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lunedì 2 febbraio 2015

Beyond the Dust - Khepri

#PER CHI AMA: Prog/Metalcore, Mathcore, Periphery, Tesseract, Dream Theater
Capiamoci subito: essere originali in questo genere è davvero dura. Se urli su lenti poliritmi ossessivi ricordi i Meshuggah; se fai pezzi iperveloci sembri i The Dillinger Escape Plan; se ci metti la melodia fai il verso ai Periphery o ai Dream Theater dei tempi migliori; se aggiungi un po’ di atmosfere sintetiche ecco i Tesseract. In mezzo a questi ipotetici estremi, trovano il loro habitat naturale i Beyond the Dust, quattro parigini al primo full lenght dopo un EP datato 2011. Chiamarlo habitat naturale forse è riduttivo: i Beyond the Dust, in questo crogiolo di tecnica e songwriting estremo, ci sguazzano proprio. C’è proprio tutto quello che serve: ci sono i riff granitici con leggero tono orientaleggiante su tempi tagliati e sincopati (“After the Light” o la splendida “Zero”); ci sono le inquietanti intro di voci campionate, effetti e batteria elettronica (“Rise”); c’è un’attenzione maniacale alla melodia, anche e soprattutto dove non te l’aspetti (“Clarity”: sei minuti e mezzo di puro capolavoro, sempre in tensione tra melodia catchy e riffing spietato, con aperture improvvise e cavalcate brutali, interamente giocata su intelligentissimi fraseggi di chitarre a diverse ottava di distanza). 'Khepri' si chiude con una lunga suite divisa in tre parti (in realtà, sembrano più tre canzoni diverse con il solo titolo in comune): “The Edge of Earth and Sea”, delle durata totale di oltre 20 minuti, che rappresenta la summa totale della visione dei Beyond the Dust. Ci sono arpeggi acustici che ricordano Dream Theater e Opeth, potenti cavalcate metalcore, abbondanti tastiere, assoli stile Petrucci e poliritmi in palm-mute stile Meshuggah. La voce, in piena tradizione metalcore, alterna scream e cantato – non potentissimo, ammettiamolo, ma sempre intonato e raramente banale – permettendo un’ampia varietà all’interno del lavoro. Il songwriting non è certo estremo come altri grandi del genere: c’è parecchio 4/4, intendiamoci. Poliritmi, cambi di tempo e terzine sono spesso nascosti dentro passaggi inaspettati o brevi interludi strumentali (sentite “Silence and Sorrow”, con le sue strofe solo apparentemente regolari e i bridge destabilizzanti): ma stanno bene così, sono dosati con perizia e rendono l’ascolto dell’intero disco un piacere per le orecchie più che una sfida per il cervello. Uno dei lavori migliori dell’ultimo anno. (Stefano Torregrossa)

(Dooweet Records - 2014)
Voto: 85

domenica 1 febbraio 2015

Empyrean Throne - Demonseed

#PER CHI AMA: Black/Death Sinfonico, Behemoth, Dimmu Borgir
Con notevole ritardo, slegato questa volta dalla mia volontà, mi appresto a dare orecchio all'EP di debutto dei californiani Empyrean Throne, sestetto di Lake Forest, che ha catturato il mio interesse per l'epica grafica dell'artwork, per la label alle loro spalle (la Erthe & Axen, la stessa degli Xanthochroid) e per la proposta a cavallo tra black e death sinfonico. Inizio però la mia disquisizione di 'Demonseed' dalla quinta traccia, "A Crow's Feast", che ho avuto modo di passare all'interno del mio programma radio. Vi domanderete certo il perché di questa mia inusuale scelta, presto detto. Quando ho informato la band di aver passato la song in radio, la risposta è stata che la traccia non era sufficientemente pesante. Devo aver pensato di tutto su questi tre minuti abbondanti di musica, ma certo che non fosse estrema. Una ritmica ferocissima infatti, addolcita solo da una forte componente orchestrale, la rendono forse un po' più accessibile rispetto alle altre, ma basta sentire il deflagrante drumming di Dan “Danimals” Bruette per capire che certo questo non è pop rock. Facciamo quindi un salto indietro alla opening track, che apre con suoni di guerra, il cui titolo, "Death March", non è stato scelto per puro caso. E proprio come una marcetta bellicosa, i nostri si presentato con la loro proposta aggressiva, rutilante, ma sempre ammorbidita dal violoncello e dalle orchestrazioni bombastiche di Kakophonix, che confermano quanto già detto sopra, ossia rendere verosimilmente più ampio il pubblico che possa avvicinarsi a questo lavoro. La voce di Andrew Knudsen, graffiante nella sua veste scream e brutale in quella growl, si guadagna la scena, anche nella successiva title track dove, sempre posta in primo piano, dissemina tutto il proprio odio, su ritmiche mai troppo feroci a dire il vero, sebbene le tematiche anticristiane. Il cd è infatti un concept che parla della nascita di un anticristo, la distruzione che segue la sua venuta e la rinascita di un nuovo mondo. "Nothing but Vermin" è un pezzo decisamente death, che non disprezza peraltro tecnicismi più propri del techno deathcore e che vede come guest vocal tal Tyler Gorski (un altro ospite, il pianista Daniel Pappas, farà la sua comparsa in "Follow the Plaguelord"). "The Fascist Messiah" è una rasoiata di una manciata di minuti, mentre l'ultima song, la più lunga del lotto, da sfoggio dell'abilità del già citato Daniel al pianoforte, con un lungo e delizioso intro pianistico che fa da preambolo alla traccia più matura del dischetto. Belle le linee di chitarra, raffinata e pomposa la veste orchestrale, mentre le vocals si dimostrano davvero convincenti, con una prova corale che innalza notevolmente la qualità del disco. 'Demonseed' tuttavia, rivela ancora lacune in sede compositiva delineando anche una certa resistenza nello sperimentare da parte dei nostri. Gli Empyrean Throne comunque promettono bene, e l'invito è pertanto, quello di seguirli da vicino. (Francesco Scarci)

