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giovedì 27 gennaio 2011

Ancient Dome - Perception of this World


Se mi chiedessero “qual è la percezione di questo mondo che hanno gli Ancient Dome?”, risponderei con un “beh proprio ottimistica non direi”. Non crediate, però, che i nostri abbiano fatto un prodotto triste. Rabbia, energia, forza: queste le mie sensazioni dopo aver ascoltato le tracce del disco. Scopro qui per la prima volta questa band italiana, corro ai ripari e mi ascolto anche il loro, unico, precedente lavoro: “Human Key”. Un bel miglioramento, su tutto il fronte. Questo cd mi piace; mi piace per la carica, l’anima e la grinta che ci infondono. Sono curioso di vedere un loro performance dal vivo. Abbiamo 11 canzoni strutturate partendo dal thrash metal, con qua e là qualche lieve accenno ad altri generi più melodici e techno. Le tracce sono quasi tutte dirette. Batteria martellante, accelerazioni, cambi di ritmo, stacchi seguiti da ripartenze immediate: queste le cose che più balzano al mio orecchio. Niente male le chitarre: i riffoni, le scale e gli assoli sono ben fatti e non buttati lì a caso, solo per far sentire che la band ci sa fare con i propri strumenti. Ho però il dubbio che le chitarre non si sentano come dovrebbero, gli assoli in particolare. Apprezzabile anche il singer, abbastanza personale nel suo operato vocale. A proposito delle parti vocali, ascoltatevi con calma la power ballad “Dream Again”. Sì, va bene, è un lentone, non è il massimo dell’allegria, anzi ha al suo interno una decadenza strisciante che stride molto col resto del disco, ma detto tra noi, a me quelle sezioni vocali piacciono. Testimoniano, inoltre, la volontà del gruppo di uscire dal solito schema compositivo e ciò è decisamente un bene. Trovo nella title track un vero compendio dell’idee dell’album mescolate tra loro in maniera funzionale. La considero come la traccia più riuscita dell’ellepì. Più tirate invece "Predominance” e “Liar”. Le altre song sfoderano un po' meno personalità, cosi come pure le due solo strumentali che rimangono in secondo piano seppur ben eseguite. Ah, una nota divertente la potete trovare nel fumetto, che ha come protagonista la band, all’interno del booklet, ma non ve la svelo, andate a dare un'occhiata voi stessi. Alla fine del platter una certa stanchezza affiora, non per carenza tecnica o compositiva, ma per l'ipertrofia delle canzoni stesse. Qualche asciugatura non avrebbe tolto una virgola alla loro fatica e avrebbe reso il tutto più fluido. Da mantenere totalmente la loro attitudine ed energia. (Alberto Merlotti)

(Punishment 18 records)
Voto: 70

mercoledì 26 gennaio 2011

Beansidhe - De Mortis Eloquentia


Un fuoco ardente apre il cd dei ticinesi Beansidhe, band che è in giro da più di un decennio, ma che solo ora arriva al secondo tanto sudato EP, autoprodotto. Dopo l'intro scoppiettante di "Meditatio Mortis", ecco esplodere in tutta la sua furia il sound dei nostri, un black death, che nelle linee di chitarra più taglienti ha qualche richiamo allo swedish black dei mitici Dissection, ma che poi nell'incedere ritmico predilige un sound massiccio più tipicamente thrash death americano. Sei tracce che ben poco hanno da aggiungere alle produzioni attuali, per una certa carenza di fondo di idee in primis, ma anche per una certa difficoltà a produrre qualcosa di realmente interessante in un genere, che ormai ha già detto tutto. Anche se le qualità tecniche ci sono tutte per poter far meglio in futuro, qualche discreta idea, capace di donare un tocco di epicità all'intero lavoro (ascoltare "On Bloodsoaked Grounds Grenades They Ate" o "Shifting Samts" tanto per capire) compare qua e là, risulta ancora troppo poco per ritenere "De Mortis Eloquentia" degno di nota, perché sinceramente è ancora tutto in fase embrionale, cosicché non mi sento di andare oltre ad una striminzita sufficienza. Sicuramente le ritmiche assassine o le rasoiate delle chitarre sapranno catturare l'attenzione di qualche sprovveduto metallers, ma non la mia, che dopo quasi 25 anni di militanza, ne ha sentite davvero tante. Forza ragazzi, iniziamo a metterci più cuore in quello che suonate, per tirare fuori dalla melma un genere che presto rischierà di morire. (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 60

