti. Terry Vainoras, l’architetto dietro a tutto ciò, non è di certo uno sprovveduto, avendo militato tra gli altri in Cryptal Darkness, The Eternal ed Insomnius Dei, tutte formazioni che nell’underground death doom, hanno avuto un più che discreto eco. Dopo essersi accasato all’Hypnotic Dirge Records, ecco giungere il primo lavoro che si apre con i versi di scimmie impazzite. Non a caso la prima lugubre traccia, si intitola “Between Apes and Angel” e i suoi quasi dieci minuti confermano la pesantezza di un suono all’insegna del death doom britannico, che segna come punto di interesse la metà della traccia, dove alla voce compare il clone del vocalist dei My Dying Bride che immediatamente mi spinge a verificare nel booklet, che non ci sia proprio Aaron Stainthorpe, in qualità di guest vocalist. Niente da fare, gli ospiti si limitano alla presenza alla voce di Phoebe Pinnock (una sorta di Bjork) in “Prolong this Agony” e “Wailing my Keen” e D’arcy Molan, sassofonista in “The Most Subtle of Storms”, ma di Aaron nessuna traccia. E allora deve essere per forza il bravo Terry a modulare la voce come lo straziante vocalist inglese. Per ciò che concerne la musica invece, siamo ancora in una fase piuttosto embrionale a livello di ritmiche, ancora evidentemente troppo legate agli stilemi classici di un genere, che pecca di un immobilismo e rigore assoluto. Ci sono tuttavia vari tentativi di donare un pizzico di originalità al prodotto, con l’inserto femminile di Phoebe alla voce nelle due song sopra menzionate, che acquisiscono un che di stravagante, quasi avanguardistico, anche se poi non mancano le consuete aperture acustiche, su cui si andranno ovviamente a stagliare le voci growl ed una ritmica bella tosta. Non è certo facile trovare delle nuove soluzioni ad un genere che non ha la benché minima voglia di evolversi. Eppure il buon Terry, talvolta mi dà l’idea di volerci provare, lanciando, accanto ad incursioni chitarristiche non del tutto originali, ma palesemente influenzate dai suoni della terra d’Albione, altre trovate che invece parrebbero proprio il desiderio di prendere le distanze dal genere, come l’incedere asfissiante simil industriale/marziale di “Seven Sisters of Sleep”. Superati i minuti di angoscia e quel forte senso di claustrofobia della precedente traccia, mi accingo ad ascoltare quella song per cui nutrivo un certo interesse per la presenza del sax. A parte l’ennesimo avanzare inquietante, tra vocals che passano con estrema disinvoltura, dal growl allo scream ed infine al tetro clean, e con i suoni costantemente pregni di un feeling degni del teatro dell’horror, arrivo finalmente a gustarmi lo squarcio malvagio del sax in una notte di luna piena. Brividi. Brividi che percorrono le mie braccia per uno dei break più belli che abbia mai sentito. Dicevo io che il buon Terry voleva provarci a differenziarsi dalla massa abnorme di band che affollano il marasma doom/funeral, peccato solo che la divagazione non sia stata certo tra le più lunghe. Quel che è positivo è senza dubbio che le premesse per un miglioramento, per trovare e tracciare nuovi sentieri ci siano, per non rimanere bloccati in quell’immobilismo di cui parlavo poc’anzi. Sicuramente si poteva fare a meno degli ultimi quattro minuti della song, fatta di suoni marini. A chiudere l’album ci pensa la sorprendente e quasi “tooliana” “Wailing my Keen”, in cui ricompare la brava Phoebe accanto all’eccelsa voce di Terry, che qui supera se stesso… Insomma, questo primo capitolo dei Subterranean Disposition, non è cosi facile da digerire, ma quando anche voi, avrete metabolizzato i suoni qui contenuti, non potrete che rimanerne più che soddisfatti. Da tenere sotto traccia oculatamente… (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records)
Voto: 70