(Erthe & Axen - 2013)
Voto: 65

Marblewood – S/t

#PER CHI AMA: Rock Blues, Hard Rock, Psych '70s
Sembrano dei viaggiatori del tempo, i Marblewood, capitati per caso in un’epoca e in un luogo che non gli appartiene affatto. Ben piú che nella Zurigo degli anni 2000, infatti, i tre sembrerebbero maggiormente a proprio agio nell’Inghilterra del 1972, tanto per l’aspetto quanto, soprattutto, per la musica racchiusa negli oltre settanta minuti di questo loro esordio omonimo. In questi 6 brani, i tre zurighesi si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno, senza fretta e costruendo con calma i loro groove rilassati, con la chitarra di Marc Walser (anche voce) a farla da padrone con riff sornioni e lunghi assoli, giovandosi spesso del contrappunto di un hammond dal suono classicissimo e ben supportato da una sezione ritmica precisa e flessuosa (Dave Zurbuchen, batteria e voce e Arie Bertogg al basso). Il risultato è un rock blues che strizza l’occhio tanto ai Taste di Rory Gallagher o i Free di Paul Kossoff, cui lo stile chitarristico di Walser rimanda in più di un passaggio, quanto alle dilatazioni psichedeliche dei Pink Floyd. L’iniziale "Kailash" è un hard blues che vive sui contrasti tra rarefazioni ritmiche e chitarre incendiarie, mentre "Hit the Brakes" accelera spesso e si accende su un duello chitarra-hammond che rimanda inevitabilmente ai Deep Purple. "Splendour" si apre con il suono della dilruba (vi risparmio la googlata: è una sorta di sitar suonato con l’archetto) che colora il brano con le atmosfere indianeggianti richiamate dall’immagine di copertina. Dopo una prima parte parlata fa la sua comparsa l’ottima voce di Sarah Weibel che, ottimamente supportata dai musicisti, innalza il tasso lisergico dell’album. La splendida "Silence" è la perfetta sintesi delle influenze della band, con il suo andamento ondivago e il chorus memorabile, mentre la conclusiva "Postwar Apocalypse", oltre ad essere il più lungo brano, con i suoi 12 minuti, è anche il più duro dell’album, con passaggi quasi stoner, la consueta dilatazione centrale e una coda del sapore velatamente doomy. La versione in CD contiene, rispetto al vinile, una succosissima bonus track: un’improvvisazione strumentale registrata dal vivo di ben 21 minuti, che non fa altro che confermare le qualità strumentali della band, mettendone in evidenza sfumature jazzy davvero interessanti. Disco splendido e davvero imperdibile per i cultori del genere, che da queste tracce sapranno trarre parecchie ore di goduria e divertimento. (Mauro Catena)

(Self - 2014)
Voto: 80

Zero Down - No Limit to the Evil

#FOR FAN OF: Heavy/Thrash
With four full-length albums under their belt since 2005, you'd think Seattle metallers Zero Down would be on our radars a little more often. But the first few tracks of their brand new effort 'No Limit to the Evil' reveals the issue regarding their popularity... The excellent cover art, by classic metal artist Ed Repka, would imply that this disc would contain 40 minutes of nu-thrash madness. This only heightens the disappointment felt upon first listen. This is heavy metal done pure and simple. For that, I commend them - I respect any band who eliminate unnecessary bells and whistles in order to focus their sound more directly. Unfortunately, Zero Down sound like they really could do with some more bells and whistles to grab the attention of those who have been bored senseless by song after song of generic, mid-tempo stomping. Okay, firstly, the pros: The production on the stringed instruments is an absolute pleasure - a nice rounded bass sound provides ample support for a simple, mellow guitar tone. The drums are definitely far too low in the mix, and the vocals...well, we'll get to them later. The gang-vocals employed by the rest of the band are nothing if not fun, and definitely enliven the blander parts of songs like "Suicide Girl" and "Devil's Thorn". The riffs, whilst mind-numbingly simple, at least contain enough energy to awaken that primal feeling which plagues most metalheads, forcing the listener to rhythmically nod in respect (opening riff to "Steve McQueen" especially). The cons? Hmm. 'Generic' really is the key word here. You are hearing nothing that hasn't already been done infinitely better by the likes of Saxon or Accept or...every NWoBHM band ever. 'No Limit to the Evil' is a collection of meandering, mid-tempo rockers which rarely turn the volume up past 6 or 7. It's not awful! But it's so average, it hurts. Would it really have killed them to quicken the pace a little? Or even slow it down further? Variety is the spice of life, and this about as spicy as cream cheese. Now then, Mark Hawkinson's vocals... It appears that 70% of the time he is perfectly capable, tuneful, and in control. This is majorly let down by those times where he attempts falsetto, and just crosses the border into 'Embarrassment-land'. His lyrics are, to put it bluntly, stupid: "Blah blah blah BEER. Blah blah blah METAL. Blah blah blah WOMEN." Yawn. If you really feel you should persevere with this band - then look into their earlier releases. They are at least packed with far more variety than "No Limit to the Evil". There definitely are highlights, such as the energetic "Phantom Host" and the brilliantly-titled "Two Ton Hammer" - but they are disappointingly eclipsed by the carnival of boredom that surrounds them. Better luck next time, chaps. (Larry Best)