Souldeceiver - Mankind's Mistakes


Premesso di non aver mai visto una copertina cosi brutta negli ultimi anni, ma soprattutto non riesco proprio a capire cosa sia preso alle nostre band nell'ultimo periodo, tutte alla ricerca di ricalcare sonorità ormai ultra datate nel tempo. Questo, non per dire che i toscani Souldeceiver siano dei brocchi musicalmente, ma per ribadire il concetto che la nostra musica, il metal, per sopravvivere abbia un forte bisogno di rinnovarsi. Il quintetto italico ci prova in ogni modo, già dall’iniziale “Memories of Centuries”, il cui risultato non sarebbe neppure neanche malvagio, ma quante volte abbiamo già sentito simili sonorità? Migliaia. Si prosegue con “Cold Eternity”, song spigolosa che mette in luce un buon riffing di matrice svedese e degli assoli veramente degni di nota, vero punto di forza di questo “Mankind’s Mistakes”, mentre le vocals di Francesco Meo, non brillano certo per energia o personalità nella progressione di questa release. “The Other Side” parte lenta con l’eccellente lavoro alle chitarre del duo Alessio Rossano e Luca Mosti, poi ancora una volta la song entra in un vortice di anonimato da cui sarà ben difficile uscirvi fino alla coinvolgente parte conclusiva, dove le 6 corde dei due axemen salvano la baracca con le loro sciabordate, ma quanto forte è l’eco di Chuck Schuldiner e soci in questa song, cosi articolata ma non del tutto riuscita. Anche “Automa X” e le successive songs cercano di ricalcare le gesta dei nostri paladini Death, ma mai nessuno (anche se confido fortemente nei Decrepit Birth) hanno mai colto nel segno. Voglio spezzare però una lancia a favore di questi Souldeceiver che tanto hanno studiato la lezioni dei maestri statunitensi, ma che ancora faticano a metterla in pratica: cercate di dare alla vostra musica una maggiore semplicità, non è di sicuro infarcendo i brani di giri arzigogolati di chitarra o l'essere ultra tecnici alla morte che si va a toccare il cuore dei fan, ma cercando di essere se stessi e lasciar parlare la vostra anima attraverso i vostri strumenti… però per favore cambiate le corde vocali del vocalist vero e proprio punto debole della band. La strumentale “Alchemical” (da panico la parte centrale e l’assolo conclusivo degno dei migliori Death di “Human”) ci fa prendere fiato prima dell’assalto conclusivo di “Terror of Knowledge”, la traccia dove i nostri sembrano osare maggiormente, alla ricerca di un proprio cammino, che sembra destinare i nostri sul percorso giusto. Un voto il mio, carico di fiducia per la difficoltà della strada intrapresa e consapevole che la band farà di tutto per concedersi maggiore libertà compositiva cercando di liberarsi dalle catene che li tengono legati ai canoni di un genere che invece dovrebbe essere rappresentato da pura libertà di espressione, cosi come il buon vecchio Chuck avrebbe desiderato… (Francesco Scarci)

