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domenica 23 ottobre 2016

Aanod - Yesterday Comes Tomorrow

#PER CHI AMA: Metalcore, In Flames
Che non sia un fan del metalcore è risaputo da tempo, quando poi ricevo i cd in formato CD-r tendo ad innervosirmi parecchio e propendere per il mio sport preferito, il lancio del disco fuori dalla finestra. Questa volta devo ammettere di aver cercato di mitigare il mio caratteraccio per dare una chance ai francesi Aanod, concedendogli qualche attenuante che non starò qui a spiegare. Placata la mia furia, eccomi all'ascolto di 'Yesterday Comes Tomorrow', dischetto di sette pezzi, votati a sonorità metalcore. Gli Aanod sono parigini e si dilettano nel proporre pezzi immediati, energici, un po' ruffiani sebbene attingano le proprie influenze anche dall'hardcore, cosi come pure da tutta quella miriade di band che fa dell'utilizzo di ritmiche sincopate il proprio credo, non dimenticandosi ovviamente il dualismo vocale pulito (emo?)/growling. Ebbene, immagino anche voi abbiate già capito dove incasellare la proposta di questa band, tuttavia non è tutto da buttare nel cestino del già sentito il disco degli Aanod. Sebbene le prime due tracce puzzino lontano un miglio di già sentito, è in realtà con la terza traccia che i nostri iniziano a svoltare e catturare la mia attenzione. Date pertanto un ascolto veloce alle prime due canzoni ma concentratevi piuttosto su "Resource" e il suo stile che omaggia in primis gli In Flames, ma che poi s'incupisce in un riffing più ritmato e decisamente oscuro, in un brano che vede ricordare, a livello di cori, anche un che dei Deftones. "Pariah" è un'altra song che coniuga il metalcore melodico con una certa vena cibernetica, in cui comunque sottolineerei la performance, parecchio convincente, del vocalist. Si prosegue sulla stessa scia anche con i successivi brani, dove i synth provano a regalare una maggiore freschezza a brani altrimenti un po' piattini. Sebbene ci sia ancora da lavorare parecchio alla ricerca di una propria ben definita personalità che qui fa fatica ad emergere, il disco si lascia ascoltare piacevolmente, tra piacevoli alti e noiosissimi bassi. Per ora, per soli fan del genere. (Francesco Scarci)