(Minotauro Records - 2014)
Score: 40

sabato 31 gennaio 2015

I Watch Mountains Grow - The Ancient

#PER CHI AMA: Progressive Metalcore/Avantgarde
Ascolto questo primo full-lenght degli austriaci I Watch Mountains Grow, e non posso fare a meno di pensare: questi sono dei fottuti schizofrenici. 'The Ancient' è una sorta di frullatore primordiale, in cui il quintetto viennese vomita tutto quello che ha divorato: tracciare una lista di riferimenti musicali sarebbe quasi impossibile. Il disco si apre con “Syria”: un minuto di pianoforte inquietante che esplode in una violenta sequenza di riff, bridge senza capo né coda, dove la voce di Ben G! urla e gorgoglia di puro malessere. C’è una certa vena punk negli I Watch Mountains Grow e “No Hard Feelings Dude” e la title-track “The Ancient” lo dimostrano: batteria in quattro, cori urlati, melodie deviate – una versione malata e sotto adrenalina dei Black Flag. Ma non è finita: preparatevi ad agitare l’accendino sul ritornello strappamutande di “How is the Thing Called, That's Left When Friendships End?”. Non c’è tempo per respirare: “That Moment When You Can't Find a Lighter” e “…And Footsteps of a Spaceman” vi catapulteranno in una cosa a metà tra Meshuggah e Black Dahlia Murder, con una punta di percussioni jungle e testo rappato. C’è la brutalità dei Cannibal Corpse alternata a ritornelloni prog-metalcore (“In Conflict!”), c’è l’atmosfera rarefatta ed inquietante delle tastiere ispirate (“Of Wind and Water…”, “All Those Moments Will Be Lost in Time, Like Tears in Rain”), c’è persino un brano quasi-pop con voce femminile (“Tribute To Humanity”) e una ballad romantica acustica (“We Start at the End and Stop at the Beginning “). La ricetta che si ritrova più spesso è quella del metalcore (così spesso che le parti si assomigliano un po’ tutte tra loro): ritornelli corali e melodici da mani alzate infilati in canzoni violente condite da growl, scream e stop-and-go di batteria. Ma non è tutto qui, neanche per sogno: se c’è una cosa che gli I Watch Mountains Grow sono capaci di fare è sorprendere, con stile. È un disco difficile da ascoltare, non si può negare: manca un filo conduttore omogeneo e, forse, è questa la vera forza (e paradossalmente, il vero punto debole) di 'The Ancient'. (Stefano Torregrossa) 

(Self - 2014)

giovedì 29 gennaio 2015

John The Void – S/t

#PER CHI AMA: Post Metal/Sludge, Cult of Luna
Si presentano con un umile prodotto completamente confezionato in casa, grafica sobria e minimale, un gradevole rivestimento in cartoncino ripiegato su se stesso, ma i John The Void sono un gruppo da vedere live più che da ascoltare su disco. Riffoni prolissi, ritmi lenti e cadenzati, saturazione sonora, il quintetto di Pordenone propone, come sempre accade nel nostro mesto Paese, musica che vide i suoi anni migliori qualche lustro addietro. Ciò che rende il tutto piacevole tuttavia, tralasciando quell'alone di già sentito, è l'utilizzo dell'elettronica tramite synth e campionatori, nulla di eclatante o di mai affrontato, ma sicuramente di rilievo rispetto a diverse altre band nostrane alle prese con lo stesso genere. Detto ciò, il tutto scorre altalenandosi tra divagazioni dal sapore electro-ambient, enormi muri sonori al limite del doom ("The Reversionist"), immancabili picchiate volumetriche e smarcamenti acustici (la cui summa è rappresentata da "Quiescence". Le composizioni, nonostante riescano tranquillamente a superare il classico scoglio della noia o l'eccessiva ripetitività a livello ritmico, non spiccano per originalità, strizzando l'occhiolino qua e là a Cult of Luna o Isis, e vedono il loro punto di forza nelle parti meno violente, ove la calibrata effettistica riesce ad elaborare piacevoli sonorità. La mia valutazione finale considera comunque 'John the Void' un buon lavoro, onesto e non pretenzioso, che speriamo costituisca, per il futuro dei nostri, un saldo punto di partenza da cui potersi migliorare, uscendo dai rigidi e già calcati schemi compositivi del post-sludge. (Kent)

