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martedì 2 novembre 2010

Woods of Ypres - Woods 4 - The Green Album


Dopo la recente pubblicazione del meglio dei primi 3 lavori, i canadesi Woods of Ypres, “Indipendent Nature 2002-2007”, ritornano sulle scene con un nuovo sorprendente capitolo della loro discografia, “The Green Album”. Già a partire dall’iniziale “Shards of Love”, mi rendo conto di trovarmi tra le mani un ambizioso, intrigante e quanto mai controverso cd, per quel suo mood estremamente romantico e malinconico al tempo stesso che spesso si scontrerà nel corso della sua evoluzione con elementi un po’ fuori luogo, ma andiamo con ordine. Abbandonate (quasi) definitivamente le sonorità black degli esordi, la band di Toronto si candida seriamente a rivestire un ruolo di fondamentale importanza all’interno della scena doom mondiale. Il sound di questo platter segna definitivamente l’ampliamento degli orizzonti musicali dei Woods of Ypres, il cui nome, mi piace ricordarlo, riconduce alla cittadina belga di Ypres, dove i tedeschi uccisero nel 1915, più di 5000 uomini in pochi minuti, utilizzando le famigerate armi chimiche al cloro, e dove la sola divisione canadese riuscì a farla franca, impiegando come maschere, fazzoletti imbevuti di urine. Dicevamo di ampliamento di orizzonti musicali, di espansione del proprio sound in territori mai battuti prima dalla band, perché questo introspettivo “The Green Album” esplora aree più oscure, malinconiche e doomish, che mai l’ensemble aveva fatto prima d’ora. Già si intravedeva per carità, nei precedenti lavori questo desiderio di sperimentare, questa necessità di portare avanti nuove idee, ma mai mi sarei aspettato una simile evoluzione nella musica dei nostri. 15 altalenanti composizioni (forse un po’ troppe a dire il vero, visti i quasi 80 minuti di musica), che vi condurranno in un mondo surreale, quasi fatato, dove potrete apprezzare della musica suonata con grande classe. Difficile fare un’analisi per ogni traccia, tuttavia mi piacerebbe soffermarmi su quelle che sono le mie song preferite: oltre alla opening track, citerei il trittico ”I Was Buried in…”, “Dirty Window…” e “…And I Am Pining” che mostrano le nuove sonorità della band, all’insegna del cupo decadentismo, grazie anche l’utilizzo del piano e agli eccellenti arrangiamenti; “Wet Leather” richiama vagamente un improbabile mix tra Type o Negative e Moonspell. Qualche stancante passaggio a vuoto all’insegna del death, che in un lavoro di tale portata ci può anche stare (ma che si poteva tranquillamente evitare), ed ecco arrivare all’acustica ninna nanna “You Are Here with Me” che vede la partecipazione in qualità di ospite, di un chitarrista sperimentale di Ottawa. La successiva monolitica “Retrosleep in the Morning Calm” ci riconsegna il tipico Woods of Ypres sound, fatto di ottime melodie e alternanza tra growling (poche) e clean (la maggior parte) vocals. Ultima citazione per la conclusiva “Move on! (the Woman will always Leave the Man)”, brano che mette in luce ancora una volta le qualità eccelse di una band che quando vuole è in grado di fare la differenza. Peccato appunto per qualche passaggio, dovuto all’inserto poco felice di canzoni che poco hanno a che vedere con il resto del cd, che vorrebbe e dovrebbe essere un lavoro di doom sperimentale ma che ogni tanto cade nel tranello della traccia black o death (peccato altrimenti avrebbe meritato molto di più). Non mi è nemmeno chiaro il perché (se non per la presenza di David Gold alla batteria) l’edizione limitata comprenda il cd dei sud coreani Necramyth, “Slaughter of the Seoul”, concentrato di brutal death/black, del tutto fuori posto in questo contesto. In definitiva, un album con tante luci (e incantevoli spunti) ma anche tante ombre, di cui faccio sinceramente fatica a comprenderne il significato. Comunque sia, “The Green Album” gode di tutta la mia stima e fiducia, perché contiene rare perle di musica, davvero affascinanti. Consigliato! (Francesco Scarci) 


(Practical Art Records)
Voto: 75

Astel Oscora - Wormshire


Sinistre tastiere aprono questo lavoro di black sinfonico degli sconosciuti russi Astel Oscora e ancora non riesco a comprendere come mai la maggior parte delle band provenienti dall’est Europa, non riesca a trovare lo spazio che merita dalle nostre parti, perché di musica interessante, in quella area remota del nostro continente, ce n’è davvero molta. E i nostri, pur non inventando nulla di originale, ci propinano 6 tracce (più intro, outro e 2 intermezzi) di un interessante black metal, che viaggia su mid-tempos mai troppo sostenuti, ma sempre estremamente melodici e atmosferici. Si parte con “Blazing Inferno” e già si intuiscono le influenze della band: decisamente il quartetto di Mosca deve aver appreso la lezione di “For All Tid”, esordio discografico dei Dimmu Borgir, mischiato i suoi suoni con quelli di “The Principle of Evil Made Flesh” dei Cradle of Filth, aggiunto quelle tastiere tanto care ai Limbonic Art e il risultato che si presenta, direi che è più che soddisfacente. Si, mancherebbe un altro nome davvero importante della scena, gli Emperor, e credo che un po’ del sound di Samoth e compagni, si possa ritrovare nelle note di questo “Wormshire”. Ecco insomma, non proprio dei nomi messi lì a caso, ma quello che è stato il gotha del black sinfonico di metà anni ’90. La band moscovita quindi ha studiato per bene la lezione dei maestri e l’ha messa in pratica nel migliore dei modi. “Angels are Sinful too” è un gran bel pezzo, dove tutti gli elementi son ben bilanciati tra loro: l’apertura è affidata alle sapienti tastiere di Madlen, lo screaming di Anubis può richiamare il vocalist dei Nokturnal Mortum, le chitarre, epiche nel loro incedere, disegnano linee melodiche avvincenti, ma è l’aura magica che si respira in tutto il brano (e in generale in tutto il disco) a rendere “Wormshire” un disco da avere. “The Land of Worms” è un altro brano ben riuscito, un po’ più tirato del precedente, con blast beat a raffica, ma pur sempre carico di dense nubi sulfuree, grazie ancora una volta al magnifico lavoro alle tastiere della bravissima Madlen (tra l’altro anche tastierista di Sworn e Symbol of Obscurity), capace di creare tetre atmosfere infernali. Una segnalazione per le ultime 2 songs cantate in lingua madre e con tanto di testi in cirillico all’interno del booklet del cd. Insomma, se siete amanti del black sinfonico melodico, che caratterizzò la metà degli anni ’90, “Wormshire” è ciò che fa per voi. Bravi! (Francesco Scarci) 