https://www.facebook.com/SubterraneanDisposition

Amber Tears - Revelation Renounced

PER CHI AMA: Death/Doom Folk, My Dying Bride, Amorphis
In casa Solitude e co. pare sia venuta di moda la ristampa dei vecchi album delle band sotto contratto, cosi dopo gli Inborn Suffering, è il turno degli Amber Tears, vedere il proprio debut ristampato. Questo sestetto russo lo avevamo già incontrato lo scorso anno in occasione dell’uscita di ”Key to December”, indicato dal sottoscritto come un surrogato, di certo non spiacevole, dei vecchi classici Anathema e My Dying Bride, riletti in chiave folk. Questo nuovo vecchio lavoro si apre ancora una volta in modo folkish, con tanto di epiche cornamuse che predispongono il campo a “Through Autumnal Rain”, e proprio come suggerisce il titolo, ci troviamo al cospetto di un sound che affonda le proprie radici nell’autunnale poesia del death doom, ma che vede tuttavia affiorare anche stralci di musica folk scandinava (chissà perché nelle orecchie mi sovviene il nome Amorphis) ed un assolo che pare preso in prestito da “A Deeper Kind of Slumber” dei Tiamat. Un po’ onirici, un po’ pagani, assai melodici e di certo atmosferici, gli Amber Tears degli esordi, appaiono in una versione decisamente più edulcorata e quasi più originale, rispetto a quelli che mi avevano comunque divertito lo scorso anno. Vorrei nuovamente sottolineare che fra le mani non abbiamo chissà quale disco geniale, certo è che il death gothic doom, intriso di folk degli Amber Tears, è tremendamente palpabile anche in “Leaving the Tears” e alla fine dei conti, risulterà anche assolutamente efficace. Il vocalist si conferma bravo nel districarsi tra il classico cantato growl e delicati passaggi narrati (scuola Saturnus); e non posso poi non menzionare la sezione strumentale, che si mette in luce per azzeccatissimi assoli ed una ritmica, che per una volta, non potrò accusare di essere pesante o furibonda, spesso responsabile nel soggiogare la nostra attenzione con tutta la propria dirompente noia. Sulla base di quanto ascoltato sin qui e dei successivi passaggi acustici, che alla fine ho incontrato nel corso dei 56 minuti di questo album, per gli eccessi folk (forse in questo disco addirittura straripanti), non posso che suggerire l’ascolto di “Revelation Renounced”, come base di partenza per la scoperta degli amici russi degli Amber Tears. (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 75

http://www.myspace.com/ambertearsband

Tesa - IV

#PER CHI AMA: Post Metal, Neurosis
La storia di questo cd è piuttosto particolare: mi sono recato in Lettonia per lavoro, ho fatto il mio consueto salto in un negozietto di dischi, ho trovato la nuova release dei lettoni Tesa e l’ho acquistata. Come da mio rito personale, non ho aperto il cd fino al mio arrivo a casa, per potermi gustare in tutta intimità il lavoro dei nostri, ma quando ho tolto il cellophane dal digipack, ecco la tremenda scoperta: il cd era spezzato in due. Che giramento di palle, non avete idea. Ho immediatamente contattato l’etichetta discografica, non tanto per farmi rimborsare il disco (che c’entrano loro?), ma per farmi inviare una copia promozionale, da poter recensire. Ed ecco fatto: cd ricevuto qualche giorno fa, già gira nel mio lettore, e sfruttando la mia fastidiosissima influenza stagionale, mi ritrovo quasi immediatamente a scrivere di questa release. Al solito, i Tesa saranno sconosciuti alla stragrande maggioranza dei lettori, quindi partiamo immediatamente dal genere proposto: post metal. Quindi tutti gli amanti di simili sonorità, alzino le orecchie, lascino perdere per un po’ i vari Neurosis, Isis e compagnia bella e si concentrino su questi sconosciutissimi ragazzi, che meritano assolutamente la vostra attenzione. Aboliti i titoli (che servono d’altro canto?), la prima traccia mette in mostra immediatamente i muscoli, la classe e la vena creativa di questo combo baltico. Se proprio devo trovare dei punti di contatto con realtà più famose, solo per darvi qualche riferimento, citerei i sempre presenti Neurosis, per la rarefazione delle atmosfere, l’incedere pachidermico, e quella capacità che solo la band di Oakland, ha nel creare attimi di trepidante sospensione… solo fino ad oggi però, perché gli amici della piccola repubblica baltica, stupiscono che è un piacere, con il loro sound intellettualoide e raffinato, in cui l’unica cosa a mancare di raffinatezza è la voce, difficilmente intellegibile e posta in sottofondo. La seconda traccia è più ambientale rispetto alla opening track, ma possiede un feeling mortifero, complice anche un sound piuttosto impastato. Tuttavia è splendida. E ora la montagna più alta da scalare, visti i 18 minuti abbondanti della terza song. Prendo la mia bombola d’ossigeno e mi appresto a raggiungere vette elevate ed inesplorate, in cui sono certo, di elementi vitali ce ne saranno gran pochi. E infatti non mi sbagliavo. Dopo soli tre minuti ho bisogno di rifiatare, quasi mi trovassi a sei mila metri d’altitudine, dove mancano le forze e la testa gira che è un piacere. Dopo sei minuti ne sento già i benefici, ma probabilmente perché il sound dei Tesa è mutato dal claustrofobico ad una forma un po’ più solare di oscurità (è un semplice eufemismo, tranquilli). L’avanzare della band è al solito ipnotico, psichedelico, lisergico, tutti vocaboli spesi centinaia di volte per descrivere il lento marciare minaccioso, di un esercito che muove a guerra in un campo di battaglia. L’effetto è sontuoso, da brividi, sicuramente merito anche di una tecnica individuale sopraffina e di un sound ricco di pathos e verve, che mi fa gridare al miracolo. Se tutti stavano aspettando la nuova release dei Neurosis e tanti ne sono rimasti delusi, forse virare il tiro ai Tesa, potrebbe essere la giusta soluzione, per placare gli animi e addolcire la frustrazione. Monolitici e dirompenti. (Francesco Scarci)

(Old Skool Kids Records)
Voto: 80

http://www.myspace.com/tesaband