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domenica 26 febbraio 2017

Harakiri for the Sky - III: Trauma

#FOR FANS OF: Post Black, Agalloch, Drudkh
Harakiri for the Sky is a post-black metal band from Vienna, Austria that bends the early Agalloch and later Drudkh template to their own will. This is a group that plays along the lines of Deafheaven, Fen, and Waldgefluster, a branch that has grown out from Ulver's influence and pushed a more artsy black metal direction. In a sound that intertwines the disquiet of lingering melodies with trappings of black metal's second wave intensity, Harakiri for the Sky hints at a monumental abomination in each song throughout 'III: Trauma' and sometimes leaves you high and dry with the post-black style taking the reigns. With high quality production, clean sounding guitars, and little grain to overpower the grandiose instrumentation, this is a far cry from the raw old days. Yet you can deeply inhale the palpable legacy of that earlier passion in the layers of morose melodies and fleeting furors when sorrow morphs into anger.

The Agalloch influence is most prominent in “Dry the River” where guitar notes from “The Melancholy Spirit” of Agalloch's 'Pale Folklore' play at a quick pace ringing in counterpoint to each other and bouncing harmonies off each high note in the lingering riff. In lyrics that describe a journey to unlock the mystic wisdom accumulated by personified natural phenomena, the slow build of this song impresses upon the listener. Harakiri for the Sky gives a deeply satisfying payoff of blasting through the enduring melody as the lyrics follow a metaphorical train of thought culminating in the protagonist's gunshot suicide. Feelings of melancholy and being lost turn to anger and single mindedness through the arc of this woeful mental evolution. “Dry the River” and the opening song, “Calling the Rain”, use this tempered approach to bookend a series of faster and more energetic songs. Of that middle group, “Thanatos” kicks off with an aggressive sound compared to the former languishing journeys and beefs up the vigor invoked by “Funeral Dreams” with another invasion of raw blasting. Where “Funeral Dreams” gave you a small payoff in the dynamite department, “Thanatos” rides its galloping rhythm straight into a guitar assault with blasts all around. Similar to Drudkh's later music, this sound carries forth a great exposition of the range of emotions you're bound to experience from this band with even a bit of a clean vocal delivery in the middle of the track's change-up. “Viaticum” is an anthemic piece similar to “Thanatos”. Both pieces bring in some very expressive drumming to join the simpler and catchier guitar melodies making for a memorable listen with sounds that will echo in your ears long after they are gone.

Harakiri for the Sky is quite an entertaining band and 'III: Trauma' is definitely worth a listen. Don't let the phrase post-black turn you back too quickly because even with the extra emotional parts in this album and palpable depression the band can still bring out some rage. There's a good range to this band's style with plenty of Agalloch influence in songs like “Bury Me” and “Dry the River” checking and balancing with the unfettered aggression of “Thanatos” and “Viaticum”. The desiccated petals of the new school's notes cover over the rot and decay of the older underground and are shaping an eternal burial mound. (Five_Nails)

(Art of Propaganda - 2016)
Score: 80

The Pit Tips

Zekimmortal

The Kovenant - Animatronic

The Trip - The Trip
Cathedral - Statik Majik

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Francesco Scarci

Unreqvited - Disquiet
Acrosome - Narrator and Remains
Giraffe Tongue Orchestra - Broken Lines

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Michele Montanari

Föllakzoid - III
Iron Reagan - Crossover Ministry
Red Fang - Only Ghosts

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Don Anelli

Immolation - Atonement
Victorius - Heart of the Phoenix
Skeletal - Dreadful Life

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Eric Moreau

Horacle - Dead Eyes Revelations
Liege Lord - Master Control
Ancient Empire - When Empires Fall

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Kent

Antaeus - Condemnation
Andris Nelson (Boston Symphony Orchestra) - Shostakovic: Under Stalin's Shadow - Symphony N. 10
Subheim - Trails

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Five_Nails

Harakiri for the Sky - III: Trauma
Thrice - Vheissu
An Autumn for Crippled Children - Eternal