(MSR Production)
Voto: 70

Belakor - Stone's Reach


Ancora una volta è l’Australia ad allietare le mie orecchie con suoni estremamente suggestivi: dopo Insomnius Dei, Phalanx ed Empyrean, ecco arrivare anche i Be’lakor con il loro sound a cavallo tra death doom e progressive e già tutto mi è più chiaro. Questo è il genere che prediligo in assoluto perché in grado di regalare le emozioni più forti alla mia anima. Questi cavalieri dell’apocalisse ci offrono otto splendide composizioni che partendo da un sound vicino a quello degli Opeth, ne prendono immediatamente le distanze, riuscendo a costruire trame musicali davvero convincenti ed avvincenti già dall’iniziale “Venator”, song ricca di melodia, atmosfere cangianti capaci di passare repentinamente da frangenti acustici ad altri più elettrici. Anche la successiva “From Scythe to Sceptre” naviga sulla stessa onda, grazie alle deliziose malinconiche linee di chitarra offerte dal duo Shaun Sykes e George Kosmas (quest’ultimo anche vocalist della band); ma è con questa song che gli “Aussie boys” ci prendono ufficialmente per mano accompagnandoci nel loro mondo articolato, riflessivo e decadente, dove ad alternarsi sono splendide ambientazioni crepuscolari con altre più selvagge, finendo per creare un seducente gioco di chiari scuri che può incoronare il five pieces australiano nel gotha del death metal melodico. Le successive “Outlive the Hands” e “Sun’s Delusion” non fanno altro che confermare quanto appena scritto: ritmiche da urlo, sorrette da un continuo ed efficace lavoro di ricerca di melodia, come solo i grandi gruppi scandinavi sono in grado di fare e tanta tanta fantasia che nulla alla fine lascia di scontato nell’ascolto di questo eccellente lavoro. Se solo il growling del frontman fosse stato leggermente più espressivo, magari alternando i cavernosi vagiti con altre parti più sofferenti (ma pulite), l’album avrebbe meritato sicuramente qualcosa in più. La produzione ben equilibrata, accanto allo spessore tecnico-stilistico dei componenti del combo australiano, non fa altro che confermare l’eccelsa qualità di una band che ha tutte le carte in regola per sfondare in Europa, forti ora anche di un contratto di distribuzione con la Kolony Records. Se siete amanti di questo genere, non far vostro questo cd, sarebbe davvero un peccato veniale. (Francesco Scarci)

(Prime Cuts Music/Kolony Records)
Voto: 80

Phalanx - The Perpetual Myth


Dall’Australia con furore, eh si perché l’apertura di questo Ep di 6 pezzi (per 28 minuti di musica), inizia in modo veramente esplosivo con un attacco davvero micidiale. Dopo una trentina di secondi, si inizia a ragionare, ma poi neanche tanto a dire il vero, visto l’alternarsi di cambi di tempo che già l’opener “Rome is Ruined” ha da offrire. Il genere proposto dal quintetto di Brisbane è un black death dalle forti tinte sinfo-progressive. Dicevamo della prima traccia che presenta una ritmica prettamente death, con inserti black sinfonici (grazie ad un intelligente uso delle tastiere) e cambi di tempo davvero spiazzanti. Si prosegue con “Blackmail” e la song non è fantasiosa quanto la prima: chitarre zanzarose in primo piano e con le vocals di Chris ad alternarsi tra un cantato stile Shagrath e il growling tipico del death. È una song abbastanza banale, suonata con ordinaria amministrazione, ma poi sul finale il ritmo si fa più incalzante, il pathos sale e sembra di udire una cavalcata in pieno stile Amon Amarth. La terza “From the Ashes”, corre via con il suo black cosmico che pesca a piene mani dal repertorio di Emperor, mentre “Possessed by Infernal Torment” mostra il lato più epico dei nostri nonostante l’inizio sia tra i più selvaggi mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Il sound è violentissimo, ma poi nella sua evoluzione, è in grado di dipanarsi brillantemente tra elementi estremi ed influssi rock progressive, con un epos davvero avvolgente ed intrigante, decisamente la migliore song di questo cd. La quinta traccia è solo un intermezzo acustico che prepara alla furia dirompente della title track, dove mi sembra di ritrovarmi al cospetto del fantasy black dei Bal Sagoth. In definitiva, “The Perpetual Myth”, pur non offrendo nulla di particolarmente innovativo, ha stuzzicato enormemente i miei sensi, facendomi scoprire una nuova interessante realtà musicale da tenere assolutamente monitorata. Ottimi in prospettiva futura! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 70

