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martedì 15 gennaio 2013

Violet Gibson - American Circus

#PER CHI AMA: Hard Rock, Metal, Alice Cooper
Al di la del fatto che il nome del gruppo probabilmente è stato preso in prestito dalla donnina irlandese che cercò di fare la pelle al Duce (non chiediamoci come sarebbe oggi se quella pistola non si fosse inceppata...), i Violet Gibson (VG) sono una realtà italianissima e in particolare emiliana doc. Dopo la recensione dei Motherfingers di qualche giorno fa, mi sembra di trovarmi nella stessa situazione, nel senso che i VG hanno un sound rock/metal abbastanza eterogeneo che abbraccia le sonorità di vari big del settore. Primo fra tutti Alice Cooper, poi Bad Religion e HIM, tutto ben mixato ed eseguito in modo impeccabile. Bustina e cd (versione per gli addetti ai lavori) nascondono ben tredici tracce a conferma della professionalità e del supporto etichetta/produzione alle spalle dei VG. "Go Ahead" apre le danze con campionatura di voce al contrario che lascia subito spazio alla strofa classic heavy metal seguita dal ritornello vecchia-scuola, tutto al posto giusto. L'intermezzo con chitarra acustica convince anche l'ascoltatore più distratto, quindi raggiunge il suo obiettivo in termini di orecchiabilità e soprattutto commerciabilità! Poi è la volta di " She Feels Alive", pezzo super ruffiano dove la voce del vocalist farebbe sciogliere qualsiasi donzella in cerca del rude metallaro dal cuore tenero. L'arrangiamento acustico denota che i VG cercano sempre di bilanciare il proprio sound, accontentando tutti. Bel pezzo, breve ma intenso. Saltando a piè pari la cover di "Superstition" (Stevie Wonder docet), preferisco parlarvi di "Parasite”, il decimo brano del cd. I VG si trasformano in castigamatti e danno sfogo alla loro potenza con dei bei riff di chitarra, mentre la voce esprime appieno il tema rock-rabbia-protesta. Ci sta benissimo anche il bell'assolo di chitarra che richiama atmosfere orientali. Il cd si chiude con "The Reason to be God" che ritengo il pezzo di miglior fattura dei VG, peccato che sia stato relegato in fondo comunque gli arrangiamenti sono leggermente più personali e lasciano spazio alle loro capacità. Dopo tutto in sei minuti devi avere effettivamente qualcosa da dire e il brano ci riesce, risultando anche un singolo di quelli che girerebbero bene in radio. Molti i pezzi ruffiani in questo "American Circus", orecchiabili, lisci e canticchiabili, ma in alcuni casi niente di più. Chiariamo subito: siamo di fronte ad un gruppo con le palle cubiche e nel suo genere anche un punto di riferimento quindi se questo è l'obiettivo dei VG, complimenti. Il loro attuale tour europeo conferma che se la musica, qualsiasi essa sia, se fatta con anima e cuore porta sempre a dei risultati. (Michele Montanari)