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Caspian Yurisich

Eternal Champion - Armor of Fire
Conan - Revengeance
Glass Shrine - Lapidary

 

sabato 25 febbraio 2017

Sparkle in Grey - Brahim Izdag

#PER CHI AMA: Experimental Post Rock
Sempre difficile definire una band come i milanesi Sparkle in Grey, al secolo Matteo Uggeri, Alberto Carozzi, Franz Krostopovic e Cristiano Lupo, anche perché, disco dopo disco, cambiano pelle e vestito rimanendo sempre però estremamente vivi e interessanti nella loro proposta musicale, che qui per brevità, potremmo definire come una sorta di post rock che sposa sonorità mediterranee e mediorientali. Quello che senz'altro caratterizza questo 'Brahim Izdag' (oltre alla solita, magnifica e certosina cura per tutti gli aspetti produttivi, non ultimo quello del packaging) è la sua connotazione di disco in qualche modo “politico”, a partire dal titolo, tributo allo sciatore marocchino che riuscì a partecipare all'olimpiade invernale di Albertville, nel 1992. Perché Izdag, oltre ad essere divenuto famoso per la sua disastrosa performance, rappresenta quel desiderio, anzi, quel diritto all'integrazione che è un tema piú che mai caldo nell'Europa contemporanea. E così le 14 tracce che compongono l'album vanno a tracciare un affresco che è un inno al meticciato sonoro, all'incontro e all'integrazione, attraverso rock muscolari, melodie popolari uzbeche e ucraine, classici di Clash (una "White Riot" che diventa “Grey Riot”, parla cinese e suona come i Chumbawamba), Linton Kwesi Johnson (una versione attualizzata di “Inglan is a Bitch”, rinominata “Iurop is a Madness”) e Sly and the Family Stone ("There’s a Riot Goin’on") affiancati a brani originali estremamente efficaci nel loro declinare un tema in varie sfumature esasperandone ora il lato piú drammatico, ora quello piú giocoso, con un linguaggio musicale sempre in equilibrio tra rock, elettronica e profumi di spezie di mercati lontani. Ottimo lavoro. (Mauro Catena)

(Greysparkle/Old Bicycle Records - 2016)
Voto: 80

Acrosome - Narrator and Remains

#PER CHI AMA: Black Progressive, Arcturus, Mesarthim, Darkspace
Li avevo recensiti sul finire nel 2014 in occasione del loro come back discografico 'Non-pourable Lines', sottolineando una buona capacità nell'alternare tormenti post black con inframezzi al limite del lounge. Ritornano in sella i turchi Acrosome (ma dovrei dire il polistrumentista turco DA, trattandosi di una one man band) con un album nuovo di zecca, fuori sempre per la nostrana Dusktone Records, che ha da offrire sette tempestose tracce, che si muovono stilisticamente tra un coriaceo black metal (vi basti ascoltare l'intenso incipit di "First Step on to the World"), e rasserenanti (ma altrettanto inquieti) momenti d'atmosfera. Dicevamo dell'opening track, quasi nove minuti costituiti da irrefrenabili cavalcate black (almeno per i primi 240 secondi) su cui si stagliano i vocalizzi recitanti del frontman, che lasciano poi il posto a più meditativi e metafisici attimi d'atmosfera in grado di regalare spunti di elevatissimo interesse musicale. Diciamo subito che il fatto di non avere solo screaming vocals aiuta non poco per ottenere un risultato più che soddisfacente, cosi come pure la scelta di utilizzare una variante alle classiche forsennate ritmiche post black, rafforza la posizione degli Acrosome. Un fischiettare finale in stile colonna sonora western di Ennio Morricone, contribuisce poi ad esaltare l'eccellente risultato della prima traccia. Si sprofonda invece nelle tenebre con la seguente "Crossbreed Rising", song dal taglio più black doom oriented e pertanto più standard nel suo effetto finale. Con "Cognitive Contact" emergono forti epici richiami vocali agli Arcturus, il tutto però disposto su di un tappeto ritmico più efferato, anche se nel giro di poco meno di un minuto, la musica cambia, si fa più malinconica (grazie al tremolo picking), sofferente, anche se cederà almeno un altro paio di volte a violente scariche black. La registrazione avvolgente fa il resto e mi proietta verso sonorità cosmiche, che chiamano in causa Darkspace o qualcosa dei più recenti Mesarthim, cosa che si renderà ancor più evidente in "Accomodate". Nel frattempo si scorre attraverso la breve strumentale "Sight" e ad un secondo pezzo strumentale, "In the Wake of Foot Traces", tiratissima song di poco più di quattro minuti, fatta di vorticose accelerate in stile Dissection e spettrali strali ambient. Citavamo poc'anzi "Accomodate", un brano diverso dagli altri, vuoi per quell'ipnotico elettro-beat iniziale ma anche per un'andatura più controllata rispetto alle tracce precedenti, che la rendono semplicemente meno estrema e più rock e che potrebbe indicare una nuova direzione per DA e i suoi Acrosome. La traccia comunque non si lascia sfuggire l'occasione di abbandonarsi in un'altra travolgente sgroppata in territori black, ma ancora una volta, il tutto viene suonato con classe cristallina che ergono 'Narrator and Remains' ad elevati livelli di maturità artistica. Ben fatto DA! (Francesco Scarci)