(SG Records)
voto: 65

lunedì 24 gennaio 2011

The Archetype - The Fallen Grace


C’è personalità da vendere in questa nuova band proveniente dal suolo italico, ma forse in questo caso sono i mezzi a mancare ai nostri per azzeccare il colpo dell’estate. I The Archetype sono un quintetto proveniente da Firenze che ha tutte le carte in regola per fare bene: si parte con l’intelligente “The Fall”, song breve, diretta, melodica che stampa immediatamente il suo chorus nelle nostre menti, anche se le clean vocals non sono del tutto convincenti. Si prosegue con “Parasites” in cui il growling di Gianluca è molto più piacevole del suo stucchevole cantato pulito, mentre le chitarre disegnano ambientazioni oscure, ipnotiche, figlie di suoni progressive anni ’70 come nell’assolo conclusivo. C’è “Ghost”, ma l’approccio dei nostri non cambia, sempre a cavallo tra un death mai troppo esasperato, suoni decadenti in cui sono sempre le voci pulite a stonare in questo contesto, arrivando alla fine proprio a detestarle e con una batteria non propriamente all’altezza. Arriviamo a metà disco e finalmente le cose sembrano riprendersi con il duo “Ethereal” dal malinconico arpeggio iniziale e dall’andamento tranquillo,quasi da ballad, controbilanciata dalla ferocia di “Blinded by Sand”, la song più tirata dei nostri, probabile retaggio delle origini black/death dei toscani eppure interessante nel suo incedere, commistione di brutalità, melodia ed epicità. L’arpeggio che apre “Twisted Visions” ci lascia trasparire in un qualche modo l’amore che i nostri hanno per gli svedesi Opeth, ma la musica dei gods scandinavi ha tutt’altro spessore e presa: tuttavia l’alternarsi tra momenti intimistici e rabbia elettrica, lascia presagire che questa è la strada migliore che i nostri dovranno percorrere, con un piccolo suggerimento però: modificate il cantato pulito perché è a dir poco molesto per le mie povere orecchie. Chiude “Memoria”, song cantata in italiano che in un lavoro come questo non c’entra assolutamente nulla e denota ancora una volta una certa immaturità stilistica del combo italico. Se seguiti da vicino da qualche etichetta, le potenzialità per far bene in futuro ci sono indubbiamente, per il momento “The Fallen Grace” suona come un prodotto ancora acerbo che ha come grande pregio il concept sulla storia della follia omicida di un uomo e dei suoi controversi pensieri. Non sarebbe dunque il caso di dare un sound più adeguato a delle storie cosi orrorifiche? Attendo fiducioso la maturità di questo promettente combo italiano. Una promessa! (Francesco Scarci)

(Lost Sound Records)
Voto: 65

Cyber Cross - Mega Trip


Secondo lavoro per i patavini Cyber Cross, dopo l’interessante debutto di un paio d’anni fa, intitolato “Ira”. Ebbene, continuando sulla stessa scia del precedente platter, la band di Padova continua a sciorinare suoni che traendo spunto un po’ dall’industrial, fuso con il cyber death, riescono a catalizzare l’attenzione degli ascoltatori, anche se ho la vaga impressione (perché questo è l’effetto che “Mega Trip” ha avuto su di me), che la sua longevità non sia delle più lunghe e che si esaurisca molto in fretta la voglia di mettere il cd nel proprio lettore stereo. Comunque sia, partendo dalla title track, il cd si lascia piacevolmente ascoltare, con un sound mai troppo devastante, pregno di groove e con delle vocals che forse rappresentano il vero punto debole dell’act veneto. Interessanti già da subito le atmosfere da incubo che i nostri sanno creare, peccato per quella voce sguaiata che secondo me non rende giustizia ad un lavoro che forse meriterebbe maggiore attenzione. Si passa ad “Aggressive Side” e l’alone di oscurità che pervade l’intera release si conferma quanto mai solido e macabro, facendomi addirittura arrivare a scomodare un paragone con le sonorità degli svizzeri Sadness. Nella terza “Black Dynamite” mi sovviene un non so che dei Ramstein, anche se la classe dei tedeschi è mille volte superiore ai nostri che di strada ne dovranno fare parecchia per ottenere un po' d’attenzione da parte dei media. “Mega Trip” non è un lavoro malvagio, ma neppure tutto questo concentrato di idee meravigliose che possano indurci a considerare questo lavoro indispensabile per la nostra collezione di cd. Diciamo che il punto di forza di questo nuovo lavoro è senza dubbio la facilità d’ascolto ossia quanto velocemente le songs riescano ad isipregnare nei nostri circuiti neuronali, facendoci sobbalzare dalla sedia in headbangers sfrenati, ma altrettanto veloce sarà la capacità di dimenticare un lavoro che se non per qualche raro spunto di vivacità, dettata dall’adozione di qualche inusuale trovata, non finisce altro che peccare di scarsa personalità. Senza alcun dubbio preparati tecnicamente e coadiuvati brillantemente da un’ottima produzione che ne esalta la potenza dei suoni, i Cyber Cross devono ancora trovare una loro ben precisa identità, tanto è vero che il mio pezzo preferito risulta essere “Noir”, una song che mi sarei aspettato di trovare più su un disco dei Love/Hate piuttosto che su un cd di musica un po' più estrema. Comunque sia, i nostri raggiungono abbondantemente la sufficienza, complice la loro ecletticità di fondo nel proporre la loro musica, capace di passare da sonorità hard rock anni ’80 a pezzi di cibernetica memoria (The Kovenant docet) o altri in cui è più una componente prettamente swedish death metal a farla da padrone (stupefacente il riffing di “Regression”). Suggerimento: chiarirsi un attimo le idee giusto per capire da che parte stare e a chi poter offrire un lavoro come questo, che di sicuro si rivelerà di difficile appeal per gli amanti dell’extreme music e altrettanto complicato da ascoltare per gli amanti di sonorità più classic metal. Complimenti comunque per aver osato, forse troppo! (Francesco Scarci)