(Logic[il]logic)
Voto: 80

http://www.violetgibson.biz/

Emmeleya - Opium Vision

#PER CHI AMA: Progressive Death
Mi accingo a parlare di una band teutonica, il cui sound si distacca dal solito industrial metal: infatti, come asserisce l’act germanico, la proposta è un progressive metal con “un catalogo di musica multidimensionale, deliziosi arrangiamenti vocali, un song writing particolare, tastiere ben applicate e una notabile presenza di contenuti death metal” (tratto dal loro sito ufficiale). Viene spiegato anche il significato del nome: trattasi di una parola greca per intendere grazia o armonia, ma è anche il nome di una danza nelle tragedie greche. Ultimo appunto prima di iniziare a parlare dell'album: sono stati anche open act di band quali Korpiklaani, Volbeat e Geist. La prima traccia, “My Equal”, si apre subito brutale, senza alcun intro: dopo la prima strofa emergono le tastiere con un semplice accordo, ma che riesce a fondersi facilmente con il growl rude e graffiante. Degno di nota è il gioco di stili che si possono sentire in questo brano: dal death più cattivo al prog più ispirato, a rendere il tutto interessante e ingegnoso. Dalla metà in poi è tutto un connubio di chitarre e batteria che ricordano vagamente i Porcupine Tree, specialmente nei lunghi silenzi cantati. Solo dopo 3 minuti di totale ispirazione, un urlo squarcia il cielo portando la traccia a finire nella più totale cattiveria. “23.57.31” al contrario della precedente, inizia pulita per poi mutare nella parte death andante, a braccetto con assoli di tastiere: un ritmo serrato e pesante si alterna a parti prog e più delicate, risultando molto sperimentale e mai banale. Più ascolto il disco, e più mi rendo conto del potenziale “bomba” che questo ensemble presenta: un'energia immensa e ben esposta, senza cadere nel pesante. “Ornamental Mind” inizia con la parte growl, ma si alterna spesso al cantato pulito. In sottofondo la batteria non smette un attimo di far sentire la sua presenza, mentre si può notare anche un piccolo duetto verso metà traccia. Nonostante il filo conduttore sia lo stesso in tutte le canzoni, ognuna presenta qualche piccola sorpresa, sia nelle tastiere che nelle chitarre o batteria: per esempio, in questo brano, c'è un piccolo gioco di dita sulla tastiera dando un'aura più gentile e delicata. “Shatter the Streaks” all'inizio presenta il solito connubio batteria-chitarra, ma suonati in maniera più ritmata e profonda. Le tastiere creano un sottofondo continuativo, mentre un volteggio di chitarre e batteria, danno un effetto che pare un vortice: scelto apposta per le tematiche religiose leggermente velate. Molto piacevole è la parte pizzicata sulle tastiere, seguita a ruota dalla chitarra ritmica e dalla batteria. Con “Never Red” si arriva all'ultimo brano del disco, solenne e potente: le note di tastiera sono per lo più acute, con l’alternanza tra cantato pulito e growl, e con la testa che inizia a ciondolare avanti e indietro. Nel mezzo della canzone si trova il cuore pulsante del prog, che aiuta tanto a rilassare la mente e concentrarsi su tutto quanto fatto finora. Sembrerebbe quasi che gli Emmeleya vogliano terminare dolcemente, invece a 3 minuti dalla fine, i toni iniziano ad accendersi, aumentando il pathos e portando l'ascoltatore in uno stato di difesa, pronto per sferrare la botta death. Botta che non arriva subito, ma dopo un buon minuto e mezzo, quando già ci si era abituati alla calma. E con le chitarre portate al massimo, si chiude l’album anche se perlomeno viene affidata ad una chiusura sfumata, a differenza dell'inizio duro e diretto. Il cd, uscito a gennaio 2012, è una vera e propria perla: mai uguale, mai scontato e mai noioso. Anzi, il voler unire due generi molto diversi tra loro, li ha condotti a pubblicare un disco di tutto rispetto. Altamente consigliato per chi vuole qualcosa di nuovo e particolare. (Samantha Pigozzo)

(Self)
Voto: 75

http://www.emmeleya.com/

Knightmare - In Death’s Shadow

#PER CHI AMA: Thrash Progressive, Anacrusis, Nevermore
I Knightmare confermano che l’Australia non è solo un dannato bacino di band dedite al black, al death o a qualsiasi altra forma di malato estremo genere musicale, ma che in realtà c’è un movimento interessante che si attesta anche su toni ben più rilassati. La band di Melbourne ci presenta il loro nuovo lavoro, che esce a distanza di quattro anni dal precedente EP, “Unholy”. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e l’act australiano ci offre oggi un dinamitardo concentrato di suoni thrash progressive, che si rifanno (solo) di primo acchito, alla proposta degli statunitensi Nevermore. Niente male, devo ammetterlo: l’apripista “Cazador de Hombres” mette in mostra da subito le elevate qualità dell’ensemble, con un sound tirato, dalle pregevoli linee di chitarra, che esaltano le doti tecniche ineccepibili dei musicisti e la loro voglia di stupire. Non solo rozzo thrash quindi, anzi di quello nemmeno l’ombra, in quanto i nostri pur graffiando con le loro 6 corde, lo fanno con somma classe, tessendo splendide melodie, break acustici e con un vocalist, finalmente dotato, di una splendida ugola d’oro. Ho letto nel web che ci sarebbe anche una importante componente power nel sound dei Knightmare e allora, o mi sono rincitrullito del tutto, col cervello crivellato dalle famigerate sonorità estreme a cui sono oramai abituato, oppure qualcuno ha preso un severo abbaglio. Fatto sta, che passando in rassegna i vari pezzi, “Granted Death”, si ricorda per una furibonda parte iniziale ed un prezioso break centrale arpeggiato ed un coinvolgimento a 360° dell’ascoltatore, con i suoni che entrano nelle nostre orecchie (lo sto ascoltando in cuffia) da ogni dove. Intrigante, nulla da eccepire e le stesse percezioni me le conferirà anche la conclusiva strumentale, lunghissima e bellissima “Judgement”, la traccia (quasi) più completa del platter (manca solo il cantato). Forse fatico ancora un po’ a mandare giù l’impronta vocale del vocalist, troppo pulito per i miei standard, ma devo ammettere che è perfetto per questo genere di musica, che ancora una volta si dimostra di assoluto valore, con cambi di tempo mozzafiato, splendidi assoli e delle orchestrazioni da urlo. “False Prophets” ha un incedere epico e un po’ troppo votato al versante rock per i miei gusti trasandati, anche se poi una specie di break orientaleggiante riesce a catalizzare del tutto la mia attenzione. Ecco forse ho trovato l’estro power in “Apocalypse”, che mi induce a skippare alla successiva canzone, la traccia omonima: sinistra nella sua intro e poi più spedita con le chitarre che si intrecciano e inseguono. “Unity Through Chaos” è un altro bell’esempio di thrash dalle tinte progressive, che mi ha ridestato alla memoria il sound degli Anacrusis, che conferma la validità di un act che ha tutte le carte in regola da giocarsi e che ha addirittura il coraggio di utilizzare un violoncello nei suoi brani. “Only the braves…” (Francesco Scarci)