(Dusktone Records - 2017)
Voto: 80

giovedì 23 febbraio 2017

Aleska - S/t

#PER CHI AMA: Post Hardcore
Gli Aleska arrivano dalla Francia, precisamente da Metz e sono un quartetto di post hardcorer di alta qualità. Dopo due EP costituiti da tre brani ciascuno, si cimentano in questo primo omonimo LP autoprodotto. La prima cosa che mi colpisce positivamente è l’artwork, raramente mi sono imbattuto in un progetto dove la musica e l’estetica riescono a fondersi in modo così convincente. Azzeccata la scelta della tonalità azzurro e ruggine e dei soggetti vagamente religiosi fanno pensare ad un tesoro inestimabile ritrovato nella stiva di una nave affondata migliaia di anni fa. Per di più le opere rinvenute sembra siano state create da una popolazione dimenticata che abitava la terra molto prima delle civiltà che conosciamo dai libri di storia. La musica inizia con quello che potrebbe essere il suono di una cascata, ma più probabilmente è il rumore dell’acqua che scende dalla bocca di un’antica statua ora sommersa nelle profondità dell’oceano e che non sarà mai più ritrovata da anima viva. Alcuni armonici di chitarre ed una spedita linea di basso completano l’immaginario, tracciando l’orizzonte di gloriosi paesaggi civilizzati scomparsi da tempo immemore. L’intro termina con una serie di scream dal suono naturale ma disperato, l’effetto finale del pezzo ricorda la musica dei Trap Them, con un’inclinazione forse più narrativa. Il primo pezzo “Du Gris au Noir” contiene molte delle caratteristiche che troveremo nei brani successivi, uno scream rauco e tagliente che lacera le orecchie e trame melodiche ora piene di atmosfera ora ritmiche e claustrofobiche, fino ad arrivare a momenti di stallo dove la voce si riduce ad un parlato che esprime la stessa rabbia delle parti sporche ma in maniera soffocata, come se fosse sott’acqua. Il francese poi, lingua notoriamente musicale, in questo caso riesce ad essere aspra e cinica quanto il più dissonante degli idiomi del nord Europa. Il pezzo che preferisco del disco è “Que Reste-t-il?”, un’arringa piena di rabbia e profondo sconforto con un’attitudine schizofrenica e totalmente fuori dalle righe nella quale riecheggia l’influenza dei Converge. La song mi fa pensare al momento in cui le civiltà millenarie di un tempo videro il proprio continente sgretolarsi sotto i loro piedi e lentamente sprofondare nelle immensità dell’oceano. Non c’è modo di contrastare la forza della natura, cosi come non si riesce a contrastare la furia degli Aleska, non c’è modo di scappare o nascondersi, si può solo arrendersi. Le persone vedono montagne creparsi e crollare mentre svuotano i polmoni lacerandosi la gola con grida di disperazione. La civiltà è finita, tutti gli sforzi fatti sono stati vanificati e la natura, ancora una volta, ha trionfato sulla specie umana. (Matteo Baldi)