venerdì 21 ottobre 2016

Seventh - The Herald

#PER CHI AMA: Post Metal/Sludge, Neurosis
Sette sono i colori dell'arcobaleno, sette sono i giorni della settimana; sette sono i colli di Roma e sette sono i mari secondo gli antichi Greci. Ancora, sette sono i peccati capitali e sette sono le virtù, sette è tante cose, il numero simbolo per eccellenza della ricerca, che rappresenta ogni forma di scoperta e conoscenza. Con il numero sette si va poi all’esplorazione delle parti più intrinseche dell’esistenza fino ad arrivare alla scoperta del suo significato più profondo. Questo preambolo per introdurvi i Seventh (settimo), il nome della band veneziana che ci regala questo 'The Herald', un concept album contenente (ovviamente) sette pezzi che ci conducono in un viaggio cosciente della mente e dell'anima. E il disco è concepito come un viaggio allegorico di un uomo comune che sostiene la libertà e nega la religione e le restrizioni culturali di ogni genere, una storia dai contenuti assai interessanti. Cosa di meglio allora di una perfetta colonna sonora per accompagnare questo intrigante racconto? Detto fatto, i Seventh ci regalano quasi tre quarti d'ora di musica che si muove negli anfratti più oscuri del post metal, con sette piccole gemme, di cui vi citerei immediatamente le mie preferite: la opening track, "The Apostate", che dischiude l'irruenza, la morbosa schizofrenia e l'imprevedibilità di questo trio, in una traccia che, se fosse stata scritta dai Neurosis, avremmo gridato al miracolo. "The Desert" ha un incipit più marziale e un'andatura successivamente più ipnotica, calda, addirittura anthemica. Un break centrale ne spezza l'incedere ritmato e lo screaming caustico di Maximilian si tramuta per alcuni istanti in un cantato pulito e rassicurante, in una traccia comunque dal forte sapore sperimentale, che troverà la sua naturale continuazione in un'altra apparentemente più delicata, la successiva "The Tower", in grado di regalare una prima metà decisamente soft a cui fa da contraltare una seconda parte più feroce. Contorta non poco invece "The Exile", forse la song più complessa del lotto, in cui rabbia, melodia, malinconia, ambient, post metal, alternative, progressive (e tanto altro) convivono beatamente in un flusso magmatico che talvolta appare liquefatto e in altri casi si rivela duro come la roccia. "The Monarch" è un altro esempio di sonorità intimiste, complice nuovamente l'uso di vocalizzi puliti inseriti in un contesto musicale rilassato, almeno per una manciata di minuti, prima che la traccia muti forma e natura, volgendosi verso un riffing di matrice statunitense che chiama nuovamente in causa i paladini Isis e Neurosis, con le vocals che qui si palesano verso uno stile più votato all'hardcore. "The Dawn" ha un piglio decisamente ambient, per quel cantato quasi litanico del frontman e per una traccia che va insinuandosi nei meandri del noise/drone. "The Throne" è l'ultimo pezzo, un'ultima rivisitazione da parte dei Seventh, del post metal americano qui intrisa da pesanti atmosfere doomish. A proposito, che sbadato, dovevo menzionarvi solo i miei brani preferiti e alla fine li ho descritti tutti, forse perché realmente sono meritevoli di un approfondito ascolto. (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2016)
Voto: 80

https://seventhofficial.bandcamp.com/releases

giovedì 20 ottobre 2016

All You’ve Seen - Elements – Part II/Translucence


#PER CHI AMA: Post Rock/Ambient, Mogway, Mono
Di questi All You’ve Seen si sa ben poco, se non che si tratta di un trio proveniente dalla Svizzera, e che 'Elements – Part II' (di cui però non mi risulti esista anche una 'Part I') dovrebbe essere il loro secondo album sulla lunga distanza, in una discografia che, dal 2009, conta peraltro un paio di EP. L’artwork elegante del cd non contribuisce a svelare il mistero, recando informazioni che si limitano ai titoli dei brani e ai crediti delle fotografie e dei field recordings. Il loro è un rock strumentale in cui le chitarre sussurrano e gridano come nella migliore tradizione post rock di modelli come Mogwai o Mono, con una spiccata capacità di costruire crescendo emozionali davvero importanti. Non sono certo dei virtuosi, ma la loro musica tende a toccare ben altri tasti, tutta improntata all’impatto emotivo, al fragore contrapposto ai silenzi, in una perfetta sintesi di quella che sembra essere l’ispirazione del disco, ovvero la potenza degli elementi naturali. Se 'Elements – Part II' viveva di contrasti molto forti e molto fisici, 'Translucence', lavoro del 2016, è un album dai toni più lenti e riflessivi. Il disco ha un andamento ondivago, dall’impatto fragoroso della traccia di apertura "Glass Outline" alle rarefazioni di brani come "Veiled" o "Sinus", gli otto brani sembrano immergersi l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, come diversi movimenti di un’unica sinfonia. Mentre il disco precedente era improntato essenzialmente sulle chitarre, in 'Translucence' la sei corde è anche capace di defilarsi e lasciare il campo a tappeti sonori di stampo quasi ambient, tanto che il vero e proprio strumento guida dell’intero lavoro sembra essere la batteria, che scandisce il tempo in maniera solenne, come fosse la pulsione vibrante di un qualche organismo vivente. Il suono degli elvetici sembra fatto di una materia gassosa, capace di diradarsi fin quasi a rendersi impalpabile, tanto quanto poi di espandersi improvvisamente occupando tutto lo spazio a disposizione e saturando l’atmosfera. È una musica fatta di movimenti ampi e lenti, che si muove al ritmo di un respiro largo, consapevole, mai affannoso. Due dischi alla fine non facili ad un primo ascolto (soprattutto l’ultimo), per quanto risultino fin da subito conturbanti. Ma è un fascino sottile e scuro, fatto di strati sottili e semitrasparenti che si depositano uno sull’altro lasciando però intravedere quello immediatamente sottostante, fino a costruire architetture ardite e sempre fortemente guidate da un’emotività mai sopita. (Mauro Catena)