Sicmonic - Somnambulist


Cosa volete che vi dica di una band che ho scoperto io navigando semplicemente sul web e consigliandola al patron dell’Aural Music? Per me sono semplicemente straordinari, tuttavia cercherò di evidenziarvi luci e ombre di questo cd, che, uscito originariamente per la Phoenix Showcase Entertainment ad inizio 2009, la sempre attenta Aural Music rilascia per il mercato europeo, tra l’altro con 4 bonus tracks. L’attacco è affidata a “To the Fiendz”, arrembante song in cui ritroviamo tutti gli elementi cardine che costituiscono il “Sicmonic” sound: ritmiche devastanti ma iper-melodiche, continui cambi di tempo, vocals pulite e growl, sprazzi di follia, per quella che è la mia song preferita. La successiva “Till the Morning Light” mostra il lato più alternative e tribale della band statunitense, con influenze derivanti dagli Ill Nino e dai System of a Down, ma partendo da queste sonorità i nostri espandono il concetto di musica alternativa, costruendo una canzone fenomenale, una sorta di ballad estrema, con la calda voce di Taylor Hession, vero punto di forza del combo di Phoenix, a sbraitare come un pazzo nel microfono; da panico poi le linee di chitarra cosi malinconiche e stracariche di pathos.. Ribadisco, sono geniali e anche la title track conferma queste mie parole pur mostrando un’attitudine un po’ più post hardcore, cosi come la successiva “Illumination”, selvaggia e brutale song dal mood apocalittico, una cavalcata verso le viscere della terra. Solo ascoltando “Somnambulist” potrete capire di che cosa stia parlando e quali emozioni sia in grado di sprigionare questo disco: era da tanto, forse dai tempi di “Toxicity” dei SOAD, che non sentivo qualcosa di così avvincente in questo ambito. Magari ci possono essere cose che faranno storcere il naso ai puristi della musica estrema, tipo le vocals al limite del rap in qualche pezzo, ma vi garantisco che di violenza qui ne troverete più che in un disco brutal death, solo che la cosa splendida è che non si tratta di violenza fine a sé stessa, ma di furia controllata, grazie ad ariose aperture melodiche o all’utilizzo del violino (si avete capito bene, un violino che suona questo genere!) che svolge un ruolo cardine in “Just How Far Down Do You Want to Go?” o nel folle finale affidato a “Devil Went Down to Georgia”. Forse vi verrà il diabete ascoltando “Requiem”, ma dopo l’assalto delle prime tracce, vi garantisco che un attimo di tregua, seppur smelenso, ma dotato di grande tensione emotiva, ci sta tutto, poi la voce di Taylor su quell’arpeggio, che delizia... Giusto il tempo di una boccata d’ossigeno e i nostri tornano a spaccarci le ossa con un’altra serie di songs, magari non tanto brillanti quanto le prime, ma che comunque si dimostrano interessanti, per quel loro connubio tra extreme music e quantità di groove industriali. Per ciò che concerne le bonus tracks si tratta in realtà di 4 brani estrapolati dall’album di debutto dell’act dell’Arizona, “Look to the Skies”, che comunque mostrano il lato più hardcore del five pieces. I Sicmonic sono una vera forza della natura, ricchi di talento e idee brillanti, provare per credere! (Francesco Scarci)

(Aural Music)
voto: 85

sabato 30 ottobre 2010

Silent Path - Mourner Portraits


53 minuti e 45 secondi: 44, 43, 42… Ecco come “sento” questo disco: una caduta lenta, micidiale, inesorabile ma soprattutto inarrestabile, un conto alla rovescia che porta dritto dritto… alla bara. Un’immagine inquietante certo, che fa rimembrare quel periodico oscillare della falce di “The Pit and the Pendulum” del maestro E. A. Poe. Pace all’anima sua. Per la mia c’è ancora tempo. “Empty Earth”, “Broken Trees”, “Epic Suicide” sono solo tre delle nove tracce del disco. Titoli e contenuti tali da spingermi a definire questo lavoro un vero e proprio concept album. Una sorta di bambola assassina governata dalle fila della tristezza, della depressione e dalla peggiore di tutte, la solitudine. Musiche che non esitano, bensì godono nel rovistare tra le viscere dell’animo umano, viscere come quelle del “De Humani Corporis Fabrica” del Vesalio per intendersi. Musiche che si insinuano dentro, con forza; musiche e parole che erigono un vero e proprio “Malleus Maleficarum” per torturare, si, per torturare e con dovizia di particolari, l’incauto ascoltatore.. Ma quali le caratteristiche di queste musiche? Ecco alcuni dei comandamenti che vengono qui rispettati: lentezza in certi punti tale da mettere in difficoltà chi si trova tra piatti e tamburi, dissonanza e distorsione per la chitarra che non ha praticamente mai un suono pulito, voce growl, testi cantati abbastanza lentamente da dare il tempo, a chi canta, per una sorsata di rum tra una parola e l’altra. Una parola non sprecata per “Forgotten Sounds”: solitamente in un disco una traccia strumentale viene “sciacquata” via dalle altre, cantate (non a caso ho usato questo verbo, ascoltare per credere), io invece voglio, per una volta, sottolineare proprio una di queste canzoni, forse anche per gli ottimi campionamenti che creano il giusto pathos per un disco di questo genere. Ah si, quasi dimenticavo: dietro al nome “Silent Path” si cela un unico artista, di origine iraniana, il cui pseudonimo è “Count De Efrit” ma ahinoi non ci sarà nota la sua vera identità. Chiudo questa mia epistola con un avvertimento: assicuratevi di avere il morale alle stelle prima di lanciarvi all’ascolto di questo disco, toglietevi ogni tipo di prurito, già perché sarà l’ultima cosa che farete! Si, sono un bastardo, ve l’ho detto solo alla fine, quando ormai è troppo tardi per fare qualcosa: 3, adesso vi è ormai venuta già 2, voglia di 1, farla finita. Ben vi sta! Dannate siano le vostre anime… (Rudi Remelli) 