(Self - 2016)
Voto: 75

https://aleska.bandcamp.com/

An Autumn for Crippled Children - Eternal

#FOR FANS OF: Post Black/Post Punk
Guitar grain creates a wide ranging dreamlike atmosphere, distant screams call out in anguish, and a mixture of organic and computerized rhythms fluctuate within the winds as notes create fleeting familiar sounds only to wash away moments later. An Autumn for Crippled Children inhabits a desolate plane creating the soundtrack to your suicide. A band with a name as edgy as the blade opening your veins, this Dutch trio indulges in similar distant reverberations to Altar of Plagues without the rising intensity, the vocal delivery is screamed from the background of shoegazing guitars, and keyboards bring in synthetic ambiances reminiscent of The Cure in some places and Alcest in others. Some stylistic choices on this album will leave you scratching your head as you wonder how such mainstream moments fit in with an underground moniker like post-black. Ambient moments in “I Will Never Let You Die” bridge on the psychedelic where “Farewell” and “On Fire” take the post part of their designation so far that it rounds the wrong corner and walks into pop-punk territory. 'Eternal' is awash with unusual directions that are easy to listen to and tough to interpret. This is catchy music, surface dwelling, and has just enough elements in it to dip a toe into extreme metal waters. An album like this is sure to be a guilty pleasure, something to wash yourself in while guzzling alcohol and thinking about where it all went wrong. As black metal/ post-black/ blackgaze or whatever label you want to affix to this obscure arrangement, it doesn't hit me as hard as Lifelover.

When you strip away the grain and screams An Autumn for Crippled Children sounds more as though they're playing depressive electronica, punk, and even 80s new wave in this album. Songs like “You Have Been In The Shadows For So Long” and “Swallowed by Night's Despair” launch into positive notes from the get-go and sink into sadness as more layers wash themselves over the bouncing structures. Clinical in their depressive direction, each song refuses to indulge the positive notes without reminding you that there is always something sinister and sad to hold down every up beat. The band's shoegaze sound is best demonstrated in “This Small Space You Occupied Is So Empty Now”. This song may as well be a My Bloody Valentine track with a wave of guitar noise driving the catchy drum sound. Synth organs accompany the breakdown halfway through the track creating a trippy electronica feel. Some points of the album feel like listening to the B-52's in an emo phase, others are like Blink-182's self-titled album. This band takes influence from a myriad of sounds and creates an atmosphere that is a far cry from black metal other than the expected aesthetics in guitar grain and screaming vocals. There's nary a blastbeat to be heard, tremolos are short like in “Matters of the Heart”, but double bass kicking is at a near constant in the juxtaposing rhythms. “On Fire” is very catchy with a morose piano caught in a web of guitars tightly seizing the melancholy of the quiet melody before ripping it away and offering a hard-nosed examination of the structure. An Autumn for Crippled Children works well together. This is a cohesive band with a good handle on how to design standout songs using very familiar sounds. There are many entertaining moments throughout this album and the range from catchy melancholy to the sappiest of sounds like in “Cloud Mood” all exude that dreamlike, ethereal aesthetic common to washing waves of treble across a shoegaze soundscape.

An Autumn for Crippled Children has an unusual take on post-black metal style. Greatly distancing itself from the norm, the band incorporates many influences into a unique approach that fashions the abrasive aesthetic into a desperate and dulcet product. Bending their sound this far has taken them in a direction that's worth a listen and easily accessible despite the sophomoric band name and some of the sappiest song titles I've ever seen. This band has a good handle on their direction and come together more harmoniously than expected. (Five_Nails)

martedì 21 febbraio 2017

Beyond Chronicles - Human Nation

#FOR FANS OF: Melodic Death Metal, Across the Burning Sky, Enchridrion
In existence since 2012, Paris-based Melodic Death Metallers Beyond Chronicles have steadily risen to the point of allowing their influences to take place in bringing out the groups’ finest official release yet following their continuous stretch of live dates to hone their skills. Built around short, stuttering rhythms and a crunchy mid-tempo attack, there’s a generally solid attack featured throughout here that makes the generally one-dimensional material come to life. With the infusion of swirling melodic rhythms throughout the vast majority of the tracks as well as the inclusion of a stellar dynamic mixing together the hoarse shouts with the clean crooning it all comes off with a fine light melodic touch that’s quite nicely in keeping with the general feel of the album. There’s little to be done, though, for how much of an impact the flaws have on this one as the material is quite light and one-dimensional which makes for a fine if much too familiar experience where the album really loses steam in second half. Still, for the most part the tracks themselves aren’t that bad. Following intro "Ground Zero," efforts like "Cold Vengeance," "Last Transmission" and "Powerless" feature plenty of enjoyable fiery rhythms and tight patterns to be solid highlight offerings, while slower mid-tempo elements like "Upon Them" and "The Best at Everything" all show up as the best of the rest. It’s certainly decent enough for the genre, but it does have its problems. (Don Anelli)