(Self - 2014)
Voto: 65

mercoledì 28 gennaio 2015

BigBangBayBees - Little Nothing

#PER CHI AMA: Rock, Power Pop, Velvet Revolver
I BigBangBayBees (BBBB) sono una rock band francese nata nel 2005 a Tolosa e composta da cinque membri. 'Little Nothing' è il loro terzo EP nel quale si è consolidato il loro stile, in cui si ripercorrono le tracce di band come Velvet Revolver, Muse, Alter Bridge e The Rasmus, lavorando quindi su timbriche rock attuali. L'EP contiene cinque tracce, le prime tre sono inediti mentre le restanti due, sono vecchi brani arrangiati per allinearli con l'attuale sound della band. "Migration" apre il cd e sin dai primi secondi s'intuiscono le intenzioni della band che fa l'occhiolino ad un rock semplice da digerire in smarcature al limite con il pop. I riff sono orecchiabili e vanno dove devono andare, senza grosse pretese di creatività ed innovazione. Le distorsioni sono leggere, ma permettono un certo impatto grazie agli arrangiamenti studiati ad hoc con basso e batteria. Una bella cavalcata rock insomma, con tanto di assoli e struttura strofa/ritornello classica e intramontabile. Il vocalist ha una timbrica giovane e fresca, con buone doti di estensione e un'ottima pronuncia inglese. "Smoldering Sun" è un brano già più maturo, introspettivo e meno chiassoso. L'introduzione si basa su arpeggi con effetto di delay che regalano spazialità, in cui l'incipit che segue, riprende le stesse sonorità con un perfetto crescendo fino all'attacco vero e proprio della canzone. Si percepiscono le influenze prog, soprattutto nelle due chitarre che si divertono a duettare in perfetta sintonia. Per i sei minuti di brano, i BBBB mettono in luce le loro doti tecniche, regalando un sonoro ricco di sfaccettature. Verso la fine si ha un break dai sentori etnici e ambient che permettono al brano di lanciarsi verso l'assolo finale, correndo assieme alla sezione ritmica di basso/batteria che si rivela sempre all'altezza, dall'inizio alla fine di questo EP. Dico, senza ombra di dubbio, che questo è il migliore pezzo dell'EP, un gradino più in alto a livello qualitativo. Il cd chiude con "Herocain" che nonostante rivisitato, lascia assaporare i precedenti BBBB, cioè un po' più hard rock/glam, ma sempre con la spensieratezza che li contraddistingue. A questo punto direi che i tempi sono maturi per un full lenght, in modo da permettere alla band di mettersi a nudo con brani che li rappresentino ad oggi. Dopo tre EP bisogna prendere delle decisioni sul proprio futuro artistico, rischiare o lasciar perdere. (Michele Montanari) 

(Self - 2014)
Voto: 70

lunedì 26 gennaio 2015

Talvienkeli - Blooming

#PER CHI AMA: Symphonic Metal, Nightwish 
Ma che sorpresa! Ho tra le mani l'EP di debutto dei Talvienkeli, lo inserisco nel lettore, chiudo gli occhi e inizio a sentire le prime note. La prima cosa che spazia nei miei pensieri è l'avvertire quell'aria finlandese che evocano le sue note, come nelle canzoni dei Nightwish. Apro il booklet e i nomi sono francesi: è questa la cosa inaspettata, una band Lionese che richiama le atmosfere magiche proprie della Finlandia. 'Blooming' è il primo lavoro di un ensemble nato solamente nel 2012, ma che racchiude tutta la grazia e la spigolosità di cui si veste il symphonic progressive metal. L'EP si apre con "Tormented" dall'inizio soave e magico, che riesce a catapultarmi in un'altra dimensione di note metal, scoccate da tastiera e batteria. Le voci si alternano come nel cartone la "Bella e la Bestia", con la parte femminile mezzo soprano e la parte maschile baritono mescolato al growl. Non a caso, la parte soprano è accompagnata dalle note di pianoforte, mentre la parte più estrema è accompagnata dalla batteria, più ruvida e selvaggia. Si nota subito quanto questa composizione sia adattata anche all'orchestra (di cui parlerò più avanti): parti leggiadre composte da archi e organo si alternano infatti a parti più oscure e minacciose composte da chitarre e batteria, alternandosi spesso e contrapponendosi come il bene verso il male. La parte finale accentua il senso di angoscia fino a trasformarsi in totale liberazione con un grido aggraziato. Qualcosa di diverso accade in "Giant" che ammicca carica e furiosa, riuscendo a sottolineare l’avvenenza della voce di Camille Borrelly, accompagnata da quella riservata di Sandre Corneloup, mantenuta un poco più in ombra. Sullo sfondo, mentre la chitarra ripete un riff molto energico che va a fondersi con la batteria, le tastiere costituiscono la matrice sonora dei nostri. Lasciate pure andare la ragione, perché è impossibile non seguirne il ritmo incalzante. Prima citavo i Nightwish: la traccia tributo al loro sound è "The Tricked and the Trickster" dove le tastiere sono preponderanti, gli acuti e le parti growl si mescolano alla perfezione e nella parte finale, la voce di Camille sembra quasi il grido d'aiuto di una fanciulla imprigionata, sentita solo dal suo galante carceriere demoniaco. "Crossfade" è l'ultima traccia che riporta in modo velato il leitmotiv appena passato, rallentandone l'andatura e concedendo più spazio alla ritmica. In questo pezzo si possono sentire le due voci all'unisono, che diventano così una unica e completa. Il ritornello principale (Why can't you see your life sounds empty? Wake up, wake up, wake up and live... now it's time), infonde una bella carica adrenalinica. L'EP si chiude con la versione orchestrale di "Tormented" ed è la chiusura di un cerchio perfetto fatto di occhi chiusi e della miriade di sensazioni di cui solo la musica è capace di dare. Consiglio più ascolti per cogliere la bellezza e le molteplici sfumature che 'Blooming' ha da offrire. Potrei scrivere intere pagine su tutte le impressioni che ho avuto ascoltando questo disco, ma mi fermo qui e chiudo semplicemente con un "Parbleu! Magnifique!". (Samantha Pigozzo)