(Evil Distribution)
voto: 75

Pressure Points - Remorses to Remember


Incredibile trovarsi tra le mani l’album che non ti aspetti, la band sconosciuta che ti sfoggia un eccellente lavoro pur pescando a piene mani le proprie idee dalla sconfinata discografia degli Opeth, ma chi se ne frega. Era già capitato in passato di trovarmi a recensire band che si rifacevano palesemente ai mostri sacri svedesi, ma ho più volte ribadito che se una band è in grado di regalarmi profonde emozioni, seppur la musica sia influenzata da altre band, non rappresenta un grosso problema. E questi Pressure Points corrispondono all’esatto identikit descritto sopra: band sconosciuta, ispirata alla band di Mikael Åkerfeldt e soci, con un grande album di esordio rilasciato dalla sempre attenta Firebox Music. La storia dei nostri è relativamente recente: formatisi nel 2004, dopo le classiche jam-session per puro divertimento e gli assestamenti di rito nella line-up, ecco finalmente arrivare al grande pubblico i progsters finlandesi Pressure Points e mamma mia che botto! Cari amici devoti dei maestri Opeth, prendete come sempre carta penna e calamaio e segnatevi questa band davvero interessante, capace di deliziare i nostri palati sopraffini con 6 lunghissime tracce (con una media di 8 minuti) più un intermezzo strumentale. Sebbene la giovane età della band, il combo finnico si dimostra immediatamente maturo e con un sound quasi del tutto definito. Dicevamo si delle influenze provenienti dai ben più famosi colleghi svedesi, ma credo che con il prossimo lavoro, saremo già in grado di gridare al miracolo per la capacità direi innata di mischiare tranquillamente il death alla musica progressive con un pizzico di rock anni ’70, sublimi! Qui c’è musica emozionante, in grado di incatenarvi allo stereo per giorni spingendovi all’ascolto reiterato di questo sorprendente "Remorses to Remember". Ragazzi che classe: trame complesse, cambi di tempo, riffoni granitici, vocals che passano con estrema disinvoltura dal growling ad un suadente cantato pulito, aperture rock che dimenticano le origini death metal della band per lanciarci in sognanti pezzi (ascoltare “”Edge of Endurance” per credere). Il quintetto finlandese ci prende per mano e ci accompagna nel loro mondo, accarezzandoci il viso con note delicate, sussurrandoci nelle orecchie parole dolci, ma anche prendendoci a schiaffi con parti brutali (soprattutto nei primi 2 pezzi). La tecnica eccelsa, l’uso dell’Hammond, il gusto per le melodie e l’amore viscerale per gli Opeth, completano un’opera che ha nella sua seconda parte i momenti migliori, quelli decisamente più intimistici (la meravigliosa settantiana “The Past Within” con un assolo da panico sul finire e la lunga e malinconica “Out of Sync” sono due magnifici esempi) che sanciscono l’esplosione nella scena di un’altra mirabolante creatura, che a questo punto non vedo l’ora di riascoltare in studio e magari anche vedere dal vivo. Che bella sorpresa ci riserva come al solito la Finlandia, da sempre fucina di grandissime e talentuose band e questi Pressure Points ne sono l’ennesimo esempio. Fantastici! (Francesco Scarci)

(Firebox)
voto: 75

sabato 23 ottobre 2010

Aherusia - And the Tides Shall Reveal the Traces


Sono sempre stato un grande estimatore del metal estremo ellenico: ho sempre trovato geniali le band provenienti dalla Grecia per quell’alone di misticismo che da sempre le avvolgono, fin dai tempi degli esordi di Septic Flesh e Rotting Christ o per i meno famosi Zemial, Thou Art Lord e Necromantia. Non so come spiegarvelo, ma il cosiddetto “hellenic metal” ha un che di misterioso ed estremamente affascinante e questi Aherusia non sono certo da meno, già a partire dal loro nome che si rifà al mitologico lago dell’Ade. Per quanto riguarda poi il loro sound beh, preparatevi a partire per un leggendario viaggio nei Campi Elisi, fatto di oscure melodie, antichi rituali ed etniche litanie che traggono forte ispirazione dalla loro splendente cultura. Nelle 7 tracce qui incluse, si capisce che i nostri non sono certo degli sprovveduti a fronte di 13 lunghi anni di militanza nel sottobosco greco e il risultato sarà di certo entusiasmante per chi ha amato gli ultimi lavori dei connazionali e già citati Rotting Christ. Eh si, perché questo "And the Tides Shall Reveal the Traces" suona come un album di black metal atmosferico, pesantemente influenzato da elementi della tradizione folk ellenica grazie anche all’inserto di strumenti tipici della tradizione come la lira e altri a me sconosciuti, che hanno la delicatezza di un violino e che donano sicuramente qualcosa di magico ed epico all’intera composizione. Il tema di fondo che si respira in questo secondo lavoro dei nostri, è una sorta di estremizzazione della musica folk greca che trova la sua estremizzazione black solo nelle vocals, talvolta corrosive e in pochissimo altro (se non qualche riffs come nella conclusiva “To Our Ancestors”) perché per il resto, songs come “Lux Occulta”, “Archangels” o la opening track, mostrano l’abile capacità dell’act, di creare suggestive e maestose orchestrazioni, sorrette da un sound mai troppo veloce o pesante, in cui la tradizione si fonde col moderno, il folk con il metal e il sacro con il pagano, in quasi un’ora di emozioni in grado di tuffarci indietro nel tempo di quasi tremila anni. Forti di una produzione potente e cristallina ad opera del duo Sakis (Rotting Christ) e Christos (Septic Flesh), che esalta le potenzialità di questo album fuori dal tempo, l’esortazione d’obbligo che vi vado a fare è di andarli a cercare assolutamente sul loro sito e di acquistare una copia di questo cd uscito tra l’altro in formato digipack. Vibranti! (Francesco Scarci)