mercoledì 19 ottobre 2016

Leaving Passenger - When It's Done


#PER CHI AMA: Alternative Rock, Nickelback
Salite in auto e caricate nel vostro lettore 'When It's Done', EP di debutto dei francesi Leaving Passenger. Vi accorgerete che ad un certo punto non ricorderete più la vostra direzione; e questo sembrerebbe un bene se il vostro cervello è aggrovigliato almeno quanto il mio. L’album, composto di sei brani, è decisamente il prodotto di un’attenta e accurata selezione di musica alternative rock che vede nei Nickelback alcuni punti di riferimento per i nostri. Quindici giorni di ascolto intensivo valgono un plauso, perché non credo che farei a meno di nessuno dei sei pezzi qui inclusi, anche se prediligo maggiormente il primo, "Running Back" e l’ultimo, "Scream", per una questione di puro ritmo cardiaco (in mezzo addirittura una ballad, la title track e una semiballad, "Better Place"). Inizialmente avevo trovato il dischetto un po' monotono, dai primi ascolti infatti non emerge nessun diamante, un po’ l’accusa che spesso si fa a molti artisti, cioè quella di non avere la classica hit da classifica. Ma questo va letto anche da un altro punto di vista, sono sicuramente fedeli a loro stessi. E come scritto precedentemente, perché cercare un diamante quando i nostri transalpini te ne offrono sei? Avete presente quando la vostra ragazza monopolizza la radio in cerca di una canzonetta soft e iper trasmessa? Ebbene, quest'album potrebbe essere un valido compromesso tra il vostro e il loro genere. Un alternative rock dal piglio mainstream che scivola via mentre voi guidate, osservate il mondo, e loro suonano indisturbati, ammiccando qua e là anche a Hoobastank e Linkin Park. Credo che valga la pena averlo tra le scelte musicali personali, perché prima o poi vi capiterà quel giorno in cui avrete realmente bisogno di dimenticare la vostra direzione e di osservare il mondo senza che nessuno metta mano al lettore cd. Ricordo poi che 'When It's Done' è il loro EP d'esordio, auspico quindi che il quartetto parigino lavori duramente per ottenere in futuro i medesimi risultati, se non migliori, con lo stesso e acuto taglio di editing. Pochi brani, ma bellissimi. Bidimensionali. (Alpha Rotter)