Cadaveric Crematorium - One of Them


#PER CHI AMA: Brutal Death, Grindcore, Cannabis Corpse
Oramai sapete che il brutal non è proprio il mio genere preferito. Ma questa ennesima fatica dei Cadaveric Crematorium mi lascia veramente soddisfatto dopo il suo ascolto. Sarà per gli elementi grindcore o per la genialità del concept, questo disco ha abbattuto tutto il mio scetticismo e disinteresse. Il vero responsabile della mia attrazione verso quest'album, altro non è che il suono: non è cosi pesante, caotico o fastidioso, come mi aspettavo; eppure la musica proposta è tutta il contrario. Il disco si sviluppa in diciannove tracce per una durata ottimale che oscilla intorno ai tre quarti d'ora, dieci di queste sono le tracce vere e proprie, formate da un'assuefante brutal/grind mentre le restanti nove, identificate da lettere dell'alfabeto greco, sono delle intro/outro, usate sapientemente come ambientazione del concept, dove vengono smascherate le già conosciute doti tecniche e compositive del quartetto bresciano. Sicuramente la cosa che colpisce di più al primo ascolto è l'incredibile sinergia creata dal basso e dalla batteria che fanno della sezione ritmica un muro invalicabile ed un solido terreno, dove i riff spuntano come funghi uno più velenoso dell'altro. La voce non è da meno e grazie ai vari passaggi da scream a growl, riesce a dar maggior risalto alle singole tracce evitando la classica noia da guttural. Ma queste sono le basi sulle quali si fonda il disco perché è pieno di episodi che impreziosiscono ulteriormente l'opera, come cambi di tempo inattesi e incursioni sweepanti a tradimento, tanto per dirne alcune. Non sto qua a raccontarvi la storia di “One of Them”, vi consiglio fortemente di assimilarlo in tutte le sue sfaccettature. (Kent)