(Emotion Art Music)
voto: 75

Eloa Vadaath - A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands


A volte trascuriamo assolutamente ciò che si cela al di là delle note di un disco, cosa si narra nei testi o qual è l’arcano significato che sta dietro le parole o anche al solo monicker di una band, per concentrarci esclusivamente sulle note musicali che escono dal nostro stereo, niente di più sbagliato e superficiale. Ho compreso tutto questo dopo una interessantissima chiacchierata con il combo in questione e un nuovo mondo sconfinato mi si è aperto davanti agli occhi. Gli Eloa Vadaath sono una band proveniente dal sottobosco di Rovigo che, con questo “A Bare Reminiscence of Infected Wonderlands”, provano a dar sfogo alla loro immensa creatività, cercando ivi di miscelare il black death degli esordi con sonorità progressive o ambientazioni epico-sinfoniche e direi che quasi quasi si può gridare al miracolo. Eh si, perché quello che viene fuori dalle note di questo affascinante lavoro, è un concentrato di musica che affonda a piene mani le sue radici nella musica rock progressive degli anni ’70, estremizzandola poi con influenze moderne (Opeth tanto per citarne una) che affiorano lungo le undici songs che compongono questo cd. Non siamo ancora di fronte ad un capolavoro ma di sicuro le potenzialità, il tempo (il bassista ha solo 17 anni!!!), la tecnica e le idee innovative, giocano a favore dell’ensemble rodigino. Già dalla intro “Coalesce…” mi sento proiettato in un’altra epoca storica, per quei suoi canti gregoriani; con “Coalesce Part I” i nostri iniziano a pigiare sull’acceleratore e le atmosfere medievali mischiate al metal che ne vengono fuori sono davvero suggestive: è come ascoltare una sorta di Skyclad in versione più estrema, con un finale “pink floydiano” da brividi. È la volta poi di “64 A.D. – Le Flambeau”, song incentrata sul rogo di Roma: il death black dei nostri è raffinato e arricchito da ottimi arrangiamenti, cambi di tempo, eccellenti parti atmosferiche ed un uso quanto mai sapiente di tastiere e violino. Anche le vocals non seguono i dettami del genere e variano tra un growling mai troppo esasperato e un approccio cleaning, mai troppo pulito. Con “The Navidson Record” emergono le influenze provenienti dagli Opeth: parti acustiche, voci sussurrate, trame chitarristiche complesse, ma poi è la personalità del quartetto ad emergere in un intreccio surreale tra le graffianti chitarre e il funambolico violino dei fratelli Marco e Riccardo Paltanin. Che goduria per le mie orecchie, era da tanto tempo che non sentivo qualcosa che mi facesse finalmente sobbalzare dalla sedia e per il momento i nostri ci stanno riuscendo alla grande. Passando attraverso la tetra e operistica “Elysian Fields” si arriva a “The Temptation Chronicles”, song strumentale in cui fa la sua comparsa una vera e propria orchestra con tanto di violini, viola, violoncelli e altri strumenti a fiato, un breve intermezzo che ci dà modo di respirare e punto di incontro con la seconda parte del cd, molto più cattiva e meno sperimentale rispetto ai primi eccezionali pezzi, ma state tranquilli perché la magia che aleggia intorno a questo interessantissimo lavoro non va perduta, complice forse anche la registrazione (non proprio ai massimi livelli però) in un monastero del 17° secolo. A chiudere ci pensano altri due fantastici pezzi che riprendono quanto proposto all’inizio di questo lavoro: l’intrigante e schizzata title track e la “cradle filthiana” “Coalesce Part II”, song ancora più furiosamente folk rispetto alla parte prima (anche qui compare una dolce damigella come vocalist). Wow, che cavalcata ragazzi, sono quasi frastornato da questo lavoro, che vado subito a riascoltarmi per meglio apprezzare le qualità di questo combo che sperò possa far parlare di sé ancora a lungo. Plauso finale per l’elegante e colorato booklet interno. Complimenti, ce ne fossero di band con il coraggio di questi Eloa Vadaath, il mondo musicale sarebbe certamente migliore… (Francesco Scarci) 

(West Witch Records)
voto: 75

Leafblade - Beyond, Beyond


Consigli per l’ascolto: toglietevi le scarpe, coricatevi su un letto (o un divano), rilassatevi, chiudete gli occhi, premete “Play”, lasciate fuori tutto il resto... Non è un album facile: se non avete voglia di lasciarvi andare ad una musica particolarmente evocativa, eterea e sognante, cercate altrove. Sì perché quest’opera degli inglesi “Leafblade” (formati da Sean Jude, Daniel Cavanagh e Daniel Cardoso) non ha nulla di metal. Ma è maledettamente brillante. Suoni, voci, melodie, arpeggi di chitarra: tutto elegante, curato. Sonorità ricercate, con qua e là richiami new age e inserti di suoni della natura, che portano un che di bucolico in lontananza. Il cantato melodico, confidenziale, in alcuni casi quasi sussurrato, si sposa con gli accordi raffinati e la parte ritmica mai sopra le linee. Ne esce un’alchimia sonora, che è quasi un incantesimo. Il senso di fascinazione, che nasce da ogni singola traccia, nell’ascolto filato dell’album purtroppo si stempera... e quasi le songs non si distinguono, si amalgamo in un continuo sospeso. Sicuramente è voluto, sicuramente è evocativo, sicuramente crea una specie di ostacolo all’ascolto. Ecco dove è il lato debole dell’album. Per mantenere l’incantesimo, il tono diventa un po’ troppo monotono, e così si presta il fianco alla noia. Non perché le canzoni abbiano tutte le stesso schema compositivo, anzi mi pare che gli autori non lo considerino per nulla (non troverete ritornelli o strofe veri e proprie), ma per lo stile mantenuto senza accelerazioni improvvise o fughe. Però, come non apprezzare il ritmo e i suoni di flauto di “A Celtic Brooding in Renaissance Man”? Come non lasciarsi trasportare dalla armonia e dalle parole (sono in inglese, ma cercate di trovarle se non le capite ad orecchio) della conclusiva “Sunset Eagle”? E come non trovare davvero equilibrata “Rune Song”? Quest’ultima rappresenta al meglio l’anima di questo platter, con i suoi pregi e difetti. Una mia nota particolare: il lavoro si apre con il suono di un ruscello e con lo stesso si chiude. Ho un debole per questi espedienti, quando son fatti bene. Trovo molto azzeccata l’immagine in copertina del disco, dal packaging davvero essenziale. Un CD apprezzabile, non immediato, che ha bisogno di qualche ascolto e della voglia di seguire il viaggio propostoci dagli artisti senza remore. Fidatevi. (Alberto Merlotti)