martedì 18 ottobre 2016

Stormtide - Wrath of an Empire

#PER CHI AMA: Symph Death, Whispered, Tengger Cavalry
L'artwork del debut album degli Stormtide concede largo spazio alla fantasia: montagne incantate, templi e druidi, lasciano presagire ad un che di epico e fantasy che potrebbe tradursi in suoni power metal. Mai ipotesi fu cosi azzardata e soprattutto sbagliata dal sottoscritto. I sei australiani si lanciano infatti in sonorità death sinfoniche che incorporano pesanti elementi orientaleggianti. La title track apre le danze con un sound che in alcuni frangenti mi ha evocato i taiwanesi Chthonic e il loro black folklorico ricco di sonorità della cultura dell'estremo oriente o, per rimanere in Cina, la musica degli Stormtide potrebbe essere assimilabile a quella dei Tengger Cavalry, mentre se guardiamo in Europa, l'accostamento più plausibile sarebbe con i finlandesi Whispered ed il loro "samurai" sound. Fatto sta che gli Stormtide mi piacciono e mi convincono sin dal primo pezzo in cui, complice una ricerca spasmodica di melodie dell'estremo oriente, identificano le tastiere come elemento cardine su cui si vanno poi ad inserire tutti gli altri strumenti, compreso il growling del frontman, Taylor Stirrat. Certo, questo potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio per chi mal sopporta brani stracarichi di orchestrazioni sinfoniche, ma a quel punto meglio lasciar perdere e volgere la propria attenzione altrove. Qui tutto quello che dovete e potete aspettarvi, sono brani stracolmi di melodie che scomodano in un modo o nell'altro altre influenze derivanti dal viking ("As Two Worlds Collide") che chiamano in causa Einherjer e Amon Amarth. I nostri provano a essere un po' più aggressivi con robuste linee di chitarra ("Dawnsinger"), ma inevitabilmente si torna a cavalcare quello che è il genere che identifica gli Stormtide: un melo death aggressivo per ritmiche e vocals, corredato da fiumi di tastiere che guidano l'intero evolversi dei brani. Immaginate dei Children of Bodom in versione più orchestrale, anche se poi in un brano come "Conquer the Straits", i ragazzi di Melbourne hanno il merito di picchiare come fabbri e, sebbene le cinematiche tastiere rispolverino un non so che dei Bal Sagoth, ci ritroviamo fra le mani una traccia ruggente ed incazzata. La durata delle song si assesta quasi ovunque sui 4-5 minuti, permettendo una più facile memorizzazione delle stesse, sempre traboccanti di groove. La cosa che convince è poi un approccio musicale che volge il proprio sguardo all'heavy metal classico piuttosto che agli estremismi sonori di altri esponenti di questo genere. Anomalo il break di basso centrale di "Sage of Stars", che mostra una ricerca di originalità da parte dell'ensemble australiano, in un genere ove è parecchio difficile inventarsi qualcosa di mai sentito. In fatto di liriche, inevitabile che i testi contengano storie di rovina (la ballata folk "Ride to Ruin"), eroismi ("A Heroes Legacy") o gesta malvagie. 'Wrath of an Empire' non può che essere un album epico che trova ancora il tempo di sorprendere con quella che è la mia canzone preferita, "Ascension", non la song più veloce del lotto, ma quella che a suo modo, trova anche punti di contatto con il black metal. Il disco si chiude con un pezzo, "The Green Duck", che invece sembra strizzare l'occhiolino ad un viking/power che, per quanto mi riguarda, non apprezzo più di tanto, ma che comunque non modifica il mio personale giudizio di un disco che, pur non presentando grandi novità, ha comunque il merito di coinvolgerci per oltre 42 minuti di buona musica. (Francesco Scarci)

domenica 16 ottobre 2016

Bodie - First

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Folk/Ambient
Con le prime piogge e il grigio che accompagna le corte giornate d’autunno, i tempi sono maturi per introdurre il lavoro di Bodie (datato 2013), musicista parigino che predilige sonorità elettro-acustiche piuttosto evocative. 'First', il titolo del suo primo lavoro, è un EP composto da cinque brani originali in lingua inglese le cui coordinate sono quelle di un folk carico di pathos e lento nella sua esecuzione. Il brano di apertura, intitolato “Under the Sea” è introdotto da un coro maestoso che fa poi da contrappunto ad un arpeggio acustico mentre l’ingresso della voce di Bodie potrebbe quasi ricordare quella di Thom Yorke, non fosse che il brano termina quasi subito. Il successivo “All These Days” si muove sulle stesse sonorità, anche in termini di armonia, solo che la ritmica è sostenuta questa volta da una chitarra elettrica che doppia basso e batteria, mentre l’organo libera la sua fantasia. “Church”, il terzo pezzo del disco, si rivela una ballata onirica caratterizzata da una voce raddoppiata e dal contrappunto di pianoforte. L’EP prosegue con “So Be It” e termina con la lunga traccia intitolata “The River” dove qualche sonorità più progressive spunta tra le righe, senza comunque snaturare il mood dell’intero album. Un disco breve ma certamente ben caratterizzato, con una potente vocazione cinematografica nel suo incedere e una sapiente gestione dei canali strumentali. Consigliato a chi cerca una personale colonna sonora per l’autunno e anche a chi ha amato, qualche anno fa, il disco di Danger Mouse e Daniele Luppi intitolato 'Rome'. (Massimiliano Paganini)