(The Spew Records)
Voto: 75

http://www.cadaveric.it/

Raventale - Transcendence

#PER CHI AMA: Black Doom, primissimi Katatonia
Raventale sesto capitolo, il quarto recensito dal sottoscritto. Mr. Astaroth Merc torna puntuale come un orologio svizzero ad incantarci con la sua musica e dopo averci ammaliato con i colori blu, arancio, rosso delle cover cd dei precedenti lavori, questa volta tocca al verde rilassare la nostra vista e alla sua musica appagare le nostre orecchie. “Transcendence” segna un altro passo avanti nella discografia del musicista ucraino, che dal 2006, si mantiene comunque coerente nella sua proposta all’insegna di un black doom sferzante ed apocalittico, mai come questa volta influenzato da “Dance of December Souls” dei Katatonia, che io reputo essere la pietra miliare del genere. Potrete pertanto intuire quanto mi abbia lasciato poco indifferente questo nuovo album dell’act di Kiev. Già con il precedente cd ritenevo infatti, che i Raventale meritassero una chance da parte di un’etichetta ben più commerciale della russa BadMoodMan Music, per dar modo all’artista ucraino di venire fuori dai confini dell’underground. Quattro i pezzi contenuti in “Transcendence”, tutti contraddistinti da una lunga durata, superiore ai 10 minuti. Ad aprire le danze “Shine”, che non incanta tanto per il suo monotono riffing portante, piuttosto per gli azzeccati inserti tastieristici e per uno splendido assolo posto alla fine. “Room Winter” è un aggressione di puro e selvaggio death/black, con tanto di blast beat, che irrompono nelle casse del mio hi-fi, in compagnia di gracchianti vocals (a cura di Vald) che si innalzano fiere sul tappeto ritmico devastante (a tratti epico, in altri frangenti quasi al limite del techno death), che risulta ammorbidito dall’aura, appena percettibile, delle tastiere o di un arioso break centrale, che ci consente giusto il tempo di rifiatare, prima dell’invettiva conclusiva. “Without Movement” è un brano dai toni più pacati, che oltre a mettere in luce la potenza e la pulizia dei suoni, colpisce per un ipnotico giro di chitarra e armoniche melodie che s’immergono nella fitta e nebbiosa ritmica costruita dai nostri, che palesa e non poco, l’accoppiata violenza ed emozionalità, espressa dai Raventale. I conclusivi 13 minuti affidati alla travolgente title track (soprattutto nel finale), non fanno altro che confermare l’eccellente stato di forma in cui Astaroth Merc e compagni (da segnalare anche la presenza di Anton Belov come voce addizionale) versano. Insomma, che dire, se non che “Trancendence” è un altro episodio pregevole della discografia dei Raventale, di cui sono certo, sentiremo ancora parlare a lungo, in futuro. (Francesco Scarci)

Chronolyth - Bitter Reflection

#PER CHI AMA: Swedish Death, Scar of Symmetry
È la prima volta che mi trovo in una simile situazione, una band che insiste per la recensione di un solo pezzo, va bene, contenti loro. Si tratta degli australiani Chronolyth, act di Brisbane che dopo i consueti cambi di line-up e di nome della band, arriva finalmente a produrre i primi brani, tra cui questo “Bitter Reflection”, che funge da apripista al debut cd, che uscirà in aprile. La song si apre con una chitarra arpeggiata e poi il roboante fragore delle ritmiche esplode che è un piacere, delineando in linea di massima quello che è il sound del quintetto australiano, ossia un corposo death metal, carico di groove, influenzato dal melodico e ruffiano swedish metal di Scar of Symmetry ad esempio. Ottime le linee di chitarra e i solo, vicini più all’heavy metal che a sonorità estreme, a cura del duo Alex Nisiriou e Ben Constable, cosi come convincente la prova dietro al microfono, di Hamish McSorley, che dà sfoggio di un ottimo growl. Insomma, vedendoli in chiave futura, ci aspettiamo l’ennesima sorpresa in arrivo dall’Australia. Mantenetevi sintonizzati. (Francesco Scarci)

Mad Maze - Frames of Alienations

#PER CHI AMA: Thrash Metal
Attenzione! Attenzione! Se vi infastidisce il thrash metal tout-court, potete agilmente evitare questa recensione: “Frames of Alienation” non fa per voi. Se invece provate anche solo simpatia per questo genere, ultimamente un po’ meno sotto le luci dei riflettori, un ascolto vi farà benissimo. I modenesi Mad Maze, scritturati dalla Punishment 18 Records, debuttano con questo full lenght. È un esordio dal quale si percepisce l’amore (anche troppo incondizionato) della band verso il thrash. Non è nulla di clamorosamente nuovo, ne è uno di quegli album che ti fanno girare la testa: ma la passione per il genere e del rispetto dei suoi canoni salta veramente all’orecchio. Ecco qui un disco potente, aggressivo e ben suonato, sebbene non si sciorinino tecnicismi stratosferici. Un CD di un thrash che di più non si può, che ne rispetta tutti i canoni e che, in alcuni casi, li gonfia pure un pelo troppo. Dov’è la pecca maggiore? Qualche caduta di stile è certamente da mettere in conto, si tratta sempre di una prima opera di ampio respiro, tuttavia il vizio è la mancanza di quella freschezza che permetterebbe di dare al disco una sua anima, risultando ben più che gradevole. Poco male, almeno secondo me. Sì perché mi è piaciuto calarmi completamente nei loro riff tiratissimi e martellanti, nel loro ritmo dalla velocità supersonica, nelle loro accelerazioni che evitano i noiosi appiattimenti (sono un pericolo sempre dietro l’angolo). La parte vocale mi ha lasciato una certa sensazione di freddezza, credo dovuta a una performance troppo monocorde del cantante. Anche la struttura delle songs mostra qualche segno di ripetizione ma questo è, forse, più un problema legato al genere. Ciò non esime i nostri dal cercare di essere più incisivi nel songwriting. Tra le tracce, tutte piuttosto coerenti con lo stile, svettano la strumentale (e più melodica) “… Beyond” e la violenta “Walls of Lies”. Pollice verso per la pesantissima “Cursed Dreams”. Nota a margine per la copertina di Ed Repka: bellissima. Questo lavoro mi ha affascinato, e mi lascia ben sperare per un futuro miglioramento stilistico dei nostri. Altrimenti, possa la creatura dell’artwork rendere le loro notti insonni e le loro digestioni pesanti. (Alberto Merlotti)