(Dooweet Records - 2016)
Score: 65

https://www.facebook.com/beyondchronicles

lunedì 20 febbraio 2017

Houstones - S/t

#PER CHI AMA: Post Grunge/Alternative Rock
'Houstones' inizia con il frammento di una telefonata che potrebbe essere una comunicazione da oltreoceano, fosse il prefisso di Seattle non ci meraviglieremmo. L’attacco del primo brano, "Smile", dall’omonimo disco degli Houstones, suona proprio come quelle band che fecero irruzione nella scena musicale a partire dai primi anni novanta: chitarra-basso-batteria ad accompagnare testi cantati con piglio rabbioso. Gli Houstones sono un trio italo-svizzero che suona come una band americana degli anni novanta. Che lo sappiano fare anche bene lo si capisce subito e nel secondo brano, "7 Seconds to 8", i semi del grunge germogliano in una canzone che potrebbe essere davvero stata scritta da qualche gruppo della costa nord-ovest degli States. L’urgenza e la rabbia del disco sono caricate nelle prime tre canzoni e servono sicuramente a scuotere l’ascoltatore per portarlo in territori più meditativi a partire dal quarto pezzo, intitolato "Popular Star (A Popstar is A)" per proseguire con "Monster", introdotto da interferenze elettriche che aprono gli spazi a chitarre slide. La sesta traccia, "Room" parte lenta, appoggiandosi ad un riff di chitarra suonata con l’effetto phaser, crescendo poi nella sua esecuzione carica di rabbia e noise. Se ci fermassimo dopo l’ascolto dei primi sei pezzi, l’ironica dicitura “Best Before 1999” riportata all’interno del digipack, sarebbe pienamente rispettata. Il disco invece prosegue e nelle ultime due tracce, le coordinate musicali cambiano decisamente, con il risultato di spiazzare i puristi del genere alternative-grunge-stoner. L’intro di "Apode" rivela un certo mood orchestrale mentre la conclusiva "Coming to Save the World as Bill Murray Does" è un bel brano dal piglio cantautorale accompagnato da un sax. Sarà interessante scoprire se questi sono elementi di novità nel percorso musicale della band oppure esperimenti più simili a delle outtake. (Massimiliano Paganini)

(DreaminGorilla Rec/Old Bicycle Rec - 2016)
Voto: 70

https://houstones.bandcamp.com/album/houstones

domenica 19 febbraio 2017

Chanvre - Valkyrie Mécanique

#PER CHI AMA: Alternative Rock
L'underground, questo sconosciuto e un imprevedibile mondo sonoro che nasconde sorprese buone e cattive in costante evoluzione. Avreste dovuto vedere la mia faccia quando mi è arrivato questo cd tra le mani, quel senso strano che mi impediva di concepirlo, di farmi un'idea prima di ascoltarlo; la figura nera in copertina raffinata ed oscura contrastava troppo con lo sfondo bianco per ricondurlo ad un genere gothic, metal o altro. Mancava anche il tocco sintetico nei titoli per ricondurlo all'EBM. Il titolo epico e modernista mi ha incuriosito fin da subito, quindi, messo il cd nel lettore, mi sono trovato di fronte un album colmo di influenze alternative rock in modalità transalpina. Rinverdire in chiave attuale le intuizioni che sono state il cavallo di battaglia degli indimenticabili Noir Désir non è certo un punto di originalità, ma dopo un paio di ascolti si può notare che i Chanvre sono da considerare i veri e legittimi nipoti della band di Bertrand Cantat, e tanto di cappello verso un album ben fatto. Il cantato interamente in lingua madre ricorda Cantat per forza di cose ma è stupendo rilevarne lo spettro che in "Le Mothership" è presente più che mai, con lo stesso affiatamento polemico, il verso drammatico e il predicare ammaliante. Musicalmente ci avviciniamo a '666.667 Club' degli stessi Noir Désir ma con una verve più sbarazzina in alcuni frammenti e continui innesti strani, come l'ottimo ritornello di deriva niente meno che dai Pixies della conclusiva "Sour Krypt". Il mini album autoprodotto in maniera ottimale si divide in cinque brani per un totale di uno striminzito quarto d'ora di musica che però mostra molte buone credenziali e idee, dal rumoroso e sospeso post grunge transalpino di "Dètritus Town" che apre le danze dopo l'intro sognante di "Chaconne d'Inertia", si passa al pop obliquo del brano "Mechanical Walkyroìd", sbilenco e malato di curiosa veste da chansonnier vecchio stile, mescolato ad una ritmica memore del "Mr Brightside" dei The Killers e chitarre rumorose e nervose a ricordare i mitici Girls Against Boys e in parte i recenti Muse. Dunque un quarto d'ora di puro rock alternativo con propensione verso gli anni novanta e mi piace sottolineare transalpino perché solo in questo paese s'intende il rock in questa maniera, potrà non piacere e non scalerà le classifiche ma a chi saprà apprezzarlo farà molto piacere avvicinarsi a questo album. (Bob Stoner)