(Self - 2013)
Voto: 75

https://bodiemusic.bandcamp.com/

Interview with Crown of Asteria


Follow this link to know the thoughts of Meghan, mastermind of the US band Crown of Asteria:

sabato 15 ottobre 2016

Oracles - Miserycorde

#PER CHI AMA: Swedish Symph Death, Arch Enemy, Fleshgod Apocalypse
I belgi Aborted non sono mai sazi e cosi, tre dei suoi membri (voce, batteria e chitarra), hanno pensato bene di mettersi in affari con tre ex membri dei System Divide (voce, chitarra e basso), tra cui Sanna Salou (l'eccellente ex voce femminile anche di Dimlight, Ad Inferna ed Emerald Sun), e dar vita agli Oracles (dal look molto "Assassin's Creed" style), che arrivano all'esordio con questo 'Miserycorde'. La cosa non si ferma qui perché al disco partecipano anche tre guest stars, Jeff Loomis ascia dei Nevermore, Per Nilsson alfiere degli Scar Symmetry e Ryan Knight, ex chitarrista dei The Black Dahlia Murder, a completare quello che sembrerebbe essere un super gruppo a tutti gli effetti. Leggendo la line-up, le attese non possono che essere altissime, e alla fine non verranno affatto deluse, dopo aver infilato il platter nel lettore e pigiato il tasto play dello stereo. La classica breve intro dà subito un assaggio delle capacità vocali della leggiadra vocalist ellenica e poi ecco esplodere "The Tribulation of Man", che delinea immediatamente la proposta dei nostri, fatta di ritmiche serratissime in blast-beat e l'alternanza vocale, growl ed ethereal, dei due cantanti, che danno prova della loro bravura su linee di chitarra vertiginose, assolutamente catchy e corredate da formidabili assoli. Non fosse per la voce di Sanna, potrei affermare che la proposta degli Oracles è una vera mazzata nello stomaco, invece la soave performance della donzella greca, riesce ad interrompere quelle selvagge trame chitarristiche che in "Catabolic (I Am)", palesano le influenze "meshugghiane" dei nostri, in un pezzo concreto, violento, moderno e melodico, soprattutto nel suo inebriante assolo conclusivo, che gli vale per questo la palma di mia song preferita del lotto. In “Quandaries Obsolete” vengo investito dalla devastante dirompenza ritmica dei nostri, con chitarre sghembe e vocals belluine da parte dell'ottimo Sven de Caluwé, bestiaccia feroce degli Aborted, che viene qui sempre tamponata dalla vena lirica della brava Sanna, che alla lunga però corre il rischio di stufare o addirittura non piacere a chi preferisce i soli estremismi sonori degli Oracles. Ciò che colpisce è però la dinamicità che emerge dalle note di questo pool di musicisti, una vena sinfonica estrema che in un qualche modo, è comparabile a quella dei nostrani Fleshgod Apocalypse, forse la band più vicina agli Oracles per sonorità. Chiaro che gli assoli marcatamente di matrice heavy classico, avvicinano la super band di quest'oggi anche agli Arch Enemy (e non solo per la presenza di Jeff Loomis, che negli ultimi due album dell'act svedese, ha dato una grossa mano a livello di chitarre). Si prosegue attraverso canzoni che come nei migliori roller coaster, arrivano a spingere il cuore in gola, grazie ad accelerazioni esagerate, ottimi rallentamenti e velocità sostenute, in cui a mettersi in luce alla fine sono le rasoiate ad opera delle due sei-corde, in mano a dei veri maestri della chitarra. "Remnants Echo" è un pezzo più atipico in cui, sugli scudi rimane la sola Sanna, ad evocare i bei tempi andati di Anneke van Giersbergen nei The Gathering, con le melodie che si confermano ispiratissime, qui più rilassate ed intimiste. Il disco prosegue sui binari dell'alternanza dell'estremismo sonoro e di suoni sinfonici, accompagnati rispettivamente dalle caustiche voci dell'esagitato vocalist degli Aborted e dalla delicata ugola di Sanna. Prodotti egregiamente da Mr. Jacob Hansen (Volbeat, Epica, Amaranthe e gli stessi Aborted), la band arriva addirittura a coverizzare “The Beautiful People” di Marilyn Manson, testimoniando cosi l'eclettismo musicale di un ensemble che non ha alcuna paura a mettersi in gioco. E noi, non possiamo far altro che godere di fronte a questa dimostrazione di forza degli Oracles e gustarci 'Miserycorde' tutto di un fiato. (Francesco Scarci)