(Angelic Records/Aftermath Music)
Voto: 75

Nature's Elements - Beyond the Dunes


C’era una volta il “Lemegeton Clavicula Salomonis”, antico grimorio anonimo del seicento, uno dei più famosi testi di demonologia. La bella notizia è che c’è ancora. Qualcosa però mi dice che se andrete in biblioteca a chiedere di leggerlo, il signor Koreander non vi sorriderà come se gli aveste chiesto “La Storia Infinita”. Vi guarderà invece di sbieco e dopo avervi consegnato il volume, riguardandovi da sopra gli occhiali, gli sentirete dire: “ricordati che sulla copertina non c’è un aurim che esaudisce i desideri e soprattutto non esiste una principessa bambina da salvare. Sarà la tua anima che bisognerà salvare dopo che leggerai da questo libro.” E… “Dolori cocenti intrisi nel sangue e morte spetteranno a coloro che si impossesseranno di questa mappa”… ah no, quest’ultima non centra niente, erano i Goonies. Tornando invece al signor Koreander, non appena vi sarete girati per immergervi nella lettura del vostro bel libro sbarluccicante, lui non esiterà nel gettarsi una manciata di sale alle spalle. Per chi fosse a digiuno in questa materia (E chi non lo è?) i grimori sono testi contenenti le descrizioni degli spiriti, la ritualistica necessaria per evocarli e costringerli ad eseguire gli ordini del mago. Vengono date istruzioni dettagliate circa i simboli, le procedure rituali da eseguire, le azioni necessarie per impedire che gli spiriti prendano il sopravvento, i preparativi che devono precedere l'evocazione ed il modo in cui costruire gli strumenti necessari per l'esecuzione di tali rituali. Ma qual è quel curioso collegamento che mi ha portato a disquisire del “Lemegeton” nel bel mezzo di questa recensione? Niente di più semplice: i nomi scelti dai membri dei Nature’s Elements. Abbiamo a disposizione un’orda di cinque demoni, proprio come (che sia un caso? Non credo) le punte del pentacolo. Vediamo quali sono: Ipos voce e tastiere, Sitri e Vual alle chitarre, Phenex alla batteria e Botis al basso. Questi nomi sono tutti appunto tratti dal “Lemegeton”, sul libro ognuno è rappresentato dal sigillo corrispondente. I cinque sigilli sono stampati in bella mostra sul CD stesso e mi è quindi sembrato doveroso parlarne. La storia dei Nature’s Elements, per niente antica, inizia nel 2001 dal progetto solista del frontman, Ipos, di origine uzbeka. Pur avendo sede in Israele, locus insolito per un quintetto di questo genere, gli altri “Elements” provengono dal blocco sovietico. Vuel e Botis sono infatti Ucraini, Phenex è bielorusso e Sitri russo. E’ giusto ricordare anche un triste cameo nella storia di questa band: la drammatica e prematura scomparsa, per suicidio, di IPOS passato a miglior vita nel 2005. I suoi compagni dedicarono a lui il loro live a Thorheim (5.01.05). Con questo loro lavoro, “Beyond the Dunes”, registrato nel giugno 2005, ma pubblicato nel 2008, i nostri “cherubini che hanno perso le ali” ci presentano “Beyond the Dunes”, EP del 2005 e “Uprising of the Elements” demo del 2003 rimasterizzato. Fin dalla prima traccia “Put V Samost” ci scontriamo con chitarre distorte dal riff violento, feroce, una batteria dominata da rullate velocissime e cascate di tom accompagnate da doppia cassa a go go. Quello che stupisce è la voce, che cambia in continuazione a dare una cacofonia di suoni a tratti pulita ma predominata sempre dal growl che la gioca da padrone. Profondo, sanguigno tanto che chiudendo gli occhi mi sovviene l’idea che a cantare sia un cadavere incazzato ed impazzito che con la potenza delle sue urla ha divelto le saldature a stagno della sua bara facendo schizzare schegge di mogano dappertutto. Se mi concentro, riesco ad avvertire persino l’odore di putrefazione. E non si può non citare “Alfheim”: cosa sta facendo Ipos? Rutta o vomita? Non lo so dire, forse rumita, ma diavolo se ci sa fare. L’intro strumentale di “Uprising of the Elements”, “First Spell of the Desert”, è tristissimo ed accompagna gatton gattoni con la sua malinconica foggia alla successiva “Stihii Gryaput”, otto minuti di perversa follia, belle le chitarre anche se qualche passaggio è di troppo e a mio parere si potrebbe sforbiciare. Bella anche l’idea della pioggia messa lì forse per dilavare il sangue che sino ad ora è scrosciato. Ascoltando “Werewolf”, invece, una domanda mi sorge spontanea: all’inizio, a parlare, è forse Regan protagonista de “L’esorcista”? Adesso che i nostri cinque demoni con le loro prelibatezze sonore mi hanno deliziato e così ben accarezzato a livello di incudine staffa e martelletto, finisco facendomi cullare dalle tanto suadenti quanto tristi note di “Rivers of Time, Forgotten” ottimo outro strumentale che ricorda l’intro. Si finisce quindi con sapori di tristezza, malinconia e a mio parere la peggiore di tutte le sensazioni: la solitudine. (Rudi Remelli)