sabato 18 febbraio 2017

Hypocras - Implosive

#PER CHI AMA: Death/Folk
Dopo aver recensito tonnellate di band provenienti da Basilea, finalmente scopriamo che qualcosa si muove anche nel canton Ginevra. Ecco da dove arrivano gli Hypocras, band esistente addirittura dal 2005, ma che in 12 anni ha rilasciato solo un full length e due EP, tra cui quest'ultimo 'Implosive'. Il sound del quintetto elvetico più che implosivo direi che è a dir poco esplosivo, già grazie all'opener "Implosive Absolution", una traccia thrashettona che nei suoi primi secondi lascia comunque intravedere le potenzialità del combo ginevrino e anche le sue peculiarità. Ecco palesarsi infatti il delicato suono di un flauto che prova a muoversi tra le maglie di un minaccioso death che fa delle ritmiche galoppanti il proprio punto di forza. La song non tarda però ad imboccare un percorso che miscela un death melodico col folk. "At the Edge" prosegue su questo binario con tre minuti di growling vocals, riff sincopati e la soave melodia del flauto ancora a guidare, in modo quasi più preponderante, gli altri strumenti. Notevole l'assolo a metà brano, di matrice classica. "A Song for Them" è una cover estratta dall'album del 2010 'Ichi Ten Dai (Eat Shit and Die)' dei progressive svizzeri Djizoes, qui riletta dagli Hypocras con la loro stessa ricetta affidata a ritmiche pesanti, dinamiche e ricche di groove, con ovviamente l'apporto dell'onnipresente flauto, in una traccia dal dinamitardo finale. Con l'ultima "At The Edge (Fucked Up Ibiza Vikings Remix by BAK XIII)" si scivola in una manciata di deliranti minuti di follia con la riproposizione della seconda song rivista in chiave industrial, stile Rammstein, mantenendo comunque il supporto del flauto, qui più in secondo piano, perché surclassato da un contesto disco dance. Lavoro pregevole questo 'Implosive', che fungerà speriamo da antipasto per un nuovo lp nel 2017. (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 70

Ur - Hail Death

#PER CHI AMA: Black/Heavy, Darkthrone, Iron Maiden, Primordial
Ur fu un'antica città sumera nominata più volte nel Libro della Genesi come il luogo di nascita del patriarca Abramo. Oggi Ur identifica anche una band polacca fautrice di un black metal che per certi versi, riesce a mostrare segni di originalità. 'Hail Death' è il loro EP di debutto, rilasciato dalla Arachnophobia Records. Le danze vengono aperte da "A Dying Star", un breve pezzo mid tempo, dall'incedere asfissiante, corredato da vocals prettamente pulite e qualche vocalizzo più arcigno. Con "The Tongue of Fire" ecco che il black si contamina di thrash ed heavy metal: mantiene del genere estremo la ferocia delle vocals, del thrash la cavalcata delle chitarre e dell'heavy alcune aperture più classicheggianti delle sei corde. Con "Let the Darkness Come", la musica diviene addirittura più selvaggia ed arrembante, quasi un grind black, che viaggia a corrente alternata, tra saliscendi ritmici da pura emicrania. Poi quando le chitarre si aprono, la sensazione è quella di ascoltare gli Iron Maiden, prima che il vortice tumultuoso dei nostri, rientri in possesso di una malvagia esplosività primitiva con tanto di blast beat lanciati oltre la velocità del suono. "Total Inertia" attacca con un incedere, cosi come vorrebbe il titolo, lento e accidioso, un altro mid-tempo nebuloso che si stacca dal black per le sue ritmiche e per degli epici vocalizzi che sembrano arrivare da Alan Nemtheanga dei Primordial. "Only Bones Stay Here" è praticamente incollata alla song precedente e nella sua veste thrash black sembra voler emulare i Darkthrone. Si arriva alla conclusiva "Infinity": un bel riffing apre la traccia accompagnato da un basso quasi slappato di "overkilliana" memoria (merito anche di un'eccellente produzione che esalta ogni singolo strumento) per poi proseguire su di un pattern ritmico di derivazione punk, che tradisce ancora una volta l'amore della band polacca per sonorità old fashion. Niente male come debutto, se poi considerate che la veste grafica del digipack è davvero buona e il cd trasparente è a dir poco meraviglioso, potete capire perché spendere ottime parole per questo nuovo combo polacco. (Francesco Scarci)