(Deadlight Entertainment - 2016)
Voto: 80

venerdì 14 ottobre 2016

Das Röckt - Odile

#PER CHI AMA: Stoner Rock/Post Grunge
Il grunge dopo la sua prima fase esplosiva non ha avuto vita facile negli anni a seguire. La sua sopravvivenza è stata graziata dalla sua capacità di evolversi e intersecarsi con realtà parallele come il metal e la psichedelia che in parte erano già nel suo DNA, di fondersi con lo stoner rock e usare la spinta di certo punk/hardcore meno estremo, questo per garantirsi un futuro dignitoso. Il caso degli svizzeri Das Röckt è da manuale in quanto riescono a fondere al meglio e con ottimi risultati, la musica degli ultimi Queens of the Stone Age con il buon vecchio stoner della band di culto dei Lowrider, passando per il supergruppo Wellwater Conspiracy e gli intramontabili Sixty Watt Shaman, dando vita ad uno speciale connubio di potenza e orecchiabilità, inaspettato e coinvolgente. I primi quattro brani volano veloci, trascinati da riff centratissimi alternati a fasce di musica psichedelica venata di sfumature hardcore, dal taglio melodico ma sempre molto abrasivo (il brano d'apertura, "Run Your Course Crazy Star", è memorabile). Una certa psichedelia pesante e claustrofobica, etichetta i brani con quell'intensità sonora che caratterizza gli ultimi più orecchiabili album dei Mastodon ("Where's the Acid Party") svanendo immediatamente dopo, per immergersi in un indie rock alternativo radiofonico di sicuro impatto con il brano "My Meat Car", spiazzante creatura a metà tra 7Zuma7, Therapy? e i primi And You Will Know Us by the Trail of Dead. Brani di ottima fattura e tanta cura in fase di produzione, belli i suoni, mentre la copertina dovrebbe a parer mio riflettere maggiormente il lato pesante e tagliente della band, anche se, bisogna ammetterlo, si nota nella sua grafica così originale, una certa voglia di fuggire dai soliti cliché omologanti del genere pseudo stoner/rock psichedelico contemporaneo. Quaranta minuti di musica potente e fantasiosa che accomuna gusti differenti in ambito rock, dove il grunge acido degli Stone Temple Pilots e il metal dei The Almighty, incontra il sound alternativo e trascinante degli Arctic Monkeys, suonato come se a farlo fossero gli Apollonia, gli At the Soundown o addirittura i More Than Life. Voi potreste dire che è un frullato di musica troppo esagerato, che un miscuglio così non può portare a niente, tuttavia, credetemi senza indugio quando vi dico che sin dal primo ascolto, dalla prima nota, vi convincerete dell'esatto contrario. Questa band elvetica ha superato il confine, ha centrato in pieno il bersaglio, creando un piccolo gioiellino con questo album, inventando un'esplosiva, originalissima e godibilissima miscela di pesante rock intelligente, abrasivo, adulto e fantasioso, distante dalla solita routine. Una band tutta da osannare! Ascoltatevi il trittico conclusivo costituito da "1981", "Georgia O'Kneefe" e "Spinning Glass" e ditemi come vi siete sentiti dopo averlo fatto...meravigliati? Un disco esemplare. (Bob Stoner)