(Crash & Burn Records) 
voto: 70

Apeiron - Among the Lost


Avevo già avuto modo di notare le qualità dei nostri con il precedente EP, "The Cruel Crime" e finalmente mi ritrovo tra le mani il loro full lenght d'esordio che mi catapulta nel contorto mondo degli Apeiron. A parte l'inutile intro, si inizia subito alla grande con "Voids of Breath" che mette in luce le qualità tecniche del poliedrico quartetto lombardo e le novità che questa nuova fatica ha da offrire ai suoi fan, che cerca da subito di prendere un po' le distanze dallo swedish death del precedente lavoro (ma la strada per la totale indipendenza rimane ancora lunga). La musica del combo di Vigevano non è proprio cosi facilmente inquadrabile in un genere ben preciso, in quanto nel sound dei nostri convergono un bel po' di contaminazioni dai più disparati ambiti musicali (in "Hendra" ad esempio fa la sua comparsa una chitarra spagnoleggiante inserita in un contesto death). Diciamo anche che "Among the Lost" non è proprio quello che si dice un album di facile assimilazione, data la complessità delle sue trame chitarristiche, della durezza che pervade comunque l'intero lavoro e delle soluzioni abbastanza particolari che si vanno a susseguire nell'intera evoluzione del cd: richiami a la Dark Tranquillity riecheggiano in "Clutches of Despair" (dove compare come guest star Gianluca Melino degli Alligator) e "Scavenging Thoughts". Un indemoniato basso super slappato, degno di una song funky, fa la sua comparsa in "The Last Page"; ma nel disco c'è addirittura lo spazio anche per una ballad, "Through Me You Enter", per melliflui intermezzi acustici o per divagazioni prettamente progressive, dove solo la voce ruvida di Alessio Massara ci tiene ancorati in territori death metal. L'unica difficoltà come già detto, ma forse alla lunga sarà il pregio di questa articolatissima release, è la difficoltà di far propri con una certa immediatezza questi pezzi, ma la cosa permetterà una più ampia longevità nell'ascolto di questa release e nel suo pieno godimento. Bravi e preparati tecnicamente, le vocals si rifanno parecchio a quelle di Mikael Stanne di "The Gallery". In definitiva, sono ben lieto di aver avuto modo di ascoltare l'intricatissimo debutto degli Apeiron, cosi straripanti nelle loro composizioni da stordire le mie frequenze cerebrali e spedirmi direttamente al manicomio. Imprevedibili! (Francesco Scarci)