(Arachnophobia Records - 2016)
Voto: 75

giovedì 16 febbraio 2017

Phoenix Mourning - When Excuses Become Antiques


BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Metalcore/Emo, Trivium
C'è stato un periodo, a metà anni duemila, in cui ogni giorno la mia casa era invasa dal suono metalcore di una qualche band statunitense ed è ancora la Metal Blade, che oramai era diventata specialista in questo genere, a deliziare le mie orecchie con l'ennesima new sensation dagli USA. Chi mi conosce e si aspetta l’ennesima stroncatura in quest’ambito, dovrà ricredersi perché a me i Phoenix Mourning non dispiacciono. Non inventano nulla di nuovo per carità, però ho come la sensazione che ciò che suonano sia fatto col cuore. La band a stelle e strisce proveniente dalla Florida, prodotta da Tom Morris (Iced Earth, Obituary), ci spara 13 tracce di metalcore moderno che sconfina nell’emo, fatto di riff metal su quali s’innestano graffianti voci death e pop (si avete letto bene) clean vocals, accompagnati da fughe in territori hardcore e da ruffiane melodie emo. Il limite di questo genere è che forse dopo pochi ascolti si esaurisce il desiderio di rimettere il cd nello stereo o che molte volte non si riesce ad arrivare alla fine del disco perché le canzoni finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. Ad ogni modo, per chi ama questo genere di sonorità, l’ascolto è come minimo consigliato, tanto per avere qualcosa di nuovo da fischiettare sotto la doccia. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2006)
Voto: 65

https://www.facebook.com/PhoenixMourningFL/

The Classic Struggle - Feel Like Hell

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Thrash/Metalcore
La Metal Blade non è sempre stata un'etichetta brillante, negli anni 2000 è stata spesso sinonimo di death/metalcore, e talvolta non proprio di qualità. The Classic Struggle è una di quelle band che nel 2005 (e successivamente nel 2008, prima che si perdessero un po' per strada) ha pensato bene di provare a perforarci i timpani con la loro “originalissima“ miscela di death/thrash per cui subito mi viene da pensare:“Che palle, un’altra band che suona uguale a mille altre!! Ce ne era forse bisogno?”. Si ragazzi, non c’è niente da fare, i gruppi non si sforzano minimamente di cambiare ricetta, si limitano a scopiazzare a destra e a manca ciò che andava e va per la maggiore. Quest'ennesima band che mi capita tra le grinfie non sarà ruffiana come tante altre, ma pescando a piene mani dal death svedese, miscelando il tutto con un sano metalcore americano, sforna l’ennesimo inutile disco. La ricetta di 'Feel Like Hell'? 12 brani, tirati, diretti, con chitarre taglienti, una pietosa batteria sincopata, una voce al vetriolo, qualche stop’n go, un paio di rallentamenti con feroci ripartite, sfuriate grind e la zuppa è pronta. Ma l’inventiva, l’originalità e la personalità dove sono andate a finire, perdute nei meandri più dispersi del pianeta? L'ennesimo disco clone che mi induce sempre più spesso a fare copia-incolla con recensioni precedenti. Alla fine i poveri The Classic Struggle magari non sarebbero neanche male, ma in un calderone di uscite mensili tutte identiche quanti si ricorderanno del loro “memorabile” disco? Noiosi. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2005)
Voto: 50

https://www.facebook.com/TCSOfficial