(Cold Smoke Records - 2015)
Voto: 90

giovedì 13 ottobre 2016

NightMyHeaven - Across the Dark Side


#PER CHI AMA: Black/Death atmosferico, Emperor
Gli Emperor hanno fatto scuola negli anni '90, e i NightMyHeaven, formatisi all'inizio degli anni 2000 in quel di Guimarães in Portogallo, possono essere annoverati nella schiera di adepti della band di Samoth e soci. Il genere? Facile no, black death atmosferico, certificato sin dall'intro del cd che ci introduce a "Nights Dark Side", song che a livello ritmico, segna un riffing tipicamente death metal, mentre a livello di atmosfere, evoca un che dei Cradle of Filth e appunto dei succitati maestri norvegesi, anche se lungo il corso di questa song, il pensiero mi ha spinto più volte verso i Limbonic Art, cosi come pure ai primi Samael, con la performance vocale di Alfredo abbastanza convincente, nel suo screaming molto borderline con un growling stile orco cattivo. I lusitani proseguono con questo registro anche con la successiva "Riders of the Apocalypse", brano parecchio ruvido, che sta più vicino al "metallo della morte" che a quello "nero". E "Kill Your King", scandita dal suono di spade brandite in cielo e di una battaglia che si sta consumando in campo aperto, continua in tal senso, mettendo a ferro e fuoco l'ascoltatore, con ritmiche dritte in cui a eccedere un po' troppo è il cantato del frontman; avrei prediletto infatti che venisse lasciato più spazio alla musica e alla melodia. In "Channel of Doom" invece, sembra che il quintetto portoghese abbia già intuito i miei pensieri e virato pertanto verso uno stile che lascia più spazio a musica e assoli, anche se ancora un po' elementari. E il disco da questo punto in poi, sembra subire un netto miglioramento anche con le successive "Slayer of Deities" e "Amidst the Wolves", dove le atmosfere trovano terreno fertile, pur mantenendo intatto lo spirito battagliero del death metal, con un riffing comunque scorbutico, spezzato da qualche solo che invece punta diritto all'heavy metal classico. "Daughter of Hecate" ha un approccio più orientato al black sinfonico e per questo più accessibile e anche più piacevole, grazie all'uso massivo di tastiere molto stile anni '90, che replica il suo mood anche nelle conclusive "The Flight of the Harpies" and "Hades Hellhound". 'Across the Dark Side' è alla fine un album onesto, anche se ormai suona piuttosto anacronistico nei suoi suoni e nella sua proposta in generale, il che dovrebbe indurre i cinque guerrieri lusitani a svecchiare un po' la propria proposta (anche in fatto di cover cd), visto che ormai siamo sul finire del 2016 e gli Emperor si sono ormai sciolti da tre lustri. (Francesco Scarci)