(Self - 2014) 
Voto: 85 

Milk - Core

#PER CHI AMA: Crossover, System of a Down, Sweet Lizard Illtet, Sparta
Uscito nel 2014 per la label indipendente Esquimaux records, il primo lavoro dei Milk dal breve titolo 'Core', arriva direttamente dalla terra del leggendario eroe William Wallace, la Scozia. Con questo EP di quattro brani, il combo della contea di Ayrshire, tenta di fondere sonorità diametralmente opposte, quali possono essere l'elettronica e il metal, riproponendo la formula che in un tempo ormai remoto, rese grande il crossover. Il problema è che tale formula è stata così abusata in passato che sotto qualsiasi prospettiva la si voglia leggere oggi, il risultato è sempre un sound che sa di già sentito. I nostri quattro bravi musicisti vengono premiati tuttavia da una buona qualità audio e un buon equilibrio tra gli strumenti. Quello che rischia di non farli emergere dalla massa è un gusto musicale alquanto discutibile, che unisce un cantato interessante (a cura di Peter Fleming) che offre sfumature a cavallo tra Tool, Sparta e System of a Down, con un cospicuo uso di elettronica anni '90, l'indie rock dei primi Manic Street Preachers, la composizione tipica dell'air metal anni '80 e chitarre pesanti a la Limp Bizkit (ovviamente niente rap!). Il risultato è un sound indefinito, sterile, con poche frecce al proprio arco seppur sia ben orchestrato e ragionato. Una sorta di suono diviso tra le atmosfere elettro/etno/metal di 'Bitter Potion' dei Thorn, scaricati della loro perversione, i System of a Down più orecchiabili, reminiscenze a la Primal Scream nell'innesto elettronico ed infine rimandi ai Godsmack. La fatica, la volontà e il sudore, vanno comunque riconosciuti ai Milk anche se questo lavoro non rende la dovuta giustizia alle loro idee e alla loro reale personalità. Viste alcune performance live, nei video della band sparsi per il web, direi che possono osare molto di più, che hanno tutte le carte in regola e molta più dinamite da far esplodere in un album! Magari irrobustendo il sound e l'aggressività nelle loro prossime uscite, senza perdere quel tocco alternative che almeno come attitudine li protrae verso le intuizioni stravaganti dei mitici Sweet Lizard Illtet, con i loro ritmi dance e quelle buone chitarre rumorose. Manca un pizzico di consistenza in più ma la direzione è quella buona se la si saprà rendere geniale! Premiato l'impegno e rimandati con tanta curiosità per le uscite future! (Bob Stoner)