(Self)
Voto: 70

Et Moriemur - Lacrimae rerum



“Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” (Virigilio - Eneide)

Gli “Et Moriemur” prendono una celeberrima citazione del grande poeta (mio conterraneo), e ne fanno il titolo del loro primo EP. Nella frase, si fa riferimento al momento dell’opera in cui Enea, osservando, in un tempio a Cartagine, un murales ritraente scene della guerra di Troia con la morte di suoi connazionali e amici, piange al loro ricordo. Una scelta a dir poco azzeccata per le atmosfere del disco. L’ensemble ceco si forma nel febbraio del 2008, e a oggi sono: Zdenek Nevelík (voce), Fedor Furnadžiev e David Viktorin (chitarre), Honza Stinka (basso), Albert Fiala (tastiere) e Michal “Datel“ Rak (batteria). Il prodotto di questa formazione è un cd di quattro intermezzi e cinque tracce: un buon lavoro, con una buona produzione, ben suonato e con spunti assai interessanti. Difficile, per noi italiani, non notare l’inserimento di una strofa di Ungaretti che richiama alla citazione di Virgilio nella prima “Shadows”. Ma anche altre citazioni poetiche sono presenti, come un pezzo in tedesco di Goethe in “Chimeras”e uno in inglese “At Memory’s Gate”. Musicalmente le canzoni sono pervase da un’atmosfera decadente e romantica, con la presenza di accordi barocchi, da accelerazioni di ritmo, con cambio di voce del singer, ora seguite ora alternate da parti più melodiche. Poche sbavature nella parte esecutiva strumentale: i nostri ci sanno davvero fare. Sono rimasto colpito dalla varietà di suoni e dagli strumenti utilizzati: viola, xylofono (“Memory’s Gate”), organo. Alla fine risultano tutti ben amalgamati e funzionali all’anima delle canzoni, che rimangono comunque pervase dalla classica potenza del genere. Sempre di metallo si parla. Ecco, una perplessità sulla scelta di usare una voce più growl da parte del cantante nei passaggi più veloci di alcune track (“Shadows”) o nei climax di altre (“Silence”). Mi pare che non sia sufficientemente potente e alla fine convincente. Ben diverso è il risultato quando le vocals sono usate in maniera più melodica (ad esempio in “Chimeras”, con l’accompagnamento dell’organo): davvero molto suadenti e calde. Piacevoli anche gli intermezzi strumentali, evocativi nel loro incedere e non inutili dimostrazioni di capacità. Magari il primo “Marcia Funebre” è un po’ debitore alla musica della doccia di “Psycho”, ma va bene lo stesso. Una parola per le liriche, curate e i brani poetici che ben si adattano all’intero lavoro. Spero che in un album dal più ampio respiro, siano in grado di trovare spunti sufficienti per non cadere nella ripetitività, come qualche volta capita in questo EP. Piacevole sorpresa, per me, questi ragazzi di Praga. Non banali, con una buona vena compositiva, tecnici e con buone idee. (Alberto Merlotti)

(Self)
Voto: 70

Amphitryon - Drama

#PER CHI AMA: Death Orchestrale
Chiudo gli occhi e con "Archéia" eccomi calato nella massonica atmosfera di questo "Drama", vero e proprio cammino iniziatico in quindici gradi proposto dagli Amphitryon. Entro solo nel mio gabinetto di riflessione e perseguo, privo di ogni affidamento dogmatico, la mia rinascita. Avverto, nell’aria, l’odore dello zolfo, del sale. Melodie oscure e misteriche che riescono a solleticare, incuriosire e perché no, sorprendere l’ascoltatore. Avremo ben sei guide o, per tenerci al passo coi tempi, sei avatar ad accompagnarci in questo nostro onirico viaggio sonoro: gli Amphitryon, appunto, band francese di Boulogne-sur-Mer attiva dal non troppo lontano ’96. Anfitrione è il nome del mitologico personaggio greco col quale i nostri amici hanno deciso di battezzarsi. La leggenda lo vuole figlio di Alceo, re di Trezene e nipote di Perseo, eroe che sfidò Medusa. Ma di che sostanza stiamo parlando? Di cosa sono fatte queste canzoni? Dal punto di vista canoro assistiamo ad un Galileiano dialogo dei massimi sistemi: voce growl maschile da una parte a contrapporsi con due voci femminili, pulite, a volte sussurrate, dall’altra. Personalmente interpreto queste ultime come un tentativo di riportare in vita l’ormai dimenticato mito delle vestali, vergini che sanno ben gestire quel fuoco sacro sprigionato da canzoni come “Pantheon”, ad esempio, dal retrogusto “Carmino Buranico”: concedetemi questa licenza poetica. La traccia successiva, “Paths of Dementia” è a mio parere il pezzo forte del disco, mette in luce le perfette armonie tra chitarre dal riff distorto tanto amato dai metaller e controtempi di batteria. Il disco si chiude con Samsara, pezzo dalle curiose sperimentazioni canore che prevedono anche una seppur breve incursione in stile “tibetano”. Ascoltare per credere. “Drama” comprende, oltre al CD, anche un DVD che ripropone le stesse tracce presenti sul CD. Da notare, però, che in questo caso la durata del video è di circa cinque minuti più lunga rispetto la versione audio. Questi minuti aggiuntivi sono stati utilizzati per prolungare (a mio parere appesantendoli) l’intro e l’outro del concerto. Sul DVD sono inoltre presenti interessanti contenuti tra cui le biografie di tutti i componenti del gruppo. L’impressione finale che questo disco mi ha lasciato è quindi quella di un lavoro ben congegnato, sicuramente originale, che merita di essere ascoltato. (Rudi Remelli)