(Punishment 18 Records)
Voto 75

https://www.facebook.com/madmazethrash

Árstíđir Lífsins - Vápna Lækjar Eldr

#PER CHI AMA: Black Metal, Folk, Helrunar, Drautran
Sono sensazioni altalenanti quelle che derivano dall’ascolto del secondo album degli Árstíðir Lífsins, formazione per metà islandese e per metà tedesca, che annovera tra le proprie fila anche membri di Helrunar e Drautran. Certo, non si può negare che la musica proposta dal gruppo sia di pregevole fattura. Per di più la raffinata commistione tra elementi folk e black metal costituisce un elemento di sicuro interesse per tutti gli amanti di queste sonorità. Cos’è che non funziona, dunque? Forse il problema è l’aspettativa. È probabile infatti che ogni buon intenditore del genere pagan-folk venga conquistato dal suono dell’album con una certa facilità riconoscendo immediatamente che l’uso di aggettivi quali “pregevole” o “raffinato” non sia affatto casuale, ma è proprio quando le premesse sono così invitanti che cresce l’attesa. In poche parole, l’attesa che qualcosa di straordinario ed emozionante accada durante l’ascolto. Ebbene, gli Árstíðir Lífsins si muovono impeccabili lungo un percorso di nove brani dal fascino indiscutibile, ma si limitano ad affrontare i sentieri più facili e sicuri, quelli già battuti da chi li ha preceduti nel loro cammino, senza osare qualcosa in più e senza mai deviare dal percorso prestabilito. Talvolta gli scorci più belli di un paesaggio si scoprono avventurandosi oltre i confini già esplorati, ed è in quei momenti che nasce un’emozione. Peccato che la composizione di “Vápna Lækjar Eldr” sia rimasta intrappolata dentro quei confini, ricalcando alcuni schemi già sentiti e offrendo rari momenti di slancio. L’uso in chiave folk dei cori, della chitarra acustica e degli strumenti ad arco, è tutt’altro che disprezzabile e nel complesso si riconosce un contributo importante da parte di ciascuno dei quattro strumentisti a creare atmosfere piacevoli che elevano l’album ben al di sopra della media. Tra l’altro il connubio tra sonorità estreme e tradizionali, non scade mai nel cattivo gusto, per cui sarebbe ingiusto muovere un appunto al gruppo sul lato prettamente tecnico o sulla loro capacità di creare delle composizione strutturate. Quel che manca davvero è la carica emozionale. I primi tre brani, per quanto timidi, lascerebbero sperare in un decorso ben più coinvolgente, ma poi l’album si arena nella monotonia ed è necessaria un po’ di pazienza, prima di incontrare qualcosa di realmente appassionante. Tanta pazienza, a dire il vero, considerato che stiamo parlando di 77 minuti di musica e che i brani più riusciti siano i due posti in chiusura alla scaletta. "Svo Lengi Sem Sutrs..." e "Fjörbann..." fanno dunque riacquisire quota all’album con la forza delle percussioni, l’asprezza del cantato e la poesia di alcuni intermezzi di synth-piano e violino. Così l’ascolto si conclude in bellezza e quantomeno rimane la sensazione che il contenuto musicale di "Vápna…" sia all’altezza della sontuosa ed ingombrante confezione a libro che racchiude il cd e che va menzionata non solo per dovere di cronaca, vista l’abbondanza di pagine e la cura grafica con cui è stata realizzata. (Roberto Alba)

(Ván Records, 2012)
Voto: 75

http://www.arstidirlifsins.net/