(Esquimaux Records - 2014)
Voto: 65

sabato 24 gennaio 2015

Writhe - The Shrouded Grove

#PER CHI AMA: Post Black, Fen
I Writhe sono tra le band più interessanti che mi sia capitato di ascoltare nell'ultimo anno. Usciti, in realtà uscito (trattasi di one man band, a cura di John D. Reedy) con un EP di due pezzi, per la durata di 20 minuti, il mastermind inglese ha saputo sconvolgermi con un sound che mi ha lasciato senza parole, scosso emotivamente come era tempo che non capitava. Due tracce dicevo: "The Shrouded Grove" si scaglia con un minaccioso concentrato di post black atmosferico, cosi tanto malinconico da lasciarmi straziato e inerme, quasi con le lacrime agli occhi. Poderoso, epico e maestoso, non trovo altre parole per descrivere quello che ho respirato durante l'ascolto della opening track, soprattutto nel break centrale in cui le chitarre lasciano posto ai synth e al vocalizzo tristissimo di un presunto angelo caduto dal cielo. Poi di nuovo esplosioni repentine, squarci nel buio e lo screaming efferato che dilania le carni e distrugge lo spirito. La notte avvolge l'anima nella seconda e plumbea "The Slumbering Council", in cui il bravo musicista inglese si presenta con delicati tocchi di piano, vocals pulite e un sound che progressivamente va via via ingrossandosi, tornando a creare magistrali atmosfere e malinconiche melodie, e in cui le voraci e impietose chitarre black, ci seppelliscono sotto un tumulo d'ossa. Il ritmo forsennato nella seconda metà del brano mi schiaccia lo sterno: troppe e confuse le emozioni che vivo, e troppo complicate decifrarle. Rabbia, euforia, felicità e malinconia collidono tutte in un solo punto, che sia la fine o l'inizio di qualcosa mi è difficile stabilirlo. Provate anche voi allora ad ascoltare questo incredibile EP e dirmi se non vi avrà aperto la testa con le sue dolorose e oscure melodie. Peccato si tratti solo di due pezzi, altrimenti questo poteva dirsi un lavoro "monstre". (Francesco Scarci)

Ecnephias - S/t

#PER CHI AMA: Dark/Gothic, Moonspell, Paradise Lost, Type O Negative 
'Ecnephias' è il quarto album che vado a recensire dell'omonima band lucana. Potrete quindi intuire la mia conoscenza dell'act nostrano, l'aver potuto apprezzare la loro progressione musicale sin dagli albori, e averne pertanto individuato pregi e difetti nel corso di questi ultimi anni. Potrete anche immaginare quanto fosse elevata la mia attesa per ascoltare il seguito di 'Necrogod', lavoro che vide una leggera flessione rispetto al precedente 'Inferno', album che fino a oggi costituisce il mio preferito nella discografia della band potentina. Con questo nuovo lavoro, il quinto per Mancan e soci (oltre a due EP), credo che dovrò rivedere un po' le mie preferenze. 'Ecnephias' raccoglie 13 pezzi, che includono un'intro e un outro. "The Firewalker" è la song che presenta la musica targata 2015 del quintetto di Potenza e il ruggito di Mancan, conferma l'ottimo stato di salute dei nostri, che tornano con un dark sound mediterraneo, che strizza l'occhio indistintamente a est (Rotting Christ e Septic Flesh) e ad ovest (Moonspell), soprattutto facendo valere la propria caratterizzante personalità. Il brano si muove su ritmiche un po' più pesanti rispetto al lavoro precedente; non mancano di certo aperture ariose, cambi di tempo repentini e la voce del carismatico frontman si dibatte tra il suo inconfondibile growl e le altrettanto singolari clean vocals. Ottima la sezione solistica, con il finale che sale di intensità, nonostante possano spiazzare le minacciose ambientazioni horror. Mica male per essere la prima traccia. "A Field of Flowers" vede Mancan prendere a modello il compianto Peter Steele (Type O Negative), con la sua profonda tonalità vocale, in una traccia dai contorni meno roboanti della opening track, ben più meditativa e dalle linee melodiche più malinconiche, soprattutto a livello dei solo. "Born to Kill and Suffer" si apre proprio con le parole che ne formano il titolo in una song che a tratti potrebbe anche sembrare una semiballad, non fosse altro per i vocalizzi graffianti del sempre più bravo Mancan. E' proprio vero, il vino invecchiando migliora e cosi il sound degli Ecnephias si arricchisce ogni volta di nuove sfumature e influenze, che comprendono oltre ai sopracitati anche gli ultimi Paradise Lost. Gli Ecnephias sono maturati ancor di più con questa nuova release targata My Kingdom Music, e lo si evince anche dalle successive "Chimera", "The Criminal" e "Tonight", tracce dotate di ottime parti orecchiabili, squisiti arrangiamenti e un utilizzo di tutti gli strumenti quasi sublime. Fantasiosa la miscela chitarra/tastiere nella prima delle tre, con quel suo mood quasi orchestrale (qui la performance di Mancan è al top). Più spettrale la seconda e decisamente più intimista la terza. Mentre ascolto le canzoni però rifletto se l'utilizzo del growling di Mancan, talvolta con i volumi che coprono quello dei singoli strumenti, sia ancora adeguato a rappresentare la proposta musicale degli Ecnephias, che pur mantenendo una certa aggressività di fondo, vira il timone verso lidi più orientati al gothic/dark. Questa non vuole essere una critica per la band, anzi, potrebbe essere un nuovo punto di partenza per aprire la propria musica a masse più estese. 'Ecnephias' è un album che mi ha conquistato sin dal suo primo ascolto, coniugando alla perfezione quanto di meglio Moonspell, Paradise Lost e Rotting Christ hanno concepito negli ultimi anni, con le influenze dei nostri che si estendono poi alle tetre ambientazioni di Type o Negative o quelle ancor più tenebrose dei Fields of the Nephilim ("Wind of Doom" ad esempio, con quella sua magnetica linea di basso e il suo feeling psichedelico, bellissima). Nel frattempo all'ottava traccia, "Lords of the Stars", mi domando se risentirò più il cantato in italiano del vocalist baffuto. Eccomi accontentato "...alla corona dell'anno, nei giorni cadenti di ottobre, la luna d'ambrosia risplende, oscura, sinistra e potente e vengo a te o dio...". Se dovessi visualizzare la traccia nella mente, la immagino come l'ululato disperato di un lupo nella notte in fronte alla luna. La song la eleggo quasi d'istinto mio pezzo preferito, per suggestioni, suoni vellutati e sinistra magia. Anche nell'altrettanto notturna "Nyctophilia", viene utilizzato il cantato italico (e da qui fino alla fine), in una traccia dai forti richiami gothic anni '90. "Nia Nia Nia" già dal titolo rimanda a risvolti popolari, chissà poi se sarà vero. E infatti non sbaglio: le linee di chitarra che ne guidano la melodia e il cantato, delineano una song dal piglio etnico della tradizione lucana e qui nella mia mente si configurano feste di paese con gente che balla; poco importa poi se Mancan si mette a cantare in growl, ormai con la mente vago tra le feste paesane della bellissima regione che ha dato i natali ai nostri. Con "Vipra Negra", la traccia che ne ha visto anche il ciak video, riavverto quei sentori dei Litfiba primordiali che avevo già sottolineato in 'Necrogod' e che in questo lavoro, si avvertono indistintamente nelle chitarre. La song impreziosisce ulteriormente un album, che a tutti gli effetti definirei il migliore dell'intera discografia degli Ecnephias, anche grazie al simbolismo occulto esposto nella cover cd. 'Ecnephias', il cosiddetto lavoro della maturità per una band che merita tutta la vostra considerazione. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music - 2015)
Voto: 90