(Last Scream Records)
Voto: 75

mercoledì 19 gennaio 2011

Benighted in Sodom - Hybrid Parasite Evangelistica


Oggi siamo qui a parlare di un gruppo di ragazzi americani che vengono da Fort Lauderdale (Florida, USA) e si chiamano Benighted in Sodom. Quello che presentiamo è “Hybrid Parasite Evangelistica” full lenght del 2010, che contiene 6 tracce, registrato per la sempre attenta Solitude Productions. Dobbiamo dire che il combo statunitense è parecchio attivo nella fase produttiva, infatti ha sfornato solo nel 2010 ben 6 cd oltre a 5 Ep!!! L’act a stelle e strisce non lo conoscevo per niente, e quando li ho ascoltati sono rimasto inizialmente un po’ interdetto: di certo si può dire che fanno un genere strano, quasi portatore di follia. Il cd al suo primo ascolto suona parecchio lugubre, lento, senza i ritmi sincopati ai quali ci siamo abituati nell’ultimo periodo. In tutto il lavoro possiamo ascoltare un incedere molto lento, quasi ipnotico, con i riff di chitarra mai troppo esasperati, e decisamente scevri da ritmi indiavolati. La voce che ci accompagna (ahimè tra le note stonate del cd) è maligna, malata, arrabbiata, anche se in certi casi penso che non ci stia molto l‘urlato, ma “de gustibus non disputandum est”. L’album si apre con “An Angels Circles the Drain”, che dura la bellezza di 10.53 estenuanti minuti. In questa song ci si imbatte immediatamente nell’aria sulfurea che caratterizza l’intero lavoro che satura fin dalle battute iniziali il nostro respiro. La song suona molto cattiva, senza mai eccedere però in una brutalità fine a se stessa, grazie anche a degli intermezzi acustici assai tranquilli che fanno si che il depressive black del duo americano, si mischi ad un ambient minimalista. I riffs quindi non si rivelano mai troppo violenti, anzi suonano molto puliti e con poche distorsioni ed effetti. “Liquid Flowing From a Slashed” conferma quanto appena detto, grazie ad un inizio con un linee di chitarra molto orecchiabili e ben ritmate, che poi esplodono con il loro incedere cupo e forsennato. Quello che differenzia i Benighted in Sodom da altri gruppi è l’uso di linee armoniche, molto semplici, angoscianti e malinconiche, ma anche decisamente scontate: talvolta si ha quasi la sensazione dell’essere braccati dalla ritmica a tratti psichedelica riscontrabile nel sound dei nostri. “Nightshade & Arsenic” mi ha sorpreso parecchio perché affida il suo incipit ad un assolo di chitarra classica, molto rilassante e orecchiabile; e la chitarra classica continua, tessendo arpeggi non cosi elaborati, ma suggestivi, rendendola l’unica protagonista del tessuto sonoro. Il pezzo suona dolce, lento, sembra quasi che ci culli e rimbocchi le coperte prima di assopirci: molto bello e strano, soprattutto inatteso. Alla fine dell’ascolto del cd tuttavia rimango un po’ con l’amaro in bocca: la band sarà anche produttiva, ma penso sia meglio privilegiare la qualità alla quantità anche perché nulla di nuovo è emerso dalle note di questo poco più che sufficiente lavoro. Il cd a molti alla fine potrebbe infatti risultare noioso o stancante. Rispetto il lavoro della band Floridiana, ma purtroppo non mi ha conquistato, e il lavoro è il classico disco che dopo il primo ascolto non può che finire nel dimenticatoio. Mi spiace ragazzi ma mi attendo molto di più dalle prossime uscite. Per ora una risicata sufficienza può bastare. (PanDaemonAeon)

(Solitude Productions)
Voto: 60

lunedì 17 gennaio 2011

Starlight Extinction - Twilight of Darkness


Ascolto questo “crepuscolo delle tenebre” e mi vien subito da dire che il titolo è una buona anteprima del piatto. Iniziamo con le presentazioni: gli “Starlight Extinction” sono un quintetto trevigiano formatosi nel 2004. Tra il 2007 e il 2008 hanno registrato e quindi dato alle stampe (nel 2009) il qui presente “ Twilight of Darkness”. Si tratta di un album che farei ricadere nella categoria del melodic death metal, quello di provenienza svedese per intenderci. Se pensate che questo tipo di musica non abbia molto più da dire, se credete che sia ad un punto morto, in cui si auto-celebra per mantenersi sempre uguale, forse non avete torto. Ecco però che questo quintetto di bravi musicisti introduce qualche cambiamento, qualche influenza heavy e di altri generi che potrebbero farvi ricredere. Sia chiaro, lo stile è quello convenzionale: ritmiche tirate, voce straziante, mancanza di speranza, atmosfere opalescenti, cupe, appena addolcite da alcuni brevi momenti più melodici. Una bella ventata di sensazioni maligne, inquietanti e disperate, portata da una musica rabbiosa e asfissiante. Quindi: cosa trovare di diverso in questo lavoro rispetto agli altri? Direi una certa eleganza. Oltre alla rabbia, all’aggressività, al pugno in faccia, i nostri si adoperano anche per un’anima di ricerca e raffinatezza, che non si può fare a meno di notare. In questo senso mi han molto colpito le chitarre, in particolare gli assoli, che richiamano molto all’heavy classico e, devo essere sincero, difficilmente rimango insensibile a queste cose. I riffs introducono quegli attimi più luminosi nel complesso oscuro del platter. Bisogna dare atto alla bravura di questi ragazzi, mi pare che tutto sia suonato bene. Come non indicare il lavoro del batterista: ascoltatene il martellamento quasi incessante, specialmente nei passaggi veloci di “High Voltage”. In secondo piano i giri di basso, travolti dal resto. Un appunto sul bravo singer, forse troppo continuo nel modo di cantare. In alcune tracce, ad esempio “Back Off” o “Rejoining”, spazia con altri toni, dimostrando di poter fare qualcosa di più. Nell’insieme, il cd si lascia ascoltare fino in fondo, le songs si alternano abbastanza bene (anche se l’unica che si stacca un po’ dalle altre per carattere è la già citata “Back Off”) e non soffrono di pesanti ipertrofie. Nulla da dire a livello di produzione: si sente come si dovrebbero sentire questo genere di lavori. Un parola sull’artwork, all’inizio mi ha lasciato freddino, ma poi mi ha riconquistato. Qualcuno potrebbe dire che qua e là manca un po’ di spinta e di energia, forse avrebbe ragione ma vabbé, per questa volta li perdono... gli “Starlight Extinction” conoscono i propri mezzi, ci sanno fare e se lo meritano. (Alberto Merlotti)