mercoledì 12 ottobre 2016

Fyrnask - Fórn

#PER CHI AMA: Cascadian Black, Emperor, Deathspell Omega, Agalloch
La profondità degli abissi è pronta ad inglobare voi tutti. I Fyrnask sono tornati con quello che è il loro terzo album, quello dell'attesa consacrazione, il primo per la Ván Records, dopo gli esordi per la Temple of Torturous. 'Fórn' è il nuovo mostro a sette teste partorito dalla mente di Fyrnd, colui che si cela dietro al combo di Bonn (ora una band a tutti gli effetti, dopo gli esordi come one-man-band), pronto a tracciare il proprio sentiero, grazie alla peculiare forma di malatissimo e roboante black metal che essi propongono. Escludendo l'intro acustica di "Forbænir", la malvagità dei nostri è certificata dal malefico sound di "Draugr", che nei suoi quasi otto minuti, ha modo di assemblare il black più atmosferico di scuola norvegese con le disarmonie della scuola francese (Deathspell Omega e Blut Aus Nord), non dimenticando citazioni che chiamano in causa anche la furia claustrofobica degli Altar of Plagues e un che del black metal cascadiano d'oltreoceano. Signori, questo cd si candida ad essere uno dei top album nella scena black di questo 2016, che con la violenza di "Niðrdráttr", spinge per affermare la superiorità dei Fyrnask in quest'ambito musicale. "Vi Er Dømt" risuona come un rito sciamanico, atto a regalare al disco anche una certa ritualità di fondo che arricchisce, in termini contenutistici, la proposta dell'ensemble della Renania. Dopo questa pausa rumoristica, si riprende con "Agnis Offer", una song davvero strana, inedita per la band e per questo anche più difficile da inquadrare. I suoni non sono infatti quelli canonici dato che l'approccio della band verge verso una certa solennità di fondo che evoca addirittura gli Urfaust. Ancora un intermezzo ritual e poi il vuoto viene colmato dalla ferocia insana di "Blotàn", pezzo pirotecnico e anche il mio preferito, che alterna epiche sfuriate black a schizofrenici mid-tempos, con la voce di Fyrnd che sbraita invasata per tutti i suoi sei minuti. Un altro rito proferito da una litanica voce, scandita dal suono di una campana, ed eccoci approdare a "Kenoma", un episodio nebuloso per la discografia della band, che ha avuto l'intelligenza di riarrangiare il proprio sound, progredendo verso un'evoluzione sonica che li ha portati in poco più di cinque anni, a divenire una delle più interessanti realtà dell'underground black. Le ultime menzioni di quest'oggi vanno allo splendido digipack e relativa cover, a cura dell'artista irlandese Glyn Smyth e infine per l'edizione in vinile, che include la bonus track "Vitran". Fyrnask, c'è da fidarsi. (Francesco Scarci)

(Ván Records - 2016)
Voto: 85

https://fyrnask.bandcamp.com/

Hella Comet – Locust Valley

#PER CHI AMA: Indie Rock, Sonic Youth
Uno spesso muro di feedback chitarristici, pastoso, fitto e dissonante, è la prima cosa che ascoltiamo, quasi investendoci, una volta premuto play su “Secret Body Nation”, prima traccia dell’ultimo album di questo quartetto austriaco di Graz, e immediatamente non possiamo non pensare che a due parole: “Sonic” e “Youth”. Il modo di usare le chitarre infatti richiama in modo evidente lo stile di Thurston Moore e Lee Ranaldo, e allo stesso modo, la voce della bassista Lea ricorda una Kim Gordon più sognante e più intonata (e dal timbro che ricorda la Björk degli esordi); solo la batteria è più essenziale e quadrata, ma non per questo, meno efficace. Rispetto alla storica band newyorkese, gli Hella Comet paiono meno interessati alle divagazioni sperimentali e più concentrati su una struttura più propriamente rock, tanto che questo 'Locust Valley' si avvicina nelle atmosfere, agli album più diretti di Moore & Co., come 'Dirty' o l’ultimo 'The Eternal'. Rispetto al passato però, gli austriaci paiono aver parzialmente accantonato una certa tendenza al pop-shoegaze e anche le loro inclinazioni post-rock vengono confinate di fatto, solo nelle fragorose esplosioni di “Idiots and Slavery” e nello strumentale conclusivo “Conk Out”. Quello che emerge maggiormente da questo disco, e che lo rende davvero interessante, è l’altissima qualità di scrittura, unita ad una produzione potente e fragorosa. I dieci brani che compongono l’album (uscito peraltro solo in vinile) sono uno meglio dell’altro, dall’impatto della già citata ”Secret Body Nation”, di “Sid” o “Death Match Figure”, alle splendide cavalcate mid-tempo di “Fortunate Sleepers” e “Midsummer Heat”, fino alle schegge noise di “43goes79goes43” e “The Wicked Art To Fake It Easy”. Disco splendido, perfetto per albe brumose in riva all’Hudson River, sere piovose negli appartamenti di Brooklyn, ma che va benissimo anche per qualsiasi luogo in cui vi troviate ora. (Mauro Catena)