Asura - Radio Universe

#PER CHI AMA: Ambient/Elettronica, Jon Hopkins, Klaus Shulze
Charles Farewell aka Asura è un vero dominatore della musica ambient dai tratti eterei e sognanti. Un'autentica divinità se si considera quest'ultima fatica monumentale, uscita nel 2014 di ben oltre settantatre minuti di strumentale psichedelia siderale, glaciale e luminosa, licenziata via Ultimae Records. Padre di altri quattro full lenght e innumerevoli presenze in compilation, il nuovo album del compositore francese è perfetto come colonna sonora per un viaggio al Polo Nord, toccati da giochi di luce boreale multicolore, carico di evocazioni ancestrali, fluido e raffinato, cosparso di elegante musica elettronica dalle mille sfaccettature e dai mille richiami per un luogo disperso nell'infinito. Per spiegare le rotte stilistiche di Asura potrei citare un Klaus Shulze in veste chill out, i Banco de Gaia nei panni di guru in una new age music rarefatta e tecnologica, i Tangerine Dream dei seventies trasportati nel futuro oppure mi nasce il dubbio che Farewell sia un cugino nascosto di Jon Hopkins. Le sonorità di 'Radio Universe' fanno tornare alla mente anche un progetto parallelo nell'attività di David Sylvian dove sperimentava con l'elettronica sotto il moniker Undark. La leggerezza del canto dell'acqua è sempre presente con quel senso di purezza che pervade tutti i brani, quel sound cosmico e astrale figlio dei migliori Boards of Canada, che viene reso glaciale come fosse di vetro; il buio di Fennesz in Black Sea, i suoni profondi e cristallini che rapiscono l'immaginazione e ampliano gli orizzonti, drone music dalla forza irresistibile, riflessiva e cinematografica. Ascoltando "Ascension in Blue" sembra di essere sospesi veramente nell'aria, rinchiusi in un film di Wim Wenders, mentre quando parte il down tempo di "Farscape 7" (il solo brano cantato) con la voce stupenda di Ayten, si toccano vertici altissimi, cari al miglior sound di casa Bristol, un gioiellino per intensità ed emotività! Da questo brano i ritmi si estendono, si rinforzano e virano sulle coordinate elettroniche dalle sfumature etno/world dei Banco de Gaia con sequenze più ariose e solari che a tratti ricordano sonorità di ambient elettronica usate nell'esperimento (mai considerato abbastanza) fatto dagli U2 nel lontano 1995, sotto il falso nome di Passengers. 'Radio Universe' è un immenso flusso di emozioni destinato a perforarvi il cuore! (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2014)
Voto: 85