(Bunker Production)
Voto: 70

Aneurysm - Shades


Verona - Italia: gli Aneursym sono una delle storiche band della città di Giulietta e Romeo da più di quindici anni, ma ha all’attivo solo un demo e un cd autoprodotto e ormai datato 2002, intitolato “Aware”. Il sound del quintetto scaligero, partendo da una base techno thrash, riesce a sciorinare 15 buoni brani (in realtà 9 tracce più 6 intermezzi) di musica abbastanza varia ed originale. Grazie anche ad un’ottima registrazione, il combo veneto ci attacca con un muro sonoro bello compatto, che gioca alternando sapienti mid tempos a cavalcate thrash (reminescenza di quei begli anni ’80 ormai andati), sorrette da un eccellente lavoro alle chitarre, non disdegnando però, e qui è forse racchiuso il bello del Cd, fughe in territori alternative (di chiaro rimando ai System of a Down, soprattutto per ciò che concerne l’utilizzo delle vocals), atmosfere cibernetico-industriali, grazie alla buona performance di Stefano alle tastiere, e momenti claustrofobici di “Meshuggahana” memoria, come capita in “Quagmire”. Da rilevare poi l’apparizione di Hansi Kursch (vocalist dei Blind Guardian) in veste di ospite nella meravigliosa “Reflection”, dove le vocals del leader della band tedesca, si rincorrono a quelle di Gianmaria, in un climax ascendente da brividi. Il resto di “Shades” scivola via che è un piacere, con le songs che s’imprimono facilmente nella nostra mente, per quelle gustose melodie, quella giusta dose di cattiveria, per i brillanti assoli di Peter e per la sapienza palesata di saper variare nel momento giusto i brani con scelte più o meno azzeccate. Un paio di song oscure, dalle strutture complesse, chitarre chirurgiche e la voce di Gianmaria, che spesso fa il verso a quella di Serj Tankian, completano un disco che si chiude con la malinconica “Real Ease”, brano che sancisce l’esplosione di una nuova ottima band, nel panorama italiano...(Francesco Scarci)

(Old Ones Records)
Voto: 75

Floodstain - Slave to the Self Feeding Machine

#PER CHI AMA: Death/Stoner, Machine Head, Mastodon
Un cd dalla Olanda e la band suona pure un Stoner/Death cattivissimo? Oddio, fa che sia bello, ne ho bisogno.. Allora ascoltiamolo e incrociamo le dita. Sette pezzi che lo classificano nel panorama degli EP e grafica del packaging spartana ma fatta di pugno, perlomeno originale. Il primo pezzo "Deathproof" mostra subito la classicità dello stoner interpretato dai Floodstain: chitarre accordate uno/due toni sotto e via potenti come su una Harley. Diciamo che la voce in stile death è il primo dettaglio che differenzia i Floodstain dal genere classico, insieme a qualche passaggio melodico. Invece il terzo brano che da il nome all' EP nasconde quel potenziale che non avevo immaginato dopo i primi due pezzi: intro melodica con un pianoforte che viene subito divorato dalle distorsioni, lo stesso vale per la voce di Jozz che per poche battute sembra molto Gavin Rossdale ma poi si libera e diventa quel cane rabbioso che tenta di divorarti per i vicoli bui dell' anima. Cinque minuti abbondanti tutti da vivere al culmine dell' ansia. "The Pence within" invece taglia fuori lo stoner e tramuta i Floodstain in una band puramente Death, dalla tecnica anche accettabile se vogliamo. Next one please.. "The Slumbering Titan Slayer" è un pezzone tutto cactus e odore di petrolio nella valle della Morte. Per carità, i Kyuss e i QOTSA potrebbero citare in giudizio i Floodstain per "ispirazione molesta", ma il fatto strano è che quest'ultimi citano i Machine Head e Mastodon come influenze.. Mah. Secondo lavoro (premetto che non sono riuscito a recuperare il primo "Dreams Make Monster") ma ai Floodstain serve una buona iniezione di creatività per idstinguersi nel panorama stoner, sempre che sia quello che vogliono. (Michele Montanari)