(Manitou Music)
Voto: 75
 

domenica 3 ottobre 2010

Alley - The Weed


Oggigiorno suonare un genere non derivativo è impresa assai ardua, per non dire impossibile, cosi molto spesso ci troviamo di fronte a band che non fanno altro che copiare, clonare, imitare pedissequamente le gesta di grandi gruppi del presente o del recente passato. Per come la vedo io, non è cosi drammatico riprendere gli insegnamenti dei maestri se alla fine ciò che ne viene fuori, ha un proprio perché, delle proprie emozioni da trasmettere o comunque riesce nell’intento di non lasciarci indifferenti di fronte ad una proposta musicale. Faccio questa premessa semplicemente perché ho letto critiche feroci nei confronti di questo gruppo proveniente da uno sperduto paesino siberiano, Krasnoyarsk, in quanto la loro musica non farebbe altro che adottare il principio del “copia incolla” nei confronti dei ben più famosi gods svedesi, Opeth. Ebbene che dire? Non mi sembra proprio un delitto se quel che ne viene fuori alla fine è ascoltabile o addirittura piacevole, quindi non mi sento assolutamente di condannare la scelta del quartetto russo nell’aver rispettato in modo integerrimo gli insegnamenti degli inarrivabili maestri. Insomma l’avrete capito dunque: il sound proposto dagli Alley riprende palesemente la musica di Mikael Akerfeld e soci (periodo “Still Life” e “Black Water Park”) con tutti i loro tipici marchi di fabbrica: songs estremamente articolate e lunghe, l’alternanza tra frangenti acustici ad altri più estremi, stessa effettistica nelle linee di chitarra, l’alternanza tra clean vocals (molto simili a quelle del buon Mikael) e growling feroci. Non mi soffermo neppure nell’analisi track by track perché comunque il sound dei nostri è estremamente debitore agli originali. Certo che alla fine ciò che fa la differenza tra gli Alley e gli Opeth è la classe cristallina che contraddistingue i secondi, mentre per i primi rimane il pregio di aver cercato di raggiungere le vette inarrivabili dei mostri sacri e di aver provato ad esprimere il proprio io attraverso l’influenza che i loro artisti preferiti possono aver avuto sulla musica prodotta. “The Weed” è l’opera prima degli Alley, e sono certo che con il prossimo lavoro, il coriaceo act siberiano, sarà in grado si scrollarsi di dosso l’alone dei maestri svedesi alla ricerca di una propria precisa identità. Esordio comunque positivo per chi come me, ama il prog death. Un’ultima considerazione: ma se al posto di Alley, ci fosse stato scritto Opeth, sarebbe stato fatto tutto questo baccano? Coraggio! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
Voto: 65

Raventale - Mortal Aspirations


Terzo lavoro per la one man band ucraina guidata da Astaroth e non posso iniziare con l’elogiare il lavoro fatto, profetizzando che “Mortal Aspirations” sarà decisamente il disco della consacrazione per il polistrumentista di Kiev. Ancora una volta l’est Europa (e la Solitude Production) si confermano un’ottima fonte (e distribuzione) di musica eccelsa, dopo quella che abbiamo già avuto modo di scoprire con Frailty o The Morningside, tanto per citare qualche altro gruppo di assoluto valore. E la musica contenuta in questa release, lascia spazio ad un sacco di considerazioni, che già dall’iniziale “The Fall of the Mortal Aspirations”, mette in luce le qualità indiscutibili dell’act di Kiev: un sound vario, drammatico, ispirato e ricco di sorprese caratterizzano infatti questo terzo lavoro dei Raventale. Partendo da basi blackish dal forte alone doomeggiante, il nostro eroe costruisce trame espressive, ricche di pathos, portatrici di profonde emozioni, grazie alla sua maledetta componente depressive. Le chitarre taglienti (talvolta serrate) rimangono forse l’unico punto di contatto col black metal visto che il più delle volte il riffing si presenta invece bello potente e pesante, quasi al limite del death; le vocals, prese le distanze dallo screaming tipico del genere, si presentano sofferenti e disperate. Ciò che mi stupisce maggiormente sono le orchestrazioni, in grado di conferire un tocco di epicità che non ha potuto esimermi dal ricordare i passaggi di alcuni pezzi dei Bathory più solenni o dei Burzum più ispirati. Cosi come pure è stata migliorata, rispetto al lavoro precedente, la componente atmosferica, che pullula enormemente in questa nuova fatica, grazie ad un intelligente lavoro alle tastiere e all’inserimento di raffinate aperture acustiche (basti ascoltare la disperata melodia e i soavi arpeggi di “Suicide as the Destined End” per intenderci).. “My Birds of Misfortune”, la traccia più selvaggia del cd, si contraddistingue invece per il suo muro sonoro bello compatto, dove le keys, ancora una volta, giocano un ruolo predominante, donando quel tocco di malinconia cosi come si ritrova nel sound degli svedesi Shining, mentre in altri frangenti ecco l’oscuro spettro di “Dance of December Souls” aleggiare nei pezzi. Dopo il brillante ritorno sulle scene dei Drudkh, sono felice che un’altra band, originariamente dedita al pagan black metal, si sia lanciata in nuove sperimentazioni, capaci di dare nuova linfa vitale a questo genere un po’ assopito. Pure intense emozioni! (Francesco Scarci)

(BadMoodMan Music)
voto: 80