https://ultimae.bandcamp.com/album/radio-universe

Revival Hymns - Pauhu

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze/Slowcore
Il 2014 si è appena chiuso e io recupero in extremis quest'album dei finlandesi Revival Hymns, giusto in tempo per poterlo includere nelle classifiche dei migliori dischi dell’anno. Già, perchè 'Pauhu' rischia seriamente di finire nella mia personale top ten. Opera seconda del giovane quintetto, dopo 'Feathers' del 2011, 'Pauhu' è un gioiello di equilibrio e sobrietà che si muove in territori prevalentemente post-rock, shoegaze e slowcore. Lande già battute ed esplorate in lungo e in largo in passato, ma nelle quali i Revival Hymns riescono ad avventurarsi con l’entusiasmo e la freschezza dei neofiti. La musica di 'Pauhu' è in fondo semplice, costruita con pochi elementi e schemi ricorrenti, ma quello che fa la differenza sono la passione, la cura del dettaglio ed un songwriting di tutto rispetto. Troppo spesso, infatti, in questo ambito la forma canzone viene mortificata a discapito del lato prettamente strumentale, della ricerca dell’effetto sorpresa nell’alternanza piano/forte o dei lunghi crescendo emozionali. Qui invece, il tutto è dosato alla perfezione senza che un aspetto prenda il sopravvento sull’altro: ritmiche essenziali, chitarre che sanno ricamare tanto quanto improvvisamente erigere imponenti muri di decibel, e melodie azzeccate e sinuose interpretate da voci sottili e solo apparentemente fragili. Se dovessi definire la loro musica in due parole, direi che si tratta di una sorta di ibrido tra Gospeed You! Black Emperor e i Coldplay di 'Parachutes' (!), tanto riescono ad accostare i paesaggi sonori dei canadesi all’intimismo del primo album della band di Chris Martin, cui la voce del cantante tende ad assomigliare. E’ un disco che cresce con gli ascolti, insinuandosi piano tra le pieghe del quotidiano, per poi trovarsi a non potere fare a meno di brani quali la struggente "Diamondback Whales", con quell’accelerazione a metà brano che la rende indimenticabile, oppure la solida e incalzante "Rive Droite", che procede marziale e rumorosa. Ma è difficile trovare punti deboli nel corso di questi 50 minuti, aperti e chiusi da due strumentali: l’atmosferica "Consider the Lines" e la lunga "They Neither Toil Nor Spin", piú classicamente post rock. I Revival Hyms con questo disco avrebbero le potenzialità per affermarsi a livello internazionale, e pare incredibile che se ne sia parlato cosí poco. Non è mai troppo tardi, e allora non mi resta che invitarci caldamente all’ascolto. (Mauro Catena)
 
(Riku Records - 2014)
Voto: 80

Doomed - Our Ruin Silhouettes

#PER CHI AMA: Death/Doom
Doomed è il progetto di una mente oscura e geniale, tal Pierre Laube, che vive la sua vita terrena in Sassonia, precisamente a Zwickau. L'idea nasce nel 2011 e 'Our Ruin Silhouettes' è il terzo album da lui prodotto, recentemente disponibile anche in vinile e distribuito dalla Solitude Productions. La band si arricchisce di cinque elementi per l'esibizione live e precisamente i membri sono: Yves (Lead Guitar), Andreas (Drums), Frenzy (Bass) e Pierre (Rhythm Guitar & Vocals). Il progetto affonda le sue radici nelle tetre atmosfere doom e death metal, quindi ritmiche lente, pesanti e ricche di basse frequenze, riff oscuri e cantato rigorosamente in growl. Ad arricchire i brani si aggiungono campionamenti ambient provenienti probabilmente dai migliori film horror che dovete sperare di non aver visto mai (oppure si, se amate il brivido). Tutto ciò aumenta la già opprimente sensazione di ansia che si ha nell'ascoltare le sette tracce di questo 'Our Ruin Silhouettes'. L'album apre con "When Hope Disappears", titolo che anticipa già il mood del brano e che viene subito confermato dall' intro di campane ed oscuri cori liturgici. Da lontano si sente il crescendo della ritmica che esplode con la chitarra e basso. Il ritmo avanza lento e demoniaco per cinque minuti abbondanti, con il successivo inserimento di riff dissonanti e doppia gran cassa. Poi gli arrangiamenti aumentano di potenza e portano alla conclusione un brano che ha ottenebrato la nostra mente per quasi nove interminabili minuti. "The Last Meal" riprende la precedente struttura, aprendo con un'introduzione fatta di synth e dalla timbrica simil drone. La traccia si trasforma in pochi secondi in un lungo volo pindarico tra death e black metal, sempre intriso di atmosfere oscure e cariche di ansia. Verso la metà il brano cambia direzione con un break più lento e dal feeling epico, che fa quasi sperare in un ravvedimento dei Doomed. In particolar modo ho apprezzato "Revolt", dove le sonorità sono meno cupe e riprendono quelle già usate da band come i Katatonia. Il cantato alterna sezioni growl a parti quasi sussurrate, seguendo l'andamento della traccia che ne svela una doppia identità: la prima potente e tenebrosa, la seconda invece ricca di riff melodici e atmosfere più distese. Probabilmente l'idea era di rappresentare la duplicità della realtà. L'album è ottimamente registrato e l'utilizzo di campionamenti e loop ambient aumenta la profondità artistica di questo lavoro, regalando un chicca che verrà sicuramente apprezzata dagli amanti del genere. I suoni sono pressoché perfetti, i Doomed hanno fatto un gran lavoro e possono ritenersi soddisfatti, oltre al fatto che tecnicamente tutti i brani sono costruiti ed eseguiti in modo ineccepibile. Un album che mi sento di consigliare a tutti, Natale è passato e potete quindi tornar ad essere cattivi come prima. (Michele Montanari)

(Solitude Productions - 2014)
Voto: 85