(BadMoodMan Music)
Voto: 65

sabato 15 gennaio 2011

Potential Threat - A New Threat


Arrivano dalla città santa del thrash, San Francisco, e si sente. I Potential Threat SF apprendono (anche troppo) dai grandi del genere e ci scodellano questo dischetto, non privo di spunti interessanti. Fedeli del thrash, vi sentite un po’ orfani del genere? Pensate: ma un ciddì tipo quelli dei Pantera, se ne fanno ancora?! Questo qui potrebbe interessarvi. Il lavoro ricalca tutti gli stilemi del genere, inoltre ci aggiunge qualche suggestione di gruppi new-metal (i Machine Head in particolare), le quali rendono il tutto meno scontato. Nulla di veramente nuovo quindi, tutto già sentito e digerito; a dire il vero nell’ascolto mi prende un po’ la nostalgia degli anni passati. Sì perché il ritmo potente, le chitarre tiratissime, l’energia, la rabbia e la batteria martellante che scaturiscono, a me piacciono. Mi piace sentire il muro sonoro che sorge dalle tracce, il continuo rullare della batteria, i giri di basso tellurici e gli stacchi. Mi piace un po’ meno lo stile del cantante, bravo per carità, troppo monotono e ispirato a James Hetfield (fatto che, di per sé, non sarebbe male, ma qui un po’ troppo ispirato). Ho molto gradito il gran lavoro del batterista, che picchia come un fabbro e bene. Prendete la opening track “Remember the Violence”: ecco lì c’è la somma dei pregi e dei difetti del platter. Una canzone tirata, con aperture, stacchi rapidi e concessioni melodiche. Ha nella ripetitività il suo punto debole. “Watch it Fade Away” è più violenta nei suoni, ma più calma nel cantato ed è giocata sull’alternarsi di queste parti. Stesso discorso si potrebbe fare per “For Our Nation”. Piacevole l’inizio sincopato della violenta “Far from the Truth”, quella che più mi ha colpito del mazzo. Un vero dispiego delle capacità tecniche del trio. Le altre songs rimangono al palo, ma non mancano di potenza e velocità. Nota super positiva, la lunghezza delle canzoni. Non si va mai oltre i 5 minuti e questo aiuta contro la reiterazione dei suoni. Ben realizzata la produzione, non mostra pecche. Alla fine dell’ascolto, ho avuto 50 minuti di energia, di musica potente, veloce, meno prevedibile di quanto avessi immaginato, ma anche meno di quanto sperassi. Lo stomaco è soddisfatto, l’orecchio vorrebbe qualcosa di più vario, ma questa volta può bastare. Promossi con sufficienza piena. (Alberto Merlotti)

(OSM Records)
Voto: 70

Atlantic Tide - Bad Acid Queen 7"


Come vi immaginate che sia un’onda atlantica? Vi dico la mia (ma voi non copiate): ecco, più che ad un’onda di quelle gigantesche da film di surfisti (tipo “Un Mercoledì da Leoni”), io ho pensato ad una corrente forte, un vortice marino caldo, difficilmente prevedibile ma non troppo intenso da divenire pericoloso per la navigazione. Ora, io non saprei dire se il trio svedese avesse in mente questo quando han deciso di chiamarsi “Atlantic Tide” e di suonare questo demo, però le due canzoni qui contenute, si adattano molto bene alla mia immagine. Secondo me i nostri ci sanno fare. Non sono di primo pelo: il cantante e il batterista hanno militato in altri gruppi e insieme nei “Terra Firma”, mentre il chitarrista ha un passato nei Blackshine, death’n roll band. Mi piace il suono di queste due canzoni, mi piace lo spirito che ne esce, mi piace l’alchimia sonora che scaturisce. Sono tracce raffinate, ricercate nella composizione, con presenza di melodie complesse, ma non stucchevoli. Tecnicamente capaci, trovo un po’ incerta la voce del vocalist in alcuni passaggi. Poco male, si è talmente coinvolti dalla musica che non lo si nota poi cosi troppo, ma su un lavoro di questo respiro stona un pochino. Trovo “Eyestroids” particolarmente elegante, ne apprezzo la fluidità trascinante, come l’onda atlantica che avevo inizialmente immaginato. La mancanza di stacchi netti facilita questa sensazione, la fusione di suoni elettrici con altri più classici, origina un effetto quasi psichedelico. Meno fluida, più ruvida la title track “Bad Acid Queen”, che ha in sé, come prevedibile dal titolo, un certo gusto acid-rock. Presenta un carattere più aggressivo e un po’ meno melodico rispetto alla precedente: cambi di ritmo, accordi più tirati, batteria più dura e il finale sfumato rendono l’onda atlantica qui più frizzante, ma non meno avvolgente. La lunghezza delle canzoni non è eccessiva e mi sembra un buon compromesso per dare sfoggio delle capacità del terzetto senza cadere nella noia. Sarei molto curioso di vedere cosa sarebbero in grado di fare su 33 giri. Per ora mi basta perdermi un attimo in queste due onde. (Alberto Merlotti)

(High Roller Records)
Voto: 70

Devilish Impressions - Diabolicanos: Act III Armageddon


Dopo l’uscita di "Plurima Mortis Imago", i Devilish Impressions tornano con il loro nuovo cd intitolato “Diabolicanos: Act III Armageddon”, edito dalla Conquer Records. In parecchi hanno ritenuto il lavoro passato come un disco dove il gruppo sembrava passare un periodo di transizione, ma con questo nuovo lavoro, i nostri sembrano aver ritrovato la loro dimensione, la loro creatività, la loro potenza e cattiveria (che non guasta mai). La release si apre con la canzone “T.H.O.R.N.S”, e dalla frase iniziale con la quale vengo investito "We are thorns which killed the fucking god!", ho già una mezza idea di quel che mi aspetta. L’inizio è sfolgorante, trascinante, potente, con la batteria annichilente che si lascia apprezzare ad ogni secondo della opening track, per non essere mai banale e sempre estremamente precisa, complimenti a Icanraz, il dramme del combo polacco. I riff di chitarra anche con i successivi brani, si confermano sempre potenti e melodici, risultando anche inaspettatamente ricercati e mai banali. La voce di Quazarre è davvero notevole ed espressiva, mai esasperata nel suo cantato: segue perfettamente l’atmosfera richiesta dai brani, brani che corrono via piacevolmente senza annoiare mai. Pezzi come “Rex Inferni”, “The Word was Made Flesh Turned into Chaos Again”, “I Am the Son of God” o ”Tales of Babylon`s Whore”, partono con una delicatezza inattesa per poi subire un crescendo di potenza e suggestioni infernali che si amalgamano perfettamente con la sulfurea atmosfera che trasuda l’intero lavoro. Quando si arriva a “Diabolicanos”, “Natas Ro Dog On Si Ereht (Of Plagues and Blasphemy)” e” Har - Magedon”, il cd esplode in un mare lavico di micidiale black metal, dove il gruppo riesce a dare decisamente il meglio di sé, sia a livello compositivo che tecnico-interpretativo, dando prova di grande intensità e cattiveria musicale. Il Cd si chiude con “Mass for the Dead”, song che rispecchia fedelmente lo stile del gruppo grazie a quel suo feeling maligno e infernale. Tutto il lavoro dei Devilish Impressions è da ascoltare, consigliatissimo, molto ricercato nei suoni e intelligentemente studiato anche nella sequenza della track list, infatti sembra quasi che il cd si divida in due parti, una parte più ragionata, melodica, ritmata, quasi con andamento marziale, l’altra violenta e totalmente distruttiva. Buona questa nuova fatica dei Devilish Impressiosns, consigliatissimi! (PanDaemonAeon)

(Conquer Records)
